Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 31 maggio 2026

Il vento soffia dove vuole

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DELLA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che hai donato a noi, tuoi servi, la grazia di riconoscere, mediante la confessione della vera fede, la gloria dell’eterna Trinità e di adorare la sua unità nel potere della Maestà Divina; ti supplichiamo di custodirci in questa fede e di difenderci da ogni avversità; tu che vivi e regni, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Letture

Ap 4,1-11; Gv 3,1-15

Commento

Nella conversazione notturna con l’amico Nicodemo Gesù ci lascia un insegnamento sul suo modo di intendere l’impegno religioso, lontano dal semplice senso di appartenenza o dalla fedeltà legalistica alla lettera dei testi sacri. Il vento soffia (Gv 3,8), ma occorre dispiegare le vele della fede per lasciarci guidare dallo Spirito.

La direzione dalla quale e verso la quale si muove lo Spirito non è prevedibile, è capace di sorprenderci sempre. Per questo occorre essere dei navigatori attenti alle sue sollecitazioni, in modo da sapere da quale direzione prendere il vento. La nostra traversata si compie sotto la spinta di una fonte di energia che non può essere accumulata e conservata. È dunque necessaria una nostra apertura allo Spirito qui ed ora, in ogni momento, che si manifesta nella meditazione assidua della Parola di Dio. La nostra docilità alla sua azione non può venire meno, se non vogliamo esporci alle correnti e andare alla deriva.

Nel lungo periodo liturgico che dalla domenica dopo Pentecoste fino all'Avvento viene chiamato, secondo una antica tradizione, "tempo della Trinità" viene riassunto il principio e al tempo stesso il fine ultimo della creazione, la ragione per cui siamo stati creati e ciò che costituirà la nostra vita quando avremo combattuto la buona battaglia e preservato la fede fino alla fine: la vita nella Trinità, la partecipazione al mistero di un Dio unico ma non solitario, un Dio in tre persone, che chiama l'uomo a partecipare a quest'intima relazione.

Ma occorre rinascere dall'alto, dall'acqua e dallo Spirito Santo. Occorre lasciarsi rigenerare da Dio, per vedere il mondo con occhi sempre nuovi, per ascoltare e gustare tutte le cose con la meraviglia di un bambino da poco venuto alla luce.

Tutto è straordinario per chi accoglie il dono dello Spirito. La vita del cristiano non ha mai nulla di ordinario nel senso peggiorativo del termine. La noia, la monotonia, il vuoto, sono sensazioni lontane dalla vita di chi possiede Cristo e, in lui, l'intera Trinità divina. Chi ha fede non ha bisogno di stordire i sensi con emozioni sempre nuove. La fede rende la vita quotidiana luogo di incontro con Dio, in cui diventiamo destinatari e al tempo stesso dispensatori delle sue benedizioni.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 24 maggio 2026

Se uno mi ama... noi verremo a lui

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE


Colletta

O Dio, che in questo tempo hai istruito i cuori dei tuoi fedeli, inviando loro la luce dello Spirito Santo; concedici, attraverso lo stesso Spirito di avere un retto giudizio in tutte le cose, e di rallegrarci sempre del suo conforto; per i meriti di Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

At 2,1-11; Gv 14,15-31

Commento

Nel racconto della Pentecoste riportato dagli Atti degli Apostoli vediamo che il luogo in cui viene donato lo Spirito Santo è l'assemblea dei credenti riunita in preghiera, primizia della Chiesa. Gesù lo aveva promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). 

La preghiera che ci apre al dono dello Spirito è dunque preghiera comunitaria; e la preghiera più importante compiuta nel nome di Gesù è l'azione liturgica. 

Gesù ci esorta a chiedere con coraggio il dono più grande: Dio stesso, la sua potenza - ("come vento impetuoso" (At 2,2) -, la sua sapienza - "vi insegnerà ogni cosa" (Gv 14,26) -, la sua eloquenza - "li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue!" (At 2,11).

Il Padre avrebbe potuto effondere il suo Spirito su un solo credente, su un solo profeta, ma decide di dividerlo in diverse lingue di fuoco, conferendo a ciascun discepolo un carisma differente.
Nessuno, tra i credenti, può insuperbirsi, pensando di essere l'unico indispensabile: chi opera, infatti, è Dio, e ogni carisma conferito dallo Spirito non è che un "ministero", un ufficio per il bene dell'intero corpo ecclesiale.

L'eloquenza conferita dallo Spirito non è la tendenza a parlarci addosso, ad essere sordi verso le culture che si esprimono in una lingua differente dalla nostra. Riconosciamo che è lo Spirito che opera nella Chiesa quando anche "quelli di fuori" comprendono la nostra predicazione su Cristo: "E tutti stupivano e si meravigliavano, e si dicevano l'un l'altro: 'Come mai li udiamo parlare nella nostra lingua natìa?'" (At 2,7-8). La Chiesa è realtà sacramentale aperta al mondo.

Se è vero che il dono dello Spirito Santo è fatto per il bene dell'intero corpo di Cristo è anche vero che si tratta di una esperienza intima e diretta che investe la persona di ogni singolo credente; è Dio stesso che viene a inabitare la nostra anima: "Conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me, e io in voi" (Gv 14,20); "Se uno mi ama... noi verremo a lui" (Gv 14,23).

L'incontro con Cristo, nelle Scritture e nei sacramenti, ci trasforma, per grazia, a sua immagine, cosicché quando il Padre si china su di noi, non vede più noi ma il suo Figlio, e ci dona lo Spirito senza misura: "furono tutti ripieni dello Spirito Santo" (At 2,4).

Per ricevere tale dono Gesù ci esorta a osservare i suoi comandamenti: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Gv 14,15); "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manfesterò a lui" (Gv 14,21).
Non deve mai venir meno, dunque, al di là delle nostre miserie, il desiderio della santificazione, intesa come obbedienza al vangelo, per opera della grazia di Dio.

"Perciò vi dico: chiedete" (Lc 11,9), esorta Gesù. Non lasciamoci vincere dal torpore, dalla rassegnazione, dalla mediocrità. Osiamo chiedere il dono più grande: una nuova Pentecoste per noi, per la Chiesa e per l'intera umanità.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 16 maggio 2026

Eccellere nella carità

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DOPO L'ASCENSIONE

Colletta

O Dio, re della gloria, che hai esaltato il tuo unico figlio Gesù Cristo con grande trionfo nel regno dei cieli; ti supplichiamo di non lasciarci senza conforto, ma di mandare il tuo Santo Spirito a consolarci e ad esaltarci nello stesso posto in cui ci ha preceduti il nostro Salvatore Gesù Cristo, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

1 Pt 4,7-11; Gv 15,26-27;16,1-4

Commento

Nell'attesa del suo ritorno, come Signore del tempo che porta a compimento tutte le cose, Gesù non ci lascia soli ma ci promette il Consolatore. 

I credenti ne hanno bisogno, perché lo Spirito di verità, sarà con loro mentre imperverseranno la violenza e la menzogna: "chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2). 

Questa è "la loro ora", in cui le forze ostili al vangelo, che hanno messo a morte colui che ha vinto la morte, crederanno di poter ancora cambiare la storia, che ormai è stata orientata verso la liberazione finale nel Cristo veniente. 

Tutto l'odio che si era riversato contro Gesù durante la sua vita ora si scatena contro i credenti, ma il Consolatore proclamerà la giustizia di Cristo e assicurerà la condanna della potenza demoniaca che ora domina il mondo.

In questa travagliata attesa i cristiani sono chiamati a distinguersi - come esorta Pietro nella sua prima lettera - per moderazione e sobrietà. La loro vita è proiettata verso Dio e verso le necessità del prossimo, nella dedizione alla preghiera (1 Pt 4,7), all'ospitalità (1 Pt 4,9) e al servizio degli altri, secondo la grazia ricevuta dallo Spirito. 

Due sono i grandi ministeri che distinguono gli apostoli: "chi parla... con parole di Dio", dedicandosi alla predicazione, e "chi esercita un ufficio", ovvero chi esercita la diakonìa, che si esplica nel servizio ai poveri.

Gesù ci chiama a rendergli testimonianza (Gv 15,26-27) in una laboriosa attesa; possiamo farlo nei tempi, nei luoghi, nei modi che appartengono al nostro specifico stato di vita nel mondo, che è poi il carisma che ci è stato assegnato. Tutti siamo chiamati, in modo diverso, a eccellere nella carità (1 Pt 4,8).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 10 maggio 2026

Siate facitori della parola

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINTA DOMENICA DOPO PASQUA

comunemente chiamata Rogation sunday (Domenica delle petizioni)

Colletta

O Signore, dal quale proviene ogni cosa buona; concedi a noi, tuoi umili servi, di desiderare, mediante la tua santa ispirazione, ciò che è buono, e di perseguirlo mediante la tua guida misericordiosa. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

Letture

Gc 1,22-27; Gv 16, 23-33

Commento

Nella Parola incarnata, che è Gesù Cristo, noi possiamo trovare la nostra vera natura, a immagine e somiglianza di Dio; ma l’apostolo Giacomo ci esorta a non limitarci a un compiacimento momentaneo: il nostro sguardo interiore deve restare fisso in essa, affinché lo Spirito ci trasformi, restaurando in noi la bellezza divina.

Il Signore non cerca semplicemente uditori della sua parola, ma persone che la mettano in pratica, "facitori della parola" (Gc 1,22): per il cristiano, l'essere, il fare, devono predominare sull'apparire.

In passato, in questo giorno di festa chiamato Rogation Sunday "Domenica delle petizioni", venivano presentate a Dio preghiere particolari per il raccolto della terra e per coloro che la lavoravano. Oggi continuiamo a riconoscere che attraverso la benedizione di Dio il nostro lavoro può portare frutti di carità in abbondanza.

La festività è occasione per domandare a Dio di insegnarci a svolgere il nostro lavoro con impegno e dedizione, quale contributo al bene della comunità umana; ma anche a coltivare con perseveranza i territori ancora aridi del nostro cuore, affinché possano produrre frutti di conversione.

Gesù esorta i suoi discepoli a chiedere, a chiedere nel suo nome, direttamente al Padre. E tutto ciò che chiederanno nel suo nome, il Padre lo concederà; la garanzia è data dal fatto che il Padre li ama perché loro hanno amato Gesù e hanno creduto che egli è venuto da Dio.

Chiedere nel nome di Gesù significa che le nostre richieste devono muoversi nel perimetro tracciato dal vangelo, dall'esempio stesso che Gesù ci ha dato con la sua vita. Nessun discepolo è più grande del maestro, così a volte non otteniamo ciò che chiediamo perché chiediamo la cosa sbagliata, qualcosa che ci allontana dalla vera sequela di Cristo.

Chiediamo dunque a Dio di insegnarci a "esaminare attentamente la legge perfetta" (Gc 1,25), che non è semplicemente un elenco di precetti, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo. E così, ascoltando attentamente, contemplando assiduamente, lo Spirito ci trasformi in lui, "di gloria in gloria". (2 Cor 3,18).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 3 maggio 2026

Ricevete con mansuetudine la parola che è stata piantata in voi

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che solo puoi governare la volontà e le affezioni disordinate degli uomini peccatori; concedi al tuo popolo, di amare ciò che comandi e desiderare quanto hai promesso; affinché attraverso i molteplici rivolgimenti del mondo, i nostri cuori possano restare fissi laddove la vera gioia può essere trovata. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Gc 1,17-21; Gv 16,5-15

Commento

Il dono dello Spirito è il soggetto delle letture proposte dalla liturgia di oggi, che precede le festività dell'Ascensione e della Pentecoste.

Le parole di Gesù indicano che il suo sottrarsi a noi non è privo di frutti. Egli ci lascia, per un breve tempo, per fare ritorno al Padre, affinché possa donarci lo Spirito che ci guiderà alla verità tutta intera (Gv 16,13). Per questo l'apostolo Giacomo, nella sua lettera ci dice che "ogni buona donazione e ogni dono perfetto vengono dall'alto" (Gc 1,17).

La parola di Dio, che troviamo nelle Scritture, deve essere al centro della vita cristiana. Ma la parola di Dio non è lettera morta, la nostra non è la religione del libro. L'ascolto delle Scritture passa innanzitutto attraverso la liturgia, dove Gesù è presente in mezzo a noi e ci parla, non da un lontano passato ma con parole vive che si confrontano con la realtà di oggi. 

Quando ci parla Dio ci dà sempre del “tu”. Così la Parola di Dio trascende la vicenda del Gesù storico e si presenta come Logos eterno, ma non distaccato dalla nostra vicenda terrena; capace, anzi, di trascendere gli inevitabili limiti spaziali e temporali cui è stata soggettà la predicazione di Gesù.

L'immagine evocata dalla colletta della liturgia odierna - che chiede a Dio di tenerci saldi tra i rivolgimenti del mondo - sembra mutuata diretamente dal motto dell'ordine certosino: "Stat crux dum volvitur orbis" ("La croce resta salda mentre il mondo gira"). Non è improbabile, perché l'Arcivescovo Thomas Cranmer, che è l'autore diretto di questa preghiera, possedeva nella sua biblioteca una vita di San Bruno, fondatore dell'Ordine certosino, nonché un commento ai Salmi del certosino Ludolfo di Sassonia.

Anche Giacomo nella sua lettera ci ricorda che nel Padre "non vi è mutamento né ombra di rivolgimento" (Gc 1,17). È questo il dono dello Spirito: una parola capace di governare le nostre anime, che diversamente sarebbero come imbarcazioni prive di timone e in balìa della tempesta. Sono immagini che richiamano alla mente l'episodio evangelico in cui Gesù sgrida i venti e comanda le acque, riportando la bonaccia, dopo che i discepoli avevano temuto il naufragio.

Accostiamoci dunque con fede alla parola di Dio affinché lo Spirito ci conduca al porto sicuro della vita nella grazia.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 1 maggio 2026

Fermati 1 minuto. La verità è un cammino

Lettura

Giovanni 14,1-6

1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Commento

Con questo discorso di commiato, che si svolge nella stanza in cui si è consumata l'ultima cena, mentre Giuda si è già allontanato, Gesù incoraggia i discepoli in vista della sua passione che sta per compiersi.

Al turbamento dei discepoli espresso dal verbo greco tarasso - lo stesso usato da Gesù alla morte di Lazzaro - viene contrapposta la fede che vince il mondo (1 Gv 5,4). Uniti a Gesù i discepoli ricevono la forza per sconfiggere la paura e perseverare con coraggio nelle prove fino alla vittoria finale.

Gesù non chiede ai discepoli di anestetizzare le proprie emozioni, di non provare tristezza o dolore per quanto sta per accadere, ma di non lasciarsi "travolgere" da esse. La fede rappresenta un'àncora nelle tempeste del mondo. Se anche l'esteriorità dell'anima è provata, il suo fondo resta nella quiete.

La "casa del Padre" è nell'Antico Testamento il Tempio, ma successivamente venne a rappresentare nella cultura ebraica la casa stabilita nei cieli, nella quale si trovano le dimore dei giusti.

Gesù annuncia chiaramente il suo ritorno alla fine dei tempi per portare in cielo i giusti, insegnamento presente anche in Matteo (Mt 24,36-44) e ripreso da Paolo (1 Cor 15,51-54; 1 Ts 4,13-18).

La "via" cui si riferisce Gesù, è egli stesso, il vangelo impartito con le sue parole e con la sua vita. Il termine "la via" verrà a contraddistinguere lo stesso cristianesimo nell'età apostolica, come testimoniato dal libro degli Atti (At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22).

Gesù non è semplicemente una guida che conduce alla salvezza ma è la verità e la vita (v. 6), Parola che procede dal Padre, per mezzo della quale tutte le cose sono state create (Gv 1,3) e che ha il potere di far diventare figli di Dio quanti la accolgono (Gv 1 12).

L'essere "via" di Gesù implica che la verità e la vita rappresentano un cammino, prima ancora che una meta. Il viaggio stesso della vita del credente è crescita nell'esperienza di Dio.

C'è una dimora in cielo che attende coloro che in questa vita "hanno lasciato casa a causa del vangelo" (Mc 10,29). Il Risorto non solo prepara una casa per noi ma prepara anche noi per questa casa, assistendoci con la sua grazia nel percorso che conduce al Padre.

Preghiera

Signore, che hai avuto misericordia del peregrinare dell'uomo su questa terra, tu hai tracciato per noi la strada che conduce alla pienezza della vita. Il tuo Spirito ci assista affinché possiamo essere trovati da te sul retto cammino quando ci verrai incontro. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona