Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 25 aprile 2026

Le sei perfezioni del buddhismo. Prajñā (saggezza)

La pratica dello zazen non si configura come una semplice tecnica di meditazione o un esercizio psicofisico tra i tanti. È, piuttosto, un atto totale di presenza: un gesto in cui l'intera vita del praticante viene raccolta e offerta alla realtà del momento. L'attenzione non è diretta soltanto verso la postura del corpo o il ritmo del respiro, ma verso il proprio modo fondamentale di essere nel mondo. In questa condizione il corpo, la mente e lo spirito — sintetizzati nel termine giapponese Shin — convergono in un'unica unità indivisa, cessando di essere elementi separati di un sistema e diventando un'espressione coerente della vita stessa.

Attraverso la dedizione alla postura, il praticante sperimenta un livello di coscienza in cui i confini individuali si assottigliano e infine si dissolvono, permettendo di «divenire uno con ogni cosa». Questo non è un risultato da raggiungere né uno stato speciale da conquistare: è la natura ordinaria dell'esistenza, semplicemente riconosciuta. È in questo riconoscimento che risiede il cuore della Prajñā Pāramitā — la Perfezione della Saggezza — uno dei pilastri fondamentali del Buddismo Mahāyāna e del percorso Zen.


I. La fede come abbandono all'ignoto

Al centro di questa esperienza risiede un concetto fondamentale, spesso frainteso o sottovalutato: la fede, in sanscrito Śraddhā. Nella tradizione Zen, la fede non ha nulla a che fare con l'adesione a un dogma religioso o con la devozione cieca a un'autorità esterna. È, piuttosto, una «fiducia speciale» che raccoglie in sé due forze apparentemente opposte: il grande dubbio e la grande determinazione. La fede autentica non esclude il dubbio — lo abbraccia, lo attraversa, lo trasforma in carburante per la ricerca.

Sedersi in zazen significa abbandonare tutto, senza sapere in anticipo cosa accadrà: immergersi deliberatamente nel «regno dell'ignoto». Questo abbandono non è rassegnazione né passività; è il gesto più coraggioso che un essere umano possa compiere, perché richiede di rinunciare alla protezione rassicurante delle proprie mappe mentali. Se ci si siede con aspettative intellettuali, con speranze di esperienze particolari o con schemi tratti da letture e insegnamenti, si pratica soltanto una sofisticata forma di speculazione mentale — un zazen della mente, non dello Shin.

La vera pratica richiede di lasciare andare la mente abitudinaria — quella mente che cataloga, confronta, giudica e si difende — per aprirsi all'accadimento puro, a ciò che è, nella sua nudità immediata. Non si tratta di svuotare la mente, come vuole un equivoco comune, ma di smettere di opporvisi.

In questo senso, la fede precede necessariamente la realizzazione: ci si associa alla Via per fede, come ci si avvicina a un oceano sconosciuto. Ma la si comprende davvero — nel suo sapore, nella sua profondità, nelle sue correnti — solo attraverso l'immersione diretta. Nessuna descrizione sostituisce l'esperienza; nessuna mappa è il territorio.


II. Prajñā: la saggezza dell'impermanenza

La saggezza, o Prajñā, non è una competenza intellettuale né un insieme di conoscenze accumulate. Emerge quando la mente smette di filtrare la realtà attraverso la lente dell'io e allarga il suo sguardo fino a includere ogni minima cosa come parte di sé. È la realizzazione vissuta — non solo pensata — dell'insostanzialità del sé (anātman) e della continua trasformazione di ogni fenomeno (anicca, impermanenza). Nulla ha un'esistenza fissa, indipendente, permanente: tutto ciò che percepiamo come solido è un processo, un flusso di condizioni interdipendenti.

Un concetto estetico e filosofico che esprime con straordinaria intensità questa visione è il Wabi Sabi, uno dei contributi più profondi della cultura giapponese alla comprensione umana dell'esistenza. Il Wabi Sabi è la bellezza della transitorietà e dell'imperfezione: la patina del tempo su un oggetto antico, la crepa in una ciotola di ceramica, la foglia che ingiallisce. Riconoscere il segno del tempo nelle cose — cogliere l'eleganza in ciò che si consuma, si inclina, si trasforma — non deve indurre tristezza o nostalgia. Offre, invece, un'intuizione diretta sull'assenza di fissità del mondo: ogni cosa porta già in sé la propria fine, ed è proprio questo che la rende preziosa e irripetibile.

Questa consapevolezza trasforma radicalmente la visione quotidiana. Rivela l'illusione dell'ego — quella costruzione narrativa che si racconta come separata, permanente, minacciata — e dissolve le sue difese, quella costante vigilanza che consuma tanta energia vitale. Apre la strada a una visione inclusiva, capace di abbracciare anche ciò che è sconosciuto, incompreso, incontrollabile.

Va precisato che Prajñā non coincide con l'intelligenza analitica né con la semplice calma mentale. È uno stato in cui conoscere e essere coincidono: non c'è più un soggetto che osserva un oggetto, ma una presenza lucida che include entrambi. In questo senso, la saggezza zen non è qualcosa che si acquisisce — è qualcosa che si smette di oscurare.


III. Karuṇā: la compassione naturale

Dalla saggezza nasce inevitabilmente la compassione (Karuṇā). Non si tratta di un passaggio logico né di una conclusione morale: è una fioritura naturale, come il calore che segue la luce. Quando la percezione dell'io separato si alleggerisce, la sofferenza dell'altro smette di essere «sua» e diventa semplicemente sofferenza — condivisa, riconoscibile, reale. Non è necessario uno sforzo volontaristico per essere compassionevoli: l'apertura è già, di per sé, compassione.

La vera compassione, in questo senso, non è un calcolo morale né una valutazione psicologica dei difetti altrui. Non nasce dal commiserarsi per le debolezze di chi ci sta vicino, né da un giudizio benevolo che, in fondo, mantiene la distanza. È uno stato empatico profondo che sorge spontaneamente quando il cuore della saggezza si apre: una risonanza, non un'analisi. Comprendere che ogni essere agisce sotto l'effetto del proprio ego — con le sue distorsioni, le sue paure, le sue strategie di sopravvivenza — permette di sentire la sofferenza dell'altro come propria e di agire per aiutarlo senza secondi fini, senza aspettarsi gratitudine, senza calcolare il ritorno.

Questa compassione si estende anche a se stessi. La pratica dello zazen non è una disciplina severa con cui punire la propria distrazione o inadeguatezza; è, al contrario, un atto di cura radicale verso se stessi — un modo di stare con ciò che si è, senza fuggire e senza fingere.

In questo senso, la pratica non si limita al cuscino. Una volta alzati, l'unione con il tutto rende impossibile — o almeno sempre più difficile — non agire con amore verso il prossimo. Ogni gesto, ogni parola, ogni incontro diventa un'estensione naturale della seduta: non perché si debba «applicare» qualcosa di imparato, ma perché la stessa apertura che permette lo zazen continua a lavorare nella vita ordinaria.


IV. Prajñā Pāramitā: la perfezione che attraversa

Il termine sanscrito Pāramitā può essere tradotto come «perfezione» o, più letteralmente, «ciò che ha attraversato l'altra riva». Le sei Pāramitā — generosità, disciplina etica, pazienza, energia, meditazione e saggezza — non sono virtù da praticare separatamente: sono facce di un'unica disposizione interiore che si consolida attraverso il cammino.

Prajñā, la saggezza, è l'ultima e in un certo senso la più importante, perché illumina tutte le altre: senza di essa, la generosità può diventare dipendenza, la disciplina rigidità, la pazienza passività. Con essa, ogni azione diventa spontaneamente adeguata, proporzionata, libera.

Il Prajñāpāramitā Hṛdaya Sūtra — il Sūtra del Cuore — condensa questa visione in poche righe di straordinaria densità, dichiarando che «la forma è vuoto, il vuoto è forma». Non si tratta di nichilismo né di idealismo: è la descrizione di una realtà in cui nulla esiste in modo autonomo e assoluto, e in cui proprio questa interdipendenza universale è la sorgente di ogni connessione, ogni cura, ogni libertà.


Conclusione: Sotto il cuscino

Il cammino dello zazen è una ricerca che porta a scoprire ciò che è già presente — «esattamente sotto il nostro cuscino», come recita una delle espressioni più belle della tradizione Zen — sebbene sia necessaria una pratica costante e paziente per accorgersene davvero. Non si tratta di aggiungere qualcosa a ciò che siamo, ma di rimuovere gli strati di abitudine, proiezione e paura che impediscono di vedere l'essenziale.

Fede, saggezza e compassione non sono tappe successive di un percorso lineare, ma tre dimensioni di un'unica realtà vissuta: la fede rende possibile sedersi nell'ignoto, la saggezza rivela la natura di quell'ignoto, la compassione traduce questa rivelazione in azione nel mondo. Nessuna delle tre è sufficiente senza le altre.

Il cammino dello zazen è una prova che può riempire degnamente un'intera vita — anzi, che richiede un'intera vita per essere davvero percorso. Non si compie mai definitivamente, non si conclude in una certificazione o in un'illuminazione privata. Si compie, piuttosto, momento per momento, seduta dopo seduta, in ogni istante in cui scegliamo di essere presenti. Ed è questa scelta quotidiana — umile, silenziosa, ripetuta — che trasforma non solo chi pratica, ma, inevitabilmente, il mondo che lo circonda.

- Rev. Dr. Luca Vona

Marco evangelista e il mistero del Servo sofferente

Le chiese d'oriente e d'occidente celebrano oggi la festa di Marco evangelista.
Giovanni, detto anche Marco, era cugino di Barnaba, e nella casa di sua madre si radunavano i primi cristiani per pregare, secondo la testimonianza di Luca (At 12,12). Verso il 44 Marco accompagnò Paolo e Barnaba a Cipro e in Panfilia, nel loro primo viaggio missionario. Abbandonato Paolo, che lo rimproverò apertamente per il suo rifiuto di seguirlo, egli si riscatterà restando accanto all'Apostolo durante la prigionia romana di quest'ultimo. Marco fu anche discepolo di Pietro, che nella prima lettera lo chiama «mio figlio», e ne fu l'interprete. Acconsentendo alla richiesta dei cristiani di Roma egli fissò per iscritto la predicazione di Pietro, raccogliendo accuratamente tutto ciò che quegli ricordava delle cose dette o fatte dal Signore, e inaugurando così il genere letterario dei vangeli. Secondo alcuni egli è identificabile con il giovane che fugge via nudo dopo l'arresto di Gesù. La liturgia copta chiama Marco «il testimone delle sofferenze del Figlio unigenito». Nel suo vangelo infatti egli fissa lo sguardo sul mistero del Servo sofferente in cui è nascosta la gloria del Figlio dell'uomo, senza nascondere mai la grande incomprensione che Gesù incontrò in vita da parte degli stessi discepoli. Gli ultimi anni della vita di Marco sono parzialmente avvolti nel mistero. Eusebio riferisce che si recò in Egitto e fondò la chiesa di Alessandria. Ad Alessandria, Marco avrebbe subìto il martirio, in data sconosciuta. Il suo corpo, secondo la tradizione, fu trasferito nell'828 a Venezia. Una sua reliquia fu donata nel 1968 dal cardinale Urbani al papa di Alessandria Cirillo VI, segnando così l'avvio del dialogo fra chiesa copta e chiesa cattolica dopo secoli di ostilità e di incomprensione.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Questione di vita o di morte

Lettura

Marco 16,15-20

15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. 17 E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
19 Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
20 Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano.

Commento

Se precedentemente Gesù aveva inviato i suoi discepoli a predicare il vangelo alle pecore perdute della casa d'Israele, proibendo loro di passare per le città dei pagani e dei samaritani (Mt 10,5-6), con la sua morte e risurrezione la salvezza si estende al mondo intero. Gesù invita i suoi fedeli a proclamare con forza e convinzione il messaggio del vangelo. La nostra parola non è una tra le tante nel rumoroso affastellarsi di idee e di opinioni nel mondo, ma la sua accoglienza è questione di vita o di morte.

Le parole di Gesù riportate da Marco sono simili a quelle del "grande mandato" nel Vangelo di Matteo (Mt 28,19-20), con l'aggiunta del contrasto tra coloro che saranno battezzati e avranno creduto e coloro che non crederanno. La fede è il requisito fondamentale per accedere alla salvezza. Nella chiesa primitiva il battesimo seguiva immediatamente la professione di fede, mediante la quale colui che credeva con il cuore professava Cristo con la bocca (Rm 10,9). Il rito manifestava con un segno esteriore l'adesione interiore a Cristo.

I prodigi promessi da Gesù sono riferiti alla comunità apostolica e non a ogni singolo credente in ogni epoca (1 Cor 12,29-30; Eb 2,3-4); ma la pratica delle virtù da parte di ogni discepolo sarà più eloquente di qualsiasi parola. 

Il parlare in lingue è funzionale alla diffusione del vangelo a tutte le genti. Il potere sui serpenti e sul veleno è anche potere sul Maligno, il serpente antico, che cerca di indurre al peccato e muove guerra ai santi. L'evangelizzazione richiede il superamento dell'umana prudenza e del timore nei confronti del mondo, ha bisogno di uomini e donne coraggiosi. I discepoli sono anche chiamati a prendersi cura di chi soffre, invocando l'azione dello Spirito di Dio sui malati e proclamandoli beati, perché saranno consolati (Mt 5,4).

Con l'ascensione si compiono le parole del salmo che Gesù richiama poco prima nello stesso Vangelo di Marco (Mc 12,36): "Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi»" (Sal 109,1). Lo stesso salmo è richiamato da Pietro nel giorno di Pentecoste (At 2,33-36). 

L'ascensione al cielo non rappresenta l'abbandono della sua comunità da parte di Gesù; egli aveva promesso che si sarebbe seduto alla destra del Padre (Mc 14,62), luogo di privilegio e autorità, e da lì continua a governare la sua Chiesa. Abbiamo il dovere e la gioia di continuare la sua opera sulla terra, guidati dallo Spirito, fino al suo ritorno.

Preghiera

Intercedi per noi dal Cielo, Signore, e manda su di noi il tuo Spirito; affinché possiamo essere portatori della tua parola di salvezza e della tua benedizione, fino ai confini della terra. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 23 aprile 2026

San Giorgio. Patrono della Chiesa d'Inghilterra

Il 23 di aprile nei calendari di tutte le chiese cristiane si celebra la memoria di Giorgio di Lidda, il martire più venerato di tutta la cristianità. Egli nacque probabilmente in Cappadocia. Suo padre, Geronzio, era un pagano di origine persiana, mentre la madre Policronia era cristiana. Avviato alla carriera militare, Giorgio si fece discepolo convinto del Signore, abbandonando le armi e dando ogni suo bene ai poveri. Quanto al suo martirio, i racconti sono talmente intrisi di dati leggendari da rendere difficile una ricostruzione dell'accaduto. Anche la data della sua morte è incerta, mentre sicuro è il luogo della sua sepoltura, nella città palestinese di Lidda, dove già nel 350 era sorta una basilica in suo onore. 
La sua antica Passio conobbe traduzioni e arricchimenti in ogni lingua d'oriente e d'occidente. Si tratta di un racconto traboccante di miracoli, alcuni dei quali davvero eclatanti. Famoso è l'episodio, immortalato in numerosissime varianti iconografiche e narrato da Jacopo da Varagine nella sua Leggenda aurea, in cui Giorgio uccide il drago che terrorizzava la città di Silene in Libia. Simbolo della lotta contro le potenze del male, Giorgio è patrono dell'Inghilterra, e il numero di chiese a lui dedicate in tutto il mondo è pressoché incalcolabile.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

File:Saint George and the Dragon by August Kiss in Berlin.jpg ...
Statua di San Giorgio a Berlino, nel quartiere Nikolaviertel (1853)

Fermati 1 minuto. Attiraci a te

Lettura

Giovanni 6,44-51

44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Commento

L'iniziativa di andare a Gesù non è nostra ma è suscitata in noi dal Padre. Il verbo "attirare" con cui Gesù indica la chiamata del Padre rievoca la mistica sponsale del libro del profeta Osea e del Cantico dei Cantici: "la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16); "Attirami dietro a te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze" (Ct 1,4).

Dio suscita la fede nell'anima non facendole violenza e trascinandola in catene, ma affascinandola come un amante gentile; e poiché non può esservi amore dove non c'è libertà, egli lascia libera l'anima di accoglierlo o di rifiutarlo.

La chiamata universale alla salvezza è annunciata da Gesù con l'affermazione che tutti saranno ammaestrati da Dio, che parafrasa le parole del libro di Isaia "Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore" (Is 54,13).

Gesù - "colui che viene da Dio" (v. 46) è l'unico che ha visto il Padre (Gv 14,9) e a lui possiamo essere condotti ascoltando il Figlio, sua immagine visibile. Attraverso l'incarnazione, il Logos non solo si rende presente all'uomo ma si fa suo nutrimento. Nel suo donarsi come "pane" Gesù esprime la sua volontà di essere accolto in una comunione totale con noi.

Gesù mostra la differenza tra la manna e il pane di vita che è dispensato nella sua persona. La prima, sebbene venisse dal cielo serviva solo per il sostegno del corpo e non poteva impartire la vita eterna né offrire un nutrimento spirituale. Infatti tutti i padri che mangiarono la manna furono comunque soggetti alla morte. Il pane di vita che è Gesù rappresenta invece il pegno della risurrezione.

L'identificazione da parte di Gesù con il pane vivo disceso dal cielo, e di questo pane con la sua carne allude all'eucaristia. Sebbene il termine usato qui, sarx, carne, sia diverso da quello adoperato nell'ultima cena, soma, corpo, gli equivale nel lessico giovanneo. Il termine "carne" sottolinea maggiormente la realtà concreta del corpo di Gesù, la sua uguaglianza con il nostro corpo, e nel farsi "pane" la possibilità di essere assimilato da noi e, per noi, di essere assimilati da lui nella fede, partecipando della sua eternità.

Preghiera

Attiraci a te, o Dio, facci correre verso le alture della conosceza dei tuoi divini misteri; e ristoraci con il pane di vita, che nutre l'anima e rende incorrutibile il corpo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 22 aprile 2026

Maria Gabriella Sagheddu. Un'offerta silenziosa per l'ecumenismo

Ricorre oggi la memoria di Maria Gabriella Sagheddu, monaca trappista spentasi il 23 aprile del 1939 a soli 25 anni di età. Maria Sagheddu era nata a Dorgali, in Sardegna, in una povera famiglia di pastori. Ragazza molto brillante, aveva dovuto tuttavia rinunciare agli studi secondari per aiutare la madre rimasta vedova a mantenere i suoi fratelli e le sue sorelle. Poco interessata ai problemi religiosi, Maria cambiò profondamente all'età di 18 anni: iniziata un'intensa vita di preghiera, la giovane si diede alla catechesi e all'apostolato, maturando a poco a poco una chiara vocazione alla vita monastica. Abbandonata la Sardegna, Maria entrò a 21 anni nella Trappa di Grottaferrata. 
Sotto la sapiente guida della badessa, madre Pia, essa scoprì l'ecumenismo spirituale di Paul Couturier, e decise sulla scia di altre sorelle della sua comunità di offrire la propria vita e le proprie sofferenze per la causa dell'unità fra i cristiani. Ammalatasi pochi mesi dopo di tubercolosi, Maria, divenuta nel frattempo suor Maria Gabriella, visse i restanti mesi di vita immersa nella preghiera di Gesù per l'unità dei credenti in lui. Sebbene la sua vicenda sia per certi versi assimilabile a quella di altri testimoni della passione per l'ecumenismo, la piccolezza e la semplicità di Maria apparve subito un segno importante per indicare la via verso la comunione fra le diverse confessioni cristiane. La sua vita ebbe un impatto enorme, soprattutto sul nascente ecumenismo della chiesa cattolica, e toccò i cuori di cristiani di ogni paese e confessione. Suor Maria Gabriella è stata beatificata da papa Giovanni Paolo II al termine della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani del 1983.

Tracce di lettura

Ho letto questa frase di Ruusbroec: «Con un cuore umile e generoso, offri e presenta Cristo come fosse la tua offerta, come un tesoro che libera e colma di ogni bene. Egli, a sua volta, ti offrirà al suo Padre celeste come frutto prezioso per il quale egli è morto, e il Padre ti abbraccerà con il suo amore». Mi sono fermata... mi è parso che il Signore volesse farmi capire: «Questa parola è per te». Gesù mi ha scelta come oggetto privilegiato del suo amore, dandomi da portare la sua sofferenza per essere sempre più conforme a lui... Penso che non capirò mai pienamente l'amore che Gesù mi ha mostrato offrendomi questa croce. (Maria Gabriella Sagheddu, Conversazioni con la sua badessa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

BEATA SUOR MARIA GABRIELLA SAGHEDDU - SANTINO CON PREGHIERA | eBay
Maria Gabriella Sagheddu (1914-1939)