Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 8 aprile 2026

Martin Chemnitz, il "secondo Lutero"

La Chiesa Luterana celebra oggi la memoria di Martin Chemnitz, predicatore evangelico, uno tra i protagonisti della Riforma protestante tra i teologi tedeschi della seconda generazione.
Ultimo di tre figli, perse il padre all'età di undici anni e a causa dei problemi economici della famiglia ebbe difficoltà a seguire un corso di studi regolare.
Riuscì tuttavia a laurearsi Magister in letteratura all'Università di Königsberg.
Nel 1550 entrò a servizio del Duca Alberto I di Prussia, come bibliotecario di corte. In cambio della cura per la biblioteca e l'insegnamento in alcuni corsi come precettore, ebbe libero accesso a quella che allora era considerata una delle migliori biblioteche d'Europa.
Per la prima volta Chemnitz si dedicò completamente allo studio teologico. Durante questi anni il suo interesse si spostò dalla astrologia, che aveva studiato a Magdeburgo, alla teologia. Iniziò con lo studio attento della Bibbia nella lingua originale, con l'obiettivo di rispondere alle domande che lo lasciavano perplesso. Rivolse poi la sua attenzione ai primi teologi della chiesa, i cui scritti lesse meticolosamente e con attenzione. Si interessò alle dispute teologiche del tempo, ancora una volta leggendo con cura, mentre prendeva appunti. Questo metodo precoce di auto scolasticismo luterano era stato suggerito da Melantone.
Nel 1554 diventò professore all'Università di Wittemberg, tenendo lezioni sui Loci communes di Melantone e compilando da questi la sua opera di teologia sistematica nominata Loci Theologici. Nello stesso anno fu ordinato presbitero.
Chemnitz ebbe parte importantissima nella propagazione del luteranesimo e nelle controversie teologiche, tentando di mettere d'accordo le varie correnti, sulla base della fedeltà alla dottrina di Lutero, tanto da giustificare il soprannome di alter Martinus.
Fu uno degli autori principali della Formula di Concordia, assumendo una posizione "centrista" nell'opera di mediazione tra i luterani tedeschi. Determinante anche il suo contributo per la pubblicazione del Liber Concordiae (1580), standard dottrinale della Chiesa Luterana.
Chemnitz difese la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche (Repetitio sanae doctrinae de vera praesentia, Lipsia 1561, De duabus naturis in Christo, Jena 1570; 2ª ed., 1578 segg.), sostenendo, insieme con la dottrina luterana dell'ubiquità, una presenza relativa della natura gloriosa di Cristo, dipendente dalla sua volontà (multivoli praesentia).
Morì a Braunschweig l'8 aprile 1586.

Fermati 1 minuto. Egli entrò per rimanere con loro

Lettura

Luca 24,13-35

13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Commento

Pietro ha appena constatato che come gli avevano riferito Maria di Magdala e le altre donne il sepolcro di Gesù è vuoto. In quello stesso giorno (v. 13) due discepoli, che non fanno parte degli Undici, si stanno allontanando da Gerusalemme pieni di sconforto, quando vengono avvicinati da un uomo: Gesù è lì in carne e ossa, non è un fantasma, eppure i due discepoli non sono in grado di riconoscerlo perché il Risorto non ha ancora aperto i loro occhi mostrandogli il significato autentico del piano divino.

Rendendosi presente ai due discepoli che conversano sui tragici eventi recentemente accaduti Gesù mantiene la sua parola di essere là dove due o tre sono radunati nel suo nome (Mt 18,20). La risposta di Cleopa attesta la risonanza che la crocifissione di Gesù ebbe a Gerusalemme e nei suoi dintorni. Nelle sue parole c'è la delusione per la mancata instaurazione di un regno messianico di natura terrena ("Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele"; v. 21), sebbene le sue parole attestino la fede in Gesù come "profeta potente in opere e parole" (v. 19). 

Gli eventi accaduti al sepolcro e riportati dalle donne hanno suscitato la speranza nella risurrezione ma i discepoli, andati a verificare, non hanno visto Gesù (v 24). Riprendendo la loro incredulità Gesù si mostra come il perfetto esegeta, capace di dischiudere il senso profondo di tutte le Scritture alla luce dell'evento pasquale: il suo sacrificio diventa la chiave ermeneutica per comprendere gli eventi dell'Antico Testamento, la realtà ultima raffigurata dal culto levitico, la voce che parla nei Salmi, le profezie sul servo sofferente. 

I discepoli intanto giungono a destinazione e invitano "il forestiero" a condividere la cena con loro. Non si parla chiaramente della consacrazione eucaristica, ma il linguaggio utilizzato la richiama. Proprio quando Gesù spezza il pane sono resi capaci di riconoscerlo. Subito dopo Gesù scompare, ma da "tardi di cuore" (v. 25) i discepoli hanno adesso un cuore ardente (v. 32), pieno di fede. la gioia è tale che i due discepoli non restano a pernottare a Emmaus ma "partirono senz'indugio" (v. 33) per riferire agli Undici del loro incontro con Gesù risorto. Coloro ai quali Cristo si manifesta sono chiamati a confermare i propri fratelli. 

A Gerusalemme i due discepoli scoprono che Gesù è apparso lo stesso giorno a Simone e riferiscono ciò che è accaduto "lungo la via" e come avevano riconosciuto Gesù "nello spezzare del pane" (v. 35). La rivelazione del Risorto a Cleopa e al suo compagno di viaggio comprende due momenti, uno dinamico, mentre sono in cammino, e l'altro di riposo, mentre condividono il pasto; azione e contemplazione. 

Anche noi incontreremo Gesù se permetteremo alla sua parola di essere lampada per i nostri passi (Sal 118,105) e se condivideremo con lui il pane quotidiano dei nostri timori, delle nostre delusioni, delle nostre speranze. "Egli entrò per rimanere con loro" (v. 29). Allo stesso modo entrerà nella nostra esistenza per rimanere come fuoco che arde nel petto.

Preghiera

Raggiungici, Signore, nelle difficoltà della nostra vita, per illuminarci con la tua parola e confortarci con la tua presenza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 6 aprile 2026

Fermati 1 minuto. La corsa della fede e il prezzo della menzogna

Lettura

Matteo 28,8-15

8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli.
9 Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
11 Mentre quelle andavano, alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. 12 Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: 13 «Dite così: "I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo". 14 E se mai questo viene alle orecchie del governatore, noi lo persuaderemo e vi solleveremo da ogni preoccupazione». 15 Ed essi, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute e quella diceria è stata divulgata tra i Giudei fino ad oggi.

Commento

Dal sepolcro vuoto partono due notizie. Una la portano le donne, di corsa, con timore e gioia. L'altra la confezionano i sacerdoti, con calma, con denaro. Matteo le accosta senza commento — e quell'accostamento è già un giudizio.

Il brano è attraversato da una tensione potentissima: da una parte la corsa delle donne, dall'altra il complotto dei capi. La risurrezione genera immediatamente due movimenti opposti: fede e rifiuto.

Le donne partono dal sepolcro «con timore e grande gioia». Questa duplicità è decisiva: la risurrezione non elimina il timore, ma lo trasfigura. Il timore nasce dall'irruzione del divino; la gioia dalla certezza che quel divino è favorevole. La fede pasquale non è evidenza, ma adesione fiduciosa: non si vede il momento della risurrezione, ma si incontra il Risorto.

È significativo che Gesù si manifesti mentre le donne sono già in cammino per annunciare. L'incontro con il Risorto non è statico: avviene nella missione. Chi trattiene per sé l'esperienza rischia di non approfondirla; chi la condivide, la vede confermata. Esse abbracciano i suoi piedi, lo adorano — gesto insieme corporeo e teologale, fede concreta, non astratta. E Gesù le chiama a portare l'annuncio ai «fratelli»: dopo la passione e il rinnegamento, non ripristina una gerarchia, ma riapre una fraternità.

La scena si sposta bruscamente. I soldati, testimoni oculari, riferiscono tutto — ma la verità non viene accolta: viene gestita. Le autorità non cercano di capire, ma di controllare il racconto. Il denaro ricompare, come già nella consegna di Gesù, come strumento di falsificazione: «i discepoli hanno rubato il corpo». La menzogna è fragile — se dormivano, come potevano sapere? — eppure funziona. La resistenza alla verità può essere organizzata, finanziata, resa plausibile.

Emerge qui un punto teologico profondo: la risurrezione non si impone nemmeno davanti all'evidenza. Quei soldati avevano visto più di chiunque altro, eppure si lasciano corrompere. La verità non basta senza una disponibilità interiore ad accoglierla.

Matteo chiude con una nota fuori dal tempo narrativo: «questo racconto si è divulgato tra i Giudei fino al giorno d'oggi». L'oscuramento della risurrezione non è un episodio chiuso, ma una tendenza ricorrente. Il Risorto, intanto, precede i suoi in Galilea — nel luogo della vita quotidiana, non nei centri del potere. Si lascia incontrare da chi si mette in cammino. In questo spazio, ciascuno è chiamato a scegliere.

Preghiera

Signore risorto, che vai incontro a chi cammina, donaci il coraggio di correre verso i fratelli e la libertà di non tacere la tua verità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 5 aprile 2026

Il destino ultimo dell'uomo

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che attraverso il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo hai vinto la morte, e hai aperto per noi la porta della vita eterna, ti chiediamo umilmente, così come la tua grazia speciale ci preserva, infondi nelle nostre menti buoni desideri, affinché mediante il tuo aiuto continuo possiamo portarli a buon effetto. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, e con lo Spirito Santo, sempre, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Commento

Dopo la sepoltura di Gesù, l'attenzione del Vangelo di Giovanni si posa sul giorno che segue il sabato — quello che i cristiani eleggeranno come giorno memoriale della risurrezione del Signore. Maria di Magdala si reca alla tomba nel cuore dell'alba, e trova qualcosa di sconvolgente: la pietra è rovesciata, e dentro restano soltanto i lini che avvolgevano il corpo e il sudario che ne copriva il volto. Corre subito ad avvertire Pietro e il discepolo amato da Gesù, colui che è anche l'evangelista Giovanni.

Maria di Magdala — una donna, colei alla quale molto è stato perdonato e che per questo ha amato con tutto se stessa — è la prima a portare la notizia del mistero della tomba vuota. Amata da Gesù con singolare predilezione, la Maddalena diviene apostola degli apostoli: lei che si era recata al sepolcro per ungere di profumi il corpo del Signore, come aveva già fatto nell'ultima cena, mostrando così che il suo amore non conosce confine nemmeno davanti alla morte.

Pietro e il discepolo amato si mettono a correre verso la tomba, e il secondo arriva per primo. "L'amore di Cristo ci spinge", scriverà Paolo nella seconda Lettera ai Corinti. Ma chi corre più veloce si arresta sulla soglia — forse trattenuto dal timore di una contaminazione rituale: i sentimenti più profondi non sempre si accompagnano alla risoluzione più pronta. Pietro, invece, di cui i Vangeli tratteggiano a più riprese il carattere impetuoso, non conosce simile esitazione. Due forme d'amore, dunque: il discepolo amato si affretta nella corsa, poi si ferma davanti all'ingresso, ed entrerà nel sepolcro solo dopo aver superato le proprie razionalizzazioni legalistiche. Pietro si affanna nel correre, ma il suo slancio impulsivo spazza via ogni timore di violare le "leggi prestabilite".

Nel racconto dei due apostoli si avverte una tensione viva tra fede e incomprensione. Entrato nel sepolcro dopo Pietro, il discepolo amato "vide e credette": i due verbi sono posti in relazione diretta e consequenziale. Eppure il testo precisa che entrambi "non avevano ancora compreso la Scrittura". Saranno le apparizioni del Risorto ad aprire gli occhi dei discepoli alla piena intelligenza del mistero custodito nell'Antico Testamento: solo l'incontro diretto con Cristo rende capaci di accogliere un evento così eccedente la misura della ragione umana, come la vittoria sulla morte — quella che più spaventa l'uomo e che attende implacabile ogni creatura. A Giovanni bastano la tomba vuota e il lenzuolo ordinatamente ripiegato per credere. All'amore sono sufficienti piccoli segni per captare ciò che gli altri non vedono.

Gesù, il Messia promesso, volle che la sua morte fosse pubblica, esposta alla luce del sole che si oscura davanti a lui; ma la sua risurrezione è riservata agli amici più intimi. Accostiamoci a lui nella certezza che oggi Gesù Cristo ha vinto la morte, il peccato, la tristezza, e ci ha dischiuso le porte di una vita nuova, colma della pace e della gioia che lo Spirito Santo ci dona per grazia e che nessuno potrà mai toglierci. Risorgendo, Cristo rivela il destino ultimo dell'uomo, la sua vocazione, la sua natura più profonda. Lasciandoci condurre dall'amore, entreremo nel mistero dell'immensità divina.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 2 aprile 2026

Francesco da Paola. Chi vuol essere il primo sarà il servo di tutti

La chiesa cattolica ricorda oggi Francesco da Paola, eremita e fondatore dell'Ordine dei minini.

Nato nella cittadina calabrese di Paola, Francesco Martotilla era figlio di una famiglia di forte ispirazione francescana. Dopo un anno passato da ragazzo presso il convento di San Marco Argentano, Francesco proseguì la sua ricerca vocazionale attraverso viaggi e pellegrinaggi ad Assisi, a Montecassino, a Roma e presso diversi romitori dell'Italia centrale. Colpito dalla vita povera ed evangelica degli eremiti, decise, ancora giovanissimo, di vivere una vita di grande solitudine e preghiera. Ritiratosi nella campagna calabrese, egli divenne molto presto un padre spirituale ricercato, e dovette accogliere molti compagni che chiedevano di vivere la sua stessa vita. Per essi egli fonderà eremi, scriverà regole di vita e, prima di morire, assicurerà il loro riconoscimento da parte dell'autorità della chiesa. Fedele alla propria vocazione eremitica, ma convinto del primato dell'amore nella vita del cristiano, Francesco lottò tutta la vita per compaginare il proprio desiderio di solitudine con il comandamento dell'amore verso tutti i fratelli che non smisero mai di cercarlo.
La sua fama fu tale che su ordine del papa di Roma si recò al capezzale del re di Francia Luigi XI, e finì per vivere l'ultima parte della sua vita presso la corte francese, conservando intatta la propria totale povertà e semplicità evangelica. A piedi nudi, rimanendo un semplice laico e conducendo un'ascesi rigorosa, Francesco non risparmiò ai potenti la parola esigente del vangelo, e si prodigò per difendere i poveri e i perseguitati a causa della giustizia. Francesco si spense a 91 anni, il 2 aprile del 1507, a Tours.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


Fermati 1 minuto. L'umiltà che rende puri

Lettura

Giovanni 13,1-15

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». 8 Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». 10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Commento

Gesù e i discepoli sono riuniti per condividere una cena prima della vigilia della Pasqua ebraica. Si tratta dunque di un pasto ordinario assunto nel tardo pomeriggio del giovedi che precede la festa. Non c'è infatti alcun elemento rituale, ma Gesù mette in opera una azione fortemente simbolica lavando i piedi ai suoi discepoli. 

Non si tratta di un ordinamento cultuale, da praticare una volta l'anno, ma di un esempio (v. 15) di estrema umiltà nel servizio dei fratelli; è la dimostrazione che Gesù ci ama in modo perfetto, fino alla fine (gr. ein telos). Possiamo considerare questo momento l'inizio del "farsi pasqua" di Gesù stesso, a  un giorno di distanza dalla sua crocifissione. Giovanni specifica infatti che "era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre" (v. 1), dove il verbo greco metabaino (cambare posto, spostarsi da) conferisce alla frase una allusione al passaggio dalla morte alla vita. Anche il verbo con cui è indicato il deporre le vesti di Gesù (gr. tithemi) richiama l'offerta della vita. 

La lavanda dei piedi era nel mondo ebraico un segno di ospitalità e attraverso questo gesto Gesù accoglie pienamente i discepoli in una relazione di salvezza, espressa dall'"aver parte con lui" (v. 8). Egli chiede anche ai discepoli di farsi suoi imitatori, mostrandosi umili gli uni con gli altri. L'azione di lavare i piedi agli ospiti infatti era di competenza dei servi; solo raramente veniva effettuata tra pari, come segno di grande amore. 

I discepoli, che fino a poco prima discutevano su chi fosse il più grande (Lc 22,24) rimangono attoniti - a partire da Pietro - di fronte all'abbassarsi di Gesù fino al punto di mostrarsi loro come colui che serve. L'azione è anche simbolo del lavacro spirituale che la Passione di Cristo realizzerà per le anime; di quel dono d'amore che ora non può essere compreso (v. 7), ma il cui significato sarà dischiuso dal Risorto quando verrà a spezzare nuovamente il pane per i suoi (Lc 24,35). 

Il sacrificio espiatorio della Croce realizzerà la piena giustificazione per grazia; sarà tuttavia necessaria una continua santificazione nell'umiltà e nella rettitudine di vita. Con il suo esempio Gesù ci insegna a riceverci l'un l'altro, con quell'amore che è agape, dono, capace di farci oltrepassare la nostra individualità, realizzando quella trasformazione, quel "passaggio", che ci fa uscire dai limiti della condizione umana.

Preghiera

Purificaci, Signore, con la tua grazia; affinché possiamo partecipare alla piena comunione con te, nel servizio sollecito dei nostri fratelli. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona