Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 6 settembre 2026

Assidui e concordi nella preghiera. Commento al Salterio - Salmo 36

Lettura

Salmi 36,1-26

1 Di Davide.
Alef
Non adirarti contro gli empi,
non invidiare i malfattori.
2 Come fieno presto appassiranno,
cadranno come erba del prato.

Bet
3 Confida nel Signore e fa' il bene;
abita la terra e vivi con fede.
4 Cerca la gioia del Signore,
esaudirà i desideri del tuo cuore.

Ghimel
5 Manifesta al Signore la tua via,
confida in lui: compirà la sua opera;
6 farà brillare come luce la tua giustizia,
come il meriggio il tuo diritto.

Dalet
7 Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in lui;
non irritarti per chi ha successo,
per l'uomo che trama insidie.

He
8 Desisti dall'ira e deponi lo sdegno,
non irritarti: faresti del male,
9 poiché i malvagi saranno sterminati,
ma chi spera nel Signore possederà la terra.

Vau
10 Ancora un poco e l'empio scompare,
cerchi il suo posto e più non lo trovi.
11 I miti invece possederanno la terra
e godranno di una grande pace.

Zain
12 L'empio trama contro il giusto,
contro di lui digrigna i denti.
13 Ma il Signore ride dell'empio,
perché vede arrivare il suo giorno.

Het
14 Gli empi sfoderano la spada
e tendono l'arco
per abbattere il misero e l'indigente,
per uccidere chi cammina sulla retta via.
15 La loro spada raggiungerà il loro cuore
e i loro archi si spezzeranno.

Tet
16 Il poco del giusto è cosa migliore
dell'abbondanza degli empi;
17 perché le braccia degli empi saranno spezzate,
ma il Signore è il sostegno dei giusti.

Iod
18 Conosce il Signore la vita dei buoni,
la loro eredità durerà per sempre.
19 Non saranno confusi nel tempo della sventura
e nei giorni della fame saranno saziati.

Caf
20 Poiché gli empi periranno,
i nemici del Signore appassiranno
come lo splendore dei prati,
tutti come fumo svaniranno.

Lamed
21 L'empio prende in prestito e non restituisce,
ma il giusto ha compassione e dà in dono.
22 Chi è benedetto da Dio possederà la terra,
ma chi è maledetto sarà sterminato.

Mem
23 Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo
e segue con amore il suo cammino.
24 Se cade, non rimane a terra,
perché il Signore lo tiene per mano.

Nun
25 Sono stato fanciullo e ora sono vecchio,
non ho mai visto il giusto abbandonato
né i suoi figli mendicare il pane.
26 Egli ha sempre compassione e dà in prestito,
per questo la sua stirpe è benedetta.

Commento

Il Salmo 36 affronta uno dei nodi più universali dell'esperienza umana: lo sconcerto di fronte al successo di chi agisce con disonestà e alla contemporanea sofferenza di chi cerca di vivere rettamente (vv. 1-2). Nella nostra quotidianità ci capita spesso di osservare persone prepotenti o manipolatrici che sembrano ottenere continui trionfi, mentre chi fatica ogni giorno per mantenere l'onestà e seguire le vie del Signore sembra collezionare soltanto insuccessi. Il testo si rivolge direttamente a varie categorie di credenti (gli umili, i miseri, i buoni) che qui si identificano nella figura del «giusto» (ṣaddîq), posto in continuo contrasto con l'«empio» (rāšā‘), figura sempre presente per ricordarci la lotta spirituale della vita (vv. 1, 12).

Dinanzi a questa apparente ingiustizia, il Salmo non propone una teoria astratta, ma offre la saggezza di un anziano credente che invita a cambiare prospettiva e a guardare oltre l'apparente nascondimento di Dio (v. 25). Il testo ci esorta a non fermarci al singolo fotogramma del presente e a superare l'agitazione o il risentimento (vv. 7-8). L'apparente trionfo del malvagio è solo un'illusione destinata a svanire rapidamente come l'erba al sole, come la vegetazione dei campi arsa dal calore estivo o come una bolla di fumo che si dissolve nel nulla (vv. 2, 20). La vera risposta del credente risiede nella pazienza e nel silenzio fiducioso davanti a Dio, un silenzio che non è rassegnazione passiva ma profondo affidamento e operosità nel bene (v. 7).

Il cuore del messaggio biblico sta nell'invito a cercare la gioia nel Signore, lasciando che sia Lui a purificare ed esaudire i desideri del nostro cuore (v. 4). L'espressione «vivi con fede» (v. 3) può essere resa anche come un invito a «vivere tranquillo» o a «godere di pascoli sicuri», custoditi dalla fedeltà divina. Dio garantisce che la giustizia del credente brillerà come la luce del meriggio (v. 6) e che la Sua cura paternale non verrà mai meno, persino nei momenti di caduta o nei «giorni della fame», in cui il giusto sperimenterà un'abbondanza provvidenziale (vv. 19, 24).

Questa promessa troverà poi un'eco profonda nelle parole di Gesù, quando proclamerà beati i miti assicurando loro l'eredità della terra (v. 11). La terra promessa dal Salmo non è un semplice possesso materiale, bensì il dono della pace interiore (šālôm), intesa come autentica prosperità e piena comunione con Dio, una condizione che la ricchezza disonesta non potrà mai comprare (vv. 11, 16). L'atteggiamento minaccioso dell'empio, che sguaina la spada e digrigna i denti contro l'innocente (vv. 12, 14), viene completamente ridimensionato dal Signore che «ne ride», poiché vede già giungere il giorno della resa dei conti in cui le armi del male si ritorceranno contro chi le ha impugnate (vv. 13, 15).

Guardando all'intera esistenza, il Salmista testimonia con gratitudine che chi confida nel Signore non viene mai svergognato né abbandonato (v. 25). Più che un uomo semplicemente "buono", l'uomo di fede è una persona "integra" (tāmîm) la cui autentica ricchezza risiede nel sostegno divino, una certezza incrollabile in ogni momento del cammino (vv. 17, 18). La benedizione di chi vive nella rettitudine e nella generosità si trasforma in un bene sovrabbondante, capace di soccorrere il prossimo e di riversarsi sulle generazioni future (vv. 21, 26). Per questo, anche nei periodi di prova, siamo chiamati a continuare a fare il bene con fiducia (v. 3), certi che il Signore sostiene con amore la vita del giusto e ne guida i passi verso una salvezza definitiva (vv. 23-24).

- Rev. Dr. Luca Vona


Un maestro che si prende cura

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUATTORDICESIMA DOMENICA
DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità; affinché possiamo ottenere ciò che hai promesso, compiendo ciò che hai comandato. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Gal 5,16-24; Lc 17,11-19

Commento

Gesù si trova ai limiti di Israele, tra la Samaria e la Giudea, in un territorio a popolazione mista, in parte di etnia ebraica, in parte di etnie straniere. I samaritani, oltre che provenire da diverse nazionalità, praticavano un culto sincretico in un tempio sul Monte Gherizim; la loro religiosità teneva in gran considerazione il Pantateuco ma affiancava al timore per il Dio biblico il culto di idoli pagani. Per tali ragioni erano grandemente disprezzati dal popolo di Israele.

La comune sorte della malattia aveva unito i lebbrosi protagonisti di questo episodio evangelico, in parte ebrei e in parte samaritani, nella vita al di fuori della società. I lebbrosi infatti dovevano seguire precise disposizioni della legge levitica (Lv 13), abitare fuori dalle città e mantenersi ad ampia distanza da chi avrebbero incontrato, annunciando a gran voce la propria impurità.

Alla vista di Gesù il loro grido di dolore si volge verso di lui, che viene riconosciuto non come semplice didàskalos, "insegnante", ma come "maestro", epistàta (cfr. Lc 5,5), cioè come colui che si prende cura dei suoi allievi; questo titolo nel Vangelo di Luca gli è attribuito normalmente dai discepoli.

Gesù compie la guarigione ma chiede ai lebbrosi di andare prima a mostrarsi ai sacerdoti. La legge infatti non è stata ancora abolita, il velo del tempio non è stato ancora squarciato dalla sua morte. I lebbrosi guariscono strada facendo, ma solo uno torna indietro a ringraziare Gesù e, prostratosi, ne riconosce la natura divina. 

Gli altri nove, perché non sono tornati a glorificare colui dal quale avevano implorato la guarigione? Forse la ritenevano come dovuta, attribuivano ai propri meriti il miracolo compiuto da Gesù. Si mostrano come coloro che scampato il pericolo, mancano di gratitudine. 

Anche noi rischiamo di essere pronti a ricorrere a Dio con fede nelle difficoltà, ma spesso ci dimentichiamo di ringraziarlo quando le nostre preghiere vengono esaudite. Quanto spazio vi è nella nostra preghiera per la supplica e quanto per la lode?

Gesù invita il samaritano ad alzarsi e ne proclama la salvezza per fede. Questi non solo è guarito da un male che lo teneva al di fuori della società civile, ma è stato illuminato spiritualmente dalla grazia riconoscendo Gesù come Signore.

Cristo ci purifica da quei peccati e da quelle ferite che ci tengono separati dalla comunione fraterna, non guarda alla nostra storia passata e non fa distinzioni. D'altronde, come nota Paolo nella sua lettera ai Galati: "le promesse furono fatte ad Abrahamo e alla sua discendenza: non dice «E alle discendenze» come se si trattasse di molte, ma come di una sola: «E alla tua discendenza», cioè Cristo" (Gal 3,16). In Cristo siamo salvati, non mediante la legge, ma mediante la promessa fatta ad Abramo, patriarca di un'eredità numerosa come la sabbia del mare.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 5 settembre 2026

La mente creatrice del futuro: un'analisi sulla meditazione buddhista

Perché la felicità non dipende da dove siamo, ma da come pensiamo

C'è una domanda che attraversa ogni cultura e ogni epoca: perché, a parità di circostanze, due persone vivono la stessa situazione in modo completamente diverso? La risposta arriva da millenni di osservazione della mente umana, e nel buddhismo ha un nome preciso: dukkha, la sofferenza insoddisfacente che pervade l'esistenza condizionata. La prima delle Quattro Nobili Verità non dice che il mondo sia negativo in sé, ma che il nostro modo abituale di relazionarci ad esso genera sofferenza. Non è il mondo a determinare il nostro benessere, ma il modo in cui lo elaboriamo.

Immaginiamo l'essere umano come un sistema a tre livelli, profondamente interconnessi: il corpo, l'ambiente e la mente. Il corpo è la nostra interfaccia biologica — sonno, alimentazione, equilibri ormonali plasmano continuamente il nostro stato psicofisico. Basta una banale reazione istaminica a una puntura d'insetto per generare irritabilità del tutto slegata da cause esterne. L'ambiente, a sua volta, ci modella: nessuno esiste isolato, e questo richiama il principio dell'origine dipendente (pratityasamutpada), secondo cui nulla esiste per conto proprio ma tutto sorge in relazione a cause e condizioni. Ma la relazione è biunivoca: se l'ambiente ci trasforma, è la nostra mente a determinare, in larga parte, l'ambiente che costruiamo attorno a noi.

Il vero moltiplicatore: la mente

Tra questi tre fattori, ce n'è uno che pesa più di tutti gli altri messi insieme. Una tradizione contemplativa racconta di un allievo che chiese al proprio maestro di consultare gli astri per sapere se un certo giorno fosse propizio per un viaggio già organizzato. Il maestro rifiutò, spiegando che l'influenza della mente sulla nostra esperienza supera di mille volte quella di qualsiasi congiunzione astrale.

Siamo abituati a cercare fuori di noi il colpevole del nostro disagio, nella speranza illusoria di poter controllare l'ambiente per essere finalmente sereni. Questo meccanismo ci imprigiona in ciò che il buddhismo chiama i tre veleni della mente: l'attaccamento (raga) per ciò che riteniamo piacevole, l'avversione (dvesha) per ciò che riteniamo dannoso, e l'ignoranza (avidya) — il non vedere le cose così come realmente sono — che alimenta entrambi. Sono queste le radici del samsara, il ciclo di esistenza condizionata in cui restiamo intrappolati finché non impariamo a riconoscerne il funzionamento.

Anche il contesto più idilliaco non è una garanzia. In un celebre aneddoto della tradizione tibetana, un praticante occidentale, dopo aver setacciato l'India in cerca del ritiro perfetto, si stabilì in una baita isolata tra le montagne — per scoprire, poche settimane dopo, che persino il canto degli uccelli lo faceva impazzire. Una mente non allenata trova comunque un motivo di sofferenza, ovunque si trovi. Una mente allenata, al contrario, mantiene il proprio equilibrio anche nella malattia o nel conflitto — questa è, in fondo, la promessa della terza Nobile Verità: la cessazione della sofferenza è possibile.

Le abitudini che ci costruiscono (o ci intrappolano)

Ogni esperienza nasce dall'incontro tra condizioni esterne — persone, luoghi, eventi — e condizioni interne: il nostro stato mentale del momento. Queste condizioni agiscono da inneschi, risvegliando predisposizioni che ci portiamo dietro da tempo, ciò che la dottrina karmica descrive come semi (bija) depositati da azioni passate, pronti a germogliare quando incontrano le circostanze giuste. Se abbiamo una forte tendenza alla rabbia, basterà una scintilla minima per farla esplodere — e ogni volta che reagiamo con aggressività, rinforziamo quel circuito, seminando nuovo karma per la prossima occasione.

Qui si nasconde una delle scoperte più interessanti delle neuroscienze contemporanee, che dialoga sorprendentemente bene con la filosofia buddhista: il cervello è plastico per definizione. Non è semplicemente possibile cambiare — è impossibile non farlo. Questo trova un'eco precisa nella dottrina dell'anatta, l'assenza di un sé fisso e immutabile: se non esiste un "io" statico ma un flusso continuo di condizionamenti, allora la trasformazione non è solo possibile, è la natura stessa della mente. Ogni lamentela allena la lamentela; ogni scorrimento distratto sullo schermo dello smartphone allena la distrazione. Il filosofo indiano Shantideva, nel suo trattato sulla condotta del bodhisattva, scriveva già secoli fa che non esiste nulla che non diventi più facile con l'abitudine.

Il vero spazio di libertà non sta nel controllare le circostanze, ma nello scegliere consapevolmente con cosa allenarci — un esercizio che nella tradizione prende il nome di sati, la piena consapevolezza del momento presente, quarto elemento del Nobile Ottuplice Sentiero. Molti di noi vivono il presente come pura reazione al passato: reagiamo oggi a ferite di anni prima, restando prigionieri di nodi mai sciolti.

L'alternativa è trattare ogni istante presente come una causa che genera il futuro, secondo la legge di causa ed effetto (karma) che permea l'intero impianto etico buddhista. Se desideriamo relazioni armoniose ma rispondiamo con aggressività al primo attrito, stiamo seminando l'esatto opposto di ciò che vogliamo raccogliere. Per questo, di fronte a una difficoltà, la domanda "perché mi succede questo?" è quasi sempre sterile. Molto più utile chiedersi: di fronte a questa situazione, qual è l'azione che mi avvicina al futuro che desidero? È lo spirito della retta azione e del retto sforzo, due tappe del sentiero verso la liberazione.

Meditare non è svuotare la mente

Qui si inserisce un equivoco molto diffuso. In sanscrito la parola per meditazione è bhavana, in tibetano gom: entrambe significano, letteralmente, "familiarizzare" o "coltivare". Non si tratta di raggiungere il vuoto mentale o di dissociarsi dalla realtà, ma di coltivare deliberatamente uno stato mentale virtuoso — amore (metta), compassione (karuna), pazienza, stabilità — ripetendolo fino a renderlo spontaneo. È il seme del bodhicitta, l'intenzione altruistica di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza, che nella tradizione mahayana rappresenta il motore stesso della pratica. Per questo la meditazione richiede sempre un oggetto preciso: svuotare la mente può dare sollievo immediato, ma nel lungo periodo rischia di produrre una forma di anestesia emotiva, non di crescita.

Il meccanismo è lo stesso che regola qualsiasi abitudine fisica: cambiare postura, o rinunciare a un alimento a cui teniamo, richiede all'inizio uno sforzo cosciente e talvolta scomodo. Con la ripetizione, quello sforzo si trasforma in un gesto naturale. Allo stesso modo, "meditare sull'amore" non significa analizzarlo a tavolino — studiare la teoria del sollevamento pesi non fa crescere i muscoli. Bisogna generare concretamente il sentimento e restarci dentro il più a lungo possibile, senza lasciarsi trascinare altrove dalla mente, coltivando quella qualità di attenzione sostenuta che i testi classici chiamano shamatha, la calma dimorante.

Il vero nemico: la pigrizia

Se la meditazione è così efficace, perché così pochi la praticano con costanza? Il primo ostacolo è la pigrizia, che affonda le radici in un meccanismo cerebrale molto concreto: la tendenza a risparmiare energia ogni volta che è possibile. Non è un caso che la nostra memoria si sia progressivamente indebolita nell'era digitale, mentre i monaci buddhisti dell'antichità tramandarono oralmente, per secoli e con fedeltà quasi perfetta, centinaia di sutra.

La pigrizia è la combinazione paradossale di sapere che un'azione è importante e non avere comunque voglia di farla. Per superarla serve un processo in quattro passaggi, ben noto alla letteratura contemplativa classica. Prima la fiducia (shraddha) — credere davvero che un certo stato interiore sia raggiungibile, come chi ha sete crede nella capacità dell'acqua di dissetarlo. Poi una forma sana di allarme — la consapevolezza lucida di cosa comporta non agire. Da questi due elementi nasce l'aspirazione, il desiderio orientato verso il cambiamento. E infine il retto sforzo (virya): l'energia, una delle sei perfezioni (paramita) del percorso del bodhisattva, che ci fa superare la soglia dell'inerzia.

Diventare alberi, non foglie

L'obiettivo finale di questo lavoro interiore è la stabilità, ciò che il Nobile Ottuplice Sentiero chiama retta concentrazione. Una metafora efficace la descrive così: una foglia nel vento è in balìa totale degli eventi, mentre un albero dalle radici profonde sente lo stesso vento, si piega, ma non cade — perché è ancorato. Stabilità non significa insensibilità: significa flessibilità, la capacità di attraversare le tempeste senza perdere l'equilibrio né la gioia, quella qualità che i testi tibetani associano all'equanimità (upeksha), il quarto degli "incommensurabili" insieme ad amore, compassione e gioia empatica.

I problemi non spariranno mai del tutto: sperare di essere felici solo in loro assenza è come voler asciugare un pavimento lasciando il rubinetto aperto. Il primo passo per cambiare davvero è smettere di aspettare che sia il mondo a farlo per noi, e trovare il coraggio di guardarsi dentro, applicando pazienza alla rabbia, amore all'odio, gratitudine all'insoddisfazione — la trasformazione dei veleni in saggezza di cui parla la via del Vajrayana. Non recriminazione, ma cura attiva.

Imparare a meditare, in fondo, è come imparare a guidare: all'inizio richiede attenzione e fatica. Ma una volta acquisito lo strumento — che il Buddha stesso paragonava a una zattera per attraversare il fiume della sofferenza — va usato ogni giorno, per orientare con più lucidità la direzione della propria vita.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 4 settembre 2026

Sorella Maria, fondatrice dell'Eremo di Campello

Il 5 settembre 1961 passa da questo mondo al Padre, all'età di 86 anni sorella Maria, fondatrice della comunità dell'Eremo di Campello. Nata nel 1875 a Torino, Valeria Paola Pignetti fu una donna di salute malferma, dotata di grande forza interiore e di dolcezza; fin da giovane mostrò una propensione alla solitudine contemplativa e all'apertura verso gli altri.
Entrata nel 1901 nell'istituto delle Francescane Missionarie di Maria, per diciotto anni accolse con obbedienza i servizi sempre più impegnativi che le venivano affidati. Terminata la prima guerra mondiale durante la quale aveva assistito i feriti, lasciò con il permesso dei superiori l'istituto, in cerca di «un più largo respiro».
Dopo tre anni, essa diede vita nei pressi di Campello sul Clitumno in Umbria, a una delle esperienze più limpide di vita evangelica del xx secolo, dapprima nel Rifugio San Francesco, e dal 1926 nell'Eremo francescano, sopra le fonti del Clitumno. Restaurato questo antico eremo, sorella Maria vi visse fino alla morte, assieme ad alcune compagne, con un programma fatto soltanto di preghiera, lavoro e accoglienza degli ospiti, in una tensione via via crescente alla comunione con ogni creatura.
Sorella Maria ebbe rapporti epistolari con Gandhi, Albert Schweitzer, Friedrich Heiler, Primo Mazzolari, Evelyn Underhill, Giovanni Vannucci e molti altri. A motivo della sua amicizia con Ernesto Buonaiuti, e poiché presto erano entrate a far parte della sua comunità alcune sorelle non appartenenti alla chiesa cattolica, essa fu a lungo osteggiata dall'autorità ecclesiastica, e dovette rinunciare per quasi trent'anni alla celebrazione della messa nell'Eremo di Campello.
Quando si profilò la fine dell'interdetto, Maria, secondo le sue stesse parole, era ormai oltre, prossima a quella comunione cosmica cui aveva a lungo anelato, e che poté raggiungere nel 1961, al termine di una vita di grandi sofferenze, ma all'insegna di una grande pace interiore.

Tracce di lettura

Cara Amata, occorre che io ti spieghi per quanto posso la mia attitudine verso i fratelli; affinché io ti sia chiara, in questo, come voglio essere chiara in tutto. Ogni credenza o professione religiosa d'ogni fratello m'ispira rispetto e interessamento, non in se stessa, ma perché è del fratello, ed è come una risultante del suo temperamento, delle sue esperienze, del suo ambiente, del suo tempo.
Del tenermi lontana o vicina ai fratelli di diversa credenza, non mi sono mai preoccupata. A me preoccupa solo il debito di amore che ho verso ogni fratello.
(Sorella Maria, Lettere a Amy Turton)

Per me la chiesa è la società dei credenti. Ogni credente sincero fa parte dell'anima della chiesa; è il concerto cattolico per eccellenza. Dunque non solo con un fratello cristiano, ma con un fratello israelita o pagano, io mi sento in comunione spirituale, se egli crede e spera e ama. Con quelli poi tra i fratelli che cercano Cristo con sincerità e desiderio, io sento che «siamo un solo pane in Lui» e credo che tanto più siamo cristiani, quanto più siamo uniti; anzi è una condizione indispensabile. Ne vengono di conseguenza il rispetto scambievole, il «prevenirci con l'onore» e tutte le altre cose.
(Sorella Maria, Lettere)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Sorella Maria di Campello

Fermati 1 minuto. Gesù, parola vivente della legge

Lettura

Luca 6,1-5

1 Un giorno di sabato passava attraverso campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2 Alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso di sabato?». 3 Gesù rispose: «Allora non avete mai letto ciò che fece Davide, quando ebbe fame lui e i suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell'offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». 5 E diceva loro: «Il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

Commento

La povertà di vita abbracciata da Gesù e dai suoi discepoli è ben rappresentata da questo episodio evangelico, in cui, passando per i campi, i discepoli spigolano il grano e si cibano dei suoi chicchi. I farisei, lungi dall'affrontare direttamente Gesù, muovono il loro rimprovero direttamente ad essi, accusandoli di compiere un'azione vietata in giorno di sabato. In realtà la spigoltura era consentita dalla legge (Dt 23,26), che anzi vietava agli agricoltori di raccogliere le spighe cadute in terra durante la mietitura, essendo queste destinate da Dio ai poveri. A un agricoltore era dunque proibito lavorare di sabato ma un povero poteva raccogliere sufficiente grano per sfamarsi.

In questo che rappresenta il secondo di sei episodi riguardanti l'azione e la predicazione di Gesù contro le restrizioni del sabato egli accusa i farisei di ignoranza verso le Scritture, portando in questo caso l'esempio di Davide in fuga da Saul (1 Sam 21,1-6); l'ignoranza dei farisei non è tanto legata alla precettistica, quanto al senso profondo della legge stessa, ovvero il primato della carità. Il sabato è fatto per glorificare Dio, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione delle Scritture, ma anche alla cura del prossimo, come attestano le diverse guarigioni compiute da Gesù in questo giorno della settimana.

Trasformare il mezzo in un fine, l'osservanza esteriore della legge in una religiosità fredda, superficiale e ostentata, rende incapaci di comprendere la natura stessa di Dio, manifestata nel suo Figlio. Nel momento in cui Gesù afferma di essere "Signore del sabato" egli proclama la propria divinità, ponendosi al di sopra della legge stessa, in quanto suo autore e Messia che la porta a compimento.

Nessuna norma di disciplina ecclesiastica, nessun precetto etico o morale può avere un senso di per se stesso, per il cristiano, se non è fondato su Gesù Cristo, come modello e regola di vita, se non ha la carità come principio, sostegno e fine della propria azione. Di quanti precetti anche tanti buoni cristiani spesso si caricano senza comprenderne il senso e confidando in essi quasi dispensassero la grazia in modo "automatico": digiuni, preghiere, voti. E di quante norme "canoniche" certe autorità ecclesiastiche caricano le spalle dei credenti, soggiogandoli e costringendoli a portare pesi che non toccherebbero con un dito!

Il Figlio di Dio è venuto ad abolire la legge sublimandola nel grande precetto della carità: quella carità che, come dichiara Paolo, "non avrà mai fine"; perché solo tre cose rimangono: "la fede, la speranza e la carità; ma di tutte la più grande è la carità" (1 Cor 13,1-13). Lungi dal chiamarci a vivere una vita senza legge, una vita "sregolata", Gesù ci offre la regola aurea dell'amore, plasmata su di sé come su un libro vivente, da meditare notte e giorno. Ben possiamo applicare al Verbo di Dio incarnato quanto affermato nel libro di Giosuè: «Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto» (Gs 1,8).

Preghiera

Tienici al riparo, Signore, da una religiosità sterile ed esteriore; aiutaci ad agire sempre secondo il primato dell'amore, che si è manifestato come compimento della legge nel tuo Figlio unigenito Gesù Cristo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 3 settembre 2026

Mosè, colui che parlava con Dio faccia a faccia

Oggi negli antichi calendari delle chiese d'oriente e d'occidente si ricorda Mosè,
amico del Signore e profeta.
Mosè, che la Torah chiama «amico del Signore» e «profeta», visse probabilmente nel XIII secolo a.C., e morì alle soglie della terra promessa. La Torah si chiude con il racconto della sua morte: « Mosè, servo del Signore, morì sul monte Nebo, nel paese di Moab, sulla bocca del Signore» (Dt 34,5), e commenta: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia, come un uomo parla con l'amico» (Dt 34,10).
Poiché, prima di morire, Mosè aveva annunciato a Israele: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (Dt 18,15), i cristiani hanno riconosciuto in Gesù il nuovo Mosè, ovvero il profeta che ha inaugurato i tempi ultimi dando l'interpretazione messianica e definitiva della Torah.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose