Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 20 novembre 2019

La restauratrice della vita religiosa nella Chiesa anglicana

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Lydia Sellon o Priscilla Lydia Sellon (1821-1876) fondatrice britannica di un ordine religioso femminile anglicano.

Vita

Priscilla Lydia Smith crebbe a Grosmont nel Monmouthshire, ma era nata il 21 marzo 1821 a Hampstead. Sua madre morì quando lei era ancora in tenera età. Suo padre, il comandante Richard Baker Smith, che era nella Royal Navy si sposò di nuovo e ebbe altri undici figli. Nel 1847 suo padre ricevette una eredità dalla zia materna e di conseguenza il nome della famiglia fu cambiato in Sellon.

Nel 1848 Henry Phillpotts, vescovo di Exeter, fece appello al settimanale anglicano "The Guardian", che apparve nel gennaio del 1848 in cerca di aiuto per i poveri di Devonport. La richiesta di Phillpotts era di istituire nuove chiese e centri di istruzione per la popolazione che si era accresciuta oltre le possibilità della strutture urbane. A questa richiesta rispose Lydia Sellon che stava per recarsi in Italia per motivi di salute. Sellon contattò Edward Bouverie Pusey che conosceva e la presentò a un sacerdote locale. Sellon e Catherine Chambers, che era una amica di famiglia, ricevettero consigli dal clero locale e lavorarono in una scuola locale. Con il sostegno di suo padre, Sellon creò rapidamente altre nuove istituzioni. Una scuola di avviamento al lavoro nell'industria per ragazze, un orfanotrofio per i bambini dei marinai, una scuola per i senzatetto e una scuola notturna per ragazzi.

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Lydia Sellon (1821-1876)

Iniziò a lavorare a Devonport occupandosi dei poveri. L'ispirazione di Philpott e di Sellon portò alla formazione di un ordine religioso anglicano del quale assunse la guida la Sellon poiché dopo pochi anni diverse donne si unirono alla suo Istituto religioso che prese il nome di Devonport Sisters of Mercy (Sorelle della Misericordia di Devenport). Sebbene questa non fosse la prima fraternità anglicana, giunse a una fusione con le Sorelle della Santa Croce, il cui ordine aveva visto la luce nel 1845 a Londra. Lydia Sellon guidò l'organizzazione che nacque dall'unione dei due Ordini, sebbene anche prima le due organizzazioni collaboravano abitualmente tra loro. Quando Florence Nightingale fece un viaggio in Crimea nel 1854, prese 38 infermiere e quattordici di queste erano suore di quella che sarebbe diventata l'organizzazione della Sellon. Una delle loro importanti azioni iniziali fu quella di prendersi cura delle vittime dell'epidemia di colera del 1849, che iniziò intorno a Union Street.

Lydia Sellon guidò la nuova Società della Santissima Trinità dal 1856 e nel 1860 fece costruire il primo convento, Ascot Priory, per il nuovo Ordine. Il costo di questo nuovo edificio fu sostenuto in gran parte dal Reverendo Pusey, ma un'altra fonte ritiene che la Sellon si fece carico del costo delle utenze. L'autocratica Sellon a volte usava un bastone pastorale ed era considerata badessa. L'ordine risiedeva nell'abbazia di St Dunstan nel Devon. Nel 1864 alle suore fu chiesto dalla regina Emma di usare le loro abilità per migliorare l'educazione dei bambini in quelle che oggi sono le Hawaii.

Lydia Sellon morì a West Malvern nel 1876 dopo quindici anni di paralisi.

Eredità

La Chiesa d'Inghilterra mette celebra la memoria di Lydia Sellon il 20 novembre ricordandola come la restauratrice della vita religiosa nella Chiesa anglicana.

Il suo Ordine fu attivo per tutto il ventesimo secolo e l'ultima sorella morì nel 2004 e fu seppellita nell'Ascot Priory.

Oggi nella Chiesa anglicana esistono decine di ordini religiosi.

martedì 19 novembre 2019

Matilde di Magdeburgo. Oltre le tradizionali forme di vita religiosa

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Matilde di Magdeburgo (ca 1208-1283), beghina.

Il monastero di Helfta fu nel XIII secolo un luogo di alta spiritualità e un ritrovo di grandi mistiche che trovavano alimento nella ruminazione quotidiana delle Scritture. Molte di loro non erano monache tradizionali, ma beghine rifugiatesi in monastero per le persecuzioni attuate contro il beghinaggio da parte soprattutto dei frati domenicani. Fra le beghine giunte a Helfta, la più celebre fu senz'altro Matilde di Magdeburgo. Poco si sa della sua vita. Nata intorno al 1208 nella diocesi di Magdeburgo, appartenente a una famiglia nobile, Matilde decise giovanissima di ritirarsi presso una comunità di beghine, cioè di donne che rifiutavano le tradizionali forme di vita religiosa, ma che desideravano vivere un'intensa vita interiore in piccoli nuclei ai bordi dei villaggi. Per trent'anni Matilde visse una profonda comunione con il Signore nella preghiera; non appena però, su ordine del confessore, si accinse a mettere per iscritto le proprie esperienze, iniziarono per lei i guai, soprattutto perché denunciava con molta franchezza la corruzione del clero di cui spesso era stata testimone. Nel 1261, dopo il sinodo domenicano di Magdeburgo contro le beghine, Matilde si rifugiò a Helfta, dove fu compagna di Matilde di Hackeborn e maestra di Gertrude di Helfta.
Nella pace di quel cenobio e nella compagnia di donne straordinarie, Matilde portò a termine la sua opera letteraria, le Rivelazioni, in cui raffigurava - con immagini tra le più belle della letteratura medievale - lo sprigionarsi della luce divina in un cuore che ha meditato per tutta la vita la parola di Dio. Matilde morì attorno al 1283, completamente cieca, ma con una vivida luce negli occhi del cuore. La data odierna è quella in cui Matilde è ricordata dalla Chiesa d'Inghilterra, lo stesso giorno in cui nel Calendario monastico si fa memoria di Matilde di Hackeborn.

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Matilde di Magdeburgo (1208-1283)

I beghinaggi

Tra l’XI e il XIV secolo sorse in Europa, nelle Fiandre, un grande movimento di rinnovamento spirituale, con le donne come protagoniste. Questo  movimento spirituale di donne di ogni estrazione sociale, fu ispirato dal desiderio di condurre una vita di intensa spiritualità fuori dai monasteri, vivendo nella propria casa e nella propria città. Queste autentiche “donne di preghiera e carità”, anche per aiutarsi l’un l’altra, si stabilirono in case vicine formando piccole comunità in piccoli quartieri chiamati “beghinaggi” ai margini delle città e dei villaggi. Il primo di questi “beghinaggi” comparve a Liegi su iniziativa del presbitero Lambert la Bègue, che cerò di organizzarle in comunità, da cui il nome di “beghine”. L’appellativo “beghina”, assunse un connotato negativo Le beghine hanno incarnato una delle esperienze di vita femminile più libere della storia. Laiche e religiose al tempo stesso, esse cercarono forme di vita che permettesse loro di conciliare una doppia esigenza: quella di una vita monastica e quella di cristiane che vivono nel mondo, ai margini della struttura ecclesiastica.

Le beghine non erano delle suore, non prendevano infatti i voti e potevano ritornare alla vita normale in qualsiasi momento: vivevano in castità e spesso dedite alla carità, un po' come delle converse, cioè delle suore laiche. Inoltre non chiedevano l'elemosina (da cui si capisce che è errata l'etimologia da beg o begard), ma mantenevano le loro proprietà originarie, se ne avevano, oppure, se necessario, lavoravano, per esempio filando la lana o tessendo.
La prima donna ad essere identificata come b. fu la mistica Maria di Oignies, che influenzò il cardinale Jacques di Vitry (1160-1240), protettore del movimento, di cui Vitry ottenne il riconoscimento, purtroppo solo a parole, da Papa Onorio III (1216-1227) nel 1216.
Successivamente, i beginaggi divennero delle vere e proprie comunità, orientate alla cura dei malati e all'aiuto di donne sole, non accettate dai conventi. Ci furono beghinaggi, forti anche di migliaia di beghine (come a Ghent), in tutte le città e paesi del Belgio e dell'Olanda, dove, nonostante le vicissitudini storiche (furono per esempio aboliti durante la Rivoluzione Francese), esistono oggigiorno, dopo ben sette secoli, ancora 11 comunità in Belgio e 2 in Olanda.

Ci fu anche una forma maschile di beghinaggio, che ebbe minore diffusione rispetto alla controparte femminile e fu denominata (con un connotato negativo in senso eretico) begardi.
In Italia furono denominati anche bizzocchi o pinzocheri o beghini e condussero spesso una vita da predicatori erranti (molto diffusa nel Medioevo) e furono molto impegnati nel denunciare il nicolaismo (l'abitudine dei religiosi di vivere in concubinato con donne) e la corruzione del clero, propendendo per una vita apostolica e povera, come quella di Gesù e dei primi Apostoli.
Su questi punti in comune si allearono spesso con i Francescani spirituali nel combattere il comune nemico Papa Giovanni XXII (1316-1334), che contro di loro scatenò il famoso (o meglio famigerato) inquisitore Bernardo Gui (1261-1331).

Nonostante l'approvazione papale, negli anni successivi seguì una raffica di condanne, a loro carico, ai sinodi di Fritzlar (1259) e Mainz (1261), concilio di Lione (1274), sinodi di Eichstätt (1282) e Béziers (1299), ed infine al Concilio di Vienne (1311-12), dove furono condannate come eretiche, sebbene venisse precisato nel contempo che non c'era nulla di male in comunità formate da donne penitenti anche senza che esse avessero preso i voti.
Nel 1310 fu bruciata sul rogo Marguerite La Porète, una beghina con simpatie verso i Fratelli del Libero Spirito ed autrice del libro Le miroir des simples âmes (lo specchio delle anime semplici), attribuito per anni a Santa Margherita d'Ungheria.
Sempre Giovanni XXII perseguitò con furore beghine e begardi, come si è detto, mediante Bernardo Gui, benché il Papa stesso cercasse di distinguere tra forme eretiche e forme ortodosse del movimento. Pur tuttavia, l'elenco dei processi e relativi roghi di b. durante questo periodo, soprattutto in Francia meridionale, è impressionante: a Marsiglia (il beghino Pierre Trancavel e sua figlia Andreina), Narbona, Carcassonne, Béziers e Tolosa si giustiziarono senza pietà i beghini.

Tracce di lettura

Ascolta, amore, ascolta con l'orecchio dello spirito, così cantano i nove cori angelici:
Noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai cercati nella tua umiltà,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai mantenuti nella tua misericordia,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai onorati con la tua passione e la tua onta,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai condotti nella tua bontà,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai ordinati nella tua sapienza,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai protetti con la tua potenza,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai santificati con la tua nobiltà,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai illuminati nella tua confidenza,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai innalzati nel tuo amore su tutte le creature.
(Matilde di Magdeburgo, La luce fluente della Divinità 1,6)

Preghiera

Dio onnipotente,
per tua grazia Matilde,
riscaldata dal fuoco del tuo amore,
è divenuta una luce ardente
e splendente nella tua chiesa:
infiamma anche noi
con il medesimo spirito di disciplina e d'amore,
perché possiamo camminare
per sempre al tuo cospetto
come figli della luce.
Attraverso Gesù Cristo,
tuo Figlio nostro Signore,
che vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
un solo Dio, ora e sempre.


domenica 17 novembre 2019

Jacob Böhme (1575–1624), mistico luterano

La Chiesa luterana celebra oggi la memoria di Jacob Böhme (1575 – 1624), filosofo, teologo, mistico e luterano tedesco. Egli è stato uno dei principali esponenti del misticismo cristiano moderno, ed era detto dai suoi contemporanei «Philosophus teutonicus».

Jacob Böhme nacque nell'aprile del 1575 nella tedesca Seidenberg, ora parte di Sulików. Figlio di contadini, frequentò per poco tempo la scuola del villaggio dove era nato, poi fu mandato nella vicina Görlitz ad imparare il mestiere di calzolaio, che esercitò come maestro in una bottega presso le mura alla porta del Neiße fin verso il 1613.

Nei sette anni successivi unì la predicazione ad attività commerciali, e solo negli ultimi quattro anni della sua vita si sarebbe dedicato esclusivamente alla ricerca mistico-religiosa.
Nel 1599 sposò la figlia di un macellaio, Catharina Kunschmanns, dalla quale ebbe quattro figli. Per il resto egli condusse, per quanto gli fu possibile, la vita modesta di un uomo mite e paziente.

La diffusione della sua prima opera, manoscritta e pubblicata a sua insaputa da parte di un suo estimatore, gli attirò la diffidenza del pastore di Görlitz, Gregorius Richter, che lo accusò di eresia e rimase suo oppositore per tutta la vita. Quando, nel 1624, Böhme fu chiamato a Dresda per giustificare le proprie opere dinanzi a un consesso di religiosi, i suoi scritti vennero colpiti da interdetto. Richter morì appena qualche mese prima di Böhme, consentendo a quest'ultimo di morire, a sua volta, riabilitato, grazie alla confessione evangelica raccolta dal nuovo pastore.

La sua esperienza mistica, il fatto stesso che egli ne parlasse e si sforzasse di descriverla, aveva rappresentato per il suo paese un forte motivo di scandalo, esponendolo agli attacchi della comunità religiosa locale, che dopo la sua morte giunse ad oltraggiarne la tomba. D'altro canto ebbe anche parecchi sostenitori a livello personale, che lo veneravano al punto da farne quasi oggetto di culto.

Böhme aveva ricevuto una educazione luterana, come era normale nel suo paese e nella sua classe sociale. Per via della sua scarsa istruzione, disse di sé: «Ho letto un solo libro, il mio libro, dentro di me». Il bisogno di comunicare le proprie esperienze mistiche, tuttavia, lo spinse verso i libri e la scrittura. Ampliò la sua educazione luterana studiando da autodidatta severo, mediante letture delle opere della tradizione mistica tedesca del Trecento (Eckhart, Taulero, Suso), oltre ai mistici naturalisti del Cinquecento (Paracelso, J.B. Van Helmont, S. Franck, V. Weigel). Insieme ai mistici, dunque, legge anche opere di alchimia, astrologia e cabala.

Il rigido luteranesimo imperante all'epoca condannava ogni possibilità di trascendenza diretta e ogni atteggiamento di tipo ascetico o mistico. Eppure, Jakob si trova a vivere esperienze estatiche diverse volte nella sua vita. Una prima, nel 1600, poi nel 1610 e ancora nel 1617. Tali esperienze, coinvolgenti tutto il suo essere fisico e spirituale, hanno la durata di alcuni giorni ciascuna. Egli le vive come esperienze che illuminano la sua conoscenza di Dio più che come un'unione diretta con Dio e ineffabile. Da esse riceve lo stimolo continuo a studiare le Scritture ed approfondire le sue conoscenze, in modo che potessero rendere più esplicite (a parole) le esperienze vissute. 

Böhme era convinto che l'uomo avesse la capacità di comprendere il mistero di Dio, da lui concepito come la realtà informe e originaria da cui prende vita la creazione. Per tale motivo, il suo misticismo difficilmente poteva conciliarsi con il cristianesimo protestante, in quanto metteva in discussione il nodo teologico della Riforma, che indica nella Bibbia l'unica fonte del contatto tra l'uomo e Dio, sottolineando l'inattingibilità di quest'ultimo per vie diverse. Proprio per questa ragione il luteranesimo, essendo in quei decenni tutto proteso a fondare la propria teologia in antagonismo con quella di Roma, non ammetteva possibilità di santificazione del singolo uomo che nell'aldilà, e dunque giudicava negativamente la venerazione di cui Böhme era fatto oggetto.

Per certi aspetti egli apparve più vicino alle posizioni del cattolicesimo, che riconosce la possibilità di una teologia naturale e di un contatto diretto, immediato e personale con la divinità, sebbene Böhme se ne discostasse per l'esaltazione del primato della fede. È comunque attestata la sua profonda venerazione per la Vergine Maria.

Rifacendosi alle concezioni tradizionali, l'uomo è per Böhme un microcosmo, in quanto in lui, quale coronamento della creazione, stanno tutte le cose, Dio e gli angeli, il cielo e l'inferno. Ultimo nel processo creativo di Dio, egli ha il compito di risalire la corrente e tornare verso il Principio. Per fare ciò deve essere un'immagine compiuta di Dio e possedere una volontà libera. In questo però sta la grandezza unitamente al pericolo: se l'uomo volge la propria volontà verso l'esterno (le creature e il mondo), realizza in sé l'aspetto tenebroso del divino, costruendosi l'inferno per la propria anima. Se invece si distacca dalle creature e dal mondo in genere, annullando la propria visione particolaristica e la propria volontà separata per lasciare spazio alla volontà divina, in lui si realizza l'amore di Dio, la luce del Paradiso. Se l'uomo si rivolge al male, non lo fa che per ignoranza o cecità, in quanto, essendo immagine di Dio, egli non può che cercare sempre e comunque il bene. La libertà della volontà dell'uomo consente dunque di conoscere ed esperire la dolorosa lontananza da Dio. All'uomo decaduto non spetta che effettuare un cenno di rinuncia al male (essendo la presenza luminosa di Dio costante e sempre in attesa di rivelarsi): a quel punto, la volontà che passa dall'esteriore all'interiore permette la nascita di Cristo in sé.

Secondo Böhme, in Dio è presente una polarità di forze contrapposte: per un verso Egli è il Nulla, un abisso insondabile e indeterminato, dal quale però scaturisce un incontenibile desiderio di vita, attraverso il quale prendono forma le diverse realtà in cui si esplica la Creazione. Dio racchiude in sé sia il Bene che il Male, lo spirito e la materia, la luce e le tenebre. Rifacendosi alla tradizione neoplatonica che vedeva in Dio l'unità dei contrari, come potenza che si attua dinamicamente nel mondo, Böhme tuttavia va oltre la concezione agostiniana del male inteso come semplice non-essere, riconoscendo anche la positività del negativo.

Jacob Böhme (1575-1624)

Riepilogo essenziale

Gli scritti di Böhme sono stati considerati complessi, oscuri, difficili nella lettura e nella comprensione, a parte alcuni passaggi, che possono essere considerati anche affascinanti. È però possibile enucleare il suo pensiero a grandi linee: 

  • se desideriamo contemplare ciò che è divino ed eterno, dobbiamo credere che il divino e l'eterno possano rivelarsi nella costituzione stessa dell'uomo, come principio spirituale insito nell'uomo stesso e che non vada cercato altrove;
  • la Parola di Dio, la Scrittura deve essere interiorizzata, passando dalla "storia all'essenza": in tal modo si attua la redenzione dell'uomo da parte di Dio e della sua Parola;
  • non basta la speculazione teorica sulle cose che appartengono allo Spirito nell'uomo per giungere alla sua comprensione;
  • l'uomo deve riconoscere l'esistenza di un principio divino al suo stesso interno, arrivando fino al fondo della propria anima, scendendo in un abisso che è la Divinità stessa (che in realtà è senza fondo per garantirne la trascendenza);
  • l'uomo che desidera avvicinarsi a Dio, penetrando sempre di più nell'abisso, deve arrendersi a Dio, rimettendo a Lui la propria volontà, consegnando se stesso alla divinità. La volontà che non si consegna non permette di incontrare Dio e la sua Sapienza: in tal modo non riusciamo a vedere Dio, ma la propria volontà malata riesce a vedere soltanto il mondo e il diavolo (il bene pervertito);
  • il modo in cui Dio può essere percepito nella sua Parola e nella sua Essenza è che l'uomo giunga ad uno stato di unità con se stesso, abbandoni ogni cosa che riguardi il suo sé personale (beni, denaro, padre e madre, fratelli, sorelle, moglie, figli, il proprio corpo e la propria vita) e che tale sé divenga un nulla per lui; deve cedere ogni cosa e divenire povero come un uccello del cielo, senza nessun nido per il proprio cuore;
  • ciò non significa che la persona debba abbandonare la propria casa e i propri familiari, uccidersi o vendere le proprietà, ma soltanto smettere di pretendere tutte queste cose come possesso, uccidendo o annichilendo soltanto la propria volontà;
  • l'uomo che ha ceduto se stesso a Dio entra nell'unione divina con Cristo, è rigenerato da Cristo (nato nuovamente in lui) così da vedere Dio stesso, parlare con Dio, conoscere veramente la sua Parola e la sua Essenza.

Böhme è certamente un caso esemplare non solo di mistica protestante (capace di raccogliere anche la tradizione cattolica "renana", la filosofia naturale e la tradizione esoterica ebraica e alchemica), ma di "pensiero cristiano alternativo" che ha dato vita a diversi filoni della Riforma radicale.

I seguaci di Böhme, detti behmenisti, si diffusero ovviamente in Germania, dove l'erede spirituale di Böhme fu Abraham von Franckenberg (1593-1652), e in Olanda, dove Abraham Willemsz van Beyerland (1586/7-1648) provvide alla stampa dell'intera opera letteraria. Quest'ultimo influenzò il diplomatico Michel le Blon (1587-1658), responsabile della successiva diffusione degli scritti di Böhme in Svezia, dove interessarono la famosa regina Cristina (1626-1689), e in Inghilterra.

In quest'ultimo paese, dove per la verità, i suoi lavori circolavano già dagli anni '40 del XVII secolo, si svilupparono gruppi di seguaci del pensiero di Böhme. Alcuni behmenisti inglesi si fusero in seguito con il movimento dei quaccheri, il cui fondatore, George Fox era rimasto particolarmente colpito dal pensiero del "Calzolaio di Görlitz". Anche il familista reverendo James Pordage fu un suo accanito lettore. Assieme a Jane Leade, Pordage fondò la Società dei Filadelfi (The Philadelphian Society) nel 1670 proprio per promuovere un maggiore interesse nel pensiero di Böhme.


- Fonti: Wikipedia, Mistica.info, Eresie.com

Ugo, vescovo di Lincoln (1140-1200), certosino e maestro di carità

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Ugo di Lincoln spentosi il 16 novembre del 1200 all'età di sessant'anni

Ugo, monaco certosino e vescovo di Lincoln in Inghilterra. Nativo dei dintorni di Grenoble, Ugo era stato educato presso i canonici agostiniani di Villarbenoît, dove aveva emesso i voti religiosi. Desideroso di una vita più ritirata, a 25 anni egli ottenne di entrare nella Grande Chartreuse, dalla quale sarà presto inviato a presiedere la Certosa inglese di Witham, che versava in cattive condizioni. Eletto nel 1186 vescovo di Lincoln, allora la più grande diocesi inglese, Ugo accettò unicamente per obbedienza al suo priore, e si dedicò con tutto se stesso all'incarico pastorale ricevuto. Egli fece rifiorire a Lincoln la locale scuola teologica, e sovrintendette al restauro della cattedrale partecipando talvolta di persona ai lavori più pesanti. Uomo di grande compassione ed equilibrio, Ugo fu spesso chiamato a giudicare le cause più difficili. Per amore della giustizia non esitò a contrapporsi con franchezza ai re e ai confratelli nell'episcopato, senza mai serbare rancore o inimicizia verso nessuno. Si racconta che giunse a rischiare la propria incolumità personale per salvare dalla morte alcuni ebrei, ingiustamente accusati a seguito di un tumulto popolare. Ugo intervenne personalmente per curare i lebbrosi, e si batté perché anche i più poveri potessero avere una sepoltura dignitosa. Egli nutriva inoltre un profondo amore per la natura, ed è spesso raffigurato in compagnia del suo cigno addomesticato, che visse con lui nell'episcopio di Lincoln. Alla sua morte era conosciuto in tutta l'Inghilterra, e da nessuno era posta in discussione la sua santità.

Ugo di Lincoln
Ugo di Lincoln (1140-1200)

Tracce di lettura

Con l'aiuto di molti uomini di valore che si scelse quali suoi consiglieri, il nuovo vescovo di Lincoln trasformò immediatamente la sua diocesi. Egli predicava la parola di Dio con vigore, obbedendo premurosamente ai comandi contenuti in essa e seguendo un celebre adagio della Scrittura: «Dov'è lo Spirito del Signore, là c'è libertà». Egli riprendeva con fermezza i peccatori, senza curarsi dell'importanza delle persone a cui si rivolgeva.
È poi impossibile ricordare adeguatamente la sua grande compassione e tenerezza verso gli amnalati, specie verso quanti soffrivano di lebbra. Egli li accudiva di persona, lavandone e asciugandone i piedi e baciandoli con affetto. E dopo averli ristorati, li colmava di doni, senza badare alla misura. In alcune residenze episcopali aveva fatto costruire ospedali, nei quali trovavano ricovero uomini e donne afflitti da simili mali.
Quando visitava i lebbrosi, era solito sedersi in mezzo a loro in una piccola stanza per confortare le loro anime con le sue parole delicate, e così alleviava le loro sofferenze con la sua tenerezza materna.
(Adamo di Eynsham, Vita di sant'Ugo di Lincoln)

Preghiera

O Dio,
tu hai concesso al tuo servo Ugo
una parola coraggiosa,
sapiente e gioiosa
e gli hai chiesto di ricordare
ai governanti di questo mondo
la disciplina di una vita santa:
dona anche a noi la grazia
di essere liberi e franchi
come lui al servizio del vangelo,
non confidando in altri che in Cristo,
che vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
un solo Dio, ora e sempre.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Il perdono come frutto di giustizia


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ


Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e servirti con devozione in ogni buona opera, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35


Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude la pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.
La giustizia, ovvero la nostra giustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, maturano da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericordia di Dio, che ci condona ogni colpa. E, infatti, i frutti di giustizia "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioè non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, con la nostra intelligenza, con il nostro cuore, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E, a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioè la sua magnificenza, la sua bontà, la sua bellezza, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.
Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato.
L'occasione di questo racconto è suscitata da una domanda posta da Pietro a Gesù. Pietro aveva compreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi ebraica delle Scritture. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte) il nostro nemico. Ovvero un numero di volte pressoché illimitato.
L'immagine del re che vuole fare i conti è sicuramente di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio finale, o quantomeno quello individuale dopo la morte dell'individuo. è un rendiconto cui nessuno si può opporre e al quale nessuno può sfuggire. Il Salmo 90 ci rammenta che il Signore mette i nostri peccati più segreti alla luce del suo volto (Sal 90,8). In quel giorno non potremo non vedere quanto siamo bisognosi del suo perdono, quanto grande è il nostro debito nei suoi confronti.
Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore - terrorizzato dalla pena cui rischia di andare incontro - di pagare tutto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono integrale.
Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato fatto oggetto o, più probabilmente, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra infatti spietato con il suo creditore, facendolo gettare in prigione.
Nei conservi che vanno a riferire l'accaduto al padrone possiamo ravvisare le preghiere di intercessione degli oppressi e per gli oppressi. Che il creditore spietato non avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari (ricordiamo che egli avrebbe dovuto dare al suo padrone diecimila talenti!).
È evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il timore del momento svanisce rapidamente. Appena si ripresenta la tentazione l'uomo carnale si ripresenta con nuovo vigore. Probabilmente egli avrebbe tremato anche se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato contro il suo oppressore. ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". Questa intimazione al servo infedele di comparire in presenza del suo Signore indica senza dubbio il rendiconto finale nel giorno del giudizio. Il debitore viene dunque consegnato agli aguzzini, letteralmente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. Qui dobbiamo considerare questo tormento innanzitutto come qualcosa che procede dal'anima incapace di ricevere e dare misericordia, trovando in essa la pace nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Gesù, però, ammonisce anche in maniera esplicita che "Così il mio Padre celeste farà punire a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore a proprio fratello" (Mt 18,35).
La sorgente del perdono da uomo a uomo sta nel perdono gratuito dato da Dio. Se siamo perdonati da Dio, come in effetti egli ci perdona ogniqualvolta ci accostiamo a lui con umiltà, volentieri perdoneremo al fratello. "Di cuore" (Mt 18,35), ecco la natura del perdono caratteristico del cristiano, che non è un semplice atto esterno.
La parabola c'insegna che il perdono dei gran debiti che abbiamo verso Dio precede il perdono dei piccoli debiti che noi dobbiamo rimetterci scambievolmente; e che quello è il principio che in noi genera la disposizione al perdono, ed è il modello che dobbiamo imitare. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.
Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento" (Fil 1,9), soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo" (Fil 1,10). Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

Rev. Dr. Luca Vona, Eremita