Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 26 settembre 2026

Prigionieri della legge e prigionieri... nel Signore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIASSETTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Signore, ti supplichiamo affinché la tua grazia possa sempre prevenirci e sostenerci, rendendoci costantemente dediti a ogni opera buona. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 4,1-6; Lc 14,1-11

Sintesi

Gesù guarisce di sabato per mostrare il primato della carità sulla legge. La vera fede non è accumulo di meriti, ma amore gratuito verso Dio e il prossimo, vissuto con umiltà e fiducia nella provvidenza divina.

Commento

Guarendo l’idropico in giorno di sabato, Gesù mette al centro del suo messaggio il primato della carità verso il prossimo, come legge suprema. Egli non controbatte ai farisei negando o sminuendo la legge mosaica. Chiede infatti loro di citare un passo della legge che vieti di guarire in giorno di sabato e domanda se non si affaticherebbero in giorno di sabato per salvare un asino o un bue, ovvero per proteggere le proprie ricchezze.

L'illusione che l'amore di Dio possa essere fatto coincidere semplicemente con l'amore della legge è una forma di riduzionismo idolatra: non si adorano delle divinità straniere, ma si cade nell'errore di credere che lo scrupoloso rispetto delle norme religiose possa di per sé costituire una garanzia di salvezza. Questa tentazione, molto diffusa nel giudaismo contemporaneo a Gesù, può costituire una minaccia anche per il cristianesimo, laddove si affermi la convinzione di potere accumulare meriti attraverso opere buone e preghiere. 

Si tratta di un atteggiamento spiritualmente egocentrico, lontano dall'amore disinteressato per Dio e per il prossimo, da quel senso di gratitudine verso il nostro Creatore e Salvatore, che da solo dovrebbe essere sufficiente per farci agire rettamente.

La seconda parte del racconto evangelico, in cui assistiamo alla disputa tra gli invitati per chi avrebbe dovuto occupare i posti più prestigiosi a tavola, testimonia proprio la difficoltà di superare l'accentramento su di sé, che dovrebbe invece caratterizzare la vera esperienza religiosa.

Paolo, dal canto suo, nella lettera agli Efesini, sottolinea il profondo legame tra la carità fraterna e la necessità di dare una risposta adeguata all'azione salvifica di Dio nei nostri confronti. Noi siamo stati amati e salvati per primi; è nostro dovere amare il prossimo come Dio ci ha amato. E questo dovere è ancora più vincolante nei confronti dei fratelli nella fede, con i quali condividiamo i doni che l'unico Cristo ha distribuito tra il suo popolo. Per questo l'apostolo ci esorta a mantenere la pace nella comunità cristiana.

Per rafforzare le sue parole, Paolo fa leva sul suo essere "prigioniero nel Signore". Non vuole essere compatito, ma vuole sottolineare fino a che punto lo abbia spinto la sua abnegazione per la causa del vangelo. Il credente è capace di individuare anche nelle grandi prove della vita la mano di Dio; per questo Paolo è prigioniero, ma "nel Signore". Nulla accade per circostanze fortuite, e anche laddove ci trovassimo tra le mani di forze malvagie, possiamo avere la certezza che ogni causa seconda agisce perché Dio, la causa prima, glielo consente. 

E ancor più, dobbiamo essere assolutamente certi che qualsiasi cosa ci accada è assolutamente la più perfetta, la più profittevole, la migliore, qui ed ora, per noi, che possa accadere, secondo la sapienza imperscrutabile di Dio. Possiamo dunque ripetere con il salmista, in ogni circostanza della nostra vita: "Nelle sue mani sono le profondità della terra e sue sono le alte vette dei monti" (Sal 95,4).

- Rev. Dr. Luca Vona

Tre chiavi per la trasformazione. Un Insegnamento buddhista sulla Via del Risveglio

1. L'anelito fondamentale e la ricerca della pace interiore

Se osserviamo con attenzione il cuore di ogni essere umano, vi troviamo un desiderio così radicato da sembrare quasi biologico: il desiderio di essere felici e di non soffrire. È un anelito che precede ogni cultura, ogni epoca, ogni condizione sociale, e che accomuna tanto il filosofo quanto la persona più semplice. Il problema non è dunque il desiderio in sé, che è del tutto naturale e persino nobile, quanto piuttosto la direzione in cui, quasi per abitudine, lo orientiamo. Nella vita di tutti i giorni tendiamo infatti a proiettare questa ricerca verso l'esterno, illudendoci che la felicità risieda nell'accumulo di beni materiali, nel riconoscimento sociale, nel potere o nel semplice appagamento dei sensi. Queste condizioni non sono da condannare in sé: possono certamente regalare momenti autentici di piacere e sollievo. Ma la loro natura è per definizione instabile, dipendente da circostanze esterne che sfuggono al nostro controllo, e per questo motivo si rivelano incapaci di offrire una pace che regga nel tempo. Una fortuna può svanire, una reputazione può incrinarsi, un piacere sensoriale si esaurisce non appena lo si tocca. La vera pace, quella che non trema al variare delle circostanze, può nascere soltanto da una trasformazione interiore: un lavoro paziente sul proprio stato mentale, sorretto da un metodo chiaro e applicabile non in un ritiro isolato dal mondo, ma proprio nel cuore della vita ordinaria, tra impegni, relazioni e responsabilità quotidiane.

È in questa prospettiva che il Buddhismo tibetano, e in particolare la sintesi elaborata nel XIV secolo dal maestro Je Tsongkhapa, individua la struttura essenziale di ogni autentico cammino spirituale in tre pilastri interdipendenti: la determinazione a emergere dal ciclo della sofferenza, la mente dell'illuminazione altruistica, conosciuta come bodhicitta, e la corretta visione della realtà, ossia la saggezza che comprende la vacuità. Questi tre elementi non vanno intesi come tappe separate da percorrere una dopo l'altra e poi abbandonare, ma come tre dimensioni che si sostengono e si approfondiscono reciprocamente lungo tutto il cammino, dal principiante fino al praticante più avanzato.

2. La determinazione a emergere: un autentico amore per sé

Il primo aspetto del sentiero viene spesso reso in italiano con il termine "rinuncia", una traduzione che rischia però di fuorviare, evocando immagini di privazione e mortificazione. Il termine tibetano originale, nges-'byung, indica piuttosto una certezza di emergere: la convinzione, maturata attraverso la riflessione e non semplicemente creduta per fede, che sia possibile e desiderabile liberarsi da uno stato di condizionamento. Lungi dall'essere un sacrificio doloroso, questa determinazione rappresenta la forma più elementare e sana di amore per se stessi. Amare se stessi, in questo contesto, non significa assecondare ogni impulso o desiderio immediato, ma sviluppare la capacità di distinguere tra ciò che produce un benessere reale e duraturo e quelle che potremmo chiamare "fregature di felicità": piaceri che nell'immediato appagano, ma che nel lungo periodo lasciano insoddisfazione, dipendenza o sofferenza.

Questa determinazione nasce da un'analisi lucida e paziente di quello che nella tradizione si chiama Samsara, termine che non designa un luogo fisico, un altro mondo o una dimensione separata, ma un ciclo interno di condizionamento mentale in cui tutti, più o meno consapevolmente, siamo immersi. In questo ciclo, l'ignoranza fondamentale — l'incomprensione della vera natura di noi stessi e dei fenomeni — alimenta i cosiddetti veleni mentali: l'egoismo, la rabbia, l'attaccamento, la gelosia, l'orgoglio. Questi stati mentali disturbanti guidano a loro volta le nostre azioni, il karma, che si traducono inevitabilmente in ulteriore sofferenza, generando un circolo che tende ad autoalimentarsi indefinitamente se non viene riconosciuto e interrotto. Per sciogliere questo meccanismo, la tradizione invita a riflettere su alcuni temi che possono apparire scomodi ma che si rivelano straordinariamente liberatori: la rarità e il valore della condizione umana attuale, che offre condizioni uniche per la trasformazione interiore; l'impermanenza di ogni cosa, incluso il nostro stesso corpo e le nostre relazioni; e l'incertezza del momento della morte, che ci ricorda l'urgenza di non rimandare indefinitamente il lavoro su noi stessi. Quando, attraverso questa riflessione, la mente si innamora davvero della pace interiore e sviluppa una passione costante e stabile per la liberazione, non più occasionale o superficiale, questo primo aspetto del sentiero può dirsi pienamente maturato.

3. Bodhicitta: l'evoluzione altruistica dell'amore

Per quanto necessaria, la determinazione a emergere non è sufficiente da sola a condurre al pieno risveglio, poiché resta ancora, in una certa misura, centrata sul proprio benessere individuale. Il secondo aspetto del sentiero consiste nella generazione della bodhicitta, la mente dell'illuminazione: un'espansione naturale e progressiva dell'amore per sé, che una volta compresa a fondo la propria sofferenza e le sue cause, riconosce che ogni altro essere senziente desidera, con altrettanta intensità, essere felice e libero dal dolore.

Se l'egoismo restringe il campo di interesse al proprio piccolo "io", isolandolo dal resto, l'altruismo compie il movimento opposto: riconosce che la felicità e la sofferenza altrui hanno esattamente lo stesso valore delle proprie. Si potrebbe dire, con un'espressione volutamente paradossale, che l'altruismo è l'egoismo giunto a piena maturazione, poiché comprende finalmente ciò che realmente conviene a noi stessi: arrecare danno agli altri, o restare chiusi nell'orizzonte ristretto del proprio interesse, genera inevitabilmente inquietudine e isolamento, mentre includere gli altri nel proprio cerchio di cura apre il cuore, allenta la tensione dell'autoreferenzialità e stabilizza la mente in modo duraturo. La bodhicitta racchiude due aspirazioni inseparabili, spesso descritte come le sue due ali: da un lato l'intenzione altruistica di beneficiare concretamente tutti gli esseri, dall'altro la volontà di raggiungere personalmente lo stato di Buddha, non per vanità o ambizione spirituale, ma perché solo la piena realizzazione offre i mezzi, la saggezza e la capacità effettiva di aiutare gli altri in modo completo. Questa mente non nasce da un giorno all'altro, ma matura attraverso pratiche graduali che coltivano dapprima l'equanimità verso tutti gli esseri, poi il riconoscimento della loro gentilezza, quindi la gratitudine e infine l'amore e la compassione, fino a sfociare in questa aspirazione universale. Alla base vi è sempre l'empatia: il vedere con chiarezza che tutti gli esseri, senza eccezione, sono trascinati dalle medesime correnti di ignoranza e karma, e il riconoscimento della profonda interdipendenza che ci lega, spesso in modi invisibili, a ciascuno di essi.

4. La corretta visione della realtà: interdipendenza e vacuità

Per quanto elevati e trasformativi, i primi due aspetti del sentiero non possono da soli sradicare la causa ultima della sofferenza, se non sono sostenuti dalla saggezza che comprende la vera natura dei fenomeni. Amore e compassione, senza questa saggezza, rischiano di restare aspirazioni nobili ma prive della forza necessaria a recidere l'ignoranza alla radice. La radice del Samsara, infatti, non è semplicemente un cattivo comportamento o una debolezza morale, ma un'ignoranza spontanea e istintiva che ci porta ad aggrapparci a noi stessi e al mondo circostante come se esistessimo in modo autonomo, solido e indipendente da ogni relazione.

La corretta visione smonta pazientemente questa illusione attraverso la comprensione dell'origine interdipendente, in sanscrito pratītyasamutpāda. Questa comprensione si dispiega su livelli progressivamente più sottili. Al livello più immediato, osserviamo come ogni fenomeno composto dipenda da cause e condizioni che lo precedono e lo rendono possibile: nulla sorge da sé, isolato e autosufficiente. A un livello più sottile, notiamo come ogni intero dipenda dalle proprie parti, così che l'idea stessa di un oggetto unitario e indivisibile si riveli, a un'analisi attenta, una costruzione mentale piuttosto che un dato assoluto. Al livello più sottile e sfuggente, infine, si riconosce la dipendenza reciproca tra il soggetto che osserva e l'oggetto osservato, e il modo in cui ogni fenomeno riceve la propria identità attraverso l'attribuzione concettuale di un nome, appoggiata su una semplice base di imputazione, priva di un nucleo essenziale che la sostenga dall'interno.

Poiché ogni fenomeno dipende in questo modo da relazioni, cause e designazioni concettuali, tutti i fenomeni sono privi — vacui — di un'esistenza intrinseca e autonoma. È importante sottolineare, come fa costantemente la tradizione, che la vacuità non equivale al nichilismo né alla negazione dell'esistenza delle cose: significa unicamente l'assenza di un'esistenza indipendente, non l'assenza di esistenza in quanto tale. Le due verità, quella convenzionale e quella ultima, si integrano così senza contraddirsi: l'apparenza, cioè il fatto stesso dell'interdipendenza, elimina l'estremo dell'eternalismo, mostrando che nulla esiste in modo solido, permanente e immutabile; la vacuità, dal canto suo, elimina l'estremo opposto del nichilismo, poiché è proprio l'assenza di un'essenza fissa a rendere possibile, e non impossibile, il movimento di causa ed effetto, il cambiamento, la crescita e persino la trasformazione spirituale stessa. La visione è dunque completa quando la percezione vivida dell'interdipendenza e la realizzazione diretta della vacuità cessano di apparire come due prospettive alternative e si integrano in un solo, unico istante di comprensione.

5. Conclusione: l'integrazione del sentiero nella vita

I tre aspetti principali del sentiero non costituiscono un sistema di teorie astratte riservate agli studiosi, ma una mappa dinamica e concretamente applicabile all'esistenza quotidiana, tanto quella del monaco quanto quella della persona immersa nel lavoro, nella famiglia, nelle relazioni ordinarie. Il processo di trasformazione, secondo la tradizione, attraversa tre fasi complementari: l'ascolto attento delle spiegazioni, che offre le coordinate concettuali necessarie; la comprensione filosofica libera da dubbi, raggiunta attraverso la riflessione critica e personale; e infine la familiarizzazione meditativa prolungata, grazie alla quale questi principi, dapprima soltanto compresi a livello intellettuale, si trasformano progressivamente in reazioni spontanee del cuore e della mente, capaci di orientare naturalmente le nostre scelte quotidiane. Coltivare insieme l'amore per sé, l'amore per gli altri e una visione coerente e non illusoria della realtà significa, in ultima analisi, conferire un significato pieno a ogni singolo momento della vita, trasformando ogni gesto, per quanto piccolo, in un contributo concreto e attivo alla pace nel mondo.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 25 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Il coraggio che viene dalla comprensione delle Scritture

Lettura

Luca 9,43-45

43 E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio.

Mentre tutti erano sbalorditi per tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: 44 «Mettetevi bene in mente queste parole: Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini». 45 Ma essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento.

Sintesi

Gesù annuncia la sua passione: i discepoli non capiscono e temono di chiedere. Solo il Risorto svela il senso dello scandalo della morte, aprendo alla speranza cristiana.

Commento

Gesù si è appena trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni e, disceso dal monte, ha liberato dalle sue sofferenze un epilettico indemoniato. Tutti sono stupiti per la grandezza di Dio che opera in lui. Ma subito vengono "freddati" dalle sue parole: il Figlio di Dio deve soffrire ed essere messo a morte. Per due volte questo breve passo evangelico ci dice che i discepoli "non comprendevano" il senso di queste parole e non solo non comprendevano, ma avevano anche paura a fargli domande in proposito. 

Non vi è scandalo più grande di quello di un Dio che si fa, nella carne, sofferenza, debolezza, morte, in una "disfatta" che nelle ore immediatamente successive alla passione sembrerà definitiva. Solo l'incontro con il Risorto, in cui si imbattono i due discepoli sulla via di Emmaus e apparso agli apostoli, potrà condurre a una piena comprensione degli eventi, nell'ottica di un piano salvifico già presente nelle antiche Scritture: "cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc 24,27); "aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture" (Lc 24,45). 

Anche noi possiamo restare scandalizzati dalla sofferenza e dalla morte, a maggior ragione quando colpiscono il giusto; anche noi, sebbene credenti, possiamo aver paura di affrontare l'argomento. Forse l'intera nostra vita e l'intera storia dell'umanità sono un tentativo di distrazione dal pensiero della morte. Ma la speranza del cristiano è fondata sulla fede nel primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18); colui che ha vinto la morte e restaurerà ogni cosa, quando vi saranno "un cielo nuovo e una nuova terra" (Ap 21,1) ed egli "tergerà ogni lacrima" (Ap 21,4).

Preghiera

Apri le nostre menti, Signore, alla comprensione delle Scritture, affinché possiamo seguirti con coraggio e lodare il tuo disegno di salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 22 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Come riconoscere il vero apostolo di Cristo

Lettura

Luca 9,1-6

1 Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie. 2 E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi. 3 Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. 4 In qualunque casa entriate, là rimanete e di là poi riprendete il cammino. 5 Quanto a coloro che non vi accolgono, nell'uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi». 6 Allora essi partirono e giravano di villaggio in villaggio, annunziando dovunque la buona novella e operando guarigioni.

Sintesi

Gesù invia i dodici apostoli ad annunciare il regno di Dio, guarire e liberare, chiedendo loro semplicità, fiducia nella provvidenza e distacco dai beni materiali.

Commento

Gesù comunica la sua stessa potenza ai dodici apostoli che si è scelto e li manda - questo il significato del termine apostoli: "inviati" - ad annunciare il regno di Dio, a cacciare i demòni e a curare tutte le malattie. Non c'è altro di cui debba occuparsi un apostolo: annunciare il vangelo e confortare gli infermi nell'anima e nel corpo. L'instaurazione del regno di Dio non è opera umana, per questo Gesù chiede ai Dodici di non preoccuparsi di nulla, neanche di ciò che sembra indispensabile, come il pane o un cambio di vestiti.

All'apostolo è richiesta una radicale semplicità di vita e un totale affidamento alla provvidenza di Dio. Da ciò deriva anche il dovere della "stabilità": lungi dal girare di casa in casa, magari per cercare beni e ricompense, gli apostoli dovranno stabilirsi presso una sola casa in ogni città; ma tale stabilità non deve portare a un attaccamento contrario al dovere della predicazione itinerante. 

Essi, dunque, ripartiranno di là, dopo aver proclamato il vangelo a quella città, e andranno altrove a portare il lieto annuncio, liberare e sanare. Se non saranno accolti andranno oltre, rifiutando di portare con sé persino la polvere di quella città; non pronunceranno maledizioni ma compiranno il gesto di una rottura completa con coloro che non credono. 

Da tutti questi segni riconosceremo il vero apostolo: l'annuncio fedele del vangelo, la sobrietà di vita, il disinteresse verso qualsiasi ricompensa per il suo ministero, il sedersi alla mensa di chiunque lo accolga (come fece Gesù anche con i pubblicani e i peccatori), la capacità di un distacco per andare oltre ad annunciare la parola di Dio, la mitezza e al contempo la radicalità di fronte al rifiuto della sua missione.

Preghiera

Donaci, Signore, la gioia dell'annuncio del vangelo, la coerenza espressa nella semplicità di vita e una salda fiducia nella tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 21 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Quale famiglia cristiana?

Lettura

Luca 8,19-21

19 Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20 Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». 21 Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Sintesi

Gesù pone la famiglia dei credenti, chi ascolta e vive la Parola, al di sopra dei legami di sangue: senza disprezzarli, li relativizza in vista di un'appartenenza più profonda.

Commento

Non sappiamo se i "fratelli" di Gesù menzionati in questo brano fossero figli di Maria o, come accadeva secondo un'usanza semitica, il termine greco adelphos (f. adelphe) va inteso come "cugini", "nipoti", "fratellastri" (vedi ad es. Gn 14,16; 29,15; Lv 10,4). Un'antica e diffusa tradizione patristica afferma la verginità di Maria anche dopo aver partorito Gesù. 

Tutto ciò poco conta ai fini dell'interpretazione del racconto di Luca. Ciò che esso ci trasmette è che, senza disprezzare la famiglia naturale, Gesù pone al di sopra di essa la famiglia che egli "si è scelto", quella di coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (v. 21). Il passo evangelico, "ingentilito" rispetto al parallelo di Marco (Mc 3,31-35) - in cui Gesù afferma «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». (Mc 3,33) - riferisce che "non potevano avvicinarlo", "stavano fuori" e "desideravano vederlo", ma tutto ciò gli era impedito dalla folla. 

Vi è una distanza, una barriera impenetrabile che si frappone tra Gesù e i suoi familiari. In un passo ancor più "duro" di Marco ci viene riferito che i familiari di Gesù, in altra occasione, "uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé»" (Mc 3,21)". Altrove Gesù afferma: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4). 

Gesù relativizza l'istituto familiare; non ne fa "una gabbia", un contesto chiuso e autoreferenziale, ma lo pone in secondo piano rispetto al senso di appartenenza alla famiglia dei credenti. In questo senso, «chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Altrove Gesù afferma: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. (Mt 10,34-35)». 

Ma se la parola di Dio è una spada che può recidere i legami familiari, è anche un vincolo che può rafforzarli, arricchirli di una forza di unione soprannaturale. Allora la famiglia diventa qualcosa di più di una sorta di "clan"; diviene il focolare della Parola di Dio, laddove due o tre riuniti nel nome di Gesù lo rendono presente in mezzo a loro; diventa nucleo fecondo per l'evangelizzazione al di fuori di essa.

Preghiera

Custodisci le nostre famiglie, Signore, affinché la tua parola possa rendersi presente in mezzo a noi, per vivificare le nostre relazioni e renderci apostoli del vangelo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 20 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Gesù, medico e medicina per le nostre anime

Lettura

Matteo 9,9-13

9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Sintesi

Gesù chiama Matteo, esattore disprezzato, con una sola parola: "Seguimi". Lui si alza subito e lo segue. Gesù siede a mensa coi peccatori: definisce il peccato malattia e sé stesso medico, chiedendo misericordia.

Commento

Tra le persone più disprezzate nella società ebraica ai tempi di Gesù vi erano gli esattori delle imposte, perché non solo trattenevano per sé parte delle somme riscosse, ma lavoravano direttamente per i dominatori romani. 

Gesù chiama Matteo (Marco e Luca si riferiscono a questo pubblicano con il nome Levi) mentre egli è ancora nel peccato. Quella pronunciata da Gesù è un'unica parola, declinata all'imperativo: «Seguimi». La risposta di Matteo è istantanea, "si alzò e lo seguì". Non c'è alcun artificio retorico nella chiamata di Gesù: una sola parola è capace di persuadere e di trasformare la realtà, come vediamo in molte sue guarigioni, liberazioni da demoni e nei miracoli di risurrezione (Lazzaro e la figlia di Giairo). 

La sua parola è parola efficace. La risposta del vero discepolo è altresì incondizionata: Matteo non discute né se ne va rattristato come il giovane che aveva chiesto a Gesù cosa avrebbe dovuto fare per ottenere la vita eterna ma non se la sentiva di dare via le proprie ricchezze (Mt 19,22). Forse Matteo aveva ascoltato la predicazione del Battista o aveva sentito parlare di Gesù, ma quando questi passa di persona davanti a lui e lo chiama egli resta immediatamente affascinato. 

Segue nel Vangelo l'immagine del banchetto, probabilmente preparato a casa di Matteo stesso, insieme ad altri pubblicani. Il banchetto nell'antico oriente era simbolo di una condivisione d'animi profonda tra i commensali. Per questo i farisei mormorano e si scandalizzano per la familiarità che Gesù mostra verso i peccatori. E qui il Signore definisce il peccato come una malattia, una realtà che non può essere semplicemente condannata ma che va guarita; e implicitamente presenta se stesso come medico e medicina. 

A noi chiede un atteggimento simile, richiamando le parole del profeta Osea: "misericordia io voglio e non sacrificio" (Os 6,6). Il banchetto che segue la conversione di Matteo rammenta quello che segue il ritorno del figliol prodigo nella parabola a lui dedicata. Gesù ha promesso per chi lo ama di cenare con lui (Ap 3,20) e prendere dimora presso di lui (Gv 14,23); la sua parola catturerà il nostro cuore oppure lo troverà chiuso alla sua misericordia?

Preghiera

Signore Gesù Cristo che ci hai chiamato dalla morte del peccato alla vita nella grazia, concedici di gioire con te e di condividere con ogni uomo il dono della tua salvezza. Amen

- Rev. Dr. Luca Vona