Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 30 ottobre 2026

Giovanni Colobos. L'umiltà di Dio alla radice dell'umiltà umana

Giovanni Colobos, monaco di Scete, fece dell'obbedienza e dell'umiltà la via della vita cristiana. Alla scuola dei padri del deserto comprese che l'umiltà umana nasce dall'amore di Dio, che rende veramente liberi.

La Chiesa copta fa oggi memoria di Giovanni, monaco di Scete, detto Colobos, il « piccolo», a motivo della sua bassa statura. Di lui fu detto, in un breve apoftegma che ne sintetizza mirabilmente la figura spirituale: «Ma chi è questo abba Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?». Giovanni nacque attorno al 339 a Bahnasā, in Egitto, e si recò a Scete quando non aveva ancora diciott'anni. Alla scuola dei padri del deserto egli apprese anzitutto l'obbedienza, unica via salvifica per un cristiano. Fu proprio grazie all'obbedienza e alla sottomissione per amore di Dio e dei fratelli a ogni sorta di umiliazione che Giovanni divenne uno dei più grandi maestri di umiltà dell'antichità cristiana. Egli aveva infatti capito che alla radice dell'umiltà umana vi è l'umiltà di Dio, la forza del suo amore, che è irresistibile proprio perché lascia liberi e rende veramente liberi coloro ai quali si rivolge. All'età di 70 anni, Giovanni fu avvertito in sogno da Antonio, da Macario e dal suo padre spirituale Amoe che stava per morire. Mandato il suo discepolo a fare commissioni, egli si preparò da solo al faccia a faccia definitvo con quel Dio che aveva tanto colmato la sua vita. Di lui ci è pervenuta una lunga serie di Detti che sono un piccolo compendio di vita spirituale per il cristiano di ogni tempo.

Tracce di lettura

Raccontavano del padre Giovanni Colobos che, ritiratosi a Scete presso un anziano della Tebaide, visse nel deserto. Il suo abba, preso un legno secco, lo piantò e gli disse di innaffiarlo ogni giorno con un secchio d'acqua, finché non desse frutto. L'acqua era tanto lontana che doveva partire alla sera per essere di ritorno al mattino. Dopo tre anni il legno cominciò a vivere e a dare frutti. L'anziano li colse e li portò ai fratelli radunati insieme, dicendo: «Prendete, mangiate il frutto dell'obbedienza». Uno dei padri disse di lui: «Ma chi è questo abba Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?»
(Giovanni Colobos, Detti dei padri del deserto 1 e 36)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Giovanni Colobos (ca 339-409)

Fermati 1 minuto. Trovati dalla grazia

Lettura

Luca 14,1-6

1 Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando, 2 quando si presentò davanti a lui un idropico. 3 Gesù prese a dire ai dottori della legge e ai farisei: «È lecito o no fare guarigioni in giorno di sabato?» Ma essi tacquero. 4 Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi disse loro: «Chi di voi, se gli cade nel pozzo un figlio o un bue, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?» 6 Ed essi non potevano risponder nulla in contrario.

Sintesi

Gesù guarisce un idropico di sabato, smascherando l'ipocrisia dei farisei: le prescrizioni religiose non devono prevalere sulla misericordia. Con un gesto di carità e parole semplici, mette a tacere i dottori della legge.

Commento

Gesù è invitato a casa di uno dei capi farisei per "prendere cibo", letteralmente "per prendere pane" (gr. arton). Il clima di austerità in cui si svolge il sabato ebraico è evidente dal fatto che non si tratta di un banchetto. I dottori della legge, ci dice Luca, "lo stavano osservando"; forse in attesa di qualche insegnamento o, forse, più malevolmente per coglierlo in errore su qualche cosa. E in effetti si presenta a Gesù un'occasione per rompere i loro schemi. 

Si tratta di un idropico, un uomo il cui corpo è rigonfio a causa di una patologica ritenzione idrica. Forse un famigliare dei farisei. L'uomo non chiede nulla, né i suoi amici chiedono nulla per lui. Gesù è probabilmente meravigliato dall'umiltà dell'idropico e dall'insensibilità dei suoi amici, i quali conoscono i suoi poteri di guarigione ma non chiedono alcun intervento. 

Così il Signore li interroga proprio sulla loro mancanza di misericordia, che li porta a porre la legge al di sopra della carità, quando invece dovrebbe essere al suo servizio. Questi uomini dotti rimangono senza parole, perché dovrebbero ammettere la propria ignoranza della legge o dovrebbero affermare qualcosa di inaccettabile. 

La guarigione dall'idropisia era lenta e difficoltosa, ma Gesù prende quest'uomo per mano e gli ridona la salute all'istante (v. 4). L'idropico non ha cercato la grazia di Dio, ma è stato trovato dalla grazia e liberato immediatamente dal suo male. Con un'altra domanda Gesù si rivolge ai farisei sottolineandone la cura che mostrano, anche in giorno di sabato, per i propri affetti («un figlio» - anche se alcuni manoscritti riportano «un asino») e i propri affari («un bue»). 

"Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli" (Sal 8,3) riconosce il salmista, parole che possiamo applicare a Gesù, il quale ha smontato i cavilli dei dottori della legge ("non potevano risponder nulla in contrario"; v. 6) con parole semplici e un efficace atto di misericordia.

Preghiera

Signore, che ci chiedi di non anteporre nulla al tuo amore e di trovarti nel nostro prossimo sofferente, donaci un cuore ricolmo della tua grazia, per accogliere e sanare a lode del tuo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 29 ottobre 2026

James Hannington, protomartire anglicano in Uganda

Il 29 ottobre la Chiesa anglicana ricorda James Hannington, vescovo missionario martirizzato in Uganda nel 1885. La sua morte e quella di tanti cristiani unirono anglicani e cattolici nella fede.

Tra le nuove nazioni dell'Africa, l'Uganda è prevalentemente cristiana. Il lavoro missionario iniziò nel 1870 con il favore del re Mutesa, che morì nel 1884. Tuttavia, suo figlio e successore, il re Mwanga, si oppose a tutte le presenze straniere, comprese le missioni cristiane.

James Hannington, nato nel 1847, fu inviato dall'Inghilterra nel 1884 dalla Chiesa anglicana come vescovo missionario dell'Africa equatoriale orientale. Mentre viaggiava verso l'Uganda, fu catturato dagli emissari del re Mwanga. Lui e i suoi compagni furono trattati con brutalità, una settimana dopo, il 29 ottobre 1885, molti di loro furono messi a morte. Le ultime parole di Hannington furono: "Vai a dire al tuo padrone che ho acquistato la strada per l'Uganda con il mio sangue".

Il primo martire nativo fu il cattolico romano Joseph Mkasa Balikuddembe, che fu decapitato dopo aver rimproverato il re per la sua dissolutezza e per l'omicidio del vescovo Hannington. Il 3 giugno 1886 un gruppo di 32 uomini e ragazzi, 22 cattolici romani e 10 anglicani, furono bruciati sul rogo. La maggior parte erano giovani paggi della casa di Mwanga, dal loro capo, Charles Lwanga, al tredicenne Kizito, che morì "ridendo e chiacchierando". Questi e molti altri cristiani ugandesi hanno sofferto per la loro fede allora e negli anni successivi.

Nel 1977 l'arcivescovo anglicano Janani Luwum ​​e molti altri cristiani subirono la morte per la loro fede sotto il tiranno Idi Amin.

Grazie in gran parte alla loro comune eredità di sofferenza per il loro Maestro, i cristiani di varie comunioni in Uganda sono sempre stati in ottimi rapporti tra loro.

James Hannington (1847-1885)

Fermati 1 minuto. La maternità di Dio

Lettura

Luca 13,31-35

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato". 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"»

Sintesi

Gesù non si lascia guidare dalla paura, ma resta fedele alla volontà di Dio. Come una chioccia protegge i pulcini, così Dio manifesta il suo amore materno, sollecito e incondizionato, verso l'umanità.

Commento

L'avvertimento dei farisei a Gesù può essere interpretato come una effettiva volontà di metterlo in guardia dal pericolo di essere ucciso e, in questo caso, sarebbe l'unica nota positiva su di loro nel Vangelo di Luca; ma molti esegeti vedono nelle loro parole la volontà di allontanare Gesù dalla Galilea per mandarlo in Giudea, dove, realmente, avrebbe corso il pericolo di essere messo a morte dal sinedrio.

Quel che appare evidente è la risposta ferma di Gesù, che resta fedele nel portare a compimento la volontà di Dio, manifestando l'instaurazione del Regno attraverso esorcismi e guarigioni. Con la sua autorità profetica e messianica Gesù definisce Erode una volpe, animale che nell'Antico Testamento è associato alla devastazione della vigna del Signore, ma nella letteratura rabbinica, stante la sua limitata pericolosità, era utilizzata anche per simboleggiare una persona di scarso valore. 

Gesù si ostina a proseguire nel suo cammino, rifiutando di far disegnare il suo itinerario dalla paura. Egli è mosso da amore per Geruslamme, che dopo aver rifiutato tanti profeti si appresta a metterlo a  morte. Qui utilizza una immagine di grande originalità e bellezza nella letteratura biblica: quella di una chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. 

L'immagine dell'amore materno è ricorrente nella spiritualità cristiana. Sì, Dio è madre; e il suo amore, come quello di una madre, è sollecito, incondizionato. Spetta a noi farci trovare dalla sua grazia.

Preghiera

Infondi nei nostri cuori, Signore, il coraggio di desiderare quanto ci hai comandato e la grazia di portarlo a compimento. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 28 ottobre 2026

La meditazione chán dalle radici indiane al confronto con l'Occidente

Dalle origini indiane alla svolta mahāyāna

L'arrivo del buddhismo in Cina, avviatosi gradualmente attorno al I secolo d.C., fu uno dei più vasti processi di acculturazione e di rielaborazione filosofica nella storia dell'Asia orientale. Nelle sue prime fasi la trasmissione passò soprattutto attraverso la traduzione di testi delle scuole non mahāyāna — ciò che la polemica mahāyāna chiamò, con termine svalutativo, Hīnayāna, il «piccolo veicolo». In quell'orizzonte la meditazione aveva un impianto eminentemente terapeutico: l'essere umano appariva come un malato, dominato da brama, avversione e illusione, e l'esercizio mentale come una cura rigorosa, un'ascesi quasi drammatica volta a estirpare le infezioni dello spirito.

Emblematico è il Zuochan sanmei jing (坐禪三昧經, «Sūtra del samādhi della meditazione seduta»), compendio di manuali indiani e centroasiatici tradotto da Kumārajīva agli inizi del V secolo. Vi si prescrivono tecniche distinte secondo la «malattia» da curare: all'avidità si oppone la contemplazione dell'impuro, all'ira la benevolenza, alla confusione la riflessione sulla produzione condizionata, alla dispersione il conteggio del respiro. Contro il desiderio sensuale, ad esempio, il praticante doveva visualizzare il proprio corpo dalla pianta dei piedi ai capelli, scarnificarlo con l'immaginazione fino allo scheletro e contemplarne la disgregazione.

Questa visione, fondata sulla lotta contro le proprie inclinazioni, cambiò profondamente tra il V e il VI secolo, con la diffusione dei grandi sūtra mahāyāna. Il Vimalakīrti Nirdeśa, tradotto più volte e soprattutto da Kumārajīva (406), offrì il linguaggio della non-dualità; il Laṅkāvatāra Sūtra, tradotto da Guṇabhadra nel 443 e poi caro ai primi maestri chán, diede rilievo al tathāgatagarbha, il «grembo» o «embrione» dei Buddha presente in ogni essere. Da queste fonti, e dal trattato apocrifo Risveglio della fede nel Mahāyāna (VI secolo), la scolastica cinese ricavò la dottrina dell'illuminazione originaria (benjue, 本覺), in piena sintonia con l'interesse autoctono per la natura (xing) dell'uomo.

Le premesse ontologiche si rovesciano. L'essere umano non è più una creatura guasta, ma possiede fin dall'origine una natura già illuminata, pura e compiuta. Brame e inganni non intaccano la natura di Buddha: sono offuscamenti avventizi, frutto dell'inconsapevolezza e dell'oblio della propria condizione originaria.

Ne discende una nuova idea della meditazione. Essa smette di essere una battaglia contro se stessi e diventa un processo di acquietamento: lasciar decantare le sovrastrutture mentali, lasciare andare ogni attaccamento concettuale, rinunciare alla tensione ansiosa verso un traguardo. Quando il rumore della mente si placa, la natura di Buddha affiora da sé. Questo sedere quieto, che lascia emergere il fondo luminoso della mente, diventerà l'asse portante del chán cinese e del successivo zen giapponese.

Kanhua chan e mozhao chan: Linji e Caodong in epoca Song

La storia del chán attraversa profonde trasformazioni istituzionali e dottrinali. Sotto i Tang (618–907) il movimento conobbe un'epoca di straordinaria creatività: molteplici lignaggi e maestri coesistevano, e fiorivano interpretazioni eterogenee, talvolta radicali, della pratica. Sotto i Song (960–1279) il panorama si stabilizzò e si codificò. Delle «cinque case» del chán tardo-Tang, solo due giunsero vitali al periodo Song maturo e furono trasmesse in Giappone: la scuola Linji (giapp. Rinzai) e la scuola Caodong (giapp. Sōtō).

Pur riconoscendo la centralità della meditazione, molti maestri temevano che l'assiduità formale degenerasse in esercizio meccanico o in una sottile prigione dell'io. Da questa tensione nacque, nel XII secolo, la controversia tra il kanhua chan (看話禪) di Linji e il mozhao chan (默照禪) di Caodong.

La scuola Linji, istituzionalmente dominante, trovò in Dahui Zonggao (1089–1163) il principale sostenitore del kanhua chan, lo «chán dell'osservazione della frase»: il praticante concentrava tutta l'attenzione sulla parola chiave (huatou) di un gong'an (giapp. kōan), un detto o un aneddoto irriducibile alla logica discorsiva. Il «grande dubbio» così suscitato portava l'intelletto alla saturazione, finché esso si spezzava in un risveglio improvviso (wu, giapp. satori). In questa prospettiva l'illuminazione è un evento puntuale, databile a un giorno e a un'ora. Il paradigma più citato, benché anteriore alla scuola Linji, è quello del maestro tang Xiangyan Zhixian, risvegliatosi al suono di un coccio che, mentre spazzava, colpì una canna di bambù. La meditazione resta qui uno strumento: è la zattera che si lascia una volta raggiunta l'altra sponda.

Sul versante opposto, la scuola Caodong, rinata nell'XI secolo dopo un lungo declino, elaborò con Hongzhi Zhengjue (1091–1157) la dottrina del mozhao chan, l'«illuminazione silenziosa». Per Hongzhi la meditazione non è un mezzo piegato a un risultato futuro, né un'ascesi che infrange l'illusione con un atto di forza. È un processo lento, continuo e senza termine, un silenzio in cui la natura illuminata risplende spontaneamente. Pratica e meta non sono separate: la pratica è la manifestazione concreta e ininterrotta dell'illuminazione. Chi realizza la vera realtà non abbandona la zattera; proprio allora comincia la pratica autentica, libera da scopi e da attese di guadagno spirituale.

La polemica fu in buona parte unilaterale: Dahui accusava il «silenzio» di scivolare nella quiete inerte, mentre i due maestri mantennero rapporti di stima reciproca. Le loro posizioni andrebbero lette meno come scuole chiuse e più come due accentuazioni di una stessa tradizione.

Il paradosso della pratica, il superamento dell'io e il non-dualismo

La riflessione chán sulla pratica svela un paradosso che sorge inevitabilmente quando a meditare è chi non è ancora illuminato. Se l'esercizio è mosso dal desiderio di un beneficio personale — la calma psicofisica, poteri straordinari o l'illuminazione stessa — la meditazione cade in una trappola sottile. Diventa una forma di egoismo spirituale che, anziché dissolvere l'identità individuale, la rafforza.

Per sciogliere questa aporia si può distinguere tra una meditazione propedeutica e una meditazione autentica. La prima, praticata da chi è ancora prigioniero delle proprie attese, è inevitabile ma carica di insidie. La seconda comincia soltanto quando l'io «cade», cioè quando svanisce l'illusione di un soggetto che agisce e consegue. La distinzione si chiarisce alla luce di tre cardini dottrinali: l'assenza di un sé autonomo e permanente (anātman), l'impermanenza (anitya) e la produzione condizionata (pratītyasamutpāda). Se l'individuo non ha un'essenza sostanziale ma è un flusso di aggregati interdipendenti, concepire la meditazione come una via di salvezza privata è un errore di prospettiva.

Lo scarto emerge con nettezza nel confronto tra due ideali. L'arhat delle scuole antiche persegue la propria liberazione dal ciclo delle rinascite. Il bodhisattva del Mahāyāna fonda la propria esistenza su due pilastri inseparabili: la saggezza (prajñā), che penetra la vacuità di ogni fenomeno, e la compassione (karuṇā). Egli rinuncia a entrare definitivamente nel nirvāṇa per restare nel mondo e cooperare alla liberazione di tutti gli esseri, e così l'ascesi si trasforma da ricerca solitaria in atto radicalmente altruistico.

Il culmine di questo orizzonte è il principio della non-dualità (advaya): la realtà ultima non si lascia scomporre in coppie di opposti come puro e impuro, saṃsāra e nirvāṇa, soggetto e oggetto. La scuola Madhyamaka di Nāgārjuna ne diede la formulazione filosofica; il Vimalakīrti Nirdeśa ne offrì l’immagine più celebre. Nel nono capitolo del sūtra alcuni bodhisattva spiegano a turno come si entra nella «porta del non-due», e Mañjuśrī conclude che essa sta al di là di ogni parola. Quando chiede a Vimalakīrti la sua risposta, questi tace: il suo silenzio mostra che la non-dualità non si può spiegare, ma solo realizzare. Il chán giudica il pensiero discorsivo, con le sue opposizioni binarie e il principio di non contraddizione, inadatto a cogliere la natura ultima del reale. Per alludere all'esperienza non-duale i maestri ricorrono a formule volutamente paradossali: le polarità «non sono due, ma neppure una», «non sono uguali, ma neppure diverse». Applicata al rapporto tra pratica e illuminazione, questa dialettica impedisce sia di separarle in un nesso causale nel tempo, sia di appiattirle in un'identità indistinta. Ciò che si chiede è un'intuizione diretta, che oltrepassi le categorie dell'intelletto.

Immanenza del chán e mistica occidentale

Un confronto tra la via del chán e le tradizioni occidentali rivela analogie formali suggestive, ma anche una divergenza ontologica di fondo. Sul piano formale, il chán risuona con alcune correnti della mistica speculativa europea e con l'idea greca, e in particolare platonica, della filosofia come farmaco e cura dell'anima. In entrambi i casi affiora l'idea di una perfezione originaria dimenticata, da ritrovare attraverso un cammino di purificazione o di anamnesi.

La scissione decisiva riguarda però la polarità tra trascendenza e immanenza. La teologia e gran parte della mistica occidentale presuppongono un io consistente, che entra in relazione, in tensione o in unione con un Dio trascendente, personale o comunque altro dal soggetto. Il chán propone invece un percorso rigorosamente immanente: non c'è un Dio esterno da cercare o da invocare, perché la natura di Buddha è già interamente presente nell'individuo e coincide con la realtà ultima di ogni fenomeno.

La distinzione va tuttavia maneggiata con cautela. La mistica apofatica — da Dionigi l'Areopagita a Meister Eckhart, che parla di un «distacco» in cui l'anima si svuota di sé e di un «fondo» comune all'anima e a Dio — tende anch'essa a dissolvere l'io e a superare la dualità tra creatura e Creatore. Proprio per questo Eckhart è stato l'interlocutore privilegiato del dialogo con lo zen, da D.T. Suzuki alla Scuola di Kyōto. Resta però una differenza: nella mistica cristiana lo svuotamento è risposta alla grazia di un Dio che rimane, in ultima istanza, l'Altro.

Da qui discende un'opposta concezione della soggettività. Il pensiero occidentale ha orientato a lungo la propria etica e la propria psicologia verso la conoscenza e il consolidamento del sé, compendiati nel precetto delfico «conosci te stesso». Il chán esige invece la decostruzione dell'ego. Il suo fine non è un soggetto risanato da contrapporre al mondo o alla divinità, ma la comprensione che l'io è un'architettura illusoria, prodotta dal continuo aggregarsi e disgregarsi di fattori condizionati. La meditazione non è dunque uno strumento per affermare o proteggere l'identità personale. È l'esperienza immediata dell'immanenza, della vacuità e dell'interdipendenza di tutto ciò che esiste.

- Rev. Dr. Luca Vona

Simone e Giuda. «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi?»

Il 28 ottobre anglicani, cattolici, luterani e veterocattolici celebrano gli apostoli Simone lo Zelota e Giuda Taddeo: ultimi nelle liste, come operai dell’ultima ora, testimoniarono il Vangelo fino al martirio.

Simone e Giuda appaiono agli ultimi posti nelle liste degli apostoli e per questo assomigliano agli operai chiamati all'ultima ora, che hanno tuttavia portato a termine la loro missione di testimoni del vangelo fino al martirio. Ma, come spesso capita nella storia della salvezza testimoniata dalle Scritture, è proprio agli ultimi e ai più marginali fra gli uomini che Dio sceglie di rivelarsi. 

San Simone

Simone, da Luca soprannominato Zelota (Lc 6, 15; At 1, 13), forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli Zeloti, che utilizzava anche la violenza come pratica politica, da Matteo e Marco è chiamato Cananeo (Mt 10, 4; Mc 3, 18).

San Giuda "Taddeo"

Giuda è detto Taddeo (Mt 10, 3; Mc 3, 18) o Giuda di Giacomo (Lc 16, 16; At 1, 13). Nell’ultima cena rivolse a Gesù la domanda: «Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gesù gli rispose che l’autentica manifestazione di Dio è riservata a chi lo ama e osserva la sua parola: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Una lettera del Nuovo Testamento porta il suo nome.

La loro festa il 28 ottobre è ricordata dal calendario geronimiano (sec. VI). In questo stesso giorno si celebra a Roma fin dal sec. IX.

Tracce di lettura

«Simone, l'uomo che è la pietra, Matteo il pubblicano, Simone lo zelota, zelante nel cercare il diritto e la legge contro l'oppressione pagana, Giovanni, che Gesù aveva caro e che si appoggiò al suo petto, e gli altri, dei quali abbiamo solo il nome, e infine Giuda Iscariota, che lo tradì: nessuna ragione al mondo avrebbe potuto collegare questi uomini alla stessa opera al di fuori della chiamata di Gesù. Qui fu superata ogni precedente divisione e fu fondata la nuova, salda comunità in Gesù».

- D. Bonhoeffer, Sequela