Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 31 agosto 2026

Fermati 1 minuto. Senza fargli alcun male

Lettura

Luca 4,31-37

31 Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. 32 Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità. 33 Nella sinagoga c'era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: 34 «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!». 35 Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male. 36 Tutti furono presi da paura e si dicevano l'un l'altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?». 37 E si diffondeva la fama di lui in tutta la regione.

Commento

A seguito dell'ostilità riscontrata a Nazaret al principio del suo ministero, Gesù scende verso il lago di Genèsaret, sulle cui sponde è situata la città di Cafarnao. Qui, come il suo solito, di sabato, insegna nella sinagoga. Se a Nazaret gli ascoltatori "erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (Lc 4,22) a Cafarnao rimangono colpiti dal suo insegnamento perché parla "con autorità" (v. 31). 

Cosa significa questo parlare con autorità? Gesù non si limita, come era consuetudine all'epoca, a richiamare i commenti alle Scritture dei dottori del passato. Egli interpreta personalmente la parola, la rende attuale e ne applica il contenuto profetico su di sé, proprio come a Nazaret si era identificato con il messia annunciato dal profeta Isaia. 

Nella sinagoga di Cafarnao la testimonianza sulla verità delle sue parole viene data da un demonio, che lo riconosce come "Santo di Dio" (v. 34). Mentre alcuni dottori della legge, come era accaduto a Nazaret, negano la sua figliolanza divina, i demoni più volte nella narrazione evangelica fanno una professione di fede del tutto ortodossa. Gesù è costretto a metterli a tacere, per evitare che i suoi avversari pensino che egli "caccia i demòni in nome del principe dei demòni" (Mt 12,24). 

Quel che sconcerta è proprio la possibilità di riconoscere chi è veramente Gesù, ma di appartenere a un regno a lui del tutto contrapposto. Proprio su questo mette in guardia l'apostolo Giacomo: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano!” (Gc 2,19). Lo stesso Pietro, che aveva riconosciuto in Gesù "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16) riceve dal Signore l'appellativo di "Satana", quando cerca di dissuaderlo dall'affrontare la sua passione. Tutto ciò attesta che la fede proclamata a parole non basta. Gesù ci chiama alla sua sequela, lungo l'itinerario tracciato dalla sua esistenza terrena, nel compimento della volontà del Padre.

L'indemoniato di Cafarnao viene liberato dopo essere stato gettato a terra, davanti a tutti (v. 35); è questa come una immagine dell'umiltà davanti a Dio e davanti agli uomini, che sola può condurci alla liberazione dal male. Nel parallelo passo di Marco si dice che il demonio straziò quell'uomo gridando forte prima di uscire da lui (Mc 1,26), ma qui si specifica che il demonio lo lascia "senza fargli alcun male". 

Quando ci affidiamo umilmente nelle mani di Cristo la nostra vita riacquista libertà. Non si tratta di praticare una religiosità cupa e intrisa di sofferenze, né di fare al nostro spirito una violenza sconsiderata, ma di pregustare fin d'ora la pace e la gioia del regno di Dio. Questi avanza, infatti, contro le forze delle tenebre, strappando loro il controllo sull'umanità, finché sarà ristabilita definitivamente la signoria di Dio, con il ritorno del suo Cristo.

Preghiera

Signore Gesù, noi ti riconosciamo come il Figlio di Dio e il re del cielo e della terra; la tua grazia venga in soccorso della nostra debolezza, affinché possiamo professare non solo con la lingua ma anche con le opere la nostra fede. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 30 agosto 2026

John Bunyan. Non tema di cadere chi si tiene in basso

Il 31 agosto 1688 muore a Londra John Bunyan, predicatore e scrittore inglese.
Nato a Elstow, vicino a Bedford, Bunyan ereditò dal padre la professione di calderaio. A venticinque anni iniziò a frequentare gli ambienti battisti di Bedford e a predicare il vangelo.
Non avendo tuttavia ricevuto l'autorizzazione alla predicazione, egli trascorse più di dodici anni in prigione, poiché non voleva promettere che avrebbe desistito dal suo fermo proposito di annunciare il vangelo; in carcere, dove aveva come uniche letture la Bibbia e il Libro dei martiri di George Fox, compose una splendida autobiografia spirituale, assieme a Il viaggio del pellegrino, opera che lo renderà noto e amato in tutto il mondo della Riforma di lingua inglese.
Uomo estremamente aderente alla realtà, Bunyan dovette alla sua educazione calvinista, che dapprima respinse ma che costituirà poi l'elemento strutturante della sua personalità, la scarsa propensione a fughe spiritualiste e il coraggio con cui affrontò quella che ritenne essere la sua unica vocazione: annunciare la Parola del Signore. Uscito dal carcere e divenuto ormai famoso, egli poté finalmente svolgere il suo ministero itinerante, che compì fedelmente sino alla fine dei suoi giorni.

Tracce di lettura

Non tema di cader chi si tien basso: | Non tema orgoglio chi si vive umile; | Iddio lo guiderà per ogni passo. (Pastorello: II; p. 263)

Lettore, guarda alla sostanza del mio dire.
Scosta la tenda, guarda dietro il velo,
scopri le metafore e non mancare
di trovar cose che, se bene cercherai,
a mente onesta potranno giovare.
Quanto trovi di scorie, abbi il coraggio
di gettarlo, ma pur conserva l'oro.
Che importa se nel sasso l'oro è chiuso?
Non getti via la mela per il torsolo.
Ma se ti sembra tutto da gettare,
forse forse, ritornerò a sognare!
(J. Bunyan, Il viaggio del pellegrino)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

John Bunyan (1628-1688)

Fermati 1 minuto. Oggi Gesù passa in mezzo a noi

Lettura

Luca 4,16-30

16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 e predicare un anno di grazia del Signore.
20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Commento

Mentre nel Vangelo di Marco il ministero di Gesù si inaugura con l'annuncio del Regno e in quello di Giovanni con il miracolo alle nozze di Cana, nel Vangelo di Luca, è a Nazaret, luogo in cui Gesù era cresciuto, che egli proclama l'adempimento delle promesse dell'Antico Testamento. 

La partecipazione al culto del sabato nella sinagoga - pratica osservata regolarmente da Gesù e continuata dai primi cristiani - è l'occasione in cui egli applica su di sé, nell'"oggi" che inaugura gli ultimi tempi, alcune parole del profeta Isaia (Is 61,1-2; 58,6), presentandosi come il Cristo, che ha ricevuto l'unzione dello Spirito Santo. 

Lo scetticismo dei suoi concittadini - «Non è il figlio di Giuseppe?» (v. 22) - è dettato dal fraintendimento della missione di Gesù e dalla loro incapacità di comprendere il senso della profezia. Pur "meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (v. 22), si attendono qualche miracolo, sono più interessati al suo potere di guarigione che alla sua parola. 

Nell'oggi di cui parla Gesù è proclamata invece l'inaugurazione del giubileo spirituale del Signore, venuto a liberare gli oppressi, a evangelizzare i poveri, a guarire i cuori feriti. Il giubileo, prescritto dal Levitico (Lv 25,10) con l'affrancamento degli schiavi e la restituzione dei beni patrimoniali, è qui l'immagine della porta della salvezza, spalancata dal Signore nei tempi ultimi. Dalla meraviglia, gli ascoltatori di Gesù passano presto a una reazione di rabbia omicida, non tanto per il mancato miracolo, quanto per il suo sermone, le cui parole lasciano intendere con gli esempi di Elia ed Eliseo, il rivolgersi della grazia agli stranieri a causa della durezza di cuore di Israele. 

Questo testo iniziale del Vangelo di Luca determina una circolarità con le ultime pagine relative alla passione. Vediamo infatti, in esso, prefigurate numerose immagini di quest'ultima: dalle parole di Gesù «Medico cura te stesso» (v. 23) che richiamano il dileggio da parte dei capi del tempio sotto la croce («Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto»; Lc 23,35), alla sua cacciata fuori della città - così come l'esecuzione della condanna avverrà fuori dalle mura di Gerusalemme; "fin sul ciglio del monte" - che richiama la crocifissione sul Gòlgota. 

Ma l'epilogo di questo episodio e della missione terrena di Gesù non è la croce. Il passaggio - questo uno dei significati della parola "Pasqua" (ebraico: pesach) - dalla morte alla vita, con la risurrezione e l'andarsene salendo al cielo dopo le apparizioni ai suoi discepoli sembrano richiamate dalle ultime parole di questa narrazione: "passando in mezzo a loro se ne andò" (v. 30).

Il Signore passa, nell'oggi del tempo escatologico inaugurato con la sua incarnazione; passa nell'oggi delle nostre vite, con la sua parola di speranza e liberazione. Sta a noi scegliere se seguirlo, se ignorare il suo messaggio o, peggio, opporci ad esso. Chi vediamo in lui? Il semplice figlio del carpentiere o il Messia annunciato dai profeti? Un semplice maestro delle Scritture e un taumaturgo o "il Figlio del Dio vivente?" (Mt 16,16).

Proprio nelle ultime pagine del Vangelo di Luca, apparendo ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) Gesù "cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui". Dal principio del suo ministero fino alla sua ascensione egli ci guida alla comprensione del piano salvifico di Dio per noi. La sua parola non è lettera morta ma è viva, animata da quello Spirito che si manifestò durante il battesimo al Giordano e che egli ci ha donato dopo la sua ascensione. Questi ci guiderà alla verità tutta intera (Gv 16,13).

Preghiera

Signore, tu attraversi le nostre vite con la tua parola di salvezza; donaci uno spirito pronto ad accoglieri, affinché possiamo seguirti fedelmente, per giungere alla gloria della risurrezione. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

Contro l'amore non c'è legge

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TREDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente e misericordioso, dal quale proviene ogni dono al popolo fedele affinché ti serva con lodevole servizio; concedici, ti supplichiamo, di poterti servire fedelmente in questa vita, per non mancare di ricevere le tue promesse celesti; per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Gal 3,16-22; Lc 10,23-37

Commento

Amare Dio con tutto il cuore e il nostro prossimo come noi stessi. Non vi è controversia tra lo scriba e Gesù riguardo il fatto che questo sia il primo e il più gran comandamento. Si noti che il passo parallelo di Matteo aggiunge "Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti", mentre Marco aggiunge "Non c'è altro comandamento più importante di questi", utilizzando per i due comandamenti il singolare, come a indicare che si tratta delle due facce della stessa medaglia: "Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4,20).

Ma chi è il nostro prossimo secondo Gesù? Nell'Antico Testamento si considera prossimo ogni membro del popolo di Israele o lo straniero che abita tra gli ebrei. In epoca più tarda sono inclusi anche i proseliti pagani, ma sicuramente non venivano inclusi i samaritani, con i quali i giudei condividevano una antica ostilità. Proprio su questo punto si concentra l'interrogativo del dottore della legge a Gesù: Chi è il mio prossimo? Gesù risponde con una parabola, il cui protagonista è un uomo derubato e malmenato. Lungo la via passano prima un sacerdote, poi un levita e infine un samaritano.

I primi due "tirano dritto", forse anche per il timore di contrarre un'impurità rituale, toccando un uomo "mezzo morto"; i cadaveri erano infatti considerati impuri. Il popolo dei samaritani, cui appartiene il terzo viandante, non adorava Dio presso il tempio di Gerusalemme, ma svolgeva un culto sincretistico sul monte Gherizim. Da qui l'ostilità degli israeliti. 

Eppure l'amore congiunge ciò che è lontano. Non annulla le differenze, ma supera "la paura del contagio". Come afferma Paolo nella sua lettera ai Galati l'amore è un frutto dello Spirito, insieme a "gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà (...) Contro tali cose non c'è legge" (Gal 5,22-23). Nessuna norma religiosa potrà mai esimerci dal prenderci cura di chi è ferito, dall'amare chi è caduto per strada "sotto i colpi dei briganti", sotto la sferza delle tentazioni e le piaghe del peccato. Come il samaritano siamo chiamati a lenire le ferite e affidare al "padrone della locanda" - che è Cristo stesso - l'uomo "mezzo morto", perché "Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva" (Ez 18,23).

Gesù estende il dovere della carità oltre i confini dei nostri steccati sociali, culturali, etnici: nostro fratello è chi ha bisogno di un'evangelizzazione che è innanzitutto dono di una parola vivente ed efficace. Cristo ci ha rivelato che nell'uomo è nascosto il volto del Dio invisibile e non è autentica una religiosità meramente cultuale, priva di ricadute sul nostro modo di essere nel mondo. È questa la condizione per ereditare la vita eterna (v. 25) perché essa appartiene a quella fede che diventa azione, non per conquistare meriti, ma per mostrare riconoscenza verso Dio che ci ha soccorso per primo. «Fà questo e vivarai» (v. 28), «Va' e fa' anche tu lo stesso» (v. 37). Il verbo "fare" apre e chiude questa narrazione evangelica.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 22 agosto 2026

Il Signore tocca con mano la nostra infermità

COMMENTO AL VANGELO DELLA DODICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che sei più pronto ad ascoltare di quanto siamo noi a pregare, e che desideri donarci di più di quel che desideriamo o meritiamo; effondi su di noi l'abbondanza della tua misericordia; perdona ciò che turba la nostra coscienza e donaci quelle buone cose che non meritiamo di chiederti. Per i meriti e la mediazione di Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Amen.

Letture

2 Cor 3,4-9; Mc 7,31-37

Commento

Solo Marco, l'evangelista che si rivolge principalmente ai non ebrei, riferisce questo miracolo di guarigione compiuto da Gesù tra i pagani. L'episodio diviene, dunque, simbolo della loro conversione al Vangelo. Il modo in cui Gesù compie questa guarigione è piuttosto inusuale, perché mentre di solito è sufficiente la sua parola, solo in questo caso e in quello del cieco nato (Gv 9,6) egli mette in pratica una serie di azioni, toccando con la sua saliva il malato. 

Il sordomuto è impossibilitato ad ascoltare la parola salvifica di Cristo; il cieco nato è incapace di contemplare il volto della Verità incarnata. In entrambi i casi è Gesù che viene incontro a chi abbisogna della sua grazia; se la donna affetta da emorragia si fece strada tra la folla prendendo essa stessa l'iniziativa per toccare un lembo del mantello di Gesù, nella convinzione di poter essere guarita, qui è Gesù stesso a toccare il sordomuto, dopo averlo tratto in disparte dalla folla. 

Il Signore sa di cosa abbiamo bisogno, ci conduce in un luogo tranquillo, non disdegna di toccare con mano la nostra infermità e intercede per noi presso il Padre: "guardando quindi verso il cielo emise un sospiro" (Mc 7,34). Il suo sospiro sembra anticipare la fatica sotto il peso della croce, carico di quel peccato che ha reso l'umanità soggetta alla malattia e al dolore; il suo Effatà, "apriti!" richiama l'imperativo con cui egli risuscita l'amico Lazzaro, agendo con l'autorità propria del Figlio di Dio. Nella sua passione Gesù renderà l'ultimo suo sospiro al Padre e sarà il Padre stesso ad aprire il suo sepolcro con la resurrezione. 

Ma il Padre non tiene lo Spirito per sé. Lo dona ai suoi discepoli per annunciare il vangelo. Il sordomuto apre gli orecchi alla voce del Verbo e la sua lingua si scioglie nella lode. Così anche le folle, sebbene ammonite da Gesù a non dire nulla di quanto accaduto, suscitano discepoli, che riconoscono la missione salvifica di Gesù. 

Giustamente Paolo afferma nella sua seconda lettera ai Corinzi: "Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una nuova alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita" (2 Cor 3,5-6). Quello Spirito che dà la vita, apre le nostre orecchie all'ascolto della Parola di Dio e scioglie le nostre lingue a proclamare quanto rivelato dall'angelo ai pastori: «vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 9 agosto 2026

Ogni giorno il Signore insegna nel tempio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DECIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Apri le tue orecchie misericordiose, Signore, alle preghiere dei tuoi servi; affinché possano essere esauditi, chiedendo quelle cose che possono compiacerti; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

1 Cor 12,1-11; Lc 19,41-47

Commento

Ai canti di esultanza della folla, con l'ingresso di Gesù a Gerusalemme fa da contrasto la profezia del Signore sulla distruzione della città e il pianto di lamentazione su di essa. Questo il senso della parola greca eklausen diverso dall' edákrysen utilizzato per descrivere l'episodio in cui Gesù piange per la morte dell'amico Lazzaro (Gv 11,35).

La lamentazione di Gesù di fronte a Gerusalemme richiama il pianto dei profeti sulle città destinate al giudizio di Dio. L'assedio della città, che avverrà per opera di Flavio Tito Vespasiano nel 70 d.C. è ricollegato al suo rifiuto del Messia promesso nel Primo Testamento. Come i vignaioli omicidi (Lc 20,9-18), dopo aver rifiutato i numerosi appelli dei profeti, i suoi capi religiosi faranno mettere a morte lo stesso Figlio di Dio. Rasi al suolo la "città santa" e il suo tempio si inaugureranno i tempi ultimi, in cui Dio verrà adorato "in spirito e verità" (Gv 4,23) dai credenti, pietre vive del tempio spirituale che è il corpo stesso di Cristo, vivificato dal suo Spirito.

Eppure tante volte anche la Chiesa, nel corso della sua storia, non ha "compreso la via della pace" (Lc 19,42), facendo proprio ciò che Paolo considera inaccettabile nella sua Prima lettera ai Corinzi: maledire nel nome di Gesù. Questo infatti il senso del dire "Gesù è anàtema": non si tratta di maledire Gesù, ma di strumentalizzare il nome del Figlio di Dio per maledire i fratelli, in modo simile a come facevano i pagani, quando ricorrevano a una divinità per maledire gli uomini.

Persino tra i fratelli che proclamano "Gesù è il Signore" (1 Cor 12,3) vi sono state nel corso dei secoli, guerre, stragi, persecuzioni. Ciò accade quando i credenti, le "denominazioni" cristiane non sanno riconoscere i rispettivi carismi e, lungi dal sentirsi parte di un solo corpo, si lasciano tentare dall'esercizio del potere e dall'imposizione violenta di un "pensiero unico" cristiano che è ben diverso dall'unità radicata nel vangelo. 

Il mercimonio che Gesù trovò dentro il tempio di Gerusalemme ha sedotto nel tempo le stesse chiese cristiane, con la vendita di indulgenze, di reliquie e di cariche ecclesiastiche, il pervertimento dei ministeri in strumento di potere anziché di servizio, lo sfruttamento delle devozioni popolari a scopo di lucro. Anche le chiese figlie della Riforma protestante non sono state esenti nella storia dalla ricerca di alleanze e compromessi con il potere politico e non sempre sono rimaste fedeli alla parola evangelica.

Ma ogni giorno il Signore insegna nel tempio (Lc 19,47); le Sacre Scritture sono il metro con cui misurare quanto sono vicine le nostre chiese alla sua volontà. Quando è fondata sulla Parola di Dio, la Chiesa può resistere a ogni assedio, perché fondata sulla roccia che è Cristo stesso (Mt 7,24-25). I doni dello Spirito saranno così distribuiti in abbondanza e Dio opererà tutto in tutti.

- Rev. Dr. Luca Vona