Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 15 febbraio 2026

Condividere la natura di Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI QUINQUAGESIMA
O DOMENICA PRIMA DELL'INIZIO DELLA QUARESIMA

Colletta

O Signore, che ci hai insegnato che tutte le cose, senza la carità non valgono nulla; manda il tuo Santo Spirito e infondi nei nostri cuori il dono eccellente dell'amore, vero vincolo di pace e fonte di ogni virtù, senza il quale, chiunque vive è considerato morto ai tuoi occhi. Concedici questo per la grazia del tuo unico Figlio Gesù Cristo. Amen.

Letture

1 Cor 13,1-13; Lc 18,31-42

Commento

Sul finire del periodo che separa l'Epifania dalla Quaresima la lettura del Vangelo di oggi ci conduce all'annuncio da parte di Gesù del suo destino terreno, che si compirà nella sua passione e morte. Per preparare i discepoli a questo evento traumatico ed evitare che ne restino scandalizzati il Signore gli rivela che le profezie degli antichi profeti dovranno adempiersi in lui e che, dunque, quella catastrofe imminente, rientra nel piano salvifico di Dio. 

Proprio perché nulla dovrà più restare nascosto Gesù compie il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo, non impedendogli di testimoniare quanto accaduto. Nessuna cautela, infatti, è più necessaria, poiché l'odio dei nemici di Cristo è giunto ormai al suo culmine e, approssimandosi il suo sacrificio, egli deve farsi riconoscere da tutti come il Messia atteso da Israele. 

La ferma fede di Bartimeo e la sua preghiera insistente si elevano al di sopra del fragore della folla, giungendo fino alle orecchie del Salvatore. Bartimeo vede esaudita la propria preghiera per la sua fede incrollabile, che ignora coloro che gli intimano di tacere. È la stessa insistenza con cui Gesù ci invita a pregare nel Vangelo di Luca, nella parabola dell'amico importuno (Lc 11,5-8). 

Bartimeo è un esempio della gratitudine con cui siamo chiamati a rispondere alla misericordia di Dio: non appena guarito, egli getta via la sua veste e inizia a seguire Gesù. All'amore di Dio si risponde con la conversione e il discepolato. Ritrovare la vista e continuare a vestire i panni di un cieco, restando nel proprio giaciglio, non avrebbe alcun senso. 

Cristo, luce del mondo, apre i nostri occhi alle meraviglie della carità di Dio, della quale dobbiamo farci imitatori, come esorta l'apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi. Lungi dall'essere una mera forma di elemosina, magari un modo per alleggerirci la coscienza donando il superfluo, la carità è l'amore disinteressato, che dona senza chiedere nulla in cambio e senza ricercare secondi fini. 

Paolo presenta la carità come virtù superiore alla fede che opera miracoli e sposta i monti, superiore a ogni altro dono che possiamo possedere. Senza di essa non siamo nulla. Perché quando tutte le cose passeranno resterà solo ciò che siamo, non ciò che abbiamo. E agli occhi di Dio, che è amore, non siamo nulla se siamo privi di amore. 

Non ci inganni il giudizio degli uomini, che possono lodarci per quel che abbiamo: scienza, eloquenza, beni materiali. Dio guarda a ciò che siamo. Paolo considera la carità, insieme e al di sopra della fede e della speranza, come una virtù permanente, che oltrepassa la nostra vita terrena: «Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l'amore» (1 Cor 13,13). La carità è la virtù più grande perché ci rende partecipi della natura stessa di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 14 febbraio 2026

Cirillo e Metodio. Tutte le lingue lodino il Signore

Fratelli originari di Tessalonica, Cirillo e Metodio abbracciarono la vita monastica in un monastero della Bitinia.
Nell'862 furono inviati dal patriarca di Costantinopoli a evangelizzare la Moravia e la Pannonia. Essi iniziarono la loro opera traducendo il vangelo e la liturgia in lingua slava e utilizzando, per scriverli, un alfabeto a 38 lettere inventato da Cirillo.
Il papa Adriano II li chiamò allora a Roma, approvò la loro opera di predicazione e nominò Metodio arcivescovo di Moldavia e Pannonia.
Cirillo morì a Roma il 14 febbraio dell'869. Metodio continuò il suo apostolato, subendo la forte pressione delle popolazioni germaniche che cercavano di estendere il loro dominio sui territori orientali e che si opponevano all'uso dello slavo nella liturgia, ma non si scoraggiò mai, anche se dovette, a un certo momento, esercitare il suo apostolato quasi di nascosto.
Egli morì nell'885. Nel 1976 il corpo di Cirillo, sepolto a Roma, è stato restituito alla sua città natale, Tessalonica, e nel 1980 Cirillo e Metodio sono stati proclamati dalla chiesa cattolica patroni d'Europa, insieme a Benedetto da Norcia.

Tracce di lettura

A Venezia, si radunarono contro Cirillo vescovi e preti e monaci, e dicevano: «Noi non conosciamo che tre lingue nelle quali è lecito lodare Dio: l'ebraico, il greco e il latino». Ma egli rispose: «Non vi vergognate di fissare tre sole lingue, decidendo che tutti gli altri popoli e stirpi restino ciechi e sordi?
Ringrazio Dio di parlare più lingue di voi tutti, ma in chiesa preferisco pronunciare cinque parole che esprimono ciò che penso, in modo da istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila in una lingua per loro sconosciuta. Fratelli, ogni lingua deve poter confessare che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre». (Vita di Cirillo 16)

Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Una Chiesa missionaria e con un bagaglio leggero

Lettura

Luca 10,1-9

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Commento

L'invito di Gesù a pregare affinché Dio mandi operai nella sua messe (v. 2) sta a indicare che Dio solo è qualificato a conferire questo mandato, proprio come nella sua veste regale e messianica Gesù lo conferisce ai settantadue inviati. In alcuni manoscritti il numero dei discepoli è di settanta, forse a indicare i settanta anziani nominati da Mosè. 

L'immagine degli agnelli in mezzo ai lupi si riferisce all'ostilità e ai pericoli che i discepoli troveranno durante la loro missione. Viaggiando in coppia potranno sostenersi l'un l'altro. Data l'urgenza del compito e l'impegno richiesto ai missionari, l'invito è di evitare di perdersi dietro i beni materiali e le formalità dei saluti "lungo la strada" (v. 4). Nella cultura del tempo il saluto di una persona prevedeva un elaborato cerimoniale, con molte formalità, come la condivisione di un pasto o una lunga sosta. Il discepolo deve evitare l'attaccamento alle cose e agli intrattenimenti terreni, dando sempre la priorità all'attività di missionaria. 

Le parole di Gesù sono pervase di un senso escatologico, attestando la scarsità del tempo a disposizione. Coloro che portano l'annuncio di salvezza viaggiano con passo spedito. I discepoli dovranno entrare nelle case (v. 5) e non  predicare nelle sinagoghe. Il messaggio che portano non è rinchiuso negli steccati della religiosità formalizzata e sedentaria del giudaismo farisaico. La Chiesa di Cristo, come attestano anche gli Atti degli apostoli (cfr. At 20,42; 5,20) muove i suoi primi passi come assemblea profetica e domestica. Il vangelo entra nella vita quotidiana e familiare di coloro che lo ricevono, i "figli della pace" (v. 6). 

Il comando ai discepoli di mangiare quello che sarà loro messo davanti indica che è abrogata ogni distinzione tra cibi puri e impuri. Condividere il pasto è nel mondo antico un'espressione di intima amicizia. Cibandosi di quel che gli sarà offerto il vero discepolo "si fa tutto a tutti" proprio come testimonierà successivamente l'apostolo Paolo: "mi sono fatto greco con i greci, giudeo con i giudei, mi sono adattato a tutte le situazioni, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,19-22). 

Senza il timore di scontrarsi con le forze contrarie del mondo, il messaggio evangelico è capace di adattarsi, "mettendosi a tavola" con l'uomo di ogni luogo e di ogni tempo.

Preghiera

Ti preghiamo Signore, di suscitare nella tua Chiesa operai volenterosi, per portare la benedizione del tuo messaggio di salvezza ad ogni uomo. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

giovedì 12 febbraio 2026

Fermati 1 minuto. Briciole preziose

Lettura

Marco 7,24-30

24 Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, 25 anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. 26 Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. 27 Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». 28 «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». 29 E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». 30 La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.

Commento

Gesù si trova di passaggio in territorio pagano e cerca un momento di riposo dal suo ministero. Spesso nei Vangeli lo vediamo cercare ristoro sostando in luoghi deserti, o su un monte; questa volta si ritira in una casa privata. Ma Gesù non può restare nascosto, perché non è una candela posta sotto il moggio, così lo viene subito a cercare una donna, straniera di etnia e di religione, la cui figlia è afflitta da uno spirito maligno. 

Gesù risponde impiegando l'immagine dei cagnolini, ai quali si può dare da mangiare solo dopo avere sfamato i figli e sottolinea così la precedenza degli Israeliti sui pagani come destinatari del suo ministero. Ma lo scopo è anche quello di testare la fede della donna, la quale, gettata ai suoi piedi, esprime la propria indegnità, ma non desiste dalla sua richiesta. 

Anche a noi può capitare di avere l'impressione di non essere ascoltati da Dio; è quello il momento di accrescere in noi l'umiltà e di rinnovare la fiducia, consapevoli che il nostro senso di inadeguatezza non può diminuire la speranza nella sua bontà.

Come il servo del centurione, la figlia della siro-fenicia viene guarita a distanza. Lo Spirito del Signore non è costretto in un luogo, ma abbraccia il mondo intero; la sua provvidenza e la sua misericordia ci raggiungono lì dove siamo, così come siamo, nel momento del bisogno. 

Questo miracolo di guarigione spirituale ci incoraggia a perseverare nella preghiera, non dubitando di poter prevalere alla fine se ciò che chiediamo è giudicato da Dio profittevole per il nostro bene; egli che apre la sua mano e sazia ogni vivente (Sal 144,16) non ci negherà quelle preziose briciole che nutrono i suoi figli come gli uccelli del cielo. 

E se le briciole sono così preziose e realizzano tali prodigi, come saranno quella mensa e quel calice traboccante (Sal 22,5) che il Signore prepara per noi nei cieli?

Preghiera

Apri la tua mano, Signore, e saziaci con la tua grazia; affinché liberati da ogni male possiamo diventare tempio del tuo Spirito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 9 febbraio 2026

Marone e il potere terapeutico della preghiera

Tra i molti monaci della Siria dediti alle forme più ardite e rigorose di ascesi, Teodoreto di Cirro ne ricorda uno che «avendo deciso di vivere a cielo scoperto, si ritirò sulla vetta di un monte».
E' il monaco Marone, della cui vita si sa pochissimo, ma che ha lasciato un segno indelebile nella storia delle chiese d'oriente, e che oggi viene ricordato dalla chiesa maronita che da lui stesso trae la propria denominazione.
Questo eremita, il quale passò tutta la vita esposto alle intemperie e totalmente dedito alla preghiera, ebbe infatti un'influenza molto grande sul movimento monastico della regione di Cirro e poi anche della diocesi di Aleppo.
Marone fu un maestro di vita spirituale molto apprezzato, e grazie alla sua assiduità con il Signore insegnò a coloro che lo consultavano a combattere i loro mali spirituali ricorrendo anzitutto alla preghiera. A un secolo dalla sua morte era fiorente nei pressi di Apamea il monastero di Beth Morum (san Marone), a lui dedicato. Sarà attorno a tale luogo, in cui si custodiva la memoria di Marone, che si raduneranno molti cristiani di fede calcedonese in seguito all'invasione araba della Siria, dando vita a una chiesa autonoma che prenderà il nome di chiesa maronita.
La venerazione per Marone nelle regioni montagnose della Siria e del Libano è rimasta grande fino ai nostri giorni, e anche i bizantini lo ricordano nei loro sinassari, il 14 febbraio.

Tracce di lettura

Ora ricorderò Marone, perché pure lui ha abbellito il coro dei santi. Avendo deciso di vivere a cielo scoperto, egli si ritirò sulla vetta di un monte, che una volta i pagani avevano destinato al culto, e consacrò a Dio quel luogo santo che era stato possesso dei demoni. In quel posto egli stabilì la sua dimora e soltanto raramente fece uso di una piccola tenda che aveva costruito.
Mentre i medici prescrivono per ogni malattia un farmaco diverso, la sua medicina era sempre la stessa, comune a tutti i santi: la preghiera. Non curava soltanto le malattie del corpo, ma anche quelle dell'anima: guariva uno dall'avarizia, un altro dall'ira, istruiva questo nella temperanza, quello nella giustizia, puniva l'incontinenza di questo, scuoteva la pigrizia di quello.
(Teodoreto di Cirro, Storia dei monaci della Siria 16)

- Dal martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Le frange del suo mantello

Lettura

Marco 6,53-56

53 Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret. 54 Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe, 55 e accorrendo da tutta quella regione cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano che si trovasse. 56 E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano.

Commento

Gesù approda con i suoi discepoli a Genèsaret e subito il popolo, cui è giunta la sua fama di guaritore universale, cerca di avvicinarlo. La gente infatti "lo riconobbe" (v. 54). Il primo passo per beneficiare della grazia del Signore è riconoscerlo come tale. Dobbiamo dunque avere fede nella capacità di Cristo di porre sotto i suoi piedi i mali che affliggono l'umanità, proprio come camminò sui flutti tempestosi del mare, dominando le forze della natura. 

Le numerose guarigioni che Gesù ha compiuto durante la sua vita terrena erano innanzitutto funzionali al riconoscimento della sua figliolanza divina e del suo ruolo messianico. Il loro scopo era di testimoniare l'avvento del regno di Dio e l'ingresso nei tempi ultimi della storia. 

Non sempre il Signore esaudisce le nostre richieste di guarigione, ma il vangelo proclama che ogni infermità e la morte stessa sono state sconfitte e non vi sarà posto per loro nei cieli nuovi e nella terra nuova in cui abiteremo con Cristo. Possiamo e dobbiamo, tuttavia, accorrere a lui per portargli le nostre necessità e per intercedere in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle malati nel corpo e nello spirito. 

Siamo chiamati a fare la nostra parte nella ricerca della guarigione, ricorrendo ai rimedi che la scienza  mette a disposizione. Ma vi è qualcosa che la scienza da sola non può offrire: il calore della carità, medicina per l'anima, occasione di incontro con la grazia che conforta e apre uno scorcio di luce nella malattia. 

Possiamo diventare, per chi soffre, come le frange del mantello di Gesù: strumento per toccare con mano quella potenza risanatrice che scaturisce dalla sua persona. Toccare Gesù significa sperimentare quel farmaco di immortalità che ci cura da tutto ciò che separa da Dio, sorgente della vita e fonte di ogni bene.

Preghiera

Risana, Signore, le ferite che ci affliggono nell'anima e nel corpo; affinché possiamo essere restituiti al tuo servizio, fortificati dalla grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona