Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 13 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Guardate a lui e sarete salvi

Lettura

Giovanni 3,13-17

13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Commento

Colui che schioderà Cristo dalla Croce, Nicodemo, riceve anticipatamente da Gesù, in un intimo colloquio notturno, la rivelazione che è il cuore del Vangelo: Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo non perché il mondo venga giudicato, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Nicodemo aveva riconosciuto in Gesù un profeta, ma ora gli viene fatto comprendere che nessun profeta è al pari di Gesù, il Figlio di Dio disceso dal cielo. Mosé ascese sul monte Sinai, ma Cristo è asceso al Padre, per questo è capace di rivelare i misteri di Dio e la sua volontà. Nelle parole di Gesù abbiamo una descrizione della sua duplice natura e del mistero dell'incarnazione: la natura divina, discesa nella carne, e quella umana assunta dalla sua divinità.

Il libro dei Numeri (Nm 21,4-9) narra che Mosè, su ordine di Dio, mise un serpente di rame sopra un'asta per guarire gli israeliti dal morso dei serpenti, che erano stati inviati come castigo per le mormorazioni del popolo durante l'esodo nel deserto. Servendosi del verbo greco hypsoo, "sollevare", che implica la glorificazione, Giovanni richiama l'esaltazione di Gesù nella gloria della sua morte e resurrezione.

Vi è un parallelo tra le parole dette da Dio a Mosè, relativamente al serpente di rame, "Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita" (Nm 21,8) e le parole di Gesù "bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (vv. 14-15). Guardare a Cristo con fede conduce alla salvezza. 

Questo è il primo di diciassette riferimenti alla vita eterna presenti nel Vangelo di Giovanni. L'eternità della vita donata da Cristo non è un riferimento meramente quantitativo ma soprattutto qualitativo, indicando la contemplazione di Dio e la piena santificazione; una realtà che chi crede in Cristo comincia a sperimentare già prima della morte.

Credere nel nome di Gesù (v. 16) implica non solo una adesione intellettuale ma un fiducioso abbandono a Cristo per essere rigenerati da lui. Gesù rivela che l'amore di Dio per il mondo non include solo Israele ma tutti gli esseri umani. Quello di Dio non è un amore in senso puramente sentimentalistico, ma un amore che si fa dono di quanto egli ha di più prezioso, il suo Figlio unigenito.

Il cristiano adora la croce non di per sé, perché adorare la croce senza il redentore sarebbe insensato. Noi siamo chiamati ad adorare colui che ha trasformato uno strumento di supplizio nell'albero della vita, rendendo Dio presente nell'umanità ferita, umiliata, disprezzata, fattasi carico del peccato. Allora la croce, stoltezza per i sapienti di questo mondo, può essere compresa come sapienza e potenza di Dio (1 Cor 1,18).

Preghiera

Attiraci a te, o Cristo, affinché liberi dai rivolgimenti di questo mondo possiamo restare saldi nella tua parola di salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

L'ansia per il mondo e quella per il Regno

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Custodisci, ti supplichiamo, Signore, la tua Chiesa con la tua misericordia; e, poiché per la fragilità umana senza di te non possiamo che cadere, mantienici sempre al riparo da ciò che è dannoso e guidaci verso ciò che è profittevole per la nostra salvezza; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Gal 6,11-18; Mt 6,24-34

Commento

Gesù ci raccomanda di non avere ansia per le ricchezze o per il nostro domani, ma è giusto avere ansia per la nostra salvezza e per la salvezza del prossimo; il cristiano e la Chiesa non devono mai venir meno a tale sollecitudine.

La vita del cristiano non è spensierata e concentrata sul cogliere edonisticamente l'attimo presente. Preghiamo invocando il Regno di Dio e il compimento della sua volontà, sospiriamo come le anime davanti al trono dell'agnello e come il salmista, dicendo "Fino a quando Signore?" (Sal 13,1; Sal 79,5; Ap 6,10).

Il messaggio evangelico non ci chiede di essere anestetizzati, di fuggire il senso di limitatezza e imprevedibilità che caratterizza la nostra esistenza umana in questo mondo. C'è un'ansia da curare e c'è un'ansia che non necessita di cure, perché è semplicemente un richiamo della retta coscienza a lavorare nella vigna che il Signore ci ha affidato, in prossimità del suo ritorno.

Esiste poi un'ansia religiosa contraria alla volontà di Dio. L'apostolo Paolo ci parla nella sua Lettera ai Galati, di coloro che vogliono fare bella figura nella carne e costringono gli altri a farsi circoncidere per non essere perseguitati per la croce di Cristo (Gal 6,12). Costoro sono anche ipocriti, perché "neppure quelli stessi che sono circoncisi osservano la legge, ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare nella propria carne" (Gal 6,13). 

Anche le chiese cristiane rischiano di adottare segni esteriori, atteggiamenti etici e pastorali, nell'ottica del conformismo e alla ricerca del consenso, per evitare le persecuzioni del mondo. Viene persa, così, quella sollecitudine positiva per l'evangelizzazione, per l'annuncio coraggioso del vangelo.

Gesù ci vuole liberare da queste ansie sbagliate, che esprimono un ripiegamento egocentrico e, in definitiva, una vita meschina e sofferente. Ci chiede di spostare il baricentro da noi stessi, liberandoci dalla schiavitù che caratterizza il timore della perdita, l'avversione per ciò che disturba i nostri interessi, il senso di incertezza che paralizza la nostra volontà.

La vita nella grazia è un'esperienza di liberazione da tutte quelle sollecitudini vane, perché legate a ciò che è transitorio, impermanente, imponderabile. Da tutto ciò che è rassicurazione illusoria di essere salvati, come la circoncisione, le questioni di cibo o di bevanda (Rm 14,17), o qualsiasi altro segno "esteriore" di appartenenza religiosa. 

È la riscoperta di un'esistenza centrata in Dio, alimentata dalla fiducia nel Padre, che con amore si prende cura delle sue creature. Egli stesso infatti ci rivestirà di un abito nuovo e splendente, come e più dei gigli del campo; ci donerà un abito di santità, perché “né la circoncisione né l'incirconcisione hanno alcun valore, ma l'essere una nuova creatura” (Gal 6,15).

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 10 settembre 2026

Barsauma il nudo e il digiuno dal mondo

La Chiesa copta fa oggi memoria di Barsauma, detto il Nudo, uno dei santi più popolari d'Egitto. Barsauma nacque al Cairo attorno al 1257, da una famiglia ricca e nobile della città. Il suo nome, di chiara origine siriaca, significa «figlio del digiuno», e riferisce un elemento importante della vita del santo. Egli fu infatti totalmente privato dell'eredità dalle macchinazioni di uno zio, e alla morte dei genitori si ritrovò totalmente povero e abbandonato. Barsauma allora, non ancora ventenne, invece di rivolgersi alle autorità per far valere i suoi diritti, preferì lasciare gli ambienti mondani per condurre una vita poverissima da asceta vagabondo e mendicante. Coperto soltanto di un mantello - da cui il soprannome di «Nudo» - egli visse nei quartieri più poveri della città come una sorta di folle per Cristo. Di fronte all'inasprirsi delle persecuzioni contro i cristiani, Barsauma testimoniò con coraggio la propria fede e fu anche imprigionato. Per questo motivo è ricordato con il titolo di confessore. Dopo aver vissuto in una grotta nella chiesa di San Mercurio al Cairo Vecchio, Barsauma si trasferì nel monastero di Sahran, a sud del Cairo, dove visse da recluso gli ultimi quindici anni della sua vita. Egli morì i1 5 nasī del 1317, fu seppellito a Sahran, e la sua fama si diffuse in tutto il medio oriente. Per la solitudine e l'asprezza della sua vita, egli è paragonato nell'eucologia copta a Mosè, Giovanni il Battista, Paolo l'Eremita e Antonio il Grande.

Tracce di lettura

Riuniamoci dunque, o diletti, e lodiamo con gioia quest'uomo retto, il nostro santo padre abba Barsauma, il quale disprezzò questo mondo con la sua vita piena di sofferenze, e con grandi patimenti amò il Cristo suo Signore.
Il suo nome si diffuse per tutto l'universo, a causa delle sue elevate virtù e della sua angelica purezza.
Dava forza a tutti coloro che venivano a lui da ogni luogo, con carità perfetta e con misericordia.
Beato te in verità, o padre nostro santo abba Barsauma, perché hai adempiuto i comandi del nostro buon Salvatore.
Prega il Signore per noi, o mio signore padre e asceta abba Barsauma il Nudo, affinché ci rimetta i nostri peccati.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. La carità come libertà

Lettura

Luca 6,27-38

27 Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28 benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29 A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30 Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31 Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 32 Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33 E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35 Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.
36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Commento

"Amate...", "fate del bene...", "benedite...", "pregate..."; l'autorevolezza di Gesù, nel corrispettivo lucano del Discorso della montagna (Mt 5-7), si esprime in questi quattro imperativi. Il messaggio non è totalmente sconosciuto all'Antico Testamento e alla letteratura giudaica, ma nuova è la forza dell'insegnamento che viene impartito e il fatto che Gesù ne sia il modello fin sulla croce (Gesù diceva: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno"; Lc 23,34).

Gesù enuncia i principi su cui si fonda la sua comunità: il perdono e l'amore dei nemici. Mentre in Matteo il riferimento negativo è ai "pagani" e ai "pubblicani" Luca propone semplicemente la parola "peccatori" (vv.32-33); i destinatari del suo Vangelo sono infatti pagano-cristiani, che difficilmente avrebbero compreso i termini usati da Matteo.

Anche finito il tempo delle persecuzioni (Lc 27-29) sono questi i valori guida che devono ispirare il comportamento dei seguaci di Cristo. "Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (v. 31) è la versione positiva della "regola d'oro", presente anche in scritti sapienziali giudaici e pagani.

Rispetto a Matteo ("Infatti se amate quelli che vi amano quale merito ne avete?"; Mt 5,46) all'idea giuridica di ricompensa Luca preferisce il concetto di "grazia" (charis), che richiama il favore divino.

L'invito a essere misericordiosi (oikotirmòn) figura soltanto in questo passo di Luca (v. 36) e nella lettera di Giacomo (Gc 5,11). Nel passo parallelo di Matteo (Mt 5,48) l'invito è ad essere "perfetti" (teleioi). La misericordia rappresenta, dunque, la perfezione della vita cristiana e la comunione con Dio, che si proclama misericordioso già davanti a Mosè (Es 34,6) e che "fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni" (Mt 5,45).

L'esortazione a non giudicare (v. 37) non implica l'assenza di discernimento ma condanna uno spirito che si fa forte giustificandosi da sé. Tale atteggiamento contraddirebbe il percorso di autospoliazione proposto da Gesù e ben rappresentato dal lasciare anche la tunica a chi ci porta via il mantello. Gesù ci invita alla libertà che deriva dal depotenziare i nostri nemici rinunciando a ogni tentativo di rivalsa; la libertà che solo chi non si lascia prendere al laccio da alcun bene, chi non ha nulla da perdere, può sperimentare.

C'è da domandarsi se il "Discorso della pianura" lucano, così come quello "della montagna" narrato da Matteo possano essere realmente applicati; se sia umanamente possibile amare i propri nemici, pregare per loro e benedirli. Guardando alle sole forze dell'uomo la risposta è certamente no. Solo lo Spirito santificante, donato ai credenti, può trasformare il cuore dell'uomo e renderlo simile al cuore di Dio. 

Preghiera

Insegnaci ad amare, Signore, come tu ci hai amato; affinché percorrendo la via stretta che hai tracciato per noi possiamo giungere alla piena comunione con te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 8 settembre 2026

Poemen e la conoscenza della propria fragilità

La Chiesa copta fa oggi memoria di abba Poemen, monaco del deserto egiziano vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo. L'esatta ricostruzione della sua figura storica costituisce uno dei puzzle più intricati dell'agiografia moderna. Quel che è certo, tuttavia, è che Poemen fu ritenuto portatore di insegnamenti talmente importanti da attribuire a lui oltre un ottavo di tutto il corpo dei Detti dei padri del deserto. 
Secondo la letteratura apoftegmatica, egli nacque attorno al 350, visse nell'insediamento monastico di Scete dove si era recato assieme a sei fratelli, ed entrò in contatto con le più grandi figure spirituali di quel tempo. Di lui si ricordano parole assai significative sul tema del discernimento spirituale, che per Poemen nasce dalla conoscenza della propria e dell'altrui fragilità. Soltanto l'umiltà, quindi, il non giudicare, il non fare paragoni, possono condurre un uomo a conoscere ciò che è possibile conoscere di se stesso e del fratello che gli sta accanto. Da ciò scaturiscono quella condiscendenza e quella misericordia che sole pongono il credente in cammino sulle tracce del Dio rivelato da Gesù Cristo. Poemen è ricordato anche da diversi calendari bizantini e orientali, e il Baronio ne introdusse il nome nel Martirologio Romano del 1573.

Tracce di lettura

Il padre Poemen disse: «Il vigilare, lo stare attenti a se stessi, e il discernimento, queste tre virtù sono guide dell'anima».
Disse ancora: «Da qualsiasi pena tu sia colto, la vittoria è il tacere».
Disse abba Poemen: «Vi è un uomo che sembra tacere e il suo cuore giudica gli altri; costui parla sempre; e ve ne è un altro che parla da mane a sera e conserva il silenzio; non dice cioè niente che non sia di edificazione».
Un fratello chiese al padre Poemen: «Se vedo la caduta di un fratello, è bene nasconderla?». L'anziano gli rispose: «Nell'ora in cui copriremo la caduta del fratello, anche Dio coprirà la nostra; nell'ora in cui la sveleremo, anche Dio svelerà la nostra»
(Detti dei padri del deserto, Poemen 35, 37, 27 e 64)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

Detti dei Padri del Deserto – San Poemen Abate – “Ipocrita è chi insegna al  suo prossimo una cosa a cui egli non è ancora arrivato” – Francesco, va',  ripara la mia casa
Poemen (ca 350-450)

Fermati 1 minuto. Il vangelo in quattro parole

Lettura

Luca 6,20-26

20 Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
21 Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. 23 Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
24 Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
25 Guai a voi che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Commento

Le beatitudini sono il sommario della legge di tutto l'evangelo, il suo cuore pulsante, che racchiude il senso dell'intera predicazione di Gesù. L'evangelista Luca le riassume in quattro rispetto alle nove di Matteo, e le controbilancia facendole seguire da quattro maledizioni. Gesù alza gli occhi verso i suoi discepoli prima di pronunciarle (v. 20); questo ci fa pensare che forse la narrazione di Luca si riferisce a un'occasione più intima rispetto al discorso riportato nel Vangelo di Matteo, dove Gesù "vedendo le folle salì sulla montagna" (Mt 5,1). 

L'oggetto delle quattro beatitudini sono rispettivamente: la povertà, la fame, il pianto e la persecuzione. Quello delle quattro maledizioni la ricchezza, la sazietà, il riso e la buona fama. Bisogna fare qui delle importanti precisazioni: Gesù non esalta la povertà di per sé; ma mostra una particolare predilezione per coloro che sono messi ai margini della società, fino a proclamare la beatitudine per coloro che "a causa del Figlio dell'uomo" (v. 22) incorrevano nella scomunica dalla sinagoga, venendo votati alla perdizione. Tante volte anche nella storia della chiesa sono stati messi al bando coloro che si sono opposti profeticamente al tradimento dei valori evangelici.

La prima maledizione riguarda un pericolo dal quale Gesù frequentemente mette in guardia nella sua predicazione: "non si può servire Dio e la ricchezza" (Mt 6,24). Accumulare e gestire la ricchezza richiede tempo e dispendio di energie, che inevitabilmente vengono sottratte alle prerogative del regno. 

La semplicità di vita, nell'attesa della paraklesis, ovvero della consolazione (v. 24) alla fine dei tempi è il tratto distintivo del vero discepolo, il quale fin d'ora, come afferma Paolo nella sua Prima lettera ai Corinzi, vive come se non appartenesse più a questo mondo: "Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!" (1 Cor 7,29-31).

Sentirsi "ricchi", sentirsi "sazi", sentirsi "a posto con la coscienza" grazie al giudizio compiacente dei falsi profeti, determina l'allontanamento dalla via della vita e dalla beatitudine nel regno dei cieli.
Gesù cerca persone "affamate" e "assetate" di verità, giustizia, consolazione, e della sua grazia: "Beato l'uomo che non indugia nella via dei peccatori, sarà come albero piantato lungo corsi d'acqua" (Sal 1,1.3).

Preghiera

La tua grazia, Signore, ci assista nel cammino lungo le vie della giustizia, per giungere alla beatitudine che attende i tuoi discepoli nei cieli. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona