Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 12 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Purificati dall'amore

Lettura

Luca 11,37-41

37 Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. 38 Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39 Allora il Signore gli disse: «Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. 40 Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? 41 Piuttosto date in elemosina quel che c'è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo.

Sintesi

Gesù rompe le regole rituali e accusa i farisei di formalismo vuoto. Le norme senza carità perdono senso: l’elemosina e l’amore per il prossimo purificano il cuore e ogni cosa.

Commento

In questo brano di Luca vediamo Gesù rompere l'osservanza delle regole religiose giudaiche, provocando una reazione di meraviglia, probabilmente di sdegno, nel fariseo che lo ha invitato a pranzo. Il Signore - così è chiamato qui Gesù, forse a sottolineare la sua signoria sulla stessa Legge - si siede direttamente a tavola, senza fare le abluzioni rituali. 

La reazione del fariseo diventa occasione per una dura accusa di Gesù verso un'intera classe religiosa, alla quale egli rimprovera di essere tanto attenta alla "norma" quanto vuota spiritualmente. L'appellativo di "stolti" richiama la letteratura sapienziale, in cui ricorre frequentemente per indicare l'uomo che si rifiuta di orientare la propria vita a Dio e che assume un atteggiamento di presunzione e di disprezzo. Un atteggiamento che ricorre spesso nei farisei descritti dai Vangeli ma che può costituire una tentazione anche per i cristiani. 

Quando il diritto canonico, le rubriche liturgiche, il catechismo, diventano fine a se stessi, viene a mancare l'essenziale, ovvero la carità che muove a misericordia verso il prossimo e dà senso a ogni norma religiosa. Nello specifico è qui raccomandata l'elemosina, pratica del tutto estranea al mondo pagano e ritenuta capace di esporre all'impurità - nel contatto con la gente bisognosa - in quello giudaico. 

"Tutto sarà mondo" (v. 41) per chi si apre alle necessità del prossimo. Un'affermazione del genere è rivoluzionaria. In un ambiente religioso sovraccarico di leggi e prescrizioni - spesso di natura puramente umana - e ossessionato dal timore per l'impurità, Gesù proclama la capacità dell'amore e della generosità di purificare il cuore dell'uomo e ogni cosa che lo circonda. 

L'affermazione di Gesù è ribadita da Paolo, la cui influenza è rilevante sul corpus degli scritti di Luca (Vangelo e Atti degli Apostoli): "Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro; sono contaminate la loro mente e la loro coscienza" (Tt 1,15). Solo attraverso la carità potremo custodire l'integrità del nostro corpo e del nostro spirito.

Preghiera

Crea in noi, Signore, un cuore puro; liberaci dal cuore di pietra e donaci un cuore di carne. Affinché animati dalla tua carità possiamo essere solleciti verso i bisogni del nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 11 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Segni

Lettura

Luca 11,29-32

29 Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. 30 Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31 La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. 32 Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui.

Sintesi

Gesù è il vero segno: come Giona riemerse dal pesce dopo tre giorni, egli muore e risorge per salvarci. Più grande di Giona e di Salomone, annuncia la salvezza e ci chiama alla conversione per amore, non per timore.

Commento

La folla pretende di vedere continuamente dei "segni" da parte di Gesù: prodigi, guarigioni, esorcismi. Ma la sua risposta spazza via ogni falsa attesa, richiamando la gente che lo segue al senso profondo di ciò che sente e ascolta. Non sono, in realtà, dei "segni" che essa deve aspettare, perché il "segno" vero è lui stesso: la sua persona, la sua parola e la sua testimonianza. Questo "segno" va accolto attraverso un impegno di conversione, l'unico capace di far riconoscere la grandezza di Gesù e del suo insegnamento, che si innalza ben sopra quella di Salomone. 

Il "segno di Giona" è interpretato da Gesù in relazione alla sua morte e risurrezione. Come Giona fu gettato dalla barca per salvare la vita dell'equipaggio minacciato dalla tempesta, così Gesù è stato gettato fuori da questo mondo nella sua passione per salvarci dalla tempesta del peccato; e come Giona riemerse dal ventre del pesce dopo tre giorni e tre notti, così Gesù risorge il terzo giorno, liberandoci dal potere della morte. 

Gli abitanti di Ninive risposero alla predicazione di Giona, che minacciava la distruzione della città da parte di Dio, cospargendosi di cenere e facendo quaranta giorni di penitenza. Anche noi siamo chiamati al ravvedimento, dalla persona di Gesù, che è molto più grande di Giona. Ma mentre quest'ultimo predicava l'imminente castigo di Dio, Gesù annuncia la buona notizia della salvezza, che ci spinge a conformarci alla volontà di Dio non per timore, ma in risposta al suo gratuito atto d'amore. 

Il sorgere (v. 31) della regina del sud, insieme agli abitanti di Ninive, nel giorno del giudizio, indica la loro risurrezione, ma anche la loro accusa contro la generazione incredula. La sapienza di cui Dio aveva rivestito Salomone diventa fulgida manifestazione della misericordia divina nel volto di Gesù, disprezzato, flagellato, crocifisso per essersi fatto carico dei nostri peccati: "Ecco l'uomo!" (Gv 19,5); ecco il Figlio di Dio che viene a visitarci come amore disarmato e come tale ci chiede di accoglierlo.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che ti sei fatto peccato in nostro favore, perché diventassimo giusti davanti a Dio, concedici di conformarci sempre più a te, segno vivente dell'amore del Padre. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 10 ottobre 2026

Coraggio, alzati

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

O Dio, poiché senza di te non siamo capaci di compiacerti; concedi, misericordioso, ai nostri cuori, di essere guidati dal tuo Santo Spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 4,17-32; Mt 9,1-8

Sintesi

In Cristo la fede è rinascita e guarigione: come il paralitico, perdonato e risanato, siamo chiamati a rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio, che solo Gesù, con autorità divina, può operare in noi.

Commento

La vita nella fede è un'esperienza di rinascita e di guarigione radicale. L'aspetto di rinascita, predicato da Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo, è approfondito da Paolo nella sua lettera agli Efesini, nell'ottica di un'esortazione che va oltre il senso semplicemente morale del discorso, facendosi descrizione di ciò che Dio opera nel credente.

Il passo del Vangelo di Matteo, che in maniera più sintetica dei paralleli di Marco e di Luca descrive la guarigione del paralitico, offre una lettura dell'esperienza cui conduce l'incontro con Cristo, il quale ha autorità di rimettere i peccati sulla terra, sanando radicalmente la nostra natura umana.

La sottolineatura della capacità di Gesù di rimettere i peccati in terra indica la chiara proclamazione della sua natura messianica. Fino ad allora, infatti, i credenti israeliti avevano confidato in una remissione dei peccati in cielo, da parte di Dio, che solo poteva operarla efficacemente.

Il racconto ci fa intendere che molti dei presenti non mancano di individuare la potenza divina in questo miracolo, ma gli sfugge il fatto che Cristo stesso l'ha operato nel proprio nome: "Io ti dico" riferiscono i passi paralleli di Marco e Luca. È in questo "Io", in questa formula indicativa, che si esprime la novità radicale del messaggio evangelico. Gesù non è semplicemente un profeta, un riformatore religioso, un guaritore, ma il Messia pienamente investito di autorità divina, l'Emmanuele annunciato dai profeti dell'Antico Testamento.

Gesù comanda al paralitico non solo di alzarsi in piedi ma anche di tornare a casa sua portando via il suo lettino. Il segno della malattia che lo ha costretto per lungo tempo all'immobilità, rimane come testimonianza della radicale svolta che l'incontro di Cristo ha determinato nella sua vita. Gesù rimette i nostri peccati ma non cancella in noi il ricordo di essi, affinché possiamo avere sempre davanti ai nostri occhi il prevalere della sua grazia. 

Esaminando il racconto di questo miracolo, non bisogna sorvolare sul ruolo importante degli amici, che intercedono per il paralitico (nel passo parallelo di Marco e Luca fino ad arrampicarsi sul tetto della casa in cui sta predicando Gesù, per aprire un varco e calare il malato al centro della stanza). La carità fraterna ha un ruolo importante nel muovere a compassione Gesù.

Paolo esorta "nel nome del Signore" (Ef 4,17), ovvero con autorità, con l'autorità che deriva da Cristo stesso e dal suo vangelo, a non camminare nella vanità della propria mente; letteralmente "nella vacuità ed estranei alla vita di Dio". La vita "pagana" è vita che si aggrappa a ciò che è vuoto, impermanente e che offusca la ragione. L'estraneità alla vita di Dio non è semplicemente il non condurre una vita da "persone per bene", ma il privarsi di un'esistenza vissuta in pienezza.

La vita di Dio è la vita - come dice Teodoro di Beza - qua Deus vivit in suis (che Dio vive in se stesso); la vita spirituale accende nei credenti la vita stessa di Dio. La vita di Dio non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che viene dall'alto, la rinascita per opera dello Spirito Santo, che porta con sé il germe della pace, della gioia, dell'eternità.

Paolo ci esorta a essere rinnovati "per rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio". Questa identità nuova, questo rinnovamento non solo della personalità ma dell'intera natura umana, non è opera dell'uomo: è una creazione, un'opera di Dio (Ef 4,24).

Gesù viene in nostro soccorso e ci consente di levarci dal nostro giaciglio, di lasciarci guarire, rinnovare, creare a immagine di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 8 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Una mite intransigenza

Lettura

Luca 11,15-26

15 Ma alcuni dissero: «È in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16 Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17 Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull'altra. 18 Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. 19 Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. 20 Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. 21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. 23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. 24 Quando lo spirito immondo esce dall'uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. 25 Venuto, la trova spazzata e adorna. 26 Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell'uomo diventa peggiore della prima».

Sintesi

Accusato di fare il bene per opera del maligno, Gesù mostra l’assurdità dell’accusa: anche il male ha una sua unità. Chi cerca segni non guarda ai frutti. Chi è con lui libera dal male; chi è contro di lui disperde.

Commento

Fare il bene per opera del maligno. Questa l'accusa che "alcuni" - non si specifica qui se si tratta di farisei e dottori della legge - muovono a Gesù. Qui si invera il salmo 108: "Mi rendono male per bene e odio in cambio di amore". Ma Gesù, che conosce i loro pensieri, afferma l'assurdità dell'accusa rivolta dai suoi oppositori: perché vi è una gerarchia, una "unità" anche nel dominio del male. 

Satana porta divisione, ma anch'egli possiede un regno con una unità di scopo: distruggere l'opera salvifica di Cristo e lo stesso genere umano. Gesù ha attestato in tante occasioni che la sua opera porta guarigione e liberazione. Ma la cecità dei suoi avversari chiede "un segno dal cielo". Essi non guardano ai frutti per giudicare l'albero (Mt 7,20); la loro incredulità ha bisogno di segni e prodigi. Un rischio che corre anche il cristiano, quando non gli è sufficiente l'esperienza salvifica che si realizza in chi accoglie l'evangelo ma ricerca a tutti i costi l'evento miracoloso, sul quale far poggiare una fede vacillante. 

Il Verbo incarnato è capace di "strappare l'armatura" del nemico; siamo però messi in guardia di vigilare perché quest'ultimo si accanirà contro la nostra "casa spazzata e adorna" più di prima (vv. 25-26). Gesù opera "con il dito di Dio", ovvero con la potenza del Padre, e chi è con lui è rivestito della stessa capacità di liberare le anime dal male. Ma chi è contro di lui "disperde", perché la sua opera, lungi dal portare a una messe abbondante, è come il seme caduto lungo la strada (Mt 13,1-9). 

In un altro passaggio evangelico, Marco riporta che l'apostolo Giovanni si rivolse a Gesù dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri»; Ma Gesù rispose: «Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,38-40; vedi anche Luca 9,50). Sono parole solo in apparente contraddizione con quanto riportato da Matteo: «Chi non è con me, è contro di me» (v. 23). L'importante, infatti, è muoversi nel perimetro tracciato dal vangelo. Qui sta la mite "intransigenza" di Gesù. Allora raccoglieremo frutti di salvezza, e raccoglieremo in abbondanza, come strumenti della sua stessa grazia.

Preghiera

Signore, noi riconosciamo la tua parola, come parola di vita e liberazione; concedici di custodirla per essere liberi dagli assalti del Maligno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Tichon di Mosca. Una luce per la cristianità perseguitata

Tichon (1865-1925), vescovo a Lublino e in America, uomo di dialogo ecumenico, divenne patriarca di Mosca nel 1917; perseguitato dai sovietici, fu segno di speranza per i cristiani russi.

La notte del 7 aprile 1925 cessa di battere il cuore malato di Tichon, patriarca di Mosca e di tutta la Russia. È l'epilogo di una vicenda umana tragica e straordinaria nello stesso tempo.

Figlio di un parroco di provincia, Vasilij Bellavin nacque nel 1865 a Toropec, nei, pressi di Pskov. Dopo gli studi, dovendo scegliere tra il matrimonio e la vita monastica prima dell'ordinazione presbiterale, optò per la seconda assumendo il nome di Tichon.

Uomo di grandi doti umane, Tichon fu consacrato vescovo di Lublino a soli 32 anni. A Lublino, come in tutte le sedi in cui eserciterà il ministero episcopale, egli fu uomo di ascolto e di grande equilibrio, capace di dialogare con cattolici e protestanti, fino a desiderare e progettare cammini di unità, che con la chiesa anglicana giungerà molto prossima al compimento.

Costretto dalla potente influenza di un'igumena locale ad abbandonare la diocesi di Lublino, Tichon fu mandato come vescovo nella missione ortodossa d'America. In America egli poté esprimere tutta la sua larghezza d'animo, divenendo riferimento di tutti gli ortodossi del Nuovo continente e gettando le basi per un'unica chiesa ortodossa americana, che mai sarà realizzata.

Trasferito nel 1907 a Vilnius, poi a Jaroslavl', nel 1917 divenne metropolita di Mosca e presiedette il Concilio della Chiesa russa, che ripristinò il titolo di patriarca, conferendolo allo stesso Tichon nel dicembre di quel medesimo anno.

Benché si fosse tenuto al di fuori della politica e cercasse unicamente di confortare i fedeli santificando con la sua intercessione una chiesa ormai votata al martirio, il suo fu un lento calvario. Deposto nel 1923, arrestato, confinato e recluso, Tichon seppe illuminare con la luce interiore del suo cuore l'estrema solitudine dei cristiani russi, ponendo così un segno di quella speranza escatologica che costituisce da sempre l'anima più vera del cristianesimo russo.

Tracce di lettura

Figli miei! Anche se ad altri sembrerà debolezza questa santa mitezza della chiesa, questi nostri appelli alla paziente sopportazione dell'inimicizia contro i cristiani e della cattiveria, questa contrapposizione degli ideali cristiani alle prove, e alla normale inclinazione umana ai beni della terra e alle comodità della vita mondana; e anche se alla mentalità mondana sembrerà «insopportabile» e «crudele» la gioia che trova la sua sorgente nella sofferenza a causa di Cristo, noi preghiamo voi, per tutti i nostri figli ortodossi, di non abbandonare questa disposizione cristiana, l'unica che porta alla salvezza; di non deviare dal cammino della croce, che Dio ci ha mandato dall'alto, per il cammino mondano della violenza e della vendetta. Non adombrate questa vostra eroica saldezza cristiana con il ritorno a un'idea della difesa del bene ecclesiale, che svilirebbe la chiesa e abbasserebbe voi al livello delle azioni di coloro che la bestemmiano. Signore, proteggi la nostra Russia ortodossa da un tale orrore! (Tichon di Mosca, Lettere ai fedeli )

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Tichon di Mosca (1865-1925)

martedì 6 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Imparare a pregare

Lettura

Luca 11,1-4

1 Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2 Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

Padre, sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno;

3 dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

4 e perdonaci i nostri peccati,

perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,

e non ci indurre in tentazione».

Sintesi

Gesù non offre tecniche di preghiera, ma nel Padre nostro ci dà i contenuti e l'atteggiamento giusto: rivolgerci a Dio con la fiducia dei figli, mettendoci alla sua scuola.

Commento

Era di uso comune, nel mondo giudaico antico, che i rabbini componessero delle preghiere da recitare per i propri discepoli; non sorprende dunque la domanda fatta dai discepoli a Gesù e il richiamo a Giovanni Battista e ai suoi seguaci. 

Avendo visto Gesù molte volte pregare in disparte, i discepoli mostrano la loro umiltà, riconoscendosi bisognosi di imparare a pregare. Anche noi spesso non sappiamo bene come rivolgerci a Dio: meglio recitare alcuni salmi? Oppure sostare in un silenzio contemplativo? O ancora utilizzare tante preghiere "prefabbricate" dagli uomini, piuttosto che optare per la spontaneità di quel che il nostro cuore mette sulle nostre labbra in un dato momento? 

Gesù non entra in questi dettagli, relativi alle "tecniche" di preghiera; ma nel Padre nostro offre una sintesi dei contenuti che deve possedere la nostra orazione e dell'atteggiamento che dobbiamo avere davanti a Dio mentre preghiamo. Non a caso l'evangelista Matteo trasmette il Padre nostro al termine del discorso della montagna - grande sintesi dottrinale del vangelo - mentre Luca lo pone in un momento in cui Gesù si trova in disparte con i suoi discepoli. 

Il Padre nostro è il nucleo centrale di tutto l'evangelo. Innanzitutto ci insegna a rivolgerci a Dio in modo filiale, non come a un tiranno o come a un padre-padrone, ma come a un padre amorevole quale è quello, ad esempio, che troviamo rappresentato nella parabola del figliol prodigo. Un padre che fa splendere il sole suoi buoni e sui malvagi, perché non desidera che il peccatore perisca, ma che si converta e viva (Ez 33,11). 

Per questo santifichiamo il suo nome, ovvero il suo modo amorevole di "essere-con-noi" sebbene "nei cieli". Con questa espressione, che manca nella versione di Luca, è indicata la patria in cui siamo chiamati a fare ritorno, proprio come il figliol prodigo e come indicato dall'apostolo Paolo: "Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli" (2 Cor 5,1). 

Gesù ci esorta poi a invocare il Regno di Dio, ovvero la restaurazione del mondo, che ora geme nel peccato e nella sofferenza. 

Il pane che chiediamo è per l'oggi. Gesù ci insegna a non preoccuparci troppo del domani «perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34).

I peccati poi chiediamo che ci vengano perdonati perché noi li perdoniamo ai nostri debitori; Gesù insegna: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).

E infine chiediamo di essere liberati dalla tentazione; come ancora esorterà a fare Gesù nel giardino degli ulivi, prima dello "scandalo" della sua Passione: «Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41).

Nella versione del Padre nostro riportata da Matteo troviamo in conclusione la richiesta di essere liberati dal maligno, perché come ammonisce Pietro nella sua prima lettera: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede» (1 Pt 5,8-9). 

Anche noi siamo chiamati a metterci alla "scuola di preghiera" di Gesù, pregando con parole conformi al messaggio evangelico e, in modo particolare, con quelle che Gesù stesso ci ha insegnato.

Preghiera

Signore, noi siamo consapevoli di dover imparare a pregare; ci mettiamo alla tua scuola, riconoscendoti come maestro e unico mediatore presso il Padre. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona