Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 29 ottobre 2026

James Hannington, protomartire anglicano in Uganda

Il 29 ottobre la Chiesa anglicana ricorda James Hannington, vescovo missionario martirizzato in Uganda nel 1885. La sua morte e quella di tanti cristiani unirono anglicani e cattolici nella fede.

Tra le nuove nazioni dell'Africa, l'Uganda è prevalentemente cristiana. Il lavoro missionario iniziò nel 1870 con il favore del re Mutesa, che morì nel 1884. Tuttavia, suo figlio e successore, il re Mwanga, si oppose a tutte le presenze straniere, comprese le missioni cristiane.

James Hannington, nato nel 1847, fu inviato dall'Inghilterra nel 1884 dalla Chiesa anglicana come vescovo missionario dell'Africa equatoriale orientale. Mentre viaggiava verso l'Uganda, fu catturato dagli emissari del re Mwanga. Lui e i suoi compagni furono trattati con brutalità, una settimana dopo, il 29 ottobre 1885, molti di loro furono messi a morte. Le ultime parole di Hannington furono: "Vai a dire al tuo padrone che ho acquistato la strada per l'Uganda con il mio sangue".

Il primo martire nativo fu il cattolico romano Joseph Mkasa Balikuddembe, che fu decapitato dopo aver rimproverato il re per la sua dissolutezza e per l'omicidio del vescovo Hannington. Il 3 giugno 1886 un gruppo di 32 uomini e ragazzi, 22 cattolici romani e 10 anglicani, furono bruciati sul rogo. La maggior parte erano giovani paggi della casa di Mwanga, dal loro capo, Charles Lwanga, al tredicenne Kizito, che morì "ridendo e chiacchierando". Questi e molti altri cristiani ugandesi hanno sofferto per la loro fede allora e negli anni successivi.

Nel 1977 l'arcivescovo anglicano Janani Luwum ​​e molti altri cristiani subirono la morte per la loro fede sotto il tiranno Idi Amin.

Grazie in gran parte alla loro comune eredità di sofferenza per il loro Maestro, i cristiani di varie comunioni in Uganda sono sempre stati in ottimi rapporti tra loro.

James Hannington (1847-1885)

Fermati 1 minuto. La maternità di Dio

Lettura

Luca 13,31-35

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato". 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"»

Sintesi

Gesù non si lascia guidare dalla paura, ma resta fedele alla volontà di Dio. Come una chioccia protegge i pulcini, così Dio manifesta il suo amore materno, sollecito e incondizionato, verso l'umanità.

Commento

L'avvertimento dei farisei a Gesù può essere interpretato come una effettiva volontà di metterlo in guardia dal pericolo di essere ucciso e, in questo caso, sarebbe l'unica nota positiva su di loro nel Vangelo di Luca; ma molti esegeti vedono nelle loro parole la volontà di allontanare Gesù dalla Galilea per mandarlo in Giudea, dove, realmente, avrebbe corso il pericolo di essere messo a morte dal sinedrio.

Quel che appare evidente è la risposta ferma di Gesù, che resta fedele nel portare a compimento la volontà di Dio, manifestando l'instaurazione del Regno attraverso esorcismi e guarigioni. Con la sua autorità profetica e messianica Gesù definisce Erode una volpe, animale che nell'Antico Testamento è associato alla devastazione della vigna del Signore, ma nella letteratura rabbinica, stante la sua limitata pericolosità, era utilizzata anche per simboleggiare una persona di scarso valore. 

Gesù si ostina a proseguire nel suo cammino, rifiutando di far disegnare il suo itinerario dalla paura. Egli è mosso da amore per Geruslamme, che dopo aver rifiutato tanti profeti si appresta a metterlo a  morte. Qui utilizza una immagine di grande originalità e bellezza nella letteratura biblica: quella di una chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. 

L'immagine dell'amore materno è ricorrente nella spiritualità cristiana. Sì, Dio è madre; e il suo amore, come quello di una madre, è sollecito, incondizionato. Spetta a noi farci trovare dalla sua grazia.

Preghiera

Infondi nei nostri cuori, Signore, il coraggio di desiderare quanto ci hai comandato e la grazia di portarlo a compimento. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 28 ottobre 2026

La meditazione chán dalle radici indiane al confronto con l'Occidente

Dalle origini indiane alla svolta mahāyāna

L'arrivo del buddhismo in Cina, avviatosi gradualmente attorno al I secolo d.C., fu uno dei più vasti processi di acculturazione e di rielaborazione filosofica nella storia dell'Asia orientale. Nelle sue prime fasi la trasmissione passò soprattutto attraverso la traduzione di testi delle scuole non mahāyāna — ciò che la polemica mahāyāna chiamò, con termine svalutativo, Hīnayāna, il «piccolo veicolo». In quell'orizzonte la meditazione aveva un impianto eminentemente terapeutico: l'essere umano appariva come un malato, dominato da brama, avversione e illusione, e l'esercizio mentale come una cura rigorosa, un'ascesi quasi drammatica volta a estirpare le infezioni dello spirito.

Emblematico è il Zuochan sanmei jing (坐禪三昧經, «Sūtra del samādhi della meditazione seduta»), compendio di manuali indiani e centroasiatici tradotto da Kumārajīva agli inizi del V secolo. Vi si prescrivono tecniche distinte secondo la «malattia» da curare: all'avidità si oppone la contemplazione dell'impuro, all'ira la benevolenza, alla confusione la riflessione sulla produzione condizionata, alla dispersione il conteggio del respiro. Contro il desiderio sensuale, ad esempio, il praticante doveva visualizzare il proprio corpo dalla pianta dei piedi ai capelli, scarnificarlo con l'immaginazione fino allo scheletro e contemplarne la disgregazione.

Questa visione, fondata sulla lotta contro le proprie inclinazioni, cambiò profondamente tra il V e il VI secolo, con la diffusione dei grandi sūtra mahāyāna. Il Vimalakīrti Nirdeśa, tradotto più volte e soprattutto da Kumārajīva (406), offrì il linguaggio della non-dualità; il Laṅkāvatāra Sūtra, tradotto da Guṇabhadra nel 443 e poi caro ai primi maestri chán, diede rilievo al tathāgatagarbha, il «grembo» o «embrione» dei Buddha presente in ogni essere. Da queste fonti, e dal trattato apocrifo Risveglio della fede nel Mahāyāna (VI secolo), la scolastica cinese ricavò la dottrina dell'illuminazione originaria (benjue, 本覺), in piena sintonia con l'interesse autoctono per la natura (xing) dell'uomo.

Le premesse ontologiche si rovesciano. L'essere umano non è più una creatura guasta, ma possiede fin dall'origine una natura già illuminata, pura e compiuta. Brame e inganni non intaccano la natura di Buddha: sono offuscamenti avventizi, frutto dell'inconsapevolezza e dell'oblio della propria condizione originaria.

Ne discende una nuova idea della meditazione. Essa smette di essere una battaglia contro se stessi e diventa un processo di acquietamento: lasciar decantare le sovrastrutture mentali, lasciare andare ogni attaccamento concettuale, rinunciare alla tensione ansiosa verso un traguardo. Quando il rumore della mente si placa, la natura di Buddha affiora da sé. Questo sedere quieto, che lascia emergere il fondo luminoso della mente, diventerà l'asse portante del chán cinese e del successivo zen giapponese.

Kanhua chan e mozhao chan: Linji e Caodong in epoca Song

La storia del chán attraversa profonde trasformazioni istituzionali e dottrinali. Sotto i Tang (618–907) il movimento conobbe un'epoca di straordinaria creatività: molteplici lignaggi e maestri coesistevano, e fiorivano interpretazioni eterogenee, talvolta radicali, della pratica. Sotto i Song (960–1279) il panorama si stabilizzò e si codificò. Delle «cinque case» del chán tardo-Tang, solo due giunsero vitali al periodo Song maturo e furono trasmesse in Giappone: la scuola Linji (giapp. Rinzai) e la scuola Caodong (giapp. Sōtō).

Pur riconoscendo la centralità della meditazione, molti maestri temevano che l'assiduità formale degenerasse in esercizio meccanico o in una sottile prigione dell'io. Da questa tensione nacque, nel XII secolo, la controversia tra il kanhua chan (看話禪) di Linji e il mozhao chan (默照禪) di Caodong.

La scuola Linji, istituzionalmente dominante, trovò in Dahui Zonggao (1089–1163) il principale sostenitore del kanhua chan, lo «chán dell'osservazione della frase»: il praticante concentrava tutta l'attenzione sulla parola chiave (huatou) di un gong'an (giapp. kōan), un detto o un aneddoto irriducibile alla logica discorsiva. Il «grande dubbio» così suscitato portava l'intelletto alla saturazione, finché esso si spezzava in un risveglio improvviso (wu, giapp. satori). In questa prospettiva l'illuminazione è un evento puntuale, databile a un giorno e a un'ora. Il paradigma più citato, benché anteriore alla scuola Linji, è quello del maestro tang Xiangyan Zhixian, risvegliatosi al suono di un coccio che, mentre spazzava, colpì una canna di bambù. La meditazione resta qui uno strumento: è la zattera che si lascia una volta raggiunta l'altra sponda.

Sul versante opposto, la scuola Caodong, rinata nell'XI secolo dopo un lungo declino, elaborò con Hongzhi Zhengjue (1091–1157) la dottrina del mozhao chan, l'«illuminazione silenziosa». Per Hongzhi la meditazione non è un mezzo piegato a un risultato futuro, né un'ascesi che infrange l'illusione con un atto di forza. È un processo lento, continuo e senza termine, un silenzio in cui la natura illuminata risplende spontaneamente. Pratica e meta non sono separate: la pratica è la manifestazione concreta e ininterrotta dell'illuminazione. Chi realizza la vera realtà non abbandona la zattera; proprio allora comincia la pratica autentica, libera da scopi e da attese di guadagno spirituale.

La polemica fu in buona parte unilaterale: Dahui accusava il «silenzio» di scivolare nella quiete inerte, mentre i due maestri mantennero rapporti di stima reciproca. Le loro posizioni andrebbero lette meno come scuole chiuse e più come due accentuazioni di una stessa tradizione.

Il paradosso della pratica, il superamento dell'io e il non-dualismo

La riflessione chán sulla pratica svela un paradosso che sorge inevitabilmente quando a meditare è chi non è ancora illuminato. Se l'esercizio è mosso dal desiderio di un beneficio personale — la calma psicofisica, poteri straordinari o l'illuminazione stessa — la meditazione cade in una trappola sottile. Diventa una forma di egoismo spirituale che, anziché dissolvere l'identità individuale, la rafforza.

Per sciogliere questa aporia si può distinguere tra una meditazione propedeutica e una meditazione autentica. La prima, praticata da chi è ancora prigioniero delle proprie attese, è inevitabile ma carica di insidie. La seconda comincia soltanto quando l'io «cade», cioè quando svanisce l'illusione di un soggetto che agisce e consegue. La distinzione si chiarisce alla luce di tre cardini dottrinali: l'assenza di un sé autonomo e permanente (anātman), l'impermanenza (anitya) e la produzione condizionata (pratītyasamutpāda). Se l'individuo non ha un'essenza sostanziale ma è un flusso di aggregati interdipendenti, concepire la meditazione come una via di salvezza privata è un errore di prospettiva.

Lo scarto emerge con nettezza nel confronto tra due ideali. L'arhat delle scuole antiche persegue la propria liberazione dal ciclo delle rinascite. Il bodhisattva del Mahāyāna fonda la propria esistenza su due pilastri inseparabili: la saggezza (prajñā), che penetra la vacuità di ogni fenomeno, e la compassione (karuṇā). Egli rinuncia a entrare definitivamente nel nirvāṇa per restare nel mondo e cooperare alla liberazione di tutti gli esseri, e così l'ascesi si trasforma da ricerca solitaria in atto radicalmente altruistico.

Il culmine di questo orizzonte è il principio della non-dualità (advaya): la realtà ultima non si lascia scomporre in coppie di opposti come puro e impuro, saṃsāra e nirvāṇa, soggetto e oggetto. La scuola Madhyamaka di Nāgārjuna ne diede la formulazione filosofica; il Vimalakīrti Nirdeśa ne offrì l’immagine più celebre. Nel nono capitolo del sūtra alcuni bodhisattva spiegano a turno come si entra nella «porta del non-due», e Mañjuśrī conclude che essa sta al di là di ogni parola. Quando chiede a Vimalakīrti la sua risposta, questi tace: il suo silenzio mostra che la non-dualità non si può spiegare, ma solo realizzare. Il chán giudica il pensiero discorsivo, con le sue opposizioni binarie e il principio di non contraddizione, inadatto a cogliere la natura ultima del reale. Per alludere all'esperienza non-duale i maestri ricorrono a formule volutamente paradossali: le polarità «non sono due, ma neppure una», «non sono uguali, ma neppure diverse». Applicata al rapporto tra pratica e illuminazione, questa dialettica impedisce sia di separarle in un nesso causale nel tempo, sia di appiattirle in un'identità indistinta. Ciò che si chiede è un'intuizione diretta, che oltrepassi le categorie dell'intelletto.

Immanenza del chán e mistica occidentale

Un confronto tra la via del chán e le tradizioni occidentali rivela analogie formali suggestive, ma anche una divergenza ontologica di fondo. Sul piano formale, il chán risuona con alcune correnti della mistica speculativa europea e con l'idea greca, e in particolare platonica, della filosofia come farmaco e cura dell'anima. In entrambi i casi affiora l'idea di una perfezione originaria dimenticata, da ritrovare attraverso un cammino di purificazione o di anamnesi.

La scissione decisiva riguarda però la polarità tra trascendenza e immanenza. La teologia e gran parte della mistica occidentale presuppongono un io consistente, che entra in relazione, in tensione o in unione con un Dio trascendente, personale o comunque altro dal soggetto. Il chán propone invece un percorso rigorosamente immanente: non c'è un Dio esterno da cercare o da invocare, perché la natura di Buddha è già interamente presente nell'individuo e coincide con la realtà ultima di ogni fenomeno.

La distinzione va tuttavia maneggiata con cautela. La mistica apofatica — da Dionigi l'Areopagita a Meister Eckhart, che parla di un «distacco» in cui l'anima si svuota di sé e di un «fondo» comune all'anima e a Dio — tende anch'essa a dissolvere l'io e a superare la dualità tra creatura e Creatore. Proprio per questo Eckhart è stato l'interlocutore privilegiato del dialogo con lo zen, da D.T. Suzuki alla Scuola di Kyōto. Resta però una differenza: nella mistica cristiana lo svuotamento è risposta alla grazia di un Dio che rimane, in ultima istanza, l'Altro.

Da qui discende un'opposta concezione della soggettività. Il pensiero occidentale ha orientato a lungo la propria etica e la propria psicologia verso la conoscenza e il consolidamento del sé, compendiati nel precetto delfico «conosci te stesso». Il chán esige invece la decostruzione dell'ego. Il suo fine non è un soggetto risanato da contrapporre al mondo o alla divinità, ma la comprensione che l'io è un'architettura illusoria, prodotta dal continuo aggregarsi e disgregarsi di fattori condizionati. La meditazione non è dunque uno strumento per affermare o proteggere l'identità personale. È l'esperienza immediata dell'immanenza, della vacuità e dell'interdipendenza di tutto ciò che esiste.

- Rev. Dr. Luca Vona

Simone e Giuda. «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi?»

Il 28 ottobre anglicani, cattolici, luterani e veterocattolici celebrano gli apostoli Simone lo Zelota e Giuda Taddeo: ultimi nelle liste, come operai dell’ultima ora, testimoniarono il Vangelo fino al martirio.

Simone e Giuda appaiono agli ultimi posti nelle liste degli apostoli e per questo assomigliano agli operai chiamati all'ultima ora, che hanno tuttavia portato a termine la loro missione di testimoni del vangelo fino al martirio. Ma, come spesso capita nella storia della salvezza testimoniata dalle Scritture, è proprio agli ultimi e ai più marginali fra gli uomini che Dio sceglie di rivelarsi. 

San Simone

Simone, da Luca soprannominato Zelota (Lc 6, 15; At 1, 13), forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli Zeloti, che utilizzava anche la violenza come pratica politica, da Matteo e Marco è chiamato Cananeo (Mt 10, 4; Mc 3, 18).

San Giuda "Taddeo"

Giuda è detto Taddeo (Mt 10, 3; Mc 3, 18) o Giuda di Giacomo (Lc 16, 16; At 1, 13). Nell’ultima cena rivolse a Gesù la domanda: «Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gesù gli rispose che l’autentica manifestazione di Dio è riservata a chi lo ama e osserva la sua parola: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Una lettera del Nuovo Testamento porta il suo nome.

La loro festa il 28 ottobre è ricordata dal calendario geronimiano (sec. VI). In questo stesso giorno si celebra a Roma fin dal sec. IX.

Tracce di lettura

«Simone, l'uomo che è la pietra, Matteo il pubblicano, Simone lo zelota, zelante nel cercare il diritto e la legge contro l'oppressione pagana, Giovanni, che Gesù aveva caro e che si appoggiò al suo petto, e gli altri, dei quali abbiamo solo il nome, e infine Giuda Iscariota, che lo tradì: nessuna ragione al mondo avrebbe potuto collegare questi uomini alla stessa opera al di fuori della chiamata di Gesù. Qui fu superata ogni precedente divisione e fu fondata la nuova, salda comunità in Gesù».

- D. Bonhoeffer, Sequela

Fermati 1 minuto. Li chiamò apostoli

Lettura

Lc 6,12-19

12 In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: 14 Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16 Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore. 17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti.

Sintesi

Gesù sceglie gli apostoli dopo una notte di preghiera e li chiama per nome: non privilegiati ma inviati a servire, diversi ma uniti dal suo amore, per portare il Vangelo fino ai confini della terra.

Commento

Gesù scelse come apostoli chi volle, ma non scelse arbitrariamente, né superficialmente. Scelse dopo aver a lungo pregato, tutta la notte. L'evangelista Luca presenta spesso Gesù in preghiera prima dei momenti importanti della sua vita. 

La Chiesa nasce dopo quella notte di preghiera di Gesù e mediante la nostra preghiera può crescere e prosperare. I Dodici ricevono una missione nella missione; non uno status di privilegiati, ma una speciale chiamata a servire con maggiore sollecitudine. Questo sarà il senso di un'altra chiamata da parte di Gesù, poco prima della sua passione: "Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti»" (Mc 10,42-43).

Gesù sceglie i suoi chiamandoli per nome. L'evangelista non aggiunge alcuna loro descrizione; ma il chiamare per nome è certamente testimonianza del fatto che egli si rivolse alla persona nelle sue qualità distintive, i suoi pregi e le sue debolezze, così come nelle differenze, spesso enormi, che incorrevano tra i chiamati. 

Diversi, ma tutti tenuti insieme, ad eccezione di Giuda "il traditore", dall'amore di Cristo. Il chiamare per nome, fin dalla Genesi - quando Dio invita Adamo a dare un nome a ogni creatura - indica l'autorità su di essi e un'intima relazione spirituale. Gesù li chiamò "apostoli", ovvero "inviati", perché erano destinati non a creare delle scuole rabbiniche o filosofiche ma a predicare il vangelo a tutte le nazioni. 

Dopo essere salito al monte per attirare a sé gli apostoli Gesù discende subito "in un luogo pianeggiante" (v. 17) e in questo abbassamento si fa loro maestro, non temendo di toccare e di farsi toccare dalle moltitudini bisognose di salvezza e di guarigione.

Eppure questo loro compito non inizierà prima di avere accompagnato Gesù nella sua missione terrena ed essere stati confermati dal Risorto. Allora diventeranno capaci di portare l'annuncio della grazia fino agli estremi confini della terra.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, tu ci chiami per nome per salvarci e farci annunciatori della salvezza. Concedici di ricercare sempre la volontà del Padre nella preghiera fervente e prolungata. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 25 ottobre 2026

Il nostro combattimento non è contro carne e sangue

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

Concedi, ti supplichiamo Dio misericordioso, ai tuoi fedeli, pace e perdono, affinché possano essere purificati da ogni peccato e servirti con mente serena. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 6,10-20; Gv 4,46-54

Sintesi

Rivestiamo contro il maligno l’armatura di Dio: fede, verità, Parola e preghiera. Come il funzionario regio, impariamo a riconoscere con gratitudine l’opera di Dio nella nostra vita.

Commento

"Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza" (Ef 6,10), afferma l'apostolo Paolo. Se cerchiamo di farci forti in noi stessi, o nel nostro prossimo, cadiamo. Se cerchiamo la forza nel Signore, restiamo saldi e non abbiamo nulla da temere, perché l'Onnipotente si prende cura di noi.

La nostra lotta non è soltanto contro la nostra umanità decaduta e vulnerabile, non è soltanto una battaglia contro le insidie che provengono da dentro e fuori di noi. "Il nostro combattimento non è contro carne e sangue" (Ef 6,12). Paolo parla di una battaglia contro forze spirituali, "contro le insidie del diavolo" (Ef 6,11) e "contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti" (Ef 6,12). 

Queste parole sottolineano il carattere spirituale della nostra battaglia, ma anche la compresenza, nello stesso campo, nella stessa Chiesa, delle forze del bene e del male: fino alla fine dei tempi, il grano e la zizzania cresceranno insieme (Mt 13,30), gli angeli ci assisteranno nella lotta come assistettero Cristo nel deserto e nell'orto degli ulivi, ma gli uccelli rapaci, i demoni, cercheranno di rubare il buon seme - la parola di Dio - che è stato seminato in noi (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15).

Per vincere contro le potenze malvagie dobbiamo rivestire "L'intera armatura di Dio" (Ef 6,13). Quali sono dunque queste difese per una lotta che non è semplicemente contro l'uomo carnale, come troppo ha insistito un certo moralismo, riducendo l'etica cristiana a un'etica della purezza sessuale? Queste armi, l'Apostolo, le elenca una ad una: verità e giustizia (Ef 6,14), pace (Ef 6,15); ma, soprattutto, lo scudo della fede, "con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef, 6,16). 

Perché la tentazione, quando colpisce una coscienza disarmata, non solo la ferisce procurando una grave emorragia, ma scatena un incendio che divampa, cercando di contagiare e consumare tutto intorno. Paolo invita anche a rivestire il nostro capo con "l'elmo della salvezza" e a impugnare "la spada dello Spirito che è la parola di Dio" (Ef 6,17). La meditazione della parola di Dio protegge la nostra mente dai pensieri di sconforto, ricordandoci che Dio ci ha salvato e che egli è fedele alle sue promesse.

L'Apostolo ci esorta a perseverare "pregando in ogni tempo con ogni sorta di preghiera e di supplica" (Ef 6,18) - vegliando a questo scopo. Parole simili a quelle di Gesù nel Getsemani: "vegliate e pregate per non cadere in tentazione" (Mt 26,41); e a quelle di Pietro nella sua Prima lettera: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede" (1Pt 5,8-9). 

Siamo esortati anche a intercedere per i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede: "pregando... per tutti i santi" (Ef 6,18), cioè per tutti coloro che sono stati santificati dallo Spirito di Dio. La lotta, l'ascesi, è lotta individuale, a tu per tu contro il maligno; ma il cristiano non è un'entità a se stante; siamo tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il Corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta di un altro e forse di molti; la vittoria di uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere.

Nella guarigione del figlio di un funzionario regio, narrata da Giovanni nel suo Vangelo, assistiamo a un miracolo di Gesù in favore di un uomo di alto rango, la cui fede lo porta, però, a sottomettersi alla regalità del Messia. Potrebbe trattarsi di un ufficiale civile o militare, giudeo o romano. Gesù lo riprende, dicendo che la fede non dovrebbe dipendere dai miracoli: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (Gv 4,48). Ma Gesù lo esaudisce, dimostrando che la sua parola è in grado di strappare al potere della morte.

Il funzionario regio riconosce l'intervento di Dio facendo memoria degli eventi e scandagliandoli alla luce della fede e della ragione. I miracoli non sono necessari alla fede, ma se proprio vogliamo chiederli dobbiamo essere in grado di riconoscerli per mostrare a Dio la nostra gratitudine: "Allora il padre riconobbe che era proprio in quell'ora in cui Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive»; e credette lui con tutta la sua casa” (Gv 4,53). Il vangelo ci esorta a vivere con consapevolezza, con gli occhi ben aperti di fronte a quanto Dio compie nelle nostre vite.

- Rev. Dr. Luca Vona