Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 5 aprile 2026

Il destino ultimo dell'uomo

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che attraverso il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo hai vinto la morte, e hai aperto per noi la porta della vita eterna, ti chiediamo umilmente, così come la tua grazia speciale ci preserva, infondi nelle nostre menti buoni desideri, affinché mediante il tuo aiuto continuo possiamo portarli a buon effetto. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, e con lo Spirito Santo, sempre, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Commento

Dopo la sepoltura di Gesù, l'attenzione del Vangelo di Giovanni si posa sul giorno che segue il sabato — quello che i cristiani eleggeranno come giorno memoriale della risurrezione del Signore. Maria di Magdala si reca alla tomba nel cuore dell'alba, e trova qualcosa di sconvolgente: la pietra è rovesciata, e dentro restano soltanto i lini che avvolgevano il corpo e il sudario che ne copriva il volto. Corre subito ad avvertire Pietro e il discepolo amato da Gesù, colui che è anche l'evangelista Giovanni.

Maria di Magdala — una donna, colei alla quale molto è stato perdonato e che per questo ha amato con tutto se stessa — è la prima a portare la notizia del mistero della tomba vuota. Amata da Gesù con singolare predilezione, la Maddalena diviene apostola degli apostoli: lei che si era recata al sepolcro per ungere di profumi il corpo del Signore, come aveva già fatto nell'ultima cena, mostrando così che il suo amore non conosce confine nemmeno davanti alla morte.

Pietro e il discepolo amato si mettono a correre verso la tomba, e il secondo arriva per primo. "L'amore di Cristo ci spinge", scriverà Paolo nella seconda Lettera ai Corinti. Ma chi corre più veloce si arresta sulla soglia — forse trattenuto dal timore di una contaminazione rituale: i sentimenti più profondi non sempre si accompagnano alla risoluzione più pronta. Pietro, invece, di cui i Vangeli tratteggiano a più riprese il carattere impetuoso, non conosce simile esitazione. Due forme d'amore, dunque: il discepolo amato si affretta nella corsa, poi si ferma davanti all'ingresso, ed entrerà nel sepolcro solo dopo aver superato le proprie razionalizzazioni legalistiche. Pietro si affanna nel correre, ma il suo slancio impulsivo spazza via ogni timore di violare le "leggi prestabilite".

Nel racconto dei due apostoli si avverte una tensione viva tra fede e incomprensione. Entrato nel sepolcro dopo Pietro, il discepolo amato "vide e credette": i due verbi sono posti in relazione diretta e consequenziale. Eppure il testo precisa che entrambi "non avevano ancora compreso la Scrittura". Saranno le apparizioni del Risorto ad aprire gli occhi dei discepoli alla piena intelligenza del mistero custodito nell'Antico Testamento: solo l'incontro diretto con Cristo rende capaci di accogliere un evento così eccedente la misura della ragione umana, come la vittoria sulla morte — quella che più spaventa l'uomo e che attende implacabile ogni creatura. A Giovanni bastano la tomba vuota e il lenzuolo ordinatamente ripiegato per credere. All'amore sono sufficienti piccoli segni per captare ciò che gli altri non vedono.

Gesù, il Messia promesso, volle che la sua morte fosse pubblica, esposta alla luce del sole che si oscura davanti a lui; ma la sua risurrezione è riservata agli amici più intimi. Accostiamoci a lui nella certezza che oggi Gesù Cristo ha vinto la morte, il peccato, la tristezza, e ci ha dischiuso le porte di una vita nuova, colma della pace e della gioia che lo Spirito Santo ci dona per grazia e che nessuno potrà mai toglierci. Risorgendo, Cristo rivela il destino ultimo dell'uomo, la sua vocazione, la sua natura più profonda. Lasciandoci condurre dall'amore, entreremo nel mistero dell'immensità divina.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 2 aprile 2026

Francesco da Paola. Chi vuol essere il primo sarà il servo di tutti

La chiesa cattolica ricorda oggi Francesco da Paola, eremita e fondatore dell'Ordine dei minini.

Nato nella cittadina calabrese di Paola, Francesco Martotilla era figlio di una famiglia di forte ispirazione francescana. Dopo un anno passato da ragazzo presso il convento di San Marco Argentano, Francesco proseguì la sua ricerca vocazionale attraverso viaggi e pellegrinaggi ad Assisi, a Montecassino, a Roma e presso diversi romitori dell'Italia centrale. Colpito dalla vita povera ed evangelica degli eremiti, decise, ancora giovanissimo, di vivere una vita di grande solitudine e preghiera. Ritiratosi nella campagna calabrese, egli divenne molto presto un padre spirituale ricercato, e dovette accogliere molti compagni che chiedevano di vivere la sua stessa vita. Per essi egli fonderà eremi, scriverà regole di vita e, prima di morire, assicurerà il loro riconoscimento da parte dell'autorità della chiesa. Fedele alla propria vocazione eremitica, ma convinto del primato dell'amore nella vita del cristiano, Francesco lottò tutta la vita per compaginare il proprio desiderio di solitudine con il comandamento dell'amore verso tutti i fratelli che non smisero mai di cercarlo.
La sua fama fu tale che su ordine del papa di Roma si recò al capezzale del re di Francia Luigi XI, e finì per vivere l'ultima parte della sua vita presso la corte francese, conservando intatta la propria totale povertà e semplicità evangelica. A piedi nudi, rimanendo un semplice laico e conducendo un'ascesi rigorosa, Francesco non risparmiò ai potenti la parola esigente del vangelo, e si prodigò per difendere i poveri e i perseguitati a causa della giustizia. Francesco si spense a 91 anni, il 2 aprile del 1507, a Tours.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


Fermati 1 minuto. L'umiltà che rende puri

Lettura

Giovanni 13,1-15

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». 8 Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». 10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Commento

Gesù e i discepoli sono riuniti per condividere una cena prima della vigilia della Pasqua ebraica. Si tratta dunque di un pasto ordinario assunto nel tardo pomeriggio del giovedi che precede la festa. Non c'è infatti alcun elemento rituale, ma Gesù mette in opera una azione fortemente simbolica lavando i piedi ai suoi discepoli. 

Non si tratta di un ordinamento cultuale, da praticare una volta l'anno, ma di un esempio (v. 15) di estrema umiltà nel servizio dei fratelli; è la dimostrazione che Gesù ci ama in modo perfetto, fino alla fine (gr. ein telos). Possiamo considerare questo momento l'inizio del "farsi pasqua" di Gesù stesso, a  un giorno di distanza dalla sua crocifissione. Giovanni specifica infatti che "era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre" (v. 1), dove il verbo greco metabaino (cambare posto, spostarsi da) conferisce alla frase una allusione al passaggio dalla morte alla vita. Anche il verbo con cui è indicato il deporre le vesti di Gesù (gr. tithemi) richiama l'offerta della vita. 

La lavanda dei piedi era nel mondo ebraico un segno di ospitalità e attraverso questo gesto Gesù accoglie pienamente i discepoli in una relazione di salvezza, espressa dall'"aver parte con lui" (v. 8). Egli chiede anche ai discepoli di farsi suoi imitatori, mostrandosi umili gli uni con gli altri. L'azione di lavare i piedi agli ospiti infatti era di competenza dei servi; solo raramente veniva effettuata tra pari, come segno di grande amore. 

I discepoli, che fino a poco prima discutevano su chi fosse il più grande (Lc 22,24) rimangono attoniti - a partire da Pietro - di fronte all'abbassarsi di Gesù fino al punto di mostrarsi loro come colui che serve. L'azione è anche simbolo del lavacro spirituale che la Passione di Cristo realizzerà per le anime; di quel dono d'amore che ora non può essere compreso (v. 7), ma il cui significato sarà dischiuso dal Risorto quando verrà a spezzare nuovamente il pane per i suoi (Lc 24,35). 

Il sacrificio espiatorio della Croce realizzerà la piena giustificazione per grazia; sarà tuttavia necessaria una continua santificazione nell'umiltà e nella rettitudine di vita. Con il suo esempio Gesù ci insegna a riceverci l'un l'altro, con quell'amore che è agape, dono, capace di farci oltrepassare la nostra individualità, realizzando quella trasformazione, quel "passaggio", che ci fa uscire dai limiti della condizione umana.

Preghiera

Purificaci, Signore, con la tua grazia; affinché possiamo partecipare alla piena comunione con te, nel servizio sollecito dei nostri fratelli. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 1 aprile 2026

Melitone di Sardi. Cristo, culmine della storia della salvezza

Alcuni antichi calendari sia occidentali sia orientali ricordano in questo giorno Melitone, vescovo di Sardi. Le notizie riguardanti la sua vita sono molto scarne. Melitone è definito da Policrate di Efeso «un eunuco che viveva interamente nello Spirito santo», a sottolineare il suo celibato volontario, molto raro nel II secolo. Secondo Eusebio, Melitone fu vescovo di Sardi e visitò la Terra Santa per raccogliere informazioni precise riguardo al canone delle Scritture ebraiche. Assertore degli usi quartodecimani, cioè della necessità di continuare a celebrare la pasqua cristiana il 14 di nisan, Melitone è famoso soprattutto per le sue omelie Sulla Pasqua, che eserciteranno un grande influsso sulle liturgie posteriori. In esse, servendosi largamente dell'esegesi tipologica, Melitone ripercorre la storia della salvezza, riconoscendo nel mistero pasquale di Cristo, agnello immolato per la salvezza dei credenti, il culmine e il centro della vicenda umana e cosmica. In un alternarsi di toni poetici e profetici da un lato e di una sorprendente profondità teologica dall'altro, Melitone rimanda con vigore e trasporto tutti gli uomini al Cristo, nella cui pasqua è avvenuta la pasqua dei credenti, il loro passaggio dalla morte alla vita.
Alle sue omelie - purtroppo segnate dalla polemica, molto viva nel II secolo, tra chiesa e sinagoga - sono ispirati diversi kontakia bizantini, nonché gli Improperi del Venerdì santo e l'Exsultet pasquale della chiesa latina.

Tracce di lettura

Egli è colui che ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà,
dalle tenebre alla luce,
dalla morte alla vita,
dalla tirannide al regno eterno,
facendo di noi un sacerdozio nuovo,
un popolo eletto in eterno.
Questi è l'agnello senza voce.
Questi è l'agnello trucidato.
Questi è colui che fu partorito da Maria, la buona agnella.
Questi è colui che dal gregge fu prelevato,
e al macello trascinato,
e di sera fu immolato
e di notte seppellito;
colui che sul legno non fu spezzato,
che in terrà non andò dissolto,
che dai morti è risuscitato
e ha risollevato l'uomo dal profondo della tomba.
(Melitone di Sardi, Sulla Pasqua 68.71)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Sono forse io, Signore?

Lettura

Matteo 26,14-25

14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. 16 Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». 18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli». 19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». 25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

Commento

La festa della Pasqua, che celebra l'uscita degli ebrei dall'Egitto, si avvicina e l'avidità di Giuda lo porta a consumare il suo tradimento. Le trenta monete d'argento richieste ai sommi sacerdoti richiamano il prezzo stabilito dalla Legge per il pastore respinto (Zc 11,12) e il compenso da pagare al padrone il cui schiavo è stato "colpito con le corna" da un bue (Es 21,32). 

Il "primo giorno degli Azzimi" indica l'inizio della settimana di Pasqua, in cui è consentito mangiare solo pane non lievitato. In occasione della festa, molti abitanti di Gerusalemme affittavano delle stanze ai pellegrini per celebrare la cena pasquale. 

Anche Gesù chiede ai suoi discepoli di preparare la Pasqua in una abitazione privata; li manda così "da un tale" (v. 18) per chiedergli di poter celebrare la Pasqua da lui. Oggi potremmo essere proprio noi quel tale, nel ricevere una chiamata particolare a condividere il mistero della passione di Gesù, la sua consegna (gr. paradidotai) nelle mani degli uomini, il dono radicale di sé . 

Secondo quanto riportato da Giovanni (Gv 13,1) la cena celebrata da Gesù avvenne prima di Pasqua; questo spiega l'assenza dell'agnello. Gesù viene tradito da chi mostra esteriormente un'intima comunione con lui, intingendo la mano nello stesso piatto (v. 23) e chiamandolo "Maestro" (Rabbì; v. 25). I primi a doversi guardare dal pericolo di tradire Gesù e il vangelo sono proprio i suoi discepoli e le istituzioni ecclesiastiche. Tutti noi siamo chiamati a esaminare la nostra coscienza e a chiederci "Sono forse io, Signore?" (v. 22). 

Non solo sarebbe meno peggio non aver mai conosciuto Gesù piuttosto che tradirlo, ma sarebbe meglio non essere mai nati (v. 24). Chi tradisce Cristo, infatti, smarrisce la via che porta alla salvezza, rinuncia alla verità che libera, si priva di un'esistenza vissuta in pienezza; tradisce l'amore; in definitiva, tradisce se stesso.

Preghiera

Il tuo Spirito ci illumini, Signore, affinché possiamo essere pronti ad aprirti la porta del nostro cuore, quando vieni a celebrare i tuoi santi misteri. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 31 marzo 2026

John Donne. La poesia come scienza di Dio

Nel marzo del 1631, dopo aver predicato il più bello dei suoi sermoni, si spegne all'età di 59 anni John Donne, presbitero e poeta fra i più grandi della letteratura inglese. Di famiglia cattolica, John era nato nel cuore di Londra, ed era rimasto molto presto orfano di padre. Da ragazzo era stato al tempo stesso uno studente serio e brillante e un ragazzo che amava la bella vita, secondo quanto trapela dai suoi componimenti giovanili.
Passato poco dopo i vent'anni alla Chiesa d'Inghilterra al termine di un lento ripensamento, Donne sposò Ann More, una ragazza ancora minorenne, senza il permesso del suo tutore. Imprigionato, egli perse tutte le prospettive di carriera che gli si erano dischiuse grazie al suo ingegno. Tuttavia, trovò nella famiglia (Ann gli darà dodici figli) un senso pieno per la propria vita. Poeta finissimo, capace di narrare in modo impareggiabile la bellezza dell'amore umano e di quello divino, Donne non scrisse tanto per la pubblicazione quanto per condividere la sua arte con gli amici a lui più cari.
Dopo aver più volte rifiutato l'ordinazione presbiterale che gli veniva offerta, Donne finì per accettarla un anno dopo essere stato eletto in parlamento, su richiesta del re Giacomo in persona. Nell'ultima fase della sua vita, egli impiegò la straordinaria capacità di scrivere che aveva ricevuto in dono per un'intensa attività di predicatore, che lo porterà a diventare decano della cattedrale londinese di San Paolo. I suoi sermoni, splendidi sul piano letterario, ricchissimi di citazioni bibliche e patristiche, costituiranno a lungo un modello di predicazione nella Chiesa d'Inghilterra.

Tracce di lettura

Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te. (John Donne, Nessun uomo è un'isola)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

John Donne (1571-1631)