Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 19 febbraio 2020

Corrado Confalonieri da Piacenza. Nobile eremita

Nato nel 1290; morto tra il 1351 ed il 1354; il suo culto fu approvato con il titolo di Santo dal Papa Paolo III. Di nobile origine Corrado amò i divertimenti e la vita di corte.
Un giorno su ordine di Corrado , i suoi servi appiccarono il fuoco al sottobosco per stanare una preda che il loro signore desiderava uccidere. Il fuoco dei suoi servi divampò e ben presto investì l'intera zona e danneggiò diverse case. Incapaci di gestire il fuoco, Corrado ed i servi tornarono a casa e non proferirono parola su ciò che era accaduto. Un pover'uomo che si trovava in quelle zone a fare legna, fu accusato ingiustamente di aver appiccato il fuoco e fu condannato a morte. La coscienza di Corrado era profondamente turbata , ed egli preso da profondo rimorso confessò di essere il responsabile del fuoco, al fine di salvare la vita del disgraziato. I danni che dovette risarcire furono enormi, grandi infatti erano state le distruzioni apportate dall'incendio; Corrado e la sua sposa si impoverirono enormemente!
Ma questa profonda trasformazione aveva arricchito la sua spiritualità. Sembrò ad entrambi che il buon Dio li avesse chiamati all'abbandono di quella vita, tutta dedita ai piaceri di quel rango tanto potente. La coppia vendette gli averi restanti e ne diede il ricavo ai poveri del posto e abbracciate le regole di Francesco e Chiara decisero di diventare religiosi. Corrado quindi divenuto terziario francescano si ritirò in eremitaggio.

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Corrado Confalonieri da Piacenza (1290-1351/54)
Da quel giorno la vita di Corrado cambiò, attratto dalla fede visse con grande austerità il resto della sua vita. Egli vagò per tanto tempo in solitudine e si trasferì in varie località, finché approdò nell isola di Malta, dove ancora esiste la grotta chiamata di San Corrado. Dall'isola di Malta ripreso il mare giunse al porto di Palazzolo e da qui a Noto Antica.
Nel Capovalle arrivò tra il 1331 e il 1335, per poi scegliere un posto isolato per la sua scelta vita eremitica. Fino a quando arrivo nel Val di Noto, dove passò trent'anni della propria vita. Gran parte della sua attività nel territorio netino fu trascorsa al servizio dei malati presso l'Ospedale di San Martino a Noto Antica ma poi vista la crescente fama di santità ed il continuo numero di visitatori decise di allontanarsi dalla città; passando gli anni restanti in eremitaggio insieme ad un altro monaco anacoreta oggi santo: Guglielmo Buccheri ( nobile netino).
Nella completa solitudine egli visse nella Grotta dei Pizzoni vicino Noto. Quì le sue preghiere rivolte a salvare gli uomini perduti, ad implorare grazie per i disastri, a soccorrere gli ammalati furono ascoltate da Dio ed a migliaia giungevano a lui,da tutto il Vallo. Numerosi sono i miracoli che a lui si ascrivono uno dei più i importanti è quello che vide per protagonista il Vescovo di Siracusa. Durante i suoi viaggi per la Diocesi, il prelato decise di fare visita all'eremitaggio ( siamo alla fine della vita terrena di Corrado), gli attendenti del Vescovo stavano preparando le provvigioni per il ritorno quando il Vescovo, sorridendo, chiese a Corrado se avesse avuto qualcosa da offrire ai suoi ospiti. Corrado replico che sarebbe andato a vedere nella sua cella; egli tornò portando due pani appena sfornati, che il prelato accettò come miracolo! Corrado ricambiò la visita del vescovo, confessandolo, ed al ritorno lungo la strada egli fu circondato da uccelli cinguettanti che lo scortarono fino a Noto. Corrado morì mentre era in preghiera, il 19 Febbraio 1351, ed alla sua morte tutte le campane delle chiese netine per miracolo suonarono a festa.
Fu seppellito nella chiesa normanna di San Nicolò, dove la sua tomba fu contesa tra le due popolazioni di Noto e di Avola. Quasi immediatamente fu avviato il processo canonico di beatificazione, che si concluse molto tempo dopo con il Breve di Papa Leone X (12 luglio 1515) , istituendone ufficialmente il culto, già presente da secoli. Fra le peculiarità da segnalare c'è la festa del Santo in Agosto che celebra proprio l'arrivo del Breve Papaple e della prima processione avvenuta proprio in quella occasione (Libro Verde del comune di Noto).
Nell'arte Corrado e rappresentato come un eremita francescano ai piedi una croce, mentre la sua figura è circondata da uccelli. Talvolta il suo ritratto è riprodotto come un vecchio con la barba, piedi nudi, un bastone tra le mani ed un lungo mantello sulle spalle. Nei secoli le sue virtù taumaturgiche furono implorate ed invocate contro l'ernia.

- Gaetano Malandrino

martedì 18 febbraio 2020

Enzo Bianchi e la preghiera del Rosario

La valenza universale della preghiera del rosario


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Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose
Nella tradizione cristiana sono state molte e diverse le forme della preghiera con cui i credenti hanno voluto rinnovare e confermare la loro comunione con il Signore, ma è indubbio che tutta la preghiera cristiana ha un centro rappresentato dalla liturgia, culmine di tutta l’azione della Chiesa, fonte di tutta la sua forza (cf. SC 10), in cui è “fabricata ecclesia Christi” (Tommaso d’Aquino, Summa Theologica III, q. 64, a. 2). Perciò il cristiano è consapevole che la preghiera della Chiesa, costituita dalla liturgia eucaristica e dalla liturgia delle ore, plasma la sua vita di credente e gli fornisce il cibo quotidiano della Parola e dell’eucaristia (cf. NMI 34), e questo, come ricordava Giovanni Paolo II, richiede che “l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nelle Sante Scritture la Parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza” (NMI 39).

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Madonna del Rosario (1600/1649), Simone Cantarini, olio su tela, Pinacoteca Tosio

Rispettato questo primato, il cristiano – proprio perché la preghiera liturgica sia prolungata fino a diventare preghiera incessante e si sviluppi e raffini l’arte del colloquio con Dio – può ricorrere ad altre forme di preghiera, tra le quali eccelle, all’interno della tradizione occidentale del II millennio, il rosario. Molti santi, infatti, hanno praticato la preghiera del rosario, trovando in essa uno strumento efficace per rinnovare la propria assiduità con il Signore. Tuttavia, Giovanni Paolo II lo ricorda con puntualità, come già aveva fatto Paolo VI, il rosario è un supporto alla liturgia e, ad essa e da essa ordinato, non potrà mai sostituirla poiché vuole essere innanzitutto una pedagogia alla preghiera personale (cf. RVM 4).

Ma qual è la plurisecolare gestazione che ha avuto il rosario nella tradizione spirituale cristiana? L’intero libro dei Salmi si conclude con il versetto: “ogni respiro dia lode al Signore” (Sal 150,6). I rabbini amano interpretarlo come un invito alla pluralità delle forme di lode al Signore: ogni respiro, ogni soffio dei viventi esprima la lode al Signore! Nell’insegnamento sulla preghiera dato da Gesù ai suoi discepoli risuona anche l’esortazione a “pregare in ogni momento” (Lc 21,36), a “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), e l’apostolo Paolo ripropone questa necessità ai cristiani delle comunità da lui fondate (cf. 1Ts 5,17; Ef 6,18). Indubbiamente queste esortazioni non chiedono di restare continuamente in un atteggiamento esteriore di preghiera, cosa che risulterebbe impossibile, bensì di dimorare in un’attitudine del cuore sempre disposta ad ascoltare il Signore e pronta a parlargli.

Proprio in funzione di questo, i padri del monachesimo si sono esercitati nella memoria Dei, nel ricordo di Dio, in modo da tendere a una disposizione permanente di preghiera, capace di rinnovare costantemente la comunione con Dio. San Basilio in particolare insisterà con forza su questa forma di preghiera: “Dobbiamo perseverare nel santo pensiero di Dio mediante un ricordo incessante e puro, impresso nelle nostre anime come sigillo indelebile” (Regole diffuse 5,2). E ancora: “Dobbiamo restare incessantemente sospesi al ricordo di Dio come i bambini alle loro madri” (Ivi2,2). All’interno della vita monastica verrà progressivamente elaborato un cammino ascetico preciso in vista della preghiera continua: l’osservanza dei comandamenti, la lotta spirituale, la custodia del cuore e la vigilanza conducono il monaco a un’assiduità con Dio tale che diventa egli stesso, si può dire, preghiera vivente e continua. E per percorrere efficacemente questo cammino, i padri del deserto – in un’epoca in cui libri e codici erano rarissimi e altrettanto scarse le persone in grado di leggere – inizieranno a praticare la meléte, la meditazione o ruminazione di un versetto delle Sante Scritture imparato a memoria, o la ripetizione di un’invocazione al Signore. Preghiera semplice, certo, forse anche preghiera “povera”, ma tale da poter essere praticata in condizioni e momenti diversi della giornata: durante il lavoro manuale, in viaggio, nei momenti di sosta e di riposo… Invocazioni che chiedevano aiuto, imploravano misericordia, o che erano un grido di lode e ringraziamento al Signore. Fu praticata soprattutto l’invocazione del Nome santo di Gesù, il Nome dato da Dio tramite l’angelo al bambino che doveva nascere dalla Vergine Maria: Ieshoua, “JHWH è salvezza”! Questo bel Nome invocato sui cristiani (cf. Gc 2,79, questo Nome che è al di sopra di tutti gli altri nomi (cf. Fil 2,9), l’unico Nome in cui c’è salvezza (cf. At 4,12), è diventato per i cristiani ciò che il Nome del Signore, JHWH, era per gli ebrei.

A partire dal V secolo, negli ambienti monastici d’Oriente è proprio l’invocazione del Nome di Gesù a essere privilegiata come preghiera personale, nella convinzione di poter, attraverso il Nome salvifico, vincere la tentazione e unificare tutto l’essere in una tensione forte di comunione con Dio. Invocazione e meditazione si fondono e si alternano, mettendo in accordo le labbra e la mente, così che nel profondo del cuore si giunge all’esperienza della presenza del Signore: “Cristo in noi, speranza della gloria” (Col 1,27). È la preghiera “monologista” (monológhistos) nella quale si eserciteranno generazioni e generazioni di monaci orientali e che a poco a poco finirà per essere costituita quasi esclusivamente dall’invocazione “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!”, a esclusione di altre forme di supplica o di meditazione. Quando un novizio pronuncia i voti monastici, gli viene consegnato un rosario, chiamato “la spada spirituale”, ed egli impara a praticare la preghiera di Gesù giorno e notte. Sarà questa preghiera a contrassegnare l’esicasmo (corrente spirituale sviluppatasi al Monte Athos nel XIII secolo), in cui all’invocazione a Gesù verranno associati elementi di tecnica psicosomatica, nell’intenzione di rendere partecipe della preghiera anche il corpo. Questa è stata dunque la via dell’Oriente cristiano: la ripetizione di un’invocazione a Gesù, una formula giaculatoria con contenuto biblico e profondo significato teologico e spirituale per chi la pratica. Essa, infatti, instaura nel cuore dell’orante un sentimento di umiltà e l’esperienza della presenza misericordiosa di Gesù, permettendo l’unificazione di tutta la persona in un’assiduità con il Signore che è una forma della “preghiera continua” possibile all’uomo.

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Del resto, anche nella tradizione ebraica hassidica la venerazione del Nome santo di Dio ha conosciuto una pratica di ripetizione: quando qualcuno, per pura grazia, giungeva a conoscerne la pronuncia, questi – chiamato baal Shem, “signore, possessore del Nome” – lo invocava ripetutamente, divenendo un contemplativo e un intercessore.


Né va dimenticato che il metodo di orazione ripetitivo e meditativo non è sconosciuto ad altre vie religiose: vi si possono riscontrare analogie con la preghiera di Gesù e con lo stesso rosario, ma esse vanno colte nella loro qualità di mezzi, di strumenti umani per la ricerca di un’assiduità con Dio, e permane comunque una differenza fondamentale: mentre nelle tecniche dell’Oriente non cristiano è il metodo che ha il primato in vista di una condizione di contemplazione, nella preghiera cristiana il primato spetta sempre all’azione dello Spirito santo, “lo Spirito che prega in noi” (cf. Rm 8,15.26; Gal 4,6), senza il quale non c’è autentica preghiera cristiana.

In particolare, nella ricerca di Dio condotta dalle genti dell’India è praticata una forma di preghiera che consiste nel ripetere molte volte al giorno, con l’aiuto di una corona di grani, una brevissima invocazione alla divinità, una formula mistica (il mantra) a volte associata a tecniche psicosomatiche (ajapamantra). È una preghiera per acquistare pace interiore e giungere a una visione penetrante della realtà, preghiera attestata anche nel buddhismo cinese (X secolo) e giapponese (XIIIsecolo), quale invocazione a Buddha Amida, e molto praticata anche ai nostri giorni nel buddhismo tibetano: i lama portano sempre al polso sinistro il rosario buddhista (mala).


Va inoltre ricordata una forma di preghiera presente nella tradizione spirituale dell’Islam: il dhikr, nel quale, proprio in vista del ricordo incessante di Dio, si fa menzione ripetuta del suo Nome e si cerca di dimenticare tutto ciò che non è Dio. Questa pratica è sorta nel sufismo in epoca relativamente tarda, nell’XI-XII secolo, ed è ben descritta da un testo di al-Ghazali: “Dopo essersi seduto nella solitudine, il sufi non cesserà di dire con la bocca: Allah, Allah, continuamente, con la presenza del cuore”. Si tratta dunque di una memoria Dei, attuata attraverso l’invocazione del Nome di Dio (Allah) o dei suoi novantanove nomi, tanti quanti i grani del rosario musulmano (sebhaa): una pratica sia solitaria che collettiva (almeno nelle confraternite di sufi) in vista di una comunicazione con Dio. Anche tale pratica a volte si serve di tecniche psicosomatiche, che tuttavia restano puramente strumentali perché, come insegna al-Ghazali, “non è in potere del sufi impegnato nel dhikr attirare a sé la misericordia di Dio, l’Altissimo”.

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Se è utile confrontare il rosario con queste forme di preghiera ripetitiva presenti in altre religioni, l’accostamento più significativo rimane quello alla “preghiera del cuore” dell’Oriente ortodosso ricordata sopra: tra le due “pratiche” nei secoli passati ci sono state indubbie influenze reciproche. Così, nel secondo millennio, è emerso in Occidente l’uso di “giaculatorie” (invocazioni a Dio vibranti e rapide come un lancio di giavellotto, iaculum) e di litanie, ripetizioni di nomi e attributi del Signore o dei santi, con richiesta di intercessione: tra esse troviamo la sistematica ripetizione dell’annuncio dell’angelo a Maria.

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Ora, esaminando più da vicino il rosario, questa “preghiera del cuore” occidentale, vediamo che esso si articola in un duplice movimento: c’è una prima parte in cui la lode e la gioia dell’Incarnazione sono vissute nel ripetere il saluto dell’angelo a Maria e che ha il suo culmine nella pronuncia del Nome santo di Gesù, cui segue una seconda parte in cui trova posto l’invocazione. I due tempi essenziali della preghiera cristiana – lode e invocazione – sono quindi presenti, e al centro vi è il Nome di Gesù, l’unico nome in cui c’è salvezza, il nome della “dolce memoria” cristiana. Né si dovrebbe dimenticare che l’Ave Maria è di per sé preghiera ecumenica, dato che la teologia della Riforma non ha mai condannato l’invocazione a Maria perché preghi, interceda per noi.

È evidente la matrice biblica dell’Ave Maria: ciò che si ripete nella prima parte sono parole dell’angelo (“Ave, piena di grazia, il Signore è con te”: Lc 1,28), sono parole di giubilo di Elisabetta (“Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno”: Lc 1,42) che evocano le promesse-benedizioni di Dio nell’Alleanza (cf. Dt 28,4). All’origine dell’Ave Mariac’è allora, semplicemente, un duplice saluto biblico a Maria che sfocia nell’invocazione del Nome di Gesù, dunque in una “preghiera a Gesù”. La fede della Chiesa ha poi avvertito il bisogno dell’invocazione “prega per noi”:prega per noi“ora”, per noi poveri “peccatori”, e prega per noi “nell’ora” escatologica, l’ora “della nostra morte”, del nostro esodo da questo mondo al Padre.

La nostra esperienza dice che il rosario è una preghiera “preziosa”, anche in virtù di quella semplicità, di quella “povertà” cui accennavamo prima: per alimentare la nostra vita spirituale, infatti, non sempre ci è possibile ricorrere a una preghiera che si nutra della lettura della Scrittura, mentre è facile in ogni luogo e in ogni situazione recitare il rosario, magari anche solo una sua parte, una “decina”, un “mistero”… È preghiera pacificante che predispone in noi una situazione di unificazione di tutto l’essere – corpo, psiche e spirito –attraverso la lode gioiosa alla madre del Signore e al Nome santo di Gesù, e attraverso l’invocazione di una preghiera di intercessione.

Con il rosario, dunque, si prega e si chiede preghiera – nella comunione di tutti i santi, sempre intercessori per noi – alla madre del Signore: “ora pro nobis”, prega per noi, per noi tutti. E attraverso questa formula si può meditare il grande mistero della salvezza operata in Gesù Cristo, dall’Incarnazione alla misericordiosa e gloriosa Venuta! Così meditazione, preghiera e contemplazione si intrecciano nel rosario attorno al Nome santo di Gesù: “è preghiera dal cuore cristologico”, ha scritto Giovanni Paolo II (RVM 1), e proprio per questo può essere preghiera dei semplici come degli intellettuali, dei vecchi come dei bambini, preghiera di tutti quelli che provano nostalgia per la preghiera continua e si sentono poveri peccatori.

- Enzo Bianchi, Fondatore della Comunità monastica di Bose, L’Osservatore Romano, 18 gennaio 2003

Il Beato Angelico. Dipingere la bellezza del Vangelo

Nel 1455 si spegne, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva, fra' Giovanni di San Domenico, religioso domenicano passato alla storia come il Beato Angelico. Fra' Giovanni, che prima di entrare dai frati domenicani si chiamava Guido di Piero, era nato verso la fine del XIV secolo nei pressi di Firenze, in una famiglia poverissima. Entrato molto giovane nella Compagnia di San Niccolò, una confraternita fiorentina, il giovane Guido si era presto segnalato per le precoci e straordinarie doti di pittore. Stimato dai contemporanei per la dolcezza e la semplicità, Guido avvertì il bisogno di contribuire con tutta la sua vita al rinnovamento evangelico nella chiesa del suo tempo. Egli entrò così nel convento domenicano di Fiesole, appartenente all'ala riformatrice dell'Ordine, e prestò il suo servizio di predicatore discreto e silenzioso, di teologo e di poeta. Ma fu soprattutto grazie ai suoi dipinti che il Beato Angelico seppe realizzare l'armonia tra la nascente arte rinascimentale e la purezza di cuore di un vero cercatore di Dio. 

BEATO ANGELICO, ritratto, fine del XVI sec., Fiesole
Giovanni da Fiesole, "Beato Angelico" (1395-1455)

Come ebbe a dire Michelangelo, fu la sua opera a fargli «meritare il cielo, per poter contemplare tutta la bellezza da lui raffigurata sulla terra». Dal 1438 fra' Giovanni si stabilì nel convento fiorentino di San Marco, di cui sarà più tardi nominato priore, assieme a tre confratelli pittori. In esso l'Angelico e i suoi compagni ci hanno lasciato una delle espressioni più pure e sobrie dell'arte religiosa rinascimentale.
Chiamato a Roma dai primi papi umanisti, fra' Giovanni morì nel convento del Maestro generale dell'Ordine. Secondo la leggenda, alla sua morte colò una lacrima dalla guancia di ciascuno degli angeli che l'Angelico aveva dipinto.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità di Bose

Beato Angelico, Trasfigurazione (1338-1440), Museo Nazionale di San Marco, Firenze


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lunedì 17 febbraio 2020

Janani Luwum e compagni (+ 1977) martiri. Il coraggio della parola profetica

Janani Luwum nacque nel 1922 ad Acholi, in Uganda. Figlio della prima generazione di cristiani ugandesi, convertiti dai missionari britannici, da ragazzo aveva fatto, come tutti i suoi fratelli, il pastore delle pecore e delle capre che appartenevano alla sua famiglia di contadini.
Il giovane Janani, tuttavia, mostrò una tale propensione all'apprendimento che gli fu offerta la possibilità di studiare e di diventare insegnante. A 26 anni divenne cristiano, e nel 1956 fu ordinato presbitero della locale chiesa anglicana. Eletto vescovo dell'Uganda settentrionale nel 1969, fu nominato arcivescovo dell'Uganda cinque anni più tardi, quando già infuriava il regime dittatoriale del generale Idi Amin. Luwum cominciò a esporsi pubblicamente, contestando la brutalità della dittatura e facendosi portavoce del malcontento dei cristiani ugandesi e di larghe fasce della popolazione.
Nel 1977, di fronte al moltiplicarsi delle stragi di stato, l'opposizione dei vescovi si fece palese e vibrante. Il 17 febbraio, pochi giorni dopo che Idi Amin aveva ricevuto una dura lettera di protesta firmata da tutti i vescovi anglicani, il regime annunciò che Luwum era stato trovato morto in un incidente d'auto assieme a due ministri del governo ugandese. Alla moglie che insisteva perché non si recasse all'incontro con il dittatore, Luwum aveva detto, poche ore prima di morire: «Sono l'arcivescovo, non posso fuggire. Che io possa vedere in quanto mi accade la mano del Signore».

JANANI LUWUM
Janani Luwum (1922-1977)

Tracce di lettura

Un dottore, che aveva visto i corpi delle tre vittime durante il cambio della guardia, confermò che tutti e tre erano stati uccisi. Poi emersero alcuni dettagli sulle ultime ore dell'arcivescovo. Egli era stato preso dal centro di ricerca dello Stato, spogliato e spinto in una grande cella piena di prigionieri condannati a morte. Lo riconobbero, e uno di loro gli chiese la benedizione. Poi i soldati gli restituirono la veste e il crocifisso. Quindi tornò in cella, pregò con i prigionieri e li benedisse. Una grande pace e una grande calma scese su tutti loro, come testimoniò un sopravvissuto. Si dice anche che cercassero di fargli firmare una confessione. Altri hanno testimoniato che egli pregava a voce alta per i suoi carcerieri quando venne ucciso. (Dal racconto di un testimoni )

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose


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I sette fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria (XIII sec.)

La Chiesa cattolica d'Occidente celebra oggi la memoria dei sette santi fondatori dell'ordine dei Servi di Maria (Frati Serviti). Fiorentini, mercanti di lana, ricchi, i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria erano nati verso la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. Amici fra di loro e appartenenti a un gruppo laico di fedeli che erano particolarmente devoti alla Vergine e che si dedicavano al servizio dei poveri e dei malati, probabilmente verso il 1240 cominciarono a vivere insieme, poco fuori Firenze, nella povertà e nella preghiera, nel desiderio di vivere una vita di penitenza.
Adottarono in seguito la regola di Agostino e, alla ricerca di maggior solitudine, si stabilirono sul monte Senario. Qui la comunità penitenziale divenne ufficialmente l'Ordine dei Servi di Maria, un ordine ispirato al genere di vita narrato nei sommari degli Atti degli Apostoli (cf. At 2,42-47; 4,32-35), con un impegno di radicale povertà, di preghiera e di lavoro. Fra i sette santi i più noti sono Bonfiglio Monaldo, primo priore di Monte Senario, e Alessio Falconieri che morì il 17 febbraio 1310, più che centenario, e fu testimone della costituzione definitiva dell'Ordine dei Servi, avvenuta nel 1304.

Immagine opera
Luigi Crespi (1709-1779), I Sette santi fondatori dei serviti


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