Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

mercoledì 27 gennaio 2021

Fermati 1 minuto. Gesù, parola che si è fatta seme

Lettura

Marco 4,1-20

1 Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. 2 Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3 «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; 6 ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. 7 Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8 E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». 9 E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».
10 Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: 11 «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, 12 perché:
guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».
13 Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? 14 Il seminatore semina la parola. 15 Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro. 16 Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, 17 ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono. 18 Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, 19 ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. 20 Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».

Meditazione

Con la parabola del seminatore Gesù esemplifica il modo in cui la parola di Dio viene respinta, incontra ostacoli e resistenze, ma anche viene accolta e porta frutto, diffondendosi ovunque. Mentre il monte è il luogo privilegiato da Gesù per la preghiera e la formazione dei discepoli, la costa del mare di Galilea, ovvero il lago di Gennesaret, è il luogo in cui Marco presenta il Signore intento ad ammaestrare le folle. Il verbo greco usato per indicare il riunirsi delle persone intorno a lui è synago, con un richiamo alla sinagoga; forse perché gli ascoltatori sono ebrei, o perché quella che Gesù forma con la sua predicazione è la nuova sinagoga dei credenti nel vangelo. Mentre il capitolo precedente si apriva con l'ingresso di Gesù nella sinagoga per insegnare, in questo lo vediamo uscire dagli ambienti tradizionali di predicazione, che gli sono ostili, per rivolgersi alle moltitudini. Gesù predica su una barca, quasi a significare che il suo messaggio è rivolto a Israele, ma questi guarda verso il mare, da dove il vangelo prenderà il largo verso le terre dei gentili. L'uso di parabole - comune nel giudaismo del tempo - serve a Gesù per coinvolgere e provocare chi ascolta, facendogli applicare ciò che dice alla realtà della propria vita spirituale. Attraverso esempi e paragoni così vicini all'esperienza quotidiana di ciascuno, Gesù scuote e invita a cambiare mentalità e comportamenti, perché la parola di Dio penetri e diventi lievito della vita. L'esortazione "Ascoltate" con cui si apre la parabola, come invito a interiorizzare la parola, richiama l'"Ascolta, Israele" del libro del Deuteronomio (Dt 6,4-9). L'ascolto che ci chiede Cristo implica una piena partecipazione della nostra mente e della nostra volontà alla sua parola. Non la curiosità con cui Erode si dilettava nell'ascoltare Giovanni il Battista, che poi metterà a morte (Mc 6,20); non la superbia e l'ipocrisia con cui gli scribi e i farisei ascoltavano Gesù per cercare di coglierlo in errore; ma l'attenzione con cui i due discepoli sulla via di Emmaus ascoltano il Risorto, che li apre all'intelligenza delle Scritture (Lc 24,13-27). L'ascolto che porta frutto è incontro spirituale con la persona di Gesù. Ma la parola necessita di cuore umile, di un humus, un terreno morbido, dove il seme può trovare riparo e nutrimento. Il rendimento di una semina era solitamente di otto a uno, dieci a uno in casi eccezionali; la crescita fino al cento per uno che Gesù descrive è incredibilmente grande. Sebbene questa parabola sia riportata in tutti e tre i vangeli sinottici, solo Luca e Matteo spiegano che il seme è la parola di Dio. Ma la parola di Dio non è solo aria che risuona, è Gesù stesso, Verbo generato dal padre e incarnato nel seno di Maria. Gesù è la parola fattasi "seme", che incontrerà la durezza di chi lo disprezza tra quelli della sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua (Mc 6,4); è il seme che incontra i rovi di chi flagellerà il suo corpo e gli coronerà il capo di spine; il seme che dovrà morire ed essere sepolto per generare frutti di vita eterna. Un frutto così grande da sfamare tutti coloro che hanno fame non di pane, ma d'ascoltare la parola del Signore (Am 8,11).

Preghiera

Crea in noi, Signore, un cuore umile e pronto a ricevere la tua parola; irriga i solchi, spiana le zolle, effondi la pioggia del tuo Spirito; affinché possano abbondare i frutti della tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 26 gennaio 2021

Una Chiesa missionaria e con un bagaglio leggero

Lettura

Luca 10,1-9

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Meditazione

L'invito di Gesù a pregare affinché Dio mandi operai nella sua messe (v. 2) sta a indicare che lui solo è qualificato a conferire questo mandato, proprio come Gesù nella sua veste regale e messianica lo conferisce ai settantadue inviati. In alcuni manoscritti il numero dei discepoli è di settanta, forse a indicare i settanta anziani nominati da Mosè. L'immagine degli agnelli in mezzo ai lupi indica l'ostilità e i pericoli che i discepoli troveranno durante la loro missione. Viaggiando in coppia potranno sostenersi l'un l'altro. Data l'urgenza della missione e l'impegno richiesto ai missionari, l'invito è di evitare di perdersi dietro i beni materiali e le formalità dei saluti "lungo la strada" (v. 4). Nella cultura del tempo il saluto di una persona prevedeva un elaborato cerimoniale, con molte formalità, come la condivisione di un pasto o una lunga sosta. Il discepolo deve evitare l'attaccamento alle cose e agli intrattenimenti terreni, dando sempre la priorità all'attività di missionaria. Le parole di Gesù sono pervase di un senso escatologico, attestando la scarsità del tempo a disposizione. Coloro che portano l'annuncio di salvezza viaggiano con passo spedito. I discepoli dovranno entrare nelle case (v. 5) e non  predicare nelle sinagoghe. Il messaggio che portano non è rinchiuso negli steccati della religiosità formalizzata e sedentaria del giudaismo farisaico. La Chiesa di Cristo, come attestano anche gli Atti degli apostoli (es. At 20,42; 5,20) muove i suoi primi passi come chiesa profetica e domestica. Il vangelo entra nella vita quotidiana e familiare di coloro che lo ricevono, i "figli della pace" (v. 6). Il comando di mangiare quello che sarà messo innanzi ai discepoli indica che è abrogata ogni distinzione tra cibi puri e impuri. Condividere il pasto è nel mondo antico una espressione di intima amicizia. Cibandosi di quel che gli sarà offerto il vero discepolo "si fa tutto a tutti" proprio come testimonierà successivamente l'apostolo Paolo: "mi sono fatto greco con i greci, giudeo con i giudei, mi sono adattato a tutte le situazioni, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,22). Senza il timore di scontrarsi con le forze contrarie del mondo, il messaggio evangelico è capace di adattarsi, "mettendosi a tavola" con l'uomo di ogni luogo e di ogni tempo.

Preghiera

Ti preghiamo Signore, di suscitare nella tua Chiesa operai volenterosi, per portare la benedizione del tuo messaggio di salvezza ad ogni uomo. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

lunedì 25 gennaio 2021

La conversione di Paolo, afferrato dalla misericordia

Oggi le chiese d'occidente ricordano la rivelazione di Gesù Cristo a Saulo di Tarso, ebreo della Cilicia, zelante fariseo educato alla scuola di Rabbi Gamaliele, chiamato a riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele e ad annunciarlo ai suoi fratelli ebrei e a tutte le genti. Mentre si recava a Damasco per condurre in catene a Gerusalemme i seguaci della "via" (At 9,2) di Cristo, Saulo si sentì interpellato dal Signore risorto, quel Gesù che egli perseguitava nei suoi discepoli. 

Caravaggio. La conversione di San Paolo (particolare)

Accecato dalla rivelazione ricevuta, fu condotto nella comunità cristiana di Damasco e qui Anania gli impose le mani perchè recuperasse la vista e fosse colmato dallo Spirito santo. Ricevuto il battesimo, Saulo o Paolo, come viene chiamato in seguito, cominciò ad annunciare dapprima ai Giudei e poi ai pagani "la parola della croce" (1Cor 1,18), il mistero della salvezza donata in Cristo attraverso l'abbassamento fino alla morte in croce (cf. Fili 2,8). Rivendicando la sua autorità apostolica, Paolo affermo di non aver ricevuto il vangelo da uomini ma "per rivelazione di Gesù Cristo" (Gal 1,12). La sua infaticabile attività di predicazione lo portò a viaggiare per tutto il Mediterraneo; si rivolse soprattutto ai pagani ricevendo il titolo di "apostolo delle genti".
La festa odierna, sorta in Gallia già nel VI secolo, fu estesa a tutto l'occidente a partire dall'XI secolo.

Tracce di Lettura

Se la memoria della conversione di Paolo è così solenne, questo accade perché è utile a quelli che ne celebrano il ricordo. Perché da questa celebrazione il peccatore attinge la speranza del perdono che l'invita alla penitenza; e chi si è già pentito vi trova il modello di una perfetta conversione.
Come è possibile cedere alla disperazione, per quanto grandi siano le nostre colpe, quando si sente che quel Saulo che sempre fremente minacciava strage contro i discepoli del Signore, fu all'improvviso trasformato in vaso d'elezione? Chi potrebbe dire: «Non posso rialzarmi e condurre una vita migliore» se sulla strada su cui il suo cuore era pieno di veleno, l'accanito persecutore divenne subito il predicatore più fedele?
(Bernardo di Clairvaux, Sermone per la conversione di san Paolo 1)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Il dovere e la grazia dell'annuncio

Lettura

Marco 16,15-18

15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. 17 E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Meditazione

Gesù, che in precedenza aveva chiesto agli apostoli di predicare il vangelo della salvezza alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 10,5-6; 15,24), estende ora questa missione nei confronti del mondo intero (v. 15). Undici apostoli non potranno da soli adempiere a un compito così grande, ma insieme ai settandadue discepoli e ad altri che si aggiungeranno loro, getteranno il seme del vangelo verso i quattro angoli della terra. Il "grande mandato" è simile nei Vangeli di Matteo e Marco, con la differenza che in quest'ultimo è aggiunta la condanna per coloro che non crederanno (v. 16). Attraverso il battesimo si entra nella Chiesa, la comunità di Gesù-risorto. Ma la fede è il discrimine tra coloro che saranno salvati e coloro che, battezzati o meno, non saranno salvati. I miracoli, che all'inizio della predicazione di Gesù sono stati "segni" per suscitare la fede, divengono ora un prodotto della stessa (v. 17) Tali manifestazioni sono promesse alla comunità apostolica, non a tutti i credenti di ogni tempo.  I doni che gli apostoli ricevono non sono solo per se stessi, come il non ricevere dànno dal veleno dei serpenti (v. 18), ma anche per fare del bene al prossimo. Saranno infatti capaci di operare guarigioni come quelle che ha compiuto Gesù. Questa azione diverrà un vero e proprio ministero, come descritto da Giacomo nella sua Lettera: "Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore" (Gc 5,14). Pur coltivando il dialogo tra fedi e culture differenti, nella solidarietà suscitata dalla comune natura umana e nel riconoscimento della diversità come benedizione, non possiamo trascurare l'urgenza dell'annuncio evangelico: "guai a me se non predicassi il vangelo!" eslama l'apostolo Paolo (1 Cor 16), afferrato dalla misericordia del Risorto. Annunciare Cristo significa liberare l'uomo da ciò che lo rende schiavo; parlare una lingua nuova (v. 17), perché le parole di Gesù sono "spirito e vita" (Gv 6,63); non lasciarsi danneggiare dalla malvagità di questo mondo ma saperne curare e guarire le ferite. 

Preghiera

Rinnova in noi, Signore, il fervore per l'annuncio della tua Parola; affinché possiamo essere dispensatori della tua grazia hce salva e guarisce. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 24 gennaio 2021

Il ministero della felicità


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, guarda con misericordia le nostre infermità e in ogni nostro pericolo e necessità stendi la tua mano destra per aiutarci e difenderci. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 12,16-21; Gv 2,1-11

Il Vangelo di oggi ci presenta il primo miracolo pubblico di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Fin dai più antichi lezionari per il culto questo evento è collegato all’Epifania, ovvero alla manifestazione di Gesù come il Signore, insieme agli episodi della nascita a Betlemme, dell’arrivo dei Magi e del battesimo al fiume Giordano. Giovanni utilizza la parola "segni" (gr. simeion) per indicare otto miracoli pubblici che Gesù compie come manifestazione della sua potenza divina, che può essere percepita con gli occhi della fede. È significativo che il primo di questi segni non sia una guarigione o una liberazione dai demòni, ma sia compiuto in occasione di un evento conviviale. Il Vangelo di oggi dovrebbe portarci a riconsiderare il nostro rapporto, come credenti, con il mondo. Noi, come Gesù, non apparteniamo al mondo (Gv 17,16), ma il nostro atteggiamento verso di esso, con tutto ciò che lo caratterizza, compresa la nostra umanità, le nostre aspirazioni, la ricerca stessa del piacere, non può essere di puro diprezzo. Le Scritture condannano l'ubriachezza, ma non il consumo di vino (Sal 104,15; Prov 20,1; Ef 5,18). Ciò che è riprovevole è l'abuso, non l'uso. Il messaggio che ci comunica Gesù con questo primo miracolo è molto chiaro: l’uomo ha il pieno diritto di godere anche le gioie di questa vita. La felicità, il piacere, nelle loro diverse espressioni, come l’arte, il buon cibo, la sessualità, diventano un peccato solo quando vengono assolutizzati a discapito di altri aspetti altrettanto importanti della vita; quando rompono l’armonia con l'ordine delle cose stabilito da Dio, l'equilibrio con l’altrettanto necessaria coltivazione dei propri doveri, verso la famiglia, gli altri esseri umani, se stessi; quando vengono gettati in un meccanismo di produzione e consumo. Ma se li coltiviamo come un dono di Dio, fonte di ogni bene, e sappiamo porli al nostro servizio, piuttosto che renderci loro schiavi, allora stiamo realizzando uno dei più alti scopi della nostra vita. Perché Dio ci vuole felici, e vuole che la nostra gioia sia piena (Gv 15,11).

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 23 gennaio 2021

L'Osservatore Romano ricorda Valdo Vinay

Figura eminente del protestantesimo italiano, Valdo Vinay, la cui vita ha attraversato praticamente tutto il secolo passato, è stato ricordato nei giorni scorsi, a ridosso della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in un convegno promosso dalla Facoltà teologica valdese in occasione del trentesimo anniversario della sua scomparsa. All’incontro, introdotto dalla moderatora della Tavola valdese Alessandra Trotta e dalla nipote Manuela Vinay, hanno partecipato tra gli altri monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, il professor Paolo Ricca e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Valdo Vinay

Valdo Vinay, nato nel 1906, è stato teologo, professore, ma soprattutto infaticabile pastore, dedicando la gran parte della sua vita all’annuncio della Parola, anche fuori dei confini della confessione valdese. D’altronde fin dall’inizio della pratica pastorale la sua tendenza era stata quella, oltre gli steccati, «di un cristianesimo aconfessionale orientato ai problemi pratici della vita individuale e sociale, con intenzioni culturali». Da giovane fu tra i protagonisti di «Gioventù cristiana», rivista promossa da giovani intellettuali protestanti fortemente ispirati dal pensiero e dagli scritti di Karl Barth. Quella di Vinay per Barth fu un’autentica passione: nei primi anni Trenta aveva frequentato tutti i suoi seminari all’università di Bonn, e alla teologia cristologica di Karl Barth aveva dedicato la tesi di licenza. Negli anni successivi «Gioventù cristiana» diverrà anche autorevole voce di dissidenza e opposizione al fascismo.

Il bagaglio barthiano accompagnò Vinay dieci anni più tardi nell’assunzione della cattedra di Storia della teologia alla Facoltà valdese di Roma; impegno accademico che comunque andava sempre in parallelo all’attività pastorale e che, subito dopo la guerra, svolse intensamente in Ciociaria e nel Basso Lazio. Molti degli evangelici di quelle terre furono costretti, in quegli anni duri, all’emigrazione al di là delle Alpi, e Vinay si occupò appassionatamente delle loro condizioni sociali, favorendone la riambientazione e visitandoli spesso oltre confine. Gli anni successivi, dai Cinquanta fino al pensionamento nel 1976, furono senz’altro i più costruttivi e creativi della sua vita, tanto come teologo che come scrittore, professore universitario, pastore, predicatore e, non ultimo, come principale divulgatore del pensiero di Karl Barth.

Avendo seguito come giornalista accreditato il concilio Vaticano II , ne colse immediatamente la grande portata innovativa sul piano del dialogo ecumenico. Intuizione che, com’era nel suo stile, seppe immediatamente tradurre in esperienza pratica di relazione e confronto. È del 1973 infatti il suo primo incontro con i giovani della Comunità di Sant’ Egidio, come ha ricordato nel suo intervento Andrea Riccardi: «La Comunità di Sant’ Egidio, agli inizi, ha avuto dei maestri, attraverso degli incontri: uno di questi, e di certo non il minore, Valdo Vinay. Divenne un nostro amico nella condivisione della Parola: ci regalò una copia del suo libro Riforma protestante con questa dedica: “Ai giovani amici della Comunità di Sant’Egidio, i quali mi chiedono ancora di spiegare loro la Parola di Dio. E qui l’amicizia non finisce mai”». Ugualmente, negli stessi anni inizierà a insegnare anche nell’università benedettina di Roma, il Pontificio ateneo Sant’Anselmo. È grazie al combinato disposto del suo spirito, insieme libero e unitario, e dell’ecumenismo postconciliare, che si avvia una consapevole trasformazione di ruolo della comunità protestante italiana: non più minoranza resistente all’egemonia della Chiesa cattolica, ma lievito per la crescita spirituale di tutti i battezzati in Cristo. In effetti Vinay ha sempre compreso il termine “evangelico” preliminarmente come un aggettivo, e solo scrivendo di storia come un sostantivo identitario. Diceva in un incontro del 1975: «Nessuno esalti la propria tradizione, divenendone servo. Perché tutto è vostro: Giovanni Crisostomo e Giovanni Damasceno, Aurelio Agostino e Anselmo di Canterbury, Tommaso d’Aquino, Francesco d’Assisi e Valdo, Lutero, Calvino e il cardinale Gaspare Contarini, Blaise Pascal e Karl Barth. Potete rimeditare con gratitudine il pensiero di questi dottori e riformatori della Chiesa, potete servirvi liberamente dei loro scritti e del loro esempio. Ma a una condizione: che voi non diveniate agostiniani o tomisti, valdesi o francescani, luterani o calvinisti o barthiani. L’apostolo si esprime chiaramente: a condizione che voi siate di Cristo. Questa vostra appartenenza totale a Cristo vi renderà veramente liberi, signori di tutte le cose, anche delle tradizioni, non strumenti e servi di esse».

La cifra che definisce l’intera vita di Valdo Vinay è dunque il Vangelo, quel Vangelo che produce frutti solo se è proclamato, ascoltato, letto, sminuzzato, metabolizzato, non come esercizio intellettuale ma insieme ai fratelli, in un regime di amore. A cominciare dai pastori, perché, come amava dire e praticare, «non si può predicare senza amare il popolo che ti ascolta».

- Roberto Cetera. L'Osservatore Romano, 23 gennaio 2021