Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

sabato 23 gennaio 2021

L'Osservatore Romano ricorda Valdo Vinay

Figura eminente del protestantesimo italiano, Valdo Vinay, la cui vita ha attraversato praticamente tutto il secolo passato, è stato ricordato nei giorni scorsi, a ridosso della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in un convegno promosso dalla Facoltà teologica valdese in occasione del trentesimo anniversario della sua scomparsa. All’incontro, introdotto dalla moderatora della Tavola valdese Alessandra Trotta e dalla nipote Manuela Vinay, hanno partecipato tra gli altri monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, il professor Paolo Ricca e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Valdo Vinay

Valdo Vinay, nato nel 1906, è stato teologo, professore, ma soprattutto infaticabile pastore, dedicando la gran parte della sua vita all’annuncio della Parola, anche fuori dei confini della confessione valdese. D’altronde fin dall’inizio della pratica pastorale la sua tendenza era stata quella, oltre gli steccati, «di un cristianesimo aconfessionale orientato ai problemi pratici della vita individuale e sociale, con intenzioni culturali». Da giovane fu tra i protagonisti di «Gioventù cristiana», rivista promossa da giovani intellettuali protestanti fortemente ispirati dal pensiero e dagli scritti di Karl Barth. Quella di Vinay per Barth fu un’autentica passione: nei primi anni Trenta aveva frequentato tutti i suoi seminari all’università di Bonn, e alla teologia cristologica di Karl Barth aveva dedicato la tesi di licenza. Negli anni successivi «Gioventù cristiana» diverrà anche autorevole voce di dissidenza e opposizione al fascismo.

Il bagaglio barthiano accompagnò Vinay dieci anni più tardi nell’assunzione della cattedra di Storia della teologia alla Facoltà valdese di Roma; impegno accademico che comunque andava sempre in parallelo all’attività pastorale e che, subito dopo la guerra, svolse intensamente in Ciociaria e nel Basso Lazio. Molti degli evangelici di quelle terre furono costretti, in quegli anni duri, all’emigrazione al di là delle Alpi, e Vinay si occupò appassionatamente delle loro condizioni sociali, favorendone la riambientazione e visitandoli spesso oltre confine. Gli anni successivi, dai Cinquanta fino al pensionamento nel 1976, furono senz’altro i più costruttivi e creativi della sua vita, tanto come teologo che come scrittore, professore universitario, pastore, predicatore e, non ultimo, come principale divulgatore del pensiero di Karl Barth.

Avendo seguito come giornalista accreditato il concilio Vaticano II , ne colse immediatamente la grande portata innovativa sul piano del dialogo ecumenico. Intuizione che, com’era nel suo stile, seppe immediatamente tradurre in esperienza pratica di relazione e confronto. È del 1973 infatti il suo primo incontro con i giovani della Comunità di Sant’ Egidio, come ha ricordato nel suo intervento Andrea Riccardi: «La Comunità di Sant’ Egidio, agli inizi, ha avuto dei maestri, attraverso degli incontri: uno di questi, e di certo non il minore, Valdo Vinay. Divenne un nostro amico nella condivisione della Parola: ci regalò una copia del suo libro Riforma protestante con questa dedica: “Ai giovani amici della Comunità di Sant’Egidio, i quali mi chiedono ancora di spiegare loro la Parola di Dio. E qui l’amicizia non finisce mai”». Ugualmente, negli stessi anni inizierà a insegnare anche nell’università benedettina di Roma, il Pontificio ateneo Sant’Anselmo. È grazie al combinato disposto del suo spirito, insieme libero e unitario, e dell’ecumenismo postconciliare, che si avvia una consapevole trasformazione di ruolo della comunità protestante italiana: non più minoranza resistente all’egemonia della Chiesa cattolica, ma lievito per la crescita spirituale di tutti i battezzati in Cristo. In effetti Vinay ha sempre compreso il termine “evangelico” preliminarmente come un aggettivo, e solo scrivendo di storia come un sostantivo identitario. Diceva in un incontro del 1975: «Nessuno esalti la propria tradizione, divenendone servo. Perché tutto è vostro: Giovanni Crisostomo e Giovanni Damasceno, Aurelio Agostino e Anselmo di Canterbury, Tommaso d’Aquino, Francesco d’Assisi e Valdo, Lutero, Calvino e il cardinale Gaspare Contarini, Blaise Pascal e Karl Barth. Potete rimeditare con gratitudine il pensiero di questi dottori e riformatori della Chiesa, potete servirvi liberamente dei loro scritti e del loro esempio. Ma a una condizione: che voi non diveniate agostiniani o tomisti, valdesi o francescani, luterani o calvinisti o barthiani. L’apostolo si esprime chiaramente: a condizione che voi siate di Cristo. Questa vostra appartenenza totale a Cristo vi renderà veramente liberi, signori di tutte le cose, anche delle tradizioni, non strumenti e servi di esse».

La cifra che definisce l’intera vita di Valdo Vinay è dunque il Vangelo, quel Vangelo che produce frutti solo se è proclamato, ascoltato, letto, sminuzzato, metabolizzato, non come esercizio intellettuale ma insieme ai fratelli, in un regime di amore. A cominciare dai pastori, perché, come amava dire e praticare, «non si può predicare senza amare il popolo che ti ascolta».

- Roberto Cetera. L'Osservatore Romano, 23 gennaio 2021

venerdì 22 gennaio 2021

Fermati 1 minuto. Plasmati secondo la sua volontà

Lettura

Marco 3,13-19

13 Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni.
16 Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; 17 poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo 19 e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

Meditazione

Il monte è più volte associato nei Vangeli a momenti e atti solenni della missione di Gesù (il "discorso della montagna" e la proclamazione delle beatitudini, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la trasfigurazione). Se Dio agisce con bontà e giustizia verso tutti gli uomini, la scelta dei dodici apostoli da parte del suo Figlio è esercitata con piena sovranità, ma l'utilizzo del verbo greco ethelen, che ci porta a tradurre il passo come "quelli che voleva", fa pensare a una scelta meditata. Certo coloro che sceglie sono uomini comuni, pescatori, esattori delle tasse, sovversivi zeloti; uomini comuni, peccatori riconciliati e anche colui che sarà il traditore. Secondo un esplicito atto della propria volontà Cristo forma, dunque, un gruppo distinto di dodici uomini tra i suoi seguaci. Letteralmente Gesù "fa" i dodici, questo il significato del verbo greco epoiesen. La stessa espressione semitica è utilizzata nella Bibbia greca dei Settanta per indicare la scelta dei sacerdoti (1 Re 12,31; 13,33; 2 Cr 2,18). Quando Dio ci sceglie, il suo Spirito ci dona la capacità di diventare quello che la sua misericordia ha progettato; proprio come affermerà il salmista: "Le tue mani mi hanno fatto e plasmato" (Sal 119,73). Eppure si tratta di una azione di grazia che non fa violenza alla nostra volontà, non mortifica la nostra natura, né ci obbliga a diventare quello che egli vuole, come mostrerà la tragica vicenda di Giuda Iscariota. Il nuovo gruppo costituito da Gesù rappresenta le fondamenta della Chiesa. Insieme al compito principale di predicare ai dodici è conferito il compito di scacciare i demòni. Gli apostoli sono nominati in modo simile in tutti e tre i vangeli sinottici. Pietro è sempre nominato per primo; questo nome, che significa "roccia" sostituisce il nome originario Simone e descrive il suo carattere e la sua attività, che sarà quella di confermare i fratelli nella fede, come pietra fondativa nella costruzione della Chiesa. Gli apostoli sono nominati in tre gruppi di quattro. Il primo gruppo di apostoli, Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, tutti pescatori, è rappresentato nei vangeli particolarmente vicino a Gesù. Giacomo e Giovanni sono definiti "figli del tuono" (boanerghes in aramaico) probabilmente in riferimento alla loro fervente personalità o alla loro predicazione apocalittica. Ogni apostolo presenta una specifica identità; è la tessera di un mosaico, la cui bellezza risplende in se stessa, ma ancor di più se guardata nell'insieme della composizione.

Preghiera

Concedici, Signore, di essere nella costruzione della Chiesa una piccola pietra intagliata secondo la tua volontà. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

La proposta del Pastore Paolo Ricca: un concilio per tutti i cristiani

È la via che intravede l’autorevole teologo valdese per una «diversità riconciliata». Le Chiese dovrebbero uscire dal monologo dell’«io basto a me stessa» per stare come in un mosaico, tutte intorno al Signore. Ne parla in un'intervista rilasciata a Vittoria Prisciandaro sul mensile Jesus (1/2021) che riproponiamo integralmente qui. 

Il Pastore e teologo Paolo Ricca

Festeggerà i suoi 85 anni il 19 gennaio, proprio nel mezzo della Settimana ecumenica per l’unità dei cristiani. Paolo Ricca, teologo e pastore valdese, è una delle voci più autorevoli e brillanti del panorama ecumenico. Testimone del cammino che le Chiese hanno fatto in questi decenni, ha partecipato in prima persona al lavoro di diversi organismi internazionali. È stato per 15 anni membro della commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra. Per conto dell’Alleanza riformata mondiale ha seguito il concilio Vaticano II come giornalista accreditato; ha insegnato teologia alla Facoltà valdese di Roma; è stato per due mandati presidente della Società biblica in Italia. È stato a lungo professore ospite presso il Pontificio ateneo Sant’Anselmo; collabora con il Segretariato attività ecumeniche (Sae) e dirige per la casa editrice Claudiana la collana Lutero. Opere scelte. 

Professor Ricca, quali sono a suo parere i passi più importanti compiuti finora nel cammino ecumenico tra le Chiese cristiane? E qual è il compito più significativo che abbiamo davanti a noi? 

«La cosa più importante è che, seppur lentamente, si sta diffondendo nel cristianesimo in generale la consapevolezza che oggi non si può essere cristiani se non si è ecumenici. L’impostazione in modo ecumenico della vita cristiana sia dei singoli che delle parrocchie, comunque della Chiesa nel suo insieme, è imprescindibile. Se, come fino a un secolo fa, si è cristiani solo in maniera confessionale, cioè ciascuno all’interno della propria confessione, nella migliore delle ipotesi si è cristiani a metà. L’ecumenismo è in fondo un fenomeno recente, iniziato solo nella seconda metà dell’Ottocento: è un processo che avanza lentamente, ma progressivamente in quasi tutte le Chiese cristiane. Il cattolicesimo è entrato in ritardo nel movimento, solo negli anni Sessanta del secolo scorso, ma con la volontà e capacità di strutturare immediatamente l’idea ecumenica, già a partire dal concilio Vaticano II, dando così una continuità e una solidità alla svolta ecumenica in casa cattolica dalla quale non si torna indietro». 

Quali sono, invece, gli ostacoli maggiori nel dialogo? 

«L’ostacolo maggiore è la lentezza che le Chiese tutte hanno a uscire dalla mentalità del monologo ed entrare in quella del dialogo. Cioè ad abbandonare l’idea dell’autosufficienza, che la propria Chiesa basta a realizzare il cristianesimo. La scoperta ecumenica è proprio questa: una Chiesa, piccola o grande che sia, non basta, c’è sempre un deficit. La mia identità confessionale, qualunque essa sia, è deficitaria rispetto alla realizzazione della pienezza dell’essere cristiano. Siamo vissuti per secoli nella convinzione che ciascuno avesse la pienezza cristiana, oggi la difficoltà maggiore è uscire da questa gabbia e capire che tu hai bisogno dell’altro cristiano per essere cristiano». 

Una consapevolezza più che mai urgente, oggi che i cristiani sono chiamati a dialogare con fedeli di religioni diverse in società sempre più pluraliste. Qual è a suo parere il giusto approccio al dialogo interreligioso? 

«È evidente che è urgente, ma attenzione, perché se si sovrappone il problema interreligioso a quello ecumenico si crea una grande confusione. L’unità cristiana si fa intorno a Cristo e non intorno a un’idea di unità generale o a un Dio che non ha più il profilo cristiano perché deve essere accettevole a tutti gli altri. Nella logica spirituale il dialogo interreligioso è un momento ulteriore, che va coltivato anche parallelamente a quello intercristiano, ma senza sovrapporre il primo al secondo». 

In Italia come è andato il cammino ecumenico? 

«In Italia c’era un problema ulteriore: la sproporzione, non solo numerica, tra protestantesimo, cattolicesimo e ortodossia rendeva molto difficile il dialogo ecumenico. Ma devo dire a onore del cattolicesimo italiano nel suo insieme, che questa difficoltà, che era notevole, è stata superata. Ed è una cosa bella che merita di essere detta. Senza dimenticare che qui c’è anche il Vaticano. In altri Paesi si sono fatti più progressi, ma in generale possiamo essere soddisfatti della qualità attuale del dialogo ecumenico, dell’incontro, della fiducia reciproca. In Italia direi che siamo a livelli europei». 

Il dialogo talvolta è difficile anche all’interno della stessa Chiesa o famiglia ecclesiale. Quali sono, in proposito, i nodi nel mondo protestante? Cosa spera per il futuro? 

«Nella storia del protestantesimo è successo che la pluralità, che era in generale suggerita dalla diversità interna al messaggio cristiano complessivo, è sfociata sovente in divisione. Non si è stati cioè capaci di convivere in armonia senza un Papa, senza un’autorità centrale. Il papato è il modo cattolico di temperare diversità e unità, per cui il cattolicesimo romano ha al suo interno enormi diversità, al prezzo di un’unità centralizzata e ferrea nella sua struttura. Cosa che nel protestantesimo non è mai esistita e non esisterà mai. Il prezzo è stato che la diversità è sfociata in divisione, in una perdita di cattolicità. Paradossalmente questo si abbina al fatto che ciascuna confessione, anche quelle relativamente piccole dal punto di vista numerico, come può essere la Chiesa avventista del settimo giorno, è Chiesa mondiale, ha conservato al suo interno una cattolicità non cattolica. Il recupero della cattolicità è per me un compito ecumenico, una priorità del protestantesimo. Quindi, in sintesi, direi che sono due gli obiettivi: mantenere saldamente l’ancoraggio alla Sacra Scrittura, perché il protestantesimo è nato da lì, come momento di profetismo biblico. E poi, mantenere la diversità liberandosi dalla divisione, inventando un modo storicamente realizzabile, per avere questa “diversità riconciliata”. Probabilmente la soluzione è la conciliarità». 

Che cosa significa concretamente? Come immagina questa “conciliarità”? 

«La immagino come unità conciliare dell’unica Chiesa cristiana, come nella Chiesa cristiana antica. Il Concilio è stata la prima e fondamentale forma dell’unità cristiana, fin dal cosiddetto Concilio di Gerusalemme, del libro degli Atti, capitolo 15. Le Chiese ortodosse, giustamente, identificano la storia dell’unità cristiana con la storia dei Concili veramente ecumenici, nei quali cioè tutta la Chiesa era rappresentata. Così dovrà essere nel futuro, anche se sono tante le difficoltà per realizzare oggi un Concilio veramente ecumenico. Probabilmente bisognerà partire dalle Chiese locali e da lì, lentamente e pazientemente, costruire o ricostruire una coscienza conciliare della Chiesa andata smarrita nei secoli passati». 

Come interpreta il magistero di papa Francesco sotto l’aspetto del dialogo ecumenico? 

«Ambivalente. Ha compiuto dei gesti nuovi importantissimi, si è fatto quasi luterano con i luterani, quando è andato ad aprire le commemorazioni dei 500 anni della Riforma nella cattedrale di Lund, con i leader della Federazione luterana mondiale. Cosa che i suoi predecessori non avrebbero mai fatto. Sono cose che resteranno nella memoria della Chiesa. Questo è l’aspetto nuovo, positivo, estremamente promettente. Quello che però mi lascia un po’ perplesso è il fatto che non ha modificato in nulla la dottrina. Il Concilio, ad esempio, parla di “fratelli separati”. Collocato nel suo tempo era un passo avanti enorme. Ma oggi quella formula non va più, non descrive più la realtà, non si può più parlare così. Così come l’espressione delle Chiese protestanti chiamate “comunità ecclesiali”, che non vuol dire nulla o peggio significa Chiese a metà… Come si fa, con Chiese che hanno avuto centinaia di martiri… Oggi queste espressioni andrebbero cambiate, erano cose che a quel tempo erano un passo avanti; ma oggi, che abbiamo fatto altri passi, vanno superate. Bisogna descrivere la situazione attuale. Il Papa stesso non pensa in termini di “fratelli separati”, non agisce così. Allora lo dica. Per questo dò un giudizio ambivalente. Anche perché potrebbe venire un altro Papa e dire che nulla è cambiato: così resteremmo al Vaticano II, che sarebbe un tornare indietro». 

Si parla spesso del cosiddetto «ecumenismo del sangue». Le persecuzioni di oggi che interrogativi pongono alle Chiese? 

 «È un ecumenismo involontario che testimonia che cristiani di diverse Chiese, dal cattolico al pentecostale, vivono la loro fede come cristiani, sono martiri della Chiesa di Dio, non di quella battista, riformata o cattolica o copta. Questo è l’ecumenismo. Meravigliosa e tragica testimonianza della coscienza cristiana fondamentale, per la quale è in gioco Cristo, non una confessione o una Chiesa. È la fede cristiana la posta in gioco, e per Cristo vale anche la pena di sacrificare la propria esistenza». 

Esiste poi l’ecumenismo della vita, nella carità. Le grandi migrazioni di massa, la giustizia sociale, le povertà materiali e spirituali di interi popoli… Fenomeni del genere che tipo di testimonianza chiedono alle Chiese? 

«Sono cose molto belle da incoraggiare, moltiplicare. È un tipo di unità, anche se non è totale. L’unità cristiana si svolge a due livelli fondamentali, di azione e di dottrina. Nella prima ci si intende facilmente, il raggio di cooperazione è molto ampio. E, da un certo punto di vista, è più “facile”, perché pone meno problemi della seconda». 

Oggi la salvaguardia dell’ambiente e di un’ecologia integrale, al centro della Laudato si’ e del magistero del patriarca Bartolomeo, è una nuova frontiera ecumenica? 

«Certo. E le Chiese, come sempre, arrivano tardi. Ricordo che il tema ecologico era posto dal movimento ecumenico fin dagli anni Settanta, con il famoso programma, intorno al quale si sono fatte assemblee mondiali, “Pace, giustizia e salvaguardia del creato”. È una trinità che deve essere mantenuta. Io stesso a quel tempo mi sono stupito di sentir parlare, a livello ecumenico, del problema dell’acqua. Non esisteva ancora a livello di coscienza, né cristiana né civile, la consapevolezza del grande problema dell’acqua per l’umanità. Il problema ecologico per l’intera umanità, a livello ecumenico, è stato posto da tempo. Le Chiese sono state avvertite. E speriamo che finalmente queste cose divengano patrimonio della vita». 

La vita delle Chiese si intreccia con la storia del mondo. E oggi numerosi sono gli episodi di “cronaca”, i temi cosiddetti sensibili, che creano frizione nel mondo delle Chiese. Quali i nodi più grandi? 

«Sui temi cosiddetti sensibili, che sono effettivamente difficili e complessi, rientra il discorso che facevo sull’insufficienza delle Chiese a essere Chiese da sole. La Chiesa cattolica affronta il problema dell’eutanasia: perché non interroga la altre prima di pronunciarsi? Quella protestante approva l’aborto come diritto della donna. Perché non si confronta prima con Chiese che, su questo punto, la pensano diversamente? È questo il problema. Le Chiese dovrebbero uscire dal monologo, dall’ “io basto a me stessa”, per dare una risposta cristiana all’eutanasia, all’aborto… Non basti a te stessa, confrontati con le altre che su questo punto la pensano diversamente, non per assumere il loro punto di vista, ma per dire almeno che la tua è una posizione tra le altre. Ma nessuna Chiesa lo dice, perché tutte, essendo ancora malate di autosufficienza, dicono che la loro è “la” posizione cristiana». 

Nella sua vita quali sono stati i momenti in cui ha sentito più forte questa unità? 

«Appartengo a una piccola Chiesa, quella valdese, e man mano che ho scoperto le altre Chiese, le altre tradizioni, mi è venuta la nostalgia dell’unità. Grazie a Dio ho fatto tante esperienze: la liturgia ortodossa partecipando a Mosca a certi riti, addirittura a un pontificale, una liturgia presieduta dal patriarca; o a culti luterani vecchia maniera, o pentecostali in cui mi chiedevano di predicare… Ho partecipato a diversi modi di rendere culto a Dio. È una ricchezza, una cosa bella questa varietà, questo pregare con la stessa tensione verso Dio. Man mano che conosci gli altri cristiani diventi un nostalgico dell’unità, intesa non alla vecchia maniera, ma come pluralità condivisa, accettata, gradita. La si desidera. Non è un momento, è un processo, quello di conoscere l’altro cristiano. E non si finisce mai. La Chiesa è un mosaico, tante tessere, tante storie, tante vicende. Tutte intorno al Signore».

(Ripreso dal sito "Alzo gli occhi verso il cielo")

Santa Damiana e le quaranta martiri

Agli inizi del IV secolo, nella provincia egiziana di Parallos, a nord del delta del Nilo, muoiono decapitate l'igumena Damiana e le quaranta monache del suo monastero. Figlia di Marco, governatore locale, Damiana era stata educata alla fede dal padre. All'età di quindici anni, desiderosa di dedicarsi totalmente alla preghiera e alla meditazione delle Scritture, chiese il permesso di ritirarsi con alcune compagne in un luogo adatto alla vita monastica. Marco, che era un uomo di grande generosità, fece allora costruire per loro un monastero ben protetto. 

Santa Damiana, mosaico.

Sopraggiunta la persecuzione di Diocleziano, Marco fu tra i primi, per la sua posizione, a essere invitato ad apostatare. E così avvenne, almeno in un primo tempo; più tardi Damiana, donna di grande coraggio e fermezza, convinse il padre a rinnegare l'apostasia. Questi confessò pubblicamente la propria fede e fu decapitato. L'imperatore, saputo il ruolo di Damiana e delle sue compagne in ciò che era accaduto, tentò inutilmente di farle apostatare. Morirono tutte martiri, e sul luogo del loro martirio esiste tuttora un monastero femminile che porta il loro nome.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 21 gennaio 2021

Predicazione, cura pastorale e salute mentale

Sii consapevole del fatto che in mezzo ai nostri fedeli, spettatori e lettori ci sono persone che stanno affrontando problemi di salute mentale, in uno spettro da moderato a cronico.

Un articolo di Hebert Palomino O.

20 gennaio 2021




"Carissimo, io prego che in ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera l'anima tua" (3 Gv1,2).

In questa epistola l'apostolo Giovanni, sta scrivendo una lettera personale di sollecitudine, amore e benessere al suo amato amico Gaio: una lettera è un messaggio di auguri e un incoraggiamento alla coerenza nella verità.

La versione greca di "io prego che in ogni cosa" (peri pantōn euchomai) può essere letteralmente tradotta con "desidero soprattutto" e ha qui la connotazione di prosperità e buona salute. Giovanni non si riferisce alla pratica dottrinale, ma a un profondo desiderio di completezza nella vita quotidiana.

Nel nostro mondo contemporaneo, la predicazione è un potente strumento per esprimere desiderio, amore e preoccupazione. La predicazione dovrebbe e deve avere un grande impatto sul benessere, presente e futuro, della razza umana. Nell'Antico e nel Nuovo Testamento, il proclamatore/predicatore /profeta svolge un ruolo chiave e notevole nel benessere olistico delle persone.

Breve fondamento biblico della proclamazione e ruolo del proclamatore

Nell'Antico Testamento

I profeti erano i rappresentanti della proclamazione nell'Antico Testamento. Letteralmente servirono da mediatori tra Dio e il suo popolo. I loro messaggi sono presentati come un'affermazione, un rimprovero o una consolazione.

I messaggi dei profeti erano legati alla storia del popolo, alla loro cultura, costumi e influenze politiche e sociali. Erano una parte sempre presente della realtà quotidiana.

Mentre guardo al loro ruolo, trovo un senso di "alleanza" in una relazione polifunzionale: Dio, il profeta e il popolo. Hanno agito come una "coscienza" che cammina, in contatto e in sintonia con Dio e, allo stesso tempo, in sintonia con la gente.

Erano profeti di quel giorno e non profeti del giorno dopo. Allo stesso modo, i predicatori oggi hanno bisogno di comprendere e affrontare i molti e complessi problemi affrontati dal mondo.

I profeti in quanto proclamatori erano legati alla cultura a cui appartenevano. Il dialogo tra cultura e messaggio è dinamico e contestuale. In altre parole, il messaggio colpisce e influenza la cultura delle persone plasmando, sfidando o confrontando il loro sistema di credenze, per il benessere delle persone.
 
Nel ministero e nel messaggio di Gesù

Il valore fondamentale del ministero e del messaggio di Gesù era olistico. Il "benessere" o la "buona notizia" del messaggio era inclusivo. Nelle parole di Matteo, "Gesù ha viaggiato attraverso tutte le città e i villaggi della Palestina, insegnando nelle sinagoghe e annunciando la Buona Novella sul Regno. E ha guarito ogni tipo di malattia e infermità"(Mr 9,35).

È evidente che Gesù ha un approccio integrato e naturale alla cura delle persone. Secoli dopo, la dicotomia tra "annunciare la buona notizia" e "guarigione" continua, sebbene un approccio sempre più nuovo sia in atto nei circoli religiosi e scientifici.1

Gesù era consapevole del contesto culturale in cui svolgeva il ministero e il suo messaggio era contestualizzato alle persone e alle circostanze.2 La predicazione di Gesù ha avuto un'influenza profonda, sana e potente nel benessere olistico dei suoi ascoltatori.

Oggi, la predicazione di Gesù deve essere rivista, soprattutto quando c'è una vasta gamma di interpretazioni e metodi nella nostra predicazione.

Il modello di predicazione nei confronti della salute mentale deve provenire dal nostro Signore e Maestro, Gesù.

Il suo impatto sulla salute mentale delle persone era evidente nei suoi incontri con persone come la donna samaritana, Nicodemo, Zaccheo, Bartimeo e i suoi 12 discepoli. Li incontrò dov'erano, ad esempio sulle rive si un lago perché erano pescatori.

Allo stesso modo, i predicatori oggi devono incontrare le persone con il messaggio di Dio dove sono, nel momento del bisogno. È fondamentale esplorare, profondamente ed ermeneuticamente, la composizione teologica del messaggio.

L'Imago Dei, l'immagine di Dio, va riletta e proclamata. Uomini e donne sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Tale affermazione dà all'umanità un posto, una posizione, un valore, uno scopo creativo, una ragione di esistenza, una verità che afferma l'identità degli esseri umani come "lil coronamento della creazione" e "il suo tesoro speciale".

Resta inteso che la presenza del peccato denigra il piano originario. Tuttavia, quando l'enfasi principale è sul peccato piuttosto che sul piano divino originale, il messaggio è limitato, incompleto o mutilato e, di conseguenza, non terapeutico per gli ascoltatori.

Gesù enfatizzava intenzionalmente il valore degli uomini e delle donne. Sempre ha fatto sapere ai suoi discepoli che la vita è un processo continuo in cui fede, amore, compassione, speranza, gioia, prove, malattia e resistenza facevano tutti parte del pellegrinaggio terreno sulla via verso un destinazione eterna. Gesù, con il suo messaggio, è un modello per tutti noi.

Una riflessione e un viaggio personali

Secondo il National Institute of Mental Health, circa 1 adulto su 5 negli Stati Uniti (43,8 milioni) soffre di malattie mentali in un dato anno. Allo stesso modo, circa 1 adulto su 25 negli Stati Uniti (9,8 milioni) soffre di una grave malattia mentale che interferisce sostanzialmente o limita una o più delle principali attività della vita. 3

Personalmente, come professionista della salute mentale e professore di Pastoral Care & Counseling, questo argomento mi preoccupa profondamente. Essere un membro di una facoltà interdisciplinare presso una scuola di teologia 4 mi sfida a vedere la realtà che viviamo in America e in altre parti del mondo.

Noi, come chiesa, svolgiamo un ruolo cruciale nel benessere delle persone. Abbiamo l'obbligo divino di rappresentare bene il messaggio di Dio e di essere messaggeri sani.

Ogni giorno, quando entriamo in contatto con le persone in chiesa, al lavoro o nell'ambiente scolastico, ascolteremo molte storie complesse.
 
Quelle storie, di per sé, sono piene di dolore, ferite, tristezza, delusione, frustrazione, o forse di speranza, gioia e celebrazione. Ogni storia è uno specchio di come le circostanze della vita hanno toccato qualcuno in una fase particolare della sua vita.

Se coloro che celebrano i loro successi e le loro gioie hanno spazio per essere ascoltati, per lo stesso motivo quanto sarebbe bello se coloro che affrontano i loro problemi interiori potessero avere lo stesso spazio, ambiente e opportunità per condividere le proprie esperienze.

Forse questa potrebbe essere la nostra sfida: creare un nuovo modo di fare comunità e proclamazione.

Nel nostro mondo contemporaneo il nostro "pulpito" deve essere "dinamico". La conclusione è che un pulpito mobile è un santuario sacro in cui teologia e cura pastorale si incontrano.

L'unico scopo è portare le storie delle persone nella storia di Dio. Se non lo facciamo, il messaggio per la stragrande maggioranza degli ascoltatori continuerà a essere irrilevante per la loro realtà.

Sono cresciuto come figlio e nipote di predicatori. Ho risposto a una chiamata all'obbedienza come ministro e come missionario.

Come teologo e consulente clinico per la salute mentale sono stato sfidato nel mio pellegrinaggio a pormi domande che mi hanno portato a comprendere il potere, la validità e la rilevanza della buona notizia nel mezzo dei vari momenti della vita delle persone.

Questo esercizio intenzionale mi ha portato ad esplorare più profondamente i miei pregiudizi, i miei presupposti teologici e persino alcune affermazioni dottrinali di credenze che, in nome della `` buona ermeneutica '', hanno alienato gli altri in quanto non apprezzati e degni davanti a Dio.

È stato un percorso lungo, ma divertente e significativo. Durante il mio viaggio ho incontrato il dolore di persone che, in nome del credo o della dottrina "giusta", sono state ostracizzate, non incluse o semplicemente ignorate.

Ho cercato di rendere mobile il mio pulpito, interpretando ciò che ha fatto il Signore, ascoltando le storie e imparando da esse. Questo è stato terapeutico, non solo per il narratore, ma anche per gli ascoltatori.

Mentre trasmettiamo un messaggio con regole precise di omiletica, non dobbiamo dimenticare di trovare un messaggio sano e salutare sotto il fondamento delle Scritture e dell'ermeneutica.

La mia enfasi sulla "salute" è perché credo che questa sia una delle sfide principali, ma allo stesso tempo un'opportunità che dobbiamo affrontare oggi.

Alcuni consigli pratici

In qualità di pastore che vuole avere un impatto sulle persone con il messaggio predicato mi permetto di condividere alcune intuizioni che potrebbero essere utili:

  1. Tieni presente che le persone vogliono sperimentare come la Parola di Dio ha rilevanza in tutti i passaggi della loro storia personale. Alcune storie di vita sono piene di vergogna, frustrazione, paura, rabbia, tristezza, sogni non realizzati, relazioni interrotte, angoscia e simili. Man mano che il messaggero si avvicina alla loro realtà, il suo impatto diventa un sano spazio di consapevolezza, speranza, significato, scopo e crescita. Pertanto, fai spazio per entrare in contatto con le esigenze delle persone.
  2. Mostra alle persone come l'amore incondizionato di Dio è sempre presente. A volte comunichiamo e articoliamo molto bene le verità bibliche, ma i concetti sembrano molto freddi e distanti da ciò che le persone stanno vivendo nella propria realtà. Pertanto, si alienano da Dio. Dalla Genesi all'Apocalisse, vediamo l'amore e la presenza incondizionati di Dio. Egli ha mostrato costantemente una vicinanza all'umanità. Ci ricorda ripetutamente che non è distante dalla nostra storia personale.
  3. Assicurati che il messaggio presenti un uomo e una donna che sono ancora in un processo, non un prodotto finito. Paolo lo ha visualizzato nella sua sana esperienza personale: "Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù" (Fil 3,12)
  4. In qualità di messaggero, sii realistico con il messaggio. Una delle responsabilità chiave per chi si occupa di cura pastorale non è generare false aspettative o promesse, ma gettare le basi di salute, amore e cura. Non ci sono risposte facili per i problemi complessi della vita. Tuttavia, non evitarli o ignorarli. Possiamo ascoltare e accompagnare coloro a cui teniamo nel loro pellegrinaggio e confidare in Dio che nel tempo che ci è stato dato possa rispondere.
  5. Siate consapevoli che tra i nostri fedeli, spettatori e lettori ci sono persone che stanno affrontando problemi di salute mentale, in uno spettro da moderato a cronico.5 C'è speranza anche per loro. È stato rilevato che "la maggior parte dei pastori, dei familiari e delle persone con malattie mentali acute concordano sul fatto che i cristiani con malattie mentali acute possono prosperare spiritualmente". 6 Nonostante la loro situazione personale o familiare, è possibile un cambiamento o una guarigione strutturale o funzionale. Una parola di incoraggiamento, speranza, presenza di Dio e amore incondizionato durante il loro trattamento e cura è come acqua nel deserto.

Conclusione

La predicazione è un'arte. L'uso degli strumenti giusti nelle mani di Dio è un veicolo di guarigione, affermazione, sano ammonimento, cambiamento e speranza. Le parole dell'apostolo Giovanni hanno ancora validità nel nostro mondo contemporaneo: "Carissimo, io prego che in ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera l'anima tua" (3 Gv1,2).

Hebert Palomino O è originario della Colombia, Sud America, PhD, BCCC, BCPC ha servito come missionario battista per 25 anni in Perù e Paraguay. È Professore di Pastoral Care & Counseling presso la School of Divinity della Gardner Webb University, Boiling Springs, North Carolina, USA.

Questo articolo è apparso originariamente nel numero di novembre 2020 della Lausanne Global Analysis ed è pubblicato qui con il suo permesso. Per ricevere questa pubblicazione bimestrale gratuita dal Movimento di Losanna, iscriviti online su www.lausanne.org/analysis.

Note

1. Per ulteriori informazioni in quest'area, si veda: Cobb, M.R., C.M. Puchalski e B. Rumbold, eds., Oxford Textbook on Spirituality in Healthcare (Oxford: Oxford University Press, 2012); Koenig, H.G., D.E. King e V.B. Carson, a cura di, Handbook of Religion and Health (Oxford: Oxford University Press, 2012); Puchalski, C.M. e R.N. Ferrel, Making Health Care Whole. Integrare la spiritualità nella cura del paziente (West Conshohocken: Templeton Press, 2010).

2. Per approfondire questo concetto si veda : D.A. Carson, Christ & Culture Revisited (Grand Rapids: Wm B.Eerdmans Publishing, 2008). Inoltre, H.Richard Niebuhr, The Responsibility of the Church for Society and Other Essays (Westminster John Knox Press, 2008).

3. Si vedano statistiche più dettagliate su www.nami.org/learn-more/mental-health-by-the-numbers

4. School of Divinity, Gardner-Webb University, Boiling Springs, NC (USA)

5. Si veda l'articolo di Gladys Mwiti e Bradford Smith, intitolato "Turning the Church's Attention to Mental Health", nel numero di novembre 2018 di Lausanne Global Analysis.


- Traduzione a cura di Luca Vona

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Lettura

Marco 3,7-12

7 Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. 8 Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. 9 Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10 Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo. 11 Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.

Meditazione

Il ritirarsi di Gesù presso il lago di Gennesaret, che segna il confine con i territori pagani, indica la sua definitiva rottura con la sinagoga e l'apertura del suo messaggio a tutti i popoli. Le folle che lo seguono testimoniano la sua grande fama, nonostante l'ostilità dei farisei e degli erodiani. La folla è tale che rischia di schiacciare Gesù, le persone si gettano addosso a lui; il verbo greco qui utilizzato, "thlibo", indica lo stringere creando un senso di oppressione. Gesù "si difende" salendo su una barca. A volte anche chi ha fede costringe Dio dentro categorie che ne fanno quasi un "feticcio", alla ricerca del miracolistico e con una devozione che guarda solo alla ricerca dei propri benefici. Eppure Gesù ha pietà anche di queste folle di uomini "semplici" e afflitti. I "mali" da cui gercano guarigione coloro che cercano di gettarsi addosso a lui sono letteralmente "piaghe" (gr. mastigas), termine con il quale si indicavano diverse patologie, ma che può essere inteso anche come "correzione, "castigo". Come le piaghe inviate agli egiziani e quelle descritte nel libro dell'Apocalisse, si tratta di mali inviati da Dio per sollecitare il ravvedimento. I demòni riconoscono l'identità di Gesù, ma pur temendola, non si sottomettono ad essa. Questo ci rammenta che per quanto ricca possa essere la nostra cultura teologica non varrà a niente se la nostra ortoprassi non sarà all'altezza della nostra ortodossia. Gesù riprende i demòni, intimandogli di non rivelare la sua identità; egli vuole essere accolto dagli uomini non per la testimonianza degli spiriti maligni ma per le proprie opere e per le proprie parole, che proclamano chiaramente chi egli è. Per questo ristabilisce una distanza dalle moltitudini; una distanza piena di sollecitudine, ma in grado di lasciare spazio a una considerazione più attenta e meditata, meno "istintiva", sulla sua persona.

Preghiera

Donaci, Signore, di cercarti con cuore puro; affinché possiamo accoglierti come colui che con le proprie piaghe è venuto a sanare le ferite prodotte in noi dal peccato. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona