Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

venerdì 31 gennaio 2020

Marcella e il monachesimo domestico

Marcella, nobile donna romana, rimasta vedova a pochi mesi dalle nozze, decise di vivere, in casa propria, quella forma di monachesimo domestico in uso ai suoi tempi. Poi, quando venne a conoscenza del monachesimo egiziano ormai noto a Roma soprattutto grazie alla Vita di Antonio, redatta dal patriarca Atanasio, trasformò il suo palazzo sull’Aventino in una sorta di monastero dove confluirono molte nobili donne romane. Marcella, dopo ripetute insistenze, riuscì a convincere Girolamo a sostenere questo gruppo di donne offrendo la sua competenza biblica e i suoi consigli spirituali. Assai dotata, curiosa, esigente, Marcella non riceveva supinamente gli insegnamenti del suo padre spirituale e maestro, ma formulava obiezioni, sollevava dubbi, lo stimolava a ulteriori ricerche e Girolamo, che la definisce “amantissima della fatica” (Lettera 30,14) oppure “mio datore di lavoro” (Lettera 28,1), nasconde sotto queste parole scherzose la sua altissima stima per questa donna che non si limita a leggere e studiare le Scritture nelle lingue originali, ma le mette in pratica nella sua vita quotidiana.
Alla partenza di Girolamo per la Terrasanta, Marcella, a differenza delle sue compagne, decide di restare a Roma, dove continua la sua vita di studio delle Scritture e interviene, con autorevolezza e competenza, nelle questioni teologiche del tempo.
Muore nel 411, dopo aver sperimentato personalmente la violenza dei goti che avevano invaso Roma. Girolamo ne narra la vita nella Lettera 127, dedicata alla sua fedele discepola Principia.

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Marcella, monaca (330-411)

Tracce di lettura

Incredibile era il suo zelo per le divine Scritture, cantava incessantemente: “Ho nascosto nel mio cuore le tue parole per non peccare contro di te” (Sal 119,11), e quei versetti sull’uomo perfetto: “E si compiace nella legge del Signore, e nella sua legge medita giorno e notte” (Sal 1,2). Sapeva che la meditazione della legge non consiste nel ripetere quello che sta scritto, come pensano, fra i giudei, i farisei, ma nell’agire secondo quel detto dell’Apostolo: “Sia che mangiate, sia che beviate, qualunque cosa facciate, fate tutto a gloria del Signore” (1Cor 10,31), e secondo le parole del profeta che dice: “Ho capito a partire dai tuoi comandamenti” (Sal 119,104), di modo che, dopo aver adempiuto i comandamenti, sapeva di meritare l’intelligenza delle Scritture.
(Girolamo, Lettera 127,4)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Don Giovanni Bosco, il sognatore

Giovanni Bosco aveva appena nove anni (era nato il 16 agosto 1815 a Castelnuovo d'Asti, oggi Castelnuovo Don Bosco) quando ebbe il sogno che gli indicò la sua strada: gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, egli si lanciò in mezzo a loro, cercando di arrestarli usando pugni e parole. Ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente vestito: il suo viso era così luminoso che egli non riusciva a guardarlo. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve, vicino a lui, una donna maestosa, e in quell’istante, al posto dei giovani, c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che, al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa.
Da allora, fino alla fine dei suoi giorni, continuerà ad essere visitato da sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla Congregazione salesiana, alla Chiesa.
Giovanni divenne per i suoi coetanei un apostolo in grado di affascinarli con il gioco e la gioiosa compagnia, ma anche di farli crescere nella fede con la preghiera. Divenne sacerdote nel 1841 e nello stesso anno di fatto iniziò l'opera che poi diventò la Società Salesiana, fondata nel 1854. Nel 1872, con santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), fondò l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Il demonio veniva spesso a fargli visita nelle ore notturne, per non farlo riposare ed egli accettava, al fine di distrarre il maligno dalle anime dei suoi ragazzi. Scrutatore dei cuori, taumaturgo (moltiplicava ostie, pane, castagne; resuscitò anche un morto), profezie, sogni, visioni, miracoli, bilocazioni «di cui Dio aveva arricchito il suo Servo, resero universale l’opinione che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse appunto inviato Giovanni Bosco, l’uomo cioè che, di umili natali, ignoto e povero, senza alcuna ambizione e cupidigia, ma sospinto dalla sola carità verso Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio, benemerentissimo della civiltà e della religione, riempì il mondo del suo nome» (Lettera decretale di Pio XI Geminata Laetitia che proclama Santo Giovanni Bosco. Roma, San Pietro 1° aprile 1934).
Come nel Medioevo, dopo le orde barbariche, i monaci avevano gettato le fondamenta di una civiltà cristiana, culturalmente, artisticamente, scientificamente ed economicamente solida, così don Bosco, contemporaneamente alla nefasta azione delle orde rivoluzionarie, lanciò contro di essa una sfida difensiva e offensiva di travolgente dimensione, puntando sul centro nevralgico e strategicamente decisivo per la costruzione di una società, ovvero l’educazione della gioventù, la quale avrebbe dovuto seguire tre linee (pedagogia preventiva): la ragione, la religione, l’amorevolezza.
San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e venne sepolto nell’Istituto salesiano “Valsalice”, sulla precollina torinese, per venire poi, con la beatificazione, traslato nel santuario di Maria Ausiliatrice. Il 2 giugno 1929 Pio XI lo beatificò, dichiarandolo santo il 1º aprile 1934, giorno di Pasqua.

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San Giovanni Bosco (1815-1888)

Tracce di Lettura

Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo (dalle Lettere di San Giovanni Bosco).

- Fonti: Cristina Siccardi, Santi Beati e Testimoni; Enciclopedia Treccani

giovedì 30 gennaio 2020

Pregare le Scritture. LECTIO. Parte III. Leggere con la testa

Sant'Agostino osservava un giorno Sant'Ambrogio che dopo una giornata di intenso lavoro, affamato di cibo spirituale, si era ritirato in un angolo quieto: "Mentre leggeva, i suoi occhi scorrevano le pagine e la sua mente ne scrutava il significato. La sua lingua e la sua voce erano ferme" (Confessioni 6,3).

La fede comporta un'obbedienza fondata sulla ragione (rationabile obsequium). La Lectio intende cogliere la rivelazione nella più reale sua portata. Non si esaurisce nello studio, ma ne gode i frutti possibili.

Lo studio della Bibbia va fatto sotto l'aspetto letterario, storico e teologico.

Lo studio letterario, per quanto è possibile, considera il linguaggio, lo stile, i generi letterari, gli autori, l'epoca, la formazione dei testi.
Considera, cioè, il testo in se stesso.

Lo studio storico si dedica alla situazione umana trattata dalla Bibbia. Ak centro di tutto vi è il popolo eletto.

Lo studio teologico scruta il messaggio di Dio, rivolto al suo popolo e all'umanità intera. Se ne ricava la storia della salvezza, contemplando il progetto di Dio Creatore e Redentore. La Scrittura va considerata, allora, nel suo insieme. Nell'insieme dei libri dell'Antico e del Nuovo testamento, che si presentano tanto diversi, non c'è contraddizione. Si completano a vicenda; e la storia della salvezza appare dal suo sguardo d'insieme. Il suo contenuto centrale è Gesù: "E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc 24,27). "Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza" (Gv 5,39).

"Per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e alla unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la chiesa e dell'analogia della fede" (Dei Verbum, 12).

Benché si legge per vivere la Parola, lo studio ne è solo l'inizio. San Gerolamo incoraggiava: "Diamoci da fare!" e Origene affermava "l'esegesi avvia all'incontro". per questo è necessario anche leggere con il cuore. ma questo sarà oggetto di trattazione in un altro post.


        Luca del Sangue di Cristo, Eremita

Il Sangue di Cristo nell'insegnamento di Caterina da Siena

Scrivo a voi nel suo prezioso sangue e, considerando che da questo sangue abbiamo la vita, desidero che anche voi vi laviate e anneghiate nel sangue dell'Agnello immolato. Scoprite di essere come un vaso in cui è ricevuto questo glorioso e prezioso sangue in cui la natura divina si unisce al fuoco della carità; l'anima che penetra nella conoscenza di sé, trova questo sangue che Dio ha dato per mezzo di suo Figlio.
Allora l'anima capisce che l'eterna volontà di Dio non cerca né vuole altro che la sua santificazione, poiché non ci avrebbe dato la vita, se non volesse il nostro bene. Vi legherete a Gesù crocifisso in modo tale che né demonio né creatura vi potranno separare da lui e ogni contrarietà vi fortificherà nell'amore di Dio e per il prossimo. È nelle difficoltà che si prova la virtù e l'unione dell'anima al suo Creatore, quanto più è provata, tanto più è perfetta.
Qualche volta vi può sembrare che le tribolazioni possano separarvi dall'unione virtuosa con Dio, ma non è così: sono piuttosto accrescimento di virtù e di unione perché un'anima saggia, rivestita del sangue di Cristo crocifisso, quanto più si sente perseguitata e oppressa dal mondo, tanto più smette di esservi affezionata, E se queste lotte provengono dal demonio, ci rendono umili e più solleciti verso il bene.

- Santa Caterina da Siena, Lettera 153, A monna Caterina e monna Orsola, e altre donne di Pisa, versione in italiano corrente 

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Santa Caterina da Siena (1347-1380)

mercoledì 29 gennaio 2020

Villana delle Botti. Tra doveri coniugali e conformazione al Crocifisso

Villana Delle Botti, nata a Firenze da un noto e ricco mercante, visse al secolo di Santa Caterina da Siena, sentendo fin da giovinetta l’attrattiva per i santi silenzi del chiostro. Tuttavia suo padre la costrinse a sposarsi nel 1351 con Rosso Benintendi. La timida fanciulla non seppe opporre la forte volontà di Caterina da Siena e si trovò così trascinata nel turbinio delle feste mondane, che ben presto sedussero e allacciarono l’inesperto suo cuore. Ma Dio, geloso di quella anima, che aveva scelta per sé dall’infanzia, intervenne in modo insolito. Una sera, Villana, davanti a uno specchio sontuoso, splendida nella sua acconciatura, cercò invano di contemplare la sua figura. Il demonio, sotto le fattezze di un orribile mostro le stava davanti. Non era un’illusione, tutti gli specchi gli mostrarono il medesimo spettacolo. Allora capì, corse al convento Domenicano di S. Maria Novella e, ai piedi di un confessore, rinnovò il suo cuore in un profluvio di lacrime. Vestito l’abito del Terz’Ordine intraprese una vita di generoso fervore. Una viva fiamma di carità la consumava letteralmente e fu favorita da sublimi favori. Sopportò con animo lieto penosissime prove, desiderandone ancora di più per conformarsi a Gesù Crocifisso. Amò e soccorse i poveri come solo sa fare una tenerissima madre. Mai venne meno ai suoi doveri familiari, vero modello di matrona cristiana. Sul letto dell’agonia, il 29 gennaio 1361, volle indossare il bianco abito domenicano e mentre le si leggeva la Passione, giunti alle parole: “Et inclinato capite emisit spiritum” dolcemente spirò. E’ sepolta nella Basilica di Santa Maria Novella, in una tomba marmorea opera di Bernardo Rossellino. Papa Leone XII il 27 marzo 1824 ha confermato il culto.

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Beata Villana delle Botti (1332-1360)
Tracce di lettura

Quando aveva tempo Villana si applicava alla lettura della Sacra Scrittura, delle raccolte dei Padri e delle vite dei santi. Prediligeva le lettere di San Paolo, nella cui lettura talvolta era tanto assorta da rimanere priva dei sensi: e non si accorgeva di chi le parlava, anche se lo vedeva con gli occhi aperti. Cosa del resto che spesso le accadeva durante l'orazione o mentre ascoltava la santa messa, come attestano molti che l'hanno vista. Nella lettura delle vite dei Padri si accendeva di tanto amore nel servizio di Dio che per molto tempo nutrì il desiderio di appartarsi in qualche solitudine deserta.
(Vita della Beata Villana scritta da fra' Girolamo di Giovanni, in "La beata Villana, terziaria domenicana del sec. XIV, Firenze 1955, 78-81)

martedì 28 gennaio 2020

Efrem il Siro. Monaco, poeta, teologo

Le chiese ortodosse, i greco-cattolici, i maroniti e i siro-orientali celebrano oggi la memoria di Efrem (siriaco Aphrēm) il Siro, santo e dottore della Chiesa. - È fra i più antichi scrittori di lingua siriaca e il più importante fra essi. Nacque a Nisibi, sentinella avanzata dell'impero romano nella Siria orientale, fra il 306 e il 307; suo padre, sacerdote idolatrico, lo scacciò di casa a 15 anni, allorché manifestò le prime simpatie per il cristianesimo, e il ragazzo, accolto da Giacobbe vescovo della città, fu battezzato a 18 anni. È dubbia la notizia che E. accompagnasse il suo vescovo al concilio di Nicea (325). Nella tradizionale lotta fra l'impero romano e il persiano, E. ebbe occasione di manifestare praticamente il suo amore per Nisibi nei varî assedi che la città subì dai Persiani (338, 346, 350). Nello stesso tempo coltivò gli studî, da autodidatta, e vi progredì al punto che il vescovo Giacobbe lo pose a capo della scuola di tipo catechetico che aveva aperta nella sua città poco dopo il concilio di Nicea. Dopo la disastrosa campagna persiana di Giuliano l'Apostata (363), Nisibi passò ai Persiani, ma E. con molti altri concittadini preferì alla sottomissione ai Persiani ritirarsi in territorio romano, e si trasferì a Edessa. Ivi, pur continuando il suo insegnamento e l'apostolato cristiano, abbracciò la vita monastica, che rispondeva alle sue inclinazioni ascetiche. È probabile che poco dopo il 370 E. si recasse a Cesarea a visitare il celebre Basilio (v.); è invece inverosimile che facesse una lunga dimora anche in Egitto. Invasioni di barbari e carestie gli offrirono occasione negli ultimi due o tre anni della sua vita di prodigarsi in favore dei bisognosi. Tornato alla sua vita monastica, morì nelle vicinanze di Edessa il 373, probabilmente il 9 giugno. Efrem fu soltanto diacono, non sacerdote: è anche più probabile che ricevesse tale ordinazione da Giacobbe di Nisibi (prima del 338), che non da Basilio in occasione della visita fatta a costui, come vorrebbero molti documenti. Venerato fin dalla prima metà del sec. V nella chiesa sira, e poi in quelle greche, il suo culto fu riconosciuto anche da Roma ed esteso alla chiesa universale con l'enciclica di Benedetto XV Principi Apostolorum (del 5 ottobre 1920), la quale dichiarò anche S. Efrem dottore della Chiesa. La sua festa è fissata, in Occidente, al 18 giugno.
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Efrem il Siro (306-373)
Efrem fu uno degli scrittori più fecondi dell'antichità cristiana: questa sua produzione colpì già gli antichi che ne dànno varî computi, tutti naturalmente approssimativi; così, ad es., Sozomeno nella biografia che fa di E. (in Patrol. Graec., LVII, 1086-94) dice che egli scrisse trecento miriadi (3.000.000) di stichi. Quantunque E. abbia scritto solo in siriaco, tuttavia la sua produzione si cominciò a tradurre in greco fin dallo scorcio della sua vita. Assai presto fu tradotto in armeno, latino, e, anche parzialmente, arabo, copto, etiopico, slavo; attraverso queste traduzioni si è conservata qualche opera perduta nell'originale siriaco.

Ma, come norma generica, delle antiche traduzioni di E. è poco da fidarsi. Non di rado le traduzioni, fatte da chi conosceva poco il siriaco, sono inesatte: spesso sono infarcite di ampliamenti e rimanipolazioni: anche più spesso sono composizioni spurie. Qualche falsa attribuzione si può trovare anche nei testi siriaci. Questi sono solo in minor parte in prosa, principalmente i commenti alla Scrittura; la maggior parte invece è in forma metrica (prosa metrica e composizioni poetiche). La prosa metrica è rappresentata dai mīmrē("discorsi"), costituiti da serie illimitate di eptasillabi, senza levatura poetica. Le composizioni poetiche sono i madhrāshē ("odi"), strofi di vario tipo, staccate l'una dall'altra dal ritornello o "responsorio" (‛ūnīthā). Queste canzoni furono scritte da E. per essere eseguite dal popolo (soprattutto per opporsi alla diffusione degli inni gnostici di Bardesane e di suo figlio Armonio), e le loro strofi erano cantate da solisti, ai quali rispondeva il popolo ripetendo il ritornello. Lo stile di E. è sovrabbondante e prolisso, ma è anche ricco di sentimento, e nelle sue composizioni poetiche si trovano pagine che devono essere annoverate fra le migliori d'ogni letteratura.

E. è il rappresentante più autorevole del cristianesimo siriaio fino a 50 anni dopo il concilio di Nicea; e anche dopo gli scismi cristologici, che divisero quella nazione nelle due sette dei nestoriani e dei monofisiti, si continuò ad appellarsi a lui come a indiscussa autorità. Né minore prestigio godé egli presso altre nazioni, come è attestato dall'accennata abbondanza di traduzioni in altre lingue, le quali cominciarono a esser redatte e lette nelle chiese, anche greche, quando E. era ancora in vita. Il tipo del suo pensiero teologico, ben differente da quello della scuola d'Alessandria, è notevolmente affine a quello della scuola d'Antiochia; egli infatti seguì i principî esegetici dalla scuola di Edessa, ch'era già stata in continue relazioni con Antiochia. Buona parte degli scritti di E. sono di polemica anti-gnostica. Di valore particolare per la teologia cattolica è il pensiero di E. sulla Trinità, sulla cristologia e sulla mariologia; nell'escatologia E. ha subito l'influenza della dottrina comune fra i Siri, secondo la quale l'anima del giusto dopo morte non entra subito nella pienezza della beatitudine, ma subisce un periodo d'attesa fino alla resurrezione del corpo.

- Enciclopedia Treccani

Il Figlio si è fatto obbediente a colei che ubbidì a Dio

(...) ecco che tu sei veramente Madre, associata alla paternità del Padre, avendo con lui il medesimo Figlio. (...) Ecco, o amabile e venerabile Madre, da quando sei stata associata a Dio Padre e sei divenuta vera Madre del vero Dio, tu sei diventata in qualche modo di una dignità infinita. Di diritto, e grazie al privilegio di questa maternità divina, tu hai autorità per comandare ad ogni creatura celeste e terrestre. Ma che dico - "ad ogni creatura" - quando tu hai una certa qual autorità sul vero Dio nato da te secondo la sua natura umana, che da te ha assunta, in quanto egli ti fu sottomesso (Cfr. Lc 2,51) e ancora adesso e per sempre ti onora come sua Madre beneamata?

- Dionigi il certosino (+ 1471), De laudae et contemplatione solitaraie vitae, art XXIX, Opera omnia, t. 38, p. 366

Nostra Signora di Walsimgham, Norfolk, Inghilterra

Tommaso d'Aquino. Rendere ragione della speranza


Nel 1274, mentre si sta recando al concilio di Lione, muore nei pressi dell'abbazia di Fossanova Tommaso d'Aquino, frate domenicano.
Nato nei pressi di Aquino, vicino a Napoli, Tommaso entrò a circa diciotto anni nell'Ordine dei predicatori. Discepolo di Alberto Magno a Colonia e a Parigi, egli insegnò in queste città e poi a Roma, Bologna e Napoli. Tommaso fu autore di una considerevolissima opera teologica, che lasciò incompiuta, e fu con Bonaventura il più grande pensatore cristiano d'occidente del XIII secolo.
La sua originalità sta soprattutto nel modo in cui seppe esprimere la fede della chiesa nella cultura del suo tempo, specie per ciò che concerne la teologia della creazione e della libertà dell'uomo, partendo dalla Scrittura e dai padri della chiesa, e accogliendo la riscoperta del pensiero aristotelico che si era attuata a quei tempi.
Umile e sapiente, egli seppe unire uno spirito speculativo alla prudenza di uno spirito pratico, il dominio di un temperamento violento alla tenera devozione per Cristo crocifisso e al dialogo continuo con Dio.
Tommaso fu proclamato dottore della chiesa da papa Pio V nel 1567, e la sua teologia ebbe un ruolo di primissimo piano nei secoli successivi, soprattutto al concilio di Trento, dove alla sua Somma teologica fu accordato un onore senza precedenti nella storia della chiesa d'Occidente.
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San Tommaso d'Aquino (1224/25-1274), affresco del beato Angelico, Museo nazionale di San Marco, Firenze

Tracce di lettura

L'insegnamento cristiano fa uso anche della ragione umana, non però per dimostrare la fede - in tal modo si disconoscerebbe il merito proprio della fede -, ma per chiarire alcuni punti che si tramandano nell'insegnamento stesso. Poiché infatti la grazia non distrugge la natura, ma anzi la porta a compimento, è bene che la ragione si ponga al servizio della fede, allo stesso modo in cui l'inclinazione naturale della volontà asseconda la carità. Per questo l'Apostolo afferma: «Rendete ogni intelligenza soggetta all'obbedienza di Cristo».
(Tommaso d'Aquino, Somma teologica I, q.1, a.8)

Preghiera

O Dio, che nella tua provvidenza hai dato alla Chiesa san Tommaso d'Aquino maestro di sapienza e modello di santità; per sua intercessione fa' che ti cerchiamo con sincerità e ti amiamo con tutte le nostre forze. Per il nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

lunedì 27 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Seguiamo la nostra guida?

«quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire». Giovanni 16,13

L'intera santificazione sopraggiunge quando lasciamo a Dio il controllo completo delle nostre vite.
Nelle Sacre Scritture troviamo una chiara guida che ci indica come raggiungere una così intima relazione con Dio. Per questo chiediamo il dono dello Spirito Santo, affinché ci guidi nella ricerca della volontà di Dio.
Crediamo che Dio purifica e riempie ogni vita che si apre a lui e, mediante la santificazione, testimoniamo che egli risponde alla nostra preghiera.

When God is mine, and I am His,
Of paradise possessed,
I taste unutterable bliss,
and everlasting rest.

(Charles Wesley, I know that my Redeemer lives)



- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

Sant'Angela Merici. Fondatrice della Compagnia di Sant'Orsola

Angela Merici fondò nel 1535 la Compagnia di Sant'Orsola, congregazione le cui suore sono ovunque note come Orsoline. La sua idea di aprire scuole per le ragazze era rivoluzionaria per un'epoca in cui l'educazione era privilegio quasi solo maschile. Nata nel 1474 a Desenzano del Garda (Brescia) in una povera famiglia contadina, entrò giovanissima tra le Terziarie francescane. Rimasta orfana di entrambi i genitori a 15 anni. Sin da ragazza provò il desiderio di un’intensa vita di preghiera e di carità, ma non trovava una risposta alla sua ricerca nei monasteri dell’epoca. Partì per la Terra Santa. Qui avvenne un fatto insolito. Giunta per vedere i luoghi di Gesù, rimase colpita da cecità temporanea. Dentro di sé, però, vide una luce e una scala che saliva in cielo, dove la attendevano schiere di fanciulle. Capì allora la sua missione. Tornata in patria, diede vita alla nuova congregazione, le cui prime aderenti vestivano come le altre ragazze di campagna. La regola venne stampata dopo la morte, avvenuta a Brescia il 27 gennaio del 1540. E' santa dal 1807.
La forma di vita religiosa inaugurata da Angela Merici, che riattualizzava anche l'esperienza delle prime comunità cristiane, conobbe un grandissima diffusione.

Sant'Angela Merici (1474-1540)

Tracce di lettura

Sorelle, vi supplico che vogliate tener conto, e aver scolpite nella mente e nel cuore tutte le vostre figlie, a una a una; non solamente i loro nomi, ma anche la condizione, la natura, e ogni loro stato ed essere. Il che non vi sarà difficile, se le amerete con viva carità. Infatti, si osserva nelle madri secondo la carne che, se avessero mille figli e figlie, li avrebbero tutti totalmente presenti nell'animo, a uno a uno, perché così opera il vero amore. Anzi, pare che quanti più figli si hanno, tanto più l'amore e l'interessamento crescano a ogni figlio. Le madri spirituali possono e devono far questo in misura maggiore, in quanto l'amore spirituale è senza alcun paragone più potente dell'amore fisico. Sicché, mie cordialissime madri, se amerete queste vostre figlie con viva e viscerale carità, non sarà possibile che non le abbiate tutte particolarmente dipinte nella memoria e nel vostro animo.
(Angela Merici, Secondo legato)

Preghiera

O Dio, Padre misericordioso,
che in sant'Angela Merici
hai dato alla tua chiesa
un modello di carità sapiente e coraggiosa,
per il suo esempio e la sua intercessione
donaci di comprendere e testimoniare
la forza rinnovatrice dell'Evangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

- Fonti: santiebeati.it; Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

domenica 26 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Il tuo volto, Signore, io cerco

Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!» Io cerco il tuo volto, o SIGNORE. Salmo 27,8

L'uomo non trova Dio lasciandosi andare alla deriva, ma cercandolo. Se Dio è sempre pronto a trovarci e lasciarsi trovare, noi lo troveremo quando ci rivolgeremo a lui, quando lo cercheremo. Troveremo perdono e riconciliazione quando li cercheremo. Purificazione e santificazione quando andremo a Dio per impetrare alla sua grazia questi doni.
Possiamo trovare e meditare la santificazione tra le righe della Bibbia. Le prime volte ci sembrerà una esperienza impossibile. Poi, forse, ci sembrerà qualche cosa che può riguardare qualcun'altro ma non noi stessi. Alla fine capiremo che è la nostra ragione di vita e quando moriremo a noi stessi riceveremo questa benedizione.

- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.), Galleria Tretjakov, Mosca

Il ministero della felicità


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA SETTIMANA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, guarda con misericordia le nostre infermità e in ogni nostro pericolo e necessità stendi la tua mano destra per aiutarci e difenderci. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,16-21; Gv 2,1-11

Il Vangelo di oggi ci presenta il primo miracolo pubblico di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Fin dai più antichi lezionari per il culto questo episodio è collegato all’Epifania, ovvero alla manifestazione di Gesù come il Signore, insieme agli episodi della nascita a Betlemme, dell’arrivo dei Magi e del battesimo al fiume Giordano.
È significativo che il primo grande miracolo pubblico di Gesù non sia una guarigione o una liberazione dai demoni, ma una manifestazione della sua potenza divina collegata a un evento gioioso, un miracolo che potremmo definire non strettamente “utilitaristico”, ma legato in qualche modo a una componente “edonistica”, al piacere della convivialità.

Giotto, Le nozze di Cana, Cappella degli Scrovegni (Padova)

Il Vangelo di oggi dovrebbe portarci a riconsiderare il nostro rapporto, come credenti, con il mondo. Il mondo vuole farci suoi, legarci a sé; in qualche modo ci trascina verso il basso e, quando non riesce a vincere la nostra resistenza, scatena contro di noi il suo odio: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi” ci avverte Gesù (Gv 15,18). Eppure, 
noi siamo stati chiamati a essere nel mondo, a predicare il Vangelo in tutto il mondo, ad ogni creatura (Mc 16,15), e Dio stesso “ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio” (Gv 3,16). Il nostro atteggiamento verso questo mondo, con tutto ciò che lo caratterizza, compresa la nostra umanità, le nostre passioni, i nostri desideri, la ricerca stessa del piacere, non può essere di puro diprezzo. La riforma anglicana, che precorre quella metodista, è spesso stata definita una “Via Media” per la sua riscoperta della sobrietà evangelica, la cui etica radicale è sempre ben distante tanto dalla dissolutezza che dal rigorismo ascetico; per queso il messaggio evangelico, assimilerà nella cristianità occidentale, la virtù romana della mediocritas, ovvero la ricerca di un sano equilibrio tra la dimensione “orizzontale” della vita e quella “verticale”, tra le necessità del corpo e quelle dello spirito, la fuga da ogni eccesso. Ma nel primo cristianesimo è subentrata anche l’influenza di correnti filosofiche della Grecia antica, come lo stoicismo, che accentuavano la critica verso ciò che è “corporale”, fino alle forme più estreme, rappresentate ad esempio dall’eresia montanista e manichea. La cultura romana, ma per certi versi anche quella greca, avevano invece promosso, per l’uomo libero, l’ideale di una vita armonizzata tra otium et negotium, capace cioè di alternare la cura degli affari con la coltivazione delle arti liberali, della musica, della poesia, di tutto ciò che rende l’uomo libero dalla necessità. Il termine “ozio”, con il passare dei secoli è stato caricato di una connotazione negativa, divenendo sinonimo di “pigrizia”. Ma nel mondo antico, poi riscoperto dall’Umanesimo e dal Rinascimento, indicava la capacità di essere signori anche del proprio tempo libero, dedicandosi ad attività capaci di risollevare il corpo e lo spirito dalle fatiche quotidiane, avvicinando l’uomo alle espressioni di ciò che è bello, buono, vero, e dunque avvicinandolo al sommo bene che è Dio.
Il messaggio che ci comunica Gesù con questo primo miracolo, in cui trasforma in vino una trentina di litri di acqua (“sei contenitori contenenti due o tre misure l’uno”) è molto chiaro: l’uomo ha il pieno diritto di godere anche le gioie di questa vita. È questo messaggio è più che mai attuale nella nostra epoca, ossessionata dalla produttività e dall’efficienza. Spesso vengono ricordate le parole di Bob Kennedy, il quale disse che il PIL, il Prodotto Interno Lordo, misura tutto, eccetto ciò che rende le persone felici. La frase in realtà fu già affermata dall’inventore stesso del PIL, Simon Kuznets, nel 1934; e fu profetica se consideriamo quanto il nostro mondo sia ulteriormente scivolato in basso, in questa spirale utilitaristica, che relega l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo diabolico, che produce e consuma incessantemente, come un malato con la pancia strapiena ma incapace di avvertire alcun sapore sulla sua lingua.
La felicità, il piacere, nelle loro diverse espressioni, come l’arte, la poesia, il buon cibo, la sessualità, diventano un peccato solo quando vengono assolutizzati a discapito di altri aspetti altrettanto importanti della vita; quando rompono l’armonia e l’equilibrio con l’altrettanto necessaria coltivazione dei propri doveri, verso la famiglia, gli altri esseri umani, se stessi; quando vengono gettati in un meccanismo di produzione e consumo; quando da trampolino di lancio verso la crescita spirituale diventano una zavorra che ci impedisce di prendere il volo. Ma se li coltiviamo come un dono di Dio, fonte di ogni bene, e sappiamo porli al nostro servizio, piuttosto che renderci loro schiavi, allora stiamo realizzando uno dei più alti scopi della nostra vita. Perché Dio ci vuole felici, e vuole che la nostra gioia sia piena (Gv 15,11).

Luca del Sangue di Cristo, Eremita

sabato 25 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Sii perfetto

«Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro» Genesi 17,1

Cosa significa quando Dio chiede all'uomo di essere perfetto? La parola ebraica è tamim e possiamo tradurla con "perfetto", "integro", "sincero", "retto", "irreprensibile". La parola è utilizzata in molti passi dell'Antico testamento sia nei confronti di Dio che dell'uomo, suggerendo che quest'ultimo possa assomigliare al suo Dio. E chi può dubitare di questo di fronte all'amore onnipotente di Dio, gli infiniti meriti del suo Sangue e l'energica purificatrice dello Spirito Santo?
In solo tre cose Dio si aspetta che i suoi figli siano perfetti: l'obbedienza, la fede e l'amore.


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La parola ebraica "taminim" (da destra a sinistra, con i segni vocalici)


- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

venerdì 24 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Redenzione e santificazione

«Benedetto sia il Signore, il Dio d'Israele,
perché ha visitato e riscattato il suo popolo,
e ci ha suscitato un potente Salvatore
nella casa di Davide suo servo,
come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti;
uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano.
Egli usa così misericordia verso i nostri padri
e si ricorda del suo santo patto,
del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre,
di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici,
lo serviamo senza paura,
in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita. Luca 1,68-75

L'intera santificazione ci è data nel sacrificio di Cristo. La Bibbia insegna che la conversione e l'intera santificazione fanno entrambe parte del piano di redenzione da parte di Dio  per noi.
Nel suo cantico Zaccaria profetizza che Gesù è stato mandato da Dio Padre per redimere il suo popolo. Questa redenzione passa per Cristo e porta a compimento la promessa di Dio ad Abramo.
Paolo riconosce che la promessa è ancor più antica di Abramo e dichiara: "In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui" (Ef 1,4). Questa elezione non comporta solo il perdono dei peccati, ma include anche la nostra santificazione. La Parola di Dio afferma chiaramente: "Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città" (Eb 13,12)
Cristo è morto per salvarci. Cristo è morto per santificarci. Egli ci salva in un modo tale da renderci santi. Egli ci santifica affinché possiamo servirlo "senza paura, in santità e giustizia"(Lc 1,75-75).
La verità della rivelazione divina è chiara: "Infatti Dio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione. Chi dunque disprezza questi precetti, non disprezza un uomo, ma quel Dio che vi fa anche dono del suo Santo Spirito" (1 ts 4,7-8).

Si compia la tua parola
redimimi da ogni peccato
il mio cuore è pronto a riceverti o Signore!
Vieni, mio Signore, vieni!

Be it according to Thy word,
Redeem me from all sin;
My heart would now receive Thee Lord!
Come in, my Lord, come in!

(Charles Wesley, O Jesus at thy feet we wait)




- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

Francesco di Sales e la dolcezza dell'azione pastorale

Nato a Thorens il 21 agosto 1567, concluse a Lione i suoi giorni, consunto dalle fatiche apostoliche, il 28 dicembre del 1622, l’anno della canonizzazione di San Filippo Neri, che Francesco conosceva attraverso la Vita scritta dal Gallonio, a lui inviata dall’amico Giovanni Giovenale Ancina. Iscritto nell’albo dei Beati nel 1661, fu canonizzato nel 1665 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1887 da Leone XIII.

Francesco di Sales si formò alla cultura classica e filosofica alla scuola dei Gesuiti, ricevendo al tempo stesso una solida base di vita spirituale. Il padre, che sognava per lui una brillante carriera giuridica, lo mandò all’università di Padova, dove Francesco si laureò, ma dove pure portò a maturazione la vocazione sacerdotale. Ordinato il 18 dicembre 1593, fu inviato nella regione del Chablais, dominata dal Calvinismo, e si dedicò soprattutto alla predicazione, scegliendo non la contrapposizione polemica, ma il metodo del dialogo.
Per incontrare i molti che non avrebbe potuto raggiungere con la sua predicazione, escogitò il sistema di pubblicare e di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti in agile stile di grande efficacia. Questa intuizione, che dette frutti notevoli tanto da determinare il crollo della “roccaforte” calvinista, meritò a S. Francesco di essere dato, nel 1923, come patrono ai giornalisti cattolici.
A Thonon fondò la locale Congregazione dell’Oratorio, eretta da Papa Clemente VIII con la Bolla “Redemptoris et Salvatoris nostri” nel 1598 “iuxta ritum et instituta Congregationis Oratorii de Urbe”. Il suo contatto con il mondo oratoriano non riguardò tanto la persona di P. Filippo, quanto quella di alcuni tra i primi discepoli del Santo, incontrati a Roma quando Francesco vi si recò nel 1598-99: P. Baronio, i PP. Giovanni Giovenale e Matteo Ancina, P. Antonio Gallonio.
L’impegno che Francesco svolse al servizio di una vastissima direzione spirituale, nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali. La sua azione pastorale - in cui impegnò tutte le forze della mente e del cuore - e il dono incessante del proprio tempo e delle forze fisiche, ebbe nel dialogo e nella dolcezza, nel sereno ottimismo e nel desiderio di incontro, il proprio fondamento, con uno spirito ed una impostazione che trovano eco profondo nella proposta spirituale di San Filippo Neri, la quale risuona mirabilmente esposta, per innata sintonia di spirito, nelle principali opere del Sales - “Introduzione alla vita devota, o Filotea”, “Trattato dell’amor di Dio, o Teotimo” - come pure nelle Lettere e nei Discorsi.
Fatto vescovo di Ginevra nel 1602, contemporaneamente alla nomina dell’Ancina, continuò con la medesima dedizione la sua opera pastorale. Frutto della direzione spirituale e delle iniziative di carità del Vescovo è la fondazione, in collaborazione con S. Francesca Fremiot de Chantal, dell’Ordine della Visitazione.

        - Mons. Edoardo Aldo Cerrato CO

San Francesco di Sales (1567-1622), Dipinto di Giuseppe Antonio Petrini, Pinacoteca Züst di Rancate

 Tracce di lettura

I bambini, a forza di ascoltare le mamme e balbettare dietro loro, imparano la loro lingua; avverrà lo stesso per noi se ci terremo vicino al Salvatore con la meditazione: osservando le sue parole, le sue azioni e i suoi affetti, impareremo, con il suo aiuto, a parlare, agire e volere come Lui. (Filotea. Introduzione alla vita devota)

giovedì 23 gennaio 2020

Meditazione del giorno. La santificazione nelle Scritture


Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio. 2 Corinzi 7,1

Poiché l'esperienza di essere ricolmi dello Spirito Santo è direttamente correlata alla santità di vita, spesso parliamo di intera santificazione come se fosse equivalente a una vita santa. Tecnicamente ciò non è corretto. Ma per la Bibbia c'è una sola via che conduce all'adempimento della volontà di Dio per l'uomo: una vita ricolma dello spirito Santo.
L'intera santificazione come progetto essenziale divino per l'uomo è alla base della dottrina di John Wesley e non c'è un passaggio delle Scritture che non sia una esortazione o una testimonianza della necessità e della possibilità di questa seconda benedizione da parte dello Spirito Santo.

Liberami dal mio peccato innato,
E io dimostrerò la tua parola altissima,
Con rettitudine di vita e di cuore,

E perfetto nell'amore.Bid my inbred sin depart,
And I thy utmost word shall prove,
Upright both in life and heart,
And perfected in love.

(John Wesley, Inno "Father See this Living Clod")

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- Da Holiness and the High Country, Albert F. Harper

Menno Simons, Un riformato non conforme

Nel 1535, nella città tedesca di Münster, non lontana dai Paesi Bassi, veniva stroncato in un bagno di sangue il tragico tentativo di instaurare la Nuova Gerusalemme attraverso la forza. Esso era stato progettato dalle frange impazzite dell'anabattismo olandese, ed ebbe come conseguenza una crudele persecuzione di chiunque si dichiarasse anabattista. L'anabattismo sopravvisse però grazie all'intelligente opera di Menno Simons, il quale ricondusse alle radici evangeliche un movimento che aveva attirato su moltissime persone semplici e desiderose soltanto di fare la volontà di Dio.
Simons era nato a Witmarsum, in Frisia, nel 1496 da una famiglia di contadini. Divenuto prete cattolico, egli fu colpito dalla sincera buona fede che riscontrava in molti suoi fedeli, attratti dalle diverse correnti della Riforma.
Attraversò una profonda crisi vocazionale che lo condusse ad abbandonare la chiesa di Roma. Convinto che seguire Cristo poteva significare solo accettare la propria croce, per venti anni predicò la parola di Dio e ricostituì un movimento anabattista liberato da deliri profetici ed escatologici e ricondotto al primato del vangelo. Simons si sforzò di operare una profonda conversione nella propria vita per adeguarla al messaggio evangelico che quotidianamente predicava.
Morì il 31 gennaio 1561. La data odierna è quella in cui è ricordato in alcune chiese evangeliche.

Menno Simons (1496-1561)

La dottrina

La dottrina di Simons è molto lontana sia da quella Cattolica che da quella Riformata. Difficile anche ricondurla all'ortodossia di epoca patristica. Per Simons non era il battesimo che rigenerava il fedele, bensì la fede e la parola di Dio, e solo dopo poteva seguire il rito del battesimo. Ovviamente egli negava il battesimo degli infanti, anzi per Simons il declino della Chiesa cristiana era iniziato nel 407, proprio quando Papa Innocenzo I (402-417) aveva introdotto il battesimo obbligatorio dei bambini. Inoltre per Simons la Messa, intesa in senso cattolico, era un atto sacrilego, poiché constava nell'adorazione della materia, il pane, come se quest'ultimo fosse stato Dio, mentre era invece Cristo si donava solo spiritualmente.

Simons mantenne questo concetto docetista anche per quanto riguardava la nascita di Gesù Cristo: era convinto che, come il raggio di luce passava attraverso il bicchiere di acqua senza prenderne la sostanza, così la "carne celeste" di Cristo era passato attraverso il corpo di Maria, senza averne preso una benché minima parte della sua sostanza. Quindi, poiché Gesù era in contatto solo spirituale con l'uomo, Simons si allineava con la tesi di Caspar Schwenckfeld, il quale credeva che il Corpo ed il Sangue di Cristo non potevano essere presenti nell'Eucaristia, sotto le specie del pane e del vino. L'Eucaristia era dunque basata sulla "carne celeste" o "carne spirituale".

Simons fu un innovatore nel comportamento quotidiano dei suoi seguaci, facendo ritornare gli anabattisti allo spirito originario, basato su semplicità, povertà, carità, e sopportazione. Tuttavia, nonostante la sua mitezza, i contemporanei di imons. non furono certo teneri nei giudizi nei confronti dell'ex prete olandese: Calvino lo paragonò ad un asino e ad un cane!

I mennoniti dopo la morte di Menno Simons

Dopo la morte di Simons, i suoi seguaci, come già detto, furono denominati mennoniti.

Purtroppo quasi immediatamente iniziarono le secessioni interne al movimento: la prima fu quella dei waterlanders (il Waterland era la regione costiera nell'Olanda settentrionale), che furono guidati con energia per 54 anni (dal 1577 al 1638) da Hans de Ries. I waterlanders parteciparono attivamente alla guerra di liberazione dell'Olanda contro gli spagnoli, sia consegnando una forte somma a Guglielmo d'Orange, nel 1572, sia inviando volontari a combattere a fianco dei calvinisti, cosa ancora più straordinaria, vista la tipica vocazione non violenta dell'anabattismo.

Comunque questo spirito pacifista fu ribadito nel 1577 nella Confessione di fede di Waterlander, elaborata da de Ries stesso, in cui si condannò la guerra e la violenza, oltre a sottolineare i punti cardini dell'anabattismo: battesimo solo degli adulti, negazione del peccato originale, condanna del giuramento, obbedienza condizionata alle autorità locali.

Il governo olandese li trattò tutto sommato abbastanza bene, esentando i loro templi e orfanotrofi dal pagamento delle tasse, permettendo loro di fare semplici dichiarazioni al posto dei giuramenti nei tribunali ed esentandoli dalla leva militare dietro pagamento di una somma concordata. I rimanenti mennoniti olandesi invece scomparvero in un frazionamento all'infinito: prima in frisoni (vriezen) e fiamminghi (vlamingen): poi ognuno dei due gruppi si frazionò ulteriormente in conservatori (o vecchi) e moderati (o giovani).

Gli altri mennoniti, che erano la maggioranza, non ebbero la fortuna del gruppo olandese e furono costretti, a causa delle persecuzioni, a spostarsi sempre più verso est, verso la Prussia, la Polonia, l'Ungheria, la Transilvania, fino in Russia, invitati in quest'ultimo paese nel 1786 dall'imperatrice Caterina II (1762-1796), detta la Grande, la quale concesse loro la libertà di religione e l'esenzione militare.

Nel frattempo, nel 1693, dal filone principale dei mennoniti, si era staccato l'ex vescovo svizzero Jakob Amman, il quale aveva fondato una sua chiesa denominata Amisch, poi graficamente semplificato in Amish. Oramai totalmente scomparsi in Europa, gli Amish sono ancora presenti in Stati Uniti, principalmente in Pennsylvania, e sono caratterizzati da una strettissima osservanza biblica, perciò rifiutano qualsiasi modernità, come automobili, telefoni, televisori e lampadine elettriche.   

Nel XIX secolo, quando in Prussia ed in Russia s'introdusse la leva obbligatoria per tutti, i mennoniti ripresero le emigrazioni verso gli Stati Uniti, dove altri loro confratelli, già dal 1663, erano emigrati, in particolare in Pennsylvania, e dove avevano lottato contro il commercio degli schiavi. Altre emigrazioni del XIX secolo portarono i mennoniti russi, attraverso il Pacifico, in Canada (Manitoba), negli Stati Uniti centrali (Nebraska e Indiana) e in Paraguay.

I mennoniti oggi

I mennoniti sono quindi principalmente concentrati in America: infatti, benché secondo le loro statistiche interne ci siano più di un milione di fedeli (tuttavia secondo altre statistiche sono solo 700.000) sparsi in 60 paesi del mondo, solo in Stati Uniti e Canada (secondo la Mennonite World Conference del 1996) ci sono 415.978 membri (altri danno un numero più contenuto di circa 200-250.000 fedeli nordamericani).

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Giovani donne Mennonite

Tracce di lettura

Quando si diffusero le notizie delle persecuzioni seguite alla tragedia di Münster, il sangue di questi uomini, sia pur sviati, ricadde sulla mia coscienza e ne ebbi dei rimorsi insopportabili. Ripensai alla mia vita impura, carnale, alla dottrina ipocrita e all'idolatria che professavo tutti i giorni sotto una parvenza di pietà, ma senza gioia. Vidi che quelle creature zelanti, pur essendo nell'errore, offrivano volentieri la loro vita e i loro beni per la loro dottrina e la loro fede.
Mentre riflettevo, la mia coscienza mi tormentava a tal punto che non potei più resistere. Mi dicevo: me misero, cosa sto facendo? Se continuo a vivere così e non conformo la mia vita alla parola di Dio; se non condanno apertamente con i miei deboli talenti l'ipocrisia, la falsificazione del battesimo, la cena del Signore snaturata dal culto che insegnano i dotti; se, per timore del mio corpo, non espongo ciò che ritengo essere il fondamento della verità e non concentro tutte le mie forze per condurre il gregge disperso - che farebbe volentieri il proprio dovere se lo conoscesse - verso i pascoli di Cristo, oh come il loro sangue, versato nella trasgressione, griderà contro di me nel giorno del giudizio!
(Menno Simons, Risposta a Gellius Faber)

Enrico Suso e l'Eterna Sapienza

L'Ordine dei predicatori celebra oggi la memoria del Beato Enrico Suso. Nato presumibilmente tra il 1293 e il 1295 a Costanza o nel vicino Überlingen e morto a Ulma il 25 gennaio 1366, Enrico Suso (Heinrich Seuse) entrò a 13 anni nel convento dei domenicani a Costanza. A 18 anni ebbe una prima esperienza estatica, descritta da lui con i caratteristici momenti di visione luminosa e fusione intuitiva col Tutto e Nulla delle cose. S'inizia allora lo "sposalizio spirituale con l'Eterna Sapienza", che improntò di sé tutta la vita di S. Dopo aver studiato per otto anni teologia e filosofia, fu mandato all'università di Colonia. Qui divenne scolaro di Johannes Eckart, le cui dottrine modellarono profondamente il suo pensiero; per difenderne la memoria dalle accuse di eresia e di spirito "beghardico" scrisse il Büchlein der Wahrheit (1327?) - l'unica sua opera di contenuto puramente teorico - dove si sforza di conciliare l'insegnamento di Eckhart con la scolastica ortodossa. Fu a sua volta tacciato di eresia, e per quanto l'accusa risultasse infondata, fu richiamato a Costanza. Qui combatté, con le sue prediche e i suoi scritti, il disgregamento della vita religiosa e della disciplina monastica, conseguenza delle lotte tra Lodovico di Baviera e la Curia, e dell'interdetto papale onde la città fu colpita, e fu perciò fatto segno a persecuzioni e calunnie. Sui quarant'anni, S. rinuncia al tirocinio ascetico per dedicarsi alla redenzione delle anime traviate e per svolgere nei circoli laici, un'attiva propaganda religiosa. Confessore nei conventi femminili, vi diffonde il germe del pensiero mistico: tra le sue "figlie spirituali" primeggia Elsbeth Stagel. Durante l'esilio dei domenicani, rimasti fedeli al papa, Suso è eletto priore del convento, ma dopo il ritorno dell'ordine a Costanza è destituito - forse in seguito alle accuse di una donna - e, malgrado la sua assoluzione, trasferito a Ulma (circa 1348), ove continua la sua opera di predicazione e cura la redazione di un Esemplare normativo delle sue opere, che circolavano in copie inesatte.

Enrico Suso (1293/95-1366)
Privo dello spirito teoricamente costruttivo e dell'audacia speculativa di Eckhart, di cui restò cauto seguace, Suso occupa un posto a sé come biografo impareggiabile dell'esperienza mistica. La sua Vita (compilata da E. Stagel, sulla base di narrazioni e insegnamenti orali del maestro, poi da lui riveduta e completata; in parte forse rimaneggiata da terzi secondo le tendenze dell'epoca; nel suo nucleo e nel suo complesso indubbiamente autentica) rappresenta il tipo dell'autobiografia interiore, per cui gli avvenimenti concreti formano solo il corollario, e sono esposti non già in ordine cronologico ma in modo da inquadrare le fasi evolutive della vita mistica. Prima autobiografia in lingua tedesca, con la sua struttura anticipa le caratteristiche del Bildungsroman. - Composto probabilmente a poca distanza di tempo dal Büchlein der Wahrheit, il Büchlein der ewigen Weisheit (1328-30?), col suo contenuto di immediata visione, diverge totalmente dall'involuta speculazione di quello. Esso s'incentra nelle cento contemplazioni poste alla fine dell'opera, a cui in seguito si sovrappose nuovo materiale, senza criterio costruttivo. Autobiografico nello stesso senso come le parti più genuine della Vita, esso forma un compendio della via contemplativa all'unione mistica; di tutte le opere del misticismo germanico - compresa l'Imitazione di Cristo - ebbe la maggiore diffusione. Un'edizione latina di questo libro, curata dall'autore stesso e notevolmente ampliata con passi di argomento teologico etico e sociale, è l'Horologium Sapientiae. Fa parte dell'Esemplare anche un Kleines Briefbüchlein, redazione ridotta e modificata del suo epistolario raccolto dalla Stagel. All'infuori dell'Esemplare si sono conservate alcune prediche; il Minnebüchlein è quasi certamente spurio.

Tracce di lettura

Imparate a morire a voi stessi, perché nella morte della volontà naturale si cela una rigogliosa vita dello spirito. Questa morte al gaudio, al dolore e ad ogni nostra scelta quando siamo capaci di cogliere la gioia e il dolore, fa sì che nudi seguiamo il Cristo nudo. Questa regola è breve, perché dovete separarvi con diligenza dalle cose temporali. Con saggezza purificate le immagini delle creature. Elevatevi al cielo con Cristo senza ambiguità.

mercoledì 22 gennaio 2020

Meditazione del giorno. L'indispensabile miglio in più

«Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due». Matteo 5,42

«Benedetto sia il Signore, il Dio d'Israele,
perché ha visitato e riscattato il suo popolo ... 
come aveva promesso da tempo ... di concederci che ...
lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita». Luca 1,68-75

Cristo è morto per i nostri peccati e per la nostra redenzione. Attraverso il suo sacrificio noi siamo giustificati per fede. Questo è importante, ma come realtà a se stante è incompleta. Ogni miglio di un viaggio è importante. Ma senza la dottrina della santificazione siamo come un uomo che di ritorno da un lungo viaggio si ferma ad un miglio dalla porta di casa. La santificazione è quell'ultimo miglio. Non è l'intero viaggio; ma è uno stadio ulteriore della nostra salvezza, mediante il quale tutti i passi precedenti acquistano senso.

Chi ha perdonato sicuramente ti purificherà,
Raffinerà ogni scoria della tua natura;
Ti purificherà da ogni peccato e il suo potere entrerà,

Per colmarti ed emozionarti con la potenza divina.He who has pardon’d surely will cleanse thee,
All of the dross of thy nature refine;
Cleans’d from all sin, his power will enter,
Fill you and thrill you with power divine.

(Mrs. Lelia C. H. Morris)




- Da Holiness and the High Country, Albert F. Harper

martedì 21 gennaio 2020

Pregare le Scritture. LECTIO. Parte II. Leggere con attenzione

È l'attività più impegnativa e nobile della nostra vita. Non è troppo partire anche dal più accurato comportamento umano. Il libro stesso merita di essere intelligentemente scelto e custodito. Molte chiese, nella liturgia, lo incensano e lo baciano.
Il Beato Giuseppe Allamano suggeriva di tenerlo bene, non abbandonato nel disordine, mai trascurato tra altri libri o suppellettili.
Oggi abbiamo a disposizione tante traduzioni e edizioni. La scelta va fatta bene, al di là della veste tipografica invitante.
L'ordine abbraccia anche il tempo per la lettura, che va prestabilito e preparato. Possono avere importanza anche il luogo e la compostezza. esorta Sant'Ambrogio: "Perché non spendi tutto il tempo che puoi sulla Sacra Scrittura? Non sai che è stare con Cristo? Non è forse come fargli visita? Non è mettersi alla sua scuola? Ascoltiamo veramente Cristo quando leggiamo!".

L'attenzione deve concentrarsi in modo particolare nella lettura stessa. La lentezza, la calma, il silenzio sono fattori decisivi, sia per la lettura privata che per quella liturgica. Quando Gesù guidò la Lectio Divina a Nazaret "gli occhi di tutti erano fissi su di lui" (Luca 4,20).

Scrive Atanasio nella Vita di Sant'Antonio, Padre del Deserto: "Era così attento alla lettura delle Scritture che nulla gli sfuggiva. Ricordava tutto; al posto dei libri aveva la memoria." (La Vita di Antonio, Prologo, 3)

Tutto questo avvia verso l'ASCOLTO che è l'atteggiamento complessivo di fronte alla Parola. L'ascolto è soprattutto un atteggiamento interiore. Comprende anche la purezza del cuore ("Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" Mt 5,8), la semplicità  ("Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" Mt 11,25) e la docilità allo Spirito e alla Chiesa. L'ascolto è l'anima mariana: "Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21); "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore." (Lc 2,19); "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).

L'ascolto esprime bene al fede. A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede (cfr. Rm 16,26), con la quale l'uomo si abbandona a Dio tutt'intero liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà e acconsentendo alla rivelazione data lui (cfr. Dei Verbum, 5).

Dio è Parola. Nulla è troppo per metterci a sua disposizione!

        - Rev. Dr. Luca Vona, Eremita ✠

Meditazione del giorno. La chiamata alla santità nel Nuovo testamento

«Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate» 1 Tessalonicesi 4,3

Dio chiama il suo popolo a una vita con degli standard elevati e chiama ciò "santificazione".
La Bibbia utilizza un linguaggio suggestivo per descrivere questa esperienza spirituale di alto livello.
Quando Gesù pronuncia il Sermone sul monte sintetizza la messa in pratica di un amore perfetto nella chiamata alla santità: «Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5,48).
Paolo ci esorta: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà» (Romani 12.2).
Dio ci chiama alla purezza di cuore, ma non semplicemente attraverso i nostri sforzi. Egli ci chiede di consentirgli di compiere un miracolo di amore nella nostra anima: «E Dio, che conosce i cuori, rese testimonianza in loro favore, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna discriminazione fra noi e loro, purificando i loro cuori mediante la fede» (Atti 15,8-9).


Sento la tua amata  voce,
Questa mi chiama, Signore, a Te,
Per purificarmi nel tuo prezioso sangue
Quello che scorreva sul Calvario

I hear Thy welcome voice
That calls me, Lord to Thee,
For cleansing in thy precious blood
That flowed in Calvary.

- L. Hartsough (1828-1919)





- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

lunedì 20 gennaio 2020

Sant'Eutimio il Grande e l'imitazione di Cristo nel deserto

Il 20 gennaio del 473 muore nella lavra che egli stesso aveva fondato Eutimio il Grande, monaco nativo di Melitene, in Armenia.
Alla morte del padre, il piccolo Eutimio era stato affidato all'educazione del vescovo di quella città. Ebbe così modo di acquisire un forte sensus fidei, generato dall'ascolto e dalla meditazione delle Scritture, che lo accompagnerà per tutta la vita e in ogni situazione.
L'amore per la quiete e la riluttanza nei confronti della carriera ecclesiastica che gli si prospettava in modo ormai evidente, lo spinsero a cercare la solitudine in Palestina, dove si recò con il desiderio di imitare la vita di Cristo nel deserto.
Con la sua vita egli testimoniò a tal punto la bellezza del vangelo da portare alla fede cristiana un numero notevole di abitanti del deserto, in gran parte nomadi di lingua araba. Si andò così formando attorno ad Eutimio una laura, alla quale accorsero discepoli anche da regioni molto lontane.
Eutimio ebbe un ruolo importante negli avvenimenti della chiesa di quegli anni, e fu anche grazie a lui che la chiesa di Gerusalemme accolse il concilio di Calcedonia.

Eutimio il Grande
Eutimio il Grande (377-473)

Tracce di lettura

Così esortava i propri fratelli Eutimio: «In ogni ora ci occorre essere vigilanti e stare desti. Sappiate anzitutto questo: chi rinuncia al mondo non deve avere volontà propria, ma in primo luogo acquisirà umiltà e obbedienza; egli deve perseverare, meditare senza posa l'ora della morte e il giorno terribile del giudizio, aspirare alla gloria del regno dei cieli».
Diceva ancora: «Oltre alla custodia dell'interiorità, i monaci, soprattutto quelli giovani, devono faticare corporalmente, ricordando la parola dell'Apostolo: "Ho lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno" (1Ts 2,9); e queste mani hanno lavorato al mio servizio e al servizio di coloro che sono con me". Sarebbe strano, infatti, che mentre le persone del mondo si danno pena e fatica per nutrire moglie e figli con il loro lavoro, per offrire a Dio primizie, fare del bene per quanto possono, e inoltre vedersi reclamare imposte, noi non sovvenissimo neppure, con il lavoro delle nostre mani, alle nostre necessità corporali, ma restassimo lì pigri e immobili a godere della fatica altrui, quando soprattutto l'Apostolo comanda che il pigro non deve neppure mangiare»(2Ts 3,10).
(Cirillo di Scitopoli, Vita di Eutimio 9)

Preghiera

Eutimio, padre santo,
anche se hai scelto la sterilità,
sei stato padre di molti figli;
grazie al seme spirituale che hai sparso, infatti,
il deserto, dapprima impenetrabile,
si è colmato di un gran numero di monaci.
Intercedi perché siano accordate alle nostre anime
la pace e la grazia della salvezza.

In una società schiava del sesso essere casti è regnare


I discepoli gli dissero: «Se tale è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene prender moglie». Ma egli rispose loro: «Non tutti sono capaci di mettere in pratica questa parola, ma soltanto quelli ai quali è dato. Poiché vi sono degli eunuchi che sono tali dalla nascita; vi sono degli eunuchi, i quali sono stati fatti tali dagli uomini, e vi sono degli eunuchi, i quali si sono fatti eunuchi da sé a motivo del regno dei cieli. Chi può capire, capisca». Matteo 19,10-12.

«In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Matteo 18,3

Gesù rispose loro: «Voi errate, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio. Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli». Matteo 22,29

Lo sapevi che è facile entrare nel Regno di Dio?


Riporto qui di seguito uno splendido componimento poetico-teologico di Metodio d'Olimpo, uno dei grandi padri della Scuola di Antiochia, vissuto tra il terzo e l'inizio del quarto secolo. il testo di Metodio è un canto delle anime dei vergini (uomini e donne!), ovvero di coloro che hanno scelto di donarsi totalmente a Cristo e alla sua Chiesa. È chiaro che si tratta di una verginità che va oltre il dato meramente anatomico. D'altra parte dimostra l'alta considerazione che gli antichi Padri avevano per coloro che, fin dalla giovinezza o, a un certo punto nella loro vita (come Sant'Agostino d'Ippona) 

Tecla: Di lassù o vergini si e fatto sentire il suono di una voce che desta i morti. Ci ordina di partire incontro allo sposo, in tuniche bianche, con lampade, dalla parte dell’Oriente. Alzatevi prima che il re penetri all’interno della casa.

Il Coro: Mi serbo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

Tecla: Fuggendo la felicità, cura dei mortali, e disprezzati i piaceri di una vita voluttuosa e l'amore profano, desidero essere accolta fra le tue braccia vivificanti e contemplare per sempre la tua bellezza, o Diletto!

Il Coro: Mi serbo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

Tecla: Lasciando il matrimonio e il talamo dei mortali e il mio aureo palazzo per te, o mio re, sono venuta, avvolta in una tunica Immacolata, per poter entrare con te nelle delizie della tua camera nuziale.

Il Coro: Mi serbo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

Tecla: Sfuggita, o Diletto, agli artifizi innumerevoli del serpente, al morso del fuoco e gli assalti letali delle belve feroci, aspetto la tua venuta dal cielo.

Il Coro: Mi serbo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

Tecla: Dimentico la mia patria, o Signore, per amore della tua grazia. Dimentico anche la società delle vergini mie compagne, e financo il desiderio di mia madre e dei miei genitori, giacché, o Cristo, tu sei tutto per me.

Il Coro: Mi serbo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

Tecla: Tu sei l'autore della vita, o Cristo. Salve, o luce che non conosce tramonto, accetta questa lode punto il coro delle vergini ti implora, o fiore di ogni perfezione, Amore, Gioia, Prudenza, Sapienza, Verbo.

Il Coro: Mi serbo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

Tecla: A porte aperte, o Regina dalla meravigliosa acconciatura, concedici di penetrare nelle tue dimore. Sposa Immacolata, trionfante di gloria, affascinante di bellezza, noi ci teniamo accanto al Cristo, abbigliate come lui, per celebrare le tue nozze beate, o vergine traboccante di giovinezza!

Il Coro: Mi servo pura per te, o Sposo, e muovo incontro a te reggendo lampade splendenti.

- Metodio d’Olimpo (250-311) , Il Banchetto o della verginità, 11,2,1-7