Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 6 ottobre 2026

Bruno e la pace che il mondo non conosce

Oggi i cattolici d'occidente ricordano Bruno di Colonia (1030-1101). Dopo gli studi a Reims lasciò tutto per la vita eremitica, fondando la Certosa a Grenoble e poi l'eremo di Serra in Calabria, dove morì.

Nel 1101 muore nel romitorio di Serra, in Calabria, Bruno, fondatore della Certosa. Nato a Colonia intorno al 1030, egli aveva dapprima compiuto gli studi nella celebre scuola cattedrale di Reims, fino a diventarne in giovanissima età scholasticus, cioè maestro di teologia.

Dopo aver posto mano alla stesura di un commento sui Salmi e averne intrapreso un altro sulle epistole paoline, Bruno visse anni difficili al servizio del vescovo Manasse, notoriamente simoniaco. Maturato un certo disgusto per la mondanità della chiesa di quel tempo, Bruno rifiutò, alla deposizione di Manasse, l'elezione ad arcivescovo di Reims, e iniziò a pensare a una forma di vita conforme al suo desiderio di ricerca del Signore nella solitudine e nel silenzio.

Dopo un tempo trascorso vicino a Molesme, decise infine di ritirarsi nei pressi di Grenoble, sul massiccio della Chartreuse, da cui prenderà il nome l'Ordine certosino, dando così inizio a una forma di vita fortemente eremitica.

Chiamato da papa Urbano II, suo antico discepolo, Bruno dovette lasciare i propri compagni per recarsi a Roma al suo servizio. Ma di fronte ai dissidi tra il pontefice e l'impero, egli prese la decisione di ritirarsi definitivamente in Calabria, dando vita all'eremo di Serra.

Animo vigilante, uomo di desideri e di amore ardente per il Signore, egli poté così dedicarsi all'ascolto della parola di Dio e all'attesa del suo Regno nella preghiera. È la preghiera, secondo Bruno, che porta l'uomo a consolidare la propria umanità nella lotta che silenziosamente ha luogo nel cuore, giorno dopo giorno.

Tracce di lettura

Io abito in un eremo, da ogni lato molto distante dalle abitazioni degli uomini, nelle lontane regioni della Calabria insieme a dei fratelli che conducono vita monastica - alcuni dei quali sono ben istruiti - e che, perseverando con saldezza nei loro posti di sentinella nelle cose di Dio, attendono il ritorno del loro Signore per aprirgli subito appena busserà.
Quanta utilità e gioia divina, poi, la solitudine e il silenzio dell'eremo apportino a coloro che li amano, lo sanno solo coloro che ne hanno fatto l'esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito ritornare in se stessi e abitare con se stessi quanto a loro piace, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e cibarsi con beatitudine dei frutti del paradiso. Qui si acquista quell'occhio dal cui sereno sguardo d'amore è colpito lo Sposo e attraverso il quale, se senza macchia e puro, si vede Dio. Qui si celebra una tranquillità solerte e si gusta il riposo mediante un quieto agire. Qui Dio dispensa ai suoi atleti, per la fatica della lotta, la ricompensa desiderata, cioè quella pace che il mondo non conosce, e la gioia nello Spirito santo. (Bruno, Lettera a Rodolfo il Verde 6)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


lunedì 5 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Gesù consacra il tempo della sosta

Lettura

Luca 10,38-42

38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Sintesi

Gesù ospite da Marta e Maria mostra l'equilibrio tra servizio e ascolto: servire con le mani, ma ascoltare con le orecchie. L'apostolato non deve annullare la contemplazione: il discepolato è armonia tra fare e pregare.

Commento

Lungo il cammino Gesù decide di fare una sosta a casa di Marta e Maria, sorelle del suo amico Lazzaro. Le due donne mostrano atteggiamenti contrapposti, ma entrambi importanti nella Chiesa: Marta, con il suo servizio attivo mostra la diakonìa, il prendersi cura del Signore, presente in ogni persona bisognosa; Maria è l'esemplare della discepola dedita all'ascolto di Dio. Degna di nota è la posizione assunta da quest'ultima, seduta davanti a Gesù, tipica del discepolo e a quei tempi del tutto inusuale per una donna. 

Il Signore non rimprovera a Marta il suo servizio, ma il suo essere "tutta presa"; letteralmente "assorbita" (gr. periestàto) per il grande servizio. Gesù consacra il tempo della sosta, dedicato al suo ascolto. Se non esita di compiere miracoli e guarigioni in giorno di sabato, al tempo stesso porta la sacralità del riposo sabbatico nel quotidiano. Non c'è attività così importante che possa distoglierci da una pausa per ascoltare la sua parola. 

Gesù rimprovera a Marta di preoccuparsi e agitarsi per troppe cose. Innanzitutto, qualsiasi opera di servizio deve essere da noi svolta con una azione quieta: con le mani dobbiamo servire, ma con le orecchie dobbiamo ascoltare la voce del Cristo.

Quando Gesù vuole essere accolto nelle nostre vite non ci chiede di "strafare". L'apostolato, il servizio di Cristo nel nostro prossimo, non può schiacciare e annullare lo spazio indispensabile riservato alla contemplazione, e alla lode di Dio, vero nutrimento e ristoro dell'anima.

Cammino e sosta, scandiscono la vita di Gesù, come una melodia in cui le pause sono importanti quanto le note. Egli ci esorta alla semplificazione della nostra vita esteriore ed interiore; ci libera dagli affanni chiamandoci alla semplicità e alla gioia del discepolato, che è sapiente equilibrio tra il fare e l'ascoltare, il servizio e l'adorazione: faremo così una cosa senza trascurare l'altra, compiendo "la giustizia e l'amore di Dio" (Lc 11,42).

Preghiera

Signore, noi ti adoriamo, in ascolto, seduti ai tuoi piedi. La tua parola alimenti in noi l'amore contemplativo e l'ardore per la vita apostolica; senza che mai perdiamo l'attenzione verso la tua presenza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 4 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Chiamati ad essere prossimo

Lettura

Luca 10,25-37

25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». 29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso».

Sintesi

Il buon samaritano insegna che né la conoscenza della legge né il culto bastano: serve la pratica concreta. Prossimo è chiunque abbia bisogno, senza distinzioni. Cristo cura le nostre ferite; la Chiesa è chiamata anch'essa a farlo.

Commento

La parabola del buon samaritano ci insegna che né la conoscenza della legge né il culto liturgico sono sufficienti per ottenere la salvezza: è infatti necessario passare dal "discorso su Dio" e dall'adorazione di Dio alla concreta pratica di vita, mettendo a frutto i talenti che egli ci ha dato: quei talenti che il samaritano compassionevole lascia all'albergatore affinché si prenda cura dell'uomo ferito.

Se per i dottori della legge il "prossimo" era colui che apparteneva a Israele o lo straniero che abitava tra gli ebrei, insomma il prossimo era colui che si trovava "vicino" a Israele, Gesù ribalta questa impostazione teologica, affermando che prossimo deve essere ogni credente verso chi ha bisogno, a prescindere dalla su etnìa, religione e cultura: infatti sull'identità dell'uomo ferito non ci viene detto nulla. In tale ottica anche un samaritano, che era considerato dagli ebrei un eretico idolatra, può diventare con la sua compassione prossimo di chi è nel bisogno, prossimo dell'uomo che è immagine di Dio, adempiendo il grande comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo... e il prossimo tuo...».

Chi, se non Cristo stesso, è colui che senza badare a chi siamo, cosa ci meritiamo, si prende cura delle nostre ferite? Sul suo esempio siamo chiamati a passare dal "cosa c'è scritto" della legge al "fa'" del suo comandamento. Non perché siamo capaci, da noi stessi, di compiere opere tali da meritarci la nostra giustificazione; ma perché la sua grazia ci dona i talenti per farle.

Al contempo siamo anche il locandiere, al quale il Signore chiede di prendersi cura di colui che è nel bisogno, pagandogli i due denari e promettendogli di rifondere al suo ritorno il "di più" che spenderà. La Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione e misericordia.

Preghieria

Signore Gesù Cristo, che purifichi le ferite della nostra anima con il tuo sangue e ci ridoni vigore con l'olio della tua grazia, fa' che siamo sempre solleciti verso coloro che sono nella necessità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Il deserto oltre Dio e il vuoto che non è vuoto: Meister Eckhart e lo Zen

Nel Trecento un predicatore tedesco ripeteva ai suoi fedeli una frase che doveva suonare quasi scandalosa: pregate Dio che vi liberi da Dio. Qualche secolo prima, in Cina, un maestro di nome Linji aveva consigliato ai suoi discepoli di uccidere il Buddha, se lo avessero incontrato per strada. Due provocazioni, due mondi che non si erano mai sfiorati. Eppure, messe una accanto all'altra, sembrano nascere dalla stessa intuizione.

Il predicatore è Meister Eckhart (1260 circa – 1328), domenicano, due volte maestro di teologia a Parigi, guida spirituale di monache e beghine lungo il Reno. Negli ultimi anni fu processato per eresia, e nel 1329, dopo la sua morte, una bolla papale condannò ventotto sue proposizioni. Linji, vissuto nel IX secolo, è invece una delle voci più taglienti della scuola del buddhismo che oggi conosciamo con il nome giapponese "Zen".

Quando l'Occidente, tra Ottocento e Novecento, ha cominciato a leggere seriamente i testi orientali, molti hanno avuto la stessa sensazione: Eckhart suona stranamente familiare. Qualcuno ha chiamato i suoi sermoni le "Upanishad d'Europa". Qualcun altro, tra i divulgatori dello Zen, ha detto che certe sue pagine sembravano scritte da un buddhista. Ma è davvero così? Facciamo un viaggio tra somiglianze e differenze.

Due Dei in uno

Eckhart compie un gesto audace: separa Dio dalla Divinità. Dio è quello che conosciamo dalla fede: personale, Trinità di Padre, Figlio e Spirito, creatore che si volge al mondo. La Divinità è qualcosa di più profondo e più silenzioso: un fondo senza volto, senza nome e senza attributi, da cui lo stesso Dio sgorga. Tra le due, dice, c'è la distanza che separa la terra dal cielo. Nella Divinità non succede nulla, non si agisce, non si nasce. Ed è proprio per questo che è la radice di tutto ciò che accade.

Eckhart la chiama deserto, abisso, silenzio, perfino "Nulla". Non perché non esista, ma perché è troppo grande per le nostre parole: ogni concetto che applichiamo a Dio lo rimpicciolisce. È la via negativa, il parlare di Dio dicendo ciò che non è, che nel cristianesimo ha radici antichissime. Eckhart però la porta all'estremo. Arriva a dire che Dio è "negazione della negazione": ogni cosa si definisce per ciò che non è, ma l'Uno non ha un "altro" fuori di sé, e dunque nega perfino questa negazione. Una formula che sembra un nodo e che vuole dire una cosa semplice: Dio non è una cosa tra le cose.

Un'altra mossa spiazzante riguarda la filosofia. Per Tommaso d'Aquino, il maestro domenicano che lo aveva preceduto, Dio è prima di tutto essere. Eckhart rovescia la prospettiva: Dio esiste perché conosce, non conosce perché esiste. Il primato va all'intelletto, a quella pura trasparenza che precede ogni cosa.

Il vuoto che non è vuoto

Nel buddhismo Mahāyāna, da cui discende lo Zen, esiste un'idea che per noi suona quasi sempre fraintesa: la śūnyatā, il vuoto. Chi la legge come nichilismo ha sbagliato strada. Il vuoto buddhista non dice che nulla esiste, dice che nulla esiste da solo: ogni cosa è intrecciata con tutte le altre, senza un nucleo separato e indipendente. La parola sanscrita richiama l'immagine di qualcosa di gonfio, come un pallone cavo o il ventre di una donna incinta. Vuoto e pieno nello stesso istante: un vuoto fecondo, carico di possibilità.

A questo si affianca la natura di Buddha: l'idea che ogni essere porti già dentro di sé la possibilità del risveglio, come un fondo originario che non va costruito ma scoperto. Il maestro giapponese Dōgen spinge l'idea al massimo: non solo gli esseri viventi, ma anche l'erba, gli alberi, il sole e le stelle sono natura di Buddha.

Il parallelo con Eckhart è evidente, ma va preso con cautela. Gli studiosi più attenti ricordano che concetti che sembrano gemelli, come l'Istigkeit eckhartiana, la "pura essenza" di ciò che è, e la "talità" buddhista, non dicono esattamente la stessa cosa. E la stessa dottrina della natura di Buddha è discussa all'interno del buddhismo, perché sembra stare in tensione con l'idea che nulla abbia una natura propria.

Il fondo dell'anima

Se c'è un'immagine che riassume Eckhart, è quella del fondo. Nel profondo di ciascuno di noi, dice, c'è qualcosa di increato, una scintilla che non appartiene al mondo delle creature. E il punto più sconcertante è che questo fondo coincide con il fondo di Dio: non due realtà che si incontrano, ma una sola, che va semplicemente riconosciuta. Per questo la sua è stata definita una mistica dell'unità più che dell'unione: l'unione presuppone due che si congiungono, qui si tratta di scoprire che non c'erano mai stati due.

Attenzione però a non scambiarlo per un panteista che identifica Dio con la natura. Eckhart sostiene che nulla può esistere fuori da Dio, ma che Dio non si esaurisce nel mondo. Le creature ricevono l'essere in prestito: prese da sole, sono un nulla.

Lo Zen dice una cosa sorprendentemente affine con un altro vocabolario: lo scopo della vita è "vedere la propria natura e diventare Buddha". Il punto d'arrivo è un'esperienza, il satori, un risveglio improvviso che non aggiunge informazioni ma cambia lo sguardo. Chi lo vive non impara qualcosa di nuovo: vede, finalmente, ciò che aveva sempre davanti.

Imparare a lasciare andare

Se il fondo è già lì, perché non lo vediamo? Perché siamo dispersi nel "questo e quello": pensieri, desideri, possessi, l'idea fissa di essere un io separato. Per Eckhart la via passa per il distacco, cioè il lasciar-essere: non volere nulla, non sapere nulla, non avere nulla, nemmeno l'immagine di Dio che ci siamo costruiti. Chi è completamente "nudo" può ricevere il Dio nudo. Il culmine è lo sfondamento, l'oltrepassare ogni immagine di Dio verso il deserto silenzioso dove le distinzioni non sono mai arrivate. Ed è una conoscenza strana, che Eckhart chiama "ignoranza sapiente": non l'ignoranza di chi non sa, ma la semplicità di chi ha attraversato il sapere e lo ha lasciato andare.

Lo Zen parla di non-mente, non-pensiero, "nulla da fare". Ma attenzione: non significa spegnere il cervello o diventare passivi. Significa non aggrapparsi ai pensieri, lasciarli passare come nuvole senza afferrarli. Un pensiero senza pensiero, nel cuore stesso del pensare.

Il sacro nel quotidiano

A questo punto arriva la sorpresa più bella. Dopo tutto questo parlare di abissi e di vuoto, entrambe le tradizioni ci riportano a casa.

Eckhart diffida di visioni, estasi e fenomeni straordinari. Per lui l'unione con Dio non è un evento eccezionale ma un modo diverso di abitare la vita di ogni giorno, un "vivere senza perché", come la rosa che fiorisce senza chiedersi a cosa serva. Il suo commento all'episodio evangelico di Marta e Maria è in controtendenza: la tradizione esaltava Maria, che contempla ai piedi di Gesù, ma lui rivaluta Marta, quella che lavora, perché la sua azione nasce da un cuore già unito a Dio.

Linji, con la sua franchezza ruvida, dice più o meno lo stesso: la Via non richiede imprese speciali. Vestiti, mangia il tuo riso, e quando sei stanco sdraiati. Un detto zen lo riassume benissimo: prima del risveglio le montagne sono montagne, durante il cammino non lo sono più, dopo il risveglio tornano a essere montagne. Il mondo ritorna, ma visto con occhi nuovi.

Contro i rituali (a parole)

Entrambi guardano con sospetto le pratiche esteriori. Eckhart ridimensiona penitenze, devozioni e perfino le opere di carità quando diventano fini a se stesse: sono strumenti, e chi se ne compiace ne resta prigioniero. Lo Zen è ancora più provocatorio. Celebre è la scena dell'imperatore Wu, grande costruttore di templi e sostenitore dei monaci, che chiede a Bodhidharma quanti meriti abbia accumulato e si sente rispondere: nessuno. Linji prende in giro i monaci che si siedono a meditare con l'ossessione di fermare i pensieri, e deride chi si affida ai libri.

Ma è retorica, non cronaca. Nei monasteri zen meditazione, riti e studio dei testi hanno sempre avuto un ruolo enorme. Il paradosso è evidente: una tradizione che si definisce "fuori dalle scritture, senza appoggio su parole e lettere" ha prodotto una delle letterature più vaste della storia religiosa.

Parole che scuotono

Entrambi sanno che il linguaggio non basta. E proprio per questo lo usano in modo sorprendente. Eckhart nei suoi sermoni è un maestro del paradosso: quanto più Dio è nelle cose, tanto più ne è fuori; la libertà è un amo che ci cattura meglio di qualsiasi catena. Le sue frasi non vogliono informare, vogliono scuotere.

Lo Zen ha inventato lo strumento più celebre in questo campo: il kōan, un breve dialogo o aneddoto che non si lascia risolvere con il ragionamento. Un maestro vede un monaco mangiare verdura cruda e gli dice "Proprio come un asino!"; il monaco raglia come un asino; il maestro esclama "Ladro!", e il monaco, ripetendo "Ladro! Ladro!", se ne va. Cosa è successo? Il kōan non vuole farti capire, vuole portarti al limite del pensiero concettuale e farti restare lì.

Una differenza sottile merita attenzione. Il linguaggio paradossale di Eckhart, per quanto imperfetto, continua a indicare qualcosa di reale, anche se inesprimibile. I kōan invece spingono la lingua fino al punto in cui smette di funzionare del tutto.

Dove le strade si dividono

Sarebbe scorretto dire che le due vie coincidono. Il "nulla" di Eckhart è un modo di proteggere la purezza di Dio, che rimane il fondamento di tutto. Il vuoto buddhista è più radicale: non c'è nessun Essere supremo dietro, e non c'è nessun io che si salva. Per Eckhart ogni cosa è divina perché partecipa di Dio; lo Zen guarda la montagna e dice semplicemente: è una montagna. Alcuni dicono che in Eckhart il nulla resta, in fondo, un'affermazione, mentre nello Zen la negazione incessante approda all'affermazione più semplice: l'albero è albero.

E poi ci sono la Trinità, il ruolo di Cristo, la dottrina buddhista dell'assenza di sé: differenze serie, che non si cancellano con un colpo di spugna. Eppure alcune frasi di Eckhart, come quella in cui dice che Dio non è né bontà, né essere, né verità, né uno, ma "puro nulla", sembrano sfiorare da vicino il vuoto assoluto dello Zen.

Perché ci riguarda

Mettere Eckhart accanto a Linji non serve a dimostrare che "tutte le religioni dicono la stessa cosa". È più interessante di così. Serve a notare che persone lontanissime nel tempo e nella cultura, davanti allo stesso limite del pensiero, hanno scelto strade sorprendentemente affini: svuotarsi, lasciar andare, tornare alla vita semplice. E hanno scoperto che chi arriva al fondo non fugge dal mondo, ma lo rivede.

Forse è per questo che queste pagine continuano a parlare anche a chi non è né credente né monaco. Ci dicono che il vuoto non è una minaccia, e che il silenzio, se si ha la pazienza di ascoltarlo, ha moltissimo da dire.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 3 ottobre 2026

Fedele è Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIOTTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Signore, ti supplichiamo, concedi al tuo popolo la grazia di superare le tentazioni del mondo, della carne e del demonio; e di seguire con mente e cuore puri te, che sei l’unico Dio. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Cor 1,4-8; Mt 22,34-46

Sintesi

Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi è il vertice della Legge. Cristo lo compie sulla croce e con lo Spirito rende la Chiesa capace di viverlo, in attesa del suo ritorno: Dio è fedele.

Commento

Amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come noi stessi. Così Gesù riassume i 613 precetti presenti nella Torah. Questo comandamento bipartito, che rappresenta le due facce della stessa medaglia, è non solo un sommario, ma il vertice stesso della legge mosaica.

Dio va amato al di sopra di ogni altra cosa, e in tal modo è fugato il peccato più grande: quello dell'idolatria, che ci svilisce facendoci ripiegare su cose morte, incapaci di appagare completamente il nostro cuore. E proprio perché il nostro cuore può essere colmato solo da Dio, questi va amato con la nostra persona nella sua interezza, con tutte le nostre potenze e affetti. Il cuore indica soprattutto la forza e la volontà dell'uomo. Dio ci chiede di amarlo perché i nostri cuori ne sono capaci; non ci impone una cosa che non possiamo fare, che non è alla nostra portata. Al tempo stesso, la sua grazia opera in noi per portare a compimento il precetto, ma senza esercitare violenza sulla nostra libertà.

La seconda parte del comandamento è simile alla prima (Mt 22,39): Ama il tuo prossimo come te stesso. Se l'amore supremo verso Dio sintetizza la prima tavola della legge, l'amore verso il prossimo è un sommario della seconda tavola. Dio ama il mio prossimo: come posso amare Dio se anche io non amo il mio fratello? Così infatti ammonisce l'apostolo Giovanni: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1 Gv 4,20-21).

Se l'amore per Dio deve essere al di sopra di ogni altra cosa, la norma che ci è posta dinnanzi per l'amore del prossimo è quella prescritta per l'amore di noi stessi. Amare noi stessi infinitamente ci è proibito perché non è compatibile con l'amore supremo dovuto a Dio. Ma anche amare il prossimo meno di noi stessi ci è proibito, perché rappresenterebbe un venir meno della fede nel corpo mistico di Cristo, del quale ciascuno di noi è membro.

Chi è il nostro prossimo? Nel passo parallelo del Vangelo di Luca, al capitolo 10, Gesù risponde alla domanda del fariseo con la parabola del buon samaritano. Il mio prossimo è colui che si trova nel bisogno e con il quale la mia strada si incrocia, al di là di ogni pregiudizio identitario o di false priorità.

Gesù non solo ci insegna a comprendere il senso ultimo della Legge, ma la porta a compimento sulla sua stessa carne, facendosi libro aperto sulla croce, per illuminare e guidare l'umanità verso la salvezza. E vi è un intimo legame tra il suo ruolo profetico e quello sacerdotale, nella misura in cui non solo egli ci mostra la strada da percorrere, ma ci guida e ci accompagna in essa, in quanto Figlio di Dio, il solo che possa riscattare l'umanità, rendendola capace di adempiere un comandamento così sublime.

Dio stesso, dunque, opera in noi, vivificando la sua Chiesa con il dono dello Spirito. Per questo Paolo coltiva un rapporto di intima comunione con Dio, in un continuo rendimento di grazie (1 Cor 1,4). Al di là dei difetti e delle mancanze, presenti in ogni comunità cristiana, Paolo sa discernere quanto di buono Dio opera in essa, riconoscendo l'abbondanza di doni e di carismi che Cristo stesso diffonde nel suo corpo mistico (1 Cor 1,5).

I frutti della grazia nella vita dei cristiani sono la migliore prova, per i credenti e per gli increduli, della verità del vangelo. Una vita consacrata a Dio è di per se stessa una testimonianza vivente dell'opera dello Spirito Santo.

Paolo descrive una tensione escatologica verso il ritorno di Cristo, che richiama il perfezionamento definitivo della Chiesa e la testimonianza ultima della fedeltà di Dio nei nostri confronti: "non vi manca alcun dono mentre aspettate la manifestazione del Signor nostro Gesù Cristo, il quale vi confermerà fino alla fine, affinché siate irreprensibili nel giorno del nostro Signore Gesù Cristo" (1 Cor 1,8). È Dio che ci rende immacolati, che ci dona una veste nuova, per presentarci davanti a lui nell'ultimo giorno.  Così assicura l'Apostolo, proseguendo la sua lettera ai Corinzi: "Fedele è Dio dal quale siete stati chiamati" (1 Cor 1,9).

- Rev. Dr. Luca Vona

Fermati 1 minuto. Nomi scritti nei cieli

Lettura

Luca 10,17-24

17 I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18 Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».
21 In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 22 Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
23 E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24 Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono».

Sintesi

Gesù non nega il successo dei settantadue, ma sposta la gioia dalla prestazione all'appartenenza: non i risultati, ma i nostri nomi scritti nei cieli. Il dono di Dio, accolto con cuore di «piccoli», ci precede e ci supera.

Commento

Vincere una battaglia spirituale riempie il cuore, ma nasconde un'insidia sottile: scambiare l'efficacia dei propri sforzi per la misura del proprio valore. Lungo il cammino verso Gerusalemme, i settantadue tornano entusiasti: persino i demoni si sono sottomessi nel nome di Gesù. Il Maestro, che nello Spirito vedeva già Satana cadere dal cielo come un fulmine, non smentisce il loro successo, ma ne riorienta subito il cuore: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (v. 20).

Gesù sposta l'asse dalla prestazione all'appartenenza. Il successo ministeriale e i doni carismatici possono alimentare l'orgoglio, la stessa superbia che causò la rovina del maligno; la vera gioia nasce invece dall'essere figli scelti per la vita eterna. Sentirsi amati da Dio precede e fonda ogni servizio: i doni straordinari passano, la grazia dell'adozione resta.

Su questo orizzonte si apre l'unica esultanza di Gesù riportata dai Vangeli. Nello Spirito Santo, il Figlio loda il Padre per una pedagogia sovversiva: le verità del Regno restano nascoste ai sapienti autosufficienti e si aprono ai «piccoli» (nēpioi), agli umili capaci di accogliere la rivelazione. Dio affida la sua opera a strumenti imperfetti, perché la gloria sia soltanto sua, e conduce con sovranità il disegno di salvezza rivelato dal Figlio.

Nel dialogo riservato con i suoi, Gesù proclama infine beati gli occhi che vedono il compimento dell'alleanza, ciò che re e profeti avevano solo desiderato. Il testo ci invita a non misurare la fede su risultati e capacità, ma sulla gratitudine per un dono che ci supera.

Preghiera

Signore Gesù, non lasciare che misuriamo la fede sui risultati. Insegnaci a gioire perché i nostri nomi sono scritti nei cieli e rendici piccoli, capaci di accogliere il dono che ci supera. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona