Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 26 luglio 2026

Lasciarsi condurre dallo Spirito di Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA OTTAVA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, la cui perenne provvidenza ha ordinato tutte le cose, in cielo e sulla terra; ti supplichiamo umilmente di liberarci da ogni cosa nociva e di donarci tutto ciò che è per noi profittevole; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 8,12-17; Mt 7,15-21

Commento

Chi sono i falsi profeti di cui parla Gesù, dicendoci che vengono in veste di agnelli ma si rivelano lupi? Per giudicarli, Gesù ci esorta a valutare i frutti che producono. Ma come facciamo a distinguere i frutti buoni dai cattivi? Una indicazione è data da Paolo, nella sua lettera ai Romani, che offre un contrasto tra la carne e lo Spirito. Non abbiamo un debito con la carne, che conduce alla morte, ma con lo Spirito (Rm 8,12-13). 

Con la parola "carne" (gr. sarx) l’apostolo indica quanto nell’uomo è soggetto alla caducità, la nostra fragilità, i nostri limiti. La carne è quel qualcosa della nostra natura umana che se non è redento dallo Spirito ci trascina verso la morte. Lo Spirito, invece, conduce alla vita e alla santificazione, se ci lasciamo guidare da lui: “tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio, sono Figli di Dio” (Rm 8,14).

La carne riduce in schiavitù, perché rende soggetti alle opere morte (Eb 9,14). Vivere secondo la carne significa vivere per ciò che è vano, instabile, impermanente; per tale ragione, significa vivere nella paura: paura costante della perdita, perdita di ciò che possediamo o desideriamo e perdita della nostra stessa esistenza. Vivere secondo lo Spirito significa vivere per il Regno di Dio, fondati nell’Eterno e nella fonte stessa della vita.

Lo Spirito di Dio testimonia al nostro spirito che sebbene tutto ciò che abbiamo è minacciato dall'annichilimento, noi siamo eredi della vita, eredi nientemeno che di Dio stesso, in Cristo, destinati alla glorificazione con lui. 

L’esperienza della sofferenza, della perdita e della morte continuano a far parte dell'esistenza terrena, ma il Verbo incarnato ha voluto condividerle fino in fondo con noi, per portare la presenza di Dio anche nei luoghi più desolati dell’esistenza umana. La morte, già sconfitta dal trionfo pasquale di Cristo, non avrà più spazio nel Regno di Dio, la cui presenza in mezzo a noi è già testimoniata dai buoni frutti dei credenti.

Se la nostra vita è radicata nelle Scritture saremo come un albero buono (Sal 1,3), che non può dare frutti cattivi, né può restare senza frutti. Pertanto, non basta la certezza, magari la presunzione, di essere giustificati per fede, predestinati alla salvezza. Dio ci chiama alla santità, alla carità perfetta (1 Cor 12,31; 13,1-13) e la sua grazia agisce nei credenti per portarla a compimento. 

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 19 luglio 2026

Quanti pani avete?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SETTIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio di ogni potenza e forza, che sei l’autore e il datore di ogni cosa buona; innesta nel nostro cuore l’amore per il tuo Nome, accresci in noi la vera religione, nutrici con ogni bontà e mantienici nella tua grande misericordia; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 6,19-23; Mc 8,1-10

Commento

L'apostolo Paolo afferma nella sua lettera ai Romani che le nostre vite possono essere date in prestito al peccato o alla giustizia di Dio (cioè alla sua grazia giustificante). Nel primo caso il frutto di questo prestito è la morte; nel secondo caso, la vita eterna.

A ciascuno di noi verrà chiesto conto di come abbiamo amministrato i doni ricevuti da Dio: il nostro corpo, le nostre capacità intellettuali, il nostro tempo, le nostre risorse economiche. Se la parabola dei talenti e quella dei vignaioli omicidi ci insegnano che chi ha male amministrato quanto ricevuto dal Signore sarà sottoposto a un giudizio severo, il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani ci mostra Gesù nell’atto di chiedere ai discepoli di porre sotto la sua benedizione ciò che hanno, anche se del tutto inadeguato alle esigenze che si trovano ad affrontare.

Gesù, avrebbe potuto creare i pani dal nulla per sfamare la folla che da tre giorni lo seguiva, proprio come Dio fece piovere la manna dal cielo per sfamare il suo popolo nel deserto. Ma egli sceglie di darci una lezione sull’amore e la sollecitudine di Dio e la necessità di farci suoi imitatori assumendo lo stesso spirito di servizio e di comunione. Vediamo, infatti, che richiede una partecipazione attiva dei suoi discepoli, i quali sono chiamati a condividere il poco che hanno a disposizione e a distribuire loro stessi i pani alla folla: "li diede ai suoi discepoli perché li mettessero davanti a loro" (Mc 8,6).

Ma prima chiede un atto di fede, ovvero il superamento di quella logica terrena che dimentica la potenza di Dio, espressa dalla frase attribuita ai discepoli: «come potrebbe alcuno saziare di pane costoro, qui nel deserto?». La risposta di Gesù la troviamo nella sua predicazione: «chi è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede del pane, gli dà una pietra? (...) Se voi dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono» (Lc 11,11-13). E ancora: «Non siate dunque in ansia, dicendo: 'Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?' Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose» (Mt 6:31-32). È nel momento in cui i discepoli hanno fede in Gesù e obbediscono alla sua parola che si compie il miracolo. Poniamo le nostre risorse, anche se scarse, sotto l'azione santificante dello Spirito.
                       
- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 12 luglio 2026

Salvezza a caro prezzo o a buon mercato?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SESTA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, che hai preparato per coloro che ti amano dei beni che sorpassano l'umana comprensione, infondi nei nostri cuori un amore per te tale che, amandoti sopra ogni altra cosa, possiamo ottenere le promesse che superano ogni nostro desiderio; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 6,3-11; Mt 5,20-26

Commento

Nella sua lettera ai Romani Paolo ci offre una profonda riflessione teologica sul significato del battesimo. Questi non è un semplice rito di purificazione e un richiamo alla conversione, come accadeva in alcuni rituali di abluzione ebraici o come nel caso del battesimo di Giovanni. Il battesimo cristiano è un evento unico e irripetibile, è un battesimo "in Cristo Gesù", "nella sua morte", quale prefigurazione e promessa della risurrezione con lui. 

In Cristo, nel nostro battesimo, moriamo al peccato "una volta e per sempre", per vivere in Dio. Ora, questo si realizza al di là dei nostri presunti "meriti", è operato gratuitamente ed è ottenuto per i meriti della morte di Gesù; ciò è messo ancor più in evidenza nel battesimo dei bambini, espressione della grazia che ci viene incontro e che previene la nostra stessa richiesta di salvezza.

In un certo senso, dunque, la salvezza "è a buon mercato", perché ci è data per grazia e non per meriti. Ma proprio per questo, dobbiamo considerarla "a caro prezzo". Non siamo stati noi a pagare, ma Cristo l'ha acquistata per mezzo del suo sangue. Come poter accogliere con superficialità un tale dono?

Per questa ragione è richiesta una radicalità, nel vivere secondo Cristo, che dona inaspettata profondità e ampiezza ai precetti dell'antica legge. "Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli" afferma Gesù. E nella serie di esempi che egli fa seguire al suo discorso della montagna e alla proclamazione delle beatitudini evangeliche, vediamo che non si tratta di cadere nel legalismo e nella precettistica dei dottori della legge, contro i quali Gesù si trova spesso a scontrarsi. Siamo invitati a cogliere e amplificare il precetto della carità, sottostante l'intera legge. Così "non uccidere" diventa un richiamo a non ferire il prossimo neanche con le parole e la riconciliazione con il fratello diventa una condizione preliminare indispensabile per poter presentare le proprie offerte a Dio: il culto nel tempio, senza essere abolito, è subordinato al culto in spirito e verità, che riconosce nel prossimo una creatura redenta da Cristo con il suo sacrificio.

Presentiamo, dunque, le nostre membra "come strumenti di giustizia a Dio", secondo l'invito che l'apostolo Paolo ci rivolge nella sua lettera. Ricordiamo la grandezza del debito che ci è stato condonato e non comportiamoci come quell'uomo che ottenuta misericordia dal suo creditore si comportò da aguzzino con i propri debitori. Cristo ha pagato il prezzo del nostro riscatto, ma saremo giudicati secondo giustizia e ci verrà chiesto conto fino all'ultimo centesimo della carità che Dio ci ha donato, chiamandoci a condividerla con ogni uomo.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 28 giugno 2026

Tutto il mondo creato è in travaglio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, protezione di tutti coloro che confidano in te, senza il quale non c’è nulla di forte, nulla di santo; accresci e moltiplica su di noi la tua misericordia; affinché con te come guida e governatore, possiamo passare attraverso le cose temporali senza perdere le cose eterne. Concedici questo, o Padre celeste, per l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 8,18-23; Lc 6,36-42

Commento

Gesù ci comanda di essere misericordiosi come il Padre (Lc 6,36) e di perdonare il nostro prossimo, perché noi per primi siamo stati perdonati. Nessuno di noi può pensare di non avere avuto bisogno e di non avere continuamente bisogno del perdono di Dio.

Come afferma San Paolo nella Lettera ai Romani, citando i Salmi (Sal 14,3 e 53,1-3): “non c’è alcun giusto, neppure uno” (Rm 3,10). Per questo nella preghiera che ci ha insegnato Gesù chiediamo al Padre di rimetere i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Il comandamento della misericordia scandalizza, perché ci è più facile pensare a una giustizia di Dio strettamente retributiva, che punisce i peccatori e premia i giusti. È più facile pensare di esserci meritati un premio da parte di Dio, piuttosto che pensare alla gratuità della salvezza. Una gratuità che lungi dall’istigarci all’irresponsabilità ci esorta alla riconoscenza e dunque alla rettitudine come risposta al bene che Dio ci ha mostrato per primo e come imitazione del suo agire nel mondo.

Fu proprio nel predicare la misericordia di Dio che Gesù incontrò le maggiori contestazioni e ostilità. Anche perché la sua predicazione non si fermava alle parole, ma si concretizzava in gesti che determinavano una rottura con le pratiche legalistiche del tempo: egli guarisce di sabato, tocca i lebbrosi mosso da compassione, mangia con le prostitute e i pubblici peccatori.

Siamo tutti feriti dal peccato; e anche il nostro occhio è ferito dal peccato, per questo spesso non sappiamo vedere le cose come le vede Dio. Nella misura in cui saremo in grado di comprendere quanto siamo noi per primi bisognosi del perdono del Padre saremo capaci di donare perdono e misericordia al nostro prossimo e mostrarci compassionevoli verso l’intera creazione, che geme attendendo la manifestazione dei figli di Dio (Rm 8,19). 

La perfezione non è solo qualcosa da cui siamo decaduti e che ricordiamo con nostalgia, ma una meta cui la coscienza tende come in una visione profetica, animata dalla speranza e guidata dallo Spirito.

Il messaggio evangelico ci dona la buona notizia che il Signore fa nuove tutte le cose, restaurando in noi la sua immagine e chiamandoci a curare le ferite di ogni uomo.

Cristo ci chiede di operare attivamente per riportare nel mondo pace e riconciliazione, tra l'uomo e Dio, tra uomo e uomo e tra l'uomo e l'intera realtà creata.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 21 giugno 2026

Il buon pastore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

Commento

L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva al mondo greco e romano prima dell’avvento del cristianesimo ed era considerata di buon auspicio per i defunti.

Ma l’immagine di Dio come pastore di Israele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: "Dice il Signore, Dio: 'Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre'" (Ez 34,11-12). E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: "Il Signore è il mio pastore" (Sal 23,1).

Il protagonista della parabola del buon pastore si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logica umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?

Dio non ragiona con mentalità di profitto, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo dell’umanità nel suo insieme, ma per la nostra individualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.

Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno, ma ci viene incontro, si affatica nella ricerca e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica portandoci sulle sue spalle. Troviamo così in quest'immagine la passione del Dio incarnato per l'umanità. 

Dio ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.

Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro (1 Pt 5,6); perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma come mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 14 giugno 2026

Giustificazione e santificazione

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, che hai preparato per coloro che ti amano, delle cose così buone che oltrepassano l'umana comprensione; effondi nei nostri cuori un tale amore per te, che amandoti al di sopra di ogni altra cosa, possiamo ottenere ciò che ci hai promesso, che oltrepassa ciò che possiamo desiderare. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 6,3-11; Mt 5,20-26

Commento

Nella chiesa primitiva si svilupparono due etimologie della Pasqua cristiana: la prima considerava la Pasqua un “passaggio”, rievocazione del passaggio del Mar Rosso da parte degli ebrei che fuggivano dall’Egitto; la seconda idea era invece collegata al termine passio, ovvero alla passione di Cristo, e si richiamava direttamente al brano della lettera di San Paolo che ci propone la liturgia di oggi.

L’Apostolo spiega che il battesimo ci ha unito alla morte di Cristo, facendoci morire al peccato. A questo evento fu applicata l'idea del “passaggio”, prefigurata dagli eventi dell'Antico Testamento, nello specifico del passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà della grazia. 

La giustificazione, però, non è la tappa finale, vi è infatti una chiamata del cristiano alla santificazione; proprio come l’epilogo del Vangelo non è rappresentato dalla morte di Cristo, ma dalla risurrezione: "poiché se siamo stati uniti a Cristo in una morte simile alla sua, saremo anche partecipi della sua risurrezione" (Rm 6,5). 

Paolo impiega un verbo al passato per il battesimo e, dunque, per la giustificazione, ma al futuro per la risurrezione. La santificazione è la meta, ma in certo qual modo anche la via che siamo chiamati a percorrere. Infatti, poco prima, afferma: "Noi dunque siamo stati sepolti con lui... affinché, come Cristo è resuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita” (Rm 6,4).

Il cristianesimo non è una semplice appartenenza a un popolo o a un'istituzione religiosa. È un "camminare", un percorrere "la Via", come viene definito nel libro degli Atti degli Apostoli. È insita in esso la possibilità di una crescita, in Dio e nella sua grazia.

La risurrezione inizia ora, come esperienza di rinnovamento e santificazione. È il frutto che la grazia fa germinare dal nostro morire al peccato in Cristo. È un esodo, un cammino di liberazione dalla schiavitù: "il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui, perché il corpo del peccato possa essere annullato, affinché noi non serviamo più al peccato" (Rm 6,6). L’idea del cammino evoca la progressione che caratterizza la nostra liberazione dal peccato e dalla morte e la nostra crescita in quella libertà che è la santità.

Il punto di partenza è la giustificazione, perché uniti alla morte di Cristo ci vengono rimessi i peccati. Ma la libertà rappresentata dalla santificazione è un approdo, una conquista, che richiede una certa disciplina: la giustificazione ci è stata data a caro prezzo; Gesù ha pagato con la propria morte, e poiché nessun discepolo è più grande del proprio maestro, solo nella misura in cui prenderemo sul serio il nostro discepolato condivideremo con lui anche l'esperienza della glorificazione.

Il battesimo non è semplicemente un'esperienza circoscritta in un dato momento della nostra vita, ma è l'inserimento in un cammino di crescita in santità e giustizia. Gesù lo dice chiaramente: "se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Mt 5,20). 

Se non vogliamo cadere nella mediocrità occorre un'apertura alla grazia e una risposta alla sua azione, che diventa disciplina attenta nel nostro agire. Il Signore ci guida, affinché portiamo a compimento l'opera che ha iniziato in noi.

- Rev. Dr. Luca Vona