Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 19 gennaio 2020

La regola di un eremita dei nostri giorni

L'eremita dedicherà ogni giorno circa 4-5 ore alla preghiera, 4-5 ore allo studio e 4-5 ore al lavoro, secondo lo schema qui di seguito riportato. I pochi momenti della tabella oraria che non prevedono specifiche attività saranno dedicati dall'eremita a una santa ricreazione o all'orazione contemplativa.

9 30 Sveglia

10 30 Ufficio del Mattino (Salterio in 30 giorni, Letture dal Lezionario Romano della Messa del giorno, cantici e orazioni dall'Ufficio anglicano) [1h]

11 30 Studio [1h]

12 30 Lavoro [2h]

14 30 Ora media (1 salmo e 2 letture dal Lezionario anglicano in 1 anno per l'Ufficio del Mattino) [30']

15 00 Pranzo

15 45 Riposo

16 30 Ufficio breve della sera (1 salmo e 2 letture dal Lezionario anglicano in 1 anno per l'Ufficio della sera) [30']

17 00 Studio [3h]

20 00 Lavoro manuale [2h]

22 00 Cena e ricreazione

23 00 Studio [1h]

00 00 Ufficio notturno (Salterio in 30 giorni, cantici e orazioni dall'Ufficio anglicano; santo rosario; mer e ven Messa privata) [2h]

2 00 Riposo


La cella

L'eremita custodisca la sua cella come il Paradiso sulla terra (San Romualdo), trascorra in essa il maggior tempo possibile, si allontani da essa solo per stringenti necessità ecclesiastiche, familiari, lavorative e di sostentamento e, comunque, il meno possibile.
L'eremita si raccomanderà con fervore a Dio ogniqualvolta dovrà allontanarsi dalla cella e ogniqualvolta rientrerà nella cella. Cercherà inoltre di mantenere una disposizione d'animo orante durante tutto l'arco della giornata e, con particolare attenzione, durante tutto il tempo che sarà costretto a trascorrere al di fuori della cella.

L'abito

Quando le condizioni climatiche non possano rappresentare un grave pregiudizio per la sua salute indossi sempre l'abito religioso, composto da una talare nera con un unico bottone di chiusura sul collo, una cintura di cuoio marrone e, se necessario un mantello nero con cappuccio. La talare richiama per similitudine l'antico abito ecclesiastico anglicano, la cappa nera con cappuccio e la cintura di cuoio sono il segno della propria consacrazione monastica; la cappa nera sia indossata sempre durante L'Ufficio del mattino e della sera, con il cappuccio alzato, anche senza la talare. Per la celebrazione della Santa Comunione l'eremita indosserà, come da antica tradizione anglicana, la talare e un camice bianco corale a maniche larghe, privo di cappuccio, con una stola di colore nero durante tutto l'anno ecclesiastico.
Eventuali assistenti all'altare potranno indossare una cappa nera con cappuccio, mantenendo il cappuccio alzato durante tutta la durata della liturgia.

La celebrazione eucaristica e la Santa comunione

L'eucaristia, chiamata anche Santa Comunione (in ambito anglicano), Cena del Signore (in ambito evangelico), Santa Messa (in ambito cattolico romano) o Divina Liturgia (nelle chiese orientali), è il centro della vita spirituale di ogni cristiano, e ancor più dell'eremita, il quale è chiamato a celebrare la Passione e morte del Signore, la sua Resurrezione e gloriosa ascensione, fino al suo ritorno.

L'eremita celebrerà la Santa Comunione nella propria cella o in un oratorio adeguatamente predisposto e consacrato. Solo la domenica e nelle grandi solennità liturgiche potrà ammettere la partecipazione di altri fedeli battezzati.

La celebrazione domenicale della Santa Comunione è strettamente vincolante, fatte salve ragioni di grave infermità o di altri gravissimi impedimenti. In tali circostanze eccezionali, l'eremita avrà cura di comunicarsi spiritualmente, scondo una pratica consentità agli eremiti fin dai tempi dei Padri del deserto.

L'eremita si impegna alla celebrazione della Messa solitaria (sviluppatasi nella tradizione certosina) ogni mercoledi e ogni venerdi, durante l'Ufficio notturno. Il mercoledi celebrerà con il rito del Book of common Prayer del 1549 nella lingua inglese premoderna del testo originale, mentre il venerdi celebrerà con il Canone romano, in lingua latina, secondo l'antico Uso di Salisbury (Sarum). La domenica, salvo casi particolari, che a suo giudizio rendano opportuno celebrare con uno dei due riti summenzionati, celebrerà abitualmente in lingua italiana con il rito del Book of Common Prayer del 1928.

La celebrazione quotidiana della Santa comunione è vivamente raccomandata, ed è un precetto vincolante per le festività presenti nel calendario del Book of Common Prayer anglicano; è vivamente raccomandata per altre importanti festività cattoliche e ortodosse. Non costituisce in ogni caso un vincolo per l'eremita, dovendo egli lavorare per il proprio sostentamento. Anche durante i giorni feriali o le festività infrasettimanali l'eremita avrà cura di comunicarsi spiritualmente con il Corpo e il Sangue di Cristo e, dunque, con la sua intera Chiesa, Mistico corpo di cui Egli è il Capo.

L'eremita riconosce, nella totale certezza della fede, secondo la parola delle Scritture, la testimonianza dei padri della Chiesa e delle antiche tradizioni liturgiche, la presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nelle Specie consacrate del pane e del vino. La comunione è per l'eremita comunione con colui che è corporalmente risorto, siede alla destra del padre ma si dona integralmente, effettivamente, ed efficacemente a ogni battezzato nel suo nome e nel nome della Santissima Trinità. Come da antica tradizione ortodossa l'eremita considera la tramutazione delle specie consacrate nel Corpo e Sangue di Cristo un mistero; un mistero di tale portata da rendere pericolosa - sia per la preservazione dell'umiltà sia per la comunione tra le Chiese - la sua investigazione razionale.

L'eremita si santifica innanzitutto mediante la grazia, donata da Cristo nei suoi sacramenti; in particolare nel costante rinnovo delle proprie promesse battesimali, non solo con la voce ma con tutta la propria vita, che deve essere rincuncia al mondo, a Satana e alle sue seduzioni e piena adesione a Cristo e al suo Evangelo.

La Santa comunione e il rinnovamento continuo delle promesse battesimali nella celebrazione eucaristica frequente, sono il centro da cui si alimentano e si irradiano la preghiera e la spiritualità dell'eremita. Il battesimo come sacramento di giustificazione e adozione divina; la Santa comunione come sacramento di santificazione nell'incorporoazione a Cristo, Figlio di Dio, che riceve dal padre e restituisce a sua volta lo Spirito Santo.

I sacramenti del battesimo e della Santa Comunione sono dunque partecipazione alla vita stessa trinitaria, che costituirà oggetto privilegiato di contemplazione da parte dell'eremita.

Anche quando celebra la Santa Comunione in solitudine l'eremita non lo fa mai in maniera individualistica, ma nella comunione dei santi, spiritualmente unito alla Chiesa militante e a quella trionfante nei Cieli. Egli, è infatti consapevole di essere un mero funzionario di Cristo, unico vero sommo Sacerdote, Avvocato e Mediatore presso il Padre, che ha sofferto è morto ed è risorto per l'espiazione dei peccati del mondo intero e che tornerà a giudicare i vivi e i morti a seconda della loro fede e del mondo in cui hanno amministrato i talenti che a ciascuno sono stati affidati.

Qualora l'eremita, durante occsionali ritiri spirituali o pellegrinaggi, sempre rispettosi del proprio impegno a una più radicale separazione dal mondo, trovasse l'opportunità di comunicarsi in una celebrazione interconfessionale, potrà farlo, purché il celebrante e la celebrazione rispondano ai seguenti requisiti:

Il celebrante deve essere stato destinato alla funzione di presiedere il culto da un vescovo, o da un sinodo, o da un presbiterio o da una congregazione di battezzati che condividano il credo Apostolico e il Simbolo Niceno-Costantinopolitano)

la celebrazione dovrà prevedere, all'atto della consacrazione, una formula contenente le parole dell'istituzione eucaristica come pronunciate da Gesù Cristo e riportate dai Vangeli canonici; una anamnesi (memoria dell'istituzione della Santa Cena e della Passione e morte del Signore) e una epiclesi (invocazione dello Spirito Santo sulle offerte del pane e del vino).
Non sono ammesse per la consacrazione specie differenti dal pane (lievitato o non lievitato) e dal vino (inteso come succo di uva fermentato).
La celebrazione dovrà prevedere, inoltre, il rinnovo delle promesse battesimali mediante la recita del Credo (il Simbolo apostolico, oppure il Credo Niceno-Costantinopolitano oppure il Credo Atanasiano) e la preghiera del Padre nostro, che ci è stata consegnata dal Signore nostro Gesù Cristo.

La Santa comunione celebrata dall'eremita, quando è celebrata pubblicamente, è aperta a tutti i battezzati di qualsiasi denomimazione cristiana, purché siano resi coscienti, all'inizio della celebrazione, dei requisiti di fede e dei requisiti morali necessari per accedere ad essa.

I testi liturgici adottati dall'eremita

Il testo liturgico utilizzato per gli uffici del mattino della sera e della notte, nonché per la celebrazione della Santa Comunione domenicale è il Boook of Common Prayer 1928.

Anche il Santorale è quello del Book of Common Prayer del 1928, ma a questo è possibile aggiungere la memoria di testimoni della fede presenti nel Santorale del Book of Common prayer del 1979, nel Martirologio  Romano o nel Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose.

Al fine di coltivare uno spirito ecumenico, per l'Ufficio del mattino le letture sono stratte dal Lezionario della Messa Cattolica del giorno.

Le letture e le preghiere dell'Ufficio della sera sono tratte dal Book of Common Prayer del 1928. Le letture per l'Ufficio notturno sono tratte da un programma di lettura integrale della Bibbia (AT e NT) in un anno; i testi sono nella versione Nuova Riveduta della Bibbia; non contengono dunque i cosiddetti libri deuterocanonici, presenti nella Versione "dei Settanta" dell'Antico testamento. Questi ultimi vengono comunque letti e meditati nell'Ufficio del Mattino che, come sopra indicato, prevede l'utilizzo del Lezionario Cattolico Romano).

Ai due "uffici maggiori", rispettivamente del mattino e della notte, si aggiungono due "uffici minori", rispettivamente dell'Ora media e della sera. Questi ultimi adottano il Lezionario annuale del Book of Common Prayer del 1928, che prevede 1 o 2 salmi, una lettura dall'Antico testamento e una lettura dai Vangeli o dalle Epistole del Nuovo testamento.

In tal modo, secondo lo schema di suddivisione del Salterio nel Book of Common Prayer anglicano e secondo il programma di lettura e meditazione biblica per l'Ufficio notturno, tutti i salmi vengono pregati nel corso di 30 giorni e tutta la Bibbia, ad eccezione dei libri deuterocanonici, viene letta in un anno. Il Lezionario Romano, adottato per l'ufficio del mattino, segue il suo ciclo triennale per i giorni festivi e biennale per i giorni feriali e prevede anche i libri deuterocanonici.

L'intercessione per i fratelli e le sorelle nella fede e la preghiera per ogni uomo

La vita solitaria è un "segno" di fronte al mondo del primato assoluto di Dio su ogni altra persona o cosa. Tuttavia, poiché il Signore ha comandato di amare anche il nostro prossimo, come noi stessi, la vita eremitica non avrebbe senso se non fosse aperta a questa dimensione di carità.
L'eremita dunque, offre le proprie preghiere e la propria vita penitente rimettendo tutto nelle mani di Dio, animato dallo zelo per la sua maggiore gloria e dalla carità verso il prossimo, fiducioso che il Signore saprà dispensare ogni bene nei tempi, nei modi, alle persone opportune, secondo la sua eterna Sapienza.

La preghiera per i defunti

L'eremita, secondo una tradizione attestata dai primi secoli cristiani, dalle Sacre Scritture, dai testi dei Padri della Chiesa e dai primi Concili, nonché dai recenti sviluppi della teologia e liturgia anglicana, riconosce la validità, l'efficacia, l'utilità e il dovere, nella comunione dei santi - della preghiera per i defunti.
Per le stesse ragioni riconosce la validità, l'efficacia, l'utilità e il dovere di rendere il dovuto onore a Dio per la grazia manifestata nei suoi santi, assumenre come buoni esempi la loro testimonianza di vita e la liceità di rivolgersi ad essi nella comunione dei Santi, il cui vincolo di amore è più forte della morte, e  in una preghiera che sia sempre per Cristo, con Cristo e in Cristo, rivolta al Padre onnipotente, presso il quale egli è il nostro Avvocato e Sacerdote, nell'unità dello Spirito Santo.

La devozione alla Vergine Maria, Madre di Dio

Particolare devozione è riservata dall'eremita alla Vergine Maria, Madre di Dio e la più grande tra tutti i santi, colei che ha dato la propria carne al nostro Signore Gesù Cristo, si è offerta integralmente e incondizionatamente a Dio fin dalla più tenera infanzia e ha rinnovato con generosità questa offerta durante la vistazione dell'Angelo e l'Incarnazione del Verbo. In Maria l'eremita riconosce colei che è stata affidata come madre al suo discepolo prediletto e colei che era presente con gli apostoli quando è stato effuso lo Spirito Santo.

La preghiera incessante

Dovere principale del monaco, e in particolare dell'eremita, è di applicarsi con zelo interiore alla preghiera incessante, senza la quale la sua solitudine sarebbe priva di significato cristiano. La sua preghiera tende all'adempimento del grande comandamento dell'amore: amare Dio al di sopra di ogni altra cosa e il prossimo come noi stessi. L'eremita ama il prossimo essenzialmente portandolo nella propria preghiera, in un colloquio assiduo con Dio, che diventa, al di fuori dell'ufficio liturgico e delle orazioni vocali, un semplice porsi alla presenza del Padre, i propri fratelli nella fede e con tutta l'umanità, lasciando che lo Spirito Santo stessa interceda per noi, con gemiti e che ogni ogni nostra azione, ogni moto della nostra mente, del nostro cuore e della nostra anima si compia per Cristo, con Cristo e in Cristo, unico sommo sacerdote. E' questo il vero culto spirituale che il padre desidera.

La preghiera dell'eremita si attiene in modo particolare agli insegnamenti dei padri esicasti. Per tale ragione l'eremita cercherà di richiamare senza sosta la propria mente e il proprio cuore all'invocazione "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore", che ripeterà in maniera devota verbalmente e mentalmente, durante la meditazione o il lavoro manuale o nello svolgimento di altre attività previste dalla regola; finché tale formula sarà stata totalmente assimilata dalla propria anima e sgorgherà da essa in maniera spontanea e silenziosa, come una sorgente dalla roccia.
La preghiera esicasta, detta anche "preghiera di Gesù" è parte costituitiva essenziale di questa regola, costituisce dunque un dovere cu il'eremita dovrà applicarsi diligentemente.

Il lavoro

Il lavoro svolto dall'eremita dovrà essere sufficiente a procurargli il sostentamento evitando di mendicare ed essere di peso al prossimo.
Dovrà essere un lavoro tale da consentirgli di abbandonare la cella il meno possibile.
L'eremità non disprezzerà forme di lavoro umile e manuale. Dedicherà una parte del tempo al lavoro intellettuale, come previsto dalla norma relativa allo studio.

Lo studio

Lo studio è dedicato in modo particolare: 

- ai Padri della Chiesa Occidentale e Orientale

- a testi teologici, spirituali, interconfessionali, rilevanti nel contesto del dialogo ecumenico tra le Chiese Cattolica, Ortodossa e le Chiese Riformate. Ciò costituirà spesso anche materia di lavoro nella forma di traduzione, divulgazione e approfondimento scientifico, sia mediante un apposito Blog, sia attraverso pubblicazioni monografiche o saggi su riviste scientifiche in ambito teologico, liturgico, storico-reliogioso.

- all'approfondimento delle lingue indispensabili per lo studio delle fonti e dei testi più recenti in ambito cattolico, ortodosso e riformato: inglese, tedesco, francese, spagnolo, greco antico, latino ed ebraico.

- alla lettura di testi spirituali di ambito monastico, ascetico e contemplativo.

Lo studio è considerato, accanto al lavoro manuale, una medicina contro l'ozio, una pratica ascetica, un mezzo di sostentamento e uno strumento di carità. Lo studio è inoltre considerato come vero e proprio "culto della Verità".

La penitenza, la povertà e il dono di sé a Dio nella castità

Tutta la vita dell'eremita è penitenza. Nell'antichità la vita eremitica era considerata un "martirio" bianco", accanto al martirio rosso dei cristiani che venivano uccisi per la propria fede. Le origini di questa forma di vita, già presente da tempi remoti anche in altre religioni, risalgono, per quanto riguarda il cristianesimo alla fuga nel deserto egiziano di alcuni cristiani, inizialmente per evitare le persecuzioni, successivamente, con il cessare delle persecuzioni, per combattere l'affievolimento della vita spirituale cristiana nelle città.

Lo status stesso di eremita comporta un cammino ascetico impegnativo, che costituisce di per sé, una forma di penitenza.

Anche la scelta di una vita povera, di un umile nascondimento, ai margini della società e della Chiesa stessa, costituisce una forma di penitenza.

La preghiera continua, il ritornare con perseveranza alla presenza di Dio, costituisce una incessante metanoia, quella conversione annunciata dal Battista e da Cristo stesso nella sua predicazione.

L'eremita si impegna anche a vivere in castità per un integrale dono di sè a Dio nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera incessante, che lo rendono già sulla terra simile agli angeli.

L'eremita si asterrà dalle carni ogni lunedi, mercoledi e venerdi della settimana, ma potrà consumare uova e latticini, oltre a legumi, verdura e frutta. In questi tre giorni praticherà un digiuno parziale, fino alle ore 15 00, fatta eccezione per un bicchiedere di latte a colazione.
Fatte salve eventuali ed effettive necessità di preservare la propria salute, l'eremita osserverà tutti i digiuni previsti dal Book of Common Prayer (1928).

In tutti i giorni in cui non è previsto il digiuno l'eremita consumerà tre pasti al giorno, sobri e nutrienti: una colazione, con una o due uova, un bicchiere di latte e qualche biscotto; un pranzo composto da un'unica portata e da un contorno o della frutta, una cena, composta da un'unica portata e da un contorno o della frutta.

Il Venerdi santo osserverà un digiuno completo a pane e acqua fino al vespro.

In caso di malattia e su consiglio del proprio padre spirituale, l'eremita potrà prendere tutti i cibi necessari per il ripristino del proprio stato di salute o per un suo migliore mantenimento, In ogni cosa seguirà le direttive del proprio padre spirituale.

Il silenzio, che costituisce un elemento essenziale della vita eremitica, non è considerato uno mezzo di penitenza ma una via per essere presenti a Dio, nostro Bene, nostra gioia e nostro Tutto.

L'obbedienza al Padre spirituale

L'eremita avrà cura di eleggere un padre spirituale di comprovata esperienza e maturità, nonché con una specifica preparazione sulla vita monastica e possibilmente sulla vita eremitica.
L'eremita coltiverà il sacro vincolo dell'obbedienza al proprio padre spirituale, con un fiducioso spirito di abbandono alla volontà di Dio.
Il padre spirituale dovrà, ad ogni modo, agire con adeguato discernimento al fine di non contrastare il soffio dello Spirito di Dio e quanto questi possa suggerire all'eremita.
Il padre spirituale potrà essere - ed è consigliabile che sia - persona differente dal confessore dell'eremita.

Il Signore aiuti l'eremita a perseverare in questa Regola ✠



La somma non fa il totale


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose nel Cielo e sulla terra; ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo, e concedi la pace ai nostri giorni; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

In queste settimane, dette “dopo l’Epifania”, che ci separano dalla domenica di Septuagesima, la quale segnerà l’inizio di un periodo pre-quaresimale, troviamo tre importanti episodi evangelici, che rappresentano fin dall’antichità, i tre momenti più importanti della manifestazione – “epifania”, appunto – del Signore all’umanità, al di fuori dei confini di Israele, ovvero al di fuori dei confini del “popolo eletto”.
Il primo episodio è quello narrato nel Vangelo per la messa del 6 gennaio, ovvero l’arrivo dei magi a Betlemme. I magi erano appunto sacerdoti e maghi giunti dall’Oriente, i quali scrutando il cielo avevano individuato la nascita del Figlio di Dio, che si recarono ad adorare. Rappresentano i popoli non israelitici, le altre religioni, che riconoscono - o riconosceranno - in Gesù il Salvatore.
Fin dai primi secoli cristiani però l’Epifania è stata associata a due altri importanti eventi, narrati, rispettivamente, nel vangelo di questa domenica e in quello che leggeremo domenica prossima. Questa domenica il primo capitolo del Vangelo di Marco ci offre il racconto del battesimo di Gesù al Giordano, da parte di Giovanni il Battista. Domenica prossima troveremo invece il racconto del miracolo alle Nozze di Cana, dove Gesù trasforma l’acqua in vino, manifestando la sua potenza mediante il suo primo “miracolo pubblico”.
Entrambi gli episodi sono una manifestazione della sua divinità. Al Giordano, infatti, dove egli si sottopone al battesimo penitenziale di Giovanni - non perché avesse peccato, ma per discendere nelle acque e santificarle - i cieli si aprono e la voce del Padre risuona per attestare, anche mediante lo Spirito che appare in forma di colomba, che Gesù è il Cristo, il Figlio prediletto, in cui Dio si è compiaciuto. Abbiamo qui non solo una rivelazione della divinità di Gesù, ma al contempo la manifestazione di Dio come Trinità, mistero alla cui vita siamo chiamati a partecipare. Se il battesimo di Giovanni, infatti, rappresentava un rito sostanzialmente penitenziale, che serviva a rimettere i peccati e a segnare una tappa importante di conversione a Dio in vista della nuova era messianica, il battesimo cristiano ha una natura diversa e rappresenta una tappa più radicale: in esso veniamo incorporati a Cristo e riceviamo al contempo il dono dello Spirito che ci consente di chiamare Dio “Padre”.
Da qui l’indissolubilità dei riti di iniziazione cristiana – battesimo, crismazione ed eucaristia-, che nell’antichità – e ancora oggi nelle chiese orientali – vengono amministrati insieme e considerati in stretta complementarietà. Questa prassi risale alla tradizione evangelica attestata da Gv 3, al dialogo in cui Gesù spiega al dotto israelita Nicodemo che è necessario “rinascere dall’alto” per vedere il Regno di Dio, è necessario “nascere da acqua e dallo Spirito”. La crismazione rappresenta proprio il sigillo dello Spirito. È inimmaginabile, infatti, l’incorporazione al Figlio, senza il dono dello Spirito che il Padre riversa su di lui e che il Figlio restituisce al Padre, nella circolarità dell’amore divino. Al tempo stesso, una iniziazione cristiana senza eucaristia sarebbe incompleta. Perché lo Spirito è Colui che ci consente di riconoscerci membra di uno stesso corpo, nei diversi carismi che ci sono stati donati. È ciò che afferma l’apostolo Paolo nel capitolo 12 della lettera ai Romani che abbiamo letto oggi, ma anche nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.
L’eucaristia realizza la comunione con il corpo di Cristo, che si manifesta nella stessa Chiesa, e ci consente di partecipare del dono dello Spirito con tutte le altre membra, di riceverlo e comunicarlo nella fede. In tal modo l’iniziazione cristiana – il battesimo, la crismazione, l’eucaristia – non sono mai fatti privati, che riguardano il singolo credente e la sua stretta cerchia di famigliari, che prendono parte al rito. Sono il mistero unico e tripartito, attraverso il quale la Chiesa ci è rivelata come realtà soprannaturale - molto di più della semplice somma dei credenti -, Corpo mistico di Cristo, edificata con pietre vive e vivificata dallo Spirito.
Nel cristianesimo non c’è spazio per una fede vissuta in maniera puramente individualistica, seguendo il Culto in televisione o meditando in privato qualche pagina della Bibbia. La fede autentica ci trasforma nella nostra relazione con Dio e con il prossimo, perché attraverso di essa il Signore ci rende causa efficiente ed efficace nell’edificazione del suo Regno, per concedere all’umanità giorni di pace autentica, la sua pace, non la pace come la dà il mondo, ma come soltanto lo Spirito di Dio può donare. Allora ogni uomo riacquisterà dignità e l’umanità si scoprirà come qualcosa di più della somma aritmetica dei singoli individui.

Rev. Dr. Luca Vona, Eremita



sabato 18 gennaio 2020

Meditazione del giorno. Voi sarete santi.

Poiché io sono il SIGNORE, il vostro Dio; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo. Levitico 11,44

Siamo stati creati al fine di partecipare alla natura divina. Dio ci ha creati per essere simili a lui in santità; non uguali, ma simili.
Se Israele fu chiamato ad essere il suo popolo, un popolo santo, separato dagli altri popoli e luce per gli altri popoli,in Cristo la chiamata alla santità diviene universale; egli è venuto a restaurare nell'uomo l'immagine divina, sfigurata dal peccato.

Preghiera

Signore, mi hai creato affinché fossi a te simile. La tua volontà sia la mia volontà. Aiutami a consacrare la mia vita, offrendola totalmente a te. Mentre cerco di essere completamente tuo rendimi santo come tu sei santo. Te lo chiedo nel nome di Gesù Cristo. Amen.




- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper

venerdì 17 gennaio 2020

Due parole sul digiuno, tra Oriente e Occidente cristiano

Se la penitenza è l’elemento più costante lungo la storia delle forme di riconciliazione, il digiuno resta fino ad aggi l’espressione più concreta della volontà di cambiare vita. È bene dunque prestargli un po’ di attenzione. Le tradizioni orientali sono ricche di richiami penitenziali. Ogni settimana dell’anno ha conservato il digiuno del mercoledì e venerdì attestato dalla Didaché (ca. 50/70), in apparente polemica con i digiuni ebraici del lunedì e giovedì (VIII.1) e che il canone XV sulla Pasqua di Pietro d’Alessandria († 311) motiverà ulteriormente con la memoria del tradimento di Giuda (mercoledì) e della passione e morte del Signore (venerdì). In Oriente digiunare non significa astenersi dal cibo ma soltanto da alcuni cibi, cioè da tutti i prodotti che hanno origine animale: carne, uova, latticini e pesce, compresi i condimenti come lo strutto. Un tale regime strettamente vegetariano copre già più di cento giorni in un anno. Con l’introduzione all’inizio del IV sec. del digiuno pre-pasquale di quaranta giorni, la Quaresima che tende ad imporsi ovunque dopo il concilio di Nicea (a. 318), la dieta del mercoledì e venerdì viene estesa a tutti i giorni quaresimali, e così i giorni vegetariani ormai venivano a sfiorare quota 150. La forza del digiuno è stata tale e tanta da produrre la varia lectio di Mc 9, 29: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo se non con il digiuno e la preghiera», riportata già nei “grandi onciali” del IV secolo.
In seguito ciascuna Chiesa istituì altri periodi di digiuno, propri o comuni ad altre Chiese. Nella Chiesa di Costantinopoli ve ne sono in preparazione alle feste del Natale, degli apostoli Pietro e Paolo (periodo variabile) e della Dormizione della Madre di Dio il 15 agosto (due settimane). Alla fine i giorni vegetariani sono almeno 210 su 365 e il regime ha creato una vera e propria cultura culinaria.
del digiuno con un forte richiamo anche in Occidente che si traduce nella traduzione dal greco e dal russo di un buon numero di libri di cucina.
Questi giorni e periodi hanno sulle persone un forte richiamo. Naturalmente tutto può degenerare in formalismo o abitudine – è il pericolo di molte espressioni ecclesiali dentro e fuori l’ortodossia – ma rettamente inteso, il sistema ortodosso del digiuno ha il vantaggio di coinvolgere la materia e la fisicità (cibo /corpo) allontanando il rischio di una penitenza spiritualizzata. Una sera, stando a cena con un sacerdote ortodosso e con la sua famiglia, durante la quaresima della Dormizione della Theotokos in agosto, egli mi diceva:
«sappiamo molto bene che il digiuno non è fondamentale e neanche così importante, ma è un segno reale di disponibilità alla rinuncia, a modificare una visione della vita in cui ci sembra di aver diritto a tutto e sempre, ad una visione della vita in fondo molto infantile. Digiunare significa accordare di nuovo il primato a ciò che non passa».
Riflettiamo anche sul fatto che si tratta di penitenze regolate dall’anno liturgico, quindi di una realtà oggettiva, che non ha nulla a che fare con l’emozione di chi si sente di fare privazioni oggi piuttosto che domani o non so quale altro giorno. Eppure oggi nella Chiesa cattolica l’argomento digiuno è tabù. Mi sorprende sempre constatare che le persone, anche religiosi e religiose pronte a dare addosso al digiuno (che comunque non fanno), sono le stesse poi disposte ad affrontare estenuanti diete prescritte dallo specialista consultato...

        - Stefano Parenti, Rivista Liturgica (4/2017)


Una nota sulle Chiese Anglicane e sul Metodismo

Nella Chiesa Anglicana il Book of Common Prayer del 1662 prevede il digiuno tutti i venerdi dell'anno, eccetto quando cadono nella feste di Natale o dell'Epifania e nelle altre Feste liturgiche

Il digiuno è prescritto inoltre per le Vigilie delle seguenti feste:

Natività di Nostro Signore (Natale)
Purificazione della Beata Vergine Maria
Annunciazione della Beata Vergine maria
Pasqua
Ascensione
Pentecoste
San Mattia
San Giovanni Battista
San Pietro
San Giacomo
San Bartolomeo
San Matteo
Santi Simone e Giuda
Sant'Andrea
San Tommaso
Tutti i Santi

In aggiunta, i giorni completi di digiuno sono:

I.   I Quaranta giorni della Quaresima
II. Il mercoledi, venerdi e sabato nei Quattro tempi liturgici (quatuor anni tempora o Ember Days):

1. Mercoledi, venerdi e sabato dopo la prima domenica di Quaresima
2. Tra la Festa di Pentecoste e la Domenica della Trinità
3. Il 14 settembre
4. Il 13 dicembre

III. I tre Rogation days (Giorni rogatori, di penitenza e preghiera per la benedizione divina del lavoro dell'uomo), ovvero lunedi, martedi e mercoledi prima del Giovedi Santo e dell'Ascensione del Signore.


Il Book of Common Prayer del 1928, in uso nella Chiesa Episcopale degli Stati Uniti, fino alla riforma del 1979, ma ancora utilizzato dalle Chiese Anglicane di Continuazione (Tradizionaliste) prevede i seguenti giorni di digiuno:

Tutti i venerdi dell'anno, eccetto quando cadono nella feste di Natale o dell'Epifania e nelle altre Feste liturgiche.

I.   I Quaranta giorni della Quaresima
II. Il Mercoled', Venerdi e Sabato nei Quattro tempi liturgici (quatuor anni tempora o Ember Days):

1. Mercoledi, venerdi e sabato dopo la prima domenica di Quaresima
2. Tra la Festa di Pentecoste e la Domenica della Trinità
3. Il 14 settembre
4. Il 13 dicembre

Tra le chiese evangeliche è da segnalare che John Wesley e i primi Metodisti digiunavano tutti i mercoledì e i venerdi dell'anno, eccetto quando cadevano in occasione dei Feste liturgiche. Wesley, divenne a un certo punto della sua vita completamente vegetariano e scelse di fare un solo pasto al giorno (Diario, 7 ottobre 1735)

        - Rev. Dr. Luca Vona, Eremita




Meditazione del giorno. Dio è santo

Perché chi studia attentamente le Scritture scopre la suprema importanza della santificazione impressa da Dio nell'anima? La risposta la troviamo nella natura stessa di Dio.
Dio è santo. la santità è una componente intrinseca della sua natura.
Noi abbiamo una immagine chiara di Dio quando guardiamo a Gesù Cristo. Di lui è scritto nel Libro dei Salmi: "Il tuo trono, o Dio, dura in eterno; lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia. Tu ami la giustizia e detesti l'empietà. Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto d'olio di letizia; ti ha preferito ai tuoi compagni" (Sal 45,6-7; cfr. anche Eb 1,9).
Dio desidera solo il meglio per ogni uomo e per ogni donna. Dio è perfetta giustizia e perfetto amore; il che è ciò che indichiamo prdicando la sua santità.
Quando meditiamo sulle caratteristiche del Dio che serviamo esclamiamo con il salmista: "Quant'è grande la bontà che tu riservi a quelli che ti temono" (Sal 31,19).

Santo, santo, santo
Nonostante l'oscurità ti nasconda
Nonostante l'occhio dell'uomo peccatore
Non possa vedere la tua gloria
Solo tu sei santo,
Non c'è nessuno accanto a te
perfetto in potenza, in amore e purezza.

Holy, holy, holy
Though the darkness hide thee
Though the eye of sinful man
Thy glory may not see
Only Thou art holy,
There is none beside Thee
perfect in power, in love and purity.

(Reginald Heber)




- Da Holiness and the High Contry, Albert F. Harper