Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 10 settembre 2026

Barsauma il nudo e il digiuno dal mondo

La Chiesa copta fa oggi memoria di Barsauma, detto il Nudo, uno dei santi più popolari d'Egitto. Barsauma nacque al Cairo attorno al 1257, da una famiglia ricca e nobile della città. Il suo nome, di chiara origine siriaca, significa «figlio del digiuno», e riferisce un elemento importante della vita del santo. Egli fu infatti totalmente privato dell'eredità dalle macchinazioni di uno zio, e alla morte dei genitori si ritrovò totalmente povero e abbandonato. Barsauma allora, non ancora ventenne, invece di rivolgersi alle autorità per far valere i suoi diritti, preferì lasciare gli ambienti mondani per condurre una vita poverissima da asceta vagabondo e mendicante. Coperto soltanto di un mantello - da cui il soprannome di «Nudo» - egli visse nei quartieri più poveri della città come una sorta di folle per Cristo. Di fronte all'inasprirsi delle persecuzioni contro i cristiani, Barsauma testimoniò con coraggio la propria fede e fu anche imprigionato. Per questo motivo è ricordato con il titolo di confessore. Dopo aver vissuto in una grotta nella chiesa di San Mercurio al Cairo Vecchio, Barsauma si trasferì nel monastero di Sahran, a sud del Cairo, dove visse da recluso gli ultimi quindici anni della sua vita. Egli morì i1 5 nasī del 1317, fu seppellito a Sahran, e la sua fama si diffuse in tutto il medio oriente. Per la solitudine e l'asprezza della sua vita, egli è paragonato nell'eucologia copta a Mosè, Giovanni il Battista, Paolo l'Eremita e Antonio il Grande.

Tracce di lettura

Riuniamoci dunque, o diletti, e lodiamo con gioia quest'uomo retto, il nostro santo padre abba Barsauma, il quale disprezzò questo mondo con la sua vita piena di sofferenze, e con grandi patimenti amò il Cristo suo Signore.
Il suo nome si diffuse per tutto l'universo, a causa delle sue elevate virtù e della sua angelica purezza.
Dava forza a tutti coloro che venivano a lui da ogni luogo, con carità perfetta e con misericordia.
Beato te in verità, o padre nostro santo abba Barsauma, perché hai adempiuto i comandi del nostro buon Salvatore.
Prega il Signore per noi, o mio signore padre e asceta abba Barsauma il Nudo, affinché ci rimetta i nostri peccati.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. La carità come libertà

Lettura

Luca 6,27-38

27 Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28 benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29 A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30 Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31 Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 32 Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33 E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35 Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.
36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Commento

"Amate...", "fate del bene...", "benedite...", "pregate..."; l'autorevolezza di Gesù, nel corrispettivo lucano del Discorso della montagna (Mt 5-7), si esprime in questi quattro imperativi. Il messaggio non è totalmente sconosciuto all'Antico Testamento e alla letteratura giudaica, ma nuova è la forza dell'insegnamento che viene impartito e il fatto che Gesù ne sia il modello fin sulla croce (Gesù diceva: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno"; Lc 23,34).

Gesù enuncia i principi su cui si fonda la sua comunità: il perdono e l'amore dei nemici. Mentre in Matteo il riferimento negativo è ai "pagani" e ai "pubblicani" Luca propone semplicemente la parola "peccatori" (vv.32-33); i destinatari del suo Vangelo sono infatti pagano-cristiani, che difficilmente avrebbero compreso i termini usati da Matteo.

Anche finito il tempo delle persecuzioni (Lc 27-29) sono questi i valori guida che devono ispirare il comportamento dei seguaci di Cristo. "Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (v. 31) è la versione positiva della "regola d'oro", presente anche in scritti sapienziali giudaici e pagani.

Rispetto a Matteo ("Infatti se amate quelli che vi amano quale merito ne avete?"; Mt 5,46) all'idea giuridica di ricompensa Luca preferisce il concetto di "grazia" (charis), che richiama il favore divino.

L'invito a essere misericordiosi (oikotirmòn) figura soltanto in questo passo di Luca (v. 36) e nella lettera di Giacomo (Gc 5,11). Nel passo parallelo di Matteo (Mt 5,48) l'invito è ad essere "perfetti" (teleioi). La misericordia rappresenta, dunque, la perfezione della vita cristiana e la comunione con Dio, che si proclama misericordioso già davanti a Mosè (Es 34,6) e che "fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" (Mt 5,45).

L'esortazione a non giudicare (v. 37) non implica l'assenza di discernimento ma condanna uno spirito che si fa forte giustificandosi da sé. Tale atteggiamento contraddirebbe il percorso di autospoliazione proposto da Gesù e ben rappresentato dal lasciare anche la tunica a chi ci porta via il mantello. Gesù ci invita alla libertà che deriva dal depotenziare i nostri nemici rinunciando a ogni tentativo di rivalsa; la libertà che solo chi non si lascia prendere al laccio da alcun bene, chi non ha nulla da perdere, può sperimentare.

C'è da domandarsi se il "Discorso della pianura" lucano, così come quello "della montagna" narrato da Matteo possano essere realmente applicati; se sia umanamente possibile amare i propri nemici, pregare per loro e benedirli. Guardando alle sole forze dell'uomo la risposta è certamente no. Solo lo Spirito santificante, donato ai credenti, può trasformare il cuore dell'uomo e renderlo simile al cuore di Dio. 

Preghiera

Insegnaci ad amare, Signore, come tu ci hai amato; affinché percorrendo la via stretta che hai tracciato per noi possiamo giungere alla piena comunione con te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 8 settembre 2026

Poemen e la conoscenza della propria fragilità

La Chiesa copta fa oggi memoria di abba Poemen, monaco del deserto egiziano vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo. L'esatta ricostruzione della sua figura storica costituisce uno dei puzzle più intricati dell'agiografia moderna. Quel che è certo, tuttavia, è che Poemen fu ritenuto portatore di insegnamenti talmente importanti da attribuire a lui oltre un ottavo di tutto il corpo dei Detti dei padri del deserto. 
Secondo la letteratura apoftegmatica, egli nacque attorno al 350, visse nell'insediamento monastico di Scete dove si era recato assieme a sei fratelli, ed entrò in contatto con le più grandi figure spirituali di quel tempo. Di lui si ricordano parole assai significative sul tema del discernimento spirituale, che per Poemen nasce dalla conoscenza della propria e dell'altrui fragilità. Soltanto l'umiltà, quindi, il non giudicare, il non fare paragoni, possono condurre un uomo a conoscere ciò che è possibile conoscere di se stesso e del fratello che gli sta accanto. Da ciò scaturiscono quella condiscendenza e quella misericordia che sole pongono il credente in cammino sulle tracce del Dio rivelato da Gesù Cristo. Poemen è ricordato anche da diversi calendari bizantini e orientali, e il Baronio ne introdusse il nome nel Martirologio Romano del 1573.

Tracce di lettura

Il padre Poemen disse: «Il vigilare, lo stare attenti a se stessi, e il discernimento, queste tre virtù sono guide dell'anima».
Disse ancora: «Da qualsiasi pena tu sia colto, la vittoria è il tacere».
Disse abba Poemen: «Vi è un uomo che sembra tacere e il suo cuore giudica gli altri; costui parla sempre; e ve ne è un altro che parla da mane a sera e conserva il silenzio; non dice cioè niente che non sia di edificazione».
Un fratello chiese al padre Poemen: «Se vedo la caduta di un fratello, è bene nasconderla?». L'anziano gli rispose: «Nell'ora in cui copriremo la caduta del fratello, anche Dio coprirà la nostra; nell'ora in cui la sveleremo, anche Dio svelerà la nostra»
(Detti dei padri del deserto, Poemen 35, 37, 27 e 64)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

Detti dei Padri del Deserto – San Poemen Abate – “Ipocrita è chi insegna al  suo prossimo una cosa a cui egli non è ancora arrivato” – Francesco, va',  ripara la mia casa
Poemen (ca 350-450)

Fermati 1 minuto. Il vangelo in quattro parole

Lettura

Luca 6,20-26

20 Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
21 Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. 23 Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
24 Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
25 Guai a voi che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Commento

Le beatitudini sono il sommario della legge di tutto l'evangelo, il suo cuore pulsante, che racchiude il senso dell'intera predicazione di Gesù. L'evangelista Luca le riassume in quattro rispetto alle nove di Matteo, e le controbilancia facendole seguire da quattro maledizioni. Gesù alza gli occhi verso i suoi discepoli prima di pronunciarle (v. 20); questo ci fa pensare che forse la narrazione di Luca si riferisce a un'occasione più intima rispetto al discorso riportato nel Vangelo di Matteo, dove Gesù "vedendo le folle salì sulla montagna" (Mt 5,1). 

L'oggetto delle quattro beatitudini sono rispettivamente: la povertà, la fame, il pianto e la persecuzione. Quello delle quattro maledizioni la ricchezza, la sazietà, il riso e la buona fama. Bisogna fare qui delle importanti precisazioni: Gesù non esalta la povertà di per sé; ma mostra una particolare predilezione per coloro che sono messi ai margini della società, fino a proclamare la beatitudine per coloro che "a causa del Figlio dell'uomo" (v. 22) incorrevano nella scomunica dalla sinagoga, venendo votati alla perdizione. Tante volte anche nella storia della chiesa sono stati messi al bando coloro che si sono opposti profeticamente al tradimento dei valori evangelici.

La prima maledizione riguarda un pericolo dal quale Gesù frequentemente mette in guardia nella sua predicazione: "non si può servire Dio e la ricchezza" (Mt 6,24). Accumulare e gestire la ricchezza richiede tempo e dispendio di energie, che inevitabilmente vengono sottratte alle prerogative del regno. 

La semplicità di vita, nell'attesa della paraklesis, ovvero della consolazione (v. 24) alla fine dei tempi è il tratto distintivo del vero discepolo, il quale fin d'ora, come afferma Paolo nella sua Prima lettera ai Corinzi, vive come se non appartenesse più a questo mondo: "Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!" (1 Cor 7,29-31).

Sentirsi "ricchi", sentirsi "sazi", sentirsi "a posto con la coscienza" grazie al giudizio compiacente dei falsi profeti, determina l'allontanamento dalla via della vita e dalla beatitudine nel regno dei cieli.
Gesù cerca persone "affamate" e "assetate" di verità, giustizia, consolazione, e della sua grazia: "Beato l'uomo che non indugia nella via dei peccatori, sarà come albero piantato lungo corsi d'acqua" (Sal 1,1.3).

Preghiera

La tua grazia, Signore, ci assista nel cammino lungo le vie della giustizia, per giungere alla beatitudine che attende i tuoi discepoli nei cieli. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 7 settembre 2026

Guglielmo di Saint-Thierry. Volere ciò che Dio vuole, per essere simili a lui

L'8 settembre 1148 muore a Signy Guglielmo di Saint-Thierry, monaco cistercense.
Nato a Liegi attorno al 1070 da famiglia nobile, Guglielmo fu avviato allo studio delle lettere nel nord della Francia, dove apprese il tradizionale metodo esegetico della quaestio. Convintosi però che per trovare la parola di Dio contenuta nelle Scritture era necessario liberarsi dagli approcci eruditi e intellettualistici prevalenti nelle scuole, nel 1113 Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise a Reims. Egli comprese che Dio, mediante lo Spirito, è presente nell'intimo dell'uomo, e dunque precede le dotte ricerche degli uomini; iniziò così un cammino monastico che lo porterà, grazie anche al rigore del metodo acquisito nelle accademie, ad essere uno dei maggiori spirituali e forse il più grande cantore dell'amore di Dio di tutto il medioevo. Attorno al 1120 fu eletto abate del monastero benedettino di Saint-Thierry, ma egli non nascondeva la sua ammirazione per lo stile di vita dei cistercensi, anche grazie a Bernardo di Clairvaux, che aveva incontrato qualche tempo prima e al quale era legato da un profondo rapporto di amicizia e di reciproca collaborazione. Dissuaso dallo stesso Bernardo dall'abbandonare Saint-Thierry per passare ai cistercensi, egli lavorò allora per riformare la vita del proprio monastero. Ma, nel 1135, ruppe gli indugi e divenne semplice monaco cistercense a Signy, dove poté dedicarsi maggiormente alla stesura delle sue opere teologiche e spirituali, che avrebbero conosciuto un'ampia diffusione.
Seppur molto debole, come ultimo atto d'amore verso l'amico di Clairvaux, Guglielmo volle porre mano alla stesura della Vita di Bernardo; ma non riuscì a terminarla per il sopraggiungere della morte, avvenuta l'8 settembre del 1148.

Tracce di lettura

Quando pensiamo alle cose di Dio o che conducono a lui e la volontà progredisce fino a diventare amore, subito, nella via dell'amore, lo Spirito santo, che è spirito di vita, vi si infonde e vivifica tutto, venendo in aiuto alla debolezza di colui che pensa, sia nella preghiera, sia nella meditazione, sia nello studio. Allora la memoria diventa sapienza, e l'intelligenza di chi pensa diventa contemplazione dell'amante.
Se ciò che l'animo vuole totalmente è Dio, esso deve esaminare in che misura e in che modo lo vuole; e questo non soltanto secondo il giudizio della ragione, ma anche secondo l'affetto della mente, in modo che la volontà più che volontà sia amore, dilezione, carità, unità di spirito. È così infatti che Dio va amato, poiché l'amore è una grande volontà tesa verso Dio; la dilezione è l'adesione e l'unione; la carità è la fruizione.
Quanto poi all'unità dello spirito con Dio, per l'uomo che ha levato in alto il proprio cuore è la perfezione della volontà di chi avanza verso Dio.
Volere ciò che Dio vuole: questo è ormai essere simili a Dio; non poter volere se non ciò che Dio vuole: questo è ormai essere ciò che Dio è. Per cui si dice bene che solo allora lo vedremo così com'è, quando cioè saremo simili a lui, quando saremo ciò che egli è.
(Guglielmo di Saint-Thierry, Lettera d'oro 249, 256, 258)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Dio agisce nella storia

Lettura

Matteo 1,1-23

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, 4 Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, 5 Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6 Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, 7 Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, 8 Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, 13 Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, 14 Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, 15 Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, 16 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
17 La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.
18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi.

Commento

Il riferimento agli antenati di Gesù si trova sia nel Vangelo di Matteo che in quello di Luca. Matteo, aprendo la sua narrazione proprio con la genealogia su Gesù dalla parte di Giuseppe, evidenzia una netta cesura nella storia dell'umanità, dall'èra del patto e della legge a quella della grazia.

Il nome "Gesù" deriva dall'ebraico e significa "il Signore salva", mentre i titoli di "Cristo" e "Figlio di Davide", sono attributi che indicano rispettivamente "colui che è stato unto", ovvero il Messia atteso, e la dignità regale di Gesù. Il richiamo ad Abramo fa riferimento al padre di Israele, e al patto che Dio stringe con lui, promettendogli una discendenza più ampia della sabbia del mare. In ciò è indicata la missione universale di Gesù.

Non solo questi versi di apertura del Vangelo di Matteo forniscono un'accurata "carta di identità" su Gesù e ci spiegano chi egli è. Troviamo in questa genealogia tre donne straniere, che si erano macchiate anche di peccati gravi secondo la legge di Israele. Tamar era una cananea che agì come prostituta per sedurre Giuda (Gn 38,13-30); Racab era una straniera e una prostituta (Gs 2,1); la moglie di Uria, Betsabea, commise adulterio con Davide, il quale ne fece uccidere il marito (2 Sam 11).

Questa genealogia mostra la grazia di Dio che passa di generazione in generazione, nonostante il peccato, fino al compimento della salvezza: "così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata." (Is 55,11). Matteo vede chiaramente un piano divino nella storia, anche nel numerare le generazioni prima e dopo Davide, prima e dopo l'esilio in babilonia, sebbene ne salti qualcuna. Saper leggere l'azione di Dio nella storia, anche nella nostra personale storia, è frutto della fede nella grazia del Signore, che non ci abbandona, ma si mostra misericordioso e non ci imputa le nostre infedeltà.

L'immagine umana della misericordia in questo racconto spetta a Giuseppe, che pensa di licenziare in segreto Maria. L'adulterio infatti era considerato tale anche se commesso durante il periodo di fidanzamento precedente al matrimonio e prevedeva la lapidazione (Dt 22,23-24). Forse Giuseppe sentiva che c'era davvero la mano di Dio nella gravidanza di quella donna, la cui pietà religiosa doveva conoscere bene. Sarà un angelo a dargli conferma in sogno che quanto è in lei è frutto dello Spirito Santo. 

Lo Spirito di Dio è insieme a Gesù il vero protagonista del Nuovo Testamento e viene nominato 92 volte, contro le 3 dell'Antico Testamento. Con l'avvento di Gesù abbiamo ricevuto non solo il nuovo Adamo, capace di ristabilire l'immagine divina nell'uomo, ma anche lo Spirito, che accompagna l'opera dei discepoli di Cristo, per l'avvento del suo regno. 

Gesù, erede legittimo di Davide secondo la discendenza di Giuseppe, viene generato dallo Spirito Santo. Tutta la nostra pietà religiosa deve tenere conto di questo: niente di per sé - preghiere, sacramenti, letture bibliche - è in grado di generare Cristo se non è alimentato dal fuoco dello Spirito, scaturito dalla fede. Solo lo Spirito può adempiere la promessa di un "Dio con noi" (v. 23)

Preghiera

Padre celeste, la cui grazia ha sovrabbondato nella nostra miseria, donaci di accogliere nella fede i prodigi del tuo amore e genera in noi il tuo Verbo eterno mediante lo Spirito Santo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona