CLICCA SULLA BARRA QUI SOTTO PER SFOGLIARE IL MENU
Menu
- Chi sono
- Un evangelicalismo ecumenico nel Deserto
- Gli eremiti metropolitani
- Nuovo monachesimo
- La pietra d'inciampo (Temi scomodi)
- Amici
- Documenti
- La Fraternità dei Veglianti
- L'Ordine di San Luca
- Il congregazionalismo
- L'Universalismo cristiano
- Dialogo interreligioso
- Commento ai Salmi
- Dizionario della Musica Anglicana
- Storia della musica liturgica
- Libri
Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto
Ministro della Christian Universalist Association
Ministro della Christian Universalist Association
giovedì 12 marzo 2026
Fermati 1 minuto. La guardia affidabile del palazzo
Simeone e la teologia come esperienza di Dio
Tracce di lettura
Dona il Paraclito, o Salvatore; mandalo, come hai promesso,
mandalo anche ora
a chi ti cerca e attende il tuo Spirito.
Non tardare, o compassionevole, non trascurare,
o misericordioso, non dimenticare chi ti cerca
con l'anima assetata.
Non privare me, indegno, di questa vita
e non disprezzarmi, o Dio, non abbandonarmi.
Le tue viscere di pietà io ti presento,
ti metto davanti la tua misericordia e ti offro, o mediatore,
il tuo amore per gli uomini.
Non ho faticato, non ho compiuto opere di giustizia,
tu però non mi hai trascurato: mi hai cercato e mi hai trovato.
(Simeone il Nuovo Teologo, dall'Inno 41)
mercoledì 11 marzo 2026
Le sei perfezioni del buddhismo. Dhyāna (concentrazione)
È fondamentale comprendere che queste sei grandi pratiche non sono mete esterne da raggiungere, né premi accordati a chi si comporta virtuosamente: esse sono l'espressione della nostra natura originaria, già presente, già integra. La saggezza non è separata dalla vita quotidiana; al contrario, samsara e nirvana — la vita ordinaria e la realizzazione — sono identici nella loro sostanza. La distinzione tra una vita "stupida" o "saggia" non risiede nella quantità di conoscenze accumulate, ma unicamente nel legame con l'ego: se siamo dominati dal nostro io e dal bisogno incessante di riconoscimento, rimaniamo prigionieri di quella mente che divide il mondo in "io" e "non-io", in desiderabile e indesiderabile.
Le sei pāramitā: un sistema vivente
Le pāramitā si manifestano in sei forme profondamente interconnesse, non come stadi sequenziali ma come dimensioni simultanee di un'unica disposizione interiore.
Dāna (generosità) è la capacità di donare abbandonando il donatore stesso e il suo ego, in quello che i testi classici chiamano il "dono senza traccia": non rimane né il ricordo del gesto, né l'attesa di una ricompensa. Śīla (integrità etica) è la manifestazione appropriata di questa generosità nel mondo delle relazioni: non un codice imposto dall'esterno, ma la capacità di agire con equanimità, sapendo cosa, come e verso chi donare. Kṣānti (pazienza) è il terreno fermo che permette la crescita di tutto il resto — non rassegnazione passiva, ma la capacità di sostare nell'incertezza senza precipitarsi a risolverla attraverso l'azione reattiva. Vīrya (energia) è lo sforzo direzionato e consapevole, la forza fluente di chi agisce in accordo con la propria direzione più profonda: non la tensione di chi spinge un masso in salita, ma l'energia di chi segue la corrente di un fiume. Prajñā (saggezza), infine, non è l'accumulazione di dottrine filosofiche, ma la realizzazione diretta e non concettuale dell'interdipendenza e della vacuità del sé — l'assoluto che si esprime nella relazione con il mondo.
Al centro di questo sistema vivente si trova la quinta pāramitā: dhyāna, la concentrazione meditativa, che funge da cerniera tra la pratica etica e la realizzazione sapienziale. Su di essa vale la pena soffermarsi con maggiore attenzione.
Dhyāna: la natura del raccoglimento meditativo
Il termine "Zen" deriva dal cinese chán, che è a sua volta una traslitterazione del sanscrito dhyāna — meditazione. La parola stessa porta impressa la propria genealogia: lo Zen è, nella sua ossatura etimologica, la via del dhyāna. Eppure, paradossalmente, in certi ambienti si afferma talvolta che lo zazen non appartenga alla categoria della meditazione, quasi a volerlo innalzare al di sopra di essa. Tale distinzione risulta spesso pretenziosa e linguisticamente insostenibile.
Praticare zazen significa coltivare una mente tranquilla, concentrata e contemplativa, capace di fare un passo indietro rispetto al flusso incessante dei pensieri. Non si tratta di mettere i pensieri a tacere con la forza, di reprimere o dissolvere i contenuti mentali attraverso uno sforzo volontario. Si tratta piuttosto di smettere di avvalorarli, di interrompere la catena di identificazione e commento che trasforma ogni pensiero in una storia su di noi. Lasciati soli, i pensieri passano come nuvole; è la nostra adesione a renderli tempesta.
In questo processo, l'agitazione del sistema nervoso decanta naturalmente, come la fanghiglia in un bicchiere d'acqua che, una volta smesso di essere agitato, si deposita sul fondo lasciando l'acqua limpida. La limpidezza non è prodotta dallo sforzo: emerge dall'abbandono dello sforzo di produrla. È un paradosso strutturale della pratica meditativa: più si cerca attivamente la quiete, più la si allontana; la quiete emerge quando si smette di cercarla come oggetto.
Dhyāna e le sue dimensioni tradizionali
Nella letteratura buddhista, il dhyāna non è un'esperienza unitaria e indifferenziata, ma una progressione di stati di raccoglimento sempre più raffinati, tradizionalmente descritti come i quattro jhāna (termine pāli corrispondente al sanscrito dhyāna). Il primo jhāna è caratterizzato dalla presenza congiunta di applicazione e mantenimento dell'attenzione sull'oggetto di meditazione, accompagnati da gioia e piacere nati dal raccoglimento. Nel secondo jhāna, l'applicazione deliberata dell'attenzione si quieta, lasciando spazio a una fiducia interiore e a una raccolta unificata che non richiede più sforzo. Nel terzo jhāna si dissolve anche la gioia più intensa, a favore di un'equanimità stabile e lucida, con una presenza pienamente consapevole. Nel quarto jhāna, infine, persino il piacere e il dispiacere si neutralizzano in una purezza di equanimità e consapevolezza che i testi descrivono come lo stato più prossimo alla prajñā.
Questa mappa tradizionale non va intesa come una sequenza lineare di traguardi da collezionare, né come descrizione letterale di stati psicologici ordinabili in gradi. È piuttosto una fenomenologia dell'approfondimento: una descrizione di come la mente si raffina man mano che abbandona le sue stratificazioni più grossolane, avvicinandosi a ciò che, sotto il rumore, è sempre stato presente.
Il silenzio autentico
Il silenzio ricercato nel dhyāna non è l'assenza di rumori esterni. I suoni del traffico, i canti degli uccelli, i passi nel corridoio possono essere paragonati alle foglie che cadono in un giardino zen: fenomeni naturali che non perturbano la quiete di fondo. Il silenzio autentico è la sospensione del giudizio e della reattività mentale — non la mente che commenta, valuta e classifica ogni esperienza come piacevole o spiacevole, sicura o minacciosa. È il silenzio che precede il pensiero, e che il pensiero stesso oscura non appena emerge.
In questo senso, il dhyāna non produce il silenzio: lo rivela. Come il sole non scompare quando le nuvole lo coprono, così la quiete di fondo non viene creata dalla meditazione. Essa è sempre stata lì; la pratica è il processo con cui impariamo a smettere di oscurarla.
La relazione tra dhyāna e prajñā
Un punto spesso frainteso riguarda il rapporto tra dhyāna e prajñā, tra concentrazione e saggezza. In alcune interpretazioni riduttive, il dhyāna viene concepito come uno strumento — uno stato di calma prodotto dalla pratica formale — e la prajñā come il suo frutto successivo. Ma questa lettura sequenziale tradisce la natura della cosa.
Dhyāna e prajñā sono, in realtà, due aspetti di un'unica qualità della mente: lo śamatha (calma stabile) e il vipassanā (visione profonda) che si sviluppano in modo interdipendente. Una concentrazione profonda senza la capacità di vedere la natura delle cose rimane uno stato di assorbimento piacevole ma sterile; una saggezza concettuale senza il radicamento della concentrazione rimane filosofia astratta, priva di trasformazione reale. Nel dhyāna maturo, queste due qualità non si distinguono: la mente è al contempo stabile e lucida, raccolta e aperta, silenziosa e pienamente consapevole.
Il maestro Huangbo Xiyun, nella tradizione Chan cinese del IX secolo, esprimeva questo con una semplicità tagliente: non c'è buddha da trovare separato dalla propria mente, e non c'è mente da trovare separata dalla pratica presente. La realizzazione non è altrove.
La preparazione come pratica: il corpo e l'ambiente
La pratica dello zazen non inizia nel momento in cui ci si siede sul cuscino. Come insegnava il maestro Dōgen Zenji nel suo trattato Fukanzazengi (1227), è necessario trovare un luogo tranquillo, mangiare e bere con sobrietà, lasciare da parte le occupazioni ordinarie — non sopprimerle, ma momentaneamente deporle.
Nelle frenetiche città moderne, atti semplici come togliersi le scarpe con consapevolezza, cambiare i propri abiti o compiere un gesto di reverenza verso il cuscino svolgono una funzione precisa: segnalano al sistema nervoso che il registro sta cambiando, che si sta attraversando una soglia. Riducono l'agitazione interna ancora prima di iniziare la sessione formale, preparando il terreno in cui la quiete potrà attecchire. In questo senso, l'intera vita può diventare preparazione alla meditazione — e la meditazione, a sua volta, può colorare l'intera vita.
La postura: quando il corpo è la mente
La postura fisica gioca un ruolo cruciale e non meramente strumentale, perché corpo e mente non sono entità separate. La tradizione zen ha sempre rifiutato il dualismo cartesiano: la postura è già una disposizione mentale; la mente si esprime già nella qualità con cui abitiamo il nostro corpo.
La schiena deve essere verticale — non rigida, ma diritta — per permettere al sistema nervoso centrale di distribuire correttamente il peso sul bacino, lasciando il diaframma libero nel respiro. Le mani si raccolgono nel mudra cosmico (hokkaijoin): il pollice destro che tocca il sinistro, le dita intrecciate a formare una coppa ovale davanti all'addome. Non è un gesto decorativo: la pressione tra i pollici funge da barometro sottile dello stato mentale — quando la mente divaga, i pollici tendono a collassare; quando è tesa, tendono a sollevarsi.
Indicazioni apparentemente minuziose — la punta della lingua appoggiata al palato superiore, gli occhi abbassati a quarantacinque gradi anziché chiusi — non sono tecnicismi arbitrari, ma strumenti per regolare il sistema nervoso autonomo, bilanciando la tendenza al sonno e all'iper-veglia, modulando salivazione e flusso energetico. Ogni dettaglio è al servizio di un equilibrio fine tra vigilanza e rilassamento, tra presenza e apertura.
In questo stato di dedizione totale alla postura, la distinzione tra mezzo e fine svanisce. Secondo Dōgen, pratica e realizzazione sono un'unica cosa — shushō ittō. Non ci si siede per ottenere qualcosa: ci si siede per essere pienamente la postura stessa, per abitare completamente questo momento, questo respiro, questo corpo.
La via senza scopo: vīrya e dhyāna come realizzazione vivente
Quando concentriamo lo spirito su "una sola mente" — il termine giapponese isshin evoca questa raccolta indivisa dell'attenzione — e ci dedichiamo totalmente alla via senza aspettative utilitaristiche, stiamo già vivendo la realizzazione. Non come stato eccezionale riservato a pochi, ma come qualità ordinaria e disponibile del vivere consapevole.
Attraverso l'impegno di vīrya applicato al dhyāna, quella che i testi classici chiamano la "segreta stanza del tesoro" insita in ogni essere umano si apre spontaneamente. Non perché vi abbiamo aggiunto qualcosa, ma perché abbiamo smesso di oscurarla con la nostra agitazione e il nostro bisogno di essere altrove da dove siamo. La saggezza che emerge non è acquisita: è sempre stata latente, come il sole che non scompare quando le nuvole lo coprono.
Le pāramitā, intese in questo senso, non sono i gradini di una scala da salire, ma le sfaccettature di un diamante già intero: ogni gesto generoso è già saggezza; ogni momento di vera presenza è già l'altra riva.
- Rev. Dr. Luca Vona
Fermati 1 minuto. Il codice dell'amore
lunedì 9 marzo 2026
Fermati 1 minuto. Passando in mezzo a loro
domenica 8 marzo 2026
Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano
COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA
Colletta
Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen
Letture
Ef 5,1-14; Lc 11,14-28
Commento
Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocarlo per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del Vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio e di uno stato di profonda solitudine.
A volte la sofferenza è capace di prostrare l’uomo a tal punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera. Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni.
Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità. Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio. Gesù è l’uomo forte (Lc 11,22), capace di disarmare il nemico e scacciare i demoni con il dito di Dio.
Le sue azioni suscitano meraviglia e una voce si leva dalla folla. Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, anteponendo l'obbedienza a Dio alla parentela di sangue: "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28); parole che suonano simili a quelle riportate da un altro passo del Vangelo di Luca: "Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21).
La famiglia è una realtà voluta da Dio fin dall’origine della creazione; ma Gesù ci insegna che se la nostra carità non sarà capace di superare le stesse relazioni familiari, non sarà all’altezza del suo vangelo. La parola di Dio è il modello da seguire; ma non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16).
Se Gesù non fosse il Figlio di Dio, potremmo trovare in lui semplicemente un predicatore, un guaritore o un rivoluzionario politico. Ma egli può essere un vero modello di vita perché è il Verbo che si è fatto carne, la manifestazione visibile e tangibile di Dio. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ci si rende prossimo e conoscibile; è la mappa per il nostro itinerario di santificazione. Il Dio altissimo, di fronte al quale Mosè ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità in Cristo e Paolo ci esorta a farci suoi imitatori.
Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati dall'Apostolo, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica della stessa epoca, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate semplicemente su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi (Mt 28,20).
- Rev. Dr. Luca Vona