Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 19 febbraio 2020

Corrado Confalonieri da Piacenza. Nobile eremita

Nato nel 1290; morto tra il 1351 ed il 1354; il suo culto fu approvato con il titolo di Santo dal Papa Paolo III. Di nobile origine Corrado amò i divertimenti e la vita di corte.
Un giorno su ordine di Corrado , i suoi servi appiccarono il fuoco al sottobosco per stanare una preda che il loro signore desiderava uccidere. Il fuoco dei suoi servi divampò e ben presto investì l'intera zona e danneggiò diverse case. Incapaci di gestire il fuoco, Corrado ed i servi tornarono a casa e non proferirono parola su ciò che era accaduto. Un pover'uomo che si trovava in quelle zone a fare legna, fu accusato ingiustamente di aver appiccato il fuoco e fu condannato a morte. La coscienza di Corrado era profondamente turbata , ed egli preso da profondo rimorso confessò di essere il responsabile del fuoco, al fine di salvare la vita del disgraziato. I danni che dovette risarcire furono enormi, grandi infatti erano state le distruzioni apportate dall'incendio; Corrado e la sua sposa si impoverirono enormemente!
Ma questa profonda trasformazione aveva arricchito la sua spiritualità. Sembrò ad entrambi che il buon Dio li avesse chiamati all'abbandono di quella vita, tutta dedita ai piaceri di quel rango tanto potente. La coppia vendette gli averi restanti e ne diede il ricavo ai poveri del posto e abbracciate le regole di Francesco e Chiara decisero di diventare religiosi. Corrado quindi divenuto terziario francescano si ritirò in eremitaggio.

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Corrado Confalonieri da Piacenza (1290-1351/54)
Da quel giorno la vita di Corrado cambiò, attratto dalla fede visse con grande austerità il resto della sua vita. Egli vagò per tanto tempo in solitudine e si trasferì in varie località, finché approdò nell isola di Malta, dove ancora esiste la grotta chiamata di San Corrado. Dall'isola di Malta ripreso il mare giunse al porto di Palazzolo e da qui a Noto Antica.
Nel Capovalle arrivò tra il 1331 e il 1335, per poi scegliere un posto isolato per la sua scelta vita eremitica. Fino a quando arrivo nel Val di Noto, dove passò trent'anni della propria vita. Gran parte della sua attività nel territorio netino fu trascorsa al servizio dei malati presso l'Ospedale di San Martino a Noto Antica ma poi vista la crescente fama di santità ed il continuo numero di visitatori decise di allontanarsi dalla città; passando gli anni restanti in eremitaggio insieme ad un altro monaco anacoreta oggi santo: Guglielmo Buccheri ( nobile netino).
Nella completa solitudine egli visse nella Grotta dei Pizzoni vicino Noto. Quì le sue preghiere rivolte a salvare gli uomini perduti, ad implorare grazie per i disastri, a soccorrere gli ammalati furono ascoltate da Dio ed a migliaia giungevano a lui,da tutto il Vallo. Numerosi sono i miracoli che a lui si ascrivono uno dei più i importanti è quello che vide per protagonista il Vescovo di Siracusa. Durante i suoi viaggi per la Diocesi, il prelato decise di fare visita all'eremitaggio ( siamo alla fine della vita terrena di Corrado), gli attendenti del Vescovo stavano preparando le provvigioni per il ritorno quando il Vescovo, sorridendo, chiese a Corrado se avesse avuto qualcosa da offrire ai suoi ospiti. Corrado replico che sarebbe andato a vedere nella sua cella; egli tornò portando due pani appena sfornati, che il prelato accettò come miracolo! Corrado ricambiò la visita del vescovo, confessandolo, ed al ritorno lungo la strada egli fu circondato da uccelli cinguettanti che lo scortarono fino a Noto. Corrado morì mentre era in preghiera, il 19 Febbraio 1351, ed alla sua morte tutte le campane delle chiese netine per miracolo suonarono a festa.
Fu seppellito nella chiesa normanna di San Nicolò, dove la sua tomba fu contesa tra le due popolazioni di Noto e di Avola. Quasi immediatamente fu avviato il processo canonico di beatificazione, che si concluse molto tempo dopo con il Breve di Papa Leone X (12 luglio 1515) , istituendone ufficialmente il culto, già presente da secoli. Fra le peculiarità da segnalare c'è la festa del Santo in Agosto che celebra proprio l'arrivo del Breve Papaple e della prima processione avvenuta proprio in quella occasione (Libro Verde del comune di Noto).
Nell'arte Corrado e rappresentato come un eremita francescano ai piedi una croce, mentre la sua figura è circondata da uccelli. Talvolta il suo ritratto è riprodotto come un vecchio con la barba, piedi nudi, un bastone tra le mani ed un lungo mantello sulle spalle. Nei secoli le sue virtù taumaturgiche furono implorate ed invocate contro l'ernia.

- Gaetano Malandrino

martedì 18 febbraio 2020

Enzo Bianchi e la preghiera del Rosario

La valenza universale della preghiera del rosario


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Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose
Nella tradizione cristiana sono state molte e diverse le forme della preghiera con cui i credenti hanno voluto rinnovare e confermare la loro comunione con il Signore, ma è indubbio che tutta la preghiera cristiana ha un centro rappresentato dalla liturgia, culmine di tutta l’azione della Chiesa, fonte di tutta la sua forza (cf. SC 10), in cui è “fabricata ecclesia Christi” (Tommaso d’Aquino, Summa Theologica III, q. 64, a. 2). Perciò il cristiano è consapevole che la preghiera della Chiesa, costituita dalla liturgia eucaristica e dalla liturgia delle ore, plasma la sua vita di credente e gli fornisce il cibo quotidiano della Parola e dell’eucaristia (cf. NMI 34), e questo, come ricordava Giovanni Paolo II, richiede che “l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nelle Sante Scritture la Parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza” (NMI 39).

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Madonna del Rosario (1600/1649), Simone Cantarini, olio su tela, Pinacoteca Tosio

Rispettato questo primato, il cristiano – proprio perché la preghiera liturgica sia prolungata fino a diventare preghiera incessante e si sviluppi e raffini l’arte del colloquio con Dio – può ricorrere ad altre forme di preghiera, tra le quali eccelle, all’interno della tradizione occidentale del II millennio, il rosario. Molti santi, infatti, hanno praticato la preghiera del rosario, trovando in essa uno strumento efficace per rinnovare la propria assiduità con il Signore. Tuttavia, Giovanni Paolo II lo ricorda con puntualità, come già aveva fatto Paolo VI, il rosario è un supporto alla liturgia e, ad essa e da essa ordinato, non potrà mai sostituirla poiché vuole essere innanzitutto una pedagogia alla preghiera personale (cf. RVM 4).

Ma qual è la plurisecolare gestazione che ha avuto il rosario nella tradizione spirituale cristiana? L’intero libro dei Salmi si conclude con il versetto: “ogni respiro dia lode al Signore” (Sal 150,6). I rabbini amano interpretarlo come un invito alla pluralità delle forme di lode al Signore: ogni respiro, ogni soffio dei viventi esprima la lode al Signore! Nell’insegnamento sulla preghiera dato da Gesù ai suoi discepoli risuona anche l’esortazione a “pregare in ogni momento” (Lc 21,36), a “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), e l’apostolo Paolo ripropone questa necessità ai cristiani delle comunità da lui fondate (cf. 1Ts 5,17; Ef 6,18). Indubbiamente queste esortazioni non chiedono di restare continuamente in un atteggiamento esteriore di preghiera, cosa che risulterebbe impossibile, bensì di dimorare in un’attitudine del cuore sempre disposta ad ascoltare il Signore e pronta a parlargli.

Proprio in funzione di questo, i padri del monachesimo si sono esercitati nella memoria Dei, nel ricordo di Dio, in modo da tendere a una disposizione permanente di preghiera, capace di rinnovare costantemente la comunione con Dio. San Basilio in particolare insisterà con forza su questa forma di preghiera: “Dobbiamo perseverare nel santo pensiero di Dio mediante un ricordo incessante e puro, impresso nelle nostre anime come sigillo indelebile” (Regole diffuse 5,2). E ancora: “Dobbiamo restare incessantemente sospesi al ricordo di Dio come i bambini alle loro madri” (Ivi2,2). All’interno della vita monastica verrà progressivamente elaborato un cammino ascetico preciso in vista della preghiera continua: l’osservanza dei comandamenti, la lotta spirituale, la custodia del cuore e la vigilanza conducono il monaco a un’assiduità con Dio tale che diventa egli stesso, si può dire, preghiera vivente e continua. E per percorrere efficacemente questo cammino, i padri del deserto – in un’epoca in cui libri e codici erano rarissimi e altrettanto scarse le persone in grado di leggere – inizieranno a praticare la meléte, la meditazione o ruminazione di un versetto delle Sante Scritture imparato a memoria, o la ripetizione di un’invocazione al Signore. Preghiera semplice, certo, forse anche preghiera “povera”, ma tale da poter essere praticata in condizioni e momenti diversi della giornata: durante il lavoro manuale, in viaggio, nei momenti di sosta e di riposo… Invocazioni che chiedevano aiuto, imploravano misericordia, o che erano un grido di lode e ringraziamento al Signore. Fu praticata soprattutto l’invocazione del Nome santo di Gesù, il Nome dato da Dio tramite l’angelo al bambino che doveva nascere dalla Vergine Maria: Ieshoua, “JHWH è salvezza”! Questo bel Nome invocato sui cristiani (cf. Gc 2,79, questo Nome che è al di sopra di tutti gli altri nomi (cf. Fil 2,9), l’unico Nome in cui c’è salvezza (cf. At 4,12), è diventato per i cristiani ciò che il Nome del Signore, JHWH, era per gli ebrei.

A partire dal V secolo, negli ambienti monastici d’Oriente è proprio l’invocazione del Nome di Gesù a essere privilegiata come preghiera personale, nella convinzione di poter, attraverso il Nome salvifico, vincere la tentazione e unificare tutto l’essere in una tensione forte di comunione con Dio. Invocazione e meditazione si fondono e si alternano, mettendo in accordo le labbra e la mente, così che nel profondo del cuore si giunge all’esperienza della presenza del Signore: “Cristo in noi, speranza della gloria” (Col 1,27). È la preghiera “monologista” (monológhistos) nella quale si eserciteranno generazioni e generazioni di monaci orientali e che a poco a poco finirà per essere costituita quasi esclusivamente dall’invocazione “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!”, a esclusione di altre forme di supplica o di meditazione. Quando un novizio pronuncia i voti monastici, gli viene consegnato un rosario, chiamato “la spada spirituale”, ed egli impara a praticare la preghiera di Gesù giorno e notte. Sarà questa preghiera a contrassegnare l’esicasmo (corrente spirituale sviluppatasi al Monte Athos nel XIII secolo), in cui all’invocazione a Gesù verranno associati elementi di tecnica psicosomatica, nell’intenzione di rendere partecipe della preghiera anche il corpo. Questa è stata dunque la via dell’Oriente cristiano: la ripetizione di un’invocazione a Gesù, una formula giaculatoria con contenuto biblico e profondo significato teologico e spirituale per chi la pratica. Essa, infatti, instaura nel cuore dell’orante un sentimento di umiltà e l’esperienza della presenza misericordiosa di Gesù, permettendo l’unificazione di tutta la persona in un’assiduità con il Signore che è una forma della “preghiera continua” possibile all’uomo.

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Del resto, anche nella tradizione ebraica hassidica la venerazione del Nome santo di Dio ha conosciuto una pratica di ripetizione: quando qualcuno, per pura grazia, giungeva a conoscerne la pronuncia, questi – chiamato baal Shem, “signore, possessore del Nome” – lo invocava ripetutamente, divenendo un contemplativo e un intercessore.


Né va dimenticato che il metodo di orazione ripetitivo e meditativo non è sconosciuto ad altre vie religiose: vi si possono riscontrare analogie con la preghiera di Gesù e con lo stesso rosario, ma esse vanno colte nella loro qualità di mezzi, di strumenti umani per la ricerca di un’assiduità con Dio, e permane comunque una differenza fondamentale: mentre nelle tecniche dell’Oriente non cristiano è il metodo che ha il primato in vista di una condizione di contemplazione, nella preghiera cristiana il primato spetta sempre all’azione dello Spirito santo, “lo Spirito che prega in noi” (cf. Rm 8,15.26; Gal 4,6), senza il quale non c’è autentica preghiera cristiana.

In particolare, nella ricerca di Dio condotta dalle genti dell’India è praticata una forma di preghiera che consiste nel ripetere molte volte al giorno, con l’aiuto di una corona di grani, una brevissima invocazione alla divinità, una formula mistica (il mantra) a volte associata a tecniche psicosomatiche (ajapamantra). È una preghiera per acquistare pace interiore e giungere a una visione penetrante della realtà, preghiera attestata anche nel buddhismo cinese (X secolo) e giapponese (XIIIsecolo), quale invocazione a Buddha Amida, e molto praticata anche ai nostri giorni nel buddhismo tibetano: i lama portano sempre al polso sinistro il rosario buddhista (mala).


Va inoltre ricordata una forma di preghiera presente nella tradizione spirituale dell’Islam: il dhikr, nel quale, proprio in vista del ricordo incessante di Dio, si fa menzione ripetuta del suo Nome e si cerca di dimenticare tutto ciò che non è Dio. Questa pratica è sorta nel sufismo in epoca relativamente tarda, nell’XI-XII secolo, ed è ben descritta da un testo di al-Ghazali: “Dopo essersi seduto nella solitudine, il sufi non cesserà di dire con la bocca: Allah, Allah, continuamente, con la presenza del cuore”. Si tratta dunque di una memoria Dei, attuata attraverso l’invocazione del Nome di Dio (Allah) o dei suoi novantanove nomi, tanti quanti i grani del rosario musulmano (sebhaa): una pratica sia solitaria che collettiva (almeno nelle confraternite di sufi) in vista di una comunicazione con Dio. Anche tale pratica a volte si serve di tecniche psicosomatiche, che tuttavia restano puramente strumentali perché, come insegna al-Ghazali, “non è in potere del sufi impegnato nel dhikr attirare a sé la misericordia di Dio, l’Altissimo”.

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Se è utile confrontare il rosario con queste forme di preghiera ripetitiva presenti in altre religioni, l’accostamento più significativo rimane quello alla “preghiera del cuore” dell’Oriente ortodosso ricordata sopra: tra le due “pratiche” nei secoli passati ci sono state indubbie influenze reciproche. Così, nel secondo millennio, è emerso in Occidente l’uso di “giaculatorie” (invocazioni a Dio vibranti e rapide come un lancio di giavellotto, iaculum) e di litanie, ripetizioni di nomi e attributi del Signore o dei santi, con richiesta di intercessione: tra esse troviamo la sistematica ripetizione dell’annuncio dell’angelo a Maria.

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Ora, esaminando più da vicino il rosario, questa “preghiera del cuore” occidentale, vediamo che esso si articola in un duplice movimento: c’è una prima parte in cui la lode e la gioia dell’Incarnazione sono vissute nel ripetere il saluto dell’angelo a Maria e che ha il suo culmine nella pronuncia del Nome santo di Gesù, cui segue una seconda parte in cui trova posto l’invocazione. I due tempi essenziali della preghiera cristiana – lode e invocazione – sono quindi presenti, e al centro vi è il Nome di Gesù, l’unico nome in cui c’è salvezza, il nome della “dolce memoria” cristiana. Né si dovrebbe dimenticare che l’Ave Maria è di per sé preghiera ecumenica, dato che la teologia della Riforma non ha mai condannato l’invocazione a Maria perché preghi, interceda per noi.

È evidente la matrice biblica dell’Ave Maria: ciò che si ripete nella prima parte sono parole dell’angelo (“Ave, piena di grazia, il Signore è con te”: Lc 1,28), sono parole di giubilo di Elisabetta (“Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno”: Lc 1,42) che evocano le promesse-benedizioni di Dio nell’Alleanza (cf. Dt 28,4). All’origine dell’Ave Mariac’è allora, semplicemente, un duplice saluto biblico a Maria che sfocia nell’invocazione del Nome di Gesù, dunque in una “preghiera a Gesù”. La fede della Chiesa ha poi avvertito il bisogno dell’invocazione “prega per noi”:prega per noi“ora”, per noi poveri “peccatori”, e prega per noi “nell’ora” escatologica, l’ora “della nostra morte”, del nostro esodo da questo mondo al Padre.

La nostra esperienza dice che il rosario è una preghiera “preziosa”, anche in virtù di quella semplicità, di quella “povertà” cui accennavamo prima: per alimentare la nostra vita spirituale, infatti, non sempre ci è possibile ricorrere a una preghiera che si nutra della lettura della Scrittura, mentre è facile in ogni luogo e in ogni situazione recitare il rosario, magari anche solo una sua parte, una “decina”, un “mistero”… È preghiera pacificante che predispone in noi una situazione di unificazione di tutto l’essere – corpo, psiche e spirito –attraverso la lode gioiosa alla madre del Signore e al Nome santo di Gesù, e attraverso l’invocazione di una preghiera di intercessione.

Con il rosario, dunque, si prega e si chiede preghiera – nella comunione di tutti i santi, sempre intercessori per noi – alla madre del Signore: “ora pro nobis”, prega per noi, per noi tutti. E attraverso questa formula si può meditare il grande mistero della salvezza operata in Gesù Cristo, dall’Incarnazione alla misericordiosa e gloriosa Venuta! Così meditazione, preghiera e contemplazione si intrecciano nel rosario attorno al Nome santo di Gesù: “è preghiera dal cuore cristologico”, ha scritto Giovanni Paolo II (RVM 1), e proprio per questo può essere preghiera dei semplici come degli intellettuali, dei vecchi come dei bambini, preghiera di tutti quelli che provano nostalgia per la preghiera continua e si sentono poveri peccatori.

- Enzo Bianchi, Fondatore della Comunità monastica di Bose, L’Osservatore Romano, 18 gennaio 2003

Il Beato Angelico. Dipingere la bellezza del Vangelo

Nel 1455 si spegne, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva, fra' Giovanni di San Domenico, religioso domenicano passato alla storia come il Beato Angelico. Fra' Giovanni, che prima di entrare dai frati domenicani si chiamava Guido di Piero, era nato verso la fine del XIV secolo nei pressi di Firenze, in una famiglia poverissima. Entrato molto giovane nella Compagnia di San Niccolò, una confraternita fiorentina, il giovane Guido si era presto segnalato per le precoci e straordinarie doti di pittore. Stimato dai contemporanei per la dolcezza e la semplicità, Guido avvertì il bisogno di contribuire con tutta la sua vita al rinnovamento evangelico nella chiesa del suo tempo. Egli entrò così nel convento domenicano di Fiesole, appartenente all'ala riformatrice dell'Ordine, e prestò il suo servizio di predicatore discreto e silenzioso, di teologo e di poeta. Ma fu soprattutto grazie ai suoi dipinti che il Beato Angelico seppe realizzare l'armonia tra la nascente arte rinascimentale e la purezza di cuore di un vero cercatore di Dio. 

BEATO ANGELICO, ritratto, fine del XVI sec., Fiesole
Giovanni da Fiesole, "Beato Angelico" (1395-1455)

Come ebbe a dire Michelangelo, fu la sua opera a fargli «meritare il cielo, per poter contemplare tutta la bellezza da lui raffigurata sulla terra». Dal 1438 fra' Giovanni si stabilì nel convento fiorentino di San Marco, di cui sarà più tardi nominato priore, assieme a tre confratelli pittori. In esso l'Angelico e i suoi compagni ci hanno lasciato una delle espressioni più pure e sobrie dell'arte religiosa rinascimentale.
Chiamato a Roma dai primi papi umanisti, fra' Giovanni morì nel convento del Maestro generale dell'Ordine. Secondo la leggenda, alla sua morte colò una lacrima dalla guancia di ciascuno degli angeli che l'Angelico aveva dipinto.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità di Bose

Beato Angelico, Trasfigurazione (1338-1440), Museo Nazionale di San Marco, Firenze


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lunedì 17 febbraio 2020

Janani Luwum e compagni (+ 1977) martiri. Il coraggio della parola profetica

Janani Luwum nacque nel 1922 ad Acholi, in Uganda. Figlio della prima generazione di cristiani ugandesi, convertiti dai missionari britannici, da ragazzo aveva fatto, come tutti i suoi fratelli, il pastore delle pecore e delle capre che appartenevano alla sua famiglia di contadini.
Il giovane Janani, tuttavia, mostrò una tale propensione all'apprendimento che gli fu offerta la possibilità di studiare e di diventare insegnante. A 26 anni divenne cristiano, e nel 1956 fu ordinato presbitero della locale chiesa anglicana. Eletto vescovo dell'Uganda settentrionale nel 1969, fu nominato arcivescovo dell'Uganda cinque anni più tardi, quando già infuriava il regime dittatoriale del generale Idi Amin. Luwum cominciò a esporsi pubblicamente, contestando la brutalità della dittatura e facendosi portavoce del malcontento dei cristiani ugandesi e di larghe fasce della popolazione.
Nel 1977, di fronte al moltiplicarsi delle stragi di stato, l'opposizione dei vescovi si fece palese e vibrante. Il 17 febbraio, pochi giorni dopo che Idi Amin aveva ricevuto una dura lettera di protesta firmata da tutti i vescovi anglicani, il regime annunciò che Luwum era stato trovato morto in un incidente d'auto assieme a due ministri del governo ugandese. Alla moglie che insisteva perché non si recasse all'incontro con il dittatore, Luwum aveva detto, poche ore prima di morire: «Sono l'arcivescovo, non posso fuggire. Che io possa vedere in quanto mi accade la mano del Signore».

JANANI LUWUM
Janani Luwum (1922-1977)

Tracce di lettura

Un dottore, che aveva visto i corpi delle tre vittime durante il cambio della guardia, confermò che tutti e tre erano stati uccisi. Poi emersero alcuni dettagli sulle ultime ore dell'arcivescovo. Egli era stato preso dal centro di ricerca dello Stato, spogliato e spinto in una grande cella piena di prigionieri condannati a morte. Lo riconobbero, e uno di loro gli chiese la benedizione. Poi i soldati gli restituirono la veste e il crocifisso. Quindi tornò in cella, pregò con i prigionieri e li benedisse. Una grande pace e una grande calma scese su tutti loro, come testimoniò un sopravvissuto. Si dice anche che cercassero di fargli firmare una confessione. Altri hanno testimoniato che egli pregava a voce alta per i suoi carcerieri quando venne ucciso. (Dal racconto di un testimoni )

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose


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I sette fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria (XIII sec.)

La Chiesa cattolica d'Occidente celebra oggi la memoria dei sette santi fondatori dell'ordine dei Servi di Maria (Frati Serviti). Fiorentini, mercanti di lana, ricchi, i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria erano nati verso la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. Amici fra di loro e appartenenti a un gruppo laico di fedeli che erano particolarmente devoti alla Vergine e che si dedicavano al servizio dei poveri e dei malati, probabilmente verso il 1240 cominciarono a vivere insieme, poco fuori Firenze, nella povertà e nella preghiera, nel desiderio di vivere una vita di penitenza.
Adottarono in seguito la regola di Agostino e, alla ricerca di maggior solitudine, si stabilirono sul monte Senario. Qui la comunità penitenziale divenne ufficialmente l'Ordine dei Servi di Maria, un ordine ispirato al genere di vita narrato nei sommari degli Atti degli Apostoli (cf. At 2,42-47; 4,32-35), con un impegno di radicale povertà, di preghiera e di lavoro. Fra i sette santi i più noti sono Bonfiglio Monaldo, primo priore di Monte Senario, e Alessio Falconieri che morì il 17 febbraio 1310, più che centenario, e fu testimone della costituzione definitiva dell'Ordine dei Servi, avvenuta nel 1304.

Immagine opera
Luigi Crespi (1709-1779), I Sette santi fondatori dei serviti


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domenica 16 febbraio 2020

Domenica di Sessagesima o Seconda Domenica prima della Quaresima

Antifona di Introito

Exurge, quare obdormis Domine? Exurge, et ne repellas in finem: quare faciem tuam avertis, oblivisceris tribulationem nostram? Adhaesit in terra venter noster: exurge, Domine, adjuva nos, et libera nos.

Alzati, perché dormi, Signore? Destati e non ci respingere per sempre, perché volgi la tua faccia e non ti curi della nostra tribolazione? Siamo prostrati nella polvere, sorgi, o Signore, vieni in nostro soccorso e liberaci.




Colletta

O Lord God, who seest that we put not our trust in any thing that we do; Mercifully grant that by thy power we may be defended against all adversity; throught Jesus Christ our Lord. Amen.

O Signore Dio, che vedi che non poniamo alcuna fiducia nelle nostre opere, concedici misericordioso che per la tua potenza possiamo essere difesi in ogni avversità. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

2 Cor 11,19-31

19 Or voi, pur essendo savi, li sopportate volentieri i pazzi! 20 Infatti, se uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora, se uno vi prende il vostro, se uno s'innalza sopra di voi, se uno vi percuote in faccia, voi lo sopportate. 21 Lo dico a nostra vergogna, come se noi fossimo stati deboli; eppure, qualunque cosa uno osi pretendere (parlo da pazzo), oso pretenderla anch'io. 22 Sono Ebrei? Lo sono anch'io. Sono Israeliti? Lo sono anch'io. Sono discendenza d'Abraamo? Lo sono anch'io. 23 Sono servitori di Cristo? Io (parlo come uno fuori di sé) lo sono più di loro; più di loro per le fatiche, più di loro per le prigionie, assai più di loro per le percosse subite. Spesso sono stato in pericolo di morte. 24 Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; 25 tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato un giorno e una notte negli abissi marini. 26 Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli; 27 in fatiche e in pene; spesse volte in veglie, nella fame e nella sete, spesse volte nei digiuni, nel freddo e nella nudità. 28 Oltre a tutto il resto, sono assillato ogni giorno dalle preoccupazioni che mi vengono da tutte le chiese. 29 Chi è debole senza che io mi senta debole con lui? Chi è scandalizzato senza che io frema per lui?
30 Se bisogna vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31 Il Dio e Padre del nostro Signore Gesù, che è benedetto in eterno, sa che io non mento. 


Lc 8,4-15

4 Or come si riuniva una gran folla e la gente di ogni città accorreva a lui, egli disse in parabola:
5 «Il seminatore uscì a seminare la sua semenza; e, mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada: fu calpestato e gli uccelli del cielo lo mangiarono. 6 Un'altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. 7 Un'altra cadde in mezzo alle spine: le spine, crescendo insieme con esso, lo soffocarono. 8 Un'altra parte cadde in un buon terreno: quando fu germogliato, produsse il cento per uno». Dicendo queste cose, esclamava: «Chi ha orecchi per udire oda!»
9 I suoi discepoli gli domandarono che cosa volesse dire questa parabola. 10 Ed egli disse: «A voi è dato di conoscere i misteri del regno di Dio; ma agli altri se ne parla in parabole, affinché vedendo non vedano, e udendo non comprendano.
11 Or questo è il significato della parabola: il seme è la parola di Dio. 12 Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, affinché non credano e non siano salvati. 13 Quelli sulla roccia sono coloro i quali, quando ascoltano la parola, la ricevono con gioia; ma costoro non hanno radice, credono per un certo tempo ma, quando viene la prova, si tirano indietro. 14 Quello che è caduto tra le spine sono coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità. 15 E quello che è caduto in un buon terreno sono coloro i quali, dopo aver udito la parola, la ritengono in un cuore onesto e buono, e portano frutto con perseveranza.



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sabato 15 febbraio 2020

Vietato predicare il Vangelo in Gran Bretagna

Lo strano caso del predicatore Franklin Graham e della libertà negata
Venti di intolleranza alla libertà di parola in Gran Bretagna

Roma (EA UK; AEI), 14 febbraio 2020 – A seguito della cancellazione della disponibilità di alcuni luoghi per la prevista campagna evangelistica di Franklin Graham in Gran Bretagna, l’Alleanza evangelica britannica ha diramato un’interessante riflessione. Questa è una sintesi:

La grande libertà di cui sembra godere la società odierna, non appare più tale se la posta in gioco è la libertà di parola. Quando si tratta di esprimere opinioni o prendere posizione su argomenti controversi, tutto si riduce alla ricerca di piattaforme comuni che non disturbino la sensibilità di chi pensa diversamente. È una vera e propria censura che, agendo nel nome della tolleranza e dell’inclusione sociale, si muove fino a gestire l’agenda pubblica, condizionando o annullando eventi, orientando le scelte politiche e commerciali.

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Franklin Graham

È significativo il caso del predicatore americano Franklin Graham, che si è visto annullare quasi tutti gli appuntamenti, pianificati da tempo, in diverse città del Regno Unito, con motivazioni legate alla presunta pericolosità delle sue opinioni. A Glasgow, solo per citare una delle città in cui il predicatore avrebbe dovuto tenere uno degli incontri, il consiglio cittadino ha affermato che la concessione del permesso di parlare pubblicamente, lo avrebbe esposto al pericolo di “violare la legge”. Non si comprende bene di quale legge abbia in mente un funzionario pubblico che si esprime in questo modo. In pratica, prima ancora di giudicare le opinioni, si è scelto di sanzionare le intenzioni. È una violazione della libertà di pensiero, realizzata nel nome della stessa libertà.  Siamo davanti ad un atteggiamento pericoloso e diffuso in tutti gli ambiti della società. L’opinione di un calciatore tedesco sulla condizione della minoranza cinese uigura, ha spinto un’emittente televisiva ad oscurare tutte le partite della sua squadra d’appartenenza. Qualcosa di simile è avvenuto ad una famosa catena di fast-food britannica, costretta a chiudere alcuni esercizi a causa delle opinioni ritenute omofobe dalla lobby LGBT.

Si potrebbe continuare oltre con altri casi simili, ma vogliamo limitarci a considerare la necessità di rimanere con la guardia alta davanti a tutto ciò che rappresenta una violazione della libertà religiosa, la madre di tutte le libertà. L’Alleanza Evangelica Britannica, oltre ad aver deciso di sostenere il tour di Graham e di lottare per conquistare spazi di libertà attualmente negati o ostacolati, incoraggia gli evangelici di tutto il mondo nel  condividere la stessa preoccupazione e nel resistere davanti alle sirene della finta libertà. - Alleanza Evangelica Italiana



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Querida Amazonia. Francesco scontenta tutti

Querida Amazonia: un rinforzo della missiologia globalista di papa Francesco. Delusi i progressisti, perplessi i tradizionalisti

Roma (AEI), 14 febbraio 2020 – Non ha accontentato nessuna l’esortazione apostolica Querida Amazonia di papa Francesco resa nota il 12 febbraio. I progressisti si aspettavano l’apertura alla consacrazione al sacerdozio dei “viri probati” e al diaconato femminile, misure che il Documento finale del Sinodo sull’Amazzonia aveva ventilato. Il Papa ha taciuto su questi punti, forse consapevole dell’inasprimento della crisi che avrebbe provocato un ulteriore strappo con settori della chiesa cattolica contrari al cambiamento di queste disposizioni centenarie della tradizione latina.

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Delusi sono stati anche i conservatori cattolici che hanno trovato nel documento un rinforzo potente della missiologia “in uscita” che ha in testa il papa, sulla scia di Evangelii Gaudium e di Laudato si’: insistente sui temi globalisti e nativisti, incentrata sulla pratica dell’incontro solidale, sostanzialmente aperta a operare sincretismi con le culture indigene. Nessun cenno a temi quali il peccato personale, la salvezza in Cristo soltanto, la circolazione della Bibbia come viatico di evangelizzazione e consolidamento della fede: tutte cose essenziali, non solo per le regioni amazzoniche, ma per tutto il mondo.  In fondo, papa Francesco ha ottenuto il risultato di consolidare il “suo” magistero e la sua missiologia. - Alleanza Evangelica Italiana


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venerdì 14 febbraio 2020

Cirillo e Metodio. Tutte le lingue lodino il Signore

Fratelli originari di Tessalonica, Cirillo e Metodio abbracciarono la vita monastica in un monastero della Bitinia.
Nell'862 furono inviati dal patriarca di Costantinopoli a evangelizzare la Moravia e la Pannonia. Essi iniziarono la loro opera traducendo il vangelo e la liturgia in lingua slava e utilizzando, per scriverli, un alfabeto a 38 lettere inventato da Cirillo.
Il papa Adriano II li chiamò allora a Roma, approvò la loro opera di predicazione e nominò Metodio arcivescovo di Moldavia e Pannonia.
Cirillo morì a Roma il 14 febbraio dell'869. Metodio continuò il suo apostolato, subendo la forte pressione delle popolazioni germaniche che cercavano di estendere il loro dominio sui territori orientali e che si opponevano all'uso dello slavo nella liturgia, ma non si scoraggiò mai, anche se dovette, a un certo momento, esercitare il suo apostolato quasi di nascosto.
Egli morì nell'885. Nel 1976 il corpo di Cirillo, sepolto a Roma, è stato restituito alla sua città natale, Tessalonica, e nel 1980 Cirillo e Metodio sono stati proclamati dalla chiesa cattolica patroni d'Europa, insieme a Benedetto da Norcia.

CIRILLO E METODIO, icona russa del XVIII sec.
Cirillo (+869) e Metodio (+885)

Tracce di lettura

A Venezia, si radunarono contro Cirillo vescovi e preti e monaci, e dicevano: «Noi non conosciamo che tre lingue nelle quali è lecito lodare Dio: l'ebraico, il greco e il latino». Ma egli rispose: «Non vi vergognate di fissare tre sole lingue, decidendo che tutti gli altri popoli e stirpi restino ciechi e sordi?
Ringrazio Dio di parlare più lingue di voi tutti, ma in chiesa preferisco pronunciare cinque parole che esprimono ciò che penso, in modo da istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila in una lingua per loro sconosciuta. Fratelli, ogni lingua deve poter confessare che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre». (Vita di Cirillo 16)

giovedì 13 febbraio 2020

Giordano di Sassonia e le origini della Salve Regina

Nato circa l'anno 1175 (Aron) o verso il 1185 (Scheeben) a Burgherg presso Dassel (Westfalia), probabilmente da contadini, per le sue eccellenti doti si recò ancor giovane allo Studio parigino. Nel 1218 o prima era magister artium. Nell'estate 1219 incontrò san Domenico, di passaggio per Parigi, si confessò da lui e fu da lui esortato a ricevere il diaconato (Liloellus, n. 3). Dopo qualche mese Giordano decise di farsi domenicano con il suo amico Enrico di Colonia. Già diacono e baccelliere in teologia, chiese l'abito domenicano il 12 febbraio 1220. Qualche mese più tardi fu scelto quale delegato principale, dopo Matteo di Francia, del convento di Parigi, per assistere al primo capitolo generale dell'Ordine, -da celebrarsi nel maggio 1220 a Bologna.
Rientrato a Parigi riprese l'insegnamento e il ministero. Nel capitolo generale di Bologna del giugno 1221 fu nominato quantunque assente, provinciale della Lombardia, la più rigogliosa provincia del giovane Ordine dei Predicatori. Questo ufficio affidato a Giordano è il più eloquente riconoscimento delle sue qualità personali e religiose. Da Parigi si mise in viaggio, via Besancon e Losanna, per giungere in Lombardia ove arrivò, come sembra, dopo la morte di s. Domenico, avvenuta il 6 agosto 1221. Giordano risiedeva a Bologna, predicava e vigilava su conventi e frati. Lo spiacevole episodio dell'ossessione di un certo fra Bernardo, a Bologna, mosse Giordano ad introdurre il canto della Salve Regina dopo la Compieta; l'episodio risale all'anno 1221 e diede inizio a questa usanza liturgica quotidiana presso i Domenicani.
Nel capitolo tenutosi a Parigi per l'elezione del secondo maestro generale dell'Ordine ed al quale sembra sia stato presente, Giordano fu eletto il 23 maggio 1222.
Nel giugno 1223 installò nel monastero di S. Agnese a Bologna Diana d'Andalò e le sue compagne e le vestí dell'abito domenicano.
La rete dei viaggi del beato si estese anche oltre; luoghi dei capitoli generali celebrati sotto di lui, ora a Bologna ora a Parigi, per visite a varie province. Cosí Giordano presiedette il primo capitolo della provincia di Germania a Magdeburgo nel settembre del 1227; fu presente alla morte di Enrico di Colonia nell'ottobre 1229; nel gennaio 1230 si trovava a Oxford e forse nel 1232 a Napoli. Nel maggio 1233 eseguí la traslazione delle spoglie del fondatore dell'Ordine a Bologna. Ma non poté intervenire, per infermità, ai successivi capitoli del 1234 e 1235. Diresse però i capitoli generalissimi di Parigi (1228) e di Bologna (1236). Dopo queste assise visitò la provincia di Terra Santa. Tornando in Europa, per il naufragio della nave dinanzi alla costa di Pamphilia, presso Attalia, Giordano con i compagni fra Gerardo e fra Giovanni, trovò la morte il 13 febbraio 1237, morte comunicata dal provinciale di Terra Santa, p. Filippo di Reims, ai penitenzieri della curia papale, fra Godefrido e fra Reginaldo, i quali la diffusero per l'Europa. Le tre salme, recuperate e trasportate nella chiesa domenicana ad Acri, furono ivi seppellite. S. Ludgarda ebbe una visione di Giordano in gloria in mezzo agli Apostoli e ai Profeti.
Di intelligenza viva, volontà nobile, cuore generoso e sempre pronto all'aiuto, Giordano ebbe l'arte perfetta di trattare uomini e affari. Egli plasmò piú di ogni altro, dopo il fondatore, lo spirito e la legislazione dei Predicatori. Inoltre fu propagatore felicissimo del suo Ordine, portando le case da trenta a trecento e il numero dei frati da ca. trecento a quattromila. Simpatia e successo particolari incontrò tra gli universitari, sia maestri, sia scolari. A Parigi, una volta, diede l'abito a sessanta studenti e ad altri ancora a Vercelli, a Padova (Giovanni Buoncambi, Alberto Magno), a Bologna, ecc. Pubblicò le prime costituzioni domenicane; diede impulso al ministero della predicazione in Europa e nelle missioni e all'amministrazione dei sacramenti e tutelò il diritto di sepoltura nelle chiese domenicane. Per ordine di Gregorio IX dovette accettare dal 1231 le nomine di domenicani a inquisitori in Francia, Germania, Lombardia, Toscana, nel regno di Sicilia e in Spagna. Rapporti spirituali e amministrativi lo legarono ai papi, alla regina Bianca di Francia, a vescovi e pastori d'anime, a dotti come Roberto Grosseteste ed i maestri di Parigi e Bologna, nonché ad anime elette come Enrico di Colonia, le beate Diana e compagne domenicane a Bologna, s. Ludgarda cistercense in Aywières, le benedettine di Oeren-Treviri ed altre.
Il beato Giordano fu il primo autore domenicano di notevole importanza. Divenne il primo storiografo di san Domenico e del suo Ordine. Le epistole dirette a conventi e anime elette, come alla beata Diana d'Andalò e compagne e alle benedettine di Oeren eccellono per stile chiaro ed espressivo senza ricercatezza, per notizie sui viaggi, di carattere amministrativo, religioso, personale e culturale. La dottrina spirituale prende lo spunto dalla salda fede nella vita eterna, attraverso la conformità con Cristo, la prudenza delle mortificazioni, con cenni a Maria, a san Domenico, alla Chiesa e al papa.
Dopo la sepoltura nella chiesa d'Acri, Giordano ebbe venerazione anche da parte musulmana. Gerardo di Frachet nelle Vitae fratrum (1259-60), dopo il libro su s. Domenico, consacra un libro intero al "santo e degno di memoria padre nostro frate Jordano". Tommaso da Modena a Treviso (1352 ca.) e Giovanni da Fiesole dipingono la bella figura del b. Giordano, quest'ultimo nella Crocifissione del capitolo di S. Marco a Firenze, seguiti dagli alberi genealogici dei secoli XV, XVI e XVII, dal, l'affresco di Federico Pacher (m. 1494) a Bolzano e dalle immagini del Klauber, Danzas, Bioller, van Bergen. Grande lode gli dedica il cronista Giovanni Meyer (1466) terminante nella frase: "pater gloriosis coruscat miraculis et multis multa beneficia praestat". Leone XII, il 10 maggio 1826, ne confermò il culto. La festa si celebra nell'Ordine Dominicano il 14 febbraio, nell'Ordine Teutonico il 13 febbraio.

- Angelo Walz

Tracce di lettura

Nell'anno del Signore 1221 , nel Capitolo Generale di Bologna, ai Capitolari parve opportuno di impormi la carica, che essi creavano per la prima volta, di Priore Provinciale di Lombardia. io allora ero nell'Ordine da poco più di un anno e non avevo perciò radici così profonde quanto  avrei dovuto, ora che ero messo a governare gli altri, io che non avevo ancora imparato a governare la mia imperfezione. In quello stesso Capitolo si inviò in Inghilterra una comunità di frati, con fra Gilberto in qualità di Priore. A quel Capitolo io non ero presente.
Dopo aver terminato il racconto degli avvenimenti accaduti al tempo di Maestro Domenico e che era conveniente ricordare, proseguendo nella narrazione è bene ora far cenno di certi altri avvenimenti accaduti in seguito.
Morto fra Everardo a Losanna, io proseguii il mio viaggio e giunsi in Lombardia per assumervi l'ufficio che mi era stato imposto nei riguardi di quella provincia. C'era in quel tempo un certo fra Bernardo di Bologna, il quale veniva talmente tormentato da un crudele demonio da cui era posseduto, che giorno e notte veniva agitato da orribili incubi; e così tutta la comunità dei frati ne veniva disturbata. Senza dubbio la Divina Provvidenza aveva mandato questa tribolazione per provare la pazienza dei suoi servi.
Questa tremenda vessazione del sunnominato fra Bernardo, fu la causa principale che ci spinse a istituire a Bologna il canto dell'antifona Salve Regina, dopo Compieta. Da questa casa l'uso si estese a tutta la Provincia di Lombardia e infine, la pia e salutare usanza si affermò in tutto l'Ordine.
A quanti, questa santa lode della veneranda madre di Cristo, fece versare lacrime di devozione! Quante volte essa commosse gli affetti di chi l'ascoltava o di chi la cantava, intenerendo la durezza dei loro cuori e infiammandola di santo ardore! E non crediamo che la madre del nostro redentore si diletti di tali lodi. si commuova per tali preghiere? Mi riferì un altro uomo religioso degno di fede di aver visto spesso in visione, al momento in cui i frati cantavano Eia ergo advocata nostra, la madre del Signore in persona, nell'atto d'inginocchiarsi davanti a suo Figlio, per impetrare da lui la conservazione di tutto l'Ordine. E anche questo fatto ho voluto ricordare, affinché la devozione dei frati che lo leggeranno s'infiammi sempre più nella lode della Vergine.

mercoledì 12 febbraio 2020

Innanzi alla croce, con i piedi per terra e lo sguardo al cielo

Maria è ritta ai piedi della croce. Gesù è ritto sopra la croce. Egli non tocca più la terra; egli è tra il cielo e la terra, mediatore tra Dio e gli uomini. Ella invece tocca ancora la terra; ella è ai piedi di Gesù, mediatrice tra lui e noi. Ella conserva la sua forza d'animo nel martirio del suo cuore..
Non cerchiamo di parlare dei suoi dolori, più di quanto possiamo dire di quelli del suo Figlio.
Questi misteri di sacrificio sorpassano ogni nostra concezione ed espressione. I cieli si sono scossi, il sole si è oscurato, la terra si è sollevata sino a fendere le rocce. E tali commozioni della natura nulla ancora dicevano dei tormenti del nostro Redentore e della sua Madre. Ma ciò che scuoteva fin le profondità della creazione non poté tuttavia infrangere le forze di quell'anima che restava ritta ai piedi della croce.

- François Pollien, certosino (Grandezze mariane, n. 396, 337-338)

MASACCIO, Crocifissione (Polittico di S. Maria del Carmine di Pisa), 83x63, tempera su tavola, 1423, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Masaccio, Crocifissione, Polittico di S. Maria del Carmine di Pisa), tempera su tavola, 1423, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte




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Reginaldo d'Orléans. Un'eloquenza infuocata

La Chiesa cattolica, e in particolare l'Ordine Domenicano celebrano oggi la memoria del Il beato Reginaldo d'Orléans. Di lui scrisse Giordano di Sassonia († 1237) domenicano e successore di San Domenico: “La sua eloquenza era infuocata e la sua parola, come fiaccola ardente, infiammava l’animo degli ascoltatori; ben pochi avevano il cuore così indurito da resistere al calore di quel fuoco. Pareva un secondo Elia”.
Reginaldo nacque probabilmente nella diocesi di Orléans, anche se non si conosce con esattezza il luogo di nascita, verso il 1180.
Fu professore di Diritto all’Università di Parigi e decano dei canonici di St-Aignan ad Orléans; nel 1218 si recò a Roma, per proseguire poi per la Terra Santa, al seguito del proprio vescovo mons. Manasse II di Seignelay.
A Roma conobbe il card. Ugolino (futuro papa Gregorio IX) e tramite di questi conobbe s. Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori.
Il decano di St-Aignan era uomo d’intelligenza, aperto ai problemi religiosi del suo tempo e avvertiva con un certo rimorso il contrasto tra la sua vita agiata e raffinata, la sua attività amministrativa e l’appello accorato lanciato nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, ad uno stile di vita più evangelico.
Il messaggio della povertà evangelica così integralmente realizzato nel nuovo Ordine Domenicano, fondato nello stesso 1215 a Tolosa, attrasse profondamente l’animo insoddisfatto del decano Reginaldo d’Orléans.
Durante la sua permanenza romana cadde ammalato abbastanza seriamente, s. Domenico nel fargli visita, lo invitò ad entrare nel suo Ordine per seguire la povertà di Cristo, poi accompagnata dalla sua guarigione, ebbe una miracolosa apparizione della Vergine, la quale gli mostrò l’abito completo del nuovo Ordine. Le sue resistenze caddero ed egli s’impegnò ad entrare fra i Predicatori al ritorno dalla Terra Santa.

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Reginaldo d'Orléans (+1237), affresco, Chiesa di Santa maria delle Grazie, Milano

Nel dicembre 1218, s. Domenico già lo inviò a Bologna come suo vicario, in questa città studentesca, Reginaldo si sentì a suo agio; trasferì la Comunità domenicana dalla Mascarella a S. Niccolò delle Vigne e con la sua irresistibile eloquenza, attrasse all’Ordine allievi e docenti universitari.
Un anno dopo, nel 1219 san Domenico lo inviò a St-Jacques di Parigi per rinvigorire quella comunità domenicana vacillante, anche qui affluirono all’Ordine studenti e professori dell’Università e intorno ai religiosi si formò un alone di cultura e spiritualità.
Ma poche settimane dopo il suo arrivo a Parigi, Reginaldo morì il 1° febbraio 1220; fu uno dei primi grandi dolori per il santo fondatore che ne fu affranto, lo consolò solo il sapere che Reginaldo era morto con il sorriso sulle labbra e dichiarando tutta la sua felicità per aver abbracciata la povertà degli Apostoli.
Fu sepolto a Parigi nel cimitero benedettino di Notre-Dame-des-Champs; gli fu tributato fin da subito il culto di beato, confermato poi da papa Pio IX l’8 luglio 1875.
La sua celebrazione è riportata dal Martirologio Romano al 1° febbraio, mentre l'Ordine Domenicano ne fa memoria il 12 di febbraio.

- Antonio Borrelli



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Valentin Ernst Löscher e l'ortodossia luterana

La chiesa luterana celebra oggi la memoria di Valentin Ernst Löscher (nato a Sondershausen il 29 dicembre 1673; morto a Dresda il 12 dicembre 1749), teologo luterano ortodosso tedesco.

All'università di Wittenberg, dove suo padre era professore di teologia, prestò la sua attenzione principalmente alla filologia e alla storia, ma per rispetto al desiderio di suo padre scelse un argomento teologico per la sua tesi, in cui si oppose alla posizione pietistica. I successivi studi a Jena suscitarono il suo interesse per la storia della chiesa. Durante i viaggi intrapresi in questo periodo, conobbe un numero di influenti teologi anti-pietisti. Nel 1696 iniziò a tenere lezioni a Wittenberg sull'origine del deismo e del pietismo. Dopo aver prestato servizio come sovrintendente a Jüterbog (1698-1701) e Delitzsch (1701-07) e come professore di teologia a Wittenberg (1707-1709), divenne parroco della Kreuzkirche e sovrintendente a Dresda. Qui rimase per il resto della sua vita. I suoi impegni pratici lo portarono a rivolgere la sua attenzione in particolare ai bisogni della Chiesa. La sua ortodossia non gli impedì di ammettere la verità delle affermazioni dei Pietisti riguardo il problema della scarsa qualità della vita religiosa del tempo, attribuita alla negligenza dei pastori ortodossi. Prese subito misure serie per incoraggiare una vita spirituale più profonda nella Chiesa. Aveva già iniziato la pubblicazione del suo Unschuldige Nachrichten von alten und neuen theologischen Sachen (Wittenberg e Lipsia, 1701 mq), il primo periodico teologico. La portata globale e l'abile gestione della rivista gli diedero dato grande importanza. Attraverso di essa Löscher divenne il leader del partito ortodosso, in contrapposizione alle fazioni pietistiche e naturalistiche nella Chiesa luterana, e il rappresentante della teologia luterana scientifica.

Valentin Ernst Löscher (1673-1749)

In opposizione alla proposta che il Pietismo avrebbe potuto rappresentare il miglior mezzo per promuovere l'unione tra le Chiese luterana e quella riformata (sostenuta all'epoca dal governo prussiano), Löscher pubblicò diverse opere, tra cui Ausführliche Historia motuum zwischen den Evangelisch-Lutherischen und Evangelisch-Lutherischen und Reformierten (3 parti, Frankfort, 1707–08). 
Nel corso di una controversia con il Pietista Joachim Lange, Löscher difese l'ortodossia nelle sue Praenotiones et notiones theologicae (Wittenberg, 1708). Tuttavia, la sua critica più completa al pietismo apparve sulla sua rivista sotto il titolo Timoteo Verinus, in cui sosteneva che i Pietisti avevano una falsa concezione del rapporto tra pietà e religione e che il loro zelo per la pietà li metteva in opposizione alla dottrina di giustificazione per fede. L'opera ha ispirò un'amara risposta dei suoi oppositori pietisti, che criticarono soprattutto la sua più grande opera, Vollständiger Timotheus Verinus (2 parti, Wittenberg, 1718-22. Eng. Transl., The Complete Timotheus Verinus 1998, Northwestern Publishing House). In essa Löscher discuteva l'origine e il rapido sviluppo del Pietismo identificando quelli che considerava essere i suoi mali. Löscher tuttavia, non fu in grado di controllare l'avanzata del Pietismo e neppure di esprimere un vero giudizio sul reale significato del movimento. L'importanza della parte di Löscher nella controversia pietistica non fu pienamente riconosciuta fino al ritorno alla dottrina evangelica nel diciannovesimo secolo.


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martedì 11 febbraio 2020

Meditazione del giorno. Il piano di Dio per noi

Nella nostra esperienza di credenti giunge un momento, prima o poi, in cui sentiamo la necessità di una consacrazione speciale a Dio. Proprio sull'altare di quel momento, avviene la nostra piena consacrazione a Lui. Qualcuno lo chiama "vera conversione", qualcuno"santificazione", altri "vocazione". In ogni caso è una gioia constatare, nei giorni, nei mesi e negli anni successivi a quel momento, che il piano di Dio per la nostra vita è molto più grande di quello che ci aspettavamo e che avevamo stilato per noi stessi. Possiamo essere certi che il Signore ha un piano più grande di quello  che possa immaginare ogni vita che si consacra interamente a  lui.

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Quando l'Arcivescovo di Canterbury andò in pellegrinaggio a Lourdes

Cattolici e Anglo-Cattolici celebrano oggi la memoria delle apparizioni della Beata Vergine Maria nella Località di Lourdes a Bernadette Soubirous.

Colletta

O Dio, che hai fatto concepire la Beata Vergine Maria senza macchia di peccato, affinché in essa potesse risiedere il tuo Figlio: ti preghiamo umilmente; che noi, osservando l'apparizione della stessa Vergine benedetta, possiamo ottenere la guarigione del corpo e dell'anima. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore. Amen. - Messale Anglicano (1921)

O God, who didst cause the blessed Virgin Mary to be conceived without stain of sin, that she might be made a dwelling-place meet for thy Son: we humbly pray thee ; that we, observing the appearing of the same blessed Virgin, may obtain yhy healing, both in body and soul. Through the same Jesus Christ our Lord. Amen. - Anglican Missal 1921

Quando L'Arcivescovo di Canterbury andò in pellegrinaggio a Lourdes con dieci vescovi e sessanta sacerdoti 

da "La Stampa" del 30 settembre 2008

L'arcivescovo di Canterbury è al centro di una polemica perché ha guidato a Lourdes un pellegrinaggio di dieci vescovi e sessanta sacerdoti, e ha riconosciuto la realtà delle apparizioniù

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L'Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams in pellegrinaggio a Lourdes con una delegazione anglicana

Il Primate anglicano, Douglas Rowan Williams, è nella tempesta, per il suo pellegrinaggio a Lourdes, e soprattutto per alcune frasi dell’omelia che ha pronunciato nel corso della messa celebrata dal cardinale Walter Kasper, il responsabile vaticano dei contatti con le altre confessioni cristiane. "Si sta comportando poco più che come un fantoccio papale", è la critica più tagliente nei suoi confronti. L’arcivescovo di Canterbury è stato il 24 settembre scorso nella cittadina dei Pirenei francesi dove un secolo e mezzo fa Bernadette Soubirous, una pastorella ignorante di quella zona povera e arretrata della Francia ebbe la visione di una “bella signora”. Lourdes è diventato uno dei simboli mariani più importanti (si era al tempo in cui il dibattito sul dogma dell’Immacolata Concezione di Maria era al calor bianco) e dei santuari più visitati al mondo. Insomma, un luogo certamente delicato da visitare per una delle figure più rappresentative delle chiese nate dalla Riforma. L’arcivescovo anglicano, a dispetto di una lunghissima tradizione di accuse di “mariolatria” rivolte dai protestanti ai “papisti” non ha avuto paura di pronunciare un’omelia in cui si riconosceva implicitamente la realtà delle apparizioni della Madonna: "Quando Maria giunse da Bernadette, venne dapprima come una figura anonima – ha detto Williams – una bella signora, una ‘cosa' misteriosa, non ancora identificata come la Madre senza macchia del Signore. E Bernadette, non colta, non istruita nella dottrina, saltò di gioia, riconoscendo che qui era la vita, qui c'era la guarigione. Ricordate il modo in cui parla dei movimenti aggraziati, lievi, sul comando della Signora; come se lei, come Giovanni, nell'utero di Elisabetta, cominciasse a danzare alla musica della Parola Incarnata che è portata da sua Madre". E conclude, con quello che è un aperto riconoscimento della veridicità del miracolo: "Solo poco a poco Bernadette trova le parole per far sì che il mondo sappia; solo poco a poco. Potremmo dire, impara ad ascoltare la Signora, e a farsi eco di ciò che ha da dirci". Per completare l’opera, l’arcivescovo, toccando un altro tasto sensibilissimo per i protestanti, ha elogiato le vite dei santi, dicendo che i loro esempi . Il contesto non ha certo aiutato a sopire le polemiche. Williams era accompagnato in quella che la prima visita a Lourdes di un arcivescovo di Canterbury in tempi moderni da dieci vescovi della Chiesa di Inghilterra, sessanta sacerdoti e circa quattrocento laici. E anche un pellegrinaggio di questo genere è un fatto assolutamente inedito per la Chiesa nata dai contrasti fra Enrico VIII e Roma. , è stato il commento fulminante della “Protestant Truth Society”, la Società della Verità Protestante , che ha base in Inghilterra; un gruppo di Anglicani e “non conformisti” impegnati sostenere gli ideali della Riforma. La polemica infuria anche sui blog; ma in un sondaggio compiuto online da “Church Times”, un giornale anglicano, l’81 per cento dei lettori era a favore della visita, contro il 19 per cento di pareri negativi

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Bernadette Soubirous (1844-1879) e la Grotta di Lourdes

Le apparizioni di Lourdes

Lourdes ricorda le apparizioni mariane più famose della storia. Esse avvennero nel 1858 ed ebbero come protagonista una ragazza di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous. La Vergine le apparve per ben diciotto volte in una grotta, lungo il fiume Gave. Le parlò nel dialetto locale, le indicò il punto in cui scavare con le mani per trovare quella che si rivelerà una sorgente d’acqua, al contatto con la quale sarebbero scaturiti molti miracoli.
Un momento importante fu quando, in un’apparizione avvenuta il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, alla ripetuta richiesta di Bernadette, la Vergine disse di essere l’Immacolata Concezione, venendo così a confermare il dogma del concepimento immacolato di Maria promulgato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 (quattro anni prima).
Ma chi era Bernadette Soubirous? Una ragazza gentile, delicata, cagionevole di salute, cresciuta in una famiglia poverissima, la quale, al tempo delle apparizioni, abitava in un luogo molto umido e malsano. Talmente malsano che, essendo stato già una prigione, si era pensato di abbandonarlo perché troppo inospitale perfino per i detenuti.
Ciò che avvenne a Lourdes lo conosciamo dalle dettagliate deposizioni che Bernadette dovette fare dinanzi alla Commissione Diocesana incaricata di esaminare i fatti.
Tutto ebbe inizio giovedì 11 febbraio 1858, quando Bernadette si recò a raccogliere legna secca nel greto del fiume Gave, insieme ad una sorella e ad una loro amica. Il gruppetto, costeggiando la riva del fiume, giunse dinanzi ad una grotta, ma li separava da essa un piccolo canale. Le compagne di Bernadette lo attraversarono senza esitazione; ella invece non poté mettere i piedi nell’acqua gelata a causa della sua gracilissima salute. Ad un tratto la sua attenzione fu richiamata da un rumore simile a un colpo di vento. Istintivamente si giro versò gli alberi pensando che il rumore fosse venuto da quella parte e invece notò che gli alberi erano completamente immobili. Seguì un secondo rumore, capì che proveniva dal cespuglio che si trovava nella grotta. Fu allora che la ragazza vide una figura bianchissima che aveva l’aspetto di una signora. Questa le fece cenno di avvicinarsi, ma la fanciulla non ebbe il coraggio di farlo. Sorpresa e turbata, non sapeva cosa fare. Bernadette si stropicciò ripetutamente gli occhi pensando che si trattasse di un’allucinazione, ma la Signora era sempre lì, dinanzi alla sua vista. Un’ispirazione le fece tirare dal tascone la sua corona di Rosario e iniziò a recitarlo…e la Signora si unì alla preghiera. Al termine del Rosario l’apparizione scomparve.
Le compagne non avevano visto nulla, né tantomeno sospettarono di qualcosa. Bernadette chiese loro se avessero visto; ovviamente la risposta fu negativa. Sulla strada del ritorno, Bernadette accennò qualcosa alla sorella. Lo stesso fece alla sera con la madre, la quale, però, cercò di convincere la fanciulla ch’era stata solo vittima di un’allucinazione e le ordinò di non tornare più alla grotta. Intanto la sorella non tenne il segreto e riferì alle sue compagne: in breve tempo molte persone vennero a conoscenza di quello che Bernadette aveva visto. Infatti, domenica 14 febbraio, diverse ragazze della sua stessa età chiesero a Bernadette di tornare alla grotta insieme a lei. Ella si rifiutò per non disobbedire alla mamma; ma le ragazze parlarono con la donna e ne ottennero il permesso. Intanto in Bernadette cresceva la paura: e se si trattava di spiriti malefici? Corse subito in chiesa per procurarsi dell’acqua benedetta. Giunse poi alla grotta e avvenne una nuova apparizione. Per tre volte asperse la grotta con l’acqua benedetta: la Signora non si mosse e sorrise. La ragazza allora estrasse la corona e iniziò a recitare il Rosario.
Il 18 febbraio l’apparizione chiese a Bernadette di tornare alla grotta per quindici giorni consecutivi, le raccomandò di andare a dire ai sacerdoti di costruire una chiesa sul luogo delle apparizioni. La ragazza fu fedele all’appuntamento.
Il 24 e 25 febbraio la Signora invitò Bernadette a mangiare dell’erba, a fare dei gesti di penitenza e le ordinò di scavare con le mani sul lato sinistro della grotta. La fanciulla trovò dell’acqua, la Signora le disse di bere ed ella obbedì: portò l’acqua torbida alla bocca, si lavò e poi la bevve.
Il 25 marzo la Signora disse finalmente il suo nome. L’apparizione restò immobile, mostrandosi nell’atteggiamento della Vergine raffigurata nella famosa medaglia miracolosa rivelata a santa Caterina Labourè. La Signora sollevò le mani, le congiunse all’altezza del petto, levò gli occhi al cielo e disse: «Io sono l’Immacolata Concezione».
La Madonna promise a Bernadette la felicità, ma non in questo mondo. A Nevers la veggente visse da religiosa il messaggio di penitenza e di preghiera che aveva ricevuto alla grotta. Morì santamente il 16 aprile 1878, all’età di trentatré anni; età significativa visto le enormi sofferenze che contrassegnarono la sua vita. Fu beatificata nel 1925 e canonizzata nel 1933.
Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Tarbes il 18 febbraio del 1862. Ben presto fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto.
Lourdes divenne subito il più celebre dei luoghi mariani. Un ufficio speciale (le Bureau médical) fu incaricato di vagliare scientificamente le guarigioni che iniziarono a verificarsi immediatamente. Di miracoli finora ne sono stati riconosciuti una settantina, ma di fatto sono molti di più. Ancora più numerose sono le conversioni. 

- Corrado Gnerre


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lunedì 10 febbraio 2020

Meditazione del giorno. La tiepidezza dell'anima

Infatti, voi che dovreste essere ormai maestri per ragioni di tempo, avete di nuovo bisogno che qualcuno v'insegni i primi elementi degli oracoli di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ebrei 5,12

Nell'avanzamento dell'opera di Dio nell'anima, la debolezza del cristiano è spesso peggio della debolezza dell'uomo ancora legato al mondo.
Spesso dopo anni dalla nostra conversione constatiamo con amarezza che i nostri peccati sono sempre lì e sono sempre gli stessi e il nostro standard è ben lontano da quello biblico.
I peccati peggiori poi, scopriamo che sono non tanto quelli esteriori, ma la freddezza del nostro cuore nei confronti di Dio.
Per questo, come ci esorta l'apostolo Paolo, dobbiamo pregare lo Spirito, affinché rafforzi l'uomo interiore: "Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori" (Efesini 3,14-17).


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Meditazione del giorno. Il riflesso condizionato verso la collera

Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Efesini 4,31

Una delle attitudini della carne più difficili da combattere è la risposta condizionata a ciò che riteniamo un affronto alla nostra persona, tendenza che ci porta, appunto, a una sorta di automatismo dell'aggressività, mandandoci in collera e rispondendo all'ira con l'ira, alla maldicenza con la maldicenza, alla malignità con malignità.
A volte la battaglia infuria nel nostro cuore, tra questa tendenza e il desiderio di mantenerci saldi alla condizione di uomini rigenerati in Cristo mediante lo Spirito Santo.
Sarebbe suffiiente fare un profondo respiro, e raccoglierci qualche istante prima di agire e di reagire, evitando, così, di compiere qualcosa che ci porterebbe senz'altro al pentimento subito dopo.

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- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper


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Paolo di Tebe, il fuggitivo che fondò l'eremitismo cristiano

Nato attorno al 228, da famiglia cristiana, molto ricca, Paolo ricevette un'educazione raffinata; rifugiatosi nella Bassa Tebaide per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani, di fronte all'ostilità del cognato, che minacciava di consegnarlo alle autorità, egli decise di fare della propria fuga una scelta radicale e volontaria di vita. Trovata una grotta ben nascosta dai meandri delle rocce, e tuttavia irrigata da una piccola ma costante sorgente d'acqua, vi si stabilì fino alla morte. Secondo la tradizione, come segno che questa era la volontà di Dio per lui, Paolo riceveva ogni giorno da un corvo la razione di pane necessaria al suo sostentamento.
Sui novant'anni passati da Paolo nella grotta vi è un silenzio assoluto, quasi a indicare l'indicibilità dell'esperienza di Dio che l'eremita cristiano può vivere nella solitudine. In questo, Paolo fu contrapposto da Girolamo ad Antonio, esempio di solitario divenuto maestro di asceti e impegnato nelle vicende della storia.
Prima di morire, Paolo ricevette la visita di Antonio, che ne assicurò la sepoltura nella fossa scavata per Paolo da due leoni, che spesso figurano al suo fianco e a quello del suo visitatore nell'iconografia tradizionale.
Ancora oggi, attorno alla grotta di Paolo, vive una comunità di anacoreti totalmente dediti alla ricerca di Dio nella solitudine.

PAOLO DI TEBE, icona copta
Paolo di Tebe (228-341), icona copta

Tracce di lettura

Quando si scatenò la furia della persecuzione, Paolo rimase molto appartato in una città remota. Ma il marito della sorella, per brama di denaro, cominciò a voler denunciare colui che avrebbe dovuto nascondere.
Appena il prudentissimo giovane comprese ciò, si rifugiò nei deserti dei monti e, mentre attendeva la fine della persecuzione, mutò questa necessità in scelta volontaria. Procedendo a poco a poco, trovò un monte roccioso, alle cui falde vi era una non grande spelonca chiusa da un masso.
Dopo averlo rimosso, scorse nell'interno un grande vestibolo a cielo aperto; e una vecchia palma intrecciava i suoi larghi rami, mostrando una limpidissima fonte. Innamoratosi di quella dimora, che in certo modo gli veniva offerta da Dio, vi passò in preghiera e in solitudine tutta la vita.
(Girolamo, Vita di san Paolo eremita 4-6)