Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 5 settembre 2026

La mente creatrice del futuro: un'analisi sulla meditazione buddhista

Perché la felicità non dipende da dove siamo, ma da come pensiamo

C'è una domanda che attraversa ogni cultura e ogni epoca: perché, a parità di circostanze, due persone vivono la stessa situazione in modo completamente diverso? La risposta arriva da millenni di osservazione della mente umana, e nel buddhismo ha un nome preciso: dukkha, la sofferenza insoddisfacente che pervade l'esistenza condizionata. La prima delle Quattro Nobili Verità non dice che il mondo sia negativo in sé, ma che il nostro modo abituale di relazionarci ad esso genera sofferenza. Non è il mondo a determinare il nostro benessere, ma il modo in cui lo elaboriamo.

Immaginiamo l'essere umano come un sistema a tre livelli, profondamente interconnessi: il corpo, l'ambiente e la mente. Il corpo è la nostra interfaccia biologica — sonno, alimentazione, equilibri ormonali plasmano continuamente il nostro stato psicofisico. Basta una banale reazione istaminica a una puntura d'insetto per generare irritabilità del tutto slegata da cause esterne. L'ambiente, a sua volta, ci modella: nessuno esiste isolato, e questo richiama il principio dell'origine dipendente (pratityasamutpada), secondo cui nulla esiste per conto proprio ma tutto sorge in relazione a cause e condizioni. Ma la relazione è biunivoca: se l'ambiente ci trasforma, è la nostra mente a determinare, in larga parte, l'ambiente che costruiamo attorno a noi.

Il vero moltiplicatore: la mente

Tra questi tre fattori, ce n'è uno che pesa più di tutti gli altri messi insieme. Una tradizione contemplativa racconta di un allievo che chiese al proprio maestro di consultare gli astri per sapere se un certo giorno fosse propizio per un viaggio già organizzato. Il maestro rifiutò, spiegando che l'influenza della mente sulla nostra esperienza supera di mille volte quella di qualsiasi congiunzione astrale.

Siamo abituati a cercare fuori di noi il colpevole del nostro disagio, nella speranza illusoria di poter controllare l'ambiente per essere finalmente sereni. Questo meccanismo ci imprigiona in ciò che il buddhismo chiama i tre veleni della mente: l'attaccamento (raga) per ciò che riteniamo piacevole, l'avversione (dvesha) per ciò che riteniamo dannoso, e l'ignoranza (avidya) — il non vedere le cose così come realmente sono — che alimenta entrambi. Sono queste le radici del samsara, il ciclo di esistenza condizionata in cui restiamo intrappolati finché non impariamo a riconoscerne il funzionamento.

Anche il contesto più idilliaco non è una garanzia. In un celebre aneddoto della tradizione tibetana, un praticante occidentale, dopo aver setacciato l'India in cerca del ritiro perfetto, si stabilì in una baita isolata tra le montagne — per scoprire, poche settimane dopo, che persino il canto degli uccelli lo faceva impazzire. Una mente non allenata trova comunque un motivo di sofferenza, ovunque si trovi. Una mente allenata, al contrario, mantiene il proprio equilibrio anche nella malattia o nel conflitto — questa è, in fondo, la promessa della terza Nobile Verità: la cessazione della sofferenza è possibile.

Le abitudini che ci costruiscono (o ci intrappolano)

Ogni esperienza nasce dall'incontro tra condizioni esterne — persone, luoghi, eventi — e condizioni interne: il nostro stato mentale del momento. Queste condizioni agiscono da inneschi, risvegliando predisposizioni che ci portiamo dietro da tempo, ciò che la dottrina karmica descrive come semi (bija) depositati da azioni passate, pronti a germogliare quando incontrano le circostanze giuste. Se abbiamo una forte tendenza alla rabbia, basterà una scintilla minima per farla esplodere — e ogni volta che reagiamo con aggressività, rinforziamo quel circuito, seminando nuovo karma per la prossima occasione.

Qui si nasconde una delle scoperte più interessanti delle neuroscienze contemporanee, che dialoga sorprendentemente bene con la filosofia buddhista: il cervello è plastico per definizione. Non è semplicemente possibile cambiare — è impossibile non farlo. Questo trova un'eco precisa nella dottrina dell'anatta, l'assenza di un sé fisso e immutabile: se non esiste un "io" statico ma un flusso continuo di condizionamenti, allora la trasformazione non è solo possibile, è la natura stessa della mente. Ogni lamentela allena la lamentela; ogni scorrimento distratto sullo schermo dello smartphone allena la distrazione. Il filosofo indiano Shantideva, nel suo trattato sulla condotta del bodhisattva, scriveva già secoli fa che non esiste nulla che non diventi più facile con l'abitudine.

Il vero spazio di libertà non sta nel controllare le circostanze, ma nello scegliere consapevolmente con cosa allenarci — un esercizio che nella tradizione prende il nome di sati, la piena consapevolezza del momento presente, quarto elemento del Nobile Ottuplice Sentiero. Molti di noi vivono il presente come pura reazione al passato: reagiamo oggi a ferite di anni prima, restando prigionieri di nodi mai sciolti.

L'alternativa è trattare ogni istante presente come una causa che genera il futuro, secondo la legge di causa ed effetto (karma) che permea l'intero impianto etico buddhista. Se desideriamo relazioni armoniose ma rispondiamo con aggressività al primo attrito, stiamo seminando l'esatto opposto di ciò che vogliamo raccogliere. Per questo, di fronte a una difficoltà, la domanda "perché mi succede questo?" è quasi sempre sterile. Molto più utile chiedersi: di fronte a questa situazione, qual è l'azione che mi avvicina al futuro che desidero? È lo spirito della retta azione e del retto sforzo, due tappe del sentiero verso la liberazione.

Meditare non è svuotare la mente

Qui si inserisce un equivoco molto diffuso. In sanscrito la parola per meditazione è bhavana, in tibetano gom: entrambe significano, letteralmente, "familiarizzare" o "coltivare". Non si tratta di raggiungere il vuoto mentale o di dissociarsi dalla realtà, ma di coltivare deliberatamente uno stato mentale virtuoso — amore (metta), compassione (karuna), pazienza, stabilità — ripetendolo fino a renderlo spontaneo. È il seme del bodhicitta, l'intenzione altruistica di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza, che nella tradizione mahayana rappresenta il motore stesso della pratica. Per questo la meditazione richiede sempre un oggetto preciso: svuotare la mente può dare sollievo immediato, ma nel lungo periodo rischia di produrre una forma di anestesia emotiva, non di crescita.

Il meccanismo è lo stesso che regola qualsiasi abitudine fisica: cambiare postura, o rinunciare a un alimento a cui teniamo, richiede all'inizio uno sforzo cosciente e talvolta scomodo. Con la ripetizione, quello sforzo si trasforma in un gesto naturale. Allo stesso modo, "meditare sull'amore" non significa analizzarlo a tavolino — studiare la teoria del sollevamento pesi non fa crescere i muscoli. Bisogna generare concretamente il sentimento e restarci dentro il più a lungo possibile, senza lasciarsi trascinare altrove dalla mente, coltivando quella qualità di attenzione sostenuta che i testi classici chiamano shamatha, la calma dimorante.

Il vero nemico: la pigrizia

Se la meditazione è così efficace, perché così pochi la praticano con costanza? Il primo ostacolo è la pigrizia, che affonda le radici in un meccanismo cerebrale molto concreto: la tendenza a risparmiare energia ogni volta che è possibile. Non è un caso che la nostra memoria si sia progressivamente indebolita nell'era digitale, mentre i monaci buddhisti dell'antichità tramandarono oralmente, per secoli e con fedeltà quasi perfetta, centinaia di sutra.

La pigrizia è la combinazione paradossale di sapere che un'azione è importante e non avere comunque voglia di farla. Per superarla serve un processo in quattro passaggi, ben noto alla letteratura contemplativa classica. Prima la fiducia (shraddha) — credere davvero che un certo stato interiore sia raggiungibile, come chi ha sete crede nella capacità dell'acqua di dissetarlo. Poi una forma sana di allarme — la consapevolezza lucida di cosa comporta non agire. Da questi due elementi nasce l'aspirazione, il desiderio orientato verso il cambiamento. E infine il retto sforzo (virya): l'energia, una delle sei perfezioni (paramita) del percorso del bodhisattva, che ci fa superare la soglia dell'inerzia.

Diventare alberi, non foglie

L'obiettivo finale di questo lavoro interiore è la stabilità, ciò che il Nobile Ottuplice Sentiero chiama retta concentrazione. Una metafora efficace la descrive così: una foglia nel vento è in balìa totale degli eventi, mentre un albero dalle radici profonde sente lo stesso vento, si piega, ma non cade — perché è ancorato. Stabilità non significa insensibilità: significa flessibilità, la capacità di attraversare le tempeste senza perdere l'equilibrio né la gioia, quella qualità che i testi tibetani associano all'equanimità (upeksha), il quarto degli "incommensurabili" insieme ad amore, compassione e gioia empatica.

I problemi non spariranno mai del tutto: sperare di essere felici solo in loro assenza è come voler asciugare un pavimento lasciando il rubinetto aperto. Il primo passo per cambiare davvero è smettere di aspettare che sia il mondo a farlo per noi, e trovare il coraggio di guardarsi dentro, applicando pazienza alla rabbia, amore all'odio, gratitudine all'insoddisfazione — la trasformazione dei veleni in saggezza di cui parla la via del Vajrayana. Non recriminazione, ma cura attiva.

Imparare a meditare, in fondo, è come imparare a guidare: all'inizio richiede attenzione e fatica. Ma una volta acquisito lo strumento — che il Buddha stesso paragonava a una zattera per attraversare il fiume della sofferenza — va usato ogni giorno, per orientare con più lucidità la direzione della propria vita.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 4 settembre 2026

Sorella Maria, fondatrice dell'Eremo di Campello

Il 5 settembre 1961 passa da questo mondo al Padre, all'età di 86 anni sorella Maria, fondatrice della comunità dell'Eremo di Campello. Nata nel 1875 a Torino, Valeria Paola Pignetti fu una donna di salute malferma, dotata di grande forza interiore e di dolcezza; fin da giovane mostrò una propensione alla solitudine contemplativa e all'apertura verso gli altri.
Entrata nel 1901 nell'istituto delle Francescane Missionarie di Maria, per diciotto anni accolse con obbedienza i servizi sempre più impegnativi che le venivano affidati. Terminata la prima guerra mondiale durante la quale aveva assistito i feriti, lasciò con il permesso dei superiori l'istituto, in cerca di «un più largo respiro».
Dopo tre anni, essa diede vita nei pressi di Campello sul Clitumno in Umbria, a una delle esperienze più limpide di vita evangelica del xx secolo, dapprima nel Rifugio San Francesco, e dal 1926 nell'Eremo francescano, sopra le fonti del Clitumno. Restaurato questo antico eremo, sorella Maria vi visse fino alla morte, assieme ad alcune compagne, con un programma fatto soltanto di preghiera, lavoro e accoglienza degli ospiti, in una tensione via via crescente alla comunione con ogni creatura.
Sorella Maria ebbe rapporti epistolari con Gandhi, Albert Schweitzer, Friedrich Heiler, Primo Mazzolari, Evelyn Underhill, Giovanni Vannucci e molti altri. A motivo della sua amicizia con Ernesto Buonaiuti, e poiché presto erano entrate a far parte della sua comunità alcune sorelle non appartenenti alla chiesa cattolica, essa fu a lungo osteggiata dall'autorità ecclesiastica, e dovette rinunciare per quasi trent'anni alla celebrazione della messa nell'Eremo di Campello.
Quando si profilò la fine dell'interdetto, Maria, secondo le sue stesse parole, era ormai oltre, prossima a quella comunione cosmica cui aveva a lungo anelato, e che poté raggiungere nel 1961, al termine di una vita di grandi sofferenze, ma all'insegna di una grande pace interiore.

Tracce di lettura

Cara Amata, occorre che io ti spieghi per quanto posso la mia attitudine verso i fratelli; affinché io ti sia chiara, in questo, come voglio essere chiara in tutto. Ogni credenza o professione religiosa d'ogni fratello m'ispira rispetto e interessamento, non in se stessa, ma perché è del fratello, ed è come una risultante del suo temperamento, delle sue esperienze, del suo ambiente, del suo tempo.
Del tenermi lontana o vicina ai fratelli di diversa credenza, non mi sono mai preoccupata. A me preoccupa solo il debito di amore che ho verso ogni fratello.
(Sorella Maria, Lettere a Amy Turton)

Per me la chiesa è la società dei credenti. Ogni credente sincero fa parte dell'anima della chiesa; è il concerto cattolico per eccellenza. Dunque non solo con un fratello cristiano, ma con un fratello israelita o pagano, io mi sento in comunione spirituale, se egli crede e spera e ama. Con quelli poi tra i fratelli che cercano Cristo con sincerità e desiderio, io sento che «siamo un solo pane in Lui» e credo che tanto più siamo cristiani, quanto più siamo uniti; anzi è una condizione indispensabile. Ne vengono di conseguenza il rispetto scambievole, il «prevenirci con l'onore» e tutte le altre cose.
(Sorella Maria, Lettere)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Sorella Maria di Campello

Fermati 1 minuto. Gesù, parola vivente della legge

Lettura

Luca 6,1-5

1 Un giorno di sabato passava attraverso campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2 Alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso di sabato?». 3 Gesù rispose: «Allora non avete mai letto ciò che fece Davide, quando ebbe fame lui e i suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell'offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». 5 E diceva loro: «Il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

Commento

La povertà di vita abbracciata da Gesù e dai suoi discepoli è ben rappresentata da questo episodio evangelico, in cui, passando per i campi, i discepoli spigolano il grano e si cibano dei suoi chicchi. I farisei, lungi dall'affrontare direttamente Gesù, muovono il loro rimprovero direttamente ad essi, accusandoli di compiere un'azione vietata in giorno di sabato. In realtà la spigoltura era consentita dalla legge (Dt 23,26), che anzi vietava agli agricoltori di raccogliere le spighe cadute in terra durante la mietitura, essendo queste destinate da Dio ai poveri. A un agricoltore era dunque proibito lavorare di sabato ma un povero poteva raccogliere sufficiente grano per sfamarsi.

In questo che rappresenta il secondo di sei episodi riguardanti l'azione e la predicazione di Gesù contro le restrizioni del sabato egli accusa i farisei di ignoranza verso le Scritture, portando in questo caso l'esempio di Davide in fuga da Saul (1 Sam 21,1-6); l'ignoranza dei farisei non è tanto legata alla precettistica, quanto al senso profondo della legge stessa, ovvero il primato della carità. Il sabato è fatto per glorificare Dio, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione delle Scritture, ma anche alla cura del prossimo, come attestano le diverse guarigioni compiute da Gesù in questo giorno della settimana.

Trasformare il mezzo in un fine, l'osservanza esteriore della legge in una religiosità fredda, superficiale e ostentata, rende incapaci di comprendere la natura stessa di Dio, manifestata nel suo Figlio. Nel momento in cui Gesù afferma di essere "Signore del sabato" egli proclama la propria divinità, ponendosi al di sopra della legge stessa, in quanto suo autore e Messia che la porta a compimento.

Nessuna norma di disciplina ecclesiastica, nessun precetto etico o morale può avere un senso di per se stesso, per il cristiano, se non è fondato su Gesù Cristo, come modello e regola di vita, se non ha la carità come principio, sostegno e fine della propria azione. Di quanti precetti anche tanti buoni cristiani spesso si caricano senza comprenderne il senso e confidando in essi quasi dispensassero la grazia in modo "automatico": digiuni, preghiere, voti. E di quante norme "canoniche" certe autorità ecclesiastiche caricano le spalle dei credenti, soggiogandoli e costringendoli a portare pesi che non toccherebbero con un dito!

Il Figlio di Dio è venuto ad abolire la legge sublimandola nel grande precetto della carità: quella carità che, come dichiara Paolo, "non avrà mai fine"; perché solo tre cose rimangono: "la fede, la speranza e la carità; ma di tutte la più grande è la carità" (1 Cor 13,1-13). Lungi dal chiamarci a vivere una vita senza legge, una vita "sregolata", Gesù ci offre la regola aurea dell'amore, plasmata su di sé come su un libro vivente, da meditare notte e giorno. Ben possiamo applicare al Verbo di Dio incarnato quanto affermato nel libro di Giosuè: «Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto» (Gs 1,8).

Preghiera

Tienici al riparo, Signore, da una religiosità sterile ed esteriore; aiutaci ad agire sempre secondo il primato dell'amore, che si è manifestato come compimento della legge nel tuo Figlio unigenito Gesù Cristo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 3 settembre 2026

Mosè, colui che parlava con Dio faccia a faccia

Oggi negli antichi calendari delle chiese d'oriente e d'occidente si ricorda Mosè,
amico del Signore e profeta.
Mosè, che la Torah chiama «amico del Signore» e «profeta», visse probabilmente nel XIII secolo a.C., e morì alle soglie della terra promessa. La Torah si chiude con il racconto della sua morte: « Mosè, servo del Signore, morì sul monte Nebo, nel paese di Moab, sulla bocca del Signore» (Dt 34,5), e commenta: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia, come un uomo parla con l'amico» (Dt 34,10).
Poiché, prima di morire, Mosè aveva annunciato a Israele: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (Dt 18,15), i cristiani hanno riconosciuto in Gesù il nuovo Mosè, ovvero il profeta che ha inaugurato i tempi ultimi dando l'interpretazione messianica e definitiva della Torah.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Un abito completamente nuovo

Lettura

Luca 5,33-39

33 Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i tuoi mangiano e bevono!». 34 Gesù rispose: «Potete far digiunare gli invitati a nozze, mentre lo sposo è con loro? 35 Verranno però i giorni in cui lo sposo sarà strappato da loro; allora, in quei giorni, digiuneranno». 36 Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio. 37 E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. 38 Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi. 39 Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!».

Commento

La legge ebraica prevedeva il digiuno solo una volta l'anno per la celebrazione dello Yom Kippur, ovvero il Giorno dell'espiazione. Tutti gli altri digiuni erano iniziative volontarie e diventavano spesso, al tempo di Gesù, un'occasione per ostentare la propria religiosità. L'unico digiuno del Signore menzionato nei Vangeli è quello compiuto nel suo ritiro di quaranta giorni nel deserto, prima di dare avvio al suo ministero. Tale digiuno è compiuto in forma privata, lontano dagli occhi del mondo, come d'altra parte egli inviterà a fare durante la sua predicazione (Mt 6,16-18).

Il richiamo dell'immagine delle nozze rimanda al nuovo rapporto sponsale di Dio con il suo popolo, nella persona e nella missione di Gesù. Non comprendendo la portata dell'evento nella storia di Israele e dell'umanità tutta, questi discepoli di Giovanni e il gruppo di farisei non riescono ad apprezzare, possiamo dire a "gustare", il vino nuovo del vangelo.

L'insegnamento di Gesù non è un "rattoppo" del giudaismo, né il vangelo può essere semplicemente un adattamento alla Legge mosaica. Vi è in esso un fermento tale da far scoppiare gli otri dell'antica religiosità ebraica; la stoffa pregiata e di nuova tessitura rappresentata dal Figlio di Dio può solo lacerare la stoffa vecchia se cucita a forza su di essa.

Gesù stesso verrà "lacerato", "strappato" ai suoi discepoli, dai dottori della vecchia legge: questo il senso della parola greca apairomai, che preannuncia la fine violenta del Messia.
Anche i cristiani rischiano di accontentarsi del vino vecchio, ignorando la novità che il vangelo porta sempre con sé nella vita personale, nelle comunità, nell'"oggi". 

Nessun vero credente cercherà di essere la copia - brutta o bella che sia - di un credente del passato, per quanto la memoria dei testimoni della fede possa essere un utile stimolo alla crescita spirituale. Il Signore vuole che la sua parola fermenti in noi producendo un vino unico e vuole intessere con le nostre vite un abito completamente nuovo.

Preghiera

Tu ci hai intessuti nel seno materno Signore; la tua grazia porti in noi a compimento ciò che hai stabilito per i nostri giorni quando ancora non ne esisteva uno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Gregorio Magno e la fine di "un" mondo

Gregorio nacque a Roma nel 540. Avviato a una brillante carriera politica, egli giunse a ricoprire, poco più che trentenne, la carica di prefetto della città. Ma, attratto dal desiderio di una più grande intimità con il Signore, abbandonò presto il prestigioso incarico per dare vita sul colle Celio al piccolo monastero di Sant'Andrea, di cui non vorrà mai assumere la carica di abate per poter servire Dio in umile obbedienza. Essendo tuttavia note le sue grandi qualità umane e spirituali, Gregorio fu nominato ambasciatore del papa a Costantinopoli. Anche nella capitale dell'impero d'oriente egli portò con sé un drappello di monaci con cui condividere l'ascolto e la meditazione quotidiana delle Scritture. 
Eletto papa alla morte di Pelagio II, Gregorio accettò come unico titolo quello di «servo dei servi di Dio», continuando a vivere, pur in mezzo ai molteplici impegni del suo nuovo ministero, con cuore semplice e povero di monaco, e servendo anzitutto gli ultimi della sua diocesi.
Vivendo in un periodo di transizione, in cui gli parve spesso di intravvedere i segni della fine imminente della storia, egli seppe far fronte con discernimento ai grandi mutamenti epocali del suo tempo, riconoscendo il ruolo emergente dei popoli barbarici e preoccupandosi di favorire il loro incontro con il vangelo, di cui rimase fino alla fine un instancabile annunciatore.
Innamorato della parola di Dio, Gregorio traspose nei suoi scritti la ricchezza della lectio divina personale e il suo amore per il monachesimo. Dobbiamo a lui l'unica biografia antica di san Benedetto, che avrà larga eco in tutto l'occidente. Gregorio morì a Roma nel 604.

Tracce di lettura

La comunità di fede è criterio ermeneutico della parola di Dio. «Spesso molte cose che nella santa Scrittura da solo non riuscivo a comprendere -dirà con coraggio Gregorio ai suoi fratelli - le ho capite quando mi sono trovato in mezzo ai miei fratelli. A seguito di questa conoscenza ho cercato di comprendere anche per merito di chi mi era stata data tale intelligenza». Ma ciò che sarà più sorprendente nel pensiero di Gregorio, è che ogni membro del popolo di Dio, se obbedisce alla Parola, è «organo di verità» per i suoi fratelli nella fede. «Quanti infatti ripieni di fede ci sforziamo di far risuonare Dio, siamo organi della verità; ed è in potere della verità che essa si manifesti per mio mezzo agli altri o che per gli altri giunga a me». Ma  tale umile discrezione  di Gregorio nei confronti dell'azione dello Spirito e della Parola ci cui obbedisce genera un modello di presidenza ecclesiale che si esprime con la formula: «Gregorio, servo dei servi di Dio».
(Benedetto Calati)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Tempera all’uovo su tavola telata e gessata, (particolare dell’icona Padri d’oriente e d’occidente) cm 40x40
Gregorio Magno (540-604)