Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 3 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Nomi scritti nei cieli

Lettura

Luca 10,17-24

17 I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18 Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».
21 In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 22 Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
23 E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24 Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono».

Sintesi

Gesù non nega il successo dei settantadue, ma sposta la gioia dalla prestazione all'appartenenza: non i risultati, ma i nostri nomi scritti nei cieli. Il dono di Dio, accolto con cuore di «piccoli», ci precede e ci supera.

Commento

Vincere una battaglia spirituale riempie il cuore, ma nasconde un'insidia sottile: scambiare l'efficacia dei propri sforzi per la misura del proprio valore. Lungo il cammino verso Gerusalemme, i settantadue tornano entusiasti: persino i demoni si sono sottomessi nel nome di Gesù. Il Maestro, che nello Spirito vedeva già Satana cadere dal cielo come un fulmine, non smentisce il loro successo, ma ne riorienta subito il cuore: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (v. 20).

Gesù sposta l'asse dalla prestazione all'appartenenza. Il successo ministeriale e i doni carismatici possono alimentare l'orgoglio, la stessa superbia che causò la rovina del maligno; la vera gioia nasce invece dall'essere figli scelti per la vita eterna. Sentirsi amati da Dio precede e fonda ogni servizio: i doni straordinari passano, la grazia dell'adozione resta.

Su questo orizzonte si apre l'unica esultanza di Gesù riportata dai Vangeli. Nello Spirito Santo, il Figlio loda il Padre per una pedagogia sovversiva: le verità del Regno restano nascoste ai sapienti autosufficienti e si aprono ai «piccoli» (nēpioi), agli umili capaci di accogliere la rivelazione. Dio affida la sua opera a strumenti imperfetti, perché la gloria sia soltanto sua, e conduce con sovranità il disegno di salvezza rivelato dal Figlio.

Nel dialogo riservato con i suoi, Gesù proclama infine beati gli occhi che vedono il compimento dell'alleanza, ciò che re e profeti avevano solo desiderato. Il testo ci invita a non misurare la fede su risultati e capacità, ma sulla gratitudine per un dono che ci supera.

Preghiera

Signore Gesù, non lasciare che misuriamo la fede sui risultati. Insegnaci a gioire perché i nostri nomi sono scritti nei cieli e rendici piccoli, capaci di accogliere il dono che ci supera. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 2 ottobre 2026

Pseudo-Dionigi l'Areopagita e la tenebra luminosa del silenzio

Le chiese ortodosse ricordano Dionigi l'Areopagita, autore del Corpus Areopagiticum: siriaco, influenzato dal neoplatonismo, pubblicò sotto il nome del discepolo di Paolo ad Atene; maestro della teologia negativa.

Forse per nessun padre della chiesa vi è una così forte discrepanza tra ciò che sappiamo sulla sua vita e l'enorme influsso da lui avuto sulla spiritualità e la teologia successive. Dionigi fu probabilmente un cristiano di origine siriaca che soggiornò a lungo ad Atene. Fortemente influenzato dagli ultimi filosofi neoplatonici ivi residenti, egli compose una serie di scritti che pose sotto il nome dell'ateniese convertito dalla predicazione di Paolo all'Areopago, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli (cf. At 17,34). Nella Gerarchia ecclesiastica e nella Gerarchia celeste, Dionigi indagò l'ordine cosmico al cui vertice vi è unicamente Gesù Cristo, in cielo come nella chiesa militante sulla terra. Nei Nomi divini analizzò gli attributi che la Scrittura riferisce a Dio, in cerca di ciò che gli uomini possono provare a dire su Dio a partire dalla rivelazione, seguendo una teologia «positiva». Ma Dionigi fu soprattutto un grande cantore della teologia «negativa», secondo la quale si può giungere a Dio soltanto dicendo ciò che non può essergli attribuito, ovvero entrando nella «tenebra più che luminosa del silenzio» e della non conoscenza di Dio, che sola conduce al mistero ineffabile della Triunità divina.

Tracce di lettura

Trinità sovraessenziale, oltremodo divina e oltremodo buona, custode della divina sapienza dei cristiani, portaci non solo al di là di ogni luce, ma al di là della stessa inconoscenza fino alla più alta vetta delle mistiche Scritture, là dove i misteri semplici, assoluti e incorruttibili della teologia si rivelano nella tenebra più che luminosa del silenzio.
È nel silenzio infatti che s'imparano i segreti di questa tenebra della quale troppo poco è dire che brilla della luce più abbagliante in seno alla più nera oscurità, e che, pur rimanendo perfettamente intangibile e invisibile, riempie di splendori più belli della bellezza le intelligenze che sanno chiudere gli occhi. Questa la mia preghiera. (Dionigi l'Areopagita, Teologia mistica 1,1)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 1 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Una colpevole indifferenza

Lettura

Luca 10,13-16

13 Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. 14 Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 15 E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata! 16 Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

Sintesi

Gesù ammonisce Corazin, Betsàida e Cafarnao: l'indifferenza verso la sua parola è più colpevole dell'ignoranza. Scegliamo con saggezza dove collocarci, senza sprecare il dono di essere fatti figli adottivi di Dio.

Commento

Il monito di Gesù si rivolge in questo passo evangelico a tre città della Galilea; un invito a pentirsi, accompagnato da un severo giudizio per coloro che, dopo avere ascoltato la sua predicazione non l'hanno accolta. Non si tratta di una ostilità aperta al suo messaggio, in effetti non riportata da nessuno dei Vangeli, ma di quella indifferenza che è più colpevole dell'ignoranza. 

Aver avuto il privilegio di ascoltare il mesaggio di salvezza e non averlo accolto apre le porte degli inferi (cfr. At 2,27.31), luogo contrapporto al "cielo" nello stesso versetto (v. 15). Gesù ci insegna che l'intensità della punizione finale, sarà proporzionata ai privilegi religiosi, ai mezzi di grazia goduti dagli uomini e da loro volontariamente rigettati. 

Se Corazin, Betsàida e Cafarnao rappresentano il luogo in cui il Signore aveva iniziato la sua predicazione e compiuto i suoi miracoli, Tiro e Sidone erano due città fenicie sul mare e costituivano un importante snodo commerciale in cui si riversava l'opulenza asiatica. Queste erano dunque considerate città dissolute. 

Gesù esprime un solenne avvertimento a tutti quelli che ascoltano le sue parole. Coloro che in ogni tempo godono dell'istruzione religiosa, odono predicare il vangelo e vivono in un ambiente atto a condurli a Cristo, senza però abbracciarlo, rassomigliano a quelle città. Così l'invio dei settandadue discepoli si conclude con questo avvertimento, la costatazione di uno stato di peccato più che una maledizione, e la solenne affermazione che chi respingerà la predicazione dei discepoli respingerà Cristo stesso e il Padre dal quale egli proviene. 

Il vangelo ci chiama a scegliere con responsabilità e saggezza dove collocarci nella geografia dello spirito, a non disprezzare con l'indifferenza e le preoccupazioni del mondo l'opportunità ricevuta di essere annoverati tra i figli adottivi di Dio.

Preghiera

Signore, che ci hai ammonito ricordando che l'indifferenza verso la tua parola di vita è peggio dell'ignoranza; concedici di accogliere il vangelo della salvezza, per partecipare con te alla gloria celeste. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Teresa di Lisieux. "Nel cuore della chiesa io sarò l'amore"

Il 1° ottobre 1897 muore a Lisieux Teresa di Gesù Bambino, carmelitana. Nel 1895 si offrì all'Amore misericordioso. Provata da malattia e dal buio della fede, amò fino alla fine. Dottore della chiesa.

Thérèse Martin era nata ad Alençon nel 1873. Rimasta orfana di madre a soli quattro anni, essa passò tutta la vita in ambienti profondamente religiosi, come testimonia il linguaggio all'apparenza devozionale dei suoi scritti, soprattutto nelle versioni ritoccate diffuse dopo la sua morte.

Thérèse avvertì presto la chiamata alla vita religiosa; a soli 15 anni entrò nel Carmelo di Lisieux. Ma fu dopo la professione monastica che la sua missione particolare nella chiesa iniziò ad assumere una precisa fisionomia.

Nel 1895 Teresa si offri come «vittima d'olocausto all'amore misericordioso di Dio»: comprese cioè che quello che rende salvifico per sé e per gli altri il dono della propria vita è il fatto che esso si compia per amore. «La mia vocazione, finalmente, l'ho trovata: nel cuore della chiesa, mia madre, io sarò l'amore, e così sarò tutto». Divenuta, secondo le sue stesse parole, martire dell'amore, Teresa restò fedele all'impegno di amare fino alla morte, sopraggiunta quando aveva appena 24 anni.

La sua vita fu attraversata da molte prove: la drammatica fine del padre, la grave malattia polmonare che la stroncherà in poco più di dodici mesi, ma soprattutto la «tenebra del nulla», il venir meno della stessa certezza della fede. Ciò che le rimase era l'amore, nutrito dalla costante ricerca dell'Amato e vissuto nella quotidiana fedeltà alle sorelle del Carmelo, di cui nel frattempo era divenuta maestra delle novizie. Anche quando l'Amato le sembrerà completamente muto, Teresa non cesserà di amare.

L'insegnamento lasciato dalla vita di Teresa sull'assoluto primato dell'amore, anche nel buio dell'incredulità che attraversa il cuore del credente, le è valso il titolo di dottore della chiesa.

Tracce di lettura

Finalmente avevo trovato il riposo. Considerando il corpo mistico della chiesa, non mi ero riconosciuta in nessun membro di quelli descritti da san Paolo, o, meglio, mi volevo riconoscere in tutti. La carità mi offrì la chiave della mia vocazione. Compresi che se la chiesa aveva un corpo composto da membra diverse, non le poteva mancare il più necessario e il più nobile di tutti; compresi che la chiesa aveva un cuore, e che questo cuore bruciava d'amore. Compresi che solo l'amore faceva agire le membra della chiesa, che se l'amore si fosse spento, gli apostoli non avrebbero più annunciato il vangelo, i martiri avrebbero rifiutato di versare il loro sangue. Compresi che l'amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l'amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi ... insomma, che è eterno!

Allora, nell'eccesso della mia gioia delirante, esclamai: O Gesù, mio Amore, la mia vocazione, finalmente, l'ho trovata, la mia vocazione è l'amore!

Oh, sì, ho trovato il mio posto nella chiesa: nel cuore della chiesa, mia madre, io sarò l'amore ... così sarò tutto! (Teresa di Lisieux, Manoscritto B)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Terese di Lisieux (1873-1897)

mercoledì 30 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Inviati a predicare con un bagaglio leggero

Lettura

Luca 10,1-12

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

Sintesi

Seguire Gesù significa partecipare alla sua missione: i settanta sono inviati a due a due, miti come agnelli, senza bagaglio, annunciando pace e regno. Solo sobrietà e fiducia nella provvidenza rendono credibile la predicazione.

Commento

La sequela di Gesù è strettamente legata alla missione evangelizzatrice. Essere scelti da lui significa essere scelti per preparare il terreno alla sua stessa azione salvifica. Egli "designò" i settanta, verbo che indica una formula solenne con cui Gesù, in veste messianica e regale conferisce il mandato ai discepoli. 

In alcuni manoscritti i discepoli sono settanta, in altri, pure autorevoli, sono settantadue. Il numero settanta può essere un richiamo ai settanta uomini radunati da Mosè, sui quali scese lo Spirito di Dio (Num 11,24-25); settanta erano anche i membri del sinedrio. Il numero settantadue è invece il numero delle nazioni dell'umanità secondo il libro della Genesi (Gen 10, nella versione greca dei LXX).

I discepoli sono inviati a due a due; così l'uno può essere di conforto all'altro e forse anche per maggior sicurezza lungo il viaggio. L'annuncio portato da una coppia di discepoli richiama anche il dovere deuteronomico di stabilire il giudizio sulla base di due o tre testimoni (Dt 19,15; richiamato in Mt 18,16; 2 Cor 13,1; Eb 10,28). L'immagine dell'agnello contrapposto al lupo è indice di una predicazione fatta con mitezza, che esporrà i discepoli alla malvagità degli empi. 

L'urgenza della predicazione è testimoniata dalla necessità di pregare affinché altri "operai" possano essere mandati nella "messe". Inoltre i discepoli dovranno viaggiare senza bagaglio - niente borsa, né un secondo paio di sandali - e non fermarsi lungo la strada, neppure per salutare (il saluto comportava nel mondo semitico l'intrattenersi nella conversazione con la persona salutata).

I discepoli sono chiamati a non girovagare di casa in casa e la richiesta di "stabilità" è superiore alle stesse prescrizioni della legge sui cibi puri e impuri: potranno mangiare qualsiasi cosa gli sarà messa davanti. Compito dei discepoli è anche quello di prendersi cura dei malati e di predicare la prossimità del regno di Dio.

Gesù chiede di invocare la pace in qualunque casa i discepoli entreranno: chi accoglierà loro accoglierà egli stesso (Lc 10,16). Chi non li accoglie si espone a un giudizio peggiore a quello di Sodoma - che era il simbolo della città inospitale per quanto descritto nel libro della Genesi (Gen 19,4-5). Se vi sarà "un figlio della pace" la pace resterà su di lui, altrimenti tornerà sui discepoli. 

Nella misura in cui la Chiesa si allontana dal modello di discepolato richiesto da Gesù la messe diventa sterile, la predicazione inefficace, i discepoli vegono più facilmente rifiutati, perché agli occhi del mondo risultano incoerenti con quanto predicato.

Per questo il discepolato, che il vangelo impronta alla sobrietà e al totale affidamento alla provvidenza, deve mettersi al riparo da quella forza "addomesticatrice" che costituisce un pericolo sempre in agguato. Una continua opera di vigilanza e di riforma è necessaria affinché i discepoli operino in conformità al dettato evangelico.

Preghiera

Donaci, Signore il tuo Spirito, affinché possiamo annunciare con semplicità e schiettezza la parola del vangelo, nell'attesa della tua manifestazione a tutte le genti. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 29 settembre 2026

Fermati 1 minuto. L'aratore che si volge indietro

Lettura

Luca 9,57-62

57 Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 58 Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 60 Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio». 61 Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Sintesi

Luca descrive tre modi di seguire Gesù: lo scriba impulsivo, il giovane che rimanda e chi si volta indietro. A ogni battezzato il vangelo chiede una risposta piena, senza esitazioni.

Commento

In questo brano, che ha un parallelo in Matteo (Mt 8,18-22), l'evangelista Luca ci riferisce tre modi diversi di porsi verso la sequela di Gesù. 

Il primo protagonista che entra in scena è un "volontario", che avvicina il Signore mentre questi è per la strada. Matteo ci riferisce che si trattava di uno scriba, dunque di una persona abituata a vivere nell'agiatezza. Nell'offerta precipitosa di sé egli sembra non rendersi conto dei costi del discepolato che, lungi dall'offrire una posizione sociale elevata e sicurezze economiche, espone all'incertezza e a grandi sacrifici. 

Tutta l'attività di Cristo sarà quasi sempre fraintesa dai dottori della legge, i quali si attendevano un Messia che avrebbe instaurato un regno terreno forte e prospero. Per questo egli si scontrerà spesso con l'incomprensione predicando il vangelo e ancora più nell'evento della sua passione. Dal Figlio di Dio, dal Figlio dell'uomo, per utilizzare una espressione messianica (cfr. Dn 7,13-14) che Cristo spesso applica a sé, ci si aspettava una manifestazione di potenza e gloria.

Il secondo aspirante discepolo è un giovane, chiamato direttamente da Gesù («Seguimi»; v. 59). Costui è desideroso di accogliere l'invito ma desidera prima occuparsi del padre, rimandando il discepolato dopo la morte di questi. Le parole del giovane sono infatti un semitismo che non indica certamente la celebrazione del funerale del padre - se fose morto quel giorno il giovane non si sarebbe trovato neanche lì dove stava, essendo obbligatorio per la legge ebraica a celebrare i funerali il giorno stesso della morte - ma significava l'occuparsi del padre anziano fino alla sua  morte. Il giovane dunque, aspettava la morte del padre, e probabilmente anche di riceverne l'eredità. Chiaramente un simile approccio al discepolato non può che trovare la riprovazione del Signore. 

Il terzo "candidato" si offre a Gesù ma chiede di potersi prima congedare dai suoi parenti. Gesù capisce che il cuore di quest'uomo è ancora diviso tra il mondo e le esigenze del regno di Dio: l'aratore che non guarda avanti mentre ara non può che tracciare solchi storti. 

Le parole di questa pagina evangelica non riguardano soltanto chi si consacra a un ministero particolare nella chiesa, ma ogni battezzato, che in quanto tale è rivestito del ministero sacerdotale, regale e profetico di Cristo. Questi non può trovarci esitanti. Accogliere il vangelo significa scoprire in esso la gioia nella semplicità e novità di vita, in cui l'apostolo si rimette completamente nelle mani del Padre celeste.

Preghiera

Rimuovi, Signore, dalle nostre vite e dai nostri cuori, quanto si frappone alla tua grazia e rendici predicatori del Regno, non per spirito mercenario ma per amore del tuo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona