Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 5 febbraio 2026

Philipp Jakob Spener. Comunicare l'esperienza di Dio

Nato nel 1635 nell'Alsazia superiore, nei pressi di Colmar, Philipp Jackob Spener era stato avviato fin da giovane alla carriera ecclesiastica. La sua educazione religiosa risentì dell'influsso delle opere di Johann Arndt, teologo luterano di orientamento mistico, aperto alla spiritualità di Bernardo di Chiaravalle. Philipp Jakob aggiunse una solida formazione teologica conseguita all'università di Strasburgo, dove approfondì la conoscenza degli scritti di Lutero.
Terminati gli studi teologici a Strasburgo, fu chiamato come "seniore" (primo parroco) a Francoforte sul Meno: qui cominciò a organizzare riunioni periodiche di fedeli per la lettura della Bibbia e altre pratiche di pietà (da tali riunioni nacquero i Collegia pietatis). 
Alla necessità di una più intensa vita di preghiera e di comunione, egli seppe aggiungere nei suoi scritti un forte orientamento pratico, che farà di lui e dei suoi seguaci dei testimoni profondamente influenti sui costumi dei cristiani tedeschi.
Ormai conosciuto in tutta la Germania, Spener divenne prima predicatore alla corte del duca di Sassonia, per poi essere nominato preposito della Nikolaikirche di Berlino e membro del concistoro della chiesa luterana. Nonostante i molti apprezzamenti ricevuti, tuttavia non risparmiò mai a nessuno, neppure ai suoi patroni, come il duca di Sassonia, critiche anche dure fondate sul vangelo e sul primato della fede nella vita di chi si proclama cristiano.
Sulla base della sua esperienza pubblicò nel 1675 i Pia desideria, che erano destinati a essere considerati come il manifesto del pietismo: in essi Spener svolgeva una violenta polemica contro i rappresentanti della chiesa luterana e sosteneva la necessità di una nuova iniziativa o riforma religiosa basata sul senso dell'esperienza mistica. Presto a Spener venne in aiuto il discepolo A. H. Francke, molto più polemico contro il tradizionale orientamento teologico. Fatto segno a violenti attacchi, Spener si ritirò prima alla corte di Dresda, poi a Berlino. Su sua iniziativa fu fondata nel 1694 l'Università di Halle, che divenne il centro maggiore del pietismo. Si spense a Berlino nel 1705.

Tracce di lettura

Tutto il nostro cristianesimo consiste nell'uomo interiore o nuovo, la cui anima è la fede e i cui frutti sono i frutti della vita; questa ritengo sia la questione principale: che le prediche che facciamo siano in generale dirette a questo scopo.
Da una parte esse dovrebbero mirare a mostrare come i preziosi benefici divini si indirizzino all'uomo interiore, in modo che così la fede e in essa quest'uomo interiore vengano sempre più rafforzati.
Ma dall'altra parte dovrebbero mirare a promuovere le opere, in modo che non siamo affatto contenti di condurre le persone esclusivamente all'abbandono dei vizi e all'esercizio delle virtù esteriori, e quindi ad avere a che fare soltanto con l'uomo esteriore, cosa che può fare anche l'etica pagana. Dobbiamo piuttosto porre il fondamento proprio nel cuore, mostrare che è pura ipocrisia ciò che non procede da questo fondamento, e abituare le persone a lavorare prima di tutto a questa interiorità, a risvegliare in sé l'amore di Dio e del prossimo attraverso mezzi adeguati, e a operare poi in base ad esso.
(P. J. Spener, Pia desideria)

- Fonti: Enciclopedia Treccani; Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose
     

Fermati 1 minuto. Viaggiare leggeri

Lettura

Marco 6,7-13

7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.

Commento

Dopo essere stati chiamati da Gesù e aver trascorso un tempo di preparazione vivendo a stretto contatto con lui, i discepoli sono ora mandati a predicare e compiere le azioni che hanno imparato da questo apprendistato estremamente pratico. Gesù infatti non ha impartito loro un insegnamento scolastico, ma li ha resi testimoni del suo agire e ora trasferisce a loro il suo potere (v. 7). 

I dodici diventano un gruppo distinto, investito di un mandato profetico; non insegneranno infatti nelle sinagoghe come dottori della legge, ma nelle strade e per le case. Mentre nel Vangelo di Matteo i discepoli sono inviati ai figli di Israele, con il divieto di rivolgersi ai pagani e ai samaritani, in Marco tale divieto non compare, attestando una visione più universalista. Forse non è un caso che questo brano evangelico segua proprio la manifestazione di incredulità dei conterranei di Gesù a Nazaret.

Diversamente da Matteo è qui consentito un minimo equipaggiamento materiale. I Dodici vengono inviati a due a due per il mutuo aiuto e incoraggiamento, oltre che per far fronte al requisito legale per una testimonianza autentica. Il bastone era comunemente portato dai viaggiatori e serviva anche come difesa dai criminali o da animali feroci. I discepoli non dovranno portare con se né borsa, né denaro, né viveri, dipendendo completamente dalla provvidenza divina e testimoniando di essere uomini semplici, che non appartengono a questo mondo. Le tuniche erano la veste comune e normalmente ne venivano indossate due. Gesù chiede ai discepoli di viaggiare con l'abbigliamento minimo necessario. 

Nessun vantaggio materiale è previsto per i discepoli per il loro ministero e come Abramo non conosceranno preventivamente il luogo in cui dimorerranno. Trovata una casa in cui essere ospitati i discepoli dovranno accontentarsi di quello che gli viene offerto, concentrandosi unicamente sul ministero di evangelizzazione. 

Lo scuotimento della polvere dai sandali (v. 11) è un gesto simbolico, che veniva compiuto dai Giudei quando lasciavano un territorio pagano per non contaminare il suolo sacro di Israele. Esso significa quindi, per i Dodici, dichiarare quel luogo pagano, escluso dalla comunità del vero Israele, formata da chi accoglie l'annuncio di Gesù. 

I discepoli non predicano una dottrina fatta di curiose speculazioni, non insegnano la sapienza di questo mondo, ma semplicemente richiamano alla conversione (v. 12). 

La liberazione dai demòni rivela il potere di Cristo sul mondo sovrannaturale. La pratica di ungere gli ammalati pregando per la loro guarigione è attestata anche nella lettera di Giacomo (Gc 5,14-15) e associa un segno visibile all'azione della grazia. 

Le disposizioni di Gesù ai suoi discepoli, costituiscono un monito per la chiesa a coltivare la semplicità e l'afflato missionario e chiamano gli apostoli di ogni tempo a viaggiare leggeri, liberi da tante zavorre che rischiano di rendere faticoso l'incedere sull'itinerario tracciato dallo Spirito.

Preghiera

Rendici, Signore, testimoni fedeli del tuo vangelo e preservaci dai pericoli lungo il cammino, affinché possiamo affrettarci verso la mèta che hai stabilito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 3 febbraio 2026

Oscar (Ansgario), patrono della Danimarca

Nell'865 muore a Brema Oscar (Ansgario), monaco benedettino e vescovo di Amburgo e Brema.
Di origine germanica, Oscar era nato nella Francia settentrionale, nei pressi di Corbie. Divenuto monaco nel celebre monastero benedettino di quella città, egli venne inviato giovanissimo nel nord dell'Europa come maestro di scuola, il che testimonia la sua grande cultura e i notevoli doni spirituali di cui era dotato.
Il re franco Ludovico il Pio pensò a lui per l'evangelizzazione dei popoli della Svezia e della Danimarca. Eletto vescovo di Amburgo, Oscar cominciò così un'interminabile serie di viaggi che lo portarono ad annunciare il vangelo dal nord della Frisia fino all'Islanda, in accordo con i disegni politici della corte carolingia.
Ma, nonostante i legami che ebbe con i potenti del tempo, egli fu un pastore pieno di sollecitudine, soprattutto per le fasce più povere e deboli della popolazione, e si batté con vigore contro i duri trattamenti subiti dagli schiavi.
Assunto anche il titolo di vescovo di Brema, Oscar continuò fino all'ultimo dei suoi giorni a esercitare con coraggio e fermezza il proprio compito di pastore e di annunciatore della parola evangelica. È il santo patrono della Danimarca.

Tracce di lettura

Vi sono due tipi di martirio: uno avviene di nascosto, quando la chiesa è in pace; l'altro ha invece luogo nei periodi di persecuzione ed è sotto gli occhi di tutti.
Oscar desiderava entrambe queste forme di martirio, e lo si può realmente considerare martire, perché, come dice l'Apostolo, il mondo era per lui crocifisso e lui lo era al mondo (cf. Gal 6,14). Egli era un martire perché, in mezzo alle tentazioni del maligno, alle seduzioni della carne, alle persecuzioni degli infedeli e all'opposizione dei cristiani, perseverò sino alla fine senza mostrarsi turbato, ma restando irremovibile e invincibile come compete a un confessore di Cristo. Egli fu veramente un martire, perché martire significa testimone, e Oscar fu testimone della parola di Dio e del Nome di Cristo.
(Rimberto, Vita di Oscar)

Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose



Fermati 1 minuto. Strappare la salvezza

Lettura

Marco 5,21-34

21 Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 22 Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23 e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24 Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28 «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
30 Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 31 I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 32 Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33 E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34 Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».

Commento

Rifiutato dai Gadareni, Gesù si sposta sulla riva occidentale del Mare di Galilea e subito viene circondato dalla folla. Un capo della sinagoga gli si avvicina per chiedere la guarigione della figlia, gravemente malata. I capi della sinagoga erano ufficiali che presiedevano il gruppo degli anziani e si occupavano di dettagli amministrativi, come il decidere chi avrebbe letto e pregato le Scritture durante il culto. La posizione era tenuta in alta considerazione.

Per restituire la vita alla figlia che sta morendo, Giàiro si spoglia del ruolo che riveste e si affida completamente a Gesù. L'imposizione delle mani, richiesta da Giàiro è un gesto che ricorre frequentemente nel Vangelo di Marco e serve a trasmettere agli infermi la forza risanatrice.

All'interno di questo episodio se ne incastona un'altro. Quello di una donna affetta da una continua emorragia che oltre a provocarle una lunga sofferenza la rendeva ritualmente impura (Lv 15,25-27); le era impedito ogni atto di culto e ogni contatto con la gente; la sua vita era pertanto privata di una relazione con Dio e con gli uomini. L'insuccesso delle numerose e costose terapie mediche cui si è sottoposta la porta a riporre ogni fiducia nei guaritori. Rispettosa del divieto stabilito dalla legge per la sua impurità rituale, la donna non tocca direttamente Gesù, ma si limita a sfiorarne il mantello.

La domanda di Gesù - «Chi mi ha toccato il mantello?» - non è un rimprovero, né è dovuta a ignoranza, ma alla volontà di far emergere la figura della donna dallo sfondo indistinto della folla, affinché possa dare testimonianza della propria fede. Mentre la donna si prostra davanti a Gesù, riconoscendolo in tal modo come Signore, egli la riconosce come figlia (v. 34), generata dalla fede.

Sia nel caso di Giàiro - il quale chiede a Gesù di imporre le mani alla figlia malata - che nel caso dell'emorroissa viene premiata l'intima convinzione che il contatto fisico con Gesù, per chi crede, ha il potere di guarire. Che sia la fede, che sta dietro il gesto fisico, a causare la guarigione è attestato dalle parole di Gesù: «Figlia, la tua fede ti ha salvata» (v. 34). La donna non viene semplicemente guarita per la sua fede, ma ottiene la salvezza integrale, del corpo e dello siprito.

Gesù accetta di avvicinarsi e si lascia avvicinare da ciò che è considerato ritualmente impuro. Il numero dodici che accomuna le due vicende - la ragazzina morente, dell'età di dodici anni, e l'emorroissa malata da dodici anni - sembra dare volti diversi all'esperienza della fragilità umana, che si manifesta nella malattia e nella morte. La compassione di Gesù è al di sopra delle norme della legge ed egli prende su di sé la sofferenza e l'umiliazione, proprio come il Servo annunciato dal profeta Isaia (Is 52-53).

La donna protagonista di questo miracolo dimostra che anche il minimo contatto con Gesù è sufficiente per "strappargli" la salvezza. Non è indispensabile avere esperienze mistiche, ma anche una fede piccola come un granellino di senape (Mt 17,20) può ristabilire la nostra comunione con Dio e sanare le nostre relazioni con gli uomini.

Preghiera

Suscita in noi, Signore, la fede capace di allontanare ogni timore; affinché possiamo servirti con gioia e glorificare il tuo santo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 2 febbraio 2026

La presentazione di Gesù al Tempio. Il Santo incontro

Il 2 febbraio tutte le chiese cristiane celebrano la Presentazione di Gesù al Tempio; la festa odierna ci ricorda che, quaranta giorni dopo la nascita del suo primogenito, Maria portò il bambino al Tempio per riscattarlo con il sacrificio di due tortore o due colombe, secondo la Legge di Mosè.
Questo adempimento della Legge è anche il primo incontro ufficiale di Gesù con il suo popolo, nella persona dell'anziano Simeone. Per questo le chiese ortodosse chiamano la festa di oggi il Santo Incontro (hypapanté) del Signore. È un incontro e una manifestazione, poiché Maria entra nel Tempio «per manifestare al mondo colui che ha dato la Legge e la compie», e per accompagnare il Figlio nella sua prima offerta al Padre.
La festa della Presentazione sorse a Gerusalemme, dove è attestata già nel IV secolo. Dalla liturgia gerosolimitana le liturgie occidentali hanno attinto la processione delle candele, che hanno conservato fino ai nostri giorni; essa trae origine dal cantico del vecchio Simeone il quale, prendendo tra le braccia il piccolo Gesù ringrazia Dio e riconosce in quel bambino la «luce per la rivelazione alle genti e la gloria del popolo d'Israele» (Lc 2,32).
Celebrando questa festa i cristiani sono così condotti a ricordare che per riconoscere il Signore e la sua missione di salvezza universale sono necessarie la povertà e l'attesa che furono proprie di Simeone, della profetessa Anna e di tutti i poveri di Israele, che l'evangelista Luca presenta nel vangelo dell'infanzia.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Preghiera

Dio onnipotente ed eterno, noi supplichiamo umilmente la tua maestà, affinché come in questo giorno il tuo Figlio unigenito è stato presentato al tempio nella sostanza della sua carne, così noi possiamo essere presentati a te con cuore puro. Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen. (The Book of Common Prayer)

Fermati 1 minuto. L'attesa ricompensata. Commento al Nunc Dimittis

Lettura

Luca 2,22-40

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
31 preparata da te davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».

33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».
36 C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Commento

Il Vangelo di Luca si apre con un coro di profezie sul bambino Gesù, prima di accennare alla sua vita nascosta a Nazaret e farlo ricomparire dodicenne a discutere con i dottori nel tempio. Il compimento delle promesse fatte da Dio a Israele è annunciato da Simeone e Anna in occasione della purificazione di Maria e della consacrazione di Gesù al Signore in quanto primogenito.

Secondo la legge mosaica (Lv 12,2-8) la donna che aveva partorito non doveva toccare nulla di sacro né entrare nel tempio per quaranta giorni, a motivo della sua impurità rituale. Al termine di questo periodo, la legge prescriveva l'offerta di un agnello di un anno come sacrificio da bruciare e una tortora o una giovane colomba in espiazione dei propri peccati. Le donne che non potevano permettersi un agnello dovevano offrire, come nel caso di Maria, due giovani colombi. La legge prevedeva, inoltre, la consacrazione al Signore di ogni primogenito (Es 13,2-12). 

La nascita di Gesù porta a compimento le speranze degli ebrei devoti, che attendevano il Messia annunciato a Israele. Il cantico di Simeone, chiamato Nunc dimittis dalle sue due prime parole nella versione in latino, sembra provenire dall'ambiente giudeo-cristiano, come anche il Magnificat e il Benedictus. Si trova perfettamente in sintonia con l'annuncio del carattere universale della salvezza che attraversa il Vangelo di Luca. Per tutti e tre i cantici viene specificato dall'evangelista che chi li pronuncia è mosso dallo Spirito Santo. 

I primi a riconoscere l'avvento del Messia sono persone umili, povere, senza posizioni di particolare rilievo: Maria e Giuseppe, fidanzati di modeste condizioni del paesino di Nazaret; Elisabetta; Simeone, "uomo giusto e timorato di Dio" (v. 25). Nel prendere tra le braccia Gesù, Simeone trova la gioia e la pace che non solo gli fanno sentire compiute le aspettative di Israele ma danno pienezza e significato alla sua intera esistenza: "Ora lascia, O Signore, che il tuo servo vada in pace..." (v. 29). 

Nell'incontro con il Figlio di Dio incarnato scopriamo una pace che non solo pervade la nostra vita ma che ci conforta anche nella nostra morte. L'incontro con Gesù colma le aspettative più profonde dell'uomo; questo il senso etimologico della "salvezza" cantata da Simeone: "fare integro", aggiungere all'edificio della nostra esistenza quella pietra angolare (Mt 21,42) che gli dona stabilità e perfezione. "Ogni cosa è in travaglio, più di quel che l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere" (Eccl 1,8); finché non vede Cristo. Come Simeone, tenendo quel bambino tra le braccia, posando il nostro sguardo su di lui, possiamo trovare nella sua tenerezza il volto misericordioso di Dio.

L'ultima delle profezie presenti all'inizio del Vangelo di Luca vede protagonista Anna, un'anziana vedova, una profetessa, ci viene detto, che conduce una vita ascetica senza allontanarsi mai dal tempio. La sua età avanzata non le impedisce di servire Dio e il servizio che gli rende è fatto di digiuno e di preghiera; due pratiche spirituali spesso messe in secondo piano ai nostri giorni, a favore di un attivismo che rischia non solo di imprigionare la prospettiva della chiesa in una dimensione puramente "orizzontale", ma anche di relegare nell'ambito dell'inutilità coloro che non possono esercitare un ministero attivo per l'età avanzata o per altre limitazioni. 

La preghiera di Anna, il suo digiuno, protratti per così tanti anni dalla sua vedovanza, diventano essi stessi segno profetico del primato di Dio in relazione con qualsiasi altra cosa; testimoniano la perseveranza nell'attesa e nell'invocazione del Messia, un'implorazione che si trasforma in lode e annuncio nel momento in cui si realizza il sospirato incontro: "lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme" (v. 38). Letteralmente il testo greco parla di "riscatto" (lutrósis). Gesù è infatti l'agnello sacrificato per la nostra salvezza, colui che sta eretto sull'altare della Gerusalemme celeste. 

Come Giovanni il Battista, Anna si fa interprete delle profezie dell'Antico Testamento, fa da "ponte" tra esse e la nuova alleanza in Cristo; ricordandoci con le sue veglie e i suoi digiuni, l'unico necessario, "la parte migliore" (Lc 18,41-42) che si rivela agli umili, ai "poveri di spirito", perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3).

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che ti sei sottomesso alla legge per donarci la libertà dei figli di Dio, concedici di posare su di te il nostro sguardo, per contemplare il compimento delle nostre attese. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona