Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 23 aprile 2026

San Giorgio. Patrono della Chiesa d'Inghilterra

Il 23 di aprile nei calendari di tutte le chiese cristiane si celebra la memoria di Giorgio di Lidda, il martire più venerato di tutta la cristianità. Egli nacque probabilmente in Cappadocia. Suo padre, Geronzio, era un pagano di origine persiana, mentre la madre Policronia era cristiana. Avviato alla carriera militare, Giorgio si fece discepolo convinto del Signore, abbandonando le armi e dando ogni suo bene ai poveri. Quanto al suo martirio, i racconti sono talmente intrisi di dati leggendari da rendere difficile una ricostruzione dell'accaduto. Anche la data della sua morte è incerta, mentre sicuro è il luogo della sua sepoltura, nella città palestinese di Lidda, dove già nel 350 era sorta una basilica in suo onore. 
La sua antica Passio conobbe traduzioni e arricchimenti in ogni lingua d'oriente e d'occidente. Si tratta di un racconto traboccante di miracoli, alcuni dei quali davvero eclatanti. Famoso è l'episodio, immortalato in numerosissime varianti iconografiche e narrato da Jacopo da Varagine nella sua Leggenda aurea, in cui Giorgio uccide il drago che terrorizzava la città di Silene in Libia. Simbolo della lotta contro le potenze del male, Giorgio è patrono dell'Inghilterra, e il numero di chiese a lui dedicate in tutto il mondo è pressoché incalcolabile.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

File:Saint George and the Dragon by August Kiss in Berlin.jpg ...
Statua di San Giorgio a Berlino, nel quartiere Nikolaviertel (1853)

Fermati 1 minuto. Attiraci a te

Lettura

Giovanni 6,44-51

44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Commento

L'iniziativa di andare a Gesù non è nostra ma è suscitata in noi dal Padre. Il verbo "attirare" con cui Gesù indica la chiamata del Padre rievoca la mistica sponsale del libro del profeta Osea e del Cantico dei Cantici: "la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16); "Attirami dietro a te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze" (Ct 1,4).

Dio suscita la fede nell'anima non facendole violenza e trascinandola in catene, ma affascinandola come un amante gentile; e poiché non può esservi amore dove non c'è libertà, egli lascia libera l'anima di accoglierlo o di rifiutarlo.

La chiamata universale alla salvezza è annunciata da Gesù con l'affermazione che tutti saranno ammaestrati da Dio, che parafrasa le parole del libro di Isaia "Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore" (Is 54,13).

Gesù - "colui che viene da Dio" (v. 46) è l'unico che ha visto il Padre (Gv 14,9) e a lui possiamo essere condotti ascoltando il Figlio, sua immagine visibile. Attraverso l'incarnazione, il Logos non solo si rende presente all'uomo ma si fa suo nutrimento. Nel suo donarsi come "pane" Gesù esprime la sua volontà di essere accolto in una comunione totale con noi.

Gesù mostra la differenza tra la manna e il pane di vita che è dispensato nella sua persona. La prima, sebbene venisse dal cielo serviva solo per il sostegno del corpo e non poteva impartire la vita eterna né offrire un nutrimento spirituale. Infatti tutti i padri che mangiarono la manna furono comunque soggetti alla morte. Il pane di vita che è Gesù rappresenta invece il pegno della risurrezione.

L'identificazione da parte di Gesù con il pane vivo disceso dal cielo, e di questo pane con la sua carne allude all'eucaristia. Sebbene il termine usato qui, sarx, carne, sia diverso da quello adoperato nell'ultima cena, soma, corpo, gli equivale nel lessico giovanneo. Il termine "carne" sottolinea maggiormente la realtà concreta del corpo di Gesù, la sua uguaglianza con il nostro corpo, e nel farsi "pane" la possibilità di essere assimilato da noi e, per noi, di essere assimilati da lui nella fede, partecipando della sua eternità.

Preghiera

Attiraci a te, o Dio, facci correre verso le alture della conosceza dei tuoi divini misteri; e ristoraci con il pane di vita, che nutre l'anima e rende incorrutibile il corpo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 22 aprile 2026

Maria Gabriella Sagheddu. Un'offerta silenziosa per l'ecumenismo

Ricorre oggi la memoria di Maria Gabriella Sagheddu, monaca trappista spentasi il 23 aprile del 1939 a soli 25 anni di età. Maria Sagheddu era nata a Dorgali, in Sardegna, in una povera famiglia di pastori. Ragazza molto brillante, aveva dovuto tuttavia rinunciare agli studi secondari per aiutare la madre rimasta vedova a mantenere i suoi fratelli e le sue sorelle. Poco interessata ai problemi religiosi, Maria cambiò profondamente all'età di 18 anni: iniziata un'intensa vita di preghiera, la giovane si diede alla catechesi e all'apostolato, maturando a poco a poco una chiara vocazione alla vita monastica. Abbandonata la Sardegna, Maria entrò a 21 anni nella Trappa di Grottaferrata. 
Sotto la sapiente guida della badessa, madre Pia, essa scoprì l'ecumenismo spirituale di Paul Couturier, e decise sulla scia di altre sorelle della sua comunità di offrire la propria vita e le proprie sofferenze per la causa dell'unità fra i cristiani. Ammalatasi pochi mesi dopo di tubercolosi, Maria, divenuta nel frattempo suor Maria Gabriella, visse i restanti mesi di vita immersa nella preghiera di Gesù per l'unità dei credenti in lui. Sebbene la sua vicenda sia per certi versi assimilabile a quella di altri testimoni della passione per l'ecumenismo, la piccolezza e la semplicità di Maria apparve subito un segno importante per indicare la via verso la comunione fra le diverse confessioni cristiane. La sua vita ebbe un impatto enorme, soprattutto sul nascente ecumenismo della chiesa cattolica, e toccò i cuori di cristiani di ogni paese e confessione. Suor Maria Gabriella è stata beatificata da papa Giovanni Paolo II al termine della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani del 1983.

Tracce di lettura

Ho letto questa frase di Ruusbroec: «Con un cuore umile e generoso, offri e presenta Cristo come fosse la tua offerta, come un tesoro che libera e colma di ogni bene. Egli, a sua volta, ti offrirà al suo Padre celeste come frutto prezioso per il quale egli è morto, e il Padre ti abbraccerà con il suo amore». Mi sono fermata... mi è parso che il Signore volesse farmi capire: «Questa parola è per te». Gesù mi ha scelta come oggetto privilegiato del suo amore, dandomi da portare la sua sofferenza per essere sempre più conforme a lui... Penso che non capirò mai pienamente l'amore che Gesù mi ha mostrato offrendomi questa croce. (Maria Gabriella Sagheddu, Conversazioni con la sua badessa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

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Maria Gabriella Sagheddu (1914-1939)

Fermati 1 minuto. Non solo spettatori

Lettura

Giovanni 6,35-40

35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

Commento

Vincere per sempre la fame e la sete è quanto ci promette Gesù presentandosi come il pane di vita donato per noi. Non allude solo ai nostri bisogni corporali, ma all'estinzione di quella brama che infebbra la nostra anima dal primo istante di vita e ci accompagna fino alla morte.

Si tratta della condizione dell'uomo prima della perdita dello stato di vita primigenio, quando poteva pascersi liberamente di ogni frutto del giardino di Eden.

Ma dopo la caduta tutto è sudore della fronte e travaglio del parto; ogni cosa va guadagnata con fatica e sofferenza.

Gesù è disceso dal cielo per riconciliare con il Padre l'uomo e l'intera creazione, deturpata dalla nostra disobedienza. Con lui si inaugura il tempo escatologico, quando gli uomini "Non avranno più fame, né sete, e saranno protetti dal sole cocente e dallʼarsura. Perché lʼAgnello, che sta davanti al trono, sarà il loro pastore e li condurrà alle sorgenti dellʼacqua che dà la vita. E Dio asciugherà dai loro occhi tutte le lacrime" (Ap 7,16-17).

L'agnello che si fa pastore: un paradosso che non riuscirono a comprendere molti di coloro che pure avevano Gesù davanti agli occhi.

Il verbo theoreo non indica il vedere in senso fisico, ma è l'aprire gli occhi interiori al bisogno di Dio, disporsi a "vedere" per credere. 

Sebbene la salvezza sia un dono gratuito di Dio vi è dunque una responsabilità umana nel passare dal vedere al credere, dall'essere semplici "spettatori" del piano di salvezza di Dio al diventare agenti del suo operare mediante la fede.

Siamo stati dati in dono dal Padre al Figlio, per essere risuscitati nell'ultimo giorno. La nostra fiducia nella salvezza, il nostro conforto, trovano il proprio fondamento in Gesù stesso, che si prende cura di quanto il Padre gli ha donato e porta pienamente a compimento la sua volontà.

Credere in Gesù significa credere nella sua promessa di salvezza e ritrovare così anche la fiducia in noi stessi, nonostante i nostri fallimenti e i tentativi di svalutazione del mondo nei nostri confronti. Non importa quante volte siamo caduti. Il vero miracolo è riscoprirci ogni volta di nuovo in piedi. Mite come un agnello è il nostro pastore. Geloso di noi come di un dono prezioso che custodisce con cura. Pane che ci rafforza lungo il cammino.

Preghiera

Rinfranca le nostre anime, Signore, tu che sei pane di vita e sorgente inesauribile di grazia; affinché possiamo camminare verso la mèta della risurrezione. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 19 aprile 2026

Fuori dal recinto

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che hai donato il tuo unico Figlio affinché fosse per noi un sacrificio e un esempio di retta vita; concedici la grazia di poter ricevere sempre con gratitudine questo inestimabile beneficio e dedicare quotidianamente noi stessi alla sequela dei beati passi della sua vita. Per lo stesso tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 2,19-25; Gv 10,11-16

Commento

L'aggettivo "buono", kalòs, non indica solo una persona abile a far qualcosa, ma una persona nobile. Diversamente dai "mercenari" che fuggono davanti al pericolo, Gesù è il pastore che dà la vita per le sue pecore: "offrire la vita", "dare la vita", sono espressioni tipicamente giovannee (Gv 15,13; 1 Gv 3,16).

Nell'Antico Testamento il pastore è immagine del leader ideale e del re giusto. Conoscere le pecore significa qui curarsi di loro, amarle. Gesù come pastore legittimo entra nell'ovile dalla porta. Egli conduce fuori le pecore perché possano nutrirsi. La fede in Cristo non è "una gabbia"; egli guida le sue pecore per pascoli erbosi e ad acque tranquille (Sal 23,2), affinché possano pascersi della libertà, custodite dal pericolo dei predatori. Condotti fuori dal recinto di una religiosità legalistica, siamo introdotti da Cristo nella libertà dei figli di Dio, guidati dalla sua voce, dalla sua Parola.

Il mercenario, invece, è interessato solo al suo salario, non lavora per amore del gregge, e quando viene il pericolo fugge. Queste parole dovrebbero fare riflettere ciascuno di noi su come mettiamo in pratica lo specifico ministero che lo Spirito Santo, distribuendo i suoi carismi, ci ha affidato nella Chiesa. Il monito è rivolto soprattutto a coloro che rivestono una carica pastorale, i quali devono essere mossi dalla cura dei fedeli e non dalla ricerca di benefici terreni.

Le "altre pecore" (v. Gv 10,16) di cui si fa menzione sono i pagani, ma anche i "figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52), le "pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 10,6; 15,24). Queste ascolteranno la sua voce, il suo vangelo che giungerà fino ai confini della terra (At 1,8), perché chiunque è dalla verità ascolta la sua voce (Gv 18,37). Gesù riunirà in un unico corpo i giudei e i pagani, "uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Ap 5,9), e questi formeranno la sua Chiesa.

Il pastore pronto alla morte per salvare le sue pecore (v. Gv 10,15) è un'immagine davvero paradossale, ma esprime efficacemente il sacrificio del Cristo per noi, che viene a cercare mentre siamo erranti e feriti (1 Pt 2,25). Con la sua passione e risurrezione egli si fa "porta della vita" attraverso la quale possiamo passare per essere rinnovati come figli adottivi di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 17 aprile 2026

Fermati 1 minuto. La primavera del nuovo popolo di Dio

Lettura

Giovanni 6,1-15

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Commento

Il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila uomini è l'unico riportato da tutti e quattro i Vangeli e precede nel Vangelo di Giovanni il discorso di Gesù sul pane di vita.

Il pane moltiplicato miracolosamente ricorda il miracolo della manna nel deserto (oggetto di riflessione durante la Pasqua ebraica) e, oltrepassandolo, indica, allo stesso tempo che il vero cibo dell’uomo è il Logos, la Parola eterna, il senso ultimo dal quale veniamo "sfamati".

La folla segue Gesù per i suoi segni miracolosi (v. 2); nonostante sia mossa da curiosità, egli ne ha compassione e si preoccupa di procurare il cibo necessario. Gesù non respinge una fede ancora debole e immatura, ma la educa e la nutre affinché possa crescere e rafforzarsi.

Il monte in cui avviene questa moltiplicazione dei pani è associato nei Vangeli ad altri importanti eventi: il "discorso della montagna" e la proclamazione delle beatitudini (Mt 5-7); la chiamata dei Dodici (Mc 3,13); l'apparizione di Gesù risorto e il mandato alla missione universale (Mt 28,16).

Filippo era di Betsaida, cittadina di quella regione, e forse per questo Gesù chiede a lui dove poter comprare del cibo per la folla. La domanda che Gesù rivolge a Filippo è una messa alla prova della sua fede. Il discepolo confessa la scarsità delle risorse a disposizione, di fronte a quelle che sarebbero necessarie per sfamare la folla. Un denaro (una moneta d'argento) era normalmente la paga giornaliera di un lavoratore. Duecento denari corrispondevano a circa otto mesi di salario.

Nel brano evangelico viene indicato il numero degli uomini - cinquemila - ma aggiungendo le donne e i bambini, la folla doveva essere composta di circa ventimila persone. Una distesa enorme che, seduta su quel prato verdeggiante, preannunciava la primavera del nuovo popolo di Dio.

Gesù potrebbe produrre i pani e i pesci necessari dal nulla, ma sceglie di moltiplicare i cinque pani e i due pesci che possiede un ragazzino (gr. paidarion). La grazia di Dio non disprezza la nostra povertà ma la trasforma in ricchezza sovrabbondante. Di qui le dodici ceste di pani avanzati dopo che tutta la folla fu saziata.

Nell'esercizio della carità - che non è solo l'elemosina, ma il sapersi donare al prossimo - Gesù ci chiede dunque fiducia e anche un po' l'ingenuità di quel ragazzino, che mise a disposizione la sua merenda per sfamare tutte quelle persone.

Il verbo eucharisteo (esser grato, ringraziare) è lo stesso usato dai Vangeli sinottici nell'ultima cena (che Giovanni non includerà nel suo Vangelo). La gratitudine verso il Padre moltiplica a dismisura gli stessi beni che ci ha donato, in modo da farci ricevere "grazia su grazia" (Gv 1,16).

Di fronte al prodigio compiuto da Gesù la folla non ha dubbi nel riconoscerlo come "il profeta che doveva venire nel mondo" (v. 14), ma non comprende che egli è venuto per dispensare se stesso per la nostra fame.

La folla desidera un Messia politico che liberi il popolo di Israele dall'oppressione romana. Rappresenta così il tipo di coloro che cercano un Cristo che non domandi nulla, ma possa soddisfare le proprie egoistiche richieste. Gesù si sottrae a chi vuole "farlo re" con queste intenzioni. Il suo ritirarsi sulla montagna, "tutto solo" (v. 15) esige che lo raggiungiamo su quelle altezze interiori con un disinteressato atto di fede e di amore.

Preghiera

La nostra anima ha fame, Signore, finché non si sazia di te. Nutrici con la tua parola di vita e soccorrici con la tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona