Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 18 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Solo l'amore resta

Lettura

Luca 12,13-21

13 Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». 14 Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15 E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 16 Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17 Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18 E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20 Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21 Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Sintesi

Gesù rifiuta di arbitrare dispute terrene e condanna la cupidigia: il ricco della parabola, chiuso in sé, accumula beni ma non si arricchisce davanti a Dio. Liberati dall’avidità, i beni servono all’amore.

Commento

Essendo considerato un "maestro" Gesù è chiamato a dirimere non solo questioni religiose, ma anche civili. Egli rifiuta questo ruolo, non perché non abbia il potere di giudicare ma perché rifiuta di essere arbitro di dispute meramente terrene. 

Gesù va alla radice del problema condannado la cupidigia e presentando una parabola. Il protagonista di quest'ultima è un uomo il cui lavoro è stato benedetto da Dio con un abbondante raccolto. Il suo desiderio è un po' quello che abbiamo tutti: godersi il prorpio benessere con una vita gioiosa e tranquilla. Ciò che gli viene rimproverato non è il modo in cui si è arricchito, del tutto onesto, ma la totale assenza di Dio e dei bisogni del prossimo dalla sua prospettiva esistenziale. 

Ogni interesse dell'uomo della parabola è rivolto a sé e ai suoi beni; ha accumulato ricchezze in terra ma non è arricchito davanti a Dio. La povertà della sua vita interiore, incapace di innalzare uno sguardo di gratitudine al cielo e di gioire nella condivisione della sua ricchezza materiale, sarà palesata dal sopraggiungere improvviso della morte, che lo separerà definitivamente da quanto ha accumulato nel granaio. 

Gesù condanna ogni forma di cupidigia «perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (v. 15). L'uomo descritto da Gesù fa dipendere la propria sicurezza e felicità dalle ricchezze terrene, ne diventa schiavo, incapace di arricchirle di senso nella condivisione. Ma la carità necessita di un "altro" come destinatario del proprio amore, mentre l'uomo arricchito è chiuso in un monologo con se stesso. Di lui possiamo dire con il salmista: "come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga" (Sal 39,7). 

I nostri beni, di qualsiasi natura, possono diventare una barriera verso Dio e verso il prossimo, ma liberati dalla nostra cupidigia possono essere messi al servizio di ciò che è forte come la morte (Ct 8,6): l'amore.

Preghiera

Il tuo Spirito, Signore, riempia i nostri cuori di gratitudine per i beni che ci elargisci e ci renda generosi nel condividerli con il nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

La seconda freccia. Il buddhismo e la trasformazione della sofferenza

Dukkha, filtri mentali e interdipendenza nella prospettiva buddhista

Ogni essere vivente condivide una dinamica elementare: tende verso ciò che è piacevole e rifugge ciò che è doloroso. La psicologia buddhista descrive questo meccanismo con precisione quasi analitica. Dal contatto (phassa) tra un organo di senso, mente inclusa, e il suo oggetto sorge una tonalità affettiva (vedanā) piacevole, spiacevole o neutra. Da essa scaturisce la sete (taṇhā), che ci spinge ad afferrare, respingere o ignorare. Visioni, suoni, ricordi, giudizi e proiezioni attivano questa catena in ogni istante. La vera questione non è se desiderare la felicità, perché tutti la desiderano, ma dove la cerchiamo e come comprendiamo l’origine del dolore.

Due paradigmi: guardare fuori o guardare dentro

Nell’esperienza quotidiana si confrontano due visioni del mondo. La prima, che potremmo chiamare illusione materialista, attribuisce il malessere soprattutto a cause esterne. È la casistica elencata dal Buddha nel primo discorso di Sarnath: soffrire perché non si ottiene ciò che si vuole, perché si è uniti a ciò che non si ama, perché ci si separa da ciò che si ama. Chi ragiona così attende che il mondo si conformi alle proprie aspettative. Ma tutto ciò che è condizionato è impermanente (anicca): ciò che inizia è destinato a finire, e inseguire la felicità all’esterno alimenta un ciclo inesauribile di insoddisfazione. Śāntideva, maestro indiano dell’VIII secolo, offre un’immagine celebre: non potremmo mai ricoprire di cuoio tutta la terra per non ferirci, ma basta proteggere le piante dei piedi. Allo stesso modo non possiamo controllare il mondo, ma possiamo trasformare la mente.

La visione spirituale rovescia la prospettiva: le cause primarie del benessere e del dolore risiedono nell’individuo. Non a caso il Dhammapada si apre affermando che tutti i fenomeni sono preceduti, guidati e plasmati dalla mente.

Dukkha: una diagnosi, non pessimismo

Le Quattro Nobili Verità ricalcano il modello della medicina indiana antica: sintomo, causa, guarigione, terapia. Riconoscere dukkha, termine che indica insoddisfazione e instabilità più che “dolore” in senso stretto, è il primo passo di una diagnosi: chiarire che cosa si vuole evitare e dove orientare le energie. La tradizione distingue tre forme di dukkha.

1. La sofferenza della sofferenza (dukkha-dukkhatā). È il dolore manifesto, riconoscibile da chiunque, articolabile su quattro livelli. Quello materiale riguarda la mancanza di beni primari, ma nelle società del benessere si presenta soprattutto come confusione tra desideri e reali necessità. Quello fisico è legato a malattia, invecchiamento e dolore corporeo. Quello sociale nasce dalle relazioni, quando ci rapportiamo all’immagine idealizzata che proiettiamo sull’altro anziché alla persona reale. Quello mentale (ansia, paura, tristezza, rancore) è il più profondo.

Il Sallatha Sutta offre qui una chiave decisiva. Chi viene colpito da una freccia spesso non si limita al dolore, ma ne aggiunge una seconda: lamento, avversione, rimuginio. La prima freccia è inevitabile; la seconda è opera nostra. Eppure la società cerca spesso rimedi nel posto sbagliato, come chi, in un noto aneddoto, cerca le chiavi perdute sotto il lampione solo perché lì c’è luce. Distrazione e accumulo nascondono il dolore sotto il tappeto senza risolverlo. Come quello fisico, anche il dolore mentale è un segnale d’allarme che indica una disarmonia nello stile di vita o nell’interpretazione della realtà: va indagato, non soffocato. Occorre inoltre abbandonare il vittimismo. «Il sé è il protettore del sé», ricorda il Dhammapada: le azioni altrui hanno una responsabilità reale, ma il modo in cui elaboriamo un evento nel presente dipende primariamente da noi.

2. La sofferenza del cambiamento (vipariṇāma-dukkhatā). Riguarda le esperienze piacevoli, che contengono il seme della delusione perché non possono durare. La tradizione elenca otto preoccupazioni mondane (lokadhamma): guadagno e perdita, fama e discredito, lode e biasimo, piacere e dolore. Beni materiali, riconoscimento e piaceri sensoriali danno appagamenti temporanei che richiedono dosi crescenti per la stessa gratificazione, ciò che la psicologia contemporanea chiama adattamento edonico. Cercarvi la felicità è come spruzzare profumo su qualcosa che emana cattivo odore, o vivere su un’altalena che oscilla tra euforia e caduta.

3. La sofferenza che tutto permea (saṅkhāra-dukkhatā). È la forma più sottile: deriva dal fatto che la nostra stessa percezione è condizionata da una mente non ancora purificata. Non si può fuggire da sé, perché ovunque andiamo portiamo con noi la mente. La realtà ci giunge attraverso sei filtri: il patrimonio genetico e la memoria ancestrale; le predisposizioni sedimentate dalle esperienze passate, che la tradizione chiama impronte karmiche (vāsanā); la cultura e le informazioni ricevute; le esperienze dei primi anni di vita; lo stato del corpo; il contesto ambientale. Quando questi filtri sono impregnati dei tre veleni, attaccamento (rāga), avversione (dveṣa) e ignoranza (moha), l’intera esperienza risulta distorta.

Gli antidoti e lo spazio interiore

Per dissolvere l’oscurità non serve combatterla: basta introdurre la luce. La pratica buddhista coltiva antidoti specifici per ogni afflizione, anzitutto i quattro “incommensurabili” (brahmavihāra): amore benevolo (mettā), compassione (karuṇā), gioia partecipe (muditā) ed equanimità (upekkhā), cui si affiancano gratitudine e stabilità.

Questa trasformazione passa per l’esplorazione dello spazio interiore, inteso come assenza di ostruzioni mentali ed emotive che lascia emergere consapevolezza e pace. La meditazione unisce due movimenti: la calma (śamatha), che riduce agitazione e stimoli, e la visione profonda (vipaśyanā), che osserva l’universo soggettivo di ricordi, proiezioni e sentimenti che condiziona il comportamento quotidiano. Osservati con attenzione, questi contenuti si rivelano processi transitori, non un sé fisso: è l’insegnamento del non-sé (anattā).

Interdipendenza: accettare il presente, creare il futuro

Il fondamento di questa visione è l’origine interdipendente (paṭicca-samuppāda), sintetizzata nella formula canonica: «essendo questo, quello è; sorgendo questo, quello sorge». Nulla esiste in modo autonomo: ogni evento scaturisce da una rete di cause e condizioni. La scuola cinese Huayan la raffigura come la rete di Indra, in cui ogni gemma riflette tutte le altre, mentre Nāgārjuna identifica l’interdipendenza con la vacuità (śūnyatā): le cose sono prive di esistenza indipendente proprio perché sorgono in relazione. Come una foglia cade esattamente nel punto determinato dal vento, dalla pressione atmosferica e dalla storia dell’albero, il momento presente è il risultato di tutto ciò che lo ha preceduto.

Da questa comprensione nascono due atteggiamenti. Il primo è l’accettazione profonda del presente: opporsi a ciò che già è significa scagliare la seconda freccia. Il secondo è la piena responsabilità verso il futuro, perché il presente è anche causa. È il vero senso del karma, che il Buddha definisce come intenzione (cetanā), non come destino: ogni azione, parola e pensiero intenzionale lascia un’impronta. Superando le reazioni impulsive, si può vivere il presente non come mera conseguenza del passato, ma come causa consapevole del futuro che desideriamo.

- Rev. Dr. Luca Vona

Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14

Sintesi

La parabola delle nozze annuncia il passaggio da Israele a tutti i popoli: la salvezza è offerta per grazia, ma ciascuno è chiamato ad accogliere Cristo e a rivestirsi della giustizia di Dio.

Commento

La parabola degli invitati a nozze riportata da Matteo si divide in due parti: la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", si riferisce al giudizio individuale, e non è presente negli altri Vangeli.

Troviamo un racconto analogo nel Vangelo di Luca: quello del "gran convito" (Lc 14,15-24), dove il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola assume in Matteo un maggiore significato messianico e prefigura le persecuzioni e gli oltraggi che non solo i profeti dell'Antico Testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, subiscono per il suo nome.

Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mandò i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico (Gerusalemme verrà distrutta dai romani pochi decenni dopo la morte di Gesù).  Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosè chiamando Israele "il tuo popolo" e non più "il mio popolo" (Es 32,7).

A questo punto della vicenda terrena di Gesù vi è un cambio di rotta decisivo, rappresentato dalle parole del re ai suoi servitori: "andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti.

A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,10). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data per grazia è chiaro nella descrizione dei nuovi invitati nel Vangelo di Luca: i "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" (Lc 14,21) rappresentano la nostra natura umana, segnata dalle ferite e dalla cecità del peccato, che ci impediscono di pervenire da soli alla salvezza.

Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11). L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo. Egli entra quando tutti gli invitati sono seduti a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente.

La fede necessaria per presentarsi al convito è simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati è sprovvisto. Era abitudine in Oriente che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana di accogliere il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.

Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: "Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli" (Is 61,10).

Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo nella condizione in cui si trovano e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), Paolo riconosce che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio" (Ef 1,6), del quale siamo chiamati a rivestirci.

- Rev. Dr. Luca Vona

           

giovedì 15 ottobre 2026

Teresa d'Avila e il castello interiore

Oggi le Chiese cattolica e anglicana ricordano Teresa d'Avila (1515-1582), riformatrice del Carmelo e Dottore della Chiesa. Le sue opere mistiche ne fanno una guida fondamentale della vita interiore.

Teresa de Cepeda y Ahumeda nacque nel 1515 ad Avila, in una famiglia della nobiltà spagnola. Donna di temperamento ardente, grande sognatrice, a vent'anni entrò nel Carmelo locale, affrontando la viva opposizione del padre. 

Trasferita ogni passione nella vita interiore, Teresa conobbe una profonda intimità con il Signore, ma conobbe anche l'aridità, la «notte dei sensi». A quarant'anni, grazie a quelle che descriverà nei suoi scritti come esperienze mistiche, essa trovò una certa stabilità spirituale, pur nella malferma salute del suo fisico, segnato in modo indelebile dalle precarie condizioni di vita dei monasteri del suo tempo. Sotto la guida di Francesco Borgia e Pietro di Alcántara, e poi di Giovanni della Croce, Teresa cominciò a fondare piccole comunità carmelitane in tutta la Spagna per consentire alle monache un'intensa vita di preghiera. È l'inizio della riforma del Carmelo, che coinvolgerà di lì a poco anche il ramo maschile.

Giunta a una profonda conoscenza di se stessa e della presenza di Dio nella propria anima, Teresa lasciò ai posteri, su indicazione del proprio padre spirituale, trattati sulla preghiera e sulla vita interiore che le hanno valso il titolo di dottore della chiesa, conferitole da Paolo VI nel 1970.

Teresa morì il 4 ottobre 1582, ma è ricordata il 15 perché proprio in quel giorno la chiesa d'occidente passò dal calendario giuliano a quello gregoriano.

Tracce di lettura

Possiamo considerare la nostra anima come un castello, fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi sono molte dimore, come molte ve ne sono in cielo. Alcune sono in alto, altre in basso, altre ancora laterali; e nel centro, al cuore di tutte, si trova la stanza più importante, dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l'anima.

Non dovete immaginarvi queste dimore una dopo l'altra, come un'infilata di stanze, ma fissate lo sguardo sul centro che è la stanza o il palazzo del Re. Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l'orazione e la meditazione.

Le cose dell'anima devono sempre esser considerate con larghezza, vastità e grandezza, senza paura di esagerare, perché l'anima è molto più capace di quanto possiamo immaginare e in tutte le sue parti si espande la luce del Sole che risiede nel mezzo.

(Teresa di Gesù, Castello interiore, Prime mansioni 1 e 2)

Teresa d'Avila (1515-1582)

Fermati 1 minuto. Cristo, parola attuale

Lettura

Luca 11,47-54

47 Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48 Così voi date testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri. 49 Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; 50 perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo, 51 dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52 Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito». 53 Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, 54 tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Sintesi

La vera religione non si limita a celebrare i profeti del passato, ma accoglie la Parola che trasforma e riconosce Cristo nei poveri, nei sofferenti e negli ultimi.

Commento

L'incapacità di accogliere la parola profetica, rende responsabili "in solido" i farisei con i loro padri che perseguitarono e uccisero gli inviati di Dio. Anziché aprirsi all'appello alla conversione i farisei si chiudono nella celebrazione "monumentale" del passato: costruendo tombe ai profeti, attestano una religiosità esteriore, che non sa riconoscere il farsi attuale del loro messaggio nella predicazione e nella vita di Cristo.

Anche nella storia del cristianesimo, in alcuni momenti, l'"autorità ecclesiastica", non solo ha trascurato lo spirito profetico del vangelo, ma ha impedito al popolo di comprendere le Scritture e di coltivare attraverso di esse una relazione diretta con Dio. 

Cristo è la Sapienza stessa, che mette le proprie parole sulla bocca dei profeti di ogni tempo e che è venuta nel mondo per illuminare ogni uomo. Quella "lucerna che illumina con il suo bagliore" (Lc 11,36) di cui parla Gesù proprio subito prima di questa invettiva contro i farisei e i dottori della legge. 

Considerare attuale la parola dei profeti e la voce del Cristo-Sapienza significa innanzitutto considerarle rivolte a noi. È facile, infatti, sentirsi "giusti" lodando Dio e i suoi messaggeri, ma è più difficile lasciarsi trasformare dalla sua Parola. Quest'ultimo è il fine della vera religione, il superamento (non il rinnegamento) della religione stessa - intesa come insieme di norme e di riti - nell'incontro con Dio che ci interpella personalmente e ci chiama ad essere simili a lui. 

Tale incontro si realizza anche nel riconoscimento dei poveri, dei sofferenti, degli ultimi, essi stessi segno profetico di Dio, immagine del volto di Cristo, il quale afferma: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

Preghiera

Signore, la tua grazia ci conceda non solo di celebrarti ma anche di accoglierti come luce capace di trasformare le nostre vite e di risplendere nel mondo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 12 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Purificati dall'amore

Lettura

Luca 11,37-41

37 Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. 38 Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39 Allora il Signore gli disse: «Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. 40 Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? 41 Piuttosto date in elemosina quel che c'è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo.

Sintesi

Gesù rompe le regole rituali e accusa i farisei di formalismo vuoto. Le norme senza carità perdono senso: l’elemosina e l’amore per il prossimo purificano il cuore e ogni cosa.

Commento

In questo brano di Luca vediamo Gesù rompere l'osservanza delle regole religiose giudaiche, provocando una reazione di meraviglia, probabilmente di sdegno, nel fariseo che lo ha invitato a pranzo. Il Signore - così è chiamato qui Gesù, forse a sottolineare la sua signoria sulla stessa Legge - si siede direttamente a tavola, senza fare le abluzioni rituali. 

La reazione del fariseo diventa occasione per una dura accusa di Gesù verso un'intera classe religiosa, alla quale egli rimprovera di essere tanto attenta alla "norma" quanto vuota spiritualmente. L'appellativo di "stolti" richiama la letteratura sapienziale, in cui ricorre frequentemente per indicare l'uomo che si rifiuta di orientare la propria vita a Dio e che assume un atteggiamento di presunzione e di disprezzo. Un atteggiamento che ricorre spesso nei farisei descritti dai Vangeli ma che può costituire una tentazione anche per i cristiani. 

Quando il diritto canonico, le rubriche liturgiche, il catechismo, diventano fine a se stessi, viene a mancare l'essenziale, ovvero la carità che muove a misericordia verso il prossimo e dà senso a ogni norma religiosa. Nello specifico è qui raccomandata l'elemosina, pratica del tutto estranea al mondo pagano e ritenuta capace di esporre all'impurità - nel contatto con la gente bisognosa - in quello giudaico. 

"Tutto sarà mondo" (v. 41) per chi si apre alle necessità del prossimo. Un'affermazione del genere è rivoluzionaria. In un ambiente religioso sovraccarico di leggi e prescrizioni - spesso di natura puramente umana - e ossessionato dal timore per l'impurità, Gesù proclama la capacità dell'amore e della generosità di purificare il cuore dell'uomo e ogni cosa che lo circonda. 

L'affermazione di Gesù è ribadita da Paolo, la cui influenza è rilevante sul corpus degli scritti di Luca (Vangelo e Atti degli Apostoli): "Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro; sono contaminate la loro mente e la loro coscienza" (Tt 1,15). Solo attraverso la carità potremo custodire l'integrità del nostro corpo e del nostro spirito.

Preghiera

Crea in noi, Signore, un cuore puro; liberaci dal cuore di pietra e donaci un cuore di carne. Affinché animati dalla tua carità possiamo essere solleciti verso i bisogni del nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona