Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

giovedì 6 febbraio 2020

Ha senso una celebrazione privata e solitaria dell'eucarestia?

La tradizione prevalente tra gli eremiti e i reclusi sia della chiesa occidentale che delle chiese orientali è stata quella di comunicarsi ma di non celebrare l'eucarestia in cella, sebbene sacerdoti.
Secondo una antica tradizione, anzi, l'eremita può comunicarsi in maniera piena ed efficace spiritualmente, qualora si trovi in luoghi deserti, totalmente privo dell'assistenza di confratelli sacerdoti.

Di fatto, nemmeno ordini religiosi di vita eremitica come quello certosino e quello camaldolese prevedono una celebrazione solitaria dell'eucaristia da parte del monaco.
Questa fu invece concessa, come speciale privilegio, ai sacerdoti dell'Ordine domenicano, probabilmente perché il loro trovarsi frequentemente in viaggio per l'attività di predicazione gli impediva di celebrare comunitariamente.

Da un punto di vista protestante la celebrazione eucaristica non comunitaria è sempre stata rifiutata. Anche ordini religiosi protestanti come la Fraternité des Veilleurs, raccomandano ai membri lontani dalla comunità madre la partecipazione alla Santa Cena presso una chiesa locale a loro vicina.

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La sede della Fraternité des Veilleurs

Eppure, poiché l'eucarestia non è un atto privato ma un atto di Cristo e della Chiesa, la sua celebrazione solitaria, da parte, ad esempio, di un anacoreta è da considerare come segno di una fede piena nella Chiesa intesa come Corpo mistico di Cristo, nella comunione dei santi e nella partecipazione all'unico sacrificio di Gesù sulla croce; egli è infatti il sommo sacerdote e unico mediatore tra Dio e l'uomo, come affermato dalla Lettera agli Ebrei.

L'eucaristia dovrebbe rappresentare il culmine e la fonte della vita spirituale di ogni cristiano, laddove la salvezza e la grazia vengono considerate come un frutto che matura dalla fede nelle Scritture e dalla loro meditazione, ma anche da una intensa vita sacramentale.

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Un  eremita in preghiera

Propongo qui di seguito alcuni  elementi a favore di una celebrazione, non ordinaria, ma straordinaria, dell'eucarestia senza la presenza dei fedeli.

1. L'eucarestia è la perpetuazione (non la reiterazione) del sacrificio di Cristo.
Allora sia che venga celebrata da un solo ministro oppure da molti, sia con nessun fedele oppure con la presenza di una moltitudine di gente, ogni Eucaristia offre a Dio un’adorazione, una lode e ringraziamento, una supplica di perdono e di richiesta di grazia che ha un valore infinito.
E poiché il sacrificio di Cristo è unico, le nostre celebrazioni eucaristiche non aggiungono nulla al sacrificio compiuto sulla Croce.
Nell'eucarestia non si ripete il sacrificio di Cristo. Non è una copia del sacrificio di Cristo, ma è l’originale.
San Tommaso d'Aquino è categorico su questo punto: tanto è l’effetto prodotto dall'eucarestia quanto è l’effetto prodotto dal sacrificio di Cristo sulla croce.
L’unica diversità è nel modo di essere offerto: sulla croce il sacrificio è cruento (con spargimento di sangue), sull’altare è incruento (senza spargimento di sangue).
L’unica cosa che si ripete è il rito.

2. Nell’ultima cena Cristo ha comandato di perpetuare il suo sacrificio dicendo “Fate questo in memoria di me”.
Ci si può chiedere quale sia il senso di questo comando dal momento che il sacrificio di Cristo ha un valore infinito ed è stato celebrato una volta per sempre.
Ebbene, l’unico scopo è il seguente: che gli uomini di tutti i tempi e di ogni luogo abbiano la possibilità di prendere parte come protagonisti al suo sacrificio.
Prender parte al suo sacrificio non significa semplicemente presenziare, ma unirsi con un sacrificio personale.
Per quanto attiene a coloro che sono fisicamente presenti, bisogna dire che il frutto è proporzionato al loro grado di devozione.
E così può capitare che il ministro che celebra da solo, ma con un grado di santità molto avanzato, dia più gloria a Dio che il ministro che celebra con apatia e circondato da una moltitudine di fedeli che partecipano con altrettanta apatia e freddezza.

3. Cristo in croce ha voluto associare al suo sacrificio anche il sacrificio della Chiesa, bene rappresentata da sua Madre, da san Giovanni, dalla Maddalena e dalle altre persone che gli erano vicine.
Inoltre Cristo, in forza della sua visione beatifica, vedeva i sacrifici e le sofferenze di tutti gli uomini di tutti i tempi, li faceva propri e unendoli al suo sacrificio conferiva loro un potere enorme di adorazione, di lode, di espiazione e di invocazione di grazie.
Allora in ogni celebrazione eucaristica è presente tutta la Chiesa, anche se il sacerdote celebra senza la presenza di fedeli. Sono presenti gli angeli e i santi del cielo, sono presenti le anime di coloro che ci hanno preceduto nella fede, sono presenti tutti gli uomini redenti da Cristo.
E per questo il sacrificio eucaristico va a vantaggio di tutta la Chiesa, anzi di tutto il mondo. Tutti ne beneficiano purché non pongano ostacolo col loro peccato.
Dunque tutta la Chiesa, cioè tutto il popolo di Dio, che è un popolo sacerdotale, offre attivamente l’eucarestia.
La offre però con le mani e per le mani di colui che presiede il quale agendo vice Christi (ovvero in funzione di Christo)- e non in persona Christi - perpetua e rende presente il sacrificio della croce attraverso le parole consacratorie. Il termine vice Christi è utilizzato dal padre della Chiesa Cipriano di Cartagine, nella sua Lettera 63: utique ille sacerdos vice Christi vere fungitur qui id quod Christus fecit imitatur (fa realmente la funzione di Christo quel sacerdote che imita ciò che Cristo ha fatto).

Per quanto concerne la Chiesa Cattolica l'eucaristia (Messa) è un culto pubblico e non una devozione privata.

Non sarebbe corretto che un sacerdote preferisca celebrare da solo tutte quelle volte in cui sarebbe possibile avere almeno un fedele presente. Direi inoltre che dovrebbe solitamente privilegiare una celebrazione comunitaria.

Allo stesso tempo l'eucarestia senza il popolo non è proibita, bensì è prevista quando ricorra una "giusta e ragionevole causa", come afferma il canone 906:

“Can. 906 – Il sacerdote non celebri il Sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa”.

Anche quando celebrata in maniera solitaria l'eucaristia è un atto di Cristo e della Chiesa:

“Can. 904 – Memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito”.

Questa linea di pensiero, che definisce l'eucarestia come missione centrale di un sacerdote, si riflesse nelle considerazioni del Concilio Vaticano Secondo e del magistero papale. Il documento conciliare Presbyterorum Ordinis mantiene la tradizione secondo cui il sacerdote agisce "in persona Christi" (e non, come nell'antico testo di Cipriano, "in funzione di Cristo") e afferma anch'esso che ogni eucarestia è un atto di Cristo e della Chiesa.

“Nella loro qualità di ministri della liturgia, e soprattutto nel sacrificio della messa, i presbiteri rappresentano in modo speciale Cristo in persona, il quale si è offerto come vittima per santificare gli uomini; sono pertanto invitati a imitare ciò che compiono, nel senso che, celebrando il mistero della morte del Signore, devono cercare di mortificare le proprie membra dai vizi e dalle concupiscenze Nel mistero del sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli.

La definizione di "atto di Cristo e della Chiesa" torna ancora nell’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) tocca l’argomento:

“19. Non sempre si possono avere la presenza e l’attiva partecipazione dei fedeli, che manifestano più chiaramente la natura ecclesiale della celebrazione. Sempre però la celebrazione eucaristica ha l’efficacia e la dignità che le sono proprie, in quanto è azione di Cristo e della Chiesa, nella quale il sacerdote compie il suo ministero specifico e agisce sempre per la salvezza del popolo. Perciò a lui si raccomanda di celebrare anche ogni giorno, avendone la possibilità, il sacrificio eucaristico”.

L'Ordinamento ribadisce che la celebrazione deve essere comunitaria ma non vieta una celebrazione non comunitaria, quando ve ne sia "un giusto e ragionevole motivo".

- Fonti: Amici domenicani, Zenit.it e riflessioni personali


        a cura di Luca del Sangue di Cristo