Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 19 gennaio 2020

La regola di un eremita dei nostri giorni

L'eremita dedicherà ogni giorno circa 4-5 ore alla preghiera, 4-5 ore allo studio e 4-5 ore al lavoro, secondo lo schema qui di seguito riportato. I pochi momenti della tabella oraria che non prevedono specifiche attività saranno dedicati dall'eremita a una santa ricreazione o all'orazione contemplativa.

9 30 Sveglia

10 30 Ufficio del Mattino (Salterio in 30 giorni, Letture dal Lezionario Romano della Messa del giorno, cantici e orazioni dall'Ufficio anglicano) [1h]

11 30 Studio [1h]

12 30 Lavoro [2h]

14 30 Ora media (1 salmo e 2 letture dal Lezionario anglicano in 1 anno per l'Ufficio del Mattino) [30']

15 00 Pranzo

15 45 Riposo

16 30 Ufficio breve della sera (1 salmo e 2 letture dal Lezionario anglicano in 1 anno per l'Ufficio della sera) [30']

17 00 Studio [3h]

20 00 Lavoro manuale [2h]

22 00 Cena e ricreazione

23 00 Studio [1h]

00 00 Ufficio notturno (Salterio in 30 giorni, cantici e orazioni dall'Ufficio anglicano; santo rosario; mer e ven Messa privata) [2h]

2 00 Riposo


La cella

L'eremita custodisca la sua cella come il Paradiso sulla terra (San Romualdo), trascorra in essa il maggior tempo possibile, si allontani da essa solo per stringenti necessità ecclesiastiche, familiari, lavorative e di sostentamento e, comunque, il meno possibile.
L'eremita si raccomanderà con fervore a Dio ogniqualvolta dovrà allontanarsi dalla cella e ogniqualvolta rientrerà nella cella. Cercherà inoltre di mantenere una disposizione d'animo orante durante tutto l'arco della giornata e, con particolare attenzione, durante tutto il tempo che sarà costretto a trascorrere al di fuori della cella.

L'abito

Quando le condizioni climatiche non possano rappresentare un grave pregiudizio per la sua salute indossi sempre l'abito religioso, composto da una talare nera con un unico bottone di chiusura sul collo, una cintura di cuoio marrone e, se necessario un mantello nero con cappuccio. La talare richiama per similitudine l'antico abito ecclesiastico anglicano, la cappa nera con cappuccio e la cintura di cuoio sono il segno della propria consacrazione monastica; la cappa nera sia indossata sempre durante L'Ufficio del mattino e della sera, con il cappuccio alzato, anche senza la talare. Per la celebrazione della Santa Comunione l'eremita indosserà, come da antica tradizione anglicana, la talare e un camice bianco corale a maniche larghe, privo di cappuccio, con una stola di colore nero durante tutto l'anno ecclesiastico.
Eventuali assistenti all'altare potranno indossare una cappa nera con cappuccio, mantenendo il cappuccio alzato durante tutta la durata della liturgia.

La celebrazione eucaristica e la Santa comunione

L'eucaristia, chiamata anche Santa Comunione (in ambito anglicano), Cena del Signore (in ambito evangelico), Santa Messa (in ambito cattolico romano) o Divina Liturgia (nelle chiese orientali), è il centro della vita spirituale di ogni cristiano, e ancor più dell'eremita, il quale è chiamato a celebrare la Passione e morte del Signore, la sua Resurrezione e gloriosa ascensione, fino al suo ritorno.

L'eremita celebrerà la Santa Comunione nella propria cella o in un oratorio adeguatamente predisposto e consacrato. Solo la domenica e nelle grandi solennità liturgiche potrà ammettere la partecipazione di altri fedeli battezzati.

La celebrazione domenicale della Santa Comunione è strettamente vincolante, fatte salve ragioni di grave infermità o di altri gravissimi impedimenti. In tali circostanze eccezionali, l'eremita avrà cura di comunicarsi spiritualmente, scondo una pratica consentità agli eremiti fin dai tempi dei Padri del deserto.

L'eremita si impegna alla celebrazione della Messa solitaria (sviluppatasi nella tradizione certosina) ogni mercoledi e ogni venerdi, durante l'Ufficio notturno. Il mercoledi celebrerà con il rito del Book of common Prayer del 1549 nella lingua inglese premoderna del testo originale, mentre il venerdi celebrerà con il Canone romano, in lingua latina, secondo l'antico Uso di Salisbury (Sarum). La domenica, salvo casi particolari, che a suo giudizio rendano opportuno celebrare con uno dei due riti summenzionati, celebrerà abitualmente in lingua italiana con il rito del Book of Common Prayer del 1928.

La celebrazione quotidiana della Santa comunione è vivamente raccomandata, ed è un precetto vincolante per le festività presenti nel calendario del Book of Common Prayer anglicano; è vivamente raccomandata per altre importanti festività cattoliche e ortodosse. Non costituisce in ogni caso un vincolo per l'eremita, dovendo egli lavorare per il proprio sostentamento. Anche durante i giorni feriali o le festività infrasettimanali l'eremita avrà cura di comunicarsi spiritualmente con il Corpo e il Sangue di Cristo e, dunque, con la sua intera Chiesa, Mistico corpo di cui Egli è il Capo.

L'eremita riconosce, nella totale certezza della fede, secondo la parola delle Scritture, la testimonianza dei padri della Chiesa e delle antiche tradizioni liturgiche, la presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nelle Specie consacrate del pane e del vino. La comunione è per l'eremita comunione con colui che è corporalmente risorto, siede alla destra del padre ma si dona integralmente, effettivamente, ed efficacemente a ogni battezzato nel suo nome e nel nome della Santissima Trinità. Come da antica tradizione ortodossa l'eremita considera la tramutazione delle specie consacrate nel Corpo e Sangue di Cristo un mistero; un mistero di tale portata da rendere pericolosa - sia per la preservazione dell'umiltà sia per la comunione tra le Chiese - la sua investigazione razionale.

L'eremita si santifica innanzitutto mediante la grazia, donata da Cristo nei suoi sacramenti; in particolare nel costante rinnovo delle proprie promesse battesimali, non solo con la voce ma con tutta la propria vita, che deve essere rincuncia al mondo, a Satana e alle sue seduzioni e piena adesione a Cristo e al suo Evangelo.

La Santa comunione e il rinnovamento continuo delle promesse battesimali nella celebrazione eucaristica frequente, sono il centro da cui si alimentano e si irradiano la preghiera e la spiritualità dell'eremita. Il battesimo come sacramento di giustificazione e adozione divina; la Santa comunione come sacramento di santificazione nell'incorporoazione a Cristo, Figlio di Dio, che riceve dal padre e restituisce a sua volta lo Spirito Santo.

I sacramenti del battesimo e della Santa Comunione sono dunque partecipazione alla vita stessa trinitaria, che costituirà oggetto privilegiato di contemplazione da parte dell'eremita.

Anche quando celebra la Santa Comunione in solitudine l'eremita non lo fa mai in maniera individualistica, ma nella comunione dei santi, spiritualmente unito alla Chiesa militante e a quella trionfante nei Cieli. Egli, è infatti consapevole di essere un mero funzionario di Cristo, unico vero sommo Sacerdote, Avvocato e Mediatore presso il Padre, che ha sofferto è morto ed è risorto per l'espiazione dei peccati del mondo intero e che tornerà a giudicare i vivi e i morti a seconda della loro fede e del mondo in cui hanno amministrato i talenti che a ciascuno sono stati affidati.

Qualora l'eremita, durante occsionali ritiri spirituali o pellegrinaggi, sempre rispettosi del proprio impegno a una più radicale separazione dal mondo, trovasse l'opportunità di comunicarsi in una celebrazione interconfessionale, potrà farlo, purché il celebrante e la celebrazione rispondano ai seguenti requisiti:

Il celebrante deve essere stato destinato alla funzione di presiedere il culto da un vescovo, o da un sinodo, o da un presbiterio o da una congregazione di battezzati che condividano il credo Apostolico e il Simbolo Niceno-Costantinopolitano)

la celebrazione dovrà prevedere, all'atto della consacrazione, una formula contenente le parole dell'istituzione eucaristica come pronunciate da Gesù Cristo e riportate dai Vangeli canonici; una anamnesi (memoria dell'istituzione della Santa Cena e della Passione e morte del Signore) e una epiclesi (invocazione dello Spirito Santo sulle offerte del pane e del vino).
Non sono ammesse per la consacrazione specie differenti dal pane (lievitato o non lievitato) e dal vino (inteso come succo di uva fermentato).
La celebrazione dovrà prevedere, inoltre, il rinnovo delle promesse battesimali mediante la recita del Credo (il Simbolo apostolico, oppure il Credo Niceno-Costantinopolitano oppure il Credo Atanasiano) e la preghiera del Padre nostro, che ci è stata consegnata dal Signore nostro Gesù Cristo.

La Santa comunione celebrata dall'eremita, quando è celebrata pubblicamente, è aperta a tutti i battezzati di qualsiasi denomimazione cristiana, purché siano resi coscienti, all'inizio della celebrazione, dei requisiti di fede e dei requisiti morali necessari per accedere ad essa.

I testi liturgici adottati dall'eremita

Il testo liturgico utilizzato per gli uffici del mattino della sera e della notte, nonché per la celebrazione della Santa Comunione domenicale è il Boook of Common Prayer 1928.

Anche il Santorale è quello del Book of Common Prayer del 1928, ma a questo è possibile aggiungere la memoria di testimoni della fede presenti nel Santorale del Book of Common prayer del 1979, nel Martirologio  Romano o nel Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose.

Al fine di coltivare uno spirito ecumenico, per l'Ufficio del mattino le letture sono stratte dal Lezionario della Messa Cattolica del giorno.

Le letture e le preghiere dell'Ufficio della sera sono tratte dal Book of Common Prayer del 1928. Le letture per l'Ufficio notturno sono tratte da un programma di lettura integrale della Bibbia (AT e NT) in un anno; i testi sono nella versione Nuova Riveduta della Bibbia; non contengono dunque i cosiddetti libri deuterocanonici, presenti nella Versione "dei Settanta" dell'Antico testamento. Questi ultimi vengono comunque letti e meditati nell'Ufficio del Mattino che, come sopra indicato, prevede l'utilizzo del Lezionario Cattolico Romano).

Ai due "uffici maggiori", rispettivamente del mattino e della notte, si aggiungono due "uffici minori", rispettivamente dell'Ora media e della sera. Questi ultimi adottano il Lezionario annuale del Book of Common Prayer del 1928, che prevede 1 o 2 salmi, una lettura dall'Antico testamento e una lettura dai Vangeli o dalle Epistole del Nuovo testamento.

In tal modo, secondo lo schema di suddivisione del Salterio nel Book of Common Prayer anglicano e secondo il programma di lettura e meditazione biblica per l'Ufficio notturno, tutti i salmi vengono pregati nel corso di 30 giorni e tutta la Bibbia, ad eccezione dei libri deuterocanonici, viene letta in un anno. Il Lezionario Romano, adottato per l'ufficio del mattino, segue il suo ciclo triennale per i giorni festivi e biennale per i giorni feriali e prevede anche i libri deuterocanonici.

L'intercessione per i fratelli e le sorelle nella fede e la preghiera per ogni uomo

La vita solitaria è un "segno" di fronte al mondo del primato assoluto di Dio su ogni altra persona o cosa. Tuttavia, poiché il Signore ha comandato di amare anche il nostro prossimo, come noi stessi, la vita eremitica non avrebbe senso se non fosse aperta a questa dimensione di carità.
L'eremita dunque, offre le proprie preghiere e la propria vita penitente rimettendo tutto nelle mani di Dio, animato dallo zelo per la sua maggiore gloria e dalla carità verso il prossimo, fiducioso che il Signore saprà dispensare ogni bene nei tempi, nei modi, alle persone opportune, secondo la sua eterna Sapienza.

La preghiera per i defunti

L'eremita, secondo una tradizione attestata dai primi secoli cristiani, dalle Sacre Scritture, dai testi dei Padri della Chiesa e dai primi Concili, nonché dai recenti sviluppi della teologia e liturgia anglicana, riconosce la validità, l'efficacia, l'utilità e il dovere, nella comunione dei santi - della preghiera per i defunti.
Per le stesse ragioni riconosce la validità, l'efficacia, l'utilità e il dovere di rendere il dovuto onore a Dio per la grazia manifestata nei suoi santi, assumenre come buoni esempi la loro testimonianza di vita e la liceità di rivolgersi ad essi nella comunione dei Santi, il cui vincolo di amore è più forte della morte, e  in una preghiera che sia sempre per Cristo, con Cristo e in Cristo, rivolta al Padre onnipotente, presso il quale egli è il nostro Avvocato e Sacerdote, nell'unità dello Spirito Santo.

La devozione alla Vergine Maria, Madre di Dio

Particolare devozione è riservata dall'eremita alla Vergine Maria, Madre di Dio e la più grande tra tutti i santi, colei che ha dato la propria carne al nostro Signore Gesù Cristo, si è offerta integralmente e incondizionatamente a Dio fin dalla più tenera infanzia e ha rinnovato con generosità questa offerta durante la vistazione dell'Angelo e l'Incarnazione del Verbo. In Maria l'eremita riconosce colei che è stata affidata come madre al suo discepolo prediletto e colei che era presente con gli apostoli quando è stato effuso lo Spirito Santo.

La preghiera incessante

Dovere principale del monaco, e in particolare dell'eremita, è di applicarsi con zelo interiore alla preghiera incessante, senza la quale la sua solitudine sarebbe priva di significato cristiano. La sua preghiera tende all'adempimento del grande comandamento dell'amore: amare Dio al di sopra di ogni altra cosa e il prossimo come noi stessi. L'eremita ama il prossimo essenzialmente portandolo nella propria preghiera, in un colloquio assiduo con Dio, che diventa, al di fuori dell'ufficio liturgico e delle orazioni vocali, un semplice porsi alla presenza del Padre, i propri fratelli nella fede e con tutta l'umanità, lasciando che lo Spirito Santo stessa interceda per noi, con gemiti e che ogni ogni nostra azione, ogni moto della nostra mente, del nostro cuore e della nostra anima si compia per Cristo, con Cristo e in Cristo, unico sommo sacerdote. E' questo il vero culto spirituale che il padre desidera.

La preghiera dell'eremita si attiene in modo particolare agli insegnamenti dei padri esicasti. Per tale ragione l'eremita cercherà di richiamare senza sosta la propria mente e il proprio cuore all'invocazione "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore", che ripeterà in maniera devota verbalmente e mentalmente, durante la meditazione o il lavoro manuale o nello svolgimento di altre attività previste dalla regola; finché tale formula sarà stata totalmente assimilata dalla propria anima e sgorgherà da essa in maniera spontanea e silenziosa, come una sorgente dalla roccia.
La preghiera esicasta, detta anche "preghiera di Gesù" è parte costituitiva essenziale di questa regola, costituisce dunque un dovere cu il'eremita dovrà applicarsi diligentemente.

Il lavoro

Il lavoro svolto dall'eremita dovrà essere sufficiente a procurargli il sostentamento evitando di mendicare ed essere di peso al prossimo.
Dovrà essere un lavoro tale da consentirgli di abbandonare la cella il meno possibile.
L'eremità non disprezzerà forme di lavoro umile e manuale. Dedicherà una parte del tempo al lavoro intellettuale, come previsto dalla norma relativa allo studio.

Lo studio

Lo studio è dedicato in modo particolare: 

- ai Padri della Chiesa Occidentale e Orientale

- a testi teologici, spirituali, interconfessionali, rilevanti nel contesto del dialogo ecumenico tra le Chiese Cattolica, Ortodossa e le Chiese Riformate. Ciò costituirà spesso anche materia di lavoro nella forma di traduzione, divulgazione e approfondimento scientifico, sia mediante un apposito Blog, sia attraverso pubblicazioni monografiche o saggi su riviste scientifiche in ambito teologico, liturgico, storico-reliogioso.

- all'approfondimento delle lingue indispensabili per lo studio delle fonti e dei testi più recenti in ambito cattolico, ortodosso e riformato: inglese, tedesco, francese, spagnolo, greco antico, latino ed ebraico.

- alla lettura di testi spirituali di ambito monastico, ascetico e contemplativo.

Lo studio è considerato, accanto al lavoro manuale, una medicina contro l'ozio, una pratica ascetica, un mezzo di sostentamento e uno strumento di carità. Lo studio è inoltre considerato come vero e proprio "culto della Verità".

La penitenza, la povertà e il dono di sé a Dio nella castità

Tutta la vita dell'eremita è penitenza. Nell'antichità la vita eremitica era considerata un "martirio" bianco", accanto al martirio rosso dei cristiani che venivano uccisi per la propria fede. Le origini di questa forma di vita, già presente da tempi remoti anche in altre religioni, risalgono, per quanto riguarda il cristianesimo alla fuga nel deserto egiziano di alcuni cristiani, inizialmente per evitare le persecuzioni, successivamente, con il cessare delle persecuzioni, per combattere l'affievolimento della vita spirituale cristiana nelle città.

Lo status stesso di eremita comporta un cammino ascetico impegnativo, che costituisce di per sé, una forma di penitenza.

Anche la scelta di una vita povera, di un umile nascondimento, ai margini della società e della Chiesa stessa, costituisce una forma di penitenza.

La preghiera continua, il ritornare con perseveranza alla presenza di Dio, costituisce una incessante metanoia, quella conversione annunciata dal Battista e da Cristo stesso nella sua predicazione.

L'eremita si impegna anche a vivere in castità per un integrale dono di sè a Dio nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera incessante, che lo rendono già sulla terra simile agli angeli.

L'eremita si asterrà dalle carni ogni lunedi, mercoledi e venerdi della settimana, ma potrà consumare uova e latticini, oltre a legumi, verdura e frutta. In questi tre giorni praticherà un digiuno parziale, fino alle ore 15 00, fatta eccezione per un bicchiedere di latte a colazione.
Fatte salve eventuali ed effettive necessità di preservare la propria salute, l'eremita osserverà tutti i digiuni previsti dal Book of Common Prayer (1928).

In tutti i giorni in cui non è previsto il digiuno l'eremita consumerà tre pasti al giorno, sobri e nutrienti: una colazione, con una o due uova, un bicchiere di latte e qualche biscotto; un pranzo composto da un'unica portata e da un contorno o della frutta, una cena, composta da un'unica portata e da un contorno o della frutta.

Il Venerdi santo osserverà un digiuno completo a pane e acqua fino al vespro.

In caso di malattia e su consiglio del proprio padre spirituale, l'eremita potrà prendere tutti i cibi necessari per il ripristino del proprio stato di salute o per un suo migliore mantenimento, In ogni cosa seguirà le direttive del proprio padre spirituale.

Il silenzio, che costituisce un elemento essenziale della vita eremitica, non è considerato uno mezzo di penitenza ma una via per essere presenti a Dio, nostro Bene, nostra gioia e nostro Tutto.

L'obbedienza al Padre spirituale

L'eremita avrà cura di eleggere un padre spirituale di comprovata esperienza e maturità, nonché con una specifica preparazione sulla vita monastica e possibilmente sulla vita eremitica.
L'eremita coltiverà il sacro vincolo dell'obbedienza al proprio padre spirituale, con un fiducioso spirito di abbandono alla volontà di Dio.
Il padre spirituale dovrà, ad ogni modo, agire con adeguato discernimento al fine di non contrastare il soffio dello Spirito di Dio e quanto questi possa suggerire all'eremita.
Il padre spirituale potrà essere - ed è consigliabile che sia - persona differente dal confessore dell'eremita.

Il Signore aiuti l'eremita a perseverare in questa Regola ✠



La somma non fa il totale


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose nel Cielo e sulla terra; ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo, e concedi la pace ai nostri giorni; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

In queste settimane, dette “dopo l’Epifania”, che ci separano dalla domenica di Septuagesima, la quale segnerà l’inizio di un periodo pre-quaresimale, troviamo tre importanti episodi evangelici, che rappresentano fin dall’antichità, i tre momenti più importanti della manifestazione – “epifania”, appunto – del Signore all’umanità, al di fuori dei confini di Israele, ovvero al di fuori dei confini del “popolo eletto”.
Il primo episodio è quello narrato nel Vangelo per la messa del 6 gennaio, ovvero l’arrivo dei magi a Betlemme. I magi erano appunto sacerdoti e maghi giunti dall’Oriente, i quali scrutando il cielo avevano individuato la nascita del Figlio di Dio, che si recarono ad adorare. Rappresentano i popoli non israelitici, le altre religioni, che riconoscono - o riconosceranno - in Gesù il Salvatore.
Fin dai primi secoli cristiani però l’Epifania è stata associata a due altri importanti eventi, narrati, rispettivamente, nel vangelo di questa domenica e in quello che leggeremo domenica prossima. Questa domenica il primo capitolo del Vangelo di Marco ci offre il racconto del battesimo di Gesù al Giordano, da parte di Giovanni il Battista. Domenica prossima troveremo invece il racconto del miracolo alle Nozze di Cana, dove Gesù trasforma l’acqua in vino, manifestando la sua potenza mediante il suo primo “miracolo pubblico”.
Entrambi gli episodi sono una manifestazione della sua divinità. Al Giordano, infatti, dove egli si sottopone al battesimo penitenziale di Giovanni - non perché avesse peccato, ma per discendere nelle acque e santificarle - i cieli si aprono e la voce del Padre risuona per attestare, anche mediante lo Spirito che appare in forma di colomba, che Gesù è il Cristo, il Figlio prediletto, in cui Dio si è compiaciuto. Abbiamo qui non solo una rivelazione della divinità di Gesù, ma al contempo la manifestazione di Dio come Trinità, mistero alla cui vita siamo chiamati a partecipare. Se il battesimo di Giovanni, infatti, rappresentava un rito sostanzialmente penitenziale, che serviva a rimettere i peccati e a segnare una tappa importante di conversione a Dio in vista della nuova era messianica, il battesimo cristiano ha una natura diversa e rappresenta una tappa più radicale: in esso veniamo incorporati a Cristo e riceviamo al contempo il dono dello Spirito che ci consente di chiamare Dio “Padre”.
Da qui l’indissolubilità dei riti di iniziazione cristiana – battesimo, crismazione ed eucaristia-, che nell’antichità – e ancora oggi nelle chiese orientali – vengono amministrati insieme e considerati in stretta complementarietà. Questa prassi risale alla tradizione evangelica attestata da Gv 3, al dialogo in cui Gesù spiega al dotto israelita Nicodemo che è necessario “rinascere dall’alto” per vedere il Regno di Dio, è necessario “nascere da acqua e dallo Spirito”. La crismazione rappresenta proprio il sigillo dello Spirito. È inimmaginabile, infatti, l’incorporazione al Figlio, senza il dono dello Spirito che il Padre riversa su di lui e che il Figlio restituisce al Padre, nella circolarità dell’amore divino. Al tempo stesso, una iniziazione cristiana senza eucaristia sarebbe incompleta. Perché lo Spirito è Colui che ci consente di riconoscerci membra di uno stesso corpo, nei diversi carismi che ci sono stati donati. È ciò che afferma l’apostolo Paolo nel capitolo 12 della lettera ai Romani che abbiamo letto oggi, ma anche nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.
L’eucaristia realizza la comunione con il corpo di Cristo, che si manifesta nella stessa Chiesa, e ci consente di partecipare del dono dello Spirito con tutte le altre membra, di riceverlo e comunicarlo nella fede. In tal modo l’iniziazione cristiana – il battesimo, la crismazione, l’eucaristia – non sono mai fatti privati, che riguardano il singolo credente e la sua stretta cerchia di famigliari, che prendono parte al rito. Sono il mistero unico e tripartito, attraverso il quale la Chiesa ci è rivelata come realtà soprannaturale - molto di più della semplice somma dei credenti -, Corpo mistico di Cristo, edificata con pietre vive e vivificata dallo Spirito.
Nel cristianesimo non c’è spazio per una fede vissuta in maniera puramente individualistica, seguendo il Culto in televisione o meditando in privato qualche pagina della Bibbia. La fede autentica ci trasforma nella nostra relazione con Dio e con il prossimo, perché attraverso di essa il Signore ci rende causa efficiente ed efficace nell’edificazione del suo Regno, per concedere all’umanità giorni di pace autentica, la sua pace, non la pace come la dà il mondo, ma come soltanto lo Spirito di Dio può donare. Allora ogni uomo riacquisterà dignità e l’umanità si scoprirà come qualcosa di più della somma aritmetica dei singoli individui.

Rev. Dr. Luca Vona, Eremita



sabato 18 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Voi sarete santi.

Poiché io sono il SIGNORE, il vostro Dio; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo. Levitico 11,44

Siamo stati creati al fine di partecipare alla natura divina. Dio ci ha creati per essere simili a lui in santità; non uguali, ma simili.
Se Israele fu chiamato ad essere il suo popolo, un popolo santo, separato dagli altri popoli e luce per gli altri popoli,in Cristo la chiamata alla santità diviene universale; egli è venuto a restaurare nell'uomo l'immagine divina, sfigurata dal peccato.

Preghiera

Signore, mi hai creato affinché fossi a te simile. La tua volontà sia la mia volontà. Aiutami a consacrare la mia vita, offrendola totalmente a te. Mentre cerco di essere completamente tuo rendimi santo come tu sei santo. Te lo chiedo nel nome di Gesù Cristo. Amen.




- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

venerdì 17 gennaio 2020

Due parole sul digiuno, tra Oriente e Occidente cristiano

Se la penitenza è l’elemento più costante lungo la storia delle forme di riconciliazione, il digiuno resta fino ad aggi l’espressione più concreta della volontà di cambiare vita. È bene dunque prestargli un po’ di attenzione. Le tradizioni orientali sono ricche di richiami penitenziali. Ogni settimana dell’anno ha conservato il digiuno del mercoledì e venerdì attestato dalla Didaché (ca. 50/70), in apparente polemica con i digiuni ebraici del lunedì e giovedì (VIII.1) e che il canone XV sulla Pasqua di Pietro d’Alessandria († 311) motiverà ulteriormente con la memoria del tradimento di Giuda (mercoledì) e della passione e morte del Signore (venerdì). In Oriente digiunare non significa astenersi dal cibo ma soltanto da alcuni cibi, cioè da tutti i prodotti che hanno origine animale: carne, uova, latticini e pesce, compresi i condimenti come lo strutto. Un tale regime strettamente vegetariano copre già più di cento giorni in un anno. Con l’introduzione all’inizio del IV sec. del digiuno pre-pasquale di quaranta giorni, la Quaresima che tende ad imporsi ovunque dopo il concilio di Nicea (a. 318), la dieta del mercoledì e venerdì viene estesa a tutti i giorni quaresimali, e così i giorni vegetariani ormai venivano a sfiorare quota 150. La forza del digiuno è stata tale e tanta da produrre la varia lectio di Mc 9, 29: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo se non con il digiuno e la preghiera», riportata già nei “grandi onciali” del IV secolo.
In seguito ciascuna Chiesa istituì altri periodi di digiuno, propri o comuni ad altre Chiese. Nella Chiesa di Costantinopoli ve ne sono in preparazione alle feste del Natale, degli apostoli Pietro e Paolo (periodo variabile) e della Dormizione della Madre di Dio il 15 agosto (due settimane). Alla fine i giorni vegetariani sono almeno 210 su 365 e il regime ha creato una vera e propria cultura culinaria.
del digiuno con un forte richiamo anche in Occidente che si traduce nella traduzione dal greco e dal russo di un buon numero di libri di cucina.
Questi giorni e periodi hanno sulle persone un forte richiamo. Naturalmente tutto può degenerare in formalismo o abitudine – è il pericolo di molte espressioni ecclesiali dentro e fuori l’ortodossia – ma rettamente inteso, il sistema ortodosso del digiuno ha il vantaggio di coinvolgere la materia e la fisicità (cibo /corpo) allontanando il rischio di una penitenza spiritualizzata. Una sera, stando a cena con un sacerdote ortodosso e con la sua famiglia, durante la quaresima della Dormizione della Theotokos in agosto, egli mi diceva:
«sappiamo molto bene che il digiuno non è fondamentale e neanche così importante, ma è un segno reale di disponibilità alla rinuncia, a modificare una visione della vita in cui ci sembra di aver diritto a tutto e sempre, ad una visione della vita in fondo molto infantile. Digiunare significa accordare di nuovo il primato a ciò che non passa».
Riflettiamo anche sul fatto che si tratta di penitenze regolate dall’anno liturgico, quindi di una realtà oggettiva, che non ha nulla a che fare con l’emozione di chi si sente di fare privazioni oggi piuttosto che domani o non so quale altro giorno. Eppure oggi nella Chiesa cattolica l’argomento digiuno è tabù. Mi sorprende sempre constatare che le persone, anche religiosi e religiose pronte a dare addosso al digiuno (che comunque non fanno), sono le stesse poi disposte ad affrontare estenuanti diete prescritte dallo specialista consultato...

        - Stefano Parenti, Rivista Liturgica (4/2017)


Una nota sulle Chiese Anglicane e sul Metodismo

Nella Chiesa Anglicana il Book of Common Prayer del 1662 prevede il digiuno tutti i venerdi dell'anno, eccetto quando cadono nella feste di Natale o dell'Epifania e nelle altre Feste liturgiche

Il digiuno è prescritto inoltre per le Vigilie delle seguenti feste:

Natività di Nostro Signore (Natale)
Purificazione della Beata Vergine Maria
Annunciazione della Beata Vergine maria
Pasqua
Ascensione
Pentecoste
San Mattia
San Giovanni Battista
San Pietro
San Giacomo
San Bartolomeo
San Matteo
Santi Simone e Giuda
Sant'Andrea
San Tommaso
Tutti i Santi

In aggiunta, i giorni completi di digiuno sono:

I.   I Quaranta giorni della Quaresima
II. Il mercoledi, venerdi e sabato nei Quattro tempi liturgici (quatuor anni tempora o Ember Days):

1. Mercoledi, venerdi e sabato dopo la prima domenica di Quaresima
2. Tra la Festa di Pentecoste e la Domenica della Trinità
3. Il 14 settembre
4. Il 13 dicembre

III. I tre Rogation days (Giorni rogatori, di penitenza e preghiera per la benedizione divina del lavoro dell'uomo), ovvero lunedi, martedi e mercoledi prima del Giovedi Santo e dell'Ascensione del Signore.


Il Book of Common Prayer del 1928, in uso nella Chiesa Episcopale degli Stati Uniti, fino alla riforma del 1979, ma ancora utilizzato dalle Chiese Anglicane di Continuazione (Tradizionaliste) prevede i seguenti giorni di digiuno:

Tutti i venerdi dell'anno, eccetto quando cadono nella feste di Natale o dell'Epifania e nelle altre Feste liturgiche.

I.   I Quaranta giorni della Quaresima
II. Il Mercoled', Venerdi e Sabato nei Quattro tempi liturgici (quatuor anni tempora o Ember Days):

1. Mercoledi, venerdi e sabato dopo la prima domenica di Quaresima
2. Tra la Festa di Pentecoste e la Domenica della Trinità
3. Il 14 settembre
4. Il 13 dicembre

Tra le chiese evangeliche è da segnalare che John Wesley e i primi Metodisti digiunavano tutti i mercoledì e i venerdi dell'anno, eccetto quando cadevano in occasione dei Feste liturgiche. Wesley, divenne a un certo punto della sua vita completamente vegetariano e scelse di fare un solo pasto al giorno (Diario, 7 ottobre 1735)

        - Rev. Dr. Luca Vona, Eremita




Meditazione del giorno. Dio è santo

Perché chi studia attentamente le Scritture scopre la suprema importanza della santificazione impressa da Dio nell'anima? La risposta la troviamo nella natura stessa di Dio.
Dio è santo. la santità è una componente intrinseca della sua natura.
Noi abbiamo una immagine chiara di Dio quando guardiamo a Gesù Cristo. Di lui è scritto nel Libro dei Salmi: "Il tuo trono, o Dio, dura in eterno; lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia. Tu ami la giustizia e detesti l'empietà. Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto d'olio di letizia; ti ha preferito ai tuoi compagni" (Sal 45,6-7; cfr. anche Eb 1,9).
Dio desidera solo il meglio per ogni uomo e per ogni donna. Dio è perfetta giustizia e perfetto amore; il che è ciò che indichiamo prdicando la sua santità.
Quando meditiamo sulle caratteristiche del Dio che serviamo esclamiamo con il salmista: "Quant'è grande la bontà che tu riservi a quelli che ti temono" (Sal 31,19).

Santo, santo, santo
Nonostante l'oscurità ti nasconda
Nonostante l'occhio dell'uomo peccatore
Non possa vedere la tua gloria
Solo tu sei santo,
Non c'è nessuno accanto a te
perfetto in potenza, in amore e purezza.

Holy, holy, holy
Though the darkness hide thee
Though the eye of sinful man
Thy glory may not see
Only Thou art holy,
There is none beside Thee
perfect in power, in love and purity.

(Reginald Heber)




- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

Sant'Antonio e il combattimento spirituale nel deserto

Disse abba Antonio: «Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e, quando vedranno uno che non è pazzo, lo assaliranno dicendogli: "Sei pazzo!" per il solo fatto che non è come loro». (Detti dei Padri del deserto)

Caposcuola del Monachesimo

Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro. A questa forma eroica di santità dei primi tempi del cristianesimo, subentrò un cammino di santità professato da una nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere solo a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini.
Questo fu il grande movimento spirituale del Monachesimo, che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere, dall’eremitaggio alla vita comunitaria. Espandendosi dall’Oriente all’Occidente, divenne la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.
Anche se probabilmente non fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, sant’Antonio ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.
Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu sant’Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse la biografia, fonte principale di ciò che sappiamo di lui.

La scelta di una vita penitente

Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto. Verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
Attratto dall’ammaestramento evangelico «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi», e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio volle scegliere questa strada. Vendette dunque i suoi beni, affidò la sorella a una comunità di vergini e si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato. Vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva, si alzava e pregava; subito dopo, riprendeva a lavorare e di nuovo a pregare. Era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera che, due secoli dopo, avrebbe costituito la base della regola benedettina «Ora et labora» e del Monachesimo Occidentale.
Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e parte la distribuiva ai poveri. Sant’Atanasio asserisce che pregasse continuamente e che fosse così attento alla lettura delle Scritture che la sua memoria sostituiva i libri.

Le sue tentazioni

Dopo qualche anno di questa esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove. Pensieri osceni lo tormentavano, l’assalivano dubbi sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici. L’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali, che aveva cercato di sopire in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.
Chiese dunque aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui. Gli consigliarono anche di sbarazzarsi di tutti i legami e di ogni possesso materiale, per ritirarsi in un luogo più solitario.
Così, ricoperto appena da un rude panno, Antonio si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma. Un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane; per il resto, si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.
In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni. In più, attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale: lo superò perseverando nella fede, compiendo giorno per giorno la volontà di Dio, come gli avevano insegnato i suoi maestri.
Quando alla fine Cristo gli si rivelò l’eremita chiese: «Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?». Si sentì rispondere: «Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…».

La Tentation de saint Antoine (1878), Bibliothèque royale de Belgique

Sulle montagne del Pispir

Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso. Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva: Antonio vi si trasferì nel 285 e vi rimase per 20 anni.
Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane. Seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto «per essere tentato dal diavolo». Era infatti comune convinzione che unicamente la solitudine, permettesse all’uomo di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così una nuova creatura.

Il discernimento degli spiriti

Certamente solo persone psichicamente sane potevano affrontare un’ascesi così austera come quella degli anacoreti. Alcune finivano per andare fuori di testa, scambiando le proprie fantasie per illuminazioni divine o tentazioni diaboliche.
Non era il caso di Antonio: veniva attaccato dal demonio, che lo svegliava nel cuore della notte, oppure gli dava consigli apparentemente per spronarlo a una maggiore perfezione, in realtà per spingerlo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria. L’eremita invece resistette e acquistò, con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, ossia la capacità di riconoscere le apparizioni false, comprese quelle che simulavano le presenze angeliche.

Le prime comunità di discepoli

Venne poi il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica giunsero al fortino e lo abbatterono. Antonio uscì e cominciò a consolare gli afflitti, ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume. Ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale. A tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito e l’unione con Dio.

Fuori dall’eremo per difendere i cristiani

Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita sant’Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero: i due si scambiarono le loro esperienze sulla vita eremitica.
Nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo: si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede, desideroso lui stesso del martirio.
Forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani, fu risparmiato, ma le sue uscite dall’eremo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana. Sostenne con la sua influente presenza l’amico vescovo di Alessandria, sant’Atanasio, che combatteva l’eresia ariana. Scrisse in sua difesa anche una lettera all’imperatore Costantino, che non fu tenuta di gran conto, ma fu importante fra il popolo cristiano.

Nella Tebaide

Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel fortilizio del Mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo più isolato. Andò dunque nel deserto della Tebaide, nell’Alto Egitto, dove prese a coltivare un piccolo orto per il sostentamento suo e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui.
Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita. Poté seppellire il corpo dell’eremita san Paolo di Tebe con l’aiuto di un leone; per questo è considerato patrono dei seppellitori.
Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia. Morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto. (Antonio Borrelli)

Tracce di lettura

Disse abba Antonio ad abba Poemen: «Questo è il grande lavoro dell'uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio e attendersi la tentazione fino all'ultimo respiro».

Disse ancora: «Dal prossimo ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello guadagniamo Dio, ma se scandalizziamo il fratello pecchiamo contro Cristo».

Disse ancora: «Chi dimora nel deserto e cerca la pace è liberato da tre guerre: quella dell'udito, quella della lingua e quella degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore».

Disse abba Antonio: «Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e, quando vedranno uno che non è pazzo, lo assaliranno dicendogli: "Sei pazzo!" per il solo fatto che non è come loro».

Tre padri avevano l'abitudine di recarsi ogni anno dal beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell'anima; uno, invece, taceva sempre e non chiedeva nulla. Dopo molto tempo abba Antonio gli disse: «Da tanto tempo vieni qui e non mi chiedi niente!». E quello gli rispose: «Mi basta vederti, padre!».

(Detti dei padri, Serie alfabetica, Antonio 4.9.11.25.27)

giovedì 16 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Lo Spirito Santo e la nostra santificazione

ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: «Siate santi, perché io sono santo». 1 Pietro 1,15-16

Il teologo Albert Gray, nella sua opera Studies in Christian Theology, afferma: "Poiché il Paradiso è un luogo santo, il peccato non può entrarvi. Solo ai puri di cuore è promesso di poter vedere Dio.
Un cuore santo o santificato è un cuore puro, purificato nel Sangue di Cristo.
Una vita nella santità deve avere un inizio. La santificazione iniziale è il risultato di della rinascità dall'alto. Ogni peccato consapevole e volontario cessa quando si diventa figli di Dio.
Tuttavia, il neo-convertito scopre presto difetti nelle sue disposizioni e abitudini, che necessitano di una ulteriore correzione. Ci sono tendenze al male, contro le quali deve combattere e alle quali non dà il consenso della sua volontà.
Ci sono due modi in cui questi difetti sono vinti: con una vera e definitiva esperienza dello Spirito infuso o con un accrescimento della grazia. La prima esperienza è istantanea, la seconda graduale.

          - Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harpe


Risultati immagini per siate santi perché io sono santo

- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

Georg Burkhardt, detto Spalatino. Umanista e riformatore in Sassonia

Georg Burckhardt, detto generalmente lo Spalatino dal suo luogo di origine, Spalt (Norimberga), dove nacque il 17 gennaio 1484, fu sacerdote e umanista. Educato a Norimberga e a Erfurt, insieme con Lutero, entrò ben presto in rapporti molto stretti con la corte elettorale di Sassonia, presso la quale fu dapprima precettore dell'elettore Giovanni Federico e dal 1514 cappellano e segretario di Federico il Saggio. Data tale sua posizione servì da intermediario tra l'elettore Federico e Lutero e contribuì non poco al primo affermarsi della Riforma.

Lucas Cranach, Ritratto di Georg Spalatino (1509), Lipsia, Museum der Bildenden Künste

Burkhardt contribuì all'introduzione della Riforma e all'organizzazione della Chiesa luterana in Sassonia; partecipò poi alla stesura della Confessione di Augusta del 1530. Scrisse gli Annales reformationis, un elenco di fatti e personaggi della Riforma dal 1463 al 1526 e infine partecipando nel Dicembre 1536, su invito di Lutero assieme a Johannes Schneider (Agricola) e Nikolaus von Amsdorf,  alla stesura degli Articoli di Smalcalda, sollecitati dal principe elettore di Sassonia, Giovanni Federico I (1532-1547) come risposta alla bolla papale Ad dominici gregis di Papa Paolo III (1534-1549), e che diedero origine al trattato omonimo.

Morto Federico, ebbe la confidenza anche dell'elettore Giovanni il Costante, ma dal 1525 si ritirò ad Altenburg, dove svolse il ministero pastorale e morí il 16 gennaio 1545.

Tradusse in latino scritti di Lutero, Melantone, Erasmo, e scrisse una sua autobiografia e le vite degli elettori di Sassonia Federico, Giovanni e Giovanni Federico. Parte delle sue opere fu pubblicata dal Neuvecker nel 1851 e una nuova edizione ne ha dato nel 1922 G. Wolf (Quellenkunde zur d. Reformationgesch., voll. 2). Del suo prezioso epistolario la massima parte giace ancora inedita a Weimar.

        - Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

mercoledì 15 gennaio 2020

Musica, liturgia e memoria dei defunti in Inghilterra tra tardo medioevo e prima epoca Tudor

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Il saggio esplora le origini della musica liturgica anglicana, non solo dal punto di vista musicologico ma anche liturgico, teologico e antropologico. Il periodo di riferimento è quello tra il tardo Medioevo e la prima epoca Tudor, con particolare attenzione ai mutamenti intercorsi durante il regno di Edoardo VI. L'ambito di indagine è rivolto in modo specifico alla riforma della liturgia dei defunti. È infatti nel contesto delle liturgie intercessorie che si è avuto lo sviluppo della polifonia ecclesiastica inglese. Lo studio evidenzia che le innovazioni liturgiche introdotte con la riforma anglicana condussero a una sintesi peculiare tra elementi di continuità con la tradizione del tardo Medioevo e l'accoglienza delle più importanti istanze della Riforma. Il risultato fu una risignificazione del rapporto tra i vivi e i defunti.

Dettagli prodotto

Copertina flessibile: 363 pagine
Editore: Grampus Publishing (13 gennaio 2020)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 166008251X
ISBN-13: 978-1660082513
Peso di spedizione: 621 g
Prezzo: € 26,00

Meditazione del giorno. La santificazione nelle Scritture

Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 1 Tessalonicesii 5,23-24

Tra le chiese della famiglia del movimento di santità ("Holiness") la Pilgrim Holiness Church, nel suo Manuale, offre una serie di brevi sentenze teologiche supportate da brani delle Scritture.

L'intera santificazione è conseguenza della rigenerazione

non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati...  Santificali nella verità. Giovanni 17,9.17

Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Luca 3,16


La santificazione è per tutti i credenti


Santificali nella verità: la tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch'io ho mandato loro nel mondo. Per loro io santifico me stesso, affinché anch'essi siano santificati nella verità.
Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola. Giovanni 17,17-20

È un'esperienza istantanea, ricevuta per fede

Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo. Atti 2,1-4


Purifica da ogni peccato il cuore di colui che la riceve


Ma se camminiamo nella luce, com'egli è nella luce, abbiamo comunione l'uno con l'altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. 1 Giovanni 1,7-9


Lo consacra e lo dota di tutto ciò di cui ha bisogno per compiere la volontà di Dio


Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra». Atti 1,8


Ti lodiamo per lo splendore
Che irradia dal tuo testo sacro
Una lanterna ai nostri passi,
Brilla di età in età.

We praise Thee for the radiance
That from the allowed page,
A lantern to our footsteps,
Shines on from age to age.

(William Whalsham How)




          - Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harpe

Paolo di Tebe, primo eremita. Una pietra nascosta nel tempio della Chiesa

Incomincia e finisce da solo. Non fa neppure un discepolo. Nemmeno ci pensa. Sarà considerato il primo degli eremiti cristiani, forse, ma non gli importa che ce ne sia un secondo. Avvolto nel mistero e affascinante, questo Paolo: non ha lasciato scritti o parole memorabili, morendo all’insaputa di tutti in un posto sconosciuto a moltissimi. E poi accade che, a otto secoli circa dalla sua morte, nasca una comunità religiosa col nome di “Ordine di San Paolo Primo Eremita” o “Eremiti di San Paolo”: una comunità che, allo spirare del XX secolo, sarà ancora viva e conosciutissima, avendo la sua casa generalizia in Polonia, presso il santuario mariano di Czestochowa, a contatto con milioni di pellegrini.

Guercino, San Paolo eremita nutrito dal corvo, olio su tela, 178 x 233 cm, Pinacoteca Nazionale di Bologna

Però è da vedere se questo Paolo corra dalla città al deserto già con quell’idea di vivere in solitudine e preghiera fino alla morte. Sappiamo che è di famiglia egiziana nobile, già cristiano. E che fugge verso il deserto inizialmente per salvare insieme la fede e la vita. E’ cominciata infatti la persecuzione ordinata dall’imperatore Decio a metà del III secolo, nel tentativo di ridare unità al mondo romano attorno alle antiche divinità pagane. Una persecuzione breve, ma dura e capillare, perché si chiede a ognuno di partecipare personalmente a riti pagani, come segno di lealtà allo Stato. Chi accetta può vivere tranquillo, ricevendo una sorta di certificato di buona condotta. E molti cristiani difatti accettano, in modo più o meno convinto, per salvare la vita. Paolo non rende omaggio agli dèi; si salva con la fuga.
Presto l’imperatore Decio muore combattendo in Tracia contro i Goti (anno 251) e la persecuzione cessa. Ma Paolo non ritorna. Non lo si vede più: il deserto e la solitudine lo hanno conquistato. Lo appagano, lo fanno sentire realizzato e mai più bisognoso di tornare indietro verso la città, la famiglia, i beni. Un luogo montagnoso con nascondigli propizi; una fontana, e quindi degli alberi, dei frutti: questo diventa per lui il migliore dei mondi. Ci resterà per sessant’anni, morendo vecchissimo. San Gerolamo (ca. 347-420) scriverà su di lui un libro ricco di avventure entusiasmanti, ma sprovvisto di notizie certe.
Un santo bizzarro: senza data sicura della morte, senza che una sola parola sua ci sia pervenuta. C’è in Egitto un monastero, di fronte al Sinai (eretto forse nel VI secolo da Giustiniano), che, secondo la tradizione, conserva la sua cella. Niente altro abbiamo che ci colleghi materialmente a quest’uomo del silenzio. Tuttavia la Chiesa ne conserva il ricordo, con questa aureola di isolamento radicale. Sappiamo che Antonio abate, maestro di monaci, andò a visitarlo da vecchio. E che, tornando dopo alcuni anni, non l’ha più trovato vivo. Anche all’incontro con la morte Paolo l’egiziano è andato da solo. Nessuno ha saputo quando e come.

- Domenico Agasso

Serafino di Sarov. Farsi cosa tra le cose, per ricapitolare l'intera creazione in Dio

Serafino di Sarov è il santo più amato e venerato, con san Sergio di Radonez, tra tutti i santi russi; egli è una vera e propria «icona della spiritualità russa» (Pavel Evdokimov), una delle sue espressioni più mature e consapevoli. Serafino è il santo serafico, dolce e mite di cuore, uno dei volti più luminosi di tutta la tradizione ortodossa; ma vi è in lui anche un’eccedenza che trascende questa stessa tradizione che lo ha nutrito. Proprio perché egli ne incarna fino in fondo le radici, il suo messaggio ha una portata universale, per tutte le Chiese e per tutti gli uomini.
Prokhor Moshnin, il futuro starec Serafino, nacque a Kursk, nel governatorato di Tambov, il 19 luglio 1759, da una famiglia di mercanti. Il padre Isidoro (Sidor) morì quando Procoro aveva solo tre anni; la madre Agathia gli trasmise una grande eredità di fede e di preghiera. Già le Vite più antiche narrano come a sette anni rimase illeso cadendo dalle impalcature della chiesa, dedicata a san Sergio, che l’impresa di famiglia stava costruendo: la madre vi lesse un intervento miracoloso della Madre di Dio.
San Serafino di Sarov in un’icona russa del XIX secolo conservata 
nella Biblioteca Nazionale di Parigi [© Scala]
San Serafino di Sarov in un’icona russa del XIX secolo conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi 

Sin da ragazzo, Procoro imparò a leggere assiduamente i Salmi e i Vangeli. A diciassette anni si recò in pellegrinaggio a Kiev, per interrogare e ascoltare il celebre recluso Dosifej, che lo indirizzò all’eremo di Sarov. Il 20 novembre 1779, vigilia della Presentazione al Tempio della Madre di Dio, il giovane Procoro iniziò il suo noviziato, lavorando per obbedienza prima come fornaio, poi come falegname. In questi anni conobbe gli scritti dei Padri sulla vita spirituale e iniziò a praticare la preghiera di Gesù. Fu allora che una misteriosa e lunga malattia lo colpì, costringendolo a letto per diciotto mesi. Al superiore di Sarov, lo starec Pacomio, preoccupato per la vita del giovane, egli confidò: «Ho consegnato me stesso ai veri medici delle anime e dei corpi: il Signore nostro Gesù Cristo e la sua purissima Madre, la benedetta Vergine Maria». E la Madre di Dio visitò il novizio Procoro, risanandolo.
Questo episodio ha un valore emblematico. Molti anni dopo, quando dei briganti assalirono Serafino che si era ritirato nella solitudine della foresta di Sarov, lasciandolo in fin di vita, la Madre di Dio ritornò a manifestarsi a lui, accompagnata dagli apostoli Pietro e Giovanni, ai quali avrebbe detto: «Costui è della nostra stirpe». Come san Sergio di Radonez, come san Francesco di Assisi in Occidente, Serafino appartiene a una particolare “qualità” di testimoni nella storia della Chiesa: alla nuvola degli ermeneuti, dei narratori dell’agape, della dolcezza, della tenerezza; coloro che sperimentano e quindi affermano che Dio è soltanto amore (cfr. 1Gv 4, 8), quelli che conservano le parole nel proprio cuore (Lc 2, 51) piuttosto che predicarle con la bocca, coloro che fanno di ogni giorno un’alba in cui correre pieni di fuoco verso il sepolcro per contemplare la Risurrezione. Maria, la Madre del Signore, Pietro, Giovanni: meravigliosa e bruciante costellazione che attraversa la storia nel segno dell’accoglienza reciproca, nel ridirsi costantemente madre e figlio (cfr. Gv 19, 26-27), nel consumarsi di amore per l’incontro con l’Amato, nel rallegrarsi per la risurrezione di Cristo! Che cosa possono ridire incessantemente questi testimoni dei primi giorni se non che «Cristo è risorto!»? Serafino, anch’egli della stessa stirpe di questi santi agapici, quando incontrava un fratello lo salutava con l’augurio pasquale in ogni tempo dell’anno: «Radost’ moja, Christos voskrese! [Mia gioia, Cristo è risorto!]». Leggendo la sua vita non possiamo che acconsentire alle parole pronunciate dalla Madre di Dio su di lui, non possiamo che cogliere il fiammeggiante tra i fiammeggianti, i serafini neotestamentari che hanno vissuto di amore.
«Il 13 agosto 1786, con l’autorizzazione del Santo Sinodo, Procoro fu tonsurato monaco dal superiore, lo ieromonaco Pacomio, e gli fu imposto il nome di Serafino. Accolto il nuovo nome angelico, egli distolse gli occhi dalle cose vane e, convertitosi con la conversione voluta da Dio, diresse il proprio cammino, nell’attenzione interiore e con la mente immersa nella contemplazione di Dio, verso l’eterno sole di verità, Cristo Dio, il nome del quale egli portava sempre nel cuore e sulle labbra». Così è raccontato l’inizio del cammino monastico di Serafino in una delle prime Vite. Ancora diacono, durante la liturgia ebbe la visione del Cristo veniente nella gloria. Nel 1793 fu ordinato prete dal vescovo di Tambov; dopo la morte del superiore Pacomio nel 1794, chiese al suo successore Isaia il permesso di condurre vita solitaria. Ritiratosi in un’isba nella foresta, che chiamerà «il Piccolo deserto lontano», si diede a una vita ascetica contraddistinta da lunghi digiuni, frequenti veglie e dal lavoro in un orticello da cui traeva il sostentamento. Tornava in monastero solo la domenica per la liturgia comune e per comunicare all’eucaristia.
Teso a rivivere la vita di Cristo, Serafino diede al suo deserto i nomi della terra dell’incarnazione del Signore, per averne una memoria incessante. Un angolo della foresta è chiamato Nazareth, un altro Betania, la cima di una collina è indicata come Monte delle Beatitudini, una grotta è chiamata Getsemani. Ogni settimana leggeva per intero il Nuovo Testamento e le Regole di Pacomio, si esercitava nell’ininterrotta memoria di Dio praticando la preghiera del cuore, apprendeva e metteva in pratica gli scritti dei grandi padri monastici, e soprattutto continuava il suo sforzo di purificazione su cammini spirituali di cui purtroppo molti uomini ignorano l’esistenza.
Ma qui, nel deserto della solitudine e della lotta contro le passioni e i pensieri ispirati dal demonio, Serafino conosce la sua “discesa agli inferi”. Ogni credente sa che prima o poi, nel suo cammino spirituale, interviene un’ora cattiva, di prova, di lotta indicibile e mai raccontabile agli altri. È l’ora in cui Dio sembra consegnare il suo servo alle potenze infernali, a quelle dominanti nascoste che si mostrano coabitanti nell’uomo, così che l’uomo di preghiera si trova gettato in un faccia a faccia spaventoso e disperato con il male. Anche Mosè, servo di Dio, conobbe quest’ora quando «il Signore gli andò incontro e cercò di farlo morire» (Es 4, 24). Ogni cristiano che ha ricevuto un grado di fede elevato e una missione particolare da Dio, prima o poi conosce questa notte oscura, che ci visita nella malattia fisica, o nella malattia psichica, o nell’esperienza del peccato più devastante. È sempre un’ora misteriosa di cui più tardi neanche il protagonista sa riconoscere l’inizio e la fine, come sia avvenuta la discesa e la risalita, la morte e la risurrezione. Battezzato nella morte di Cristo, colui che è impegnato in una reale sequela deve scendere con Lui negli inferi prima di essere nuova creatura. Sovente questa discesa è la garanzia di un’assunzione seria e decisiva della propria vocazione, di una chiara coscienza di sé quale peccatore perdonato, un salvato da Dio.
Serafino aveva già sperimentato questo abitare nell’ombra della morte nella lunga malattia da novizio, ma negli anni del suo apprendistato della vita eremitica vive quella che sarà la sua esperienza ascetica, il suo podvig più radicale. Come gli antichi stiliti del deserto, Serafino trascorre tre anni, mille giorni e mille notti in preghiera, inginocchiato di giorno su una pietra nella sua cella, e di notte sopra una roccia della foresta, le mani levate al cielo, gridando incessantemente: «Signore, abbi pietà di me, peccatore!». Serafino conosce la discesa all’inferno attraverso le degradazioni dell’essere creato, dall’umano all’animale al vegetale fino a farsi cosa tra le cose, roccia e vento, ricapitolando così tutto il passato cosmico, assumendo nel suo corpo e nel suo modo di vivere la preghiera e il gemito di ogni creatura, divenendo così voce e invocazione di misericordia non solo per tutti gli uomini peccatori, ma per la creazione intera, che geme e soffre in attesa della propria redenzione.
Per tre anni, forse tra il 1807 e il 1810, Serafino osserva il silenzio più assoluto. Dio lo ha reso muto, agnello afono come il Cristo nella passione. Che cosa accadde? Perché quest’ascesi estrema, questo totale estraniamento dalla comunità degli uomini? Non lo sapremo mai! Forse quest’assenza di parola è anch’essa, paradossalmente, una profezia: il silenzio è il linguaggio delle realtà inanimate, ma è anche il linguaggio del mondo futuro. Il comportamento di questo eremita doveva però apparire a molti bizzarro o incomprensibile. Il nuovo superiore Nifonte richiama Serafino dal suo “Piccolo deserto lontano” chiedendogli di ritornare a vivere in monastero. Serafino obbedisce, il Signore sembra chiamarlo a una nuova tappa nel suo cammino di trasfigurazione a immagine di Cristo.
Ritornato a Sarov, Serafino visse per alcuni anni in completa reclusione nella sua cella. Un’icona della Madre di Dio, che egli chiama «gioia di tutte le gioie», è la testimone silenziosa della sua preghiera incessante. Sono ormai passati più di trent’anni dalla sua entrata in monastero. Il lungo tempo della preparazione è terminato, la metamorfosi pneumatica si è compiuta, i demoni sono vinti, e Serafino partecipa ormai delle condizioni del Risorto. Nel 1813 attenua il rigore della reclusione e comincia ad accogliere ospiti e pellegrini ai quali dà i suoi consigli, quale starec ormai pervenuto al discernimento, alla pace interiore. Questo rinnovato incontro con i fratelli nella luce mostra che Serafino non aveva fuggito gli uomini, bensì il mondo; disceso agli inferi con Cristo, con il Cristo risorto dai morti può ora annunciare con gioia e autorevolezza la vittoria definitiva di Cristo sulla morte.
La luce ormai ardente non può restare nascosta. Nel 1825, per un’ispirazione della Tutta Santa, la Madre di Dio, Serafino esce dalla sua cella. Inizia qui l’ultima tappa della sua vita, la sua epifania. Serafino risuscitato, rialzato, risollevato dalla potenza di Dio che lo ha chiamato alla divinizzazione, incontra i contadini, i poveri, gli ultimi, di cui si fa padre e pastore. Consola, esorta e guarisce, mostrando l’icona della Madre di Dio «gioia di tutte le gioie», e con gli occhi pieni di Dio saluta ogni volto che incontra riconoscendovi il volto dell’Amato: «Mia gioia, Cristo è risorto!».
Nel suo ministero di padre spirituale Serafino opera il discernimento degli spiriti su quanti gli chiedono una parola di consolazione o di illuminazione, cura e guarisce i sofferenti, ascolta a lungo le confessioni di uomini e donne pieni di vergogna per i loro peccati, mostra di comprendere il loro smarrimento con la tenerezza di una madre, e infiamma tutti di quella carità infinita capace di amare tutte le creature, animate e inanimate, coscienti e incoscienti, intelligenti e sceme, buone e malvagie. «Dio è fuoco che brucia e infiamma il cuore e le viscere», scrive nei suoi Insegnamenti. Folle di pellegrini accorrono a lui: il “misero Serafino” resta però umile e gioioso, rifugiandosi sovente nella foresta per conservare la pace e vivere la santa esichia (bezmolvie), la quiete interiore dell’uomo che sa comunicare con Dio e con i fratelli.
Non poteva essere altrimenti: chi si è fatto stavroforo (portatore della croce) con Cristo, è fatto da Dio pneumatoforo (portatore dello Spirito)! «Fin da ora, già adesso e qui», insiste Serafino, «occorre vivere la gioia del Regno, la comunione con il Signore, occorre acquisire il dono dello Spirito Santo», il Consolatore che fa di ciascuno l’abitazione di Dio. Serafino aveva imparato a farsi obbediente soltanto allo Spirito, che in lui parlava senza ostacoli: «Il primo pensiero che mi si affaccia alla mente, ritengo sia Dio a inviarmelo, così parlo senza sapere che cosa sta succedendo nell’anima del mio interlocutore, ma con la certezza che questa è la volontà di Dio ed è per il suo bene. Ma a volte accade ch’io risponda a una qualche questione senza affidarla alla volontà di Dio, fidandomi della mia ragione, pensando sia possibile risolverla senza ricorrere a Dio. Ma in quei casi commetto sempre degli errori». Così il santo parla candidamente del suo discernimento. Egli non andava dall’uomo a Dio, ma da Dio all’uomo.
Di questa sua docilità allo Spirito Santo ci hanno lasciato una commovente testimonianza le sorelle della “Comunità del Mulino” di Diveevo, la comunità monastica femminile che Serafino aveva seguito dalla fondazione e alla quale aveva preposto come responsabile Elena Manturova, una giovane monaca di Diveevo che lo stesso Serafino aveva preparato sin da ragazza a questo compito. Egli desiderava predisporre tutto per una integrale formazione spirituale e umana per queste giovani in ricerca di un autentico cammino monastico: la sua sapiente e amorevole guida paterna seppe dare alla fragile comunità di sorelle quegli strumenti spirituali che permisero loro di continuare nella fedeltà alla vocazione ricevuta, nonostante le difficoltà e le divisioni, nonostante le prove e le sofferenze, soprattutto dopo la rivoluzione del 1917, quando la comunità fu dispersa e perseguitata.
Oggi il monastero di Diveevo è ricostruito, è ancora meta di fedeli, luogo di preghiera e di invocazione della misericordia di Dio sulla Russia e sul mondo. Quando nel 1991 le reliquie di san Serafino furono ritrovate nel deposito del Museo dell’ateismo (oggi di nuovo la Cattedrale della Madre di Dio di Kazan’ a San Pietroburgo), un’incredibile folla seguì la loro traslazione a Diveevo: lo spirito di amore e di perdono che san Serafino aveva saputo discernere e accogliere nella sua vita si era rivelato ancora una volta più forte dell’odio e della distruzione che gli uomini sono capaci di operare.
Nella trasfigurazione del Signore sul monte Tabor i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni riuscirono a vedere il Cristo trasfigurato poiché erano stati essi stessi trasfigurati in quella medesima luce. Così avvenne anche per san Serafino e per quanti ebbero la grazia di incontrarlo. La trasfigurazione non è evento che si chiude sul trasfigurato, ma è evento che trasfigura quelli che ne sono i testimoni, quelli che sperimentano il privilegium amoris di vivere accanto a Lui, come accanto a Serafino vissero Elena Vasilievna Manturova e suo fratello Michail, le povere orfanelle della Comunità del Mulino e il giovane Nikolaj Motovilov, che san Serafino guarì da una grave paralisi. È a quest’ultimo che il santo si mostrò mentre la luce divina gli trasfigurava il volto. Gli appunti di Motovilov purtroppo andarono perduti con la dispersione degli archivi di Diveevo, ma nel 1903, l’anno della canonizzazione di Serafino, il noto pubblicista Sergej Nilus ne aveva pubblicato una parte col titolo di Dialogo dello starec Serafino con A. N. Motovilov sul fine della vita cristiana. Grazie a questa pubblicazione, ben presto tradotta in tutte le lingue, nel XX secolo il messaggio di san Serafino ebbe una grandissima diffusione anche in Occidente. Il fine della vita cristiana, rivela Serafino al suo amico, è l’acquisizione dello Spirito Santo, quello spirito di amore che Cristo visse fino all’estremo.
Il 2 gennaio 1833, inginocchiato davanti all’icona della Madre di Dio, «gioia di tutte le gioie», Serafino incontrò Colui che egli aveva tanto cercato, il Cristo umile, dolce e misericordioso. Lo Spirito Santo, da lui acquisito con la sua vita monastica, lo aveva guidato, donando sempre alla sua lampada l’olio dell’amore gioioso, frutto dello Spirito. San Serafino non fu mai preoccupato del rigorismo dell’osservanza, non disdegnò mai la tavola dei peccatori, fu un padre materno, sognò e cantò la Risurrezione, non vide mai un fratello all’inferno, non accettò mai che un uomo fosse nella tristezza.
Si narra nei detti dei Padri del deserto che abba Giuseppe di Panefisi ricevette il monaco Lot, che gli chiese: «Abba, io celebro come posso la mia liturgia, faccio digiuno, prego, medito, vivo nel raccoglimento, cerco di essere puro nei pensieri. Che cosa devo fare ancora?». Il vecchio, alzatosi, aprì le braccia verso il cielo e le sue dita divennero come fiamme: «Se vuoi», gli disse, «diventa tutto di fuoco».
Serafino è un monaco diventato tutto di fuoco, fuoco agapico, universale, cosmico. Ora egli, nella comunione dei santi del cielo, accelera la comunione dei santi della terra che guardano a lui come a un testimone dell’amore universale, un ermeneuta dello Spirito Santo.

- Enzo Bianchi, 30Giorni