Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita evangelico
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 5 agosto 2020

Fermati 1 minuto. Aprire una breccia nel cuore di Cristo

Lettura

Matteo 15,21-28

21 Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». 25 Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» 26 Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». 27 Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.

Meditazione

Il racconto della donna cananea - nel parallelo di Marco definita più specificamente siro-fenicia - che implora a Gesù la guardigione della figlia vessata da un demonio ci offre una importante lezione sulla preghiera. E ci insegna anche che è possibile trovare la fede dove meno ce lo si aspetta. Questa donna appartiene a un popolo che disprezzava Israele e che era disprezzato da Israele. Eppure lei riconosce in Gesù non solo un profeta e un guaritore, non solo il Messia promesso al popolo eletto - il Figlio di Davide -, ma il Figlio di Dio, come ci lascia intendere la sua prostrazione e l'appellativo "Signore" che lei usa nei suoi confronti.
Come deve essere la preghiera? Fatta di tante e belle parole? Emozionante? Deve rapire la nostra mente e i nostri sensi? Niente di tutto questo. Gesù lo dice: «Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole» (Mt 6,7). Questa donna pagana, si discosta da questo stile di preghiera, forse per la sua disperazione per la figliasofferente, e usa due semplici parole: «Signore, aiutami!» (v. 25). Lei che era abituata a pregare tanti dèi, rivolge la sua preghiera direttamente a Gesù, senza affidarsi ad altri mediatori. I discepoli, infastitidi dalle suppliche insistenti, chiedono al Signore di allontanarla - questo il senso della parola nel testo greco: ἀπόλυσον.
La reazione di Gesù mostra tre differenti fasi. Inizialmente tace (v. 23) - e quante volte sperimentiamo il silenzio di Dio di fronte alla nostra preghiera! Poi esprime il proprio rifiuto ad esaudire la donna: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele» (v. 24). Su questa posizione rimane fermo anche dopo che la donna si prostra ai suoi piedi; la sua risposta, anzi, mette alla prova l'umiltà della donna: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini» (v. 26). Ma quando questa, anziché risentirsi, chiede a Gesù "di poter ricevere almeno una briciola di quel pane" si è aperta una breccia nel cuore di Cristo, il quale la esaudisce dicendole «ti sia fatto come vuoi» (v 28).
Così deve essre dunque la nostra preghiera: semplice, insistente, umile e, naturalmente, alimentata dalla fede fede. Lasciamo perdere l'esperienza della "pelle d'oca". Prendiamo esempio dalla donna cananea e dalle parabola sulla "necessità di pregare sempre, senza stancarsi" in cui la vedova che chiede giustizia la ottiene supplicando il giudice fino a rendersi molesta (Lc 18,1-8); così come dalla parabola su colui che importuna l'amico a mezzanotte per avere un pane per il suo ospite appena arrivato (Lc 11,5-8).
Soprattutto non trascuriamo il dovere di pregare per i nostri figli, i nostri amici, le nostre persone care e non sentiamoci troppo lontani da Dio per potergli rivolgere le nostre suppliche.

Preghiera

Insegnaci a pregare, Signore; e non permettere che la nostra impzienza di essere esauditi ci distolga da una supplica insistente, umile e piena di fede. Ricordati dei nostri figli, dei nostri parenti, dei nostri amici che sono nel bisogno e se non siamo degni di sedere a tavola con te, concedici almeno di poter ricevere le briciole della tua mensa. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona


martedì 4 agosto 2020

Quando tremano le colonne: l'ansia e il "vuoto a forma di Dio"

"Si agiti la terra con tutti i suoi abitanti, io ne rendo stabili le colonne." (Salmo 75,3)

"Quand'ero in pericolo, tu m'hai liberato" (Salmo 4,1)


Photo: <a target="_blank" href="https://unsplash.com/@dallehj">Daniel Jensen</a>, Unsplash CC0.,

Incertezza, irrequietezza, insicurezza sono i nostri inseparabili compagni in questi giorni in un mondo afflitto dalla pandemia.

Non possiamo scrollarci di dosso una strana e fastidiosa sensazione di oppressione, a volte così intensa che sembra che ci manchi l'aria. "Non ce la faccio più, sto soffocando".

Sì, è ansia, è angoscia. Vivere con l'ansia è come attraversare una stretta gola tra le montagne, con poca luce e molti rischi (la parola angoscia, dall'angustus originale, significa stretto). C'è pericolo, ma soprattutto c'è incertezza e preoccupazione: cosa accadrà?

I pilastri della nostra vita tremano e sembra che il mondo affonderà sotto i nostri piedi. Per quanto sicuri e autosufficienti ci siamo sentiti, un virus ci ha ricordato la fragilità della vita e ci ha messo di fronte alla morte.

Mai prima d'ora la nostra generazione in Occidente ha vissuto una situazione di tale insicurezza in così tante aree contemporaneamente (salute, lavoro, economia, valori morali).

Tutto ciò ci obbliga a cercare pilastri più solidi, pilastri che non sono in balia della prima forte tempesta. Cosa è veramente importante? Cosa è essenziale in questa vita? Come posso alleviare questa ansia che non mi lascerà in pace?

Da dove viene l'ansia? L'ansia è un problema multidimensionale in cui si mescolano fattori sociali, psicologici, biologici e spirituali.

Non possiamo ignorare nessuno di loro, in modo che il sociologo, lo psicoterapeuta o lo psichiatra possano aiutare ad alleviare l'ansia. I loro contributi terapeutici sono ben accetti.

Tuttavia, nessuno di loro può arrivare al fondo del problema, fino alla radice dove ha origine l'ansia. Una società migliore, una mente più equilibrata, una biochimica cerebrale più sana non possono porre fine al problema dell'ansia umana. Perché?

L'assenza di significato vitale è il problema di base che provoca ansia. La causa ultima dell'ansia sta nella mancanza di significato e scopo nella vita.

Per cosa vivo? Qual è lo scopo della mia vita? La mancanza di risposte soddisfacenti a queste domande porta a una profonda ansia che viene vissuta come una sensazione di disorientamento vitale e vuoto.

La chiamiamo ansia esistenziale. Non è un caso che uno dei libri più letti nella seconda metà del XX secolo sia stato "L'uomo in cerca di significato" dello psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti.

Pensatori, credenti e non credenti, identificano il problema di base della persona come assenza di significato vitale.

L'amore non cura tutto. Ovviamente, questa ansia va ben oltre i sintomi clinici (attacchi di panico, pensieri ossessivi, fobie, ecc.) E non può essere spiegata in termini di un problema medico, psicologico, biografico o sociale.

È un vuoto che nulla sembra riempire, un vuoto descritto dall'autore di Ecclesiaste come "vanità delle vanità, tutto è vanità". Sartre andò oltre e si riferì a questo disagio interiore come "nausea". Manca qualcosa e qualcosa non va.

Come affrontare questa profonda preoccupazione che non è alleviata dagli ansiolitici o dalla psicoterapia o dalle riforme sociali?

Secondo gli psicoterapeuti esistenziali, la soluzione sta nel trovare relazioni significative e arricchenti. La chiave terapeutica, dicono, si trova in una vera relazione con il prossimo, una relazione in cui c'è amore reciproco. Questo è il principale strumento di guarigione.

Questa visione coincide, in parte, con la diagnosi biblica. Dio ha creato gli esseri umani bisognosi di relazioni. «Non è bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui».. (Genesi 2,18).

Creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo nati con un profondo desiderio di contatto con un "tu". Il recente confinamento ha dimostrato quanto siano importanti le relazioni. L'isolamento ci appassisce come una pianta senza acqua.

La "nostalgia per l'assoluto". La realtà, tuttavia, ci mostra che molte persone con relazioni sociali soddisfacenti non hanno pace, mancano di quell'armonia interiore che la Bibbia chiama Shalom.

La relazione con il prossimo, per quanto buona possa essere, non riempie completamente quel vuoto. L'irrequietezza persiste, c'è ancora "qualcosa" difficile da descrivere che manca.

George Steiner, un eminente pensatore agnostico contemporaneo, definisce questo vuoto come una "nostalgia dell'assoluto". Secondo lui, questa nostalgia è il risultato del vuoto morale che esiste nella cultura occidentale a causa del declino delle religioni convenzionali. Steiner punta certamente nella giusta direzione.

Il "vuoto a forma di Dio"

Pascal è andato oltre Steiner. Il grande scienziato francese descrisse questa idea con un pensiero memorabile:

"C'è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni uomo che non può essere soddisfatto da nessuna cosa creata ma solo da Dio Creatore, reso noto attraverso Gesù Cristo." (Blaise Pascal)

Non desideriamo qualcosa, ma piuttosto Qualcuno. Pascal, un profondo conoscitore della Bibbia, senza dubbio deve essere stato ispirato dal salmista che descrive questa ansia esistenziale con parole penetranti:

"Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente; quando verrò e comparirò in presenza di Dio?" (Sal 42: 1-2). "Solo in Dio trova riposo l'anima mia; da lui proviene la mia salvezza" (Sal 62,1).

"Di te è assetata l'anima mia, a te anela il mio corpo languente in arida terra, senz'acqua" (Sal.63: 1).

Il problema non è che manca qualcosa, ma manca qualcuno. L'uomo può proclamare la morte di Dio, come ha fatto Nietzsche, ma non può placare la sua sete di Dio.

Troviamo qui la risposta definitiva all'ansia: il nostro bisogno di relazioni è a doppio senso, con il nostro vicino e con il nostro Creatore. Dobbiamo relazionarci con un "tu" umano, ma anche con il tu divino. Dio.

Questa era la situazione originale dell'uomo. Non sorprende, quindi, che l'eminente psichiatra Karl Gustav Jung abbia affermato che "non ho mai visto un singolo caso di nevrosi che alla fine non avesse origine esistenziale".

La separazione da Dio è la causa ultima dell'ansia. Secondo il racconto biblico, all'inizio non c'erano problemi emotivi; non c'era paura, nessuna vergogna, nessun dolore nella situazione originale in cui Dio mise l'essere umano.

La stretta relazione con il Creatore gli ha dato pienezza di vita e completa pace.

L'ansia sorse non appena si allontanò da Dio. Diamo un'occhiata al testo biblico: «Ho avuto paura e mi sono nascosto». (Gen 3,10). C'è una relazione causa-effetto: la prima menzione dell'ansia nella storia appare quando l'essere umano rompe la sua relazione con il Creatore e si nasconde da Lui.

Da allora in poi, l'uomo ha conflitti in tutte le sue relazioni: con se stesso, con il prossimo e con la natura. Iniziò così "la notte oscura dell'anima senza Dio", come giustamente espresso dal mistico Giovanni della Croce.

Il viaggio attraverso la vita lontano da Dio, vagando senza luce, diventa un percorso molto irrequieto. Stiamo cercando un posto, ma non sappiamo quale, vogliamo arrivarci, ma non sappiamo come.

Un desiderio misterioso, la sete del salmista, ci accompagna incessantemente. È il desiderio del Creatore. Lontano da Dio, nella lontana provincia del figliol prodigo, nel nostro esilio volontario, l'unica alternativa, come il figlio della parabola, è di ritrovare se stesso e tornare alla casa del Padre.

Un padre che ci dà fiducia e un'ancora che ci dà speranza

È qui che la fede cristiana diventa il balsamo che raggiunge l'anima più intima, dove nessun'altra risorsa umana può aiutare.

La fede ci fornisce in modo supremo due risorse terapeutiche che calmano la profonda ansia: un Padre che ci dà fiducia e un'ancora, Gesù Cristo, che ci dà speranza.

L'ansia esistenziale richiede soprattutto una ferma speranza, una speranza che non sia utopia ma "un'ancora sicura e ferma dell'anima" (Ebrei 6,19). Questa ancora si trova nella persona e nell'opera di Gesù Cristo.

È una speranza "sicura e ferma" perché non si basa su sentimenti soggettivi - "un'esperienza religiosa" - ma su fatti oggettivi.

Il Vangelo è soprattutto la testimonianza di un fatto storico: Cristo è morto per i nostri peccati e è risorto con potenza superando la morte (Atti 4,33). Non è un caso che l'apostolo Paolo si riferisca sempre agli aspetti fondamentali della fede con il verbo "conosciamo"; non dice di immaginare, intuire o sentire.

Questa speranza dissipa l'insicurezza e l'incertezza, il nucleo dell'ansia, allarga i nostri passi insicuri e ci porta fuori dalla stretta gola, fuori dalla "fossa della disperazione" (Sal 18,36 e 40,2).

La seconda grande risorsa che allevia la nostra ansia è la fiducia in un Dio personale. È Dio che si compiace di chiamarsi Padre e di chiamarci bambini. È il Dio di cui Gesù stesso ha affermato:

 «Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?» (Mt 6,25-26).

Notiamo, in conclusione, che entrambe le risorse, la fiducia e la speranza, devono essere coltivate, rinnovate. Come la sete fisica, la sete di Dio richiede di bere regolarmente. Ciò si ottiene attraverso una relazione personale e continua con Dio attraverso la preghiera.

La preghiera, un grande privilegio, è un "faccia a faccia con Dio" (coram Deo). Il suo effetto terapeutico è incomparabile perché ripristina il contatto personale con il Creatore, ci riporta alla relazione perduta originale.

Pertanto, la preghiera ci consente di ricostruire le basi della nostra esistenza e restituisce la vita umana al suo vero scopo: godere della relazione con Dio.

La preghiera, inoltre, è terapeutica perché è una fonte di pace, ha un valore ansiolitico insormontabile (come insegna il ricco testo di Filippesi 4,4-8).

A differenza delle forme orientali di meditazione, la preghiera meditativa del cristiano non cerca di svuotare e disconnettersi, ma di riempire e connettersi con Dio e con la Sua Parola, non mette la mente in "neutrale", ma "fissa gli occhi su Gesù" ( Eb 12,2).

Sì, il Vangelo fornisce l'antidoto supremo all'ansia perché solo Cristo, l'immagine del Dio invisibile, può riempire quel "vuoto a forma di Dio".

Quando tremano i pilastri della terra e della vita, il cristiano ricorda che "io [Dio] ne rendo stabili le colonne". (Salmo 75,3). Per questo motivo, come il salmista (Sal 56,3), diciamo con sicurezza: "Nel giorno della paura, io confido in te".

- Pablo Martinez, Evangelical Focus, 3 agosto 2020, traduzione: Rev. Dr. Luca Vona

Fermati 1 minuto. Le Parola di Dio e la "tradizione" degli uomini

Lettura

Matteo 15,1-14

1 In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: 2 «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!». 3 Ed egli rispose loro: «Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? 4 Dio ha detto:
Onora il padre e la madre
e inoltre:
Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte.
5 Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, 6 non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. 7 Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
8 Questo popolo mi onora con le labbra
ma il suo cuore è lontano da me.
9 Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini».
10 Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! 11 Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo!».
12 Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». 13 Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. 14 Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!».

Meditazione

Alcuni farisei e scribi raggiungono Gesù da Gerusalemme. Forse gli è giunta notizia della moltiplicazione dei pani compiuta per i cinquemila uomini. Ma non sono lì per ascoltare la sua predicazione del Regno, quanto per metterlo alla prova. Il pretesto è l'inosservanza, da parte dei discepoli, della "tradizione degli antichi", nello specifico, quella di lavarsi le mani prima dei pasti. Non si tratta di una norma igienica, bensì di un atto relativo alla purezza rituale, per evitare la contaminazione dei cibi a causa del contatto che chi li assume potrebbe avere avuto con persone "impure" in quanto non appartenenti al popolo di Israele. Questa norma non è contenuta nella legge levitica e, dunque nelle Sacre scritture, ma apparteneva a un successivo sviluppo di precetti che investivano ogni aspetto della vita quotidiana. La "tradizione", alla quale i dottori della legge si richiamano, è quel carico che essi pongono sulle spalle della gente ma non vogliono muovere neppure con un dito (Mt 23,43). Le parole di Gesù sono quanto mai attuali, anche per la chiese cristiane. Quante persone si allontanano o si tengono distanti da esse per il fardello di leggi e di canoni sviluppati nei secoli ed estranei, se non contrari alla Parola di Dio? Quest'ultima è un "carico leggero" un "giogo dolce" (Mt 11,30) e guarda a quel che esce dal cuore dell'uomo più che a ciò che entra dalla bocca. La contaminazione, infatti, non è tanto nelle cose che ci circondano, ma nel modo in cui ci approcciamo ad esse. Non ci sono cibi, preghiere, "precetti di uomini" che ci rendono automaticamente puri o impuri. Chi non comprende che la nostra salvezza si fonda sull'evangelo, che le Sacre scritture sono la norma prima e ultima per il nostro agire, cammia nelle tenebre. Afferma il salmista: "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 119,105). Al contrario, guai a chi chiude il regno dei cieli agli uomini! Perché non vi entra e non lascia entrare coloro che vogliono entrarci (Mt 23,13). Costoro sono accecati dalle da un fardello di prescrizioni che soffocano il buon seme della parola, spengono la fiamma dello Spirito, pervertono la Parola di Dio. Ciechi e guide di ciechi, il Signore ci invita ad allontanarci da loro, nella certezza che lui, da buon giardiniere, sradicherà ogni pianta che non sia stata piantata dal Padre celeste.

Preghiera

Liberaci, Signore, da ciò che soffoca il verbo ispirato delle tue Sacre Scritture. La tua Parola ci guidi in terra piana e sia sempre il fondamento del nostro giudizio e del nostro agire; affinché possiamo onorarti non solo con le labbra, ma diventando strumenti della tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 3 agosto 2020

Franklin Graham a Milano a fine febbraio 2021

Il predicatore americano Franklin Graham, figlio del noto Billy, sarà in Italia a fine febbraio per una giornata di evangelizzazione presso il Forum Mediolanum di Milano.

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Franklin Graham

L'iniziativa è stata annunciata nei giorni scorsi durante un incontro virtuale con i rappresentanti delle principali confessioni evangeliche italiane. L'iniziativa si collega idealmente all'esperienza vissuta nei mesi scorsi a Cremona da Samaritan's Purse, organizzazione umanitaria di cui Graham è leader spirituale, con l'allestimento di un ospedale da campo che ha contribuito ad alleviare il lavoro della sanità lombarda nel periodo più difficile dell'emergenza covid: «quando succedono tragedie come questa, io credo che a volte Dio ci apra la porta per tornare a condividere la speranza della Bibbia attraverso la nostra Billy Graham Evangelistic Association; per questo non vedo l’ora di poter incoraggiare i milanesi con il messaggio che Dio li ama e ha un piano per le loro vite», ha spiegato Graham.

L'appuntamento, cui è stato dato il nome di Festival della speranza, si terrà sabato 27 febbraio, verrà proposto in collaborazione con chiese e pastori locali e, nelle intenzioni, si rivolgerà prevalentemente a chi non è stato ancora raggiunto dal messaggio del vangelo.

Chi è Franklin Graham

William Franklin Graham III, nato il 14 luglio 1952, è il quarto dei cinque figli dell’evangelista Billy Graham e della sua defunta moglie Ruth Bell Graham. Cresciuto in una casa di legno negli Appalachi fuori da Asheville, in Carolina del Nord, Franklin ora vive a Boone. Nella sua autobiografia, Rebel with a cause, Franklin ha spiegato che “il solo fatto di essere figlio di Billy Graham non mi porterà in paradiso”. Sapeva di essere stato chiamato a fare di più della sua vita e a un vero impegno con Dio . Così, all’età di 22 anni, dopo un periodo di ribellione e di viaggi nel mondo, Franklin dedicò la sua vita a Gesù Cristo mentre era solo in una stanza d’albergo a Gerusalemme. Franklin e sua moglie, Jane, hanno quattro figli, Will, Roy, Edward e Cissie e undici nipoti.

Franklin è presidente e amministratore delegato dell’Associazione Evangelistica Billy Graham e dell’organizzazione cristiana internazionale di soccorso ed evangelizzazione Samaritan’s Purse. Ha incontrato in privato cinque presidenti degli Stati Uniti e leader mondiali di Europa, Africa, Asia e America Latina. Come oratore e autore, Franklin affronta regolarmente le attuali questioni morali e sociali, sfidando i cristiani a fare la differenza nel mondo. Offre anche passi biblici che si applicano agli attuali eventi nazionali e mondiali. Tramite le organizzazioni che guida ha dato un aiuto determinante alle persone colpite da crisi, inclusi gli attacchi terroristici dell’11 settembre, la guerra civile in Sudan e disastri naturali che vanno dallo tsunami in Asia meridionale ai forti terremoti ad Haiti, in Cina e in Giappone.

Franklin ha diretto il suo primo evento evangelistico nel 1989 e ora conduce i Festival Franklin Graham in tutto il mondo per l’Associazione Evangelistica Billy Graham (BGEA). Ha predicato a più di 8,1 milioni di persone da Johannesburg, in Sudafrica, a Tupelo, in Mississippi. L’Associazione Evangelistica Billy Graham ha nominato Franklin Graham amministratore delegato nel 2000 e presidente dell’organizzazione nel 2001.

Quando Franklin era poco più che ventenne, il dott. Bob Pierce, fondatore del Samaritan’s Purse, invitò Franklin a unirsi a lui in una missione di sei settimane in Asia. Fu durante quel periodo che Franklin sentì una chiamata a lavorare per le persone che soffrono in aree del mondo colpite da guerra, carestie, malattie, povertà e calamità naturali.
Franklin venne eletto nel consiglio di Samaritan’s Purse nel 1978, e un anno dopo, a seguito della morte del Dr. Pierce, venne eletto presidente dell’organizzazione. Oggi ricopre la carica di presidente e amministratore delegato dell’organizzazione internazionale di soccorso ed evangelizzazione con sede a Boone, in Carolina del Nord. L’organizzazione ha uffici affiliati in Canada, Regno Unito e Australia, oltre a partner e uffici sul campo in tutto il mondo.

In memoriam - James Innel Parker. Anglicano, evangelicale, ecumenista

James Innell Packer (Twyning, 22 luglio 1926 – Vancouver, 17 luglio 2020) è stato un pastore e teologo canadese, di origine britannica. Il suo pensiero si colloca nella tradizione calvinista e della Low Church anglicana.

John Stott Memorial Service Sermon by Rev. Canon Dr. J. I. Packer ...
James Innel Parker (1926-2020)

Fino al 2018 fu docente di teologia e componente del consiglio direttivo del Regent College dell'Università della Columbia Britannica, a Vancouver. Era considerato uno dei più influenti autori evangelicali del Nord America. In qualità di teologo, è stato componente emerito della Chiesa Anglicana del Nord America (ACNA), a partire dalla sua formale fondazione nel 2009.

Dagli anni 2000, aderì con rinnovato impegno al movimento ecumenico, asserendo più volte che l'ortodossia della dottrina protestante non poteva essere sacrificata in nome dell'unità delle confessioni cristiane. Packer intervenne nella pubblicazione Evangelicals and Catholics Together – ECT: Toward a Common Mission, curata da Charles Colson e da Richard J. Neuhaus.

- Fonte: Wikipedia

Con la morte di James I. Packer (1926-2020) se ne va una delle ultime figure di spicco del panorama della teologia evangelica mondiale del XX secolo. Con i suoi libri e la sua miriade di scritti ha influenzato le generazioni dal Secondo dopoguerra in poi. Avendo vissuto metà della sua vita in Inghilterra e metà in Canada, è diventato un padre tutelare dell’evangelicalismo contemporaneo.

Le battaglie teologiche

Inglese di nascita, Packer diventa cristiano ad Oxford mentre studia lettere classiche. Prosegue poi negli studi teologici e diventa pastore della chiesa anglicana. In questo periodo giovanile, scopre la ricca eredità della teologia puritana (fino agli Anni Cinquanta pressoché dimenticata) e contribuisce a rilanciarla nel mondo britannico, insieme a Martyn Lloyd-Jones (1899-1981) con cui stabilisce un fruttuoso sodalizio. L’insegnamento alla facoltà di teologia di Bristol coincide con il suo coinvolgimento nelle battaglie teologiche del tempo: le propaggini de liberalismo minano la credibilità della Scrittura e la sua autorità e provano a ridicolizzare la posizione evangelica classica etichettandola dispregiativamente come “fondamentalista”. Packer contribuisce a difendere la fede evangelica e a rinforzarla. Un libro come Fundamentalism and the Word of God (1958) aiuta un’intera generazione a coltivare la fiducia in Dio e nella sua Parola scritta, secondo una recezione della Scrittura fedele all’autopresentazione della Bibbia stessa, in linea con la teologia classica ed imprescindibile per una spiritualità viva. Questo impegno per l’autorità della Scrittura sfocerà nel contributo decisivo di Packer alla “Dichirazione di Chicago sull’inerranza biblica” del 1978 (Dichiarazioni evangeliche I, pp. 156-171).

Insieme alla Scrittura, altri fuochi della sua teologia sono stati la dottrina dell’espiazione (a sostegno della comprensione penale e sostitutiva dell’opera di Cristo), una posizione equilibrata nelle controversie carismatiche degli Anni Settanta (consapevole delle distorsioni del “perfezionismo” e promotrice di una densa spiritualità aperta all’opera soprannaturale dello Spirito Santo), la riscoperta della lezione dei puritani per nutrire un cristianesimo biblicamente solido e collegato con la storia.

Conoscere Dio

Al grande pubblico Packer è conosciuto soprattutto grazie al suo libro Conoscere Dio (1973), un vero best-seller dell’editoria evangelica. Con più di un milione e mezzo di copie vendute e un titolo che continua a circolare ad ogni latitudine del mondo, questo libro è diventato un “classico” della fede evangelica contemporanea. Per molti evangelici, Conoscere Dio è stata la lettura più formativa della vita, quella che ha aperto la visuale ad una teologia profonda e viva, teocentrica e dalle interconnessioni multiple con la vita, esigente sul piano intellettuale e sfidante su quello spirituale. Conoscere Dio è stata l’opera di catechesi evangelica più popolare nella seconda metà del Novecento, grazie alla quale Packer ha incoraggiato milioni di credenti a maturare nella conoscenza di Dio per vivere nella santità e nel servizio cristiano. Infatti, Conoscere Dio è una teologia puritana divulgativa. Nata come serie di articoli per una rivista popolare, il libro tratteggia gli attributi di Dio e li intreccia in una visione di Dio che ha la forza di fermare, provocare, portare all’adorazione e spingere alla crescita. In Conoscere Dio, c’è tutto Packer: la precisione economica del suo linguaggio, dove ogni parola ha un peso; la semplice profondità del suo pensiero che stimola ad andare oltre la superficialità; lo stupore che suscita nel presentare le ricchezze della Parola di Dio.

Gli scritti di Packer tradotti in italiano

Anche se non numerosissime, esse riflettono tuttavia i principali fuochi dell’impegno teologico di Packer: l’affermazione e la difesa dell’autorità della Scrittura, la necessità di un’ossatura teologica solida per la spiritualità evangelica, il valore della lezione dei puritani per la fede di ogni tempo. Oltre a questi contributi, il classico di Packer, Conoscere Dio, è circolato in più edizioni, diventando una lettura “condivisa” trasversalmente nell’evangelismo italiano. Si tratta evidentemente di una eredità importante che anche in Italia ha rinforzato la fede evangelica contro le insidie del liberalismo teologico e a favore di una robusta spiritualità biblica saldamente collegata con la storia.

Ecco l’elenco completo e in ordine cronologico che dà un’idea dello spessore della sua opera: 

“Autorità della Bibbia”, Certezze 30 (1962) pp. 5-8.

"Conoscere ed essere conosciuti" Certezze (1965) pp. 15-18.

“Rivelazione e ispirazione” in D. Guthrie, J.A. Motyer (edd.), Commentario biblico, vol. 1, Voce della Bibbia, Modena 1973, pp. 27-35.

“Concezioni contemporanee della Rivelazione” in C. Henry (ed.), La Rivelazione e la Bibbia nel pensiero evangelico contemporaneo, Napoli, Centro Biblico 1973, pp. 113-133.

Evangelizzazione e sovranità di Dio (orig. 1961), Finale Ligure, E.P. 1978.

“L’ermeneutica e l’autorità della Bibbia”, Studi di teologia I (1978) N. 1, pp. 1-35.

Conoscere Dio (orig. 1973), Formigine, Voce della Bibbia 1979, 21995.

“Cos’è l’evangelizzazione? Evangelizzazione e teologia”, Studi di teologia NS I (1989) N. 1, pp. 41-60.

“Gli evangelici e la via della salvezza. L’universalismo e la giustificazione”, Studi di teologia NS III (1991) N. 6, pp. 224-248.

“Spirito Santo” in Dizionario di teologia evangelica, a cura di P. Bolognesi, L. De Chirico, A. Ferrari, Marchirolo (VA), EUN 2007, pp. 685-687.

“La giustificazione nella teologia protestante”, Studi di teologia NS XXVII (2015) N. 53, pp. 58-71.ù

“Introduzione” a L. Ryken, Santi nel mondo. Il vero volto dei puritani (orig. 1986), Caltanissetta, Alfa & Omega 2017, pp. 9-20.

- Fonte: Leonardo De Chirico per locicommunes.it

Fermati 1 minuto. La grazia passa per le nostre mani

Lettura

Matteo 14,13-21

13 Udito ciò [la morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15 Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16 Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». 17 Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». 18 Ed egli disse: «Portatemeli qua». 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Meditazione

Giovanni il Precursore ha subìto il martirio, egli è diminuito, come aveva promesso. Gesù sente il bisogno di ritirarsi in disparte, nel deserto, forse per riflettere su quanto accaduto, "ricaricarsi" dalla fatica dell'attività di predicazione e guarigione, forse anche per studiare i suoi prossimi passi. Il deserto, con le tentazioni del demonio, aveva segnato l'inizio della sua missione. Ma in questo caso diviene luogo di ristoro. In tutte le scritture il deserto presenta questa immagine ambivalente: è il luogo che segna il passaggio di Israele dalla schiavitù d'Egitto verso la terra promessa da Dio; ma anche luogo in cui Israele per quarant'anni "tenta" il Signore, mormorando e mancando di fiducia nel compimento del piano divino (Sal 95,8-10). In questo brano dell'evangelista Matteo Gesù non riesce a dedicarsi nel deserto all'agognato riposo, perché mentre egli lo raggiunge su una barca, le folle lo seguono via terra. Ma egli non le allontana. Il deserto diventa così luogo di accoglienza e di benedizione. Probabilmente questa folla era composta anche dai discepoli di Giovanni il Battista rimasti senza pastore; e ci sono tra loro tanti malati, che hanno sentito parlare delle sue guarigioni e liberazioni miracolose, da malattie e spiriti maligni. Per questo egli "sentì compassione" (v.14). Sono cinquemila uomini, "senza contare le donne e i bambini" (v. 21), con le quali la folla supera certamente le diecimila persone. Così si fa tardi e i discepoli chiedono a Gesù di congedare questa moltitudine, affinché possa andare a cercarsi da mangiare. Ed è qui che il Signore chiede ai discepoli, che finora hanno avuto un ruolo da spettatori passivi, di partecipare attivamente alla sua azione salvifica. Gli chiede di sfamare le folle con i pochi pani e i pochi pesci che hanno a disposizione. Una richiesta che può divenire possibile solo con la benedizione del Signore su quei pani e su quei pesci. Eppure Gesù vuole che il cibo moltiplicato dalla sua compassione passi per le mani dei discepoli, chiede loro l'esercizio della diakonìa, del servizio al prossimo. È l'incontro della potenza del Signore con la fede e l'umiltà dei discepoli che compie il miracolo. Un miracolo che richiama la manna che discese dal cielo a sfamare gli ebrei in fuga dall'Egitto e che prefigura il pane eucaristico, quel pane di cui Gesù dirà: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame» (Gv 6,35). Cristo ci aspetta nel deserto, per sfamarci e parlare al nostro cuore (Os 2,14), per far passare dalle nostre mani i doni della sua grazia.

Preghiera

O Dio, che ami essere trovato lontano dai rumori del mondo e che non chiudi il tuo cuore a chi ti cerca con perseveranza, concedici di trovarti ed essere saziati dalla tua grazia sovrabbondante. Benedici e moltiplica le nostre povere risorse, rendici testimoni del tuo amore e servitori della tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona, Eremita