Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 3 novembre 2026

Fermati 1 minuto. Nulla anteporre

Lettura

Luca 14,25-33

25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. 28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Sintesi

Gesù non cerca folle adulanti ma veri discepoli: chiede di amare tutto in lui, senza anteporgli nulla. Sedendoci a discernere scopriamo la nostra povertà: solo la grazia ci rende fedeli.

Commento

L'obiettivo di Gesù non è di radunare folle adulanti ma di fare veri discepoli. Egli non adatta mai il suo messaggio ai desideri della maggioranza, ma espone chiaramente gli alti costi del discepolato. In questo passo evangelico Gesù pone due domande in forma di parabola volte a scoraggiare coloro che si donano a metà o che prendono superficialmente l'impegno da assumere.

«Nulla anteporre all'amore di Cristo» (Nihil amori Christi praeponere) ammonirà Benedetto da Norcia (Regola 4,21), riassumendo questo passo evangelico, in cui Gesù ci chiede di "relativizzare" gli stessi legami familiari.

L'odio menzionato da Gesù (v. 26) è un semitismo che sta per "amare meno". Il senso della frase è che per essere davvero suoi discepoli ogni cosa - compresa la nostra stessa vita - deve essere amata in lui, nella misura in cui non si oppone a lui. 

Il sacrificio che la sequela comporta trova il suo distintivo nella croce di Cristo, che ogni discepolo è chiamato a prendere su di sé. Poiché questa scelta è impegnativa per ciò che comporta, anche di eroico, le due brevi parabole esposte da Gesù invitano a un attento discernimento. Di qui il richiamo a "sedersi" (v. 28), avendo piena coscienza di dover portare a compimento l'impegno assunto. 

Ma è proprio quando ci mettiamo seduti e facciamo silenzio, quando le acque agitate della nostra anima si placano e siamo in grado di rispecchiarci in essa, è proprio in quel momento che siamo faccia a faccia con la nostra vulnerabilità e la nostra povertà di mezzi. Allora comprendiamo che solo la grazia di Dio può insegnarci a essere fedeli: «Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 36,7).

Preghiera

Insegnaci, Signore, un amore ordinato e incondizionato; il tuo Spirito infonda coraggio ai nostri cuori e la tua grazia ci assista nella battaglia contro le potenze di questo mondo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Richard Hooker, il Maestro della teologia anglicana

La Chiesa d’Inghilterra celebra oggi la memoria di Richard Hooker, «maestro della fede». Sostenitore della via media tra puritanesimo e cattolicesimo, ne fondò la teologia su tre pilastri: Scritture, Tradizione e Ragione.

Il 3 novembre 1600, nei pressi di Canterbury dove era parroco, conclude la sua parabola terrena Richard Hooker, «maestro della fede», secondo il titolo riconosciutogli dalla Chiesa d'Inghilterra. Nato a Heavitree nel 1554, ed educato al Corpus Christi College di Oxford, Richard fu ordinato presbitero e quindi si sposò.
Trasferitosi a Londra, divenne uno dei principali sostenitori della «via media» anglicana, cercando di contrastare sia le deviazioni del puritanesimo allora dilagante in Inghilterra, sia il peso eccessivo conferito a suo avviso dal cattolicesimo all'autorità all'interno della chiesa.
Egli sosteneva infatti che la chiave fondamentale per accedere alla conoscenza della volontà di Dio contenuta nelle Scritture è la ragione, la cui dignità è data dal fatto che Dio stesso ne ha fatto dono agli uomini. Obbedire alla ragione è per Hooker obbedire alla legge di natura stabilita da Dio attraverso la creazione.
Le scritture, insomma, per Hooker contengono certamente tutto ciò che è necessario alla salvezza, ma ciò che secondo la ragione o la tradizione, non è apertamente contrario ad esse non deve essere rigettato.
Egli è dunque colui che stabilisce i tre pilastri della teologia anglicana: Scritture, Tradizione e Ragione.
Persona di grande equilibrio, Hooker ha lasciato opere teologiche che testimoniano una profonda vita spirituale e un grande amore per l'uomo.

Tracce di lettura

Le scuole di Roma insegnano che la Scrittura è a tal punto insufficiente che, se non si aggiungessero le tradizioni, essa non conterrebbe tutta la verità rivelata e soprannaturale che i figli degli uomini devono assolutamente conoscere in questa vita per poter essere salvati in quella futura. Altri condannano giustamente questa opinione, ma cadono parimenti in un estremismo pericoloso. Essi affermano infatti che la Scrittura non contiene soltanto le cose necessarie a quel fine, ma ogni cosa, cosicché agire secondo qualsiasi altra legge non solo è superfluo, ma persino contrario alla salvezza; sì, illegale e peccaminoso.
Ma qualsiasi discorso su Dio o su cose divine, se non corrisponde alla verità, è una pura offesa dell'intelligenza, anche se sembra apparire un onore.

(R. Hooker, Le leggi di governo della chiesa 11,8)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Risultati immagini per richard hooker
Richard Hooker (1544-1600)

lunedì 2 novembre 2026

Fermati 1 minuto. Tutto è pronto

Lettura

Lc 14,15-24 

In quel tempo, 15uno dei commensali disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto». 18Ma tutti, uno dopo l'altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi». 19Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi». 20Un altro disse: «Mi sono appena sposato e perciò non posso venire». 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». 22Il servo disse: «Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto». 23Il padrone allora disse al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena».

Sintesi

Dio invita tutti al suo banchetto: i primi rifiutano, gli ultimi entrano. Tutto è pronto, il dono è già completo. Spetta a noi accoglierlo, senza anteporre i nostri affari all’essenziale.

Commento

“Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!”. A questa esclamazione, Gesù risponde con la parabola del banchetto, che rivela un paradosso: gli invitati di riguardo rifiutano, mentre gli esclusi vengono accolti. Il padrone, dopo il rifiuto, manda i servi a chiamare proprio “poveri, storpi, ciechi e zoppi”. E quando c’è ancora posto, l’invito si allarga fino ai margini delle strade.

Quell’“ancora posto” manifesta l’immensa misericordia di Dio, che “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). Il controverso “costringili a entrare” non autorizza la coercizione, ma esprime l’insistenza di un amore che vuole vincere la ritrosia di chi non si sente degno. Come insegnano i Padri, Dio non forza mai la libertà umana; il suo è un invito persuasivo.

La parabola ci interroga direttamente: noi, già invitati, non siamo forse quelli che, come i primi convitati, antepongono affari legittimi all’essenziale? Releghiamo la risposta a Dio dietro i nostri impegni, illudendoci di una salvezza basata sui nostri meriti. La vita pratica spesso smentisce la nostra fede professata.

Il banchetto si riempie così con gli ultimi, coloro che il mondo considera “nulla” (1Cor 1,28), perché sanno di dipendere solo dalla grazia. “Tutto è pronto”, annuncia il Signore. La domanda cruciale, allora, non è più sul dono di Dio, che è già completo, ma su di noi: siamo finalmente pronti ad accettarlo?

Preghiera

Signore, tu che prepari un banchetto per tutti e non ci costringi ma ci chiami con amore, donaci un cuore libero dalle scuse che ci rendono sordi al tuo invito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 1 novembre 2026

Memoria dei morti in Cristo

In Cristo vivi e defunti sono uniti in una comunione di amore e preghiera. Dal 998, con Odilone di Cluny, la Chiesa latina ricorda oggi i defunti, ravvivando la speranza: l’amore è più forte della morte.

I credenti vivono il proprio pellegrinaggio terreno nella fede grazie al reciproco sostegno che si prestano in seno al popolo di Dio. In Cristo infatti tutti i fedeli, sia quelli ancora in vita sia quelli defunti, sono legati gli uni agli altri mediante una comunione di amore e di preghiera. È questo il fondamento più profondo dell'odierna memoria di tutti i morti in Cristo, posta non a caso il giorno successivo alla memoria della comunione di tutti i santi del cielo e della terra. I cristiani d'oriente e d'occidente hanno sempre ricordato nel corso della celebrazione eucaristica i fedeli già tornati al Padre. Gli orientali ricordano in modo particolare i defunti in alcuni giorni dell'anno.
In occidente, a partire dal 998, l'abate di Cluny Odilone istituì un ufficio liturgico per ricordare i fratelli della comunità che avevano già terminato il loro pellegrinaggio terreno. Grazie all'enorme influenza dei monaci cluniacensi, tale uso si estese fino a diventare prassi comune in tutta la chiesa latina. In alcune chiese della Riforma, però, la memoria dei morti in Cristo fu soppressa, a motivo del forte legame, sottolineato dai cattolici, di questa festa con la dottrina del purgatorio; ma con la riscoperta del significato originario essa è stata ricuperata in molte comunità protestanti.
Ricordando i defunti in Cristo ogni credente ravviva la speranza di una vita senza fine; Gesù infatti ha promesso a quanti rimangono nel suo amore che la morte non è l'ultima parola sulle loro esistenze, ma è il passaggio a una vita in pienezza, perché l'amore è più forte della morte e la carità non avrà mai fine.

Tracce di lettura

Discese agli inferi: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e inaccostabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è penetrato in esso e la terra della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l'uomo non vive di pane, ma nell'autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e può amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell'amore, allora nella morte penetra la vita: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata» canta la chiesa nella liturgia funebre.
(J. Ratzinger, Sulla settimana santa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. La morte non ha l'ultima parola

Lettura

Luca 23,33.39-43

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40 Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Sintesi

Al Golgota, luogo del cranio, un malfattore deride Gesù, l’altro ne riconosce innocenza e regalità. A lui Gesù promette «oggi» il paradiso: la salvezza è possibile già ora, nell’incontro con Cristo.

Commento

Spogliato, umiliato, Gesù giunge al luogo della sua crocifissione, la cui inquietudine è attestata già nel nome. Il "luogo del cranio" (golgota, in aramaico) è una specifica allusione alla forma della collina o la generica indicazione di un rialzo di terreno. L'immagine è evocata dal fatto che in esso venivano eseguite le condanne a morte.

Lo scherno del malfattore che insulta il Signore riguarda la negazione della possibilità di salvezza offerta da Dio. L'altro malfattore riconosce invece l'innocenza di Gesù: «egli non ha fatto nulla di male» (v. 41) e riconosce la sua regalità, anche sulla morte: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Egli, inoltre, appellandosi a Gesù riconosce di potere sperare solo nella grazia divina e che la dispensazione della grazia passa attraverso le mani di Cristo.

Il termine "paradiso" è utilizzato due sole altre volte nel Nuovo Testamento (2 Cor 12,4; Ap 2,7) e indica un giardino; è la stessa parola usata per l'Eden nel libro della Genesi. La morte è una terra desolata e solo la fede può consentirci di attraversarla in compagnia di Gesù, riconosciuto come Salvatore. La terra che ci attende, attraverso la sua promessa, è un luogo di pace, rigoglioso di vita.

L'episodio del malfattore pentito è narrato solo da Luca, che nel suo Vangelo mostra sempre particolare interesse ai fatti di conversione. L'«oggi» (v. 43) in cui il malfattore pentito potrà entrare in paradiso rappresenta l'orizzonte della salvezza aperto dalla morte di Gesù, preceduta da un gesto di perdono e di amore.

Luca rileva più volte che la salvezza è possibile già ora, nell'incontro con il Signore: La voce dell'angelo annuncia ai pastori «Oggi vi è dato nella città di Davide un salvatore» (Lc 2,11); Gesù proclama a Zaccheo «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19,9). Questo «oggi» vale anche per i lettori del Vangelo, che possono incontrare adesso la salvezza in Gesù Cristo. La croce di Cristo, sospesa tra cielo e tera, è la scala che conduce gli uomini al luogo dove Dio «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

Preghiera

Infondi in noi la fede, Signore, per guardare con coraggio alla morte, non come all'ultima parola, ma come il transito a un'esistenza di comunione piena con te e con coloro che ci hanno preceduto. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Il perdono come frutto di giustizia

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTITREESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa, nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e servirti con devozione in ogni buona opera, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35

Sintesi

Solo un cuore toccato dalla misericordia porta frutti di giustizia. Il servo spietato, graziato di un debito immenso, stringe alla gola il fratello: chi ha ricevuto tutto da Dio non può negare il perdono.

Commento

Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude l'odierna pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.

La giustizia, ovvero la nostra giustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, matura da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericordia di Dio, che ci condona ogni colpa. I frutti di giustizia, infatti, "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioè non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioè la sua bontà, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.

Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato. L'occasione di questo racconto è suscitata da una domanda posta da Pietro a Gesù. Pietro aveva compreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi delle Scritture ebraiche. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare il nostro nemico fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte); ovvero un numero di volte pressoché illimitato.

L'immagine del re che vuole fare i conti è di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio alla fine dei tempi e quello individuale alla fine della vita. È un rendiconto cui nessuno può sottrarsi.

Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore di restituire tutto il dovuto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono completo.

Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato destinatario, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra privo di compassione con il suo creditore, facendolo gettare in prigione. Che il creditore spietato non avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari.

È evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il suo timore svanisce rapidamente. Probabilmente egli avrebbe tremato se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato. Ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". 

Il creditore incapace di rimettere i debiti viene dunque consegnato agli aguzzini, letteralmente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. 

La parabola del debitore spietato insegna che il condono dei nostri grandi debiti da parte di Dio deve suscitare il perdono dei piccoli debiti che gli uomini hanno nei nostri confronti. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.

Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento" (Fil 1,9), soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo" (Fil 1,10). Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

- Rev. Dr. Luca Vona