Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 11 marzo 2026

Le sei perfezioni del buddhismo. Dhyāna (concentrazione)

Il percorso spirituale dello Zen si articola attraverso le pāramitā, termine sanscrito traducibile come "raggiungimento della riva opposta". In questa metafora, la nostra pratica rappresenta il mezzo per attraversare il fiume dell'esistenza condizionata, mentre la riva opposta simboleggia la saggezza e la realizzazione. Ma la metafora nasconde già in sé una tensione: chi attraversa? E una riva è davvero opposta all'altra, o sono parte dello stesso corpo d'acqua?

È fondamentale comprendere che queste sei grandi pratiche non sono mete esterne da raggiungere, né premi accordati a chi si comporta virtuosamente: esse sono l'espressione della nostra natura originaria, già presente, già integra. La saggezza non è separata dalla vita quotidiana; al contrario, samsara e nirvana — la vita ordinaria e la realizzazione — sono identici nella loro sostanza. La distinzione tra una vita "stupida" o "saggia" non risiede nella quantità di conoscenze accumulate, ma unicamente nel legame con l'ego: se siamo dominati dal nostro io e dal bisogno incessante di riconoscimento, rimaniamo prigionieri di quella mente che divide il mondo in "io" e "non-io", in desiderabile e indesiderabile.

Le sei pāramitā: un sistema vivente

Le pāramitā si manifestano in sei forme profondamente interconnesse, non come stadi sequenziali ma come dimensioni simultanee di un'unica disposizione interiore.

Dāna (generosità) è la capacità di donare abbandonando il donatore stesso e il suo ego, in quello che i testi classici chiamano il "dono senza traccia": non rimane né il ricordo del gesto, né l'attesa di una ricompensa. Śīla (integrità etica) è la manifestazione appropriata di questa generosità nel mondo delle relazioni: non un codice imposto dall'esterno, ma la capacità di agire con equanimità, sapendo cosa, come e verso chi donare. Kṣānti (pazienza) è il terreno fermo che permette la crescita di tutto il resto — non rassegnazione passiva, ma la capacità di sostare nell'incertezza senza precipitarsi a risolverla attraverso l'azione reattiva. Vīrya (energia) è lo sforzo direzionato e consapevole, la forza fluente di chi agisce in accordo con la propria direzione più profonda: non la tensione di chi spinge un masso in salita, ma l'energia di chi segue la corrente di un fiume. Prajñā (saggezza), infine, non è l'accumulazione di dottrine filosofiche, ma la realizzazione diretta e non concettuale dell'interdipendenza e della vacuità del sé — l'assoluto che si esprime nella relazione con il mondo.

Al centro di questo sistema vivente si trova la quinta pāramitā: dhyāna, la concentrazione meditativa, che funge da cerniera tra la pratica etica e la realizzazione sapienziale. Su di essa vale la pena soffermarsi con maggiore attenzione.

Dhyāna: la natura del raccoglimento meditativo

Il termine "Zen" deriva dal cinese chán, che è a sua volta una traslitterazione del sanscrito dhyāna — meditazione. La parola stessa porta impressa la propria genealogia: lo Zen è, nella sua ossatura etimologica, la via del dhyāna. Eppure, paradossalmente, in certi ambienti si afferma talvolta che lo zazen non appartenga alla categoria della meditazione, quasi a volerlo innalzare al di sopra di essa. Tale distinzione risulta spesso pretenziosa e linguisticamente insostenibile.

Praticare zazen significa coltivare una mente tranquilla, concentrata e contemplativa, capace di fare un passo indietro rispetto al flusso incessante dei pensieri. Non si tratta di mettere i pensieri a tacere con la forza, di reprimere o dissolvere i contenuti mentali attraverso uno sforzo volontario. Si tratta piuttosto di smettere di avvalorarli, di interrompere la catena di identificazione e commento che trasforma ogni pensiero in una storia su di noi. Lasciati soli, i pensieri passano come nuvole; è la nostra adesione a renderli tempesta.

In questo processo, l'agitazione del sistema nervoso decanta naturalmente, come la fanghiglia in un bicchiere d'acqua che, una volta smesso di essere agitato, si deposita sul fondo lasciando l'acqua limpida. La limpidezza non è prodotta dallo sforzo: emerge dall'abbandono dello sforzo di produrla. È un paradosso strutturale della pratica meditativa: più si cerca attivamente la quiete, più la si allontana; la quiete emerge quando si smette di cercarla come oggetto.

Dhyāna e le sue dimensioni tradizionali

Nella letteratura buddhista, il dhyāna non è un'esperienza unitaria e indifferenziata, ma una progressione di stati di raccoglimento sempre più raffinati, tradizionalmente descritti come i quattro jhāna (termine pāli corrispondente al sanscrito dhyāna). Il primo jhāna è caratterizzato dalla presenza congiunta di applicazione e mantenimento dell'attenzione sull'oggetto di meditazione, accompagnati da gioia e piacere nati dal raccoglimento. Nel secondo jhāna, l'applicazione deliberata dell'attenzione si quieta, lasciando spazio a una fiducia interiore e a una raccolta unificata che non richiede più sforzo. Nel terzo jhāna si dissolve anche la gioia più intensa, a favore di un'equanimità stabile e lucida, con una presenza pienamente consapevole. Nel quarto jhāna, infine, persino il piacere e il dispiacere si neutralizzano in una purezza di equanimità e consapevolezza che i testi descrivono come lo stato più prossimo alla prajñā.

Questa mappa tradizionale non va intesa come una sequenza lineare di traguardi da collezionare, né come descrizione letterale di stati psicologici ordinabili in gradi. È piuttosto una fenomenologia dell'approfondimento: una descrizione di come la mente si raffina man mano che abbandona le sue stratificazioni più grossolane, avvicinandosi a ciò che, sotto il rumore, è sempre stato presente.

Il silenzio autentico

Il silenzio ricercato nel dhyāna non è l'assenza di rumori esterni. I suoni del traffico, i canti degli uccelli, i passi nel corridoio possono essere paragonati alle foglie che cadono in un giardino zen: fenomeni naturali che non perturbano la quiete di fondo. Il silenzio autentico è la sospensione del giudizio e della reattività mentale — non la mente che commenta, valuta e classifica ogni esperienza come piacevole o spiacevole, sicura o minacciosa. È il silenzio che precede il pensiero, e che il pensiero stesso oscura non appena emerge.

In questo senso, il dhyāna non produce il silenzio: lo rivela. Come il sole non scompare quando le nuvole lo coprono, così la quiete di fondo non viene creata dalla meditazione. Essa è sempre stata lì; la pratica è il processo con cui impariamo a smettere di oscurarla.

La relazione tra dhyāna e prajñā

Un punto spesso frainteso riguarda il rapporto tra dhyāna e prajñā, tra concentrazione e saggezza. In alcune interpretazioni riduttive, il dhyāna viene concepito come uno strumento — uno stato di calma prodotto dalla pratica formale — e la prajñā come il suo frutto successivo. Ma questa lettura sequenziale tradisce la natura della cosa.

Dhyāna e prajñā sono, in realtà, due aspetti di un'unica qualità della mente: lo śamatha (calma stabile) e il vipassanā (visione profonda) che si sviluppano in modo interdipendente. Una concentrazione profonda senza la capacità di vedere la natura delle cose rimane uno stato di assorbimento piacevole ma sterile; una saggezza concettuale senza il radicamento della concentrazione rimane filosofia astratta, priva di trasformazione reale. Nel dhyāna maturo, queste due qualità non si distinguono: la mente è al contempo stabile e lucida, raccolta e aperta, silenziosa e pienamente consapevole.

Il maestro Huangbo Xiyun, nella tradizione Chan cinese del IX secolo, esprimeva questo con una semplicità tagliente: non c'è buddha da trovare separato dalla propria mente, e non c'è mente da trovare separata dalla pratica presente. La realizzazione non è altrove.

La preparazione come pratica: il corpo e l'ambiente

La pratica dello zazen non inizia nel momento in cui ci si siede sul cuscino. Come insegnava il maestro Dōgen Zenji nel suo trattato Fukanzazengi (1227), è necessario trovare un luogo tranquillo, mangiare e bere con sobrietà, lasciare da parte le occupazioni ordinarie — non sopprimerle, ma momentaneamente deporle.

Nelle frenetiche città moderne, atti semplici come togliersi le scarpe con consapevolezza, cambiare i propri abiti o compiere un gesto di reverenza verso il cuscino svolgono una funzione precisa: segnalano al sistema nervoso che il registro sta cambiando, che si sta attraversando una soglia. Riducono l'agitazione interna ancora prima di iniziare la sessione formale, preparando il terreno in cui la quiete potrà attecchire. In questo senso, l'intera vita può diventare preparazione alla meditazione — e la meditazione, a sua volta, può colorare l'intera vita.

La postura: quando il corpo è la mente

La postura fisica gioca un ruolo cruciale e non meramente strumentale, perché corpo e mente non sono entità separate. La tradizione zen ha sempre rifiutato il dualismo cartesiano: la postura è già una disposizione mentale; la mente si esprime già nella qualità con cui abitiamo il nostro corpo.

La schiena deve essere verticale — non rigida, ma diritta — per permettere al sistema nervoso centrale di distribuire correttamente il peso sul bacino, lasciando il diaframma libero nel respiro. Le mani si raccolgono nel mudra cosmico (hokkaijoin): il pollice destro che tocca il sinistro, le dita intrecciate a formare una coppa ovale davanti all'addome. Non è un gesto decorativo: la pressione tra i pollici funge da barometro sottile dello stato mentale — quando la mente divaga, i pollici tendono a collassare; quando è tesa, tendono a sollevarsi.

Indicazioni apparentemente minuziose — la punta della lingua appoggiata al palato superiore, gli occhi abbassati a quarantacinque gradi anziché chiusi — non sono tecnicismi arbitrari, ma strumenti per regolare il sistema nervoso autonomo, bilanciando la tendenza al sonno e all'iper-veglia, modulando salivazione e flusso energetico. Ogni dettaglio è al servizio di un equilibrio fine tra vigilanza e rilassamento, tra presenza e apertura.

In questo stato di dedizione totale alla postura, la distinzione tra mezzo e fine svanisce. Secondo Dōgen, pratica e realizzazione sono un'unica cosa — shushō ittō. Non ci si siede per ottenere qualcosa: ci si siede per essere pienamente la postura stessa, per abitare completamente questo momento, questo respiro, questo corpo.

La via senza scopo: vīrya e dhyāna come realizzazione vivente

Quando concentriamo lo spirito su "una sola mente" — il termine giapponese isshin evoca questa raccolta indivisa dell'attenzione — e ci dedichiamo totalmente alla via senza aspettative utilitaristiche, stiamo già vivendo la realizzazione. Non come stato eccezionale riservato a pochi, ma come qualità ordinaria e disponibile del vivere consapevole.

Attraverso l'impegno di vīrya applicato al dhyāna, quella che i testi classici chiamano la "segreta stanza del tesoro" insita in ogni essere umano si apre spontaneamente. Non perché vi abbiamo aggiunto qualcosa, ma perché abbiamo smesso di oscurarla con la nostra agitazione e il nostro bisogno di essere altrove da dove siamo. La saggezza che emerge non è acquisita: è sempre stata latente, come il sole che non scompare quando le nuvole lo coprono.

Le pāramitā, intese in questo senso, non sono i gradini di una scala da salire, ma le sfaccettature di un diamante già intero: ogni gesto generoso è già saggezza; ogni momento di vera presenza è già l'altra riva.

- Rev. Dr. Luca Vona

Fermati 1 minuto. Il codice dell'amore

Lettura

Matteo 5,17-19

17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Commento

Lo iota è la nona lettera dell'alfbeto greco, corrispondente alla decima dell'alfabeto ebraico (jod), che è la più piccola. Il termine greco keraia, tradotto con "segno", significa "corno", "apice" e indica probabilmente il piccolo segno aggiunto a scopo decorativo a numerose consonanti dell'alfabeto ebraico. Il senso delle parole di Gesù è che nessun particolare della legge potrà essere trascurato, ma dovrà giungere a compimento.

Gesù è un ebreo osservante, ma allo stesso tempo fa nuove tutte le cose: riafferma i dieci comandamenti, ma li arricchisce con il "discorso della montagna"; osserva il Sabato, ma non si esime in quel giorno dal compiere miracoli e guarigioni; difende la purità rituale del Tempio, scacciando venditori e cambiavalute, ma proclama il nuovo culto "in spirito e verità"; celebra la Pasqua ebraica, ma con la sua Croce inaugura la nuova Pasqua, della quale l'antica era solo una prefigurazione.

Il "compimento" di cui si proclama artefice Gesù è il realizzarsi delle profezie antiche; egli non solo porta a perfezione la legge morale ma realizza in se stesso l'incarnazione della legge cerimoniale, simbolo del suo sacrificio pieno, perfetto e sufficiente, realizzato sulla croce.

Il riferimento alla legge e ai profeti è presente, poco più avanti nel Vangelo di Matteo, nell'enunciazione, da parte di Gesù, della "regola d'oro": "'Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti'" (Mt 7,12).

Gesù afferma l'autorità delle Scritture dell'Antico Testamento come parola di Dio. Ciò implica che il Nuovo Testamento non soppianta l'Antico, ma lo completa e ne spiega il significato. La verità nascosta nelle Scritture ebraiche rimane valida e risplende ora alla luce del vangelo.

Natura non facit saltus affermavano gli antichi: la natura non procede per gradini, ma attraverso un piano inclinato, per progressive integrazioni. Così è per alcune pagine dell'Antico Testamento, che possono risultare "scandalose" per l'uomo di oggi, intrise di violenza, inganni, e piene di precetti che fatichiamo a comprendere. Ma c'è una progressività della rivelazione, che conduce fino all'epifania di Cristo.

Coloro che custodiranno e insegneranno la parola di Dio saranno ritenuti grandi nel regno dei cieli (v. 19): "Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (Mt 13,52).

In Gesù abbiamo la pienezza della rivelazione. Egli non si propone come semplice interprete della Legge ma si colloca al di sopra di essa, come sua fonte. Gesù è la Parola che si è fatta carne (Gv 1,14), per farci conoscere il codice dell'amore, il cui giogo è dolce e il carico leggero.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, aiutaci a riconoscerti come norma di vita e a conformarci a te, per progredire nell'amore e testimoniare la tua giustizia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 9 marzo 2026

Fermati 1 minuto. Passando in mezzo a loro

Lettura

Luca 4,24-30

24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Commento

Sia la vedova di Sarepta che Namaan il Siro erano pagani, entrambi vissuti in un periodo di grande infedeltà di Israele. I due episodi menzionati da Gesù costituiscono la proclamazione del suo ruolo profetico e la giustificazione biblica per la missione cristiana ai gentili. 

La rabbia degli uomini della sinagoga verso Gesù è dovuta all'affermazione che il favore di Dio nei loro confronti verrà meno per essere rivolto ai lontani. La cacciata fuori dalle mura della città verso la cima del monte è come una prefigurazione della passione, quando Gesù sarà crocifisso fuori Gerusalemme sul monte Gòlgota. Ma non è ancora giunta la sua ora e Gesù sfugge a questo tentativo di linciaggio.

Anche noi, come Gesù, siamo chiamati in virtù della incorporazione a lui nel battesimo, a esercitare un ministero profetico, testimoniando coraggiosamente, con la parola e con le azioni, il vangelo, a partire dal nostro ambiente di vita, senza il timore di sperimentare il rifiuto. 

L'atteggiamento di Gesù costituisce un modello su come dobbiamo reagire di fronte all'ostilità nei confronti dell'annuncio. Passare oltre: "passando in mezzo a loro se ne andò" (v. 30). Ma questa pagina del Vangelo è anche un monito affinché possiamo non dare per scontata la parola di Dio, che egli ci rivolge ogni giorno e che dobbiamo saper accogliere come parola sempre nuova, perché parola viva, abitata dallo Spirito. 

Gesù ci interpella, oggi, lì dove siamo. Possa trovarci pronti ad accoglierlo, affinché non siano più fortunati di noi quelli che non hanno mai sentito parlare di lui.

Preghiera

Il nostro cuore, Signore, sia pronto ad accoglierti, affinché possiamo essere costituiti profeti fedeli della tua parola, tra coloro che non ti conoscono. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 8 marzo 2026

Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen

Letture

Ef 5,1-14; Lc 11,14-28

Commento

Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocarlo per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del Vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio e di uno stato di profonda solitudine. 

A volte la sofferenza è capace di prostrare l’uomo a tal punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera. Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni. 

Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità. Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio. Gesù è l’uomo forte (Lc 11,22), capace di disarmare il nemico e scacciare i demoni con il dito di Dio. 

Le sue azioni suscitano meraviglia e una voce si leva dalla folla. Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, anteponendo l'obbedienza a Dio alla parentela di sangue: "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28); parole che suonano simili a quelle riportate da un altro passo del Vangelo di Luca: "Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). 

La famiglia è una realtà voluta da Dio fin dall’origine della creazione; ma Gesù ci insegna che se la nostra carità non sarà capace di superare le stesse relazioni familiari, non sarà all’altezza del suo vangelo. La parola di Dio è il modello da seguire; ma non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16). 

Se Gesù non fosse il Figlio di Dio, potremmo trovare in lui semplicemente un predicatore, un guaritore o un rivoluzionario politico. Ma egli può essere un vero modello di vita perché è il Verbo che si è fatto carne, la manifestazione visibile e tangibile di Dio. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ci si rende prossimo e conoscibile; è la mappa per il nostro itinerario di santificazione. Il Dio altissimo, di fronte al quale Mosè ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità in Cristo e Paolo ci esorta a farci suoi imitatori. 

Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati dall'Apostolo, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica della stessa epoca, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate semplicemente su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi (Mt 28,20).

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 3 marzo 2026

Fermati 1 minuto. Seduti nel posto del discepolo

Lettura

Matteo 23,1-12

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Commento

Le Scritture riconoscevano ai leviti e ai sacerdoti l'autorità di decidere sull'applicazione della legge mosaica, ma gli scribi e i farisei si erano spinti oltre l'autorità legittima aggiungendo tradizioni umane alla parola di Dio. Gesù esorta a seguire quanto predicano, ma nella misura in cui è conforme alle Scritture; condanna infatti "i pesanti fardelli" della tradizione extrabiblica che essi impongono sulle spalle della gente. 

La vita di fede è più grande della mera religiosità; quest'ultima, anzi, quando scade nel legalismo e nella precettistica aumenta le distanze dell'uomo da Dio. Guai a coloro che chiudono il regno di Dio agli uomini, perché non vi entrano e non vi lasciano entrare nemmeno coloro che vogliono entrarci! (Mt 23,13). 

I filatteri erano piccole scatole di cuoio contenenti delle pergamente recanti alcuni versetti biblici. Venivano legati sulla fronte e sul braccio sinistro durante la preghiera, secondo un'osservanza strettamente letterale delle esortazioni contenute nell'Esodo (Es 13,9) e nel Deuteronomio (Dt 6,8). I farisei interpretavano materialmente il comandamento di tenere la legge di Dio davanti agli occhi, ma avevano perso di vista la strada che conduce a lui divenendo "ciechi e guide di ciechi" (Mt 15,14). Rendendo più lunghi i lacci dei filatteri e le frange del mantello (che dovevano ricordare i dieci comandamenti), cercavano di essere notati e ammirati. 

Gesù stesso portava il mantello per la preghiera; non condanna, dunque, il suo uso, ma la volontà di apparire, propria dei farisei. Anche l'utilizzo dei titoli "rabbì", "padre", "maestro" non è proibito di per sé, ma nella misura in cui diventa per chi ne è fatto oggetto una pretesa e motivo di orgoglio. Paolo, infatti, parla ripetutamente di "maestri" nella Chiesa e spesso li definisce anche "padri" (1 Cor 4,15), esortando a mostrare loro rispetto (1 Tess 5,11-12; 1 Tim 5,1); chiama anche se stesso "padre", nei confronti di coloro che ha fatto nascere alla fede, ma il titolo è da lui utilizzato per rimarcare il suo affetto e non il proprio prestigio. L'uso di questi titoli è riprovevole anche nella misura in cui l'uomo viene riconosciuto come fonte di autorità al di sopra di Dio, mentre Mosè agì come semplice mediatore tra Dio e gli uomini. 

La colpa dei farisei è di costruire una religiosità priva di quell'aspetto gioioso che scaturisce dalla consapevolezza di essere chiamati da Dio a partecipare alla sua creazione e alla sua opera di redenzione. Gesù rimprovera anche la loro ipocrisia, perché indulgono verso se stessi ma predicano un grande rigore. Anche il cristiano rischia di cadere in questo peccato, quando proietta sugli altri quelle aspettative di osservanza che non riesce a soddisfare in se stesso. 

Ma vi è un atteggiamento peggiore: quello di chi si mostra religioso per essere lodato dagli altri. Costoro, come affermato da Gesù nel discorso della montagna "hanno già ricevuto la loro ricompensa" (Mt 6,2.5). Gli ammonimenti da lui rivolti alle folle - ma anche ai discepoli (v. 1) - sono un invito alla coerenza, senza la quale la nostra testimonianza del vangelo perde solidità. 

Più che i filatteri dobbiamo tenere sempre davanti ai nostri occhi l'esempio di colui che è stato maestro nel servire. Solo collocandoci nel posto a sedere che spetta ai discepoli potremo vincere la tendenza a sentirci "giusti" davanti a Dio e agli uomini. Se saremo umili, saremo veri. E se saremo veri dimoreremo in Gesù: Via, Verità e Vita.

Preghiera

Signore, tu ci doni la gioia di essere salvati; concedici di metterci alla tua scuola, per imparare da te che sei mite e umile di cuore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 2 marzo 2026

Agnese di Boemia. L'imperatrice dell'"altissima povertà"

Il 2 marzo del 1282, torna al Padre Agnese di Boemia, nel piccolo monastero che lei stessa aveva fondato sul modello di San Damiano ad Assisi.
Tredicesima figlia del re di Boemia, Agnese era stata a più riprese destinata a sposare potenti principi di altre case reali, secondo il costume del tempo. Problemi politici prima, e poi la morte del padre, avevano vanificato i progetti che altri avevano pensato sulla sua vita.
Ma l'evento decisivo per la futura scelta di Agnese di farsi celibe per il regno dei cieli, fu l'arrivo a Praga nel 1225 dei primi francescani, quando la giovane principessa non aveva ancora quindici anni. Da loro Agnese apprese dell'esperienza di Chiara e delle minori di San Damiano, e ne rimase conquistata. Cominciò così un cammino di abbassamento che la portò a servire i poveri e i bisognosi per le vie della capitale boema.
Per amore della radicalità evangelica che ormai aveva intuito di poter seguire, Agnese ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio che l'avrebbe resa imperatrice e diede inizio nel 1234, in accordo con la stessa Chiara di Assisi, a un convento damianita nel cuore di Praga.
Come Chiara, anche Agnese dovette a lungo lottare per vedere riconosciuto dalla chiesa il diritto a vivere senza nulla di proprio, nell'«altissima e santa povertà».
Ottenuto ciò che aveva pazientemente richiesto e atteso, e dopo aver dato vita a diverse iniziative a favore dei poveri e degli ammalati, Agnese visse gli ultimi anni ritirata nella sua comunità, sottomessa alle sorelle, rifiutando qualsiasi titolo o ruolo che potesse porla al di sopra di esse.

Tracce di lettura

Cristo è lo splendore della gloria eterna, la luminosità della luce senza fine e lo specchio senza macchia. Guarda ogni giorno questo specchio, o regina, sposa di Cristo, e guarda incessantemente in lui il tuo volto, per ornarti tutta intera, interiormente ed esteriormente, avvolgendoti in stoffe variegate, ornandoti altresì dei fiori di tutte le virtù, come conviene alla figlia e alla sposa amatissima dell'unico Sovrano.
In questo specchio risplende la beata povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità, come potrai tu stessa contemplare in esso, per grazia di Dio. Considera il principio dello specchio: la povertà di colui che è stato deposto in una mangiatoia e avvolto in fasce. O mirabile umiltà, stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, riposa in una mangiatoia.
In mezzo allo specchio, considera l'umiltà, la beata povertà, le fatiche innumerevoli che egli ha sopportato per redimere il genere umano. E alla fine del medesimo specchio, contempla l'ineffabile carità con la quale ha voluto soffrire sulla croce e morire la morte più infame di tutte. È questo specchio, appeso al legno della croce, che si rivolge ai passanti indicando loro cosa sia necessario considerare: «O voi tutti che andate per la strada, guardate e vedete se c'è un dolore come il mio dolore».
(Chiara di Assisi, Quarta Lettera ad Agnese)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose