Il Rev. Dr. Luca Vona
Chiesa anglicana tradizionale in Italia
Traditional Anglican Communion

lunedì 1 marzo 2021

Fermati 1 minuto. Pronti a ricevere una misura traboccante

Lettura

Luca 6,36-38

36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Meditazione

Gesù non ci vuole servi ma figli, in cui è restaurata l'immagine e somiglianza divina, per opera della sua grazia santificante. Ci esorta dunque a imitare il Padre nella sua più alta perfezione: la misericordia. Essere misericordiosi come il Padre significa essere perfetti come lui (Mt 5,48). La carità è infatti il vincolo della perfezione (Col 3,14). Comandandoci di non giudicare Gesù non condanna il vero discernimento, ma l'arroganza e l'ipocrisia di chi riconosce gli errori altrui dimenticando la propria fallibilità e debolezza. "Amore e verità si incontreranno" recita il Salmo 85. La capacità di rimettere i debiti altrui nasce infatti dal riconoscere la verità della nostra condizione, il nostro essere per primi debitori verso Dio. Se saremo generosi con i nostri fratelli, soprattutto nel perdono, il fratello stesso diventerà fin d'ora strumento della bontà divina con la sua riconoscenza. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo (Sal 85,11). Chi avrà seminato abbondatemente frutti di pace e di misericordia, raccoglierà abbondantemente. Ma se anche il nostro fratello sarà ingiusto nei nostri confronti, Dio non dimenticherà la nostra generosità e ci ricompenserà quando compariremo davanti a lui in giudizio. Gesù ribalta la "legge del taglione" veterotestamentaria ("occhio per occhio e dente per dente"; Es 21,24), istruendo i suoi disepoli con due negazioni e due affermazioni: "non giudicate e non sarete giudicati", "non condannate e non sarete condannati", "perdonate e sarete perdonati", Date e vi sarà dato". La legge del taglione è superata anche nelle proporzioni della retribuzione. Dio ci darà una "buona misura, pigiata, scossa e traboccante". Saremo infatti misurati con la misura con cui abbiamo misurato. Ma anche se avessimo dato tutto, il "tutto" che Dio ci darà in cambio sarà infinitamente superiore al nostro tutto. Una misura di amore divino è incomparabilmente superiore a una misura di amore umano. Siamo pronti con il grembiule alzato a ricevere questa abbondanza di misericordia da Dio? Siamo pronti a portarla a coloro che ci hanno offeso per riceverne ancora in abbondanza?

Preghiera

La misericordia che ogni giorno riversi su di noi, Signore, non vada perduta ma ci trovi pronti a seminare frutti di pace. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 28 febbraio 2021

Papa Francesco. Imparare ad accogliere le nostre nevrosi

Il quotidiano argentino La Nacion anticipa un colloquio con il Pontefice realizzato a febbraio di due anni fa

"Non ho paura della morte e la immagino a Roma", "come Papa in carica o emerito". Lo afferma Papa Francesco in una intervista anticipata dal quotidiano argentino La Nacion. Si tratta di un colloquio avvenuto due anni fa, il 16 febbraio 2019, con il giornalista e medico Nelson Castro per un suo libro sulla salute dei Papi.


Il Pontefice oltre a parlare del tema della morte, dialoga sull'operazione al polmone e sulle ansie nel periodo della dittatura quando nascondeva i perseguitati. Ma anche della psichiatra alla quale, sempre in quel periodo della dittatura, raccontava cosa gli succedeva e gli aiuti che riceveva per i test per i novizi.

Francesco afferma di sentirsi bene e pieno di energia, grazie a Dio. Ricorda il "difficile momento", nel 1957, a 21 anni, quando ha subito l'asportazione del lobo superiore del polmone destro a causa di tre cisti. "Quando mi sono ripreso dall'anestesia, il dolore che sentivo era molto intenso". "Non è che non fossi preoccupato, ma ho sempre avuto la convinzione che sarei guarito".

Sottolinea che il recupero è stato completo: "Non ho mai sentito alcuna limitazione nelle mie attività". Anche nei diversi viaggi internazionali - spiega - "non ho mai dovuto limitare o cancellare" nessuna delle attività programmate: "Non ho mai provato affaticamento o mancanza di respiro (dispnea). Come mi hanno spiegato i medici, il polmone destro si è espanso e ha coperto tutto l'emitorace omolaterale".

Il giornalista chiede al Papa se sia stato mai psicanalizzato: "Ti dico come sono andate le cose. Non mi sono mai psicanalizzato. Quando ero provinciale dei Gesuiti, durante i giorni terribili della dittatura, in cui ho dovuto portare le persone in clandestinita' per farle uscire dal Paese e salvare le loro vite, ho dovuto gestire situazioni che non sapevo come affrontare. Sono andato a trovare una signora - una grande donna - che mi aveva aiutato a leggere alcuni test psicologici per i novizi. Così, per sei mesi, l'ho consultata una volta alla settimana".

Era una psichiatra: "Durante quei sei mesi, mi ha aiutato a orientarmi su come affrontare le paure di quel tempo. Immaginate cosa sia stato trasportare una persona nascosta nell'auto - solo da una coperta - e passare tre posti di blocco militari nella zona di Campo de Mayo. La tensione che generava in me era enorme".

Il Pontefice spiega anche che il colloquio con la psichiatra lo ha anche aiutato a imparare a gestire l'ansia e a evitare di prendere decisioni affrettate. Parla dell'importanza dello studio della psicologia per un prete: "Sono convinto che ogni sacerdote deve conoscere la psicologia umana".

Quindi parla delle nevrosi: "Alle nevrosi bisogna preparare il mate. Non solo, bisogna anche accarezzarle. Sono compagne della persona durante tutta la sua vita". Francesco, come aveva già detto una volta, ricorda di aver letto un libro che lo ha interessato molto e lo ha fatto ridere di gusto: "Rejoice in Being Neurotic" (Rallegrati di essere nevrotico) dello psichiatra americano Louis E. Bisch: "È molto importante essere in grado di sapere dove le ossa cigolano. Dove sono e quali sono i nostri mali spirituali. Con il tempo, si impara a conoscere le proprie nevrosi".

Francesco parla dell'ansia di voler fare tutto e subito. Cita il famoso proverbio attribuito a Napoleone Bonaparte: "Vestitemi lentamente, ho fretta". Parla della necessità di saper rallentare. Uno dei suoi metodi è ascoltare Bach: "Mi calma e mi aiuta ad analizzare meglio i problemi". Alla fine dell'intervista, il giornalista chiede se pensa alla morte: "Sì", risponde il Papa. Se ha paura: "No, niente affatto". E come immagina la sua morte: "Come Papa, in carica o emerito. E a Roma. Non tornerò in Argentina".

- Eliana Ruggiero, AGI, 28 febbraio 2021

Quale demone ci tormenta?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità esteriore, e da ogni pensiero malvagio che possa assalirci interiormente. Per Cristo nostro Signore. Amen


Letture

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

La prima domenica di Quaresima ci ha proposto la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero, nel vangelo di oggi assistiamo a un altro “ritiro”, questa volta conseguenza dell'incomprensione e del rifiuto: sebbene in molti ancora continuino a seguire Gesù, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non accetta di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato. Capita ancora oggi di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza, ma respinto quando viene proposto come colui che ci redime dal peccato, che ci libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”.
Il regno di Dio è vicino, e il tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù, affaticato dal suo ministero esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Questa regione vicino al mare era una sorta di luogo di villeggiatura dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato prevedevano addirittura il sacrificio di bambini. Motivo per cui queste genti erano fortemente disprezzate da Israele. In questo contesto si inserisce la preghiera della donna cananea per la guarigione della propria figlia e il suo atto di fede, speculare all’incredulità manifestata dagli abitanti della Giudea. Anche oggi il vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, rifiuto, in quelle famiglie e in quelle terre che hanno alle spalle generazioni, millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce frutti in alcune periferie geografiche ed esistenziali, in maniera del tutto inattesa. Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, e così anche noi non dobbiamo temere di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che spesso non comprendono il senso profondo della sua missione. Il regno messianico è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Gesù ci ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento e non cominciate a dire dentro di voi: "Noi abbiamo Abrahamo per padre", perché io vi dico che Dio può suscitare dei figli ad Abrahamo anche da queste pietre.” (Luca 3,8).
È sorprendente il modo in cui la donna cananea si rivolge a Gesù; impiega, infatti, il titolo dal chiaro significato messianico “Figlio di Davide”, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù: inizialmente si mostra distaccato, poi spiega che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra. Gesù utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici” ma si lascia convincere dall’insistenza della donna, dalla sua fede, che si esprime anche con una prostrazione - atto usualmente rivolto alla divinità - e dalla sua umiltà, nel momento in cui chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato.
E noi di quali idoli siamo schiavi? Quali sono i demoni che ci tormentano? La rabbia? L’avidità? La paura? Il clima penitenziale della Quaresima ci spinge a interrogarci e a ricercare il nostro affrancamento in Gesù, colui nel nome del quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, per proclamarlo come unico Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11).

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 27 febbraio 2021

Gregorio di Narek, padre della Chiesa armena

Secondo gli antichi sinassari armeni, il 27 febbraio veniva un tempo celebrata la memoria di Gregorio di Narek, monaco e innografo vissuto tra il X e l'XI secolo.
Nato probabilmente nell'odierno villaggio di Narek, nei pressi del lago di Van, in Armenia, attorno al 945, Gregorio rimase presto orfano della madre. Affidato dal padre al locale monastero, Gregorio vi trascorrerà tutta la vita. Lì egli ricevette una ricchissima formazione dall'igumeno Anania, che gli permise di leggere tutte le grandi opere patristiche, sia greche che orientali, e di nutrire la sua meditazione quotidiana con un immenso tesoro di letture spirituali.
In un incessante alternarsi di lavoro e di preghiera, Gregorio cominciò a manifestare una forte propensione a rielaborare la tradizione ricevuta in un linguaggio poetico fra i più alti della storia cristiana. Compose così, per chiunque glielo chiedesse, inni, trattati, commenti alla Scrittura, panegirici; fu un predicatore amato e apprezzato dai più dotti ma anche dai più semplici. Il suo Libro di preghiere è uno dei massimi capolavori della letteratura cristiana. Nersēs di Lambron lo definirà «un angelo rivestito di un corpo». La chiesa armena ricorda Gregorio assieme ai «santi traduttori» nella prima metà di ottobre.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


Gregorio di Narek (945 ca-1010)

venerdì 26 febbraio 2021

Dizionario della Musica Anglicana. Adrian Batten

Adrian Batten (c. 1591 - c. 1637) fu attivo durante un periodo importante della musica sacra inglese, tra la Riforma e la Guerra Civile negli anni Quaranta del Seicento. Durante questo periodo la musica liturgica delle prime generazioni di anglicani iniziò a divergere in modo significativo dalla musica del Continente. Tra i generi sviluppati durante questo periodo da Batten e altri compositori anglicani c'era l il verse anthem (inno in versi), in cui le sezioni si alternano tra il coro al completo e i solisti, guidati e unificati da un accompagnamento d'organo indipendente.

Batten nacque a Salisbury, e divenne corista e studente di organo presso la cattedrale di Winchester.

Nel 1626 fu nominato vicario del coro della cattedrale nella cattedrale di St. Paul, e lì suonò anche l'organo. Per quanto è noto, rimase in questa posizione fino alla sua morte.

Per aumentare le sue entrate mentre era all'Abbazia di Westminster lavorò come copista di musica, e i libri contabili dell'Abbazia registrano i pagamenti a Batten per la copia di opere di Weelkes, Tallis e Tomkins. A Batten è attribuita la conservazione di molti brani di musica sacra dell'epoca, compilati nel Batten Organbook (ora nella Bodleian Library), un quarto di 498 pagine con la sua calligrafia. Contenente molte opere popolari di quel tempo, che Batten arrangiò per l'organo. Il Batten Organbook è l'unica fonte sopravvissuta per molti pezzi del tempo.

L'Organbook contiene poche opere di Batten, quindi, ironia della sorte, gran parte della sua musica è andata perduta. Di conseguenza, Batten è meno conosciuto di alcuni dei suoi contemporanei. Era, tuttavia, un compositore prolifico. Un certo numero di opere esistono solo in manoscritto in varie biblioteche e cattedrali britanniche, non essendo mai state pubblicate.

Manoscritto autografo di Adrian Batten, Preces for 4 voices

Fermati 1 minuto. La strada giusta per presentarsi a Dio

Lettura

Matteo 5,20-26

20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!

Meditazione

Gli scribi e i farisei erano gli insegnanti della Legge e avevano fama di essere grandi osservanti della stessa. Chiedendo di "superarli" Gesù considera la loro obbedienza puramente esteriore. Egli parla con autorità - "io vi dico" (v. 20), non "così dice il Signore" - e approfondisce i precetti della Legge mosaica, portandoli a pieno compimento. Considera dunque la collera e le ingiurie, a seconda del loro grado di gravità, condannabili da parte di un tribunale locale - che poteva comminare la morte per strangolamento -, del sinedrio - consiglio superiore dell'ebraismo, che poteva stabilire la morte per lapidazione -, o meritevoli della Geenna, la valle di Hinnom, posta a sud di Gerusalemme, maledetta dal re Giosia (perché sede del culto di Moloch, cui venivano offerti sacrifici umani) e destinata a immondezzaio della città. Poiché nella Geena ardeva continuamente il fuoco, nel Vangelo è presa a simbolo dell'Inferno. Il rigore cui richiama Gesù ci fa comprendere quanto sia difficile per l'uomo adempiere in pienezza i suoi precetti. L'unica giustizia dalla quale il peccatore può essere giustificato è la perfetta giustizia di Cristo, imputata a nostra salvezza mediante la fede in lui. Questo non ci esime, tuttavia dall'impegno sulla via della santificazione, che la grazia ci spinge a percorrere. Di qui l'invito a cercare immediatamente la riconciliazione quando entriamo in contesa con qualcuno. Gesù stabilisce il primato dei rapporti fraterni rispetto allo stesso culto sacrificale presso il tempio, cuore della religiosità ebraica. La strada per presentarci innanzi a Dio in adorazione passa attraverso la riconciliazione con il nostro prossimo. Un itinerario diverso da questo ci porterà a smarrire noi stessi.

Preghiera

Insegnaci a guardare a te, Signore, che sei mite e umile di cuore; affinché fissando lo sguardo sulla tua Passione possiamo imparare a offrire il perdono ai nostri nemici. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona