Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 30 agosto 2026

Contro l'amore non c'è legge

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TREDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente e misericordioso, dal quale proviene ogni dono al popolo fedele affinché ti serva con lodevole servizio; concedici, ti supplichiamo, di poterti servire fedelmente in questa vita, per non mancare di ricevere le tue promesse celesti; per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Gal 3,16-22; Lc 10,23-37

Commento

Amare Dio con tutto il cuore e il nostro prossimo come noi stessi. Non vi è controversia tra lo scriba e Gesù riguardo il fatto che questo sia il primo e il più gran comandamento. Si noti che il passo parallelo di Matteo aggiunge "Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti", mentre Marco aggiunge "Non c'è altro comandamento più importante di questi", utilizzando per i due comandamenti il singolare, come a indicare che si tratta delle due facce della stessa medaglia: "Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4,20).

Ma chi è il nostro prossimo secondo Gesù? Nell'Antico Testamento si considera prossimo ogni membro del popolo di Israele o lo straniero che abita tra gli ebrei. In epoca più tarda sono inclusi anche i proseliti pagani, ma sicuramente non venivano inclusi i samaritani, con i quali i giudei condividevano una antica ostilità. Proprio su questo punto si concentra l'interrogativo del dottore della legge a Gesù: Chi è il mio prossimo? Gesù risponde con una parabola, il cui protagonista è un uomo derubato e malmenato. Lungo la via passano prima un sacerdote, poi un levita e infine un samaritano.

I primi due "tirano dritto", forse anche per il timore di contrarre un'impurità rituale, toccando un uomo "mezzo morto"; i cadaveri erano infatti considerati impuri. Il popolo dei samaritani, cui appartiene il terzo viandante, non adorava Dio presso il tempio di Gerusalemme, ma svolgeva un culto sincretistico sul monte Gherizim. Da qui l'ostilità degli israeliti. 

Eppure l'amore congiunge ciò che è lontano. Non annulla le differenze, ma supera "la paura del contagio". Come afferma Paolo nella sua lettera ai Galati l'amore è un frutto dello Spirito, insieme a "gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà (...) Contro tali cose non c'è legge" (Gal 5,22-23). Nessuna norma religiosa potrà mai esimerci dal prenderci cura di chi è ferito, dall'amare chi è caduto per strada "sotto i colpi dei briganti", sotto la sferza delle tentazioni e le piaghe del peccato. Come il samaritano siamo chiamati a lenire le ferite e affidare al "padrone della locanda" - che è Cristo stesso - l'uomo "mezzo morto", perché "Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva" (Ez 18,23).

Gesù estende il dovere della carità oltre i confini dei nostri steccati sociali, culturali, etnici: nostro fratello è chi ha bisogno di un'evangelizzazione che è innanzitutto dono di una parola vivente ed efficace. Cristo ci ha rivelato che nell'uomo è nascosto il volto del Dio invisibile e non è autentica una religiosità meramente cultuale, priva di ricadute sul nostro modo di essere nel mondo. È questa la condizione per ereditare la vita eterna (v. 25) perché essa appartiene a quella fede che diventa azione, non per conquistare meriti, ma per mostrare riconoscenza verso Dio che ci ha soccorso per primo. «Fà questo e vivarai» (v. 28), «Va' e fa' anche tu lo stesso» (v. 37). Il verbo "fare" apre e chiude questa narrazione evangelica.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 22 agosto 2026

Il Signore tocca con mano la nostra infermità

COMMENTO AL VANGELO DELLA DODICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che sei più pronto ad ascoltare di quanto siamo noi a pregare, e che desideri donarci di più di quel che desideriamo o meritiamo; effondi su di noi l'abbondanza della tua misericordia; perdona ciò che turba la nostra coscienza e donaci quelle buone cose che non meritiamo di chiederti. Per i meriti e la mediazione di Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Amen.

Letture

2 Cor 3,4-9; Mc 7,31-37

Commento

Solo Marco, l'evangelista che si rivolge principalmente ai non ebrei, riferisce questo miracolo di guarigione compiuto da Gesù tra i pagani. L'episodio diviene, dunque, simbolo della loro conversione al Vangelo. Il modo in cui Gesù compie questa guarigione è piuttosto inusuale, perché mentre di solito è sufficiente la sua parola, solo in questo caso e in quello del cieco nato (Gv 9,6) egli mette in pratica una serie di azioni, toccando con la sua saliva il malato. 

Il sordomuto è impossibilitato ad ascoltare la parola salvifica di Cristo; il cieco nato è incapace di contemplare il volto della Verità incarnata. In entrambi i casi è Gesù che viene incontro a chi abbisogna della sua grazia; se la donna affetta da emorragia si fece strada tra la folla prendendo essa stessa l'iniziativa per toccare un lembo del mantello di Gesù, nella convinzione di poter essere guarita, qui è Gesù stesso a toccare il sordomuto, dopo averlo tratto in disparte dalla folla. 

Il Signore sa di cosa abbiamo bisogno, ci conduce in un luogo tranquillo, non disdegna di toccare con mano la nostra infermità e intercede per noi presso il Padre: "guardando quindi verso il cielo emise un sospiro" (Mc 7,34). Il suo sospiro sembra anticipare la fatica sotto il peso della croce, carico di quel peccato che ha reso l'umanità soggetta alla malattia e al dolore; il suo Effatà, "apriti!" richiama l'imperativo con cui egli risuscita l'amico Lazzaro, agendo con l'autorità propria del Figlio di Dio. Nella sua passione Gesù renderà l'ultimo suo sospiro al Padre e sarà il Padre stesso ad aprire il suo sepolcro con la resurrezione. 

Ma il Padre non tiene lo Spirito per sé. Lo dona ai suoi discepoli per annunciare il vangelo. Il sordomuto apre gli orecchi alla voce del Verbo e la sua lingua si scioglie nella lode. Così anche le folle, sebbene ammonite da Gesù a non dire nulla di quanto accaduto, suscitano discepoli, che riconoscono la missione salvifica di Gesù. 

Giustamente Paolo afferma nella sua seconda lettera ai Corinzi: "Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una nuova alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita" (2 Cor 3,5-6). Quello Spirito che dà la vita, apre le nostre orecchie all'ascolto della Parola di Dio e scioglie le nostre lingue a proclamare quanto rivelato dall'angelo ai pastori: «vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 9 agosto 2026

Ogni giorno il Signore insegna nel tempio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DECIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Apri le tue orecchie misericordiose, Signore, alle preghiere dei tuoi servi; affinché possano essere esauditi, chiedendo quelle cose che possono compiacerti; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

1 Cor 12,1-11; Lc 19,41-47

Commento

Ai canti di esultanza della folla, con l'ingresso di Gesù a Gerusalemme fa da contrasto la profezia del Signore sulla distruzione della città e il pianto di lamentazione su di essa. Questo il senso della parola greca eklausen diverso dall' edákrysen utilizzato per descrivere l'episodio in cui Gesù piange per la morte dell'amico Lazzaro (Gv 11,35).

La lamentazione di Gesù di fronte a Gerusalemme richiama il pianto dei profeti sulle città destinate al giudizio di Dio. L'assedio della città, che avverrà per opera di Flavio Tito Vespasiano nel 70 d.C. è ricollegato al suo rifiuto del Messia promesso nel Primo Testamento. Come i vignaioli omicidi (Lc 20,9-18), dopo aver rifiutato i numerosi appelli dei profeti, i suoi capi religiosi faranno mettere a morte lo stesso Figlio di Dio. Rasi al suolo la "città santa" e il suo tempio si inaugureranno i tempi ultimi, in cui Dio verrà adorato "in spirito e verità" (Gv 4,23) dai credenti, pietre vive del tempio spirituale che è il corpo stesso di Cristo, vivificato dal suo Spirito.

Eppure tante volte anche la Chiesa, nel corso della sua storia, non ha "compreso la via della pace" (Lc 19,42), facendo proprio ciò che Paolo considera inaccettabile nella sua Prima lettera ai Corinzi: maledire nel nome di Gesù. Questo infatti il senso del dire "Gesù è anàtema": non si tratta di maledire Gesù, ma di strumentalizzare il nome del Figlio di Dio per maledire i fratelli, in modo simile a come facevano i pagani, quando ricorrevano a una divinità per maledire gli uomini.

Persino tra i fratelli che proclamano "Gesù è il Signore" (1 Cor 12,3) vi sono state nel corso dei secoli, guerre, stragi, persecuzioni. Ciò accade quando i credenti, le "denominazioni" cristiane non sanno riconoscere i rispettivi carismi e, lungi dal sentirsi parte di un solo corpo, si lasciano tentare dall'esercizio del potere e dall'imposizione violenta di un "pensiero unico" cristiano che è ben diverso dall'unità radicata nel vangelo. 

Il mercimonio che Gesù trovò dentro il tempio di Gerusalemme ha sedotto nel tempo le stesse chiese cristiane, con la vendita di indulgenze, di reliquie e di cariche ecclesiastiche, il pervertimento dei ministeri in strumento di potere anziché di servizio, lo sfruttamento delle devozioni popolari a scopo di lucro. Anche le chiese figlie della Riforma protestante non sono state esenti nella storia dalla ricerca di alleanze e compromessi con il potere politico e non sempre sono rimaste fedeli alla parola evangelica.

Ma ogni giorno il Signore insegna nel tempio (Lc 19,47); le Sacre Scritture sono il metro con cui misurare quanto sono vicine le nostre chiese alla sua volontà. Quando è fondata sulla Parola di Dio, la Chiesa può resistere a ogni assedio, perché fondata sulla roccia che è Cristo stesso (Mt 7,24-25). I doni dello Spirito saranno così distribuiti in abbondanza e Dio opererà tutto in tutti.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 2 agosto 2026

Dio si affretta per venirci incontro

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

Commento

Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria, dove compare, però, nel tempo, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).

L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agisce in maniera del tutto differente.

Il figlio che ha chiesto la sua parte di eredità si avvia verso un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi di  carrube quando in quel paese sopraggiunge una grave carestia.

Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il Vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.

A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel discorso di pentimento. Il Vangelo insiste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. La fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.

Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta del tutto superfluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. 

Quando il giovane dice “non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).

Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. 

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 26 luglio 2026

Lasciarsi condurre dallo Spirito di Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA OTTAVA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, la cui perenne provvidenza ha ordinato tutte le cose, in cielo e sulla terra; ti supplichiamo umilmente di liberarci da ogni cosa nociva e di donarci tutto ciò che è per noi profittevole; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 8,12-17; Mt 7,15-21

Commento

Chi sono i falsi profeti di cui parla Gesù, dicendoci che vengono in veste di agnelli ma si rivelano lupi? Per giudicarli, Gesù ci esorta a valutare i frutti che producono. Ma come facciamo a distinguere i frutti buoni dai cattivi? Una indicazione è data da Paolo, nella sua lettera ai Romani, che offre un contrasto tra la carne e lo Spirito. Non abbiamo un debito con la carne, che conduce alla morte, ma con lo Spirito (Rm 8,12-13). 

Con la parola "carne" (gr. sarx) l’apostolo indica quanto nell’uomo è soggetto alla caducità, la nostra fragilità, i nostri limiti. La carne è quel qualcosa della nostra natura umana che se non è redento dallo Spirito ci trascina verso la morte. Lo Spirito, invece, conduce alla vita e alla santificazione, se ci lasciamo guidare da lui: “tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio, sono Figli di Dio” (Rm 8,14).

La carne riduce in schiavitù, perché rende soggetti alle opere morte (Eb 9,14). Vivere secondo la carne significa vivere per ciò che è vano, instabile, impermanente; per tale ragione, significa vivere nella paura: paura costante della perdita, perdita di ciò che possediamo o desideriamo e perdita della nostra stessa esistenza. Vivere secondo lo Spirito significa vivere per il Regno di Dio, fondati nell’Eterno e nella fonte stessa della vita.

Lo Spirito di Dio testimonia al nostro spirito che sebbene tutto ciò che abbiamo è minacciato dall'annichilimento, noi siamo eredi della vita, eredi nientemeno che di Dio stesso, in Cristo, destinati alla glorificazione con lui. 

L’esperienza della sofferenza, della perdita e della morte continuano a far parte dell'esistenza terrena, ma il Verbo incarnato ha voluto condividerle fino in fondo con noi, per portare la presenza di Dio anche nei luoghi più desolati dell’esistenza umana. La morte, già sconfitta dal trionfo pasquale di Cristo, non avrà più spazio nel Regno di Dio, la cui presenza in mezzo a noi è già testimoniata dai buoni frutti dei credenti.

Se la nostra vita è radicata nelle Scritture saremo come un albero buono (Sal 1,3), che non può dare frutti cattivi, né può restare senza frutti. Pertanto, non basta la certezza, magari la presunzione, di essere giustificati per fede, predestinati alla salvezza. Dio ci chiama alla santità, alla carità perfetta (1 Cor 12,31; 13,1-13) e la sua grazia agisce nei credenti per portarla a compimento. 

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 19 luglio 2026

Quanti pani avete?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SETTIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Dio di ogni potenza e forza, che sei l’autore e il datore di ogni cosa buona; innesta nel nostro cuore l’amore per il tuo Nome, accresci in noi la vera religione, nutrici con ogni bontà e mantienici nella tua grande misericordia; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 6,19-23; Mc 8,1-10

Commento

L'apostolo Paolo afferma nella sua lettera ai Romani che le nostre vite possono essere date in prestito al peccato o alla giustizia di Dio (cioè alla sua grazia giustificante). Nel primo caso il frutto di questo prestito è la morte; nel secondo caso, la vita eterna.

A ciascuno di noi verrà chiesto conto di come abbiamo amministrato i doni ricevuti da Dio: il nostro corpo, le nostre capacità intellettuali, il nostro tempo, le nostre risorse economiche. Se la parabola dei talenti e quella dei vignaioli omicidi ci insegnano che chi ha male amministrato quanto ricevuto dal Signore sarà sottoposto a un giudizio severo, il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani ci mostra Gesù nell’atto di chiedere ai discepoli di porre sotto la sua benedizione ciò che hanno, anche se del tutto inadeguato alle esigenze che si trovano ad affrontare.

Gesù, avrebbe potuto creare i pani dal nulla per sfamare la folla che da tre giorni lo seguiva, proprio come Dio fece piovere la manna dal cielo per sfamare il suo popolo nel deserto. Ma egli sceglie di darci una lezione sull’amore e la sollecitudine di Dio e la necessità di farci suoi imitatori assumendo lo stesso spirito di servizio e di comunione. Vediamo, infatti, che richiede una partecipazione attiva dei suoi discepoli, i quali sono chiamati a condividere il poco che hanno a disposizione e a distribuire loro stessi i pani alla folla: "li diede ai suoi discepoli perché li mettessero davanti a loro" (Mc 8,6).

Ma prima chiede un atto di fede, ovvero il superamento di quella logica terrena che dimentica la potenza di Dio, espressa dalla frase attribuita ai discepoli: «come potrebbe alcuno saziare di pane costoro, qui nel deserto?». La risposta di Gesù la troviamo nella sua predicazione: «chi è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede del pane, gli dà una pietra? (...) Se voi dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono» (Lc 11,11-13). E ancora: «Non siate dunque in ansia, dicendo: 'Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?' Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose» (Mt 6:31-32). È nel momento in cui i discepoli hanno fede in Gesù e obbediscono alla sua parola che si compie il miracolo. Poniamo le nostre risorse, anche se scarse, sotto l'azione santificante dello Spirito.
                       
- Rev. Dr. Luca Vona