Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 31 marzo 2026

John Donne. La poesia come scienza di Dio

Nel marzo del 1631, dopo aver predicato il più bello dei suoi sermoni, si spegne all'età di 59 anni John Donne, presbitero e poeta fra i più grandi della letteratura inglese. Di famiglia cattolica, John era nato nel cuore di Londra, ed era rimasto molto presto orfano di padre. Da ragazzo era stato al tempo stesso uno studente serio e brillante e un ragazzo che amava la bella vita, secondo quanto trapela dai suoi componimenti giovanili.
Passato poco dopo i vent'anni alla Chiesa d'Inghilterra al termine di un lento ripensamento, Donne sposò Ann More, una ragazza ancora minorenne, senza il permesso del suo tutore. Imprigionato, egli perse tutte le prospettive di carriera che gli si erano dischiuse grazie al suo ingegno. Tuttavia, trovò nella famiglia (Ann gli darà dodici figli) un senso pieno per la propria vita. Poeta finissimo, capace di narrare in modo impareggiabile la bellezza dell'amore umano e di quello divino, Donne non scrisse tanto per la pubblicazione quanto per condividere la sua arte con gli amici a lui più cari.
Dopo aver più volte rifiutato l'ordinazione presbiterale che gli veniva offerta, Donne finì per accettarla un anno dopo essere stato eletto in parlamento, su richiesta del re Giacomo in persona. Nell'ultima fase della sua vita, egli impiegò la straordinaria capacità di scrivere che aveva ricevuto in dono per un'intensa attività di predicatore, che lo porterà a diventare decano della cattedrale londinese di San Paolo. I suoi sermoni, splendidi sul piano letterario, ricchissimi di citazioni bibliche e patristiche, costituiranno a lungo un modello di predicazione nella Chiesa d'Inghilterra.

Tracce di lettura

Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te. (John Donne, Nessun uomo è un'isola)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

John Donne (1571-1631)

Fermati 1 minuto. Ed era notte

Lettura

Giovanni 13,21-33.36-38

21 Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 22 I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si riferisce?». 25 Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26 Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». 28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
31 Quand'egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
36 Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37 Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38 Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».

Commento

Per la terza volta nel Vangelo di Giovanni emerge tutta l'umanità di Gesù, la "passibilità" del Figlio di Dio: dopo il turbamento davanti alla tomba di Lazzaro e quello all'annuncio della sua morte imminente Gesù si commuove (v. 21) dichiarando che uno dei discepoli lo sta per tradire. 

Il discepolo seduto vicino al suo petto occupa quello che tradizionalmente era il posto d'onore. Poiché il pasto si prendeva sdraiati poggiando sul braccio sinistro, chi stava reclinato alla destra di Gesù, piegandosi verso di lui, si trovava con la testa vicino al suo petto. Il discepolo è probabimente Giovanni, che per umiltà ha cura di non nominare se stesso nel suo Vangelo. 

Era uso comune per chi organizzava un banchetto porgere un boccone di una pietanza prelibata a un ospite importante. Il gesto di Gesù verso Giuda mostra il suo amore fino alla fine anche verso colui che lo tradisce. L'annotazione temporale - "era notte" (v. 30) ha un valore fortemente simbolico. È sempre notte quando ci si allontana da Cristo, luce del mondo. 

Nel suo discorso di addio Gesù parla della sua glorificazione; il suo sguardo è già proteso oltre la croce e oltre il buio del sepolcro, verso la risurrezione. Pietro vorrebbe dare la sua vita per Gesù (v. 37) ma sarà Gesù a darla per lui e per l'umanità.

Il tradimento da parte di una amicizia o della persona amata è certamente una delle esperienze più dolorose che possiamo subire nella vita. Gesù ha sperimentato e condiviso con noi questo dolore e nel modo in cui ha risposto a colui che lo tradiva ci mostra la via in salita della carità perfetta. 

Dio ci lascia liberi di rinnegarlo, per interesse (come Giuda) o per timore (come Pietro) ma continua a credere nella sua relazione con noi, lasciando aperta la porta della riconciliazione. Pietro sarà colui che si lascerà riconciliare, piangendo la sua infedeltà, ma edificando su quelle macerie la propria testimonianza a Cristo, fino al dono della vita.

Preghiera

Confermaci nel tuo amore, Signore; affinché possiamo testimoniare con coraggio la tua Parola, nell'attesa del giorno senza fine. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 30 marzo 2026

Giovanni Climaco e la Scala per il Paradiso

Le chiese ortodosse fanno oggi memoria di Giovanni il Sinaita, detto «Climaco».

Poco si sa della vita di questo monaco vissuto tra il VI e il VII secolo. Gli agiografi raccontano che attorno all'età di sedici anni si recò al monastero di Raithu, ai piedi del Sinai, dove Dio aveva rivelato il proprio Nome a Mosè, attratto dalla fama dei monaci del luogo.
Dopo vent'anni trascorsi nella comunità, Giovanni ne visse altrettanti in solitudine. Eletto igumeno del monastero del Sinai quando aveva sessant'anni, egli compose per i suoi discepoli una delle più celebri opere della spiritualità cristiana: la Scala del paradiso, che gli varrà lo pseudonimo di Climaco (da klîmax, «scala»). In essa, Giovanni descrive i gradini che il monaco deve ascendere per giungere all'incontro con Dio, aggiungendo via via, secondo le sue stesse parole, «giorno dopo giorno, fuoco al fuoco e desiderio al desiderio». Il monaco, per il grande maestro sinaita, è un uomo che deve tendere all'hesychía, alla quiete dell'anima, mediante la lotta contro i pensieri malvagi, che si combattono praticando le virtù ad essi contrarie.
Climaco morì verso il 649, e presso gli ortodossi è celebrato solennemente anche la quarta domenica di quaresima.

Tracce di lettura

La mitezza è lo stato costante dello spirito sempre uguale a se stesso dinanzi agli onori come dinanzi agli insulti. Sicché essa significa pure pregare per il prossimo che ti turba, in tutta tranquillità e serenità. Mitezza perciò vuol dire anche solidità nella pazienza e capacita di amare, in quanto essa è madre di carità, prova di discernimento spirituale. Il Signore, come sta scritto, «insegnerà ai miti le sue vie». La mitezza procura la remissione dei peccati nella preghiera fiduciosa. Essa è come terra disponibile per la fecondazione dello Spirito santo, come sta scritto: «Su chi volgerò lo sguardo, se non su un'anima mite e tranquilla?»
(Giovanni Climaco, La scala del paradiso 24,134)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. L'amore che si fa profezia

Lettura

Giovanni 12,1-11

1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
9 Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10 I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, 11 perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Commento

Amore e odio, fede e infedeltà, magnanimità e durezza di cuore, sono i protagonisti di questo episodio evangelico che precede la Pasqua ebraica e la passione di Gesù. 

Maria di Betania compie un atto di amore il cui significato profetico va oltre la sua stessa comprensione, prefigurando la sepoltura del Signore. Era infatti usanza giudaica ungere le salme di olio profumato.

L'atto di devozione di Maria è in contrasto con le parole di Giuda Iscariota, colui che tradirà deliberatamente Gesù. Il prezzo stimato dell'olio profumato - trecento denari - corrispondeva a circa un anno di salario. Da ciò si comprende la grandezza dell'atto di amore di Maria verso Gesù, come ogni atto d'amore difficile da comprendere per coloro che non lo condividono. 

Prenderci cura di Cristo oggi, nell'attesa del suo ritorno, significa prenderci cura del suo corpo mistico - la Chiesa - e prima di tutto delle sue membra più umili, donando e condividendo generosamente quanto abbiamo di più prezioso: le nostre ricchezze, il nostro affetto, il nostro tempo. Questo spirito di servizio, lo stesso di Maria, che serviva (gr. diakoneo) Cristo, ci farà crescere nella comunione con lui. 

Il prezioso olio profumato versato da Maria è espressione di quell'amore disinteressato e senza misura con il quale siamo chiamati a ricambiare lo stesso amore che Dio ha riversato su di noi con la sua grazia. 

Considerato stoltezza dal mondo - il quale comprende solo la logica del profitto - l'amore cristiano è potenza di Dio (1 Cor 1,18). In questo modo va considerato anche il tempo dedicato alla preghiera di adorazione e contemplazione. Un atto profetico che testimonia il primato dell'unico necessario (Lc 10,42), il principio e il fine della carità, la scuola in cui imparare il dono gratuito di sé.

Preghiera

Come profumo soave salga a te, Signore, la nostra preghiera di adorazione e di lode. Insegnaci ad amare come tu ci hai amato, gratuitamente e senza misura. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 29 marzo 2026

Tutta l'umanità di fronte al suo sguardo

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DELLE PALME

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che nel tuo tenero amore verso il genere umano hai mandato il tuo Figlio, il nostro salvatore Gesù Cristo, affinché prendesse su di sé la nostra carne e soffrisse la morte di croce e il genere umano seguisse il suo esempio di grande umiltà; concedici misericordioso di seguire il suo modello di pazienza, per prendere parte alla sua risurrezione. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Fil 2,5-11; Mc 11,1-11 [in alternativa, lettura della Passione secondo Matteo (Mt 27,1-66)]

Commento

La Domenica delle Palme ci accoglie nel mistero della Settimana Santa, aprendo le porte alla celebrazione della Pasqua. Il Vangelo di Marco ci porta a Gerusalemme, dove Gesù, giunto al Monte degli Ulivi, ammira la città con il tempio in primo piano. Entra trionfalmente, accolto come Re, ma su un umile puledro, non su un cavallo da guerra. 

Gesù si rivela così il Messia della pace, non della potenza mondana, il Messia umile delle profezie. La folla lo acclama con rami e mantelli, gridando “Osanna!”, piena di speranza per la liberazione. I discepoli riconoscono nel puledro un segno messianico, evocando figure regali del passato. Ma questa gioia nasconde un malinteso: molti vogliono un re terreno, non il Servo sofferente che porta la croce.

Gerusalemme, simbolo dell’umanità intera, si erge come il culmine del cammino di Gesù. Attraversarla significa immergersi nella complessità del male e della sofferenza umana, ma anche nell’amore e nella speranza. Gesù comprende che la sua entrata richiede umiltà e determinazione. Il suo sguardo sulla città rivela il dramma interiore per il violento rifiuto che seguirà questa accoglienza trionfante. Egli non viene per distruggere, ma per salvare.

Questo passo ci invita a riflettere: chi è Gesù per noi? Lo accogliamo come Signore della nostra vita o cerchiamo in Lui solo risposte ai nostri desideri? L’ingresso di Gesù a Gerusalemme ci prepara alla Settimana Santa, un cammino di conversione. La sua umiltà è per noi fonte di ispirazione, guidandoci verso la luce della Pasqua. Lasciamo che il nostro “Osanna” sia sincero, un impegno a seguire il Signore nella via dell’amore e del sacrificio. Che il nostro cuore sia pronto ad accoglierlo, non solo oggi, ma ogni giorno, con fede e umiltà.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 26 marzo 2026

Giovanni di Dalyatha. «I miei occhi bruciano di te»

La quarta domenica di quaresima la Chiesa assira fa memoria di Giovanni di Dalyatha, mistico tra i più grandi della storia cristiana.
Giovanni, chiamato anche Saba o il «Vegliardo», nacque nella seconda metà del VII secolo nel villaggio di Ardamust, a nord-ovest di Mossul. Egli fu iniziato allo studio delle Scritture nella scuola del suo villaggio, quindi frequentò il monastero di Apnimaran e, intorno all'anno 700, divenne monaco nel monastero di Mar Yozadaq. Dopo sette anni, si ritirò in solitudine sulla montagna di Dalyatha, forse nei pressi dell'Ararat, e da essa prese il nome.
Negli anni di solitudine, Giovanni approfondì la propria vita spirituale e si esercitò nell'arte della contemplazione, imparando a discernere l'intimo legame tra la creazione e il Creatore, e alimentando il proprio spirito grazie all'incontro quotidiano con la natura e i suoi simboli. Malgrado la lontananza dai suoi simili, egli non perse mai quei tratti di profonda umanità che caratterizzeranno tutti i suoi insegnamenti.
Raggiunto da alcuni discepoli, Giovanni mise per iscritto i frutti della sua profonda esperienza interiore. Influenzato dalle opere di Evagrio, di Macario, di Dionigi Areopagita e di Gregorio di Nissa, egli sottolineò tuttavia in modo ancor più radicale rispetto ai suoi maestri come il grado più elevato della vita cristiana sia quello della carità e dell'amore.
Giovanni morì in una data imprecisata, in quella solitudine in cui più che a fuggire il mondo aveva imparato ad amare ogni creatura.

Tracce di lettura

I miei occhi sono stati bruciati dalla tua bellezza
ed è stata divelta davanti a me la terra sulla quale avanzavo;
la mia intelligenza è stupita per la meraviglia che è in te
e io, ormai, mi riconosco come uno che non è.
Una fiamma si è accesa nelle mie ossa
e ruscelli sono sgorgati per bagnare l'intera mia carne,
perché non si consumi.
O fornace purificatrice,
nella quale l'Artefice ha mondato la sua creatura!
O abito di luce, che ci hai spogliati della nostra volontà
perché ce ne rivestissimo, ora, nel fuoco!
Signore, lasciami dare ai tuoi figli ciò che è santo,
non è ai cani che lo do.
Gloria a te! Come sono mirabili i tuoi pensieri!
Beati coloro che ti amano,
perché risplendono per la tua bellezza
e tu dai loro in dono te stesso.
Questa è la resurrezione anticipata
di coloro che sono morti in Cristo.
(Giovanni di Dalyatha, Lettere)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose