Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 6 giugno 2026

L'amore fraterno, principio della comunione con Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, che sei la forza di tutti coloro che ripongono la loro fiducia in te; accetta misericordioso le nostre preghiere; e poiché per la debolezza della nostra natura umana, non possiamo compiere nessuna cosa buona senza di te, concedici l’aiuto della tua grazia, affinché conservando i tuoi comandamenti, possiamo compiacerti con i nostri desideri e la nostra volontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 4,7-21; Lc 16,19-31

Commento

“Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7) afferma l’apostolo Giovanni. L’amore ci fa rinascere da Dio, ripristina la nostra immagine e somiglianza con lui; ci rende possibile conoscerlo, non con l’intelletto, ma per esperienza diretta della sua stessa natura.

A volte pensiamo che Dio sia un enigma da risolvere; per lungo tempo, in passato, si è intavolata un’affascinante discussione circa le “prove” sull’esistenza di Dio. Ma anche quando saremo riusciti a dimostrare la sua esistenza, a cosa ci gioverà se non ne comprenderemo l’essenza e non condivideremo la comunione con la sua natura divina?

Dio non è una conclusione, una costruzione della nostra mente. Nessuno lo ha mai visto (1 Gv 4,12) ma l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre, è colui che l’ha fatto conoscere (Gv 1,18). È Cristo il libro aperto, la parola vivente che ci parla di Dio, con tutta la sua vita. “Mosè […] ha scritto di me” (Gv 5,46) afferma Gesù, e questa fu la fede degli apostoli: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti” (Gv 1,45). 

L’esperienza di Dio non è nemmeno la ricerca del prodigio a tutti i costi. Taluni sono portati a credere che la fede debba scaturire dall’irrompere di fenomeni straordinari nelle nostre vite. Ma l’ammonizione di Abramo al ricco, che si è privato della fonte di ogni bene, è chiara: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti” (Lc 16,31). Anche il Risorto, sulla via di Emmaus, rimprovera ai discepoli di essere insensati e tardi di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno detto (Lc 24,25).

L’ascolto delle Scritture è dunque il primo passo per conoscere Dio e riconoscere Gesù come il Signore. Ma non sono sufficienti l’ascolto e la professione di fede fatta con le labbra. Giovanni ci dice che chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio (1 Gv 4,15). Confessare è qualcosa di più che credere o professare. Significa riflettere con le nostre azioni, testimoniare con la vita ciò in cui crediamo. Chissà quante volte il ricco alle cui porte stava Lazzaro aveva ascoltato le Scritture. Eppure la sua coscienza non fu scalfita dai numerosi richiami a soccorrere il povero che si trovano nella legge mosaica, nei salmi e nei libri profetici.

La carità fraterna è ciò che fa realmente la differenza. Giovanni è molto chiaro nel dire che risiede proprio in essa ciò che realizza la comunione con Dio: “chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16). Senza la fede, che diventa sequela di Cristo, è inutile illuderci di possedere la comunione con Dio, quasi come un automatismo della partecipazione ai sacramenti. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “chiunque mangia di questo pane o beve del calice indegnamente sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore […] poiché chi ne mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore” (1 Cor 11,27.29). Il corpo mistico del Signore è la sua Chiesa, e chi trascura il fratello nel bisogno trascura le membra stesse del corpo del Signore.

Nel racconto del povero Lazzaro vediamo che i cani randagi hanno più pietà di lui di quanta ne mostri il ricco, il quale banchetta senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ma l’abisso di indifferenza che quest’uomo crea nel proprio cuore nel corso della sua vita terrena sarà lo stesso che lo separerà dalla sorte beata di Lazzaro nella vita ultraterrena: “tra noi e voi è posto un grande baratro” (Lc 16,26).

Il salmo 49 paragona “l’uomo che vive nell’onore senza avere intendimento” alle bestie che si avviano, ignare, al macello (Sal 49,12.14.20). L’avidità, l’indifferenza, scavano un abisso nel cuore dell’uomo. Al contrario, l’amore fraterno dilata il cuore e lo riempie dello spirito di Dio. E l’amore caccia anche via la paura (1 Gv 4,18): paura del giudizio di Dio, paura della morte, paura delle nostre cadute. Il discepolo di Gesù, infatti, ama non per accumulare meriti, né per paura del castigo; il suo non è l’amore del servo per il padrone, né quello del mercenario per colui che lo ha ingaggiato. È la risposta all’amore che Dio ci ha donato per primo (1 Gv 4,19). Ed è il tratto distintivo del vero dal falso discepolo: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’autorità e la credibilità nella Chiesa risiedono nella fede in Cristo, e questa è espressa dal principio della carità fraterna.

- Rev. Dr. Luca Vona

Norberto di Xanten e i Canonici premostratensi

La chiesa cattolica e la chiesa luterana celebrano oggi la memoria di Norberto di Xanten.
Norberto nacque verso il 1085 da una nobile famiglia della Renania, che lo avviò giovanissimo alla carriera ecclesiastica. Nominato chierico della collegiata di Xanten, Norberto rifiutò incarichi di maggiore responsabilità nella chiesa per poter continuare a condurre una vita agiata e poco impegnata.
Passati da poco i trent'anni, maturò tuttavia in lui in modo repentino l'appello a una radicale conversione. Lasciata ogni ricchezza, Norberto aderì allora alla spiritualità dei predicatori itineranti che si rifacevano alla vita degli apostoli e predicavano la condivisione dei beni e la fuga dalla mondanità.
Divenuto un convinto sostenitore della riforma gregoriana, egli predicò nelle regioni del Reno e in Belgio. Nel 1121, si stabilì con una quarantina di compagni a Prémontré, nei pressi della cittadina francese di Laon. Sorse così l'Ordine Premonstratense, composto di canonici regolari, ai quali si affiancarono presto comunità femminili, dando talora vita a monasteri doppi.
Nel 1126 Norberto fu eletto arcivescovo di Magdeburgo; come pastore, egli si dedicò all'evangelizzazione delle regioni germaniche orientali e alla riforma della vita ecclesiale, insistendo in particolare sulla testimonianza di carità fraterna che i presbiteri sono chiamati a dare nella chiesa mediante la condivisione dei beni sia materiali che spirituali.

Tracce di lettura

A quei tempi ognuno esponeva e interpretava a suo modo la regola di Agostino. «Perché stupirsi o esitare di fronte a questo?» - disse Norberto - «Le vie del Signore non sono forse tutte misericordia e verità? Se sono diverse, significa forse che si oppongono l'una all'altra? Le usanze, le osservanze mutano; l'amore reciproco, la carità devono forse cambiare assieme ad esse? La regola dice bene: "Amiamo Dio e poi il nostro prossimo". Le osservanze non sono le sole a promuovere il regno di Dio: accanto ad esse vi sono la verità e la pratica dei comandamenti»
(Vita di san Norberto 12).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Norberto di Xanten (ca 1085-1134)

giovedì 4 giugno 2026

Fermati 1 minuto. L'imperativo del verbo "amare"

Lettura

Marco 12,28-34

28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Commento

La questione decisiva posta dallo scriba è in che cosa consista il cuore della legge. La risposta di Gesù riassume tutto il suo insegnamento e diventa il modello al quale fare riferimento per la vita. L'amore verso Dio è il primo grande comandamento e il suo naturale riflesso è l'amore verso il prossimo: l'uno e l'altro nel totale dono di sé. 

Dio è unico, ma non è solitario. Dio è comunione, del Figlio con il Padre, nello Spirito Santo. Dio è comunione dei redenti nel Figlio; e la comunione con Dio è il destino della stessa creazione, che "aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). Lo "Shemà, Israel" (Dt 6,4-9) richiamato da Gesù, diventa nel vangelo svelamento dell'intima relazione tra unicità e comunione, definendo il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. 

Il cuore dell'uomo è stato creato per amare e come afferma Agostino d'Ippona (Confessioni, I,1.1) è inquieto finché non riposa in Dio, ovvero nell'Amore. E così si esprime Dio con Caterina da Siena: "L’anima non può vivere senza amore, sempre vuole avere qualche cosa da amare, poiché è costituita d'amore avendola Io per amore creata" (Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, 51). 

L'amore di Dio unifica le nostre facoltà e ne esprime il massimo potenziale; siamo infatti chiamati ad amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le nostre forze (v. 30). Amare Dio significa anche amare tutto ciò che egli ama. 

La prima parola dello "Shemà" - "Ascolta" - attesta che questo amore sovrabbondante può essere riversato nel nostro cuore solo a partire dall'ascolto; non è semplicemente frutto di un nostro sforzo di volontà, ma è lo stesso amore dello Spirito, che ama attraverso di noi e al quale possiamo attingere nella misura in cui il nostro cuore si apre a Dio. 

Il dono di sé è un sacrificio superiore a qualsiasi olocausto, e a questo ci esorta anche l'apostolo Paolo: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale" (Rm 12,1). Siamo chiamati a farci come Cristo altare, oblazione e fuoco sacrificale. A bruciare d'amore in lui. 

Il nuovo comandamento del vangelo supera quello della legge antica: dobbiamo amare il prossimo non solo come noi stessi (Lv 19,18), ma come Gesù ci ha amati (Gv 15,12). Questa è la differenza tra l'essere vicini al regno di Dio ed esserne parte.

Preghiera

Colma i nostri cuori del tuo amore, Signore; affinché possiamo donarci a te e agli uomini come sacrificio a te gradito, nel vincolo dell'unità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 2 giugno 2026

Fermati 1 minuto. "Non è un Dio dei morti ma dei viventi"

Lettura

Marco 12,18-27

18 Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione, e lo interrogarono dicendo: 19 «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello. 20 C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; 21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, 22 e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. 23 Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie». 24 Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? 25 Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26 A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? 27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».

Commento

I pochi testi dell'Antico Testamento che parlano di risurrezione non fanno parte del Pentateuco, il solo gruppo di libri riconosciuto dai sadducei, che rappresentavano la setta ebraica più ricca e aristocratica al tempo di Gesù.

I sadducei presentano a Gesù il caso piuttosto assurdo di una vedova che aveva sposato sette fratelli, defunti l'uno dopo l'altro, e domandano di chi sarebbe stata sposa nella risurrezione dei morti. L'intenzione della legge mosaica del levirato (Dt 25,5-10) è di mantenere i beni del defunto all'interno della sua famiglia.

Il matrimonio è stato stabilito da Dio per la compagnia reciproca tra l'uomo e la donna e la perpetuazione del genere umano sulla terra. Gesù afferma che in cielo non ci saranno relazioni esclusive né rapporti sessuali. I credenti faranno esperienza di una nuova esistenza, in cui saranno pienamente in comunione con ogni altro salvato. I credenti saranno "come angeli" (v. 25) poiché non soggetti alla morte e dunque non sarà necessaria la riproduzione.

Gesù si affida proprio al Pentateuco, unica fonte di rivelazione per i sadducei, per dimostrare il fondamento della fede nella risurrezione dei morti.

Il richiamo particolare al passaggio del libro dell'Esodo sul roveto ardente enfatizza l'uso da parte di Dio del tempo verbale al presente (Es 3,6) e dunque il patto perpetuo e personale che egli ha stabilito con i tre patriarchi. Sebbene Abramo, Isacco e Giacobbe siano morti quando Dio parla a Mosé egli è ancora il loro Dio, come quando erano presenti sulla terra, perché essi sperimentano l'eterna comunione con lui in cielo.

La contesa di Gesù con i sadducei attesta che l'errore in materia di dottrina deriva da una cattiva comprensione delle Scritture - o dal disconoscimento della loro autorità - e dall'incapacità di riconoscere la potenza di Dio.

Anche noi, quando qualche articolo di fede ci risulta oscuro, siamo chiamati a investigare con più attenzione le Scritture e a far memoria delle opere potenti che Dio ha compiuto nella creazione, nella storia della salvezza e nelle nostre vite.

La fede ci introduce nell'eterno presente di Dio, sorgente inesauribile di vita, facendoci eredi di "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo" (1 Cor 2,9) preparate da Dio per coloro che lo amano.

Preghiera

Dio Onnipotente, aiutaci a riconoscere i tuoi prodigi, per partecipare della tua fonte inesauribile di vita e pregustare i beni che hai preparato per coloro che credono in te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 31 maggio 2026

Il vento soffia dove vuole

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DELLA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che hai donato a noi, tuoi servi, la grazia di riconoscere, mediante la confessione della vera fede, la gloria dell’eterna Trinità e di adorare la sua unità nel potere della Maestà Divina; ti supplichiamo di custodirci in questa fede e di difenderci da ogni avversità; tu che vivi e regni, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Letture

Ap 4,1-11; Gv 3,1-15

Commento

Nella conversazione notturna con l’amico Nicodemo Gesù ci lascia un insegnamento sul suo modo di intendere l’impegno religioso, lontano dal semplice senso di appartenenza o dalla fedeltà legalistica alla lettera dei testi sacri. Il vento soffia (Gv 3,8), ma occorre dispiegare le vele della fede per lasciarci guidare dallo Spirito.

La direzione dalla quale e verso la quale si muove lo Spirito non è prevedibile, è capace di sorprenderci sempre. Per questo occorre essere dei navigatori attenti alle sue sollecitazioni, in modo da sapere da quale direzione prendere il vento. La nostra traversata si compie sotto la spinta di una fonte di energia che non può essere accumulata e conservata. È dunque necessaria una nostra apertura allo Spirito qui ed ora, in ogni momento, che si manifesta nella meditazione assidua della Parola di Dio. La nostra docilità alla sua azione non può venire meno, se non vogliamo esporci alle correnti e andare alla deriva.

Nel lungo periodo liturgico che dalla domenica dopo Pentecoste fino all'Avvento viene chiamato, secondo una antica tradizione, "tempo della Trinità" viene riassunto il principio e al tempo stesso il fine ultimo della creazione, la ragione per cui siamo stati creati e ciò che costituirà la nostra vita quando avremo combattuto la buona battaglia e preservato la fede fino alla fine: la vita nella Trinità, la partecipazione al mistero di un Dio unico ma non solitario, un Dio in tre persone, che chiama l'uomo a partecipare a quest'intima relazione.

Ma occorre rinascere dall'alto, dall'acqua e dallo Spirito Santo. Occorre lasciarsi rigenerare da Dio, per vedere il mondo con occhi sempre nuovi, per ascoltare e gustare tutte le cose con la meraviglia di un bambino da poco venuto alla luce.

Tutto è straordinario per chi accoglie il dono dello Spirito. La vita del cristiano non ha mai nulla di ordinario nel senso peggiorativo del termine. La noia, la monotonia, il vuoto, sono sensazioni lontane dalla vita di chi possiede Cristo e, in lui, l'intera Trinità divina. Chi ha fede non ha bisogno di stordire i sensi con emozioni sempre nuove. La fede rende la vita quotidiana luogo di incontro con Dio, in cui diventiamo destinatari e al tempo stesso dispensatori delle sue benedizioni.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 24 maggio 2026

Se uno mi ama... noi verremo a lui

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE


Colletta

O Dio, che in questo tempo hai istruito i cuori dei tuoi fedeli, inviando loro la luce dello Spirito Santo; concedici, attraverso lo stesso Spirito di avere un retto giudizio in tutte le cose, e di rallegrarci sempre del suo conforto; per i meriti di Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

At 2,1-11; Gv 14,15-31

Commento

Nel racconto della Pentecoste riportato dagli Atti degli Apostoli vediamo che il luogo in cui viene donato lo Spirito Santo è l'assemblea dei credenti riunita in preghiera, primizia della Chiesa. Gesù lo aveva promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). 

La preghiera che ci apre al dono dello Spirito è dunque preghiera comunitaria; e la preghiera più importante compiuta nel nome di Gesù è l'azione liturgica. 

Gesù ci esorta a chiedere con coraggio il dono più grande: Dio stesso, la sua potenza - ("come vento impetuoso" (At 2,2) -, la sua sapienza - "vi insegnerà ogni cosa" (Gv 14,26) -, la sua eloquenza - "li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue!" (At 2,11).

Il Padre avrebbe potuto effondere il suo Spirito su un solo credente, su un solo profeta, ma decide di dividerlo in diverse lingue di fuoco, conferendo a ciascun discepolo un carisma differente.
Nessuno, tra i credenti, può insuperbirsi, pensando di essere l'unico indispensabile: chi opera, infatti, è Dio, e ogni carisma conferito dallo Spirito non è che un "ministero", un ufficio per il bene dell'intero corpo ecclesiale.

L'eloquenza conferita dallo Spirito non è la tendenza a parlarci addosso, ad essere sordi verso le culture che si esprimono in una lingua differente dalla nostra. Riconosciamo che è lo Spirito che opera nella Chiesa quando anche "quelli di fuori" comprendono la nostra predicazione su Cristo: "E tutti stupivano e si meravigliavano, e si dicevano l'un l'altro: 'Come mai li udiamo parlare nella nostra lingua natìa?'" (At 2,7-8). La Chiesa è realtà sacramentale aperta al mondo.

Se è vero che il dono dello Spirito Santo è fatto per il bene dell'intero corpo di Cristo è anche vero che si tratta di una esperienza intima e diretta che investe la persona di ogni singolo credente; è Dio stesso che viene a inabitare la nostra anima: "Conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me, e io in voi" (Gv 14,20); "Se uno mi ama... noi verremo a lui" (Gv 14,23).

L'incontro con Cristo, nelle Scritture e nei sacramenti, ci trasforma, per grazia, a sua immagine, cosicché quando il Padre si china su di noi, non vede più noi ma il suo Figlio, e ci dona lo Spirito senza misura: "furono tutti ripieni dello Spirito Santo" (At 2,4).

Per ricevere tale dono Gesù ci esorta a osservare i suoi comandamenti: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Gv 14,15); "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manfesterò a lui" (Gv 14,21).
Non deve mai venir meno, dunque, al di là delle nostre miserie, il desiderio della santificazione, intesa come obbedienza al vangelo, per opera della grazia di Dio.

"Perciò vi dico: chiedete" (Lc 11,9), esorta Gesù. Non lasciamoci vincere dal torpore, dalla rassegnazione, dalla mediocrità. Osiamo chiedere il dono più grande: una nuova Pentecoste per noi, per la Chiesa e per l'intera umanità.

- Rev. Dr. Luca Vona