Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita evangelico
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

lunedì 26 ottobre 2020

Fermati 1 minuto. Una parola che scioglie i nostri lacci

Lettura

Luca 13,10-17

10 Una volta stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. 11 C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. 12 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», 13 e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

14 Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato». 15 Il Signore replicò: «Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? 16 E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott'anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?». 17 Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Meditazione

Siamo nella sinagoga, in giorno di sabato. Gesù sta insegnando ma si interrompe. Ha notato una donna sofferente. Da diciotto anni è curva e non può raddrizzarsi in alcun modo. Eppure non ha smesso di comportarsi da "figlia di Abramo", recandosi alla sinagoga per osservare il giorno del Signore. Non chieded nulla. È Gesù a prendere l'iniziativa, e anche lui non chiede nulla alla donna. Luca ci informa che l'infermità è provocata da Satana. Sappiamo dal libro di Giobbe che ciò è possibile perché anche questi patì una infermità causata dall'angelo accusatore. Gesù agisce tuttavia in maniera diversa dai suoi esorcismi. Non sgrida alcun demone, ma si limita a imporre le mani e pronunciare la sua parola di liberazione. La parola di Dio, come afferma la Lettera agli ebrei, «è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla» (Eb 4,12). Così la parola di Dio penetra fino alle giunture dell'anima di questa donan e scioglie la sua schiena ricurva. Ma il miracolo compiuto da Gesù suscita la riprovazione da parte dei capi della sinagoga. Non hanno il coraggio di attacarlo direttamente ma si rivolgono ai presenti. Il Signore, che conosce i cuori, li accusa di ipocrisia, perchè le loro critiche non prendono le mosse dallo zelo per l'amore di Dio ma dall'invidia. Gesù evidenzia, inoltre, il modo in cui hanno pervertito la legge, piegandola al proprio egoismo. In giorno di sabato infatti, non trascurano di occuparsi del proprio bestiame, ma vorrebbero rifiutare a questa donna, sorella della loro stessa stirpe, figlia di Dio, creata a sua immagine e somigliaza, di riacquistare quella posizione eretta che distingue l'essere umano dagli animali. Il filosofo cristiano Søren Kierkegaard affermava che l'amore di Dio e la carità verso il prossimo sono i due battenti di un'unica porta. Siamo chiamati a mantenerla spalancata, perché non vi è modo migliore di santificare Dio che compiendo opere di misericordia.

Preghiera

Signore, tu rialzi dalla polvere il misero e  manifesti la tua gloria nella nostra debolezza. Ti benediciamo e ti glorifichiamo perché hai liberato le nostre anime dai lacci del peccato e ci hai donato la promessa della resurrezione. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 25 ottobre 2020

Cristo si è "manifestato" nella carne? Si va al voto!

Poche ore fa mi è giunta via email la convocazione all'assemblea federale dell'Alleanza Evagelica Italiana che si svolgerà in maniera telematica - causa Covid-19 - il 31 ottobre 2020.

All'ordine del giorno troviamo anche alcune proposte di modifica dello Statuto, tra cui, relativamente al punto 3.c quella avanzata dal fratello Giancarlo Rinaldi, di sostituire l'espressione di fede in Cristo "manifestato nella carne" - ripresa da 1 Timoteo 3,16 - con "fattosi uomo".

Già nei giorni scorsi avevo riportato la querelle tra il Professore e l'AEI in merito alla questione.

Riassumendo, l'AEI ha risposto all'accusa di gnosticismo e docetismo mossa dal Prof. Rinaldi affermando che:

« 1. L’espressione Dio “manifestato nella carne” è la citazione di 1 Timoteo 3,16, tradotta così dalla Diodati, Luzzi/Riveduta, Nuova Riveduta e Nuova Diodati, praticamente tutte le traduzioni in uso nelle chiese evangeliche italiane. Non è una espressione introdotta o inventata dall’AEI: è un testo biblico. Inoltre, non corrisponde al vero che l’espressione “manifestato” debba necessariamente intendersi come mera apparenza, visto che nella Parola di Dio è utilizzata numerose volte per indicare un palesamento anche concreto, fisico e corporeo.

2. L’articolo di fede messo in discussione è stato citato mutilandolo. L’articolo nella sua totalità afferma quanto segue:

Art. 3) Noi crediamo nel nostro Signore Gesù Cristo, unico media­tore, Dio manifestato nella carne, nato da Maria vergine, vero uomo ma senza peccato, nei suoi miracoli divini, nella sua resurrezione corporale, e nel suo ritorno in potenza e gloria (Colossesi 2:18; Isaia 7:14; Ebrei 4:15; Atti 2:22; I Pietro 3:18; Marco 16:19: I Timoteo 2:5; Luca 21:27; Giovanni 14:30-31).

La confessione di Gesù “vero uomo” e risorto “corporalmente”, unita anche al precedente articolo 2 "Noi crediamo in Dio, uno, eternamente esistente in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo", chiaramente assicura la dichiarazione al cristianesimo trinitario ortodosso e la mette al riparo dalle paventate deviazioni docete ».

Nell'Ordine del giorno pervenuto con la convocazione all'assemblea federale leggiamo:

« Una differenziazione tra i membri della Commissione si è riscontrata solo nell’opportunità di modificare l’Art. 3 della Dichiarazione di Fede. In particolare 2 membri su 5 (Rinaldi e Mazzeschi) hanno proposto di effettuare interventi alla dichiarazione di fede. Gli altri 3 membri, al contrario, hanno ritenuto inopportuno intervenire su una dichiarazione di fede stabile da molti anni.

Il CEF nel ricevere il lavoro della commissione:

- Ha acquisito il testo mantenendo la differenziazione delle due posizioni: sia quella maggioritaria del non intervento sulla dichiarazione di fede, sia quella minoritaria mirante ad apportarvi modifiche;

- Ha espresso unanimemente proprio parere, analogo a quello della maggioranza della Commissione, di considerare inopportuni e non condivisibili gli interventi di modifica alla Dichiarazione di Fede;

- Ha rinviato all’Assemblea Federale la prerogativa di decidere, con uno specifico voto, se acquisire o meno gli emendamenti all’Art. 3 sulla Dichiarazione di Fede proposti dai commissari Rinaldi/Mazzeschi.

I commissari Rinaldi/Mazzeschi hanno proposto le seguenti modifiche all’Art. 3:

(...)

- Il punto c) diventerebbe: “Noi crediamo nel nostro Signore Gesù Cristo, unico mediatore, Dio fattosi uomo, nato da Maria vergine, vero uomo ma senza peccato, nei Suoi miracoli divini, nella Sua resurrezione corporale, e nel Suo ritorno in potenza e gloria (Col 2:18; Is 7:14; Ebr 4:15; At 2:22; I Pt 3:18; Mc 16:19: I Tim 2:5; Lc 21:27; Gv 14:30-31).” »

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Personalmente sono contrario alla modifica del testo relativo alla Dichiarazione di fede presente nello Statuto dell'AEI.

Non è corretto affermare che l'espressione rivolta a Cristo come "manifestato nella carne" sia propria unicamente della Bibbia Diodati, redatta a partire dai testi originali nel Seicento. Questa espressione - "manifestato" - è propria anche della Vulgata Clementina, della King James Version (la più importante traduzione dai testi originali compiuta nel Seicento in Inghilterra e ancora oggi la versione più diffusa della Bibbia nel mondo anglosassone), ma anche delle migliori traduzioni italiane e internazionali della Bibbia, quali: la Nuova Diodati (redatta non come "aggiornamento della Diodati", ma seguendone il principio di base di traduzione dai testi originali; ultima revisione 2003); la Nuova riveduta (la più diffusa bibbia protestante in Italia); la Bibbia di Gerusalemme (versione approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana); la Nuovissima versione dai testi originali (dove la traduzione della Prima lettera a Timoteo è stata compiuta da Settimio Ciprani), il Nuovo testamento interlineare la cui traduzione dal testo greco Nestle-Aland è stata compiuta da Flaminio Poggi (Professore alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico), la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente (TILC), approvata dalla Alleanza Biblica Universle.

Considero dunque privo di fondamento il timore di derive gnostiche o docete perché l'espressione "manifestato" - accolta dalle migliori commissioni bibliche nazionali e internazionali, protestanti, cattoliche e ortodosse - va compresa alla luce del contesto scritturistico in cui è usata e del complesso della teologia paolina. L'essere manifestazione di Dio non implica il non essere vero Dio incarnato, ma anzi è una caratteristica di questo evento. Tant'è che si parla di "epifania" - "manifestazione" - del Signore Gesù Cristo come Figlio di Dio, nel episodio dell'adorazione dei magi, nel battesimo al Giordano e nella trasfigurazione; e tale festa esiste nella cristianità orientale ed occidentale fin dai primi secoli (si pensi che è molto più antica della celebrazione della Natività).

Qui di seguito le diverse citazioni bibliche secondo le versioni sopra menzionate.

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DIODATI

E senza veruna contradizione, grande è il misterio della pietà: Iddio è stato manifestato in carne


KING JAMES VERSION

And without controversy great is the mystery of godliness: God was manifest in the flesh


VULGATA CLEMENTINA

Et manifeste magnum est pietatis sacramentum, quod manifestatum est in carne


NUOVA DIODATI (2003)

E, senza alcun dubbio, grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne


NUOVA RIVEDUTA

Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne


BIBBIA DI GERUSALEMME (CEI)

Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne


NUOVO TESTAMENTO INTERLINEARE (DALLA VERSIONE GRECA DI NESTLE-ALAND)

E concordemente grande è il della pietà mistero: Colui che fu manifestato nella carne


TRADUZIONE INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE

Davvero grande è il mistero della nostra fede: Cristo. Si è manifestato come uomo

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Alla luce di quanto sopra penso che la sostituzione di "manifestato nella carne" con "fattosi uomo" non è aderente al testo originale dove la parola greca ἐφανερώθη (ephanerōthē -aoristo indicativo passivo) significa rendere visibile, mettere in chiaro, uscire allo scoperto, con un richiamo alla natura epifanica dell'incarnazione del Verbo.

- Rev. Dr. Luca Vona


Assemblea dell'Alleanza Evangelica Italiana

Un tempo eravate tenebre


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ


           Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14

Nel brano del Vangelo di Matteo sugli invitati a nozze troviamo una parabola in due parti; la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", rappresenta il giudizio individuale e non la troviamo negli altri vangeli.
La parabola degli invitati a nozze ha un racconto analogo nel Vangelo di Luca, quello del "gran convito". Le due parabole non sono però identiche e in Luca la reazione di coloro che declinano l'invito è di indifferenza più che di ostilità verso i messaggeri.
Nel vangelo di Luca, inoltre, il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola riportata da Matteo è maggiormente incentrata, dunque, su un significato messianico. Anche il luogo dove viene narrata la parabola è molto diverso: in una abitazione privata quella riferita da Luca, nel tempio quella riportata da Matteo.
In entrambe, i destinatari non si curano del'invito, "andandosene chi al proprio campo chi ai propri affari" (Mt 22,5); ma nel racconto di Matteo vi sono degli "altri" che "presi i suoi servi, li oltraggiarono e li uccisero" (Mt 22,6). Troviamo così una allusione alle persecuzioni e agli oltraggi che non solo i profeti dell'Antico Testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, hanno subito - e continuano a subire - per il suo nome.
Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mando i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico. Verrà infatti distrutta - e con essa il tempio - dai Romani, pochi decenni dopo la venuta di Cristo. Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosè chiamando Israele "il tuo popolo" e non più "il mio popolo".
Alla distruzione della città segue, anche in Matteo, l'invio dei servi agli incroci delle strade, in questo caso per invitare "chiunque troverete".
A questo punto della vicenda terrena di Cristo vi è un cambio di rotta decisivo. Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti.
A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono cattivi e buoni e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,11). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data per grazia è chiaro sia nella descrizione dei nuovi invitati nel Vangelo di Luca, sia nella seconda parte della parabola del Vangelo di Matteo. Nel primo caso chi dovremmo ravvisare in quei "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" se non noi tutti, carichi dei nostri limiti che ci impediscono, da soli, di pervenire alla salvezza, segnati dalle ferite e dalla cecità causata dal peccato?
Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11).
L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo. Egli entra per vedere coloro che erano a tavola; come era d'uso nell'antico Oriente, infatti, il re si presentava quando già tutti i commensali erano seduti a tavola.
La fede necessaria per presentarsi al convito è qui simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati è sprovvisto: "ora il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito da nozze; e gli disse: "amico come sei entrato qui senza vestire l'abito di nozze? Ma egli rimase con la bocca chiusa" (Mt 22,11-12).
Era abitudine in oriente, che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana, di accogliere il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.
Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: "Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli" (Is 60,10).
Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo nella condizione in cui si trovano, qui ed ora, e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), pure conviene ricordare che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio (Ef 1,6) e che, se "non vi è alcuna condanna", è unicamente "per coloro che sono in Cristo Gesù" (Rm 8,1). Per questo Paolo ci esorta, in piena sintonia con la parabola degli invitati a nozze: "rivestitevi del Signor Gesù Cristo" (Rm 13,14).

Rev. Dr. Luca Vona


venerdì 23 ottobre 2020

Fermati 1 minuto. Che tempo fa?

Lettura

Lc 12,54-59

In quel tempo, Gesù diceva alle folle:

«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?

Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Meditazione

Abbiamo la capacità di giudicare, di valutare gli eventi. Questo afferma Gesù, rivolgendosi alle folle, non a una élite religiosa. Egli parla a uomini comuni: pescatori, agricoltori, commercianti. Si rivolge a noi. Siamo capaci di dare una interpretazione agli eventi terreni, senza il bisogno di un aiuto esterno. Allo stesso modo dovremmo interpretare le cose spirituali, perché la nostra anima è capace di farlo. Il nostro tempo ci spinge a farci assorbire completamente dagli affari di questo mondo e i pochi momenti di riposo diventano spesso occasione per un ozio improduttivo. Gesà ci sprona, invece, ad applicarci allo studio, alla meditazione, alla preghiera, alla contemplazione. A leggere in prima persona la nostra vita alal luce dell'evangelo. A camminare con lui - che in questo passo delle Scritture è in viaggio verso Gerusalemme, dove si compirà il suo destino terreno - finché siamo in tempo. Finché siamo in vita, infatti, siamo per strada, e questo è il tempo della conversione. Come afferma l'apostolo Paolo: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 6,2).

Preghiera

Signore, giudice e mediatore, noi ci affidiamo a te, che hai steso le braccia sulla croce per la nostra riconciliazione. Concedici di camminare sempre alla luce della tua parola. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona



Ambrogio di Optina. Un abisso di carità

 Le chiese ortodosse ricordano oggi Ambrogio, forse il più grande degli starcy di Optina.

Uomo di vivo ingegno, Aleksandr Michajlovič Grenkov (nome di battesimo del futuro starec) era stato costretto fin dalla giovinezza a ridurre notevolmente le attività a cui pure si sentiva portato, a causa dell'estrema instabilità della sua salute. Indirizzato dal proprio padre spirituale alla vita monastica nell'eremo di Optina, Ambrogio fece conoscenza degli altri due grandi starcy di quel monastero: Leonida (1763-1841) e Macario (1788-1860), dei quali divenne discepolo. 

Inizialmente fu monaco addetto alla cucina e, in seguito, Lettore di sacre scritture. Pochi anni più tardi fu consacrato ierodiacono con il nome di Ambrosius, in onore di Sant'Ambrogio, vescovo di Milano. Successivamente alla sua consacrazione si ammalò gravemente, tanto che, anche una volta guarito, rimase infermo e impossibilitato per la debolezza che lo perseguitava a celebrare la liturgia. Da allora si dedicò alla preghiera interiore e alla traduzione dei testi patristici. Quando il reverendo Macario morì nel settembre del 1860 Ambrogio diventò monaco superiore del monastero.

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Ambrogio di Optina (1812-1891)

Attraverso la sofferenza assunta nella preghiera, Ambrogio imparò a conoscere se stesso e a scoprire nel profondo del suo cuore i segreti della natura umana e il cammino verso la riconciliazione con Dio. Convinto che la potenza di Dio si rivela soprattutto nella debolezza, egli divenne un padre spirituale di grande dolcezza, e impiegò il proprio discernimento non per giudicare gli altri, ma per con-soffrire con loro. Amava ripetere, parafrasando l'apostolo Paolo: «È la bontà di Dio che ci spinge alla conversione».

Divenuto padre spirituale del monastero alla morte di Macario, Ambrogio si adoperò per promuovere l'impegno di tutti i cristiani a sostegno degli ultimi e degli emarginati del suo tempo. La sua figura ispirò ampiamente la letteratura russa, da Dostoevskij a Tolstoj, e di lui fu detto: «Da Ambrogio un insondabile abisso di carità si effonde su ogni uomo». Morì la sera del 10 ottobre 1891, e sulla sua lapide i discepoli posero a suggello della sua vita: «Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli. Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ogni uomo».

Tracce di lettura

Tu preghi sempre il Signore perché ti dia l'umiltà. Ma come si può ottenere l'umiltà conducendo una vita così comoda? Se nessuno ti toccasse e tu restassi tranquilla, come potresti riconoscere la tua cattiveria? Come potresti vedere i tuoi vizi? Ti affliggi perché, secondo te, tutti cercano di umiliarti. Se cercano di abbassarti, significa che vogliono renderti umile: e sei tu stessa che chiedi a Dio l'umiltà. Perché allora affliggerti per le persone? Ti lamenti per l'ingiustizia della gente che ti circonda, per il loro atteggiamento verso di te. Ma se aspiri a regnare con Gesù Cristo, allora guarda a lui, come si è comportato con i nemici che lo circondavano: Giuda, Anna, Caifa, gli scribi e i farisei che volevano la sua morte. Egli non si lamentò dei nemici che agivano ingiustamente verso di lui, ma in tutte le terribili sofferenze inflittegli vedeva solamente la volontà del Padre, che aveva deciso di seguire e che seguì fino all'ultimo respiro. Egli vedeva che questi agivano ciecamente, per ignoranza, e perciò non li odiava ma pregava: «Signore, perdonali perché non sanno quello che fanno».
(Ambrogio di Optina, Lettere)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 22 ottobre 2020

Fermati 1 minuto. Come fuoco sulla terra

Lettura

Luca 12,49-53

49 Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! 50 C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!

51 Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. 52 D'ora innanzi in una casa di cinque persone 53 si divideranno tre contro due e due contro tre;

padre contro figlio e figlio contro padre,

madre contro figlia e figlia contro madre,

suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Meditazione

Gesù, come uomo, è pienamente conspevole delle sofferenze che lo attendono nella sua Passione, ma la sua volontà umana è intimamente unita a quella della sua natura divina e a quella del Padre, così l'attesa del "battesimo" che dovrà ricevere diviene angoscia finché non sia compiuto. Il baptismós (gr.), propriamente l'“immersione” nei dolori della Passione, sarà segno di scandalo (Rm 9,33) per molti, e gli stessi discepoli, in un primo momento, non coglieranno il significato profondo di quell'evento. In esso Gesù si rivela segno di contraddizione «per la rovina e la resurrezione di molti» (Lc 2,34). L'atteggiamento di accoglienza o di rifiuto verso il mistero pasquale determina il nostro essere o non essere partecipi della morte e resurrezione del Cristo. A stabilire l'appartenenza al suo "popolo" non è più una discendenza o comunanza di sangue, ma la fede nel suo sangue redentore. Adempimento del giudizio di Dio verso l'umanità, la croce, sulla quale sono stati inchiodati i nostri peccati, è il luogo di riconciliazione di tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra (Col 1,20).

Preghiera

Signore Gesù Cristo, noi riconosciamo in te il Figlio di Dio, che si è fatto pietra di scandalo nella morte di croce. Concedici di essere edificati su di te come tempio del Dio vivente. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona