Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

giovedì 24 giugno 2021

San Giovanni il Battista, la voce che grida nel deserto

Le chiese d'oriente e d'occidente celebrano oggi la natività di Giovanni il Battista, profeta e precursore del Signore.
Figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta Giovanni è frutto della promessa di Dio e annuncia i tempi messianici in cui la sterile diventa madre gioiosa di figli e la lingua dei muti si scioglie nella lode profetica. Con lui rivive la profezia e si fa più urgente il richiamo alla conversione rivolto da Dio al suo popolo.

San Giovanni Battista, Basilica di Santa Sofia, Istanbul

Secondo la parola dell'angelo, Giovanni venne con lo spirito e la forza di Elia per preparare al Signore un popolo ben disposto. Egli visse nel deserto fino al giorno della sua manifestazione a Israele e lì, nella solitudine e nel silenzio, nell'ascesi e nella preghiera, si preparò alla sua missione.
Insieme a Gesù, il Battista è l'unico personaggio di cui il Nuovo Testamento narri la nascita, ed è l'unico santo celebrato dalla chiesa antica con più feste durante l'anno.
Quando nel IV secolo la nascita di Gesù venne fissata nel solstizio d'inverno, quella di Giovanni venne posta nel solstizio d'estate per rispettare la lettera del racconto evangelico. La coincidenza con il solstizio d'estate e l'inizio dell'accorciarsi delle giornate è stata vista dai padri come una conferma delle parole di Giovanni e della sua testimonianza al Cristo: «Egli deve crescere e io invece diminuire».
Asceta vissuto nel deserto, Giovanni è diventato ben presto il modello del monachesimo nascente ed è sempre stato venerato con particolare amore dai monaci, che nell'ascesi, nel silenzio, nella preghiera e nell'assiduità alle Scritture cercano di predisporre ogni cosa per poter accogliere Dio nelle loro vite.

Tracce di lettura

Annunciazione, concepimento, santificazione e nascita di Giovanni ci sono presentate in parallelo ad annunciazione, nascita, consacrazione di Gesù, e con questi dittici dei capitoli 1 e 2 del suo vangelo, con questi eventi della preistoria di Giovanni e di Gesù, Luca ci mostra che anche nell'infanzia Giovanni è stato il precursore del Messia ... Poi il silenzio del vangelo su Giovanni come su Gesù: Giovanni vivrà nel deserto fino al giorno della sua manifestazione a Israele, Gesù vivrà soggetto a Maria e Giuseppe a Nazaret. Per entrambi è il nascondimento, la crescita, la preparazione alla missione, al dies ostensionis ad Israel.
(E. Bianchi, Amici del Signore).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

mercoledì 23 giugno 2021

Fermati 1 minuto. I frutti buoni della fede

Lettura

Matteo 7,15-20

15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

Meditazione

I discepoli cristiani che dichiaravano di parlare in nome di Dio erano chiamati profeti (cfr. anche Mt 10,41 e 23,34). Come nell'Antico testamento, accanto ai profeti veri, ci sono però quelli falsi: la differenza sta nella qualità dei loro "frutti" (v. 16), cioè nella bontà o nella malvagità delle loro azioni.

I falsi profeti sono coloro che propongono la via larga, che conduce a perdizione (Mt 7,13-14). Gesù insegna che non tutti coloro che dichiarano di far parte della comunità dei credenti sono tali. Alcuni sono come lupi tra le pecore, case che appaiono simili ma hanno differenti fondamenta (Mt 7,21-27), zizzania in mezzo al grano (Mt 13,24), vergini stolte tra le sagge (Mt 25,1-13), servi malvagi tra i buoni (Mt 25,14-30).

Il punto di riferimento per giudicare i profeti e i loro frutti sono le Scritture. Nessuna forma di gerarchia, nella Chiesa, può porsi al di sopra della loro autorità.

I frutti buoni sono la testimonianza di una fede viva ed efficace. Come ammonisce l'apostolo Giacomo "Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede" (Gc 2,18).

Ma se le buone opere sono espressione della fede, questa richiede di essere pazientemente coltivata, proprio come un albero "che darà frutto a suo tempo" (Sal 1,3). Non temiamo, dunque, la prova dell'inverno, la necessaria potatura per migliorare la crescita; attendiamo con speranza, davanti ai rami ancora spogli, l'apparire dei primi germogli; gustiamo e condividiamo, finalmente, i frutti, quando questi saranno giunti a piena maturazione.

Preghiera

Signore, vieni e visita la tua Chiesa, albero che la tua destra ha piantato; vivificalo con la tua grazia e insegnaci a prendercene cura. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 22 giugno 2021

Fermati 1 minuto. Il decentramento necessario

Lettura

Matteo 7,6.12-14

6 Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

Meditazione

I maiali e i cani sono considerati animali impuri dagli ebrei. Il principio per cui le cose sante non vanno dati ai cani (v. 6) è la ragione per cui Gesù non compie miracoli per coloro che non credono (Mt 13,58). Ciò non contraddice l'amore per i nemici e la preghiera per i persecutori (Mt 5,44). Le cose sante e le perle rappresentano il principio di correzione fraterna, dopo che il discepolo ha rimosso "la trave" dal proprio occhio. Non dobbiamo astenerci dal predicare il vangelo anche ai malvagi e agli uomini profani, come attesta la predicazione di Gesù ai pubblicani e ai peccatori, ma di fronte a un cuore indurito il discepolo è esortato a scuotere la polvere dai propri piedi e rivolgersi altrove (Mt 10,14).

"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (v. 12) è la "Regola d'oro", presente prima di Cristo nei testi rabbinici, così come nell'Induismo e nel Buddhismo. Spesso in queste fonti è presente nella sua forma negativa "Non fare agli altri ciò che non faresti a te stesso". Privilegiando la forma positiva Gesù sottolinea che questo comandamento rappresenta un sommario e l'essenza dei principi etici contenuti nella Legge mosaica e negli scitti profetici.

Anche la metafora delle "due vie" - una che conduce alla vita, l'altra alla morte - ricorre nella filosofia e mella mitologia pagana (es. Ercole al bivio) e nell'Antico testamento (es. nel Sal 1; Dt 30,15). In questo contesto assume un orientamento escatologico. La porta stretta e la via spaziosa sono difficili da trovare, e rappresentano la fede nella morte e resurrezione di Cristo, ma devono essere scelte deliberatamente per giungere alla salvezza.

Tutti possiamo entrare nella vita, ma il passaggio è stretto, perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, rinuncia al proprio egoismo, il decentramento necessario per assumere la prospettiva dell'altro da sé.

Preghiera

Guidaci, Signore, sulla via della vita e rendici testimoni fedeli della tua Parola, mediante la rigenerazione nella tua morte e resurrezione. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 21 giugno 2021

Fermati 1 minuto. La differenza tra guardare e vedere

Lettura

Matteo 7,1-5

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

Meditazione

L'esortazione di Gesù a non giudicare non consiste nel non riconoscere gli errori degli altri, ma nel non giudicarli in modo arrogante, dall'alto di una superiorità che dimentica la fallibilità e la debolezza stessa di chi giudica. Il discepolo è dunque chiamato al discernimento, con rettitudine e prudenza. Poco più avanti, infatti, Gesù mette in guardia i discepoli dai falsi profeti e li invita a giudicarli dai frutti (Mt 7,15). Mentre nel Vangelo di Luca, Gesù rimprovera la capacità di saper valutare i segni metereologici ma di non saper riconoscere i segni dei tempi, giudicando ciò che è giusto (Lc 12,54-56).

Il verbo greco relativo all'osservare la pagliuzza, blepo, indica semplicemente il "vedere", potremo dire il "guardare", che è azione più superficiale del "vedere attentamente", indicato dal verbo diablepo, in riferimento all'accorgersi della trave. La capacità di un retto giudizio dipende dal saper discernere in profondità l'animo umano. Gesù invita, dunque, a non giudicare secondo le apparenze (cfr. Gv 7,24), perché solo Dio può giudicare il cuore e le intenzioni profonde dell'uomo.

L'appellativo di "ipocrita", rivolto in precedenza agli scribi e ai farisei, è indirizzato ora al discepolo che si preoccupa degli errori altrui, anche se piccoli (la pagliuzza), ignorando i propri, ben più grandi (la trave). Mostrare grande zelo per la correzione degli altri e permissivismo verso se stessi pone fuori dalla misericordia di Dio che ci sarà offerta nella misura con cui misureremo il nostro prossimo (v. 1).

Accettare gli altri per quello che sono e non per quello che vorremmo che fossero, riconoscere noi stessi per quello che siamo, è il punto di partenza per un cammino di crescita spirituale. Solo partendo dalla verità dei nostri inciampi e delle nostre ferite potremo fare spazio, in noi e negli altri, al dono della grazia che giustifica e rende santi agli occhi di Dio.

Preghiera

Donaci, Signore, l'umiltà per riconoscre la verità della nostra fragile condizione umana; affinché possiamo giudicare con rettitudine e misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 20 giugno 2021

Il buon pastore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva anche al mondo greco e romano, prima dell’avvento del cristianesimo, ed era considerata di buon auspicio per i defunti. 

L’evangelista Luca aggiunge al racconto il dettaglio del pastore che pone la pecora ritrovata sulle spalle, mentre Matteo, nel passo parallelo del suo Vangelo, parla semplicemente della pecora ritrovata.

L’immagine di Dio come pastore di Israele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è però ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: “Poiché così dice il Signore, l'Eterno: «Ecco, io stesso andrò in cerca delle mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore ha cura del suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io avrò cura delle mie pecore e le strapperò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di dense tenebre». E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: “L’Eterno è il mio pastore (…)”.

Il protagonista della parabola si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logica umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?

Dio non ragiona con mentalità economica, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo per l’umanità nel suo insieme, ma per la nostra individualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.

Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno per punirci, ma ci viene incontro, si affatica nella ricerca e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica caricandoci sulle spalle. Troviamo così in questa immagine la passione del Dio incarnato per l'umanità. 

Dio ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.

Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro (1 Pt 5,6); perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma come mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.


            - Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 18 giugno 2021

Fermati 1 minuto. Quale mèta rincorriamo?

Lettura

Matteo 6,19-23

19 Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22 La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

Meditazione

L'accumulo di tesori "in cielo" (v. 20) non ha a che fare solo con le buone azioni compiute sospinti dalla grazia, ma anche con l'utilizzo dei beni terreni guidati da spirito di carità e condivisione.

Agire cristianamente nell'amministrare i beni terreni significa praticare l'elemosina, digiunare e vivere con sobrietà confidando in Dio nella preghiera, come raccomandato da Gesù stesso (Mt 6,1-18).
Se la manna stessa, cibo disceso dal cielo,   messa in serbo per il giorno successivo "fece i vermi e si imputridì" (Es 16,20), il cristiano nel suo esodo verso la vita eterna non deve preoccuparsi di accumuare ricchezze. Anche le grazie spirituali che riceviamo da Dio non devono portarci a confidare su una "scorta di meriti", perché quotidianamente dobbiamo alimentare la nostra fede, rendendola efficace nella carità.

Gli uomini pongono il proprio cuore là dove è il loro tesoro (Mt 6,19-21) e allo stesso modo fissano i loro occhi in ciò che desiderano di più (vv. 22-23). Un occhio puro si posa sui beni celesti e rende limpido il nostro intero essere. Il desiderio disordinato dei beni terreni è rappresentato da Gesù con l'analogia dell'occhio malvagio, nel quale non può entrare alcuna luce e che farà giacere tutto l'uomo nelle tenebre.

Una luce che è tenebra (v. 23) è da intendersi anche come espressione di una religiosità esteriore, ipocrita: una  mosca morta rovina l'olio del profumiere (Eccl. 10,1). Per questo l'occhio malvagio rappresenta anche la cattiva intenzione nelle azioni dell'uomo, per malizia o per colpevole ignoranza.

Tutte le realtà terrene sono caratterizzate dall'impermanenza e dall'incapacità di colmare il desiderio di bene presente nel cuore dell'uomo, il quale trasformandole in idoli non potrà che andare incontro alla delusione.

Gesù ci chiama a fare chiarezza su quale mèta stiamo rincorrendo, qual è il fine che abbiamo scelto per la nostra vita, ciò che la riempie di senso, invitando la nostra anima a scegliere "la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,42).

Preghiera

Donaci, Signore, la saggezza per scegliere la via del vangelo, per rendere la nostra fede operosa e far fruttare i doni del tuo Spirito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona