Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 23 febbraio 2026

Policarpo di Smirne. Partecipare al calice di Cristo

Attorno al 167, in Asia minore, muore martire Policarpo, vescovo di Smirne.
Ireneo di Lione, che fu suo discepolo, riferisce che conobbe l'apostolo Giovanni e altri che avevano visto il Signore.
Verso l'anno 100, Policarpo fu scelto come vescovo della chiesa di Smirne. Esercitò il suo ministero con totale dedizione e con un amore degno degli insegnamenti ricevuti dall'apostolo Giovanni, il «discepolo amato». Accolse e confortò Ignazio, vescovo di Antiochia, in viaggio verso Roma dove avrebbe ricevuto il martirio e questi gli indirizzò una lettera in cui gli trasmise la sua esperienza di pastore. Nel 154 Policarpo si recò a Roma per discutere l'annosa questione della data della Pasqua con papa Aniceto. Pur non avendo trovato un accordo, i due vescovi rimasero in comunione e si separarono in pace celebrando un'agape fraterna.
Tornato a Smirne, al termine di una lunga vita di fedeltà e di amore per il Signore, Policarpo subì il martirio, benedicendo Dio di averlo reso degno di partecipare al calice di Cristo «per la resurrezione alla vita eterna». Il racconto della sua morte, uno dei testi più toccanti dell'antichità cristiana, vede nel martirio la realizzazione della piena sequela di Cristo e nei martiri «i discepoli e gli imitatori del Signore per l'amore immenso al loro re e maestro».

Tracce di lettura

Policarpo, levati gli occhi al cielo, disse: «Signore Dio onnipotente, Padre dell'amato e benedetto Figlio tuo Gesù Cristo, per mezzo del quale abbiamo ricevuto la conoscenza di te, sii benedetto per avermi giudicato degno in questo giorno e in quest'ora di prender posto nel novero dei martiri, nel calice del tuo Cristo per la resurrezione alla vita eterna dell'anima e del corpo nell'incorruttibilità dello Spirito santo. Che io fra essi sia accolto oggi al tuo cospetto come sacrificio a te gradito, così come tu, il Dio veritiero e alieno da menzogna, hai in precedenza disposto, manifestato e compiuto. Per questo al di sopra di tutto io ti lodo, ti benedico, ti glorifico tramite l'eterno e celeste tuo sommo sacerdote e Figlio amato Gesù Cristo, mediante il quale sia gloria a te con lui e con lo Spirito santo, ora e per i secoli a venire. Amen».
(Martirio di Policarpo 14)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Policarpo di Smirne (+167)

Fermati 1 minuto. Alla sera della vita

Lettura

Matteo 25,31-46

31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Commento

Uscito dal velo delle parabole (quella delle dieci vergini e quella dei talenti) Gesù passa a una rappresentazione più diretta del discorso escatologico ("sulle cose ultime"). In una pagina di grande potenza e intensità è rappresentato il giudizio divino, affidato al Figlio dell'uomo, al termine della storia. Le immagini sono così chiare e immediate da impedire qualsiasi esitazione nell'interpretazione.

Il giudizio per la vita eterna o per la dannazione eterna (v. 46) è già presente nel libro di Daniele, dove compaiono il "figlio dell'uomo", le schiere celesti e il trono della gloria, e viene affermato che "Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna" (Dn 12,2).

La descrizione profetica data da Gesù pone come discrimine tra la salvezza e la perdizione il compimento delle opere di misericordia (vv. 35-36). Il giudizio è pronunciato su "tutte le genti" (v. 32), espressione che include sia i giudei che i pagani, perché prima della fine il vangelo sarà predicato a tutto il mondo.

Le azioni elencate da Gesù, salvo l'ultima - "visitare i carcerati" - sono raccomandate anche dal giudaismo come opere di misericordia. Così ad esempio profetizza Isaia: "Non è piuttosto questo il digiuno che voglio [...] Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?" (cfr. Is 58,6-7).

Oltreché con gli infelici e i poveri in genere, i "fratelli più piccoli" potrebbero essere identificati con i discepoli di Gesù, accolti o rifiutati da coloro ai quali portano l'annuncio del vangelo.

La sorpresa degli uomini sottoposti al giudizio è nel sentire che ogni volta che hanno soccorso qualcuno nel bisogno o si sono astenuti dal farlo il vero destinatario della loro misericordia o della loro negligenza era Cristo. Solo con la fede operosa si può entrare nel regno di Dio. La compassione e la misericordia sono i segni distintivi dei discepoli di Cristo. Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore.

Il giudice non pone i ricchi alla sua destra e i poveri alla sua sinistra; coloro che hanno ottenuto fama e onori alla sua destra e i disprezzati alla sinistra; ma è specificato che egli porrà i buoni alla sua destra e i malvagi alla sua sinistra.

Gesù condivide dalla mangiatoia alla croce la condizione dei poveri e si identifica a tal punto con loro che fa della sollecitudine verso il povero la condizione stessa per accedere al suo regno. Mediante le opere di misericordia tocchiamo nella persona che soffre e che è nel bisogno il corpo stesso di Cristo; attraverso di esse - sacramento d'amore - si realizza una vera comunione con lui.

Preghiera

Signore, Dio di compassione infinita, donaci il tuo Spirito, affinché possiamo riconoscerti in chi attende le nostre opere di misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 22 febbraio 2026

L'ora della prova

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen

Letture

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

Commento

Gesù viene preparato al suo ministero con il battesimo al Giordano, dove riceve la testimonianza del Padre, e con le tentazioni nel deserto, dove viene sospinto dallo Spirito. È questa una tappa obbligata anche per noi; infatti quanto più grandi saranno le manifestazioni della grazia nel nostro cammino spirituale, tanto più forti saranno le prove che seguiranno per mantenerci nell'umiltà. Così ammonisce il libro del Siracide: "Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione" (Sir 2,1). 

Gesù ha accettato di essere tentato facendosi carico della nostra fragilità; ma se il tentatore aveva trionfato sul primo Adamo, è sconfitto da Cristo, il secondo Adamo, che ha liberato l'umanità schiava del peccato. Egli, infatti, "proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,18) e "non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato" (Eb 4,15). 

Vi è un parallelo tra i quaranta giorni di Gesù nel deserto e i quarant'anni di peregrinazioni di Israele prima di entrare nella terra promessa; con il soggiorno di quaranta giorni di Mosè sul Monte Sinai e del profeta Elia - restauratore della Legge - sul Monte Oreb. Gesù è colui che ripara le infedeltà alla prima alleanza, ma anche il legislatore del nuovo patto, esteso all'intera umanità. 

Le tentazioni sono presentate nel Vangelo di Matteo nella forma di una disputa rabbinica; sia il diavolo che Gesù citano passi delle Scritture, il primo in maniera ingannevole, mentre Gesù ne svela il senso autentico. Possiamo difenderci dalle insidie del Maligno con la parola di Dio, ma solo se viene letta con fede, alla presenza di Cristo.

Con la prima tentazione Satana cerca di mettere a repentaglio la relazione dell'uomo con Dio, insinuando che questi non è Padre o non è un Padre che desidera il bene dei suoi figli. Non esorta Gesù a pregare il Padre affinché trasformi le pietre in pane ma affinché le trasformi egli stesso. L'uomo è tentato in questo modo quando rompe la propria relazione con Dio e pensa di poter confidare unicamente in se stesso; ogni volta che cade in una sorta di "pensiero magico", pensando di poter modificare la realtà con l'ideologia, la scienza, la tecnica, gli idoli del suo tempo.

Con la seconda tentazione il diavolo pone Gesù in cima al Tempio di Gerusalemme, il luogo più santo della città santa e lo esorta a chiedere a Dio un prodigio che susciti ammirazione. Ma Gesù rifiuta, perché ha spogliato se stesso della propria potenza divina facendosi simile agli uomini, per insegnare la mansuetudine, l'umiltà, il servizio vicendevole.

Nella terza tentazione Satana offre a Gesù i regni di questo mondo, di cui egli è principe, ma un principe spodestato. Nel tempo che lo separa dal compimento della storia, l'uomo è tentato di disconoscere l'autorità di Dio, sottomettendosi al padre della menzogna. Ma il Maligno è stato vinto dall'incarnazione e dalla croce di Cristo, e il suo potere è limitato a ciò che la volontà di Dio gli concede di fare, fino al giorno in cui il Figlio tornerà sulla terra per prendere possesso del suo regno.

Luogo spaventoso per la sua desolazione, il deserto è luogo in cui ci si può avventurare solo se sospinti dallo Spirito, il quale ci chiama a questa esperienza per educarci alla lotta e metterci davanti alla nostra fragilità. Restando saldi nella fede che Cristo ha sconfitto il nemico e combatte con noi potremo trionfare sulla tentazione e gustare il pane del cielo amministrato dagli angeli.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 20 febbraio 2026

Fermati 1 minuto. Non c'è digiuno senza condivisione

Lettura

Matteo 9,14-15

14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Commento

Alcuni discepoli di Giovanni insieme ai farisei sono protagonisti di una discussione sul digiuno con Gesù. Poco prima si erano rivolti ai suoi discepoli chiedendogli perché il loro maestro stava prendendo il pasto con pubblicani e peccatori. Adesso si rivolgono a Gesù stesso per riprenderli. Prima avevano cercato di mettere i discepoli contro il maestro, adesso il maestro contro i discepoli. Un modo di agire che non può certo venire dallo Spirito, e che tradisce piuttosto la tendenza a dividere e seminare discordia.

Gesù risponde facendo propria la stessa similitudine che aveva utilizzato Giovanni Battista, il quale si era definito "amico dello sposo" (Gv 3,29). Il digiuno è un segno di lutto e in quel momento di gioia in cui Gesù sta proclamando il regno dei cieli sarebbe inopportuno, proprio come sarebbe fuori luogo in occasione di un pranzo di nozze. Il digiuno è riferito al tempo in cui Gesù non sarà più con i discepoli, che è il tempo della chiesa. 

Gesù ha spiegato il modo in cui si deve digiunare nel suo discorso sul monte (Mt 6,16-18): privatamente, profumandosi la testa e lavandosi il volto, affinché solo il Padre che vede nel segreto possa dare la sua ricompensa. Tale pratica viene così interiorizzata e perde la connotazione legalistica che aveva assunto presso i farisei. Ma quali sono le nozze di cui parla Gesù definendosi "lo sposo"? Sono quelle tra il Salvatore e i peccatori. Matteo, il pubblicano convertito, lo ha compreso in prima persona, organizzando un banchetto per Gesù. 

Il profeta Isaia ci dice qual è il digiuno che Dio valuta di più: "Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato?" (Is 58,7). Cristo è colui che sazia la nostra fame di Dio, il nostro più profondo desiderio di amore, che il mondo con i suoi "cibi" non può soddisfare. Se digiuniamo in certi momenti non è per guadagnare meriti e rispettare dei precetti in maniera farisaica, ma per condividere con Dio e con il prossimo i nostri beni, il nostro affetto, il nostro tempo. 

Dicendo qualche "no" a noi stessi, come l'apostolo Paolo, trattiamo un po' duramente il nostro corpo e il nostro spirito, esercitandoci non come chi corre senza mèta (1Cor 9,24-27), ma ben sapendo che lo scopo di ogni pratica ascetica è di fare spazio a Dio e ai fratelli nel nostro cuore.

Preghiera

La nostra anima ha fame e sete di te Signore. Guarda la nostra povertà e vieni a visitarci con la tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 19 febbraio 2026

Fermati 1 minuto. Rinunciare a sé per trovare Dio

Lettura

Luca 9,22-25

22 «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».
23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. 25 Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?

Commento

In quel "deve" (v. 22) con cui Gesù si riferisce alla sua passione è racchiuso il piano di salvezza di Dio per l'umanità che si attuerà con la sua morte e risurrezione. Gesù si rivolge "a tutti" (v. 23), con un invito universale a seguirlo, rinnegando se stessi, per trovare la propria vita in Dio. 

Il paradosso evangelico è proprio questo: nella misura in cui ci doniamo, la nostra esistenza si arricchisce di senso. Ogni giorno (v. 23) in cui moriamo a noi stessi per fare spazio allo Spirito che ci rinnova e ci rende strumenti della grazia è un giorno trascorso bene. 

Se non tutti siamo chiamati a testimoniare Cristo fino al martirio certamente nessuno può essere suo discepolo senza obbedire ai suoi comandamenti, mettersi al servizio del prossimo e testimoniare il suo nome al momento opportuno e inopportuno (2 Tim 4,2). Solo così potremo dire con Gesù "Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi" (Gv 10,17). 

Il mondo va in direzione completamente opposta: ci spinge a un desiderio bulimico di appropriazione e prevericazione che non sazia mai i nostri bisogni più profondi. Ma Gesù non ci mette in croce contro la nostra volontà, fa appello alla nostra libertà: "Se qualcuno vuol venire dietro a me..." (v. 23) 

La meta finale è la risurrezione; la croce diventa allora da strumento di supplizio via di accesso a un'umanità trasfigurata, che ha riconquistato l'immagine e somiglianza con Dio.

Preghiera

Donaci, Signore, il coraggio di metterci generosamente al servizio tuo e del nostro prossimo; affinché rinunciando a noi stessi possiamo trovare te, che sei l'autore di ogni bene. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 18 febbraio 2026

Il Beato Angelico. Dipingere la bellezza del vangelo

Nel 1455 si spegne, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva, fra' Giovanni di San Domenico, religioso domenicano passato alla storia come il Beato Angelico. Fra' Giovanni, che prima di entrare dai frati domenicani si chiamava Guido di Piero, era nato verso la fine del XIV secolo nei pressi di Firenze, in una famiglia poverissima. Entrato molto giovane nella Compagnia di San Niccolò, una confraternita fiorentina, il giovane Guido si era presto segnalato per le precoci e straordinarie doti di pittore. Stimato dai contemporanei per la dolcezza e la semplicità, Guido avvertì il bisogno di contribuire con tutta la sua vita al rinnovamento evangelico nella chiesa del suo tempo. Egli entrò così nel convento domenicano di Fiesole, appartenente all'ala riformatrice dell'Ordine, e prestò il suo servizio di predicatore discreto e silenzioso, di teologo e di poeta. Ma fu soprattutto grazie ai suoi dipinti che il Beato Angelico seppe realizzare l'armonia tra la nascente arte rinascimentale e la purezza di cuore di un vero cercatore di Dio. Frate domenicano, cercò di saldare i nuovi principi pittorici, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.
Come ebbe a dire Michelangelo, fu la sua opera a fargli «meritare il cielo, per poter contemplare tutta la bellezza da lui raffigurata sulla terra». Dal 1438 fra' Giovanni si stabilì nel convento fiorentino di San Marco, di cui sarà più tardi nominato priore, assieme a tre confratelli pittori. In esso l'Angelico e i suoi compagni ci hanno lasciato una delle espressioni più pure e sobrie dell'arte religiosa rinascimentale.
Chiamato a Roma dai primi papi umanisti, fra' Giovanni morì nel convento del Maestro generale dell'Ordine. Del suo sepolcro marmoreo, un onore eccezionale per un artista a quel tempo, è ancora oggi visibile la lastra tombale, vicino all'altare maggiore.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose