Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

Lettera del Principe di Galles per la beatificazione del Card. Newman


Dall'Osservatore Romano, 12 ottobre 2019

John Henry Newman: l’armonia della differenza

Alla vigilia della canonizzazione del cardinale John Henry Newman, L'Osservatore Romano ha pubblicato un commento del Principe di Galles


Sua Altezza Reale il Principe di Galles

Quando Papa Francesco domani canonizzerà il cardinale John Henry Newman, primo britannico da oltre quarant’anni a essere proclamato santo, sarà motivo di festa non solo nel Regno Unito e non soltanto per i cattolici, ma anche per tutti coloro che hanno a cuore i valori che lo hanno ispirato.

Nell’epoca in cui è vissuto, Newman ha rappresentato la vita dello spirito contro le forze che svilivano la dignità umana e il destino umano. Nell’epoca in cui giunge alla santità, il suo esempio è più che mai necessario: per il modo in cui, al meglio, ha saputo difendere senza accusare, essere in disaccordo senza mancare di rispetto e forse, soprattutto, per il modo in cui ha saputo vedere le differenze come luoghi d’incontro invece che di esclusione.

In un tempo in cui la fede veniva messa in discussione come mai prima di allora, Newman, tra i più grandi teologi del diciannovesimo secolo, ha applicato il proprio intelletto a una delle domande più pressanti della nostra era: quale dovrebbe essere il rapporto tra la fede e un’epoca scettica, secolare? Il suo impegno, prima con la teologia anglicana e poi, dopo la conversione, con la teologia cattolica, impressionava perfino i suoi oppositori per l’audace onestà, l’implacabile rigore e l’originalità di pensiero.

Quali che siano le nostre credenze, e qualunque sia la nostra tradizione, non possiamo che essere grati a Newman dei doni, radicati nella sua fede cattolica, che ha condiviso con la società più in generale: la sua intensa e commovente autobiografia e la sua poesia profondamente sentita ne Il sogno di Geronzio, che, musicato da Sir Edward Elgar – un altro cattolico inglese del quale tutti i britannici possono andare fieri – ha dato al mondo della musica uno dei suoi capolavori corali più duraturi.

Nel momento culminante de Il sogno di Geronzio, l’anima, avvicinandosi al cielo, percepisce qualcosa della visione divina:

“una grande misteriosa armonia: Mi inonda, come il profondo e solenne suono. Di molte acque”.

L’armonia esige differenza. Questo pensiero è al centro stesso della teologia cristiana nel concetto della Trinità. Nella stessa poesia Geronzio dice:

“Fermamente io credo e sinceramente, Che Dio è Trino e che Dio è Uno”.

La differenza, come tale, non deve essere temuta. Newman non lo ha solo provato nella sua teologia e illustrato nella sua poesia, ma lo ha anche dimostrato nella sua vita. Sotto la sua guida i cattolici sono diventati pienamente parte della società più in generale, che in tal modo si è arricchita ancora di più come comunità di comunità.

Newman non si è dedicato solo alla Chiesa, ma anche al mondo. Pur essendo totalmente devoto alla Chiesa alla quale era giunto passando per così tante prove intellettuali e spirituali, egli ha comunque avviato un dibattito aperto tra cattolici e altri cristiani, spianando la strada ai successivi dialoghi ecumenici. Quando nel 1879 fu elevato alla dignità cardinalizia, scelse come motto Cor ad cor loquitor (“cuore parla a cuore”), e le sue conversazioni al di là delle differenze confessionali, culturali, sociali ed economiche, erano radicate in questa amicizia intima con Dio.

La sua fede era veramente cattolica, in quanto abbracciava tutti gli aspetti della vita. È in questo stesso spirito che noi, cattolici e non, possiamo, nella tradizione della Chiesa cristiana nel corso dei secoli, abbracciare la prospettiva unica, la particolare sapienza e comprensione, che questa singola anima ha portato alla nostra esperienza universale. Possiamo trarre ispirazione dai suoi scritti e dalla sua vita, pur riconoscendo che, come ogni vita umana, era inevitabilmente imperfetta. Newman stesso era consapevole delle proprie mancanze, come l’orgoglio e l’essere sulla difensiva, che non erano all’altezza dei suoi ideali, ma che in fondo lo hanno solo reso più grato della misericordia di Dio.

La sua influenza è stata immensa. Come teologo, il suo lavoro sullo sviluppo della dottrina ha mostrato che la nostra comprensione di Dio può crescere nel tempo e ha avuto un profondo impatto sui pensatori successivi. Singoli cristiani si sono sentiti sfidati e rafforzati nella loro devozione personale dall’importanza che lui attribuiva alla voce della coscienza. Le persone di tutte le tradizioni che cercano di definire e difendere il cristianesimo si sono scoperte grate per il modo in cui egli ha riconciliato fede e ragione. Coloro che cercano il divino in quello che potrebbe apparire come un ambiente intellettuale sempre più ostile trovano in lui un forte alleato che ha sostenuto la coscienza individuale contro un soverchiante relativismo.

E, cosa forse più importante di tutte in questo tempo in cui abbiamo assistito a fin troppi attacchi gravi da parte delle forze dell’intolleranza nei confronti di comunità e individui, tra cui molti cattolici, a ragione delle loro credenze, egli è una figura che ha difeso le proprie convinzioni malgrado gli svantaggi di appartenere a una religione ai cui seguaci era negata la piena partecipazione alla vita pubblica. Durante tutto il processo di emancipazione cattolica e il ripristino della gerarchia ecclesiastica cattolica, egli fu la guida di cui avevano bisogno il suo popolo, la sua Chiesa e i suoi tempi.

La sua capacità di esprimere calore personale e generosa amicizia è dimostrata dalla sua corrispondenza. Sono oltre 30 i volumi che raccolgono le sue lettere, molte delle quali, significativamente, non sono indirizzate a colleghi intellettuali e a leader prominenti, bensì a familiari, amici e parrocchiani che cercavano la sua saggezza.

Il suo esempio ha lasciato un’eredità duratura. Come educatore, il suo lavoro è stato profondamente influente a Oxford, Dublino e anche oltre, mentre il suo trattato L’idea di università rimane ancora oggi un testo fondamentale. Le sue fatiche, spesso dimenticate, a favore dell’educazione dei bambini, testimoniano il suo impegno per assicurare che le persone di tutti gli ambienti potessero essere partecipi delle opportunità che l’istruzione può offrire. Come anglicano ha ricondotto quella Chiesa alle sue radici cattoliche e come cattolico è stato pronto a imparare dalla tradizione anglicana, per esempio nel promuovere il ruolo dei laici. Ha dato alla Chiesa cattolica nuova fiducia quando si è ristabilita in una terra dalla quale un tempo era stata sradicata. Oggi la comunità cattolica in Gran Bretagna ha un debito incalcolabile verso il suo instancabile lavoro, così come la società britannica ha motivo di essere grata a questa comunità per il suo contributo incommensurabilmente prezioso alla vita del nostro paese.

Tale fiducia si esprimeva nel suo amore per il paesaggio inglese e la cultura del suo paese natale, alla quale ha dato un contributo tanto illustre. Nell’Oratorio da lui istituito a Birmingham, che ora ospita un museo dedicato alla sua memoria, come anche una comunità di culto attiva, vediamo la realizzazione, in Inghilterra, di una visione che ha tratto da Roma, da lui descritta come “il luogo più meraviglioso sulla Terra”. Portando la Congregazione dell’Oratorio dall’Italia in Inghilterra, Newman cercò di condividerne il carisma di educazione e servizio.

Egli amava Oxford, onorandola non solo con sermoni appassionati ed eruditi, ma anche con la bella Chiesa anglicana a Littlemore, costruita dopo un viaggio formativo a Roma dove, cercando una guida per il suo cammino spirituale futuro e meditando sul suo rapporto con la Chiesa d’Inghilterra e con il cattolicesimo, scrisse il suo amato inno Lead Kindly Light. Quando infine decise di abbandonare la Chiesa d’Inghilterra, il suo ultimo sermone, dove si accomiatò da Littlemore, lasciò la congregazione in lacrime. Era intitolato The Parting of Friends.

Mentre ricordiamo la vita di questo grande britannico, grande ecclesiastico e, come possiamo dire ora, grande santo, che supera le divisioni tra tradizioni, è certamente giusto rendere grazie per l’amicizia che, malgrado la separazione, non solo ha resistito ma si è anche rafforzata.

Nell’immagine della armonia divina, che Newman ha espresso in modo tanto eloquente, possiamo vedere come, in fondo, quando seguiamo con sincerità e coraggio i diversi sentieri ai quali ci chiama la coscienza, tutte le nostre divisioni possono portare a una più grande comprensione e tutti i nostri cammini possono trovare una casa comune.

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L'evangelicalismo nel Deserto, in prospettiva ecumenica

Sono un pastore evangelico di tradizione anglicana con una vocazione ecumenica. Considero il cristianesimo evangelico, il cattolicesimo romano e il cristianesimo delle chiese orientali "ortodosse" tre grandi fiumi di una medesima sorgente.

Pratico una vita semi-eremitica, secondo il modello dei pustinjak delle chiese cristiane orientali, pregando per la riconciliazione tra le chiese cristiane, e per un dialogo fruttuoso tra il cristianesimo e le grandi religioni. Penso che la nostra identità cristiana possa rafforzarsi, maturare e arricchirsi nel momento in cui diventa relazione, pur evitando facili "sincretismi", "fughe in avanti" e soluzioni semplicistiche al superamento di incomprensioni che possono essere risolte solo dall'azione dello Spirito Santo. Ritengo, tuttavia, indispensabile il rendersi strumenti docili nella mani di Dio, praticando una conoscenza sempre più approfondita del nostro interlocutore e delle sue posizioni teologiche. Penso che ogni singola tradizione cristiana sia chiamata a una purificazione della propria memoria, prendendo coscienza delle ferite inferte all'unica Chiesa di Cristo, suo mistico corpo.

Mi colloco nell'ambito del movimento evangelicale e dell'Alleanza Evangelica Italiana, a sua volta membro dell'Alleanza Evangelica Mondiale, ma abbracciando confini più ampi, che comprendono la tradizione Anglicana, Cattolica e Ortodossa.

Il mio essere evangelico significa innanzitutto attingere alle Scritture come fonte di acqua viva per la mia fede. Accanto a queste pongo la necessità di una intensa vita sacramentale, mediante la ricerca della fedeltà alle promesse battesimali, celebrando e accostandomi il più frequentemente possibile alla mensa del Signore nella Comunione eucaristica.

La mia liturgia si richiama al Book of Common Prayer Anglicano. Attinge, tuttavia, anche a fonti cattoliche e ortodosse, considerate patrimonio della cristianità in cammino verso l'unità.

Celebro in forma pubblica esclusivamente la domenica, alle ore 12 00, presso la Chiesa del Nazareno in via Antonio Fogazzaro 11 a Roma (Talenti).


                    Rev. Dr. Luca Vona, Eremita







Prigionieri della Legge e prigionieri... nel Signore



COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIASSETTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Signore, Ti supplichiamo affinché la tua grazia possa sempre prevenirci e seguirci, rendendoci costantemente dediti a ogni opera buona. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,1-6; Lc 14,1-11

“Io, dunque, il prigioniero per il Signore, vi esorto a camminare in maniera degna della vocazione cui siete stati chiamati” (Ef 4,1). Comportarsi in maniera degna del Vangelo significa tener conto, nelle relazioni con gli altri, prima di tutto della nostra relazione con Dio, ovvero della salvezza che Egli ci ha offerto gratuitamente. È proprio il dono della Grazia a renderci debitori verso Dio e a implicare la necessità di agire nei confronti del prossimo con lo stesso amore e misericordia che abbiamo ricevuto per primi dal Padre.
Essere stati salvati non ci rende una élite al di sopra dei nostri simili. Questo è l'errore in cui incorrevano i farisei, che si ritenevano una setta di giusti e che vediamo in diverse occasioni ingaggiare una polemica teologica con Gesù. Guarendo l’idropico in giorno di sabato il Signore rimette al centro il primato della carità verso il prossimo, come legge suprema, che di certo non è in contrapposizione con la legge mosaica. Gesù non controbatte ai farisei negando o sminuendo la legge mosaica. Chiede infatti loro di citare un passo della legge che vieti di guarire in giorno di sabato e domanda se non si affaticherebbero in giorno di sabato per salvare un asino o un bue, ovvero per proteggere le proprie ricchezze.
L'illusione che l'amore di Dio possa essere fatto coincidere semplicemente con l'amore della legge è una forma di riduzionismo idolatra: non si adorano delle divinità straniere, ma si cade nell'errore di credere che lo scrupoloso rispetto delle norme religiose possa di per sé costituire una garanzia di salvezza. Questa tentazione, molto diffusa nel giudaismo contemporaneo a Gesù, ritorna nel cristianesimo, dalle origini fino ad oggi, laddove si radica la convinzione di potere accumulare meriti attraverso opere buone e preghiere. È, questo, un atteggiamento in cui al centro troviamo il nostro egocentrismo e non certo l'amore disinteressato per Dio e per il prossimo, quel senso di gratitudine verso il nostro creatore e salvatore, che da solo dovrebbe essere sufficiente per farci agire rettamente, al di là dei benefici che ne possiamo conseguire.
La seconda parte del racconto evangelico, in cui assistiamo alla disputa tra gli invitati per chi avrebbe dovuto occupare i posti più prestigiosi a tavola, testimonia proprio la difficoltà di superare l'accentramento su di sé, che dovrebbe invece caratterizzare la vera esperienza religiosa.
Mentre i farisei non riescono a citare alcun passo biblico che possa attestare il divieto di compiere guarigioni in giorno di sabato Gesù, con le sue parole e con la guarigione dell'idropico ci presenta la carità come l’espressione più alta e il senso ultimo della legge.
Paolo, dal canto suo, nella lettera agli Efesini, sottolinea il profondo legame tra la carità fraterna e la necessità di dare una risposta adeguata all'azione salvifica di Dio nei nostri confronti. Noi siamo stati amati e salvati per primi; è nostro dovere amare il nostro prossimo come Dio ci ha amato. E questo dovere è ancora più vincolante nei confronti dei nostri fratelli in Cristo, con i quali condividiamo la stessa fede e la stessa speranza, nonché i doni che l'unico Cristo ha distribuito tra il suo popolo. Per questo l'apostolo ci esorta a mantenere la pace e la comunione nella comunità cristiana.
Per rafforzare le sue parole Paolo fa leva sul suo essere "prigioniero nel Signore". Non vuole essere compatito, ma vuole sottolineare fino a che punto lo abbia spinto la sua abnegazione per la causa del vangelo. Il credente è capace di individuare anche nelle grandi prove della vita la mano di Dio, per questo Paolo è prigioniero, ma "nel Signore". Nulla accade per circostanze fortuite, e anche laddove ci trovassimo tra le mani di forze malvagie, possiamo avere la certezza che ogni causa seconda agisce perché Dio, la causa prima, glielo consente. E ancora più, dobbiamo essere assolutamente certi che qualsiasi cosa ci accada è assolutamente la più perfetta, la più profittevole, la migliore, qui ed ora, per noi, che possa accadere, secondo la sapienza imperscrutabile di Dio. Possiamo dunque ripetere col salmista, in ogni circostanza della nostra vita: "Nelle sue mani sono le profondità della terra e sue sono le alte vette dei monti" (Sal 95,4).

Rev. Dr. Luca Vona, Eremita