Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 19 aprile 2026

Fuori dal recinto

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che hai donato il tuo unico Figlio affinché fosse per noi un sacrificio e un esempio di retta vita; concedici la grazia di poter ricevere sempre con gratitudine questo inestimabile beneficio e dedicare quotidianamente noi stessi alla sequela dei beati passi della sua vita. Per lo stesso tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 2,19-25; Gv 10,11-16

Commento

L'aggettivo "buono", kalòs, non indica solo una persona abile a far qualcosa, ma una persona nobile. Diversamente dai "mercenari" che fuggono davanti al pericolo, Gesù è il pastore che dà la vita per le sue pecore: "offrire la vita", "dare la vita", sono espressioni tipicamente giovannee (Gv 15,13; 1 Gv 3,16).

Nell'Antico Testamento il pastore è immagine del leader ideale e del re giusto. Conoscere le pecore significa qui curarsi di loro, amarle. Gesù come pastore legittimo entra nell'ovile dalla porta. Egli conduce fuori le pecore perché possano nutrirsi. La fede in Cristo non è "una gabbia"; egli guida le sue pecore per pascoli erbosi e ad acque tranquille (Sal 23,2), affinché possano pascersi della libertà, custodite dal pericolo dei predatori. Condotti fuori dal recinto di una religiosità legalistica, siamo introdotti da Cristo nella libertà dei figli di Dio, guidati dalla sua voce, dalla sua Parola.

Il mercenario, invece, è interessato solo al suo salario, non lavora per amore del gregge, e quando viene il pericolo fugge. Queste parole dovrebbero fare riflettere ciascuno di noi su come mettiamo in pratica lo specifico ministero che lo Spirito Santo, distribuendo i suoi carismi, ci ha affidato nella Chiesa. Il monito è rivolto soprattutto a coloro che rivestono una carica pastorale, i quali devono essere mossi dalla cura dei fedeli e non dalla ricerca di benefici terreni.

Le "altre pecore" (v. Gv 10,16) di cui si fa menzione sono i pagani, ma anche i "figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52), le "pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 10,6; 15,24). Queste ascolteranno la sua voce, il suo vangelo che giungerà fino ai confini della terra (At 1,8), perché chiunque è dalla verità ascolta la sua voce (Gv 18,37). Gesù riunirà in un unico corpo i giudei e i pagani, "uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Ap 5,9), e questi formeranno la sua Chiesa.

Il pastore pronto alla morte per salvare le sue pecore (v. Gv 10,15) è un'immagine davvero paradossale, ma esprime efficacemente il sacrificio del Cristo per noi, che viene a cercare mentre siamo erranti e feriti (1 Pt 2,25). Con la sua passione e risurrezione egli si fa "porta della vita" attraverso la quale possiamo passare per essere rinnovati come figli adottivi di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 17 aprile 2026

Fermati 1 minuto. La primavera del nuovo popolo di Dio

Lettura

Giovanni 6,1-15

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Commento

Il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila uomini è l'unico riportato da tutti e quattro i Vangeli e precede nel Vangelo di Giovanni il discorso di Gesù sul pane di vita.

Il pane moltiplicato miracolosamente ricorda il miracolo della manna nel deserto (oggetto di riflessione durante la Pasqua ebraica) e, oltrepassandolo, indica, allo stesso tempo che il vero cibo dell’uomo è il Logos, la Parola eterna, il senso ultimo dal quale veniamo "sfamati".

La folla segue Gesù per i suoi segni miracolosi (v. 2); nonostante sia mossa da curiosità, egli ne ha compassione e si preoccupa di procurare il cibo necessario. Gesù non respinge una fede ancora debole e immatura, ma la educa e la nutre affinché possa crescere e rafforzarsi.

Il monte in cui avviene questa moltiplicazione dei pani è associato nei Vangeli ad altri importanti eventi: il "discorso della montagna" e la proclamazione delle beatitudini (Mt 5-7); la chiamata dei Dodici (Mc 3,13); l'apparizione di Gesù risorto e il mandato alla missione universale (Mt 28,16).

Filippo era di Betsaida, cittadina di quella regione, e forse per questo Gesù chiede a lui dove poter comprare del cibo per la folla. La domanda che Gesù rivolge a Filippo è una messa alla prova della sua fede. Il discepolo confessa la scarsità delle risorse a disposizione, di fronte a quelle che sarebbero necessarie per sfamare la folla. Un denaro (una moneta d'argento) era normalmente la paga giornaliera di un lavoratore. Duecento denari corrispondevano a circa otto mesi di salario.

Nel brano evangelico viene indicato il numero degli uomini - cinquemila - ma aggiungendo le donne e i bambini, la folla doveva essere composta di circa ventimila persone. Una distesa enorme che, seduta su quel prato verdeggiante, preannunciava la primavera del nuovo popolo di Dio.

Gesù potrebbe produrre i pani e i pesci necessari dal nulla, ma sceglie di moltiplicare i cinque pani e i due pesci che possiede un ragazzino (gr. paidarion). La grazia di Dio non disprezza la nostra povertà ma la trasforma in ricchezza sovrabbondante. Di qui le dodici ceste di pani avanzati dopo che tutta la folla fu saziata.

Nell'esercizio della carità - che non è solo l'elemosina, ma il sapersi donare al prossimo - Gesù ci chiede dunque fiducia e anche un po' l'ingenuità di quel ragazzino, che mise a disposizione la sua merenda per sfamare tutte quelle persone.

Il verbo eucharisteo (esser grato, ringraziare) è lo stesso usato dai Vangeli sinottici nell'ultima cena (che Giovanni non includerà nel suo Vangelo). La gratitudine verso il Padre moltiplica a dismisura gli stessi beni che ci ha donato, in modo da farci ricevere "grazia su grazia" (Gv 1,16).

Di fronte al prodigio compiuto da Gesù la folla non ha dubbi nel riconoscerlo come "il profeta che doveva venire nel mondo" (v. 14), ma non comprende che egli è venuto per dispensare se stesso per la nostra fame.

La folla desidera un Messia politico che liberi il popolo di Israele dall'oppressione romana. Rappresenta così il tipo di coloro che cercano un Cristo che non domandi nulla, ma possa soddisfare le proprie egoistiche richieste. Gesù si sottrae a chi vuole "farlo re" con queste intenzioni. Il suo ritirarsi sulla montagna, "tutto solo" (v. 15) esige che lo raggiungiamo su quelle altezze interiori con un disinteressato atto di fede e di amore.

Preghiera

La nostra anima ha fame, Signore, finché non si sazia di te. Nutrici con la tua parola di vita e soccorrici con la tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 15 aprile 2026

Fermati 1 minuto. "Così"... ci ha amati

Lettura

Giovanni 3,16-21

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Commento

Il "tanto", più precisamente il "così" (gr. outos), con cui è indicato l'amore di Dio per il mondo è un rafforzativo che indica la grandezza del dono del Figlio unigenito per i peccatori.

Il Padre ha inviato Gesù nel mondo per la salvezza, ma la sua venuta provoca il giudizio e alcuni si condannano da soli volgendo le spalle alla luce. Il giudizio futuro non determina ma conferma il destino che ciascuno si è scelto.

Il Padre ha mandato Cristo nel mondo per testimoniare quanto vale la nostra vita. Se il giudizio degli uomini o il nostro stesso giudizio ci considerassero un nulla, nel vangelo troviamo la verità sul valore inestimabile che Dio ci ha assegnato donandoci il suo Figlio unigenito.

Gesù è luce che viene nel mondo. Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi alla luce, perdersi fra le tenebre del mondo. Ma se anche ci rifiutiamo di guardarlo, il sole rimane lì dov'è, la verità di Cristo non cessa di splendere e di donarsi. Solo accogliendola troveremo la verità su noi stessi, la vera libertà, che è il progetto di Dio per la nostra santificazione.

Credere "nel nome" di Gesù implica più che un semplice assenso della ragione al suo vangelo o un trasporto sentimentalistico. Comporta una operosa devozione a Cristo come Signore e Salvatore, il lasciarsi rivestire da lui di una nuova natura.

Cristo è luce che non si compiace nel rivelare la nostra fragilità, ma che si dona per farci germogliare e prosperare nella sua grazia.

Preghiera

Alla tua luce, Signore, vediamo la luce; concedici di riconoscere la verità su noi stessi per aprirci all'azione della tua grazia , crescendo in santità e giustizia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 12 aprile 2026

Il vostro cuore non sia turbato

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Padre Onnipotente, che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione; concedici di essere liberi dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Commento

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia e di pace. La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.

Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non come la dà il mondo, ma come dono dello Spirito, quella pace che è Dio stesso. Gesù ci invita a diventare noi stessi portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).

Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi" (Gv 14,27). Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.

Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla quiete che Dio pone nelle profondità del nostro cuore.

Per contro, il mondo non deve turbarci al punto da voltargli le spalle chiudendo dietro di noi la porta della nostra stanza. Ad esso siamo stati inviati, per annunciare la buona notizia di Gesù Cristo (Gv 17,18). Non può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”.

Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 9 aprile 2026

Fermati 1 minuto. «Sono proprio io!»

 Lettura


Luca 24,35-48

35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni.

Commento

I discepoli di Emmaus e gli apostoli stanno riportando gli uni agli altri la testimonianza dell'incontro con Gesù risorto, ma quando egli improvvisamente appare in mezzo a loro sono sorpresi e spaventati, credendo di vedere un fantasma. 

"Pace a voi!" (v. 36) sono le parole con cui Gesù saluta i discepoli, per dissipare i loro dubbi e le loro paure, per perdonare la loro debolezza, che li ha fatti fuggire nell'ora della sua passione. Nel descrivere Gesù che mostra i segni dei chiodi sulle mani e sui piedi e nell'atto di mangiare del pesce Luca enfatizza il carattere corporale del Risorto, sebbene questi mostri di avere un corpo capace di attraversare una porta chiusa o di apparire quasi simultaneamente in due luoghi differenti (mentre Gesù discorreva con i discepoli di Emmaus appariva anche a Simone a Gerusalemme). 

Nonostante queste prove i discepoli sono ancora increduli, finché il Signore non aprirà in maniera soprannaturale la loro mente, affinché comprendano la verità nascosta nelle Scritture. La Legge, i Profeti e i Salmi indicano le tre parti in cui viene tradizionalmente divisa la Bibbia ebraica. "Salmi" può indicare tutta la terza parte, cioé gli "Scritti" (tra cui Giobbe, Proverbi, Daniele) o solo i Salmi. La piena comprensione delle Scritture avviene mediante la fede che si fa esperienza dell'incontro con il Risorto. Solo così potremo sentire dietro quelle pagine la voce di Gesù che esclama "Sono proprio io!" (v. 39). 

La predicazione a tutte le genti della conversione e del perdono dei peccati (v. 47) corrisponde al grande mandato: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28,19-20) e "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). La predicazione è dunque annuncio di salvezza, ma anche esortazione alla conversione. Gesù non solo rimette i nostri peccati ma ci invita a rinnovarci interiormente per diventare immagine della sua gloria. 

La predicazione è innanzitutto testimoniare in noi stessi la capacità del vangelo di trasfigurare la nostra esistenza. Quando parleremo con convinzione di Gesù egli verrà in mezzo a noi, per far toccare con mano la sua presenza. La predicazione non sarà allora proselitismo ma narrazione della nostra storia d'amore con Dio, capace di infiammare il cuore di chi ci ascolta, di chi vede la nostra vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Preghiera

Donaci la tua pace, Signore, affinché il timore sia dissipato dall'amore e le nostre vite possano testimoniare il potere trasformante dell'incontro con te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 8 aprile 2026

Martin Chemnitz, il "secondo Lutero"

La Chiesa Luterana celebra oggi la memoria di Martin Chemnitz, predicatore evangelico, uno tra i protagonisti della Riforma protestante tra i teologi tedeschi della seconda generazione.
Ultimo di tre figli, perse il padre all'età di undici anni e a causa dei problemi economici della famiglia ebbe difficoltà a seguire un corso di studi regolare.
Riuscì tuttavia a laurearsi Magister in letteratura all'Università di Königsberg.
Nel 1550 entrò a servizio del Duca Alberto I di Prussia, come bibliotecario di corte. In cambio della cura per la biblioteca e l'insegnamento in alcuni corsi come precettore, ebbe libero accesso a quella che allora era considerata una delle migliori biblioteche d'Europa.
Per la prima volta Chemnitz si dedicò completamente allo studio teologico. Durante questi anni il suo interesse si spostò dalla astrologia, che aveva studiato a Magdeburgo, alla teologia. Iniziò con lo studio attento della Bibbia nella lingua originale, con l'obiettivo di rispondere alle domande che lo lasciavano perplesso. Rivolse poi la sua attenzione ai primi teologi della chiesa, i cui scritti lesse meticolosamente e con attenzione. Si interessò alle dispute teologiche del tempo, ancora una volta leggendo con cura, mentre prendeva appunti. Questo metodo precoce di auto scolasticismo luterano era stato suggerito da Melantone.
Nel 1554 diventò professore all'Università di Wittemberg, tenendo lezioni sui Loci communes di Melantone e compilando da questi la sua opera di teologia sistematica nominata Loci Theologici. Nello stesso anno fu ordinato presbitero.
Chemnitz ebbe parte importantissima nella propagazione del luteranesimo e nelle controversie teologiche, tentando di mettere d'accordo le varie correnti, sulla base della fedeltà alla dottrina di Lutero, tanto da giustificare il soprannome di alter Martinus.
Fu uno degli autori principali della Formula di Concordia, assumendo una posizione "centrista" nell'opera di mediazione tra i luterani tedeschi. Determinante anche il suo contributo per la pubblicazione del Liber Concordiae (1580), standard dottrinale della Chiesa Luterana.
Chemnitz difese la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche (Repetitio sanae doctrinae de vera praesentia, Lipsia 1561, De duabus naturis in Christo, Jena 1570; 2ª ed., 1578 segg.), sostenendo, insieme con la dottrina luterana dell'ubiquità, una presenza relativa della natura gloriosa di Cristo, dipendente dalla sua volontà (multivoli praesentia).
Morì a Braunschweig l'8 aprile 1586.