Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 27 aprile 2026

Mechitar di Sebaste e il monachesimo come promotore di pace

La mattina del 27 aprile 1749, al termine di una vita totalmente spesa per Dio e per la formazione religiosa dei fratelli, si spegne a Venezia Mechitar (Mxit'ar) di Sebaste, monaco e fondatore della congregazione armena di San Lazzaro. 
Mechitar, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Manuk, era nato a Sebaste nel 1676. Entrato giovanissimo nel locale monastero della Santa Croce, egli desiderava unire un'intensa vita interiore a un'insaziabile ricerca intellettuale. 
In quegli anni l'Armenia era scossa da divisioni interne alla chiesa, causate dagli strascichi delle controversie cristologiche del primo millennio. Mechitar decise allora di studiare a fondo tali controversie, per cercare vie di pace all'interno della chiesa armena e con la sede apostolica di Roma. 
Trasferitosi a Sebaste, entrò in relazione con diversi uomini di chiesa d'oriente e d'occidente, e maturò l'idea di fondare un centro monastico dove lo studio della tradizione potesse formare una nuova generazione di uomini aperti al dialogo e iniziati alla mitezza evangelica. 
Quando il vescovo di Erzurum, ostile al dialogo con Roma, divenne patriarca, Mechitar dovette fuggire con i suoi compagni e si rifugiò nel Peloponneso; costretto a un nuovo esilio per l'avanzata ottomana, egli finì per stabilirsi a Venezia, sull'isola di San Lazzaro. 
Nella laguna veneta fu accolto molto bene, e la sua congregazione monastica, che aveva fondato già nel 1711, crebbe rapidamente. A San Lazzaro Mechitar portò a termine il suo progetto di un monachesimo promotore del dialogo e della pace attraverso lo studio e la preghiera, nella convinzione che una verità che non tenesse conto del fratello non si sarebbe mai potuta dire veramente cristiana.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Avvakum e tutti i martiri Vecchi Credenti

Il 14 aprile del 1682 sale sul rogo l'arciprete Avvakum, leader storico di quei cristiani russi passati alla storia come i Vecchi Credenti. Nella chiesa russa del XVII secolo, scossa dalla grave decadenza morale del clero e animata dal profondo desiderio religioso del popolo, diversi furono i tentativi di riforma spirituale che si succedettero, provocando scontri a volte violenti nella popolazione sia nella gerarchia. Con l'elezione del patriarca Nikon, che poi sarà condannato dal concilio di Mosca del 1666, vennero introdotte in Russia riforme liturgiche e disciplinari ispirate alla tradizione greca, che tuttavia sconvolsero la vita quotidiana dei cristiani.
Avvakum e i suoi compagni organizzarono una reazione molto tenace alle riforme, giungendo a forme di vero e proprio fanatismo religioso. Per questa loro ostinazione essi vennero condannati dal medesimo concilio del 1666. Da quel momento ebbe origine un corposo scisma in seno alla Chiesa ortodossa russa. Ancor oggi i seguaci della «vecchia fede» sono numerosissimi in tutta la Russia. Dal 1667 al 1971, quando il Santo Sinodo di Mosca toglierà le condanne contro gli usi dei Vecchi Credenti, questi ultimi subirono a più riprese feroci persecuzioni da parte delle autorità pubbliche, a volte appoggiate nelle loro repressioni dalla gerarchia moscovita. Avvakum ci ha lasciato nella sua Vita un eccezionale documento che permette di comprendere le grandezze e le miserie di uomini che hanno comunque offerto nel corso della storia una grande testimonianza, disposti a morire per quella che credevano essere la genuina fede cristiana. Per questo motivo è doveroso ricordare nella preghiera tutti i Vecchi Credenti morti perché perseguitati in odio alla loro espressione religiosa.

Tracce di lettura

Ora chiedo perdono a tutti i veri credenti. Ci sono state delle cose che riguardavano la mia vita di cui non avrei dovuto parlare affatto. Non a noi, ma al nostro Dio la gloria. Ma io non sono niente. L'ho detto e lo ripeto: sono un fornicatore e un predone, ladro e assassino, amico di pubblicani e peccatori. Nel giorno del giudizio tutti riconosceranno i miei atti, se buoni o cattivi. Ma se anche sono ignorante nelle parole, non lo sono nell'intendimento; non ho studiato né dialettica né retorica né filosofia, ma ho in me l'intendimento di Cristo, come dice l'Apostolo: «Sono un ignorante nell'arte del parlare, ma non nella dottrina».
(Avvakum, Vita scritta da lui stesso)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Il paradosso del pastore

Lettura

Giovanni 10,11-18

11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12 Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13 egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

Commento

La definizione che Gesù dà di se stesso, "io sono il buon pastore", può essere collocata tra le "formule di rivelazione", che il Vangelo di Giovanni introduce sempre con l'espressione "Io sono" (presente sette volte nel suo Vangelo). Il termine "buono" non indica semplicemente qualcuno abile a fare qualcosa, ma una persona nobile, esemplare. Cristo è il pastore più esperto, fedele e premuroso nel custodire le anime dei suoi fedeli.

L'immagine del pastore è radicata nella Bibbia e nel mondo antico, dove i re erano chiamati "pastori di popoli". Tuttavia nei libri biblici sono pochi i testi in cui a Dio viene dato questo titolo; è più frequente l'uso di verbi e di espressioni che applicano a Dio le prerogative del pastore: "guidare", "condurre", "radunare", "difendere", "dissetare" (vedi Sal 23; Ger 23,3-4; Ez 34; Zac 11,4-7).

Gesù ha acquistato le pecore con il proprio sangue, diversamente dai mercenari, ai quali le pecore non appartengono (v. 12) e che fuggono davanti al pericolo, perché amano il proprio guadagno più del proprio lavoro, la propria sicurezza più del proprio dovere. Gesù infatti "offre la vita" per le pecore, espressione tipicamente giovannea (Gv 13,37; 15,13; 1 Gv 3,16), corrispondente al "dare la vita" del Vangelo di Marco (Mc 10,45). Diversamente dai Vangeli sinottici, in cui il Padre "consegna" il Figlio, in Giovanni è il Figlio stesso che si dona. Allo stesso modo, mentre nel libro degli Atti (At 2,24; 4,10) e nella Lettera ai Romani (Rm 1,4; 4,24) viene affermato che il Padre ha restituito la vita a Gesù, qui è il Figlio stesso che ha il potere di riprenderla (v. 18). L'opera della redenzione è realizzata dalla Trinità delle Persone divine.

Conoscere (gr. ginosko) le pecore (v. 14) significa qui curarsi di loro, amarle. Le "altre pecore" sono da intendersi come i pagani, ma è probabile un'allusione anche alle "pecore perdute della casa di Israele" (Mt 15,24), riunite con i pagani convertiti in un'unica nazione: la Chiesa, corpo mistico dei salvati in Cristo.

Gesù non si accontenta di guidare il suo gregge con la voce, dà letteralmente la vita per i suoi, nella piena libertà dell'amore. In un paradosso che solo la fede in un amore senza misura può spiegare, Cristo da pastore si fa agnello sacrificale, mentre sul suo esempio, riunite in un solo gregge, le sue pecore si fanno sacramento di salvezza per il mondo.

Preghiera

Rendici docili alla tua parola, Signore, affinché possiamo venire a te; e se siamo troppo lontani vienici a cercare nel nostro errare per il mondo, affinché possiamo riposare in te Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 26 aprile 2026

La vostra tristezza si muterà in gioia

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Dio Onnipotente, che mostri a coloro che sono nell’errore la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia; concedi a tutti coloro che sono ammessi alla sequela di Cristo, di evitare quelle cose contrarie alla loro professione, e di seguire tutte le cose a lui gradite. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 2,11-17; Gv 16,16-23

Commento

La fede nella risurrezione, che è al centro della vita di ogni cristiano, ci dona la certezza che la verità e la giustizia, in Cristo, hanno vinto il mondo. E questa fede, lungi dal rappresentare un sogno consolatorio, ci porta a diventare noi stessi, in Cristo, protagonisti della vittoria sulla menzogna, sull’ingiustizia, sulla morte e sul peccato. 

Dio, però, non ci tratta come pedine su uno scacchiere. Egli ci mostra la luce, ma non ci obbliga a riceverla. La natura umana è immersa nelle tenebre e il Signore visita e illumina le nostre tenebre. C’è una scintilla divina in ciascuno di noi; e siamo liberi di alimentarla e trasmetterla, di trasformarla in un focolare o in un incendio che divampa; così come possiamo stoltamente soffocarla, metterla sotto il moggio (Mt 5,14-15). Un giorno ci verrà chiesto conto del dono che abbiamo ricevuto e dell’uso che ne abbiamo fatto.

Il Risorto, nel suo discorso di commiato, parla di un breve momento in cui i suoi discepoli non lo vedranno più, e allora piangeranno e si lamenteranno, mentre il mondo si rallegrerà; ma poi lo ritroveranno e la loro tristezza si muterà in gioia.

Il vero cristiano sente di non appartenere completamente a questo mondo, ha nostalgia di Dio, cerca la comunione con lui. Le gioie del mondo per lui non sono abbastanza e con il salmista esclama “l’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e comparirò davanti a Dio?” (Sal 42,2). 

La nostra fede ci rende Dio presente, ma la Verità si fa strada in maniera sofferta tra le tenebre, come se dovesse venire alla luce tra i dolori del parto (Gv 16,21). Questo è stato vero per la vicenda terrena di Gesù, dalla sua predicazione, accolta con entusiasmo - ma anche oggetto di aspre contestazioni - alla condanna della croce, fino alla vittoria della risurrezione, che ha prevalso sulla morte e sul peccato.

Anche la storia della Chiesa, così come la nostra personale vicenda di fede, ripercorrono queste tappe obbligate: la gioiosa rivelazione del Verbo incarnato, di una presenza divina che abita la creazione e che ha posto nel cuore dell’uomo la sua dimora; il faticoso ritorno dell’uomo dal suo esilio alla comunione con il Creatore, e da qui il richiamo di Pietro a comportarci come pellegrini, astenendoci dai "desideri della carne".

Ma cosa sono i desideri della carne? Lungi dall'esprimere una visione sessuofobica, la parola "carne", (gr. sarx) rappresenta la componente mortale della nostra natura umana. L'astensione dai suoi desideri significa la capacità di non renderci schiavi delle cose finite, caduche, transitorie. Se ci ripieghiamo su di esse, ricercando lì la salvezza, ciò che troveremo sarà soltanto tenebra.

Se tratteremo le cose buone che sono nel mondo per quello che sono, come mezzi e non come il fine, potremo attraversarle indenni, guidati dalla luce divina e trasfigurando esse stesse in luce. Allora la nostra tristezza si muterà in gioia.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 25 aprile 2026

Le sei perfezioni del buddhismo. Prajñā (saggezza)

La pratica dello zazen non si configura come una semplice tecnica di meditazione o un esercizio psicofisico tra i tanti. È, piuttosto, un atto totale di presenza: un gesto in cui l'intera vita del praticante viene raccolta e offerta alla realtà del momento. L'attenzione non è diretta soltanto verso la postura del corpo o il ritmo del respiro, ma verso il proprio modo fondamentale di essere nel mondo. In questa condizione il corpo, la mente e lo spirito — sintetizzati nel termine giapponese Shin — convergono in un'unica unità indivisa, cessando di essere elementi separati di un sistema e diventando un'espressione coerente della vita stessa.

Attraverso la dedizione alla postura, il praticante sperimenta un livello di coscienza in cui i confini individuali si assottigliano e infine si dissolvono, permettendo di «divenire uno con ogni cosa». Questo non è un risultato da raggiungere né uno stato speciale da conquistare: è la natura ordinaria dell'esistenza, semplicemente riconosciuta. È in questo riconoscimento che risiede il cuore della Prajñā Pāramitā — la Perfezione della Saggezza — uno dei pilastri fondamentali del Buddismo Mahāyāna e del percorso Zen.


I. La fede come abbandono all'ignoto

Al centro di questa esperienza risiede un concetto fondamentale, spesso frainteso o sottovalutato: la fede, in sanscrito Śraddhā. Nella tradizione Zen, la fede non ha nulla a che fare con l'adesione a un dogma religioso o con la devozione cieca a un'autorità esterna. È, piuttosto, una «fiducia speciale» che raccoglie in sé due forze apparentemente opposte: il grande dubbio e la grande determinazione. La fede autentica non esclude il dubbio — lo abbraccia, lo attraversa, lo trasforma in carburante per la ricerca.

Sedersi in zazen significa abbandonare tutto, senza sapere in anticipo cosa accadrà: immergersi deliberatamente nel «regno dell'ignoto». Questo abbandono non è rassegnazione né passività; è il gesto più coraggioso che un essere umano possa compiere, perché richiede di rinunciare alla protezione rassicurante delle proprie mappe mentali. Se ci si siede con aspettative intellettuali, con speranze di esperienze particolari o con schemi tratti da letture e insegnamenti, si pratica soltanto una sofisticata forma di speculazione mentale — un zazen della mente, non dello Shin.

La vera pratica richiede di lasciare andare la mente abitudinaria — quella mente che cataloga, confronta, giudica e si difende — per aprirsi all'accadimento puro, a ciò che è, nella sua nudità immediata. Non si tratta di svuotare la mente, come vuole un equivoco comune, ma di smettere di opporvisi.

In questo senso, la fede precede necessariamente la realizzazione: ci si associa alla Via per fede, come ci si avvicina a un oceano sconosciuto. Ma la si comprende davvero — nel suo sapore, nella sua profondità, nelle sue correnti — solo attraverso l'immersione diretta. Nessuna descrizione sostituisce l'esperienza; nessuna mappa è il territorio.


II. Prajñā: la saggezza dell'impermanenza

La saggezza, o Prajñā, non è una competenza intellettuale né un insieme di conoscenze accumulate. Emerge quando la mente smette di filtrare la realtà attraverso la lente dell'io e allarga il suo sguardo fino a includere ogni minima cosa come parte di sé. È la realizzazione vissuta — non solo pensata — dell'insostanzialità del sé (anātman) e della continua trasformazione di ogni fenomeno (anicca, impermanenza). Nulla ha un'esistenza fissa, indipendente, permanente: tutto ciò che percepiamo come solido è un processo, un flusso di condizioni interdipendenti.

Un concetto estetico e filosofico che esprime con straordinaria intensità questa visione è il Wabi Sabi, uno dei contributi più profondi della cultura giapponese alla comprensione umana dell'esistenza. Il Wabi Sabi è la bellezza della transitorietà e dell'imperfezione: la patina del tempo su un oggetto antico, la crepa in una ciotola di ceramica, la foglia che ingiallisce. Riconoscere il segno del tempo nelle cose — cogliere l'eleganza in ciò che si consuma, si inclina, si trasforma — non deve indurre tristezza o nostalgia. Offre, invece, un'intuizione diretta sull'assenza di fissità del mondo: ogni cosa porta già in sé la propria fine, ed è proprio questo che la rende preziosa e irripetibile.

Questa consapevolezza trasforma radicalmente la visione quotidiana. Rivela l'illusione dell'ego — quella costruzione narrativa che si racconta come separata, permanente, minacciata — e dissolve le sue difese, quella costante vigilanza che consuma tanta energia vitale. Apre la strada a una visione inclusiva, capace di abbracciare anche ciò che è sconosciuto, incompreso, incontrollabile.

Va precisato che Prajñā non coincide con l'intelligenza analitica né con la semplice calma mentale. È uno stato in cui conoscere e essere coincidono: non c'è più un soggetto che osserva un oggetto, ma una presenza lucida che include entrambi. In questo senso, la saggezza zen non è qualcosa che si acquisisce — è qualcosa che si smette di oscurare.


III. Karuṇā: la compassione naturale

Dalla saggezza nasce inevitabilmente la compassione (Karuṇā). Non si tratta di un passaggio logico né di una conclusione morale: è una fioritura naturale, come il calore che segue la luce. Quando la percezione dell'io separato si alleggerisce, la sofferenza dell'altro smette di essere «sua» e diventa semplicemente sofferenza — condivisa, riconoscibile, reale. Non è necessario uno sforzo volontaristico per essere compassionevoli: l'apertura è già, di per sé, compassione.

La vera compassione, in questo senso, non è un calcolo morale né una valutazione psicologica dei difetti altrui. Non nasce dal commiserarsi per le debolezze di chi ci sta vicino, né da un giudizio benevolo che, in fondo, mantiene la distanza. È uno stato empatico profondo che sorge spontaneamente quando il cuore della saggezza si apre: una risonanza, non un'analisi. Comprendere che ogni essere agisce sotto l'effetto del proprio ego — con le sue distorsioni, le sue paure, le sue strategie di sopravvivenza — permette di sentire la sofferenza dell'altro come propria e di agire per aiutarlo senza secondi fini, senza aspettarsi gratitudine, senza calcolare il ritorno.

Questa compassione si estende anche a se stessi. La pratica dello zazen non è una disciplina severa con cui punire la propria distrazione o inadeguatezza; è, al contrario, un atto di cura radicale verso se stessi — un modo di stare con ciò che si è, senza fuggire e senza fingere.

In questo senso, la pratica non si limita al cuscino. Una volta alzati, l'unione con il tutto rende impossibile — o almeno sempre più difficile — non agire con amore verso il prossimo. Ogni gesto, ogni parola, ogni incontro diventa un'estensione naturale della seduta: non perché si debba «applicare» qualcosa di imparato, ma perché la stessa apertura che permette lo zazen continua a lavorare nella vita ordinaria.


IV. Prajñā Pāramitā: la perfezione che attraversa

Il termine sanscrito Pāramitā può essere tradotto come «perfezione» o, più letteralmente, «ciò che ha attraversato l'altra riva». Le sei Pāramitā — generosità, disciplina etica, pazienza, energia, meditazione e saggezza — non sono virtù da praticare separatamente: sono facce di un'unica disposizione interiore che si consolida attraverso il cammino.

Prajñā, la saggezza, è l'ultima e in un certo senso la più importante, perché illumina tutte le altre: senza di essa, la generosità può diventare dipendenza, la disciplina rigidità, la pazienza passività. Con essa, ogni azione diventa spontaneamente adeguata, proporzionata, libera.

Il Prajñāpāramitā Hṛdaya Sūtra — il Sūtra del Cuore — condensa questa visione in poche righe di straordinaria densità, dichiarando che «la forma è vuoto, il vuoto è forma». Non si tratta di nichilismo né di idealismo: è la descrizione di una realtà in cui nulla esiste in modo autonomo e assoluto, e in cui proprio questa interdipendenza universale è la sorgente di ogni connessione, ogni cura, ogni libertà.


Conclusione: Sotto il cuscino

Il cammino dello zazen è una ricerca che porta a scoprire ciò che è già presente — «esattamente sotto il nostro cuscino», come recita una delle espressioni più belle della tradizione Zen — sebbene sia necessaria una pratica costante e paziente per accorgersene davvero. Non si tratta di aggiungere qualcosa a ciò che siamo, ma di rimuovere gli strati di abitudine, proiezione e paura che impediscono di vedere l'essenziale.

Fede, saggezza e compassione non sono tappe successive di un percorso lineare, ma tre dimensioni di un'unica realtà vissuta: la fede rende possibile sedersi nell'ignoto, la saggezza rivela la natura di quell'ignoto, la compassione traduce questa rivelazione in azione nel mondo. Nessuna delle tre è sufficiente senza le altre.

Il cammino dello zazen è una prova che può riempire degnamente un'intera vita — anzi, che richiede un'intera vita per essere davvero percorso. Non si compie mai definitivamente, non si conclude in una certificazione o in un'illuminazione privata. Si compie, piuttosto, momento per momento, seduta dopo seduta, in ogni istante in cui scegliamo di essere presenti. Ed è questa scelta quotidiana — umile, silenziosa, ripetuta — che trasforma non solo chi pratica, ma, inevitabilmente, il mondo che lo circonda.

- Rev. Dr. Luca Vona

Marco evangelista e il mistero del Servo sofferente

Le chiese d'oriente e d'occidente celebrano oggi la festa di Marco evangelista.
Giovanni, detto anche Marco, era cugino di Barnaba, e nella casa di sua madre si radunavano i primi cristiani per pregare, secondo la testimonianza di Luca (At 12,12). Verso il 44 Marco accompagnò Paolo e Barnaba a Cipro e in Panfilia, nel loro primo viaggio missionario. Abbandonato Paolo, che lo rimproverò apertamente per il suo rifiuto di seguirlo, egli si riscatterà restando accanto all'Apostolo durante la prigionia romana di quest'ultimo. Marco fu anche discepolo di Pietro, che nella prima lettera lo chiama «mio figlio», e ne fu l'interprete. Acconsentendo alla richiesta dei cristiani di Roma egli fissò per iscritto la predicazione di Pietro, raccogliendo accuratamente tutto ciò che quegli ricordava delle cose dette o fatte dal Signore, e inaugurando così il genere letterario dei vangeli. Secondo alcuni egli è identificabile con il giovane che fugge via nudo dopo l'arresto di Gesù. La liturgia copta chiama Marco «il testimone delle sofferenze del Figlio unigenito». Nel suo vangelo infatti egli fissa lo sguardo sul mistero del Servo sofferente in cui è nascosta la gloria del Figlio dell'uomo, senza nascondere mai la grande incomprensione che Gesù incontrò in vita da parte degli stessi discepoli. Gli ultimi anni della vita di Marco sono parzialmente avvolti nel mistero. Eusebio riferisce che si recò in Egitto e fondò la chiesa di Alessandria. Ad Alessandria, Marco avrebbe subìto il martirio, in data sconosciuta. Il suo corpo, secondo la tradizione, fu trasferito nell'828 a Venezia. Una sua reliquia fu donata nel 1968 dal cardinale Urbani al papa di Alessandria Cirillo VI, segnando così l'avvio del dialogo fra chiesa copta e chiesa cattolica dopo secoli di ostilità e di incomprensione.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose