Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 3 giugno 2020

La contemplazione che non sai

Sono numerose più che non si creda, anche in mezzo all'umile popolo cristiano, le anime che, sotto l'impulso dello Spirito Santo, praticano un'orazione vitale, che diventa per loro un'abitudine facile quanto le loro abitudini comuni. Ne fanno frequenti atti che sono la gioia più bella dei loro giorni; e questi atti, così semplicemente ripetuti, le innalzano, a loro insaputa, fino ad uno stato interiore, in cui non perdono più il sentimento intimo della presenza di Dio. Vivono con lui, in lui. Un mistero divino, il ricordo di una lettura, di una predica, la vista della natura e l'opera di Dio in loro, che so io?, le occuperanno dappertutto nel lavoro, nel riposo, perfino nelle conversazioni.
E questo stato sembra loro così naturale, che non sospettano neppure che sia contemplazione; le lascia così libere, le rende tanto sorridenti che nessuno può supporre la loro occupazione intima. Se voi diceste loro che sono contemplative, non lo crederebbero affatto e sarebbero molto meravigliate del vostro apprezzamento.
Ogni cristiano può dunque arrivare ad essere contemplativo; non c'è bisogno di alcun dono speciale di natura né di alcun favore eccezionale di grazia; nessuno stato fisico o spirituale vi si oppone, quando c'è una volontà seria di avvicinarsi a Dio e di unirsi a lui. Non occorre nemmeno usare mezzi difficili poiché le anime più semplici, nelle circostanze più ordinarie, vi arrivano attraverso vie comunissime. E questa contemplazione basta a condurre alle vette dell'unità. Sii certo che con questo mezzo tu puoi salire tutta la scala delle ascensioni fino alla più grande perfezione.

- Augustin Guillerand, certosino, La pianta di Dio, nn. 1188-1189, pp. 800-801

Contemplazione | La Civiltà Cattolica


Carlo Lwanga e i martiri ugandesi. Una fonte che ha molte sorgenti

Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).

Il Coraggio della Castità: SANTI CARLO LWANGA E COMPAGNI MARTIRI
Carlo Lwanga (1865-1886)
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.

martedì 2 giugno 2020

La preghiera continua: uno sguardo reciproco

Non si tratta di recitare lunghe formule né di esercizi di pietà da compiere. Si tratta di uno stato d'animo. Si prega scopando le scale (cosa che spesso dimentico di fare), segando la legna e mettendola nella stufa, accostando al tubo le mani screpolate dal freddo, e assaporando gli ultimi pensieri su qualche ricamo della fantasia. Si offre tutto questo a Dio di tanto in tanto; si rimane, senza pensarci, in questa intenzione e in questo sguardo reciproco: ed è la preghiera, quella vera, quella che parte dal cuore e diviene vita; quella che unisce la formula del mattino a quella della sera e riempi la giornata; è essa che rende pieni i giorni e li rende dolci quando si presentano con delle spine in mano.

- Augustin Guillerand, certosino, Valore apostolico della vita contemplativa, t. 2, p. 183

certosino

Niceforo e lo scontro sulle immagini sacre

La chiesa Cattolica e le Chiese ortodosse celebrano oggi la memoria di Niceforo, I, Patriarca di Costantinopoli.
Niceforo è un santo che fu patriarca di Costantinopoli nell’epoca di quel rigurgito di iconoclastia che si ripresentò nel IX secolo, benché la questione fosse stata dogmaticamente risolta già nel II Concilio Ecumenico di Nicea del 787.
Niceforo nacque intorno al 758 da una famiglia agiata. Partecipò come segretario al secondo concilio di Nicea del 787. Dopo la caduta dell’imperatrice Irene (802), Niceforo ritornò nella capitale gestendo una casa per i poveri.
Alla morte del patriarca Tarasio (806), l'Imperatore Niceforo I decise di nominare patriarca Niceforo, benché fosse un semplice laico.

SANTO DEL GIORNO/ Il 2 giugno si celebra San Niceforo, patriarca ...
Niceforo, Patriarca di Costantinopoli (758-828)
Non sappiamo molto dei primi anni del ministero episcopale di Nioceforo. Le notizie aumentano con il sorgere dei problemi, allorquando il patriarca si oppose alla politica religiosa imperiale. Sotto l’impero di Leone V l’Armeno (813-820), infatti, esattamente nel dicembre 814, ci fu uno scontro tra l’imperatore e il patriarca, dovuto al fatto che Leone aveva ripreso la tendeza iconoclasta. San Niceforo, sostenuto da un’ampia schiera di vescovi e teologi iconòduli (tra cui san Teodoro Studita), invece, si poneva sulla linea della tradizione che non solo promuoveva la venerazione delle immagini sacre, ma ne affermava anche la liceità dogmatica. Per il suo strenuo coraggio di non sottomettersi ai compromessi imperiali, san Niceforo fu deposto e costretto all’esilio.
Niceforo dovette ritirarsi nel monastero di San Teodoro, a nord di Crisopoli (località poi distrutta, attualmente corrispondente al quartiere Üsküdar di Istanbul). Tra l’814 e l’820 ebbe modo di comporre, tra le sue opere religiose e storiche, scritti che riguardano la controversia iconoclastica.
Sotto Michele II ricevette la proposta di tornare patriarca a condizione che non si immischiasse nella controversia iconoclastica, ma il santo vescovo rifiutò. Rimase in quel monastero fino alla sua morte, che avvenne nell’828.
Morto in esilio, il suo corpo fu solennemente riportato a Costantinopoli dall’imperatrice Teodora, il 13 marzo 846.
E' venerato sia dalla Chiesa Cattolica che dalle Chiese Ortodosse il giorno 2 giugno. Gli ortodossi ricordano anche la traslazione del suo corpo il 13 marzo.

- Ruggiero Lattanzio

lunedì 1 giugno 2020

Giustino. Cristo è il Verbo di cui fu partecipe tutto il genere umano

Attorno all'anno 165, sotto l'imperatore Marco Aurelio, muore martire assieme a sei compagni Giustino, ricordato nella tradizione antica come «il Filosofo».
Nativo di Flavia Neapolis, l'antica Sichem, Giustino era di famiglia pagana. Egli ricevette un'educazione raffinata nell'ambiente ellenistico del suo tempo, e cercò la risposta ai suoi più profondi interrogativi esistenziali aderendo a diverse scuole filosofiche, senza tuttavia trovare la pace a cui anelava.

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Giustino (+ 165 ca)
La sua vita cominciò a cambiare quando egli incontrò gli scritti dell'Antico Testamento, verosimilmente nell'interpretazione datane dai maestri ebrei di quell'epoca. Attraverso le Scritture ebraiche, Giustino approdò al cristianesimo, probabilmente a Efeso. Decisiva per la sua adesione alla fede cristiana fu la testimonianza di tutti coloro che per Cristo erano disposti a dare la vita fino al martirio.
A Efeso egli decise di vestire il pallio dei filosofi e di iniziare un ministero di predicazione itinerante di quella che era ormai per lui «la vera filosofia». Giunto a Roma sotto Antonino Pio, vi fondò una scuola per diffondere il cristianesimo.
Giustino passò alla storia per la passione e la coerenza con cui difese la fede cristiana dalle accuse dei detrattori. Ciò non gli impedì tuttavia di riconoscere i semi del Verbo presenti al di là dei confini della chiesa visibile, e in tal modo radicò l'annuncio della novità cristiana nella sapienza dei filosofi pagani e dei profeti di Israele.
Giustino morì in un luogo imprecisato, per essersi rifiutato di sacrificare agli dei, dopo aver raggiunto, non senza affrontare molte prove, quella serenità che era stata il fine di tutta la sua ricerca filosofica.

Tracce di lettura

Noi affermiamo che Cristo è nato centocinquant'anni fa sotto Cirino, e ci insegnò quello che noi diciamo, qualche tempo dopo, sotto Ponzio Pilato. Nessuno obietti che tutti gli uomini che vissero prima sarebbero irresponsabili.
Ci è stato insegnato che Cristo è il primogenito di Dio, e abbiamo dimostrato che egli è il Verbo di cui fu partecipe tutto il genere umano. Coloro che vissero secondo il Verbo sono cristiani, anche se furono giudicati atei, come tra i greci Socrate ed Eraclito, e tra i barbari Abramo, Anania, Azaria e Misaele e molti altri. Quanti sono vissuti e vivono secondo il Verbo, sono cristiani, e sono impavidi e imperturbabili.
(Giustino, Apologie 1,46,1-4)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose