Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

venerdì 3 dicembre 2021

Francesco Saverio, evangelizzatore dell'Oriente

Oggi la chiesa cattolica e le chiese della comunione anglicana ricordano Francesco Saverio, presbitero e missionario in Estremo Oriente. Nato nel 1506 nel castello di Xavier in Navarra, membro di una famiglia nobile, Francisco de Jassu y Xavier lasciò la Navarra per proseguire gli studi a Parigi, dove avvenne la svolta della sua vita, quando si trovò a condividere l'alloggio con Ignazio di Loyola. 

Francesco Saverio (1506-1552)


Dopo aver resistito lungamente all'enorme attrattiva esercitata su di lui dal compagno di studi, Francesco fu uno dei primi Gesuiti che emisero i voti a Montmartre. Ordinato presbitero a 31 anni, egli si mise totalmente a disposizione della chiesa, e presto fu inviato in missione nelle Indie orientali. Senza esitare, Francesco sbarcò prima in Mozambico, poi a Goa, sulla costa occidentale dell'India, nel 1542. Egli portò quindi il vangelo nello Sri Lanka, a Malacca e nelle Molucche. Sentendosi chiamato a portare sempre più lontano il lieto annuncio di Cristo, Francesco raggiunse nel 1548 il sud del Giappone, dove fondò le prime comunità cristiane. Dal Giappone egli partì alla volta della Cina, ma fu il suo ultimo viaggio; preso da forti febbri, Francesco fu condotto sull'isola di Sanchnan, dove morì la notte fra il 2 e il 3 dicembre del 1552. Per la sua enorme attività missionaria, Francesco Saverio fu proclamato nel 1927 dalla chiesa cattolica patrono delle missioni assieme a Teresa di Lisieux.

Tracce di lettura

Dio nostro Signore concederà la grazia, a coloro che verranno in questi luoghi, di trovarsi in pericolo di morte, e questo non si può evitare se non a costo di pervertire l'ordine della carità; mentre invece, adempiendola, dovranno sopportare ogni pericolo, rammentando che sono nati per morire per il loro Redentore e Signore, e che per questa causa e motivo devono possedere le forze spirituali. E poiché io stesso ne sono privo e vado in luoghi dove ne ho molto bisogno, per amore e servizio di Dio nostro Signore vi prego di avere un particolare ricordo di me, raccomandandomi a tutti i membri della Compagnia. (Francesco Saverio, Lettere a Ignazio di Loyola)

- Dal martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Il "noi" che chiede misericordia

Lettura

Matteo 9,27-31

27 Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi». 28 Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: «Credete voi che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». 29 Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede». 30 E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». 31 Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.

Meditazione

Due ciechi seguono Gesù, "urlando" - ci riferisce Matteo - e proclamano a gran voce la sua dignità messianica. La promessa fatta a Davide che il Messia sarebbe venuto dalla sua discendenza, si avvera in Gesù e se molti, durante il suo ministero profetico, non lo riconoscono, questi due uomini che sono privi del dono della vista vengono illuminati per discernere le cose di Dio. 

Vi è una solidarietà tra i due ciechi i quali non pregano dicendo "abbi pietà di me" ma impiegano il plurale "abbi pietà di noi" (v. 27). In quel "noi" c'è dentro tutto il genere umano che cerca una via d'uscita dalla sofferenza. 

Forse per l'incredulità dimostrata dagli abitanti di Capernaum Gesù attende che i due entrino in casa sua per guarirli. L'insistenza dei due ciechi, che lo seguono anche nel momento in cui egli si ritira, diviene occasione per Gesù di richiedere loro un atto di fede in ciò che il Figlio di Davide può compiere. E il miracolo si rende possibile proprio in proporzione della loro fede. 

Gesù raccomanda ai due uomini guariti di non diffondere la notizia, forse per l'incredulità degli uomini di quella regione oppure per prudenza in un momento del suo ministero ancora lontano dalla sua passione. Ma la luce che è stata donata agli uomini non può che risplendere nelle tenebre e così i ciechi guariti divengono apostoli di colui che è "luce per le genti" e "gloria di Israele" (Lc 2,32). La fede apre i nostri occhi alle meraviglie di Dio e ci spinge alla lode e alla testimonianza.

Anche noi siamo chiamati a pregare Cristo insistentemente, a seguirlo quando sembra ritirarsi dalle nostre vite e ci chiama a compiere un atto di fede. Le porte della sua casa, della sua misericordia, sono aperte per coloro che lo ricercano con sincerità di cuore.

Preghiera

Aprici le porte della tua misericordia, Signore, e donaci la luce che può illuminare ogni tenebra; affinché guidati dalla fede possiamo gustare le promesse messianiche. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 2 dicembre 2021

Fermati 1 minuto. Dare solidità alla parola

Lettura

Matteo 7,21-27

21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. 24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

Meditazione

La parabola dell'uomo stolto e dell'uomo saggio, conclude il "Discorso della montagna", nel quale è racchiusa l'essenza del vangelo. Gesù spiega come riconoscere il vero credente. La fede che non porta frutto è incredulità. 

Ma i frutti della fede non consistono nel compiere opere soprannaturali, miracoli e profezie, che presi di per sé non hanno alcun valore. Neanche la lode o la supplica - "Signore! Signore!" (v. 21) contano qualcosa senza la conversione. Il vero frutto della fede consiste nel compiere la volontà di Dio, mossi dalla carità. 

Come afferma l'apostolo Paolo "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna" (1 Cor 13,1). Quando riconosciamo Cristo solo a parole non siamo tanto diversi da coloro che lo dileggiavano esclamando sotto la croce "Salve! Re dei giudei!" (Gv 19,3). 

La grazia e la carità conducono gli uomini alla salvezza senza che compiano miracoli, mentre il compiere miracoli non ha mai salvato nessuno senza la grazia e la carità. Solo chi costruisce sulla salda roccia che è Cristo e non chi confida in se stesso può resistere alle prove della fede, che saranno tante in questa vita: "Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!" (Gv 16,33).

Non è abbastanza ascoltare le parole del vangelo, comprenderle, ricordarle, ripeterle e disputare su di esse. Dobbiamo essere capaci di "dare solidità" alla parola, facendoci costruttori della chiesa di Cristo e affidando le sue fondamenta non alla sabbia della nostra umana povertà ma alla roccia della sua grazia.

Preghiera

Signore, donaci la beatitudine di essere tra coloro che ascoltano la tua parola e la osservano, per essere pietre vive nell'edificio della tua chiesa. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Jan van Ruusbroec e le nozze spirituali

Il 2 dicembre del 1381, all'età di 88 anni, si spegne Jan van Ruusbroec, canonico regolare della chiesa di Santa Gudula a Bruxelles e poi monaco a Groenendael. Nativo del villaggio di Ruusbroec, nei pressi di Bruxelles, Jan acquisì una notevole cultura pur senza frequentare le università del suo tempo. Egli era del resto poco attratto dalle speculazioni scolastiche, e alle discussioni astratte su Dio e sull'anima umana preferiva l'indagine dell'esperienza spirituale e della psicologia della vita interiore. 

Jan van Ruusbroec (1293-1381)

La sua assiduità con le Scritture e con i Padri, unita a un saldo equilibrio umano, gli evitarono nei suoi scritti mistici ogni deviazione dalla via del vangelo. Ordinato presbitero nel 1317, Jan fu per ventisei anni canonico a Bruxelles, dove diede un forte impulso alla vita spirituale dei suoi parrocchiani componendo per loro diverse opere spirituali di assoluto valore, tra cui il suo capolavoro, Le nozze spirituali. Quando la situazione in città si fece pesante, sia per l'imperversare di pseudopredicatori fanatici, sia per il crescente imborghesimento del clero, Jan si ritirò assieme a cinque compagni a Groenendael, nella campagna belga, per condividere una vita di povertà e di preghiera. Qui egli esercitò un intenso ministero di paternità spirituale, e compose altre opere pregevoli. La sua esperienza di vita ritirata, tesa all'incontro con Dio nella preghiera e all'accoglienza della continua novità portata dal rapporto d'amore che il credente intrattiene con Dio, sarà una delle principali fonti d'ispirazione della devotio moderna.

Tracce di lettura

Una voce grida: «Guardate, ecco lo sposo che viene: uscitegli incontro». Per colui che intende mettersi a guardare in questo modo soprannaturale attraverso intime occupazioni, tre cose sono necessarie. Anzitutto la luce della grazia di Dio, ma secondo un modo più elevato di quello che si può percepire nella vita attiva esteriore, sprovvista di intimo zelo. Quindi, lo spogliamento da ogni immagine estranea e da ogni agitazione del cuore, per poter essere liberi dalle creature, senza immagini suscitate da esse, senza prestare loro attenzione e senza essere occupati da esse. Infine, il libero volgersi della volontà, mediante il raccoglimento di ogni nostra potenza, del corpo e dello spirito, dopo che la volontà si è sbarazzata di qualsivoglia attaccamento disordinato per fluire ormai unita a Dio e al pensiero, affinché la creatura dotata di ragione possa acquisire in modo sovrannaturale la sublime unità di Dio, ed essere stabilita in essa. Ecco perché Dio ha creato il cielo, la terra e ogni cosa, e in vista di tutto ciò si è fatto uomo, ci ha istruiti con la sua parola e la sua vita, essendo lui stesso, del resto, la via che conduce a una simile unità. Non solo, egli morì, prigioniero dell'amore, è salito in cielo e ha dischiuso anche a noi questa stessa unità, nella quale ci è possibile conseguire la beatitudine senza fine. (J. Ruusbroec, Nozze spirituali 2,11)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

mercoledì 1 dicembre 2021

Charles de Foucauld. Presenza silenziosa di carità fraterna

La Chiesa Anglicana celebra oggi la memoria di Charles de Foucauld. 

Nato a Strasburgo nel 1858, Charles de Foucauld restò presto orfano. Dopo un'adolescenza agiata e una turbolenta carriera nell'esercito, sentì il fascino del mondo arabo e compì viaggi di conoscenza e di studio in Marocco. A ventotto anni egli riscoprì la fede cristiana e al tempo stesso avvertì la propria vocazione: «Non appena cominciai a credere che esistesse un Dio, capii che non potevo fare altro che vivere per lui», scriverà alcuni anni più tardi. Entrato nella trappa di Notre-Dame des Neiges, egli assunse il nome di fr. Marie-Albéric ed emise i voti monastici; ma la sua ricerca di Dio nell'abbassamento e nella sequela del Cristo povero che ha preso l'ultimo posto, lo porterà a lasciare la trappa con il consenso dei superiori e a partire per la Terra Santa e più tardi per il Sahara.

Charles de Foucauld (1858-1916)

Ordinato presbitero, Charles iniziò nel deserto la sua presenza silenziosa di amore universale in mezzo alle popolazioni tuareg. Il riscatto degli schiavi e la loro evangelizzazione, la traduzione del vangelo nella lingua locale, l'incontro con i musulmani - come lui interamente «abbandonati», nella fede, in Dio - segnarono gli anni trascorsi a Béni-Abbès e a Tamanrasset. Fu in quest'ultima località, in un clima di ostilità tra francesi e arabi, che Charles de Foucauld venne ucciso, probabilmente per errore, il 1° dicembre del 1916. «Vivi come se dovessi morire martire oggi», aveva scritto alcuni anni prima nel suo diario. Parabola del chicco di grano che dà frutto solo se cade a terra e muore, Charles de Foucauld, che non ebbe compagni nel suo cammino di intimità con Cristo nella sofferenza e nella morte a se stesso, troverà dopo la sua morte numerosi discepoli che come lui abbracceranno la croce di Cristo, certi di poter così abbracciare anche colui che vi fu appeso.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Le mani di Gesù e le mani dei suoi discepoli

Lettura

Matteo 15,29-37

29 Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. 30 Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. 31 E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele. 32 Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada». 33 E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». 34 Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini». 35 Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, 36 Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. 37 Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.

Meditazione

Gesù giunge nella "Galilea delle genti" (Mt 4,15; Is 8,23), terra dei pagani, e qui si ferma su un monte. Questo monte diviene il luogo in cui la folla che lo ha seguito viene raccolta, curata e nutrita. 

L'intero contesto è collegato con l'adempimento escatologico delle promesse fatte a Israele, quando il suo Dio sarà glorificato da uomini di ogni popolo e nazione (Ap 5,9). Gesù non siede su un trono o in un tribunale ma su una montagna, affinché tutti possano vederlo e chiunque possa accedere a lui; la sua salvezza è ora alla portata di tutti. 

Vengono accompagnati a Gesù molti malati, che egli risana, dando valore all'azione di intercessione di chi glieli ha condotti. Un canto nuovo viene innalzato a Dio quando i ciechi vedono, i muti parlano e gli zoppi camminano. Ciò che era una malattia, un limite, un deficit, diviene nell'incontro con la grazia di Cristo un'occasione di lode. 

Il Signore conosce la nostra fatica nel seguirlo e si prende cura delle nostre necessità, si preoccupa affinché non veniamo meno durante il viaggio. Rende i suoi discepoli compartecipi di questa preoccupazione e chiede di sfamare la folla, facendo passare per la sua benedizione il poco che hanno.

Se la grazia a volte non raggiunge chi ne ha bisogno dovremmo esaminare noi stessi e interrogarci se siamo quelle mani che Dio si aspetta di trovare per elargirla.

Preghiera

Signore noi ci affidiamo alle tue cure e ci sediamo alla tua presenza, nell'attesa di ricevere il nutrimento per le nostre anime secondo le vie della tua misericordia. Amen.