Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 9 marzo 2026

Fermati 1 minuto. Passando in mezzo a loro

Lettura

Luca 4,24-30

24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Commento

Sia la vedova di Sarepta che Namaan il Siro erano pagani, entrambi vissuti in un periodo di grande infedeltà di Israele. I due episodi menzionati da Gesù costituiscono la proclamazione del suo ruolo profetico e la giustificazione biblica per la missione cristiana ai gentili. 

La rabbia degli uomini della sinagoga verso Gesù è dovuta all'affermazione che il favore di Dio nei loro confronti verrà meno per essere rivolto ai lontani. La cacciata fuori dalle mura della città verso la cima del monte è come una prefigurazione della passione, quando Gesù sarà crocifisso fuori Gerusalemme sul monte Gòlgota. Ma non è ancora giunta la sua ora e Gesù sfugge a questo tentativo di linciaggio.

Anche noi, come Gesù, siamo chiamati in virtù della incorporazione a lui nel battesimo, a esercitare un ministero profetico, testimoniando coraggiosamente, con la parola e con le azioni, il vangelo, a partire dal nostro ambiente di vita, senza il timore di sperimentare il rifiuto. 

L'atteggiamento di Gesù costituisce un modello su come dobbiamo reagire di fronte all'ostilità nei confronti dell'annuncio. Passare oltre: "passando in mezzo a loro se ne andò" (v. 30). Ma questa pagina del Vangelo è anche un monito affinché possiamo non dare per scontata la parola di Dio, che egli ci rivolge ogni giorno e che dobbiamo saper accogliere come parola sempre nuova, perché parola viva, abitata dallo Spirito. 

Gesù ci interpella, oggi, lì dove siamo. Possa trovarci pronti ad accoglierlo, affinché non siano più fortunati di noi quelli che non hanno mai sentito parlare di lui.

Preghiera

Il nostro cuore, Signore, sia pronto ad accoglierti, affinché possiamo essere costituiti profeti fedeli della tua parola, tra coloro che non ti conoscono. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 8 marzo 2026

Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen

Letture

Ef 5,1-14; Lc 11,14-28

Commento

Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocarlo per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del Vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio e di uno stato di profonda solitudine. 

A volte la sofferenza è capace di prostrare l’uomo a tal punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera. Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni. 

Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità. Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio. Gesù è l’uomo forte (Lc 11,22), capace di disarmare il nemico e scacciare i demoni con il dito di Dio. 

Le sue azioni suscitano meraviglia e una voce si leva dalla folla. Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, anteponendo l'obbedienza a Dio alla parentela di sangue: "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28); parole che suonano simili a quelle riportate da un altro passo del Vangelo di Luca: "Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). 

La famiglia è una realtà voluta da Dio fin dall’origine della creazione; ma Gesù ci insegna che se la nostra carità non sarà capace di superare le stesse relazioni familiari, non sarà all’altezza del suo vangelo. La parola di Dio è il modello da seguire; ma non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16). 

Se Gesù non fosse il Figlio di Dio, potremmo trovare in lui semplicemente un predicatore, un guaritore o un rivoluzionario politico. Ma egli può essere un vero modello di vita perché è il Verbo che si è fatto carne, la manifestazione visibile e tangibile di Dio. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ci si rende prossimo e conoscibile; è la mappa per il nostro itinerario di santificazione. Il Dio altissimo, di fronte al quale Mosè ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità in Cristo e Paolo ci esorta a farci suoi imitatori. 

Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati dall'Apostolo, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica della stessa epoca, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate semplicemente su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi (Mt 28,20).

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 3 marzo 2026

Fermati 1 minuto. Seduti nel posto del discepolo

Lettura

Matteo 23,1-12

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Commento

Le Scritture riconoscevano ai leviti e ai sacerdoti l'autorità di decidere sull'applicazione della legge mosaica, ma gli scribi e i farisei si erano spinti oltre l'autorità legittima aggiungendo tradizioni umane alla parola di Dio. Gesù esorta a seguire quanto predicano, ma nella misura in cui è conforme alle Scritture; condanna infatti "i pesanti fardelli" della tradizione extrabiblica che essi impongono sulle spalle della gente. 

La vita di fede è più grande della mera religiosità; quest'ultima, anzi, quando scade nel legalismo e nella precettistica aumenta le distanze dell'uomo da Dio. Guai a coloro che chiudono il regno di Dio agli uomini, perché non vi entrano e non vi lasciano entrare nemmeno coloro che vogliono entrarci! (Mt 23,13). 

I filatteri erano piccole scatole di cuoio contenenti delle pergamente recanti alcuni versetti biblici. Venivano legati sulla fronte e sul braccio sinistro durante la preghiera, secondo un'osservanza strettamente letterale delle esortazioni contenute nell'Esodo (Es 13,9) e nel Deuteronomio (Dt 6,8). I farisei interpretavano materialmente il comandamento di tenere la legge di Dio davanti agli occhi, ma avevano perso di vista la strada che conduce a lui divenendo "ciechi e guide di ciechi" (Mt 15,14). Rendendo più lunghi i lacci dei filatteri e le frange del mantello (che dovevano ricordare i dieci comandamenti), cercavano di essere notati e ammirati. 

Gesù stesso portava il mantello per la preghiera; non condanna, dunque, il suo uso, ma la volontà di apparire, propria dei farisei. Anche l'utilizzo dei titoli "rabbì", "padre", "maestro" non è proibito di per sé, ma nella misura in cui diventa per chi ne è fatto oggetto una pretesa e motivo di orgoglio. Paolo, infatti, parla ripetutamente di "maestri" nella Chiesa e spesso li definisce anche "padri" (1 Cor 4,15), esortando a mostrare loro rispetto (1 Tess 5,11-12; 1 Tim 5,1); chiama anche se stesso "padre", nei confronti di coloro che ha fatto nascere alla fede, ma il titolo è da lui utilizzato per rimarcare il suo affetto e non il proprio prestigio. L'uso di questi titoli è riprovevole anche nella misura in cui l'uomo viene riconosciuto come fonte di autorità al di sopra di Dio, mentre Mosè agì come semplice mediatore tra Dio e gli uomini. 

La colpa dei farisei è di costruire una religiosità priva di quell'aspetto gioioso che scaturisce dalla consapevolezza di essere chiamati da Dio a partecipare alla sua creazione e alla sua opera di redenzione. Gesù rimprovera anche la loro ipocrisia, perché indulgono verso se stessi ma predicano un grande rigore. Anche il cristiano rischia di cadere in questo peccato, quando proietta sugli altri quelle aspettative di osservanza che non riesce a soddisfare in se stesso. 

Ma vi è un atteggiamento peggiore: quello di chi si mostra religioso per essere lodato dagli altri. Costoro, come affermato da Gesù nel discorso della montagna "hanno già ricevuto la loro ricompensa" (Mt 6,2.5). Gli ammonimenti da lui rivolti alle folle - ma anche ai discepoli (v. 1) - sono un invito alla coerenza, senza la quale la nostra testimonianza del vangelo perde solidità. 

Più che i filatteri dobbiamo tenere sempre davanti ai nostri occhi l'esempio di colui che è stato maestro nel servire. Solo collocandoci nel posto a sedere che spetta ai discepoli potremo vincere la tendenza a sentirci "giusti" davanti a Dio e agli uomini. Se saremo umili, saremo veri. E se saremo veri dimoreremo in Gesù: Via, Verità e Vita.

Preghiera

Signore, tu ci doni la gioia di essere salvati; concedici di metterci alla tua scuola, per imparare da te che sei mite e umile di cuore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 2 marzo 2026

Agnese di Boemia. L'imperatrice dell'"altissima povertà"

Il 2 marzo del 1282, torna al Padre Agnese di Boemia, nel piccolo monastero che lei stessa aveva fondato sul modello di San Damiano ad Assisi.
Tredicesima figlia del re di Boemia, Agnese era stata a più riprese destinata a sposare potenti principi di altre case reali, secondo il costume del tempo. Problemi politici prima, e poi la morte del padre, avevano vanificato i progetti che altri avevano pensato sulla sua vita.
Ma l'evento decisivo per la futura scelta di Agnese di farsi celibe per il regno dei cieli, fu l'arrivo a Praga nel 1225 dei primi francescani, quando la giovane principessa non aveva ancora quindici anni. Da loro Agnese apprese dell'esperienza di Chiara e delle minori di San Damiano, e ne rimase conquistata. Cominciò così un cammino di abbassamento che la portò a servire i poveri e i bisognosi per le vie della capitale boema.
Per amore della radicalità evangelica che ormai aveva intuito di poter seguire, Agnese ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio che l'avrebbe resa imperatrice e diede inizio nel 1234, in accordo con la stessa Chiara di Assisi, a un convento damianita nel cuore di Praga.
Come Chiara, anche Agnese dovette a lungo lottare per vedere riconosciuto dalla chiesa il diritto a vivere senza nulla di proprio, nell'«altissima e santa povertà».
Ottenuto ciò che aveva pazientemente richiesto e atteso, e dopo aver dato vita a diverse iniziative a favore dei poveri e degli ammalati, Agnese visse gli ultimi anni ritirata nella sua comunità, sottomessa alle sorelle, rifiutando qualsiasi titolo o ruolo che potesse porla al di sopra di esse.

Tracce di lettura

Cristo è lo splendore della gloria eterna, la luminosità della luce senza fine e lo specchio senza macchia. Guarda ogni giorno questo specchio, o regina, sposa di Cristo, e guarda incessantemente in lui il tuo volto, per ornarti tutta intera, interiormente ed esteriormente, avvolgendoti in stoffe variegate, ornandoti altresì dei fiori di tutte le virtù, come conviene alla figlia e alla sposa amatissima dell'unico Sovrano.
In questo specchio risplende la beata povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità, come potrai tu stessa contemplare in esso, per grazia di Dio. Considera il principio dello specchio: la povertà di colui che è stato deposto in una mangiatoia e avvolto in fasce. O mirabile umiltà, stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, riposa in una mangiatoia.
In mezzo allo specchio, considera l'umiltà, la beata povertà, le fatiche innumerevoli che egli ha sopportato per redimere il genere umano. E alla fine del medesimo specchio, contempla l'ineffabile carità con la quale ha voluto soffrire sulla croce e morire la morte più infame di tutte. È questo specchio, appeso al legno della croce, che si rivolge ai passanti indicando loro cosa sia necessario considerare: «O voi tutti che andate per la strada, guardate e vedete se c'è un dolore come il mio dolore».
(Chiara di Assisi, Quarta Lettera ad Agnese)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Pronti a ricevere una misura traboccante

Lettura

Luca 6,36-38

36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Commento

Gesù non ci vuole servi ma figli, in cui è restaurata l'immagine e somiglianza divina, per opera della sua grazia santificante. Ci esorta dunque a imitare il Padre nella sua più alta perfezione: la misericordia. Essere misericordiosi come il Padre significa essere perfetti come lui (Mt 5,48). La carità è infatti il vincolo della perfezione (Col 3,14). 

Comandandoci di non giudicare, Gesù non condanna il vero discernimento, ma l'arroganza e l'ipocrisia di chi riconosce gli errori altrui dimenticando la propria fallibilità e debolezza. "Amore e verità si incontreranno" recita il Salmo 85: la capacità di rimettere i debiti altrui nasce infatti dal riconoscere la verità della nostra condizione, il nostro essere per primi debitori verso Dio.

La capacità di perdonare muove dalla consapevolezza che solo Dio può comprendere la vera intenzione che c'è dietro le azioni dell'uomo: "L'uomo guarda alle apparenze, ma Dio guarda al cuore" (1 Sam 16,7). Il giudizio ultimo sull'uomo è una prerogativa di Dio, che non dobbiamo usurpare. Siamo chiamati piuttosto a imitare la sua clemenza, che non perde fiducia nella capacità del peccatore di giungere alla conversione. Se noi siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13).

Gesù ribalta la "legge del taglione" ("occhio per occhio e dente per dente"; Es 21,24), istruendo i suoi disepoli con due negazioni e due affermazioni: "non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato" (vv. 37-38).

Quando ci rifiutiamo di perdonare il prossimo, il nostro cuore si chiude alla misericordia di Dio; quando riconosciamo il nostro peccato il cuore si apre alla grazia e si fa ancor più capace di perdono, in un flusso crescente di amore.

Per essere capaci di perdonare, dobbiamo riconoscere noi stessi come uomini perdonati da Dio. Teniamoci pronti a ricevere con abbondanza la sua misericordia - una "buona misura, pigiata, scossa e traboccante" (v. 38) - e a condividerla con chi è bisognoso di perdono, per ottenerne ancora in abbondanza. Diventiamo seminatori di pace e di compassione.

Preghiera

La misericordia che ogni giorno riversi su di noi, Signore, non vada perduta ma ci trovi pronti a seminare frutti di pace. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 1 marzo 2026

Quale demone ci tormenta?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità esteriore, e da ogni pensiero malvagio che possa assalirci interiormente. Per Cristo nostro Signore. Amen

Letture

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Commento

Le letture della prima domenica di Quaresima hanno proposto la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero. Nel Vangelo di oggi assistiamo a un altro “ritiro”, questa volta conseguenza dell'incomprensione e del rifiuto: sebbene in molti ancora continuino a seguire Gesù, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non è in grado di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato. 

Capita ancora oggi di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza, ma respinto quando viene proposto come colui che redime l'uomo dal peccato, e che lo libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”.

Il regno di Dio è vicino, e il tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù, affaticato dal suo ministero esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Questa regione vicino al mare era una sorta di luogo di villeggiatura dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato prevedevano addirittura il sacrificio di bambini. Motivo per cui le sue genti erano fortemente disprezzate da Israele. 

In questo contesto si inserisce la preghiera della donna cananea per la guarigione della propria figlia e il suo atto di fede, speculare all’incredulità manifestata dagli abitanti della Giudea. Anche oggi il vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, rifiuto, in quelle famiglie e in quelle terre che hanno alle spalle generazioni, millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce frutti in alcune periferie geografiche ed esistenziali, in maniera del tutto inattesa. 

Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, e così anche noi non dobbiamo temere di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che spesso non comprendono il senso profondo della sua missione. Il regno messianico è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Gesù ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento e non cominciate a dire dentro di voi: "Noi abbiamo Abrahamo per padre", perché io vi dico che Dio può suscitare dei figli ad Abrahamo anche da queste pietre.” (Luca 3,8).

È sorprendente il modo in cui la donna cananea si rivolge a Gesù; impiega, infatti, il titolo dal chiaro significato messianico “Figlio di Davide”, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù: inizialmente si mostra distaccato, poi spiega che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra. 

Gesù utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici”, ma si lascia convincere dall’insistenza della donna, dalla sua fede (la prostrazione sembra un atto di riconoscimento della natura divina di Cristo) e dalla sua umiltà, nel momento in cui chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato.

E noi di quali idoli siamo schiavi? Quali sono i demoni che ci tormentano? La rabbia? L’avidità? La paura? Il clima penitenziale della Quaresima ci spinge a interrogarci e a ricercare il nostro affrancamento in Gesù, colui nel nome del quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, per proclamarlo come unico Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11).

- Rev. Dr. Luca Vona