Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

lunedì 2 agosto 2021

La grazia che passa per le nostre mani

Lettura

Matteo 14,13-21

13 Udito ciò [la morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15 Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16 Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». 17 Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». 18 Ed egli disse: «Portatemeli qua». 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Meditazione

Giovanni il Precursore ha subìto il martirio, egli è diminuito, come aveva promesso. Gesù sente il bisogno di ritirarsi in disparte, nel deserto, forse per riflettere su quanto accaduto, "ricaricarsi" dalla fatica dell'attività di predicazione e guarigione, forse anche per studiare i suoi prossimi passi. 

Il deserto, con le tentazioni del demonio, aveva segnato l'inizio della sua missione. Ma in questo caso diviene luogo di ristoro. In tutte le scritture il deserto presenta questa immagine ambivalente: è il luogo che segna il passaggio di Israele dalla schiavitù d'Egitto verso la terra promessa da Dio; ma anche luogo in cui Israele per quarant'anni "tenta" il Signore, mormorando e mancando di fiducia nel compimento del piano divino (Sal 95,8-10). 

In questo brano dell'evangelista Matteo Gesù non riesce, tuttavia, a trovare riposo, perché mentre egli lo raggiunge su una barca, le folle lo seguono via terra. Ma egli non le allontana. Il deserto diventa così luogo di accoglienza e di benedizione. 

Probabilmente questa folla era composta anche dai discepoli di Giovanni il Battista rimasti senza pastore; e ci sono tra loro tanti malati, che hanno sentito parlare delle sue guarigioni e liberazioni miracolose, da malattie e spiriti maligni. Per questo egli "sentì compassione" (v.14). Sono cinquemila uomini, "senza contare le donne e i bambini" (v. 21), con le quali la folla supera certamente le diecimila persone. 

Così si fa tardi e i discepoli chiedono a Gesù di congedare questa moltitudine, affinché possa andare a cercarsi da mangiare. Ed è qui che il Signore chiede ai discepoli, che finora hanno avuto un ruolo da spettatori passivi, di partecipare attivamente alla sua azione salvifica. Gli chiede di sfamare le folle con i pochi pani e i pochi pesci che hanno a disposizione. Un compito che può divenire possibile solo con la benedizione del Signore su quei pani e su quei pesci. 

Gesù vuole che il cibo moltiplicato dalla sua compassione passi per le mani dei discepoli, chiede loro l'esercizio della diakonìa, del servizio al prossimo. È l'incontro della potenza del Signore con la fede e l'umiltà dei discepoli che compie il miracolo. Un miracolo che richiama la manna che discese dal cielo a sfamare gli ebrei in fuga dall'Egitto e che prefigura il pane eucaristico, quel pane di cui Gesù dirà: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame» (Gv 6,35). 

Cristo ci aspetta nel deserto, per sfamarci e parlare al nostro cuore (Os 2,14), per far passare dalle nostre mani i doni della sua grazia.

Preghiera

O Dio, che ami essere trovato lontano dai rumori del mondo e che non chiudi il tuo cuore a chi ti cerca con perseveranza, concedici di essere saziati dalla tua grazia sovrabbondante. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 1 agosto 2021

Dio si affretta per venirci incontro

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria, dove compare, però, nel tempo, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).

L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agisce in maniera del tutto differente.

Il figlio che ha chiesto la sua parte di eredità parte per un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi di  carrube quando in quel paese sopraggiunge una grave carestia

Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.

A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel discorso di pentimento. Il vangelo insiste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. La fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.

Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta del tutto superfluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. 

Quando il giovane dice “non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi - solo le persone di un certo rango al tempo potevano permettersi dei calzari – e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).

Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata, nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. 

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 30 luglio 2021

Fermati 1 minuto. Il profeta è disprezzato in casa sua

Lettura

Matteo 13,54-58

54 e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». 57 E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». 58 E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.

Meditazione

Ciò che è facilmente accessibile è di solito reputato di scarso valore. Così è per la predicazione e i miracoli di Gesù compiuti nella sua patria e così è per il vangelo in quelle terre cristianizzate da decine di secoli. 

Quando la professione della fede costava ai martiri persecuzioni, torture e una morte terribile il cristianesimo era una minoranza religiosa che generava frutti di santità e di reale conversione. Nel momento in cui ottenne il riconoscimento e l'appoggio del potere politico, divenendo religione di Stato, molti animi si raffreddarono, molte conversioni divennero un fatto esteriore, un automatismo, nel necessario adeguamento al principio del cuius regio, eius religio: "di chi è il regno, di lui sia la religione", ovvero i sudditi seguano la religione del loro governante. In quel contesto si sviluppò il monachesimo egiziano, con i cristiani più intransigenti che si stabilivano nel deserto, lontano dalla città, per recuperare l'autenticità del messaggio evangelico.

Anche oggi, nella nostra stanca Europa, ma potremmo dire in tutti i paesi di lunga tradizione cristiana, l'accoglienza di Gesù è spesso pigra, fredda e pervasa di incredulità. Per certi versi anche a ragione; ci si chiede: quanto hanno cambiato in meglio la nostra civiltà oltre duemila anni di cristianesimo? La nostra storia, anche quella specificamente cristiana, è piena di pagine buie e ignominiose. 

Ma se il vangelo non è riuscito a trasformare le nostre vite, la società, il nostro mondo, è perchè lo abbiamo dato "per scontato", come un qualcosa di "familiare" alla nostra cultura, "geneticamente" presente in essa, ma proprio per tale ragione non lo abbiamo preso sul serio. Se le nostre vite non cambiano, se il nostro mondo non cambia, se il Signore non opera tra noi molti miracoli, è per la nostra incredulità. 

Ogni giorno, siamo chiamati ad accogliere il vangelo come parola nuova, parola profetica, capace di mettere in discussione le nostre esistenze, che si sentono naturalmente - ma sono spesso solo nominalmente - "imparentate con Cristo". 

Non dimentichiamo le parole di Gesù rivolte a coloro che si ritenevano salvi in quanto "figli di Abramo": «Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Mt 3,8-9).

Preghiera

Signore, aiutaci a cogliere la portata del tuo messaggio profetico, affinché possa radicalmente trasformare le nostre vite e, attraverso di esse, portare la tua benedizione all'intera umanità. Amen.

giovedì 29 luglio 2021

Fermati 1 minuto. La giustizia e l'amore di Dio

Lettura

Luca 10,38-42

38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Meditazione

Gesù sta compiendo il suo ultimo viaggio dalla Galilea a Gerusalemme e fa una piccola deviazione per una sosta. Viene accolto in una casa cui è molto affezionato, quella di Marta e Maria, sorelle dell'amico Lazzaro. 

Questa accoglienza si esprime in due modi differenti e in un certo senso complementari. Marta si impegna nella diakonìa, nel servizio del Signore; Maria, siede ai suoi piedi, assorta nell'ascolto. Entrame le cose sono inusuali per le donne al tempo di Gesù e rappresentano l'importante ruolo da queste assunto nelle prime comunità cristiane. 

Per il ministero del servizio femminile all'interno della chiesa primitiva abbiamo una testimonianza nella lettera di Paolo ai Romani: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diacono della Chiesa di Cencre» (Rm 16,1). L'atteggiamento di porsi a sedere in ascolto davanti a una persona era invece caratteristico, nel mondo ebraico, dell'atteggiamento del discepolo verso il Maestro. Si manifesta in ciò, dunque, il discepolato femminile.

Per molti secoli i modelli di Marta e Maria sono stati utilizzati per rappresentare il contrasto tra vita attiva e contemplativa, attribuendo solitamente un maggiore valore a quest'ultima e poggiando questo giudizio sul rimprovero di Gesù a Marta. In realtà Gesù non condanna affatto l'operato di Marta, ma soltanto il suo stato d'animo, agitato e sopraffatto dalle molte preoccupazioni. 

Quando Gesù vuole essere accolto nelle nostre vite non ci chiede di "strafare". L'azione, il servizio di Cristo nel nostro prossimo, non possono schiacciare e annullare lo spazio indipensabile riservato alla contemplazione, nutrimento e ristoro dell'anima, lode di Dio. Ma a volte la stessa vita di preghiera può diventare un caricarsi di impegni e di devozioni che soffocano la dimensione più importante e più profonda della fede: l'ascolto della Parola di Dio. 

Gesù ci esorta alla semplificazione della nostra vita esteriore ed interiore; ci libera dagli affanni chiamandoci alla semplicità e alla gioia del discepolato, che è sapiente equilibrio tra il fare e l'ascoltare, il servizio e l'adorazione di Cristo: faremo così una cosa senza trascurare l'altra, compiendo "la giustizia e l'amore di Dio" (Lc 11,42).

Preghiera

Noi ti accogliamo nelle nostre vite Signore, come nostro amico e Maestro. Vogliamo servirti nel nostro prossimo con semplicità e quieta sollecitudine; vogliamo amarti, Parola vivente, degna di essere ascoltata e glorificata. Donaci la tua grazia, questa ci basta. Amen.


oppure

Lettura

Giovanni 11,19-27

19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». 27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».

Meditazione

Appresa la notizia della morte di Lazzaro, Gesù non esita a recarsi A Betania, che è vicino Gerusalemme, luogo in cui i giudei gli sono particolarmente ostili.

In Palestina, il cordoglio seguiva la sepoltura, che avveniva invece il giorno della morte. Le cerimonie ebraiche erano complesse e richiedevano la presenza di almeno dieci persone. Il lutto si protraeva per trenta giorni.

Il diverso comportamento tenuto dalle sorelle di Lazzaro si accorda con quanto detto da Luca in 10,38-42, dove Maria ascolta Gesù seduta ai suoi piedi, mentre Marta "era tutta presa dai molti servizi".

Le parole pronunciate da Marta (v. 21) sono identiche a quelle che pronuncerà Maria (v. 32), "se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!"; non si tratta di un rimprovero, ma della fede nella potenza di Gesù, espressa chiaramente dalle parole di Marta "so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà" (v. 22). La sua fede inoltre è attestata dai vari titoli riuniti nella frase "Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (v. 27).

La risposta di Gesù "io sono la risurrezione e la vita" è il primo dei sette "Io sono" (gr. ego eimi) con cui, nel vangelo di Giovanni, Gesù proclama la propria natura divina, utilizzando il nome che Dio attribuisce a se stesso nella teofania presso il roveto ardente (Es 3,14).

Gesù, pienezza e fonte inesauribile di vita sazia la nostra sete di eternità, se coltiviamo la nostra amicizia con lui.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che attraverso la tua passione e risurrezione ci hai liberato dai lacci della morte, concedici di vivere in comunione con te, per risorgere a vita eterna. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Marta, Maria e Lazzaro. Amici del Signore

Nel calendario monastico occidentale si ricordano oggi Marta, Maria e Lazzaro, «amici e ospiti del Signore».
«Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (Gv 11,5): accanto agli uomini e alle donne che lo avevano seguito nella sua predicazione, gli evangelisti ricordano questi amici del Signore che lo accolsero nella loro casa e furono particolarmente associati al mistero della sua morte e resurrezione.

Icona dipinta a mano in stile bizantino, cm 32x40
Marta, Maria e Lazzaro insieme a Gesù, icona di Bose

Marta accoglie Gesù e si mette a servire colui che era venuto nel mondo per servire e dare l'esempio di un amore «fino alla fine».
Maria di Betania è presentata dai vangeli come preoccupata solo di accogliere la presenza del Signore e di custodirne la Parola; secondo Giovanni è lei a cospargere di olio profumato il Cristo e ad asciugargli i piedi con i propri capelli, anticipando profeticamente l'unzione del corpo di Gesù per la sepoltura.
Lazzaro è l'amico che Gesù tanto amava e che richiama in vita proprio mentre si accinge a deporre la propria vita, offrendo così in quest'ultimo segno una profezia della resurrezione.
Marta, Maria e Lazzaro diedero il conforto dell'amicizia e un luogo di riposo al Figlio dell'uomo che non aveva una pietra su cui posare il capo. I monaci, da sempre attenti a riconoscere e servire il Cristo presente nell'ospite, festeggiano in loro gli ascoltatori della Parola che hanno saputo vivere l'intimità e la comunione con il Signore, fino a scorgere in quel Gesù che bussava alla loro porta il Messia che li avrebbe accolti nella dimora del Padre.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

mercoledì 28 luglio 2021

Fermati 1 minuto. Arricchire davanti a Dio

Lettura

Matteo 13,44-46

44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45 Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Meditazione

Queste due parabole riportate da Matteo hanno il medesimo significato. Entrambe rappresentano la salvezza come qualcosa di nascosto alla maggior parte degli uomini, ma di tale valore che vale la pena abbandonare tutto per possederla.

La parabola del tesoro nascosto si inscrive nella tradizione sapienziale ebraica, come attestata dal libro dei Proverbi: "Se la ricercherai come l'argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio" (Pr 2,4-5)

Nella parabola della perla preziosa il verbo greco zetèo - cercare - è un termine-chiave. Infatti, solo coloro che cercano il regno di Dio lo troveranno.

Gli ebrei che rifiutano Gesù non hanno cercato con sincerità. Il che non esclude l'applicazione esortativa del significato di queste parabole agli stessi cristiani.

Le Scritture sono il campo in cui il tesoro della salvezza è nascosto. Non si trova in un giardino chiuso, ma in un campo aperto, così che chiunque possa scoprirlo, scrutando la parola di Dio. Occorre però investigare le Scritture in profondità e non fermarsi alla superficie.

Cristo è il tesoro, la perla di grande valore; colui che ci fa arricchire davanti a Dio.

Preghiera

Lasciati trovare da noi Signore, perché siamo poveri finché non abbiamo conosciuto te, che sei il bene di quanti accumulano tesori in cielo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona