Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 1 aprile 2020

L'eucaristia ci rende portatori di Cristo. Le catechesi mistagogiche di Cirillo di Gerusalemme

Poiché Gesù stesso lo ha dichiarato, e ha detto del pane: "Questo è il mio corpo", chi dunque oserebbe ancora dubitarne? Poiché ha affermato ed ha detto: "Questo è il mio sangue", chi può voler contestare e dichiarare che non è il suo sangue? Pertanto veniamo dunque con piena convinzione a partecipare del corpo e del sangue di Cristo. Sotto le apparenze del pane ti è donato il suo corpo; sotto le apparenze del vino ti è distribuito il suo sangue; e partecipando al corpo e al sangue di Cristo, tu diventi un solo corpo, un solo sangue con lui. Sì, diventiamo veramente dei portatori di Cristo, poiché la sua carne e il suo sangue si diffondono nelle nostre membra. Sì, secondo l'espressione del beato apostolo Pietro, diventiamo partecipi della natura divina.
Questo pane non è più pane, malgrado la testimonianza del gusto, bensì il corpo del Cristo; questo vino non è più vino, checché ne dicano i sensi, bensì il sangue di Cristo.
Allora non considerare più come elementi ordinari questo pane e questo vino: è veramente il corpo e il sangue di Cristo secondo l'affermazione stessa del Maestro. Se i sensi ti suggeriscono la prima idea, la fede al contrario ti dia piena sicurezza. Non giudicare la realtà dal gusto, ma la tua fede ti persuada che in tutta verità sei stato giudicato degno del corpo e sangue di Cristo. (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche; 4,1.3.9.6)

Saint Cyril of Jerusalem.jpg
Cirillo di Gerusalemme (ca 313-387)

Melitone di Sardi. Cristo come culmine della storia della salvezza

Alcuni antichi calendari sia occidentali sia orientali ricordano in questo giorno Melitone, vescovo di Sardi. Le notizie riguardanti la sua vita sono molto scarne. Melitone è definito da Policrate di Efeso «un eunuco che viveva interamente nello Spirito santo», a sottolineare il suo celibato volontario, molto raro nel II secolo. Secondo Eusebio, Melitone fu vescovo di Sardi e visitò la Terra Santa per raccogliere informazioni precise riguardo al canone delle Scritture ebraiche. Assertore degli usi quartodecimani, cioè della necessità di continuare a celebrare la pasqua cristiana il 14 del mese di nisan (giorno in cui gli ebrei celebravano la loro pasqua, come memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto), Melitone è famoso soprattutto per le sue omelie Sulla Pasqua, che eserciteranno un grande influsso sulle liturgie posteriori. 

MELITONE DI SARDI
Melitone di Sardi (II sec.)

Melitone ha scandagliato l' Antico Testamento alla ricerca dei tipi di Cristo, cioè di quelle figure, di quegli episodi che, letti dopo la venuta del Signore, si sono rivelati nella loro identità di prefigurazione, di anticipo non compiuto che si illumina di luce nuova dinanzi alla storia di Cristo. Melitone ripercorre la storia della salvezza, riconoscendo nel mistero pasquale di Cristo, agnello immolato per la salvezza dei credenti, il culmine e il centro della vicenda umana e cosmica. In un alternarsi di toni poetici e profetici da un lato e di una sorprendente profondità teologica dall'altro, Melitone rimanda con vigore e trasporto tutti gli uomini al Cristo, nella cui pasqua è avvenuta la pasqua dei credenti, il loro passaggio dalla morte alla vita.
Alle sue omelie - purtroppo segnate dalla polemica, molto viva nel II secolo, tra chiesa e sinagoga - sono ispirati gli Improperi del Venerdì santo e l'Exsultet pasquale della chiesa latina.

- Fonti: Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose; Cathopedia

martedì 31 marzo 2020

John Donne. La poesia come scienza di Dio

Nel marzo del 1631, dopo aver predicato il più bello dei suoi sermoni, si spegne all'età di 59 anni John Donne, presbitero e poeta fra i più grandi della letteratura inglese. Di famiglia cattolica, John era nato nel cuore di Londra, ed era rimasto molto presto orfano di padre. Da ragazzo era stato al tempo stesso uno studente serio e brillante e un ragazzo che amava la bella vita, secondo quanto trapela dai suoi componimenti giovanili.
Passato poco dopo i vent'anni alla Chiesa d'Inghilterra al termine di un lento ripensamento, Donne sposò Ann More, una ragazza ancora minorenne, senza il permesso del suo tutore. Imprigionato, egli perse tutte le prospettive di carriera che gli si erano dischiuse grazie al suo ingegno. Tuttavia, trovò nella famiglia (Ann gli darà dodici figli) un senso pieno per la propria vita. Poeta finissimo, capace di narrare in modo impareggiabile la bellezza dell'amore umano e di quello divino, Donne non scrisse tanto per la pubblicazione quanto per condividere la sua arte con gli amici a lui più cari.

John Donne - Wikipedia
John Donne (1572-1631)

Dopo aver più volte rifiutato l'ordinazione presbiterale che gli veniva offerta, Donne finì per accettarla un anno dopo essere stato eletto in parlamento, su richiesta del re Giacomo in persona. Nell'ultima fase della sua vita, egli impiegò la straordinaria capacità di scrivere che aveva ricevuto in dono per un'intensa attività di predicatore, che lo porterà a diventare decano della cattedrale londinese di San Paolo. I suoi sermoni, splendidi sul piano letterario, ricchissimi di citazioni bibliche e patristiche, costituiranno a lungo un modello di predicazione nella Chiesa d'Inghilterra.

Tracce di lettura

Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te. (John donne, Nessun uomo è un'isola)

lunedì 30 marzo 2020

Giovanni Climaco e la Scala per il Paradiso

Le chiese ortodosse fanno oggi memoria di Giovanni il Sinaita, detto «Climaco».
Poco si sa della vita di questo monaco vissuto tra il VI e il VII secolo. Gli agiografi raccontano che attorno all'età di sedici anni si recò al monastero di Raithu, ai piedi del Sinai, dove Dio aveva rivelato il proprio Nome a Mosè, attratto dalla fama dei monaci del luogo.

GIOVANNI CLIMACO, icona del XV sec.
Giovanni Climaco (+649 ca)

Dopo vent'anni trascorsi nella comunità, Giovanni ne visse altrettanti in solitudine. Eletto igumeno del monastero del Sinai quando aveva sessant'anni, egli compose per i suoi discepoli una delle più celebri opere della spiritualità cristiana: la Scala del paradiso, che gli varrà lo pseudonimo di Climaco (da klîmax, «scala»). In essa, Giovanni descrive i gradini che il monaco deve ascendere per giungere all'incontro con Dio, aggiungendo via via, secondo le sue stesse parole, «giorno dopo giorno, fuoco al fuoco e desiderio al desiderio». Il monaco, per il grande maestro sinaita, è un uomo che deve tendere all'hesychía, alla quiete dell'anima, mediante la lotta contro i pensieri malvagi, che si combattono praticando le virtù ad essi contrarie.
Climaco morì verso il 649, e presso gli ortodossi è celebrato solennemente anche la quarta domenica di quaresima.

Tracce di lettura

La mitezza è lo stato costante dello spirito sempre uguale a se stesso dinanzi agli onori come dinanzi agli insulti. Sicché essa significa pure pregare per il prossimo che ti turba, in tutta tranquillità e serenità. Mitezza perciò vuol dire anche solidità nella pazienza e capacita di amare, in quanto essa è madre di carità, prova di discernimento spirituale. Il Signore, come sta scritto, «insegnerà ai miti le sue vie». La mitezza procura la remissione dei peccati nella preghiera fiduciosa. Essa è come terra disponibile per la fecondazione dello Spirito santo, come sta scritto: «Su chi volgerò lo sguardo, se non su un'anima mite e tranquilla?»
(Giovanni Climaco, La scala del paradiso 24,134)

Credere in Gesù e credere a Gesù

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA V DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Dio Onnipotente, di guardare misericordioso al tuo popolo; affinché possa essere sempre custodito e guidato dalla tua grande bontà, sia nel corpo che nell’anima. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Eb 9,11-15; Gv 8,46-59.

Il Vangelo di oggi costituiva in passato la domenica di Quaresima detta “di Abramo”, perché è questo protagonista del’Antico Testamento il soggetto delle contestazioni mosse a Gesù da alcuni giudei.
Abramo rappresenta l’uomo della fede per eccellenza; avanti negli anni, Dio gli appare, invitandolo a lasciare la regione di Ur e facendogli una triplice promessa: una terra in cui scorrono latte e miele, simbolo di benessere e abbondanza; una discendenza, sebbene egli abbia 75 anni e sua moglie sia sterile; la benedizione, tramite lui, a tutti i popoli della terra.
Abramo è l’uomo della fede senza riserve, che arriva a mostrasi disposto a sacrificare il proprio figlio a Dio, in cui ripone la sua fiducia più totale. Come afferma il filosofo danese Soren Kierkegaard, nella sua opera Timore e Tremore, Abramo rappresenta la fede come fondamento della religiosità e dell’etica, perché “si mantiene lontano da quei confini in cui la fede svanisce nella riflessione” e, dunque, nella filosofia.
La riflessione, l’etica, la morale, non sono per il vero cristiano il fondamento della fede, ma scaturiscono dalla fede. Quando accade il contrario, cadiamo nello stesso errore in cui caddero gli infervorati interlocutori di Gesù. La loro religiosità era ormai sterile, basata su precetti e sul vano senso di appartenenza alla “discendenza di Abramo”.
Noi cristiani corriamo lo stesso pericolo. La nostra religiosità potrebbe porre pericolosamente le proprie fondamenta sulla sabbia del “senso di appartenenza” all’istituzione ecclesiale, erroneamente intesa come garanzia di salvezza; oppure potrebbe fondarsi su un devozionalismo incapace di tradursi in azioni concrete di conversione e di carità verso gli uomini; o ancora potrebbe scadere nel moralismo, nella ricerca di un “ricettario” contenente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in una prospettiva puramente “orizzontale”, incapace di cogliere il senso ultimo delle nostre buone opere”: cioè Dio, che è capace di ispirarle, di sostenerle, e alla cui lode e gloria dovrebbero essere finalizzate.
Ecco allora che non basta dire “siamo figli di Abramo” (Gv 8,33.53), come non basta dire “siamo cristiani”. Non si tratta semplicemente di credere a Gesù, e neanche di professarlo “Figlio di Dio”. Si tratta di credere in Gesù. Credere in qualcuno è molto di più che credere qualcuno. Credere in Gesù significa essere capaci di affidarsi a lui, proprio come Abramo, padre di coloro che credono, fu capace di affidarsi incondizionatamente a Dio. Credere in Gesù significa riconoscerlo come il sommo sacerdote e l’unico mediatore (Eb 9,11.15), che ci ha acquistato la redenzione eterna. È il Sangue di Cristo – richiamato tre volte in tre versetti in Eb 9,12-14 – il fondamento della vera fede. È il sangue di Cristo che vivifica la Chiesa e purifica “la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Eb 9,14).
Il sangue di Cristo rappresenta al tempo stesso il mistero eucaristico e il dono incondizionato di sé per amore del genere umano. Il sangue di Cristo è il fondamento di una fede nella sola grazia di Dio, nella sua promessa non di una terra da abitare, ma del suo intero Regno da ereditare. È fede nella sua capacità di mantenere le sue promesse, oltre ogni nostro dubbio e infedeltà. È anche fede che si traduce, in maniera tangibile, in carità, in azioni feconde.
Il sangue di Cristo è al tempo stesso il mare in cui affogare i nostri peccati, prefigurato dalle acque del Diluvio, e la linfa vitale della Chiesa, Corpo mistico del Redentore.
È questo il senso corretto del Sola fide che dovrebbe costituire il cardine della vita cristiana. Se la teologia e la morale, la riflessione su Dio e sull’azione conforme alla sua volontà, sono una conseguenza, non un presupposto della fede, dobbiamo tenere presente che la fede, biblicamente intesa, si fonda sull’ascolto. È fides ex auditu.
Abramo fu prima di tutto uomo dell’ascolto, capace di porgere l’orecchio a quanto Dio aveva da dirgli e di mettersi in cammino per obbedire al suo volere. “Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio; perciò voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv 8,47).
Mettiamoci, dunque, all’ascolto di Dio e abbandoniamoci fiduciosamente a Lui; cerchiamo il tempo per fare silenzio dentro e fuori di noi; per porre un freno alle “opere morte”, a quell’attivismo che perde di vista l’orizzonte ultimo delle cose; per lasciare andare le false sicurezze di una religiosità fondata sulla fede nelle nostre azioni e devozioni, più che nell’opera straordinaria e incredibile che Dio può compiere in noi.

Luca del Sangue di Cristo



venerdì 27 marzo 2020

L'Alleanza Evangelica Italiana chiede il pluralismo religioso, ma solo se diventiamo tutti evangelici

Il 21 marzo scorso l'Alleanza Evangelica Italiana diramava, tramite la sua newsletter Ideaitalia un comunicato dal titolo "Rosari, umanesimo, indulgenze: che messaggio sta dando il cattolicesimo romano? Una emergenza spirituale nell’emergenza sanitaria".

Riassumo a grandi linee il comunicato, che riporto integralmente di seguito ad alcune mie considerazioni.

Premessa. Non sono evangelico, nel senso che comunemente un italiano applica a questo termine. Sono anglicano, conservatore, con simpatie wesleyane ma anche con un forte radicamento nella fede cattolica in cui sono nato e cresciuto.
Ho spesso condiviso diverse posizioni dell'Alleanza Evangelica Italiana e su questo blog è possibile trovare più di un suo comunicato stampa. La stessa è anche nell'elenco di "Amici" del blog, peraltro insieme a realtà piuttosto distanti dalle sue posizioni, quali la Comunità di Taizé e quella di Bose. La mia vicinanza all'AEI è soprattutto relativa alle sue posizioni etiche e pastorali, meno a quelle dottrinali e per niente a quelle nell'ambito del dialogo tra chiese.

Il comunicato in oggetto mi porta a dissentire ancora una volta, per le affermazioni paradossali e contraddittorie che contiene (tralasciando quelle irrispettose, come "regressione spirituale").

Non entro nel merito delle interviste al papa citate nel comunicato, dal momento che spesso dissento dal vago umanesimo di Francesco. Ma quanto ai rosari, le preghiere davanti al crocifisso e alla madonna, mi domando: vogliamo chiedere a un cattolico di non fare il cattolico? Forse i cattolici diramano comunicati chiedendo agli evangelici di smetterla con i loro studi biblici e le liturgie iconoclaste? O forse scrivono agli ortodossi sdegnati per la loro liturgia di stampo imperiale? O ancora, si stracciano le vesti e pronunciano reprimende contro i buddhisti, gli induisti e gli appartenenti alle tante minoranze religiose del nostro Paese.
E qui vengo al paradosso. L'AEI chiede e lotta da tempo per il pluralismo religioso in Italia, la difesa delle minoranze religiose e la laicità dello Stato. Ammettiamo che domani mattina questo ideale diventi realtà. L'AEI continuerà a scagliarsi contro tutto ciò che non è evangelico? Perché se vogliamo il pluralismo religioso dobbiamo anche volere il rispetto delle reciproche identità. Una cosa non può esistere senza l'altra.

Certi atteggiamenti mi ricordano quello dei Valdesi che qualche mese fa diramarono un comunicato contro il Vescovo di Torino Nosiglia, che aveva accolto nella cattedrale (cattolica) le spoglie di Bernadette Soubirous. Potranno i cattolici fare i cattolici a casa loro? 

Un caro amico gesuita, quasi 90enne, che conosco da più di 20 anni mi racconta spesso di quando, anni fa, era superiore della comunità gesuita alla chiesa dei Santi Martiri a Torino. Durante la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, tocco loro ospitare i valdesi. Questi ultimi pretesero che tutti i quadri con dipinti dei santi e la statua del sacro cuore fossero velati, per non essere "turbati". Forse che quando un cattolico va a pregare dagli evangelici per la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani pone come conditio sine qua non di mettere una statua della Madonna del Rosario?

Sono sempre stato convinto che l'ecumenismo "dall'alto", di per se, serve a poco, incide poco nella realtà delle chiese. Si tratta più che altro di mantenere buoni rapporti "diplomatici". E anche qui notiamo spesso non poche difficoltà. Ma se non cominceremo ad applicare un ecumenismo "dal basso", capace di una ecclesiologia realmente pluralista, rispettosa delle differenze, difficilmente realizzeremo il comandamento di Gesù ad essere una cosa sola.

Il comunicato dell'AEI si conclude con un riferimento alle parole che il Presidente Mattarella ha pronunciato in occasione dell'anniversario dell'insediamento di Papa Francesco sulla cattedra di Pietro, definendolo Primate del nostro Paese (un titolo che ovviamente ha valenza per i cattolici, come può averlo quello di Metropolita di Aquileia per un vescovo Ortodosso con sede a Milano). questo titolo è più che altro nominale, come può esserlo quello di Re di Francia utilizzato fino al 1801 dai sovrani inglesi.

Infine, un'ultima osservazione. Perché parlare con disprezzo dell'Umanesimo se proprio questo ha dato un contributo enorme alla nascita e allo sviluppo della Riforma protestante? Si pensi all'invenzione della stampa, al nuovo approccio filologico ai testi, alla ricerca delle fonti, al superamento del concetto di auctoritas nella valutazione di un postulato teologico, solo per citare alcuni aspetti.

IL COMUNICATO DELL'AEI

Rosari, umanesimo, indulgenze: che messaggio sta dando il cattolicesimo romano?
Una emergenza spirituale nell’emergenza sanitaria

Roma (AEI), 21 marzo 2020 – Sotto pressione, vengono fuori le vere convinzioni e i veri impegni del cuore. In queste settimane di emergenza sanitaria, il messaggio che il cattolicesimo romano sta dando è di un disarmante scollamento rispetto ai principi basilari della fede biblica. Non c’è da stupirsi, ma visti il favore con cui alcuni guardano al sedicente “rinnovamento” del cattolicesimo e all’azione di papa Francesco, merita di essere segnalata semmai la regressione spirituale a cui stiamo assistendo.

In queste settimane è stato tutto un fiorire di dedicazioni a Maria del Paese (Papa) e di Roma alla Madonna Salus Populi Romani (Papa), alla madonnina di Milano (Arc. Delpini), alla Madonna della Salute di Trieste (vesc. Crepaldi), a San Marcello (Papa), ecc. mostrando in cosa consistano i capisaldi del cattolicesimo quando tutto trema: la Madonna e i santi. Come se Gesù Cristo non sia vivo e lo Spirito Santo non sia attivo e il Padre non sia attento alle preghiere. Come se il Dio trino stia dormendo e abbia bisogno, come i baal al tempo di Elia, di essere svegliato da mediatori umani.

Poi il Papa ha dato due interviste ai principali quotidiani italiani. A Repubblica (18/3/2020), ha sciorinato un concentrato di umanesimo e universalismo che nulla hanno a che fare con l’evangelo. Senza mai parlare di Cristo, del peccato e della salvezza che si riceve pentendosi e credendo in Lui, ha dato voce ad una “notizia” dolciastra ed appiccicosa il cui tasso di evangelicità non è pervenuto.

Alla Stampa (20/3/2020) ha di nuovo ribadito che “siamo tutti figli di Dio” e che bisogna ripartire da “radici, memoria, fratellanza e speranza” che non significano nulla. Anche qui si tratta di un messaggio umanista privo di nerbo evangelico e fuorviante. Chi lo legge pensa di essere a posto così com’è davanti a Dio, non essendo per nulla sfidato al ravvedimento e alla fede in Cristo che libera dagli idoli.

Il rosario trasmesso in televisione e guidato dal Papa (18/3/2020) ha di nuovo rinforzato la miscela di marianesimo e umanesimo tipica del cattolicesimo romano. Ciliegina sulla torta è l’offerta di indulgenza a malati e medici dal tesoro dei santi amministrato dalla chiesa. Invece di parlare di Cristo e della sua salvezza, la chiesa di Roma tira fuori ancora le indulgenze medievali. Che futuro può avere l’Italia con un messaggio così?Per questo, le ragioni della testimonianza evangelica: biblica, forte, radicale, confessante, sono ancora intatte. Questo cattolicesimo quando si “rinnova” non cambia in senso evangelico, ma ingloba ancor più virus letali. Oltre all’emergenza sanitaria, viviamo tempi di emergenza spirituale.

Dispiace che il presidente Mattarella, nel giorno dell’anniversario dell’inizio del pontificato di Francesco, abbia mandato un messaggio di saluto in cui dice “L'Italia, oggi impegnata a fronteggiare circostanze eccezionali, sa di poter guardare sempre con fiducia e gratitudine alla sollecitudine particolare del Suo primate”. No Presidente, il papa è primate dell’Italia cattolica, non dell’Italia in quanto stato laico composto da cittadini la cui appartenenza ad esso è sganciata da qualunque confessione religiosa.

Il popolo evangelico ama l’Italia e la Giornata nazionale di preghiera del 22 marzo mostra che è impegnato a pregare per la guarigione, si adopera concretamente per portare aiuto e sostegno a medici ed ammalati, investe le proprie risorse per il bene di tutti, con limiti e difetti, si capisce. Lo fa perché ha creduto alla Parola di Dio che non smette di annunciare che la salvezza per fede soltanto è soltanto in Gesù Cristo, davanti al quale ogni ginocchio dovrà piegarsi per confessare la propria miseria e il proprio peccato. Senza di Lui, siamo contro di Lui e siamo perduti. Solo attraverso questa buona notizia si aprirà per l'Italia una stagione di rinascita sotto ogni aspetto. (LDC-LS)

Meister Eckhart e la nascita di Dio nell'anima

Il 27 marzo la Chiesa luterana celebra la memoria del teologo e mistico Meister Eckhart.

I. Vita e opere. Eckhart di Hochheim, detto " Maestro ", rappresenta il prototipo del mistico. Nasce nel 1260 ca. a Tambach, presso Gotha, ed entra ben presto a far parte dell'Ordine domenicano di Erfurt. Studia a Colonia e a Parigi; divenuto priore di Erfurt e vicario della Turingia, compone i Trattenimenti spirituali. Nel 1302 è per due volte lettore di teologia a Parigi. Nel 1323 va a Colonia. Nel 1326, l'arcivescovo di questa città inizia contro di lui un processo inquisitorio. Eckhart si difende con uno scritto di giustificazione. Per appellarsi al Papa, si reca ad Avignone. Il 27 marzo 1329 appare la Bulla in agro dominico, contenente ventisei tesi in parte ritenute eretiche, in parte pericolose, di Eckhart che nel frattempo è morto.
Pure se di riflesso, egli continua ad esercitare un ruolo importante con le sue prediche in tedesco e i trattati, gran parte dei quali sono pubblicati con uno pseudonimo. All'inizio del secolo XIX, con la riscoperta delle prediche tedesche, egli viene considerato il rappresentante di un cristianesimo germanico estraneo alla tradizione romana.

II. Dottrina. Un tema importante delle prediche tedesche di Eckhart è l'insegnamento sulla nascita di Dio nel profondo dell'anima. Il rapporto tra Dio e Anima esiste, si constata non solo la somiglianza, ma piuttosto l'identità, per questo infatti l'essenza dell'anima viene colta a colpo d'occhio.
Per rendere chiaro il concetto di questa relazione, nella predica 82 Eckhart usa la metafora del fuoco: quando il fuoco è generato all'interno del legno gli trasmette la propria natura e la propria essenza, e il legno, da sé, diviene sempre e sempre più simile al fuoco.
La nascita di Dio non si comprende nel pensiero come un allontanamento misterioso, piuttosto si basa sulla visione che l'intelletto sopra razionale realizza nella propria natura una volta che scopre che la propria realtà e quella divina sono il medesimo nell'In-Principio. Dagli insegnamenti aristotelici sull'anima, come sono recepiti in Tommaso d'Aquino, l'anima è legata al corpo e ai sensi; gli uomini possono quindi essere riproduzioni imperfette di Dio, poiché non vi è una identità tra Dio e la ragione. Nella tradizione scolastica da Anselmo di Canterbury a Tommaso d'Aquino solo una forza fuori dal comune, donata dal Dio caritatevole, è capace di porre riparo alla imperfezione umana ed essa è la Grazia divina.
Eckhart affermando che Dio si riproduce completamente nell'intelletto, poiché Dio genera il proprio Figlio negli uomini in un atto creativo continuo e ininterrotto, invoglia l'uomo al cammino interiore affinché affinando il corpo e l'anima riesca successivamente a distaccarsene.
Il risultato della nascita di Dio nell'anima è la "pace". Con questo termine Eckhart intende un radicale distacco ed una perenne contemplazione. Un uomo del genere non è più un'individualità ma è quel che deve essere nel sovra-essere. L'uomo pacificato è il Figlio di Dio, il Cristo, seguendo gli insegnamenti di san Giovanni e san Paolo.
Questa tradizione domenicana raccoglie assai più di quella tomistica il pensiero neoplatonico: tutto ciò che esiste nello spazio e nel tempo, tutto quello che l'uomo è ed esperimenta esiste dall'eternità in tutta la sua verità in Dio unito alla sua eterna sapienza e volontà. Ma in Dio uno non c'è alcuna molteplicità e, per questo, il suo volere e la sua sapienza costituiscono un'unità inscindibile. L'uomo ritrova, dunque, tutto il suo essere e il senso del suo agire nella eterna unità di Dio. Visto così, "dall'eternità", egli diviene una cosa sola con Dio, ma soltanto grazie a un dono, a una grazia, alla volontà creatrice di Dio, che è Dio nel suo essere più profondo. Vita ed esperienza cristiana significano vivere e sperimentare completamente questo dono divino e vivere perciò nell'essere eterno di Dio. Per merito della grazia egli è anche una cosa sola con la più intima manifestazione di Dio, con la "nascita della Parola dal Padre" attraverso la quale anche l'unità di Dio risulta non eliminata, bensì accresciuta. In ciò consiste per Eckhart il cristianesimo vissuto e sperimentato: questo è propriamente il significato della mistica cristiana.
È interessante vedere come da questo accostamento di pensiero ed esperienza risultino nei confronti della vita un atteggiamento oltremodo attivo ed un apprezzamento del mondo creato, il quale sempre per merito della grazia, non del suo essere, è una sola cosa con Dio. La seconda predica sulla visita di Gesù a Betania inverte l'interpretazione del testo: l'operosità di Marta è quella che realizza la parte migliore, mentre Maria è ancora a metà strada.
Eckhart sottolinea la "razionalità" della mistica cristiana; mostra anche come le pretese del panteismo siano da integrare in senso teistico e costruisce, quindi, una base per il dialogo interreligioso con l'Oriente.

Advent Day with Meister Eckhart - Saint James Episcopal Church
Meister Eckhart (1260-1328)

Citazioni dai Sermoni

  • L'anima è fatta per un bene così grande ed alto, che essa non può in alcun modo trovare riposo, ed è sempre infelice, finché non giunge, sopra ogni modo, a quel bene eterno che è Dio, per il quale essa è fatta.
  • L'uomo che si è distaccato da se stesso, è così puro che il mondo non può sopportarlo.
  • Non si deve cercare niente, né conoscenza né scienza, né interiorità né devozione né pace, ma soltanto la volontà di Dio.
  • Tutto sarebbe donato a chi rinunciasse a se stesso assolutamente, anche per un solo istante.


Bibliografia. Opere: E. Bonaiuti, Prediche e trattati, Bologna 1927; G. Faggin, Meister Eckhart: la nascita eterna, Firenze 1953, Vicenza 1996; Id., Meister Eckhart: Il natale dell'anima, Vicenza 1976; Id., Meister Eckhart: Trattati e prediche, Milano 1982; A. Hermet, Meister Eckhart: Sermoni, Lanciano (CH) 1930; M. Vannini (cura di), Meister Eckhart: Opere tedesche, Firenze 1982; Id., I sermoni latini, Roma 1989; Id., Antologia, Firenze 1992; Id., Meister Eckhart: la nobilità dello Spirito, Casale Monferrato (AL) 1996; Id., Eckhart, L'uomo e l'infinito, a cura di R. Bellinzaghi, Milano 1997. Studi: D. Abbrescia - Giovanna della Croce, s.v., in DES II, 858-862; J. Ancelet-Hustache, Maestro Eckhart e la mistica renana, Milano 1992; G. Della Volpe, Eckhart o della filosofia mistica, Roma 1952; H.D. Egan, Meister Eckhart, in Id., I mistici e la mistica, Città del Vaticano 1995, 327-338; G. Faggin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante, Milano 1946; M. Frösche, s.v., in WMy, 124-129; A.M. Haas, Meister Eckhart, in G. Ruhbach - J. Sudbrack, Grandi mistici, I, Bologna 1987, 221-238; A. Klein, Meister Eckhart: La dottrina mistica della giustificazione, Milano 1978; R.L. Oechslin, s.v., in DSAM IV1, 93-116; K. Ruh, Meister Eckhart, Brescia 1989; C. Smith, La via del paradosso. La vita spirituale secondo Maestro Eckhart, Cinisello Balsamo (MI) 1992.

Fonti: J. Sudbrack, Dizionario di Mistica, Libreria Editrice Vaticana; Wikipedia

giovedì 26 marzo 2020

Giovanni di Dalyatha. I miei occhi bruciano di te

La quarta domenica di quaresima la Chiesa assira fa memoria di Giovanni di Dalyatha, mistico tra i più grandi della storia cristiana.
Giovanni, chiamato anche Saba o il «Vegliardo», nacque nella seconda metà del VII secolo nel villaggio di Ardamust, a nord-ovest di Mossul. Egli fu iniziato allo studio delle Scritture nella scuola del suo villaggio, quindi frequentò il monastero di Apnimaran e, intorno all'anno 700, divenne monaco nel monastero di Mar Yozadaq. Dopo sette anni, si ritirò in solitudine sulla montagna di Dalyatha, forse nei pressi dell'Ararat, e da essa prese il nome.

GIOVANNI DI DALYATHA, icona del XX sec.
Giovanni di Dalyatha (VII-VIII sec.)

Negli anni di solitudine, Giovanni approfondì la propria vita spirituale e si esercitò nell'arte della contemplazione, imparando a discernere l'intimo legame tra la creazione e il Creatore, e alimentando il proprio spirito grazie all'incontro quotidiano con la natura e i suoi simboli. Malgrado la lontananza dai suoi simili, egli non perse mai quei tratti di profonda umanità che caratterizzeranno tutti i suoi insegnamenti.
Raggiunto da alcuni discepoli, Giovanni mise per iscritto i frutti della sua profonda esperienza interiore. Influenzato dalle opere di Evagrio, di Macario, di Dionigi Areopagita e di Gregorio di Nissa, egli sottolineò tuttavia in modo ancor più radicale rispetto ai suoi maestri come il grado più elevato della vita cristiana sia quello della carità e dell'amore.
Giovanni morì in una data imprecisata, in quella solitudine in cui più che a fuggire il mondo aveva imparato ad amare ogni creatura.

Tracce di lettura

I miei occhi sono stati bruciati dalla tua bellezza
ed è stata divelta davanti a me la terra sulla quale avanzavo;
la mia intelligenza è stupita per la meraviglia che è in te
e io, ormai, mi riconosco come uno che non è.
Una fiamma si è accesa nelle mie ossa
e ruscelli sono sgorgati per bagnare l'intera mia carne,
perché non si consumi.
O fornace purificatrice,
nella quale l'Artefice ha mondato la sua creatura!
O abito di luce, che ci hai spogliati della nostra volontà
perché ce ne rivestissimo, ora, nel fuoco!
Signore, lasciami dare ai tuoi figli ciò che è santo,
non è ai cani che lo do.
Gloria a te! Come sono mirabili i tuoi pensieri!
Beati coloro che ti amano,
perché risplendono per la tua bellezza
e tu dai loro in dono te stesso.
Questa è la resurrezione anticipata
di coloro che sono morti in Cristo.

Beato colui che continuamente fissa gli occhi in te
mio Giardino, che ti riveli a me in me stesso.
Albero di vita che mi infiammi, nel cuore
ad ogni istante, col desiderio di te
e trasformi il mio volto con la forza del tuo amore
e stabilisci la mia intelligenza nello splendore
dei raggi della tua bellezza.
Beato colui che sempre ti cerca in se stesso
perché da lui stesso gli fluisce la vita (cf. Gv 7,38), per la sua gioia.
Beato colui che porta sempre nel suo cuore il tuo ricordo
perché anche la sua anima è inebriata dalla tua dolcezza.
Beato colui che fissa ad ogni istante (gli occhi) in te,
all’interno di se stesso
perché anche il suo cuore è illuminato
per vedere le cose nascoste.
Beato colui che ti cerca nel suo stesso essere
perché anche il suo cuore arde del tuo fuoco
nella cui veemenza purificatrice
brucia la sua carne insieme alle sue ossa.
Tu sei suo cibo e sua bevanda
sua gioia e sua esultanza
tu sei la sua veste
e con la tua gloria egli copre la sua nudità;
tu sei la sua abitazione
e la dimora dove egli trova riposo
e in te entra sempre a rifugiarsi (cf. Sal 91,9);
tu sei il suo sole e il suo giorno
e alla tua luce vede le cose nascoste;
tu sei il padre che lo ha generato
e te chiama “padre” come un figlio;
tu hai donato nel suo cuore lo Spirito (cf. Rm 5,5; 2Cor 1,22) di tuo Figlio
e questi gli ha donato la fiducia di chiederti (cf. 1Gv 5,14)
tutto ciò che ti appartiene,
come un figlio con suo padre.
È sempre nell’intimità con te,
poiché non conosce padre all’infuori di te.

(Giovanni di Dalyatha, Lettere)

mercoledì 25 marzo 2020

Annunciazione del Signore. Salve, sposa mai sposata!

In questa solennità si ricorda il celebre episodio biblico dell'annuncio recato dall'angelo a Maria di Nazaret.
Maria, presentata da Luca come personificazione del resto povero e umiliato di Israele, di coloro che non attendono altro che la venuta del Messia, è nell'episodio odierno della Scrittura colei che, accogliendo mediante l'ascolto della parola di Dio recata dall'angelo, concepisce nel proprio grembo per opera dello Spirito santo il Figlio di Dio, la Parola dell'Altissimo fatta carne.
Maria è chiamata per questo nella tradizione patristica la nuova Eva, la madre di tutti i credenti: nei credenti, infatti, mediante la fede, il Signore ha deciso di stabilire la sua dimora.

Sebastiano Ricci - Annunciazione.olio su tela, cm 103x79,Museo Civico,Belluno
Annunciazione, Sebastiano Ricci (1658-1734), olio si tela, Museo civico di Belluno

Sembra utile distinguere il fatto storico dell’Annunciazione dalla relativa festa liturgica del 25 marzo. Il racconto evangelico dell’Annunciazione è stato sempre presente nella comunità cristiana, almeno dal tempo dell’istituzione del Natale, perché i due episodi sono strettamente legati; mentre le origini della festa del 25 marzo, probabilmente, risale al IV secolo in Palestina, dove si celebrava il ricordo dell’Incarnazione e, quindi, della relativa Annunciazione. La denominazione mariana della festa, come “Annunciazione della Beata della Vergine Maria” sembra risalga in oriente al V secolo; e in occidente, invece, viene introdotta nel VII sec., prima in Spagna, e, poi, a Roma, da Papa Sergio I, con una certa fluttuazione del titolo: prima come riferimento all’Annunciazione del Signore, e poi come Annunciazione della Beata Vergine Maria. I nove mesi tra la concezione e la nascita del Salvatore spiegano la data odierna rispetto alla solennità del 25 dicembre. Calcoli eruditi e considerazioni mistiche fissavano ugualmente al 25 marzo l'evento della prima creazione e della rinnovazione del mondo nella Pasqua. La data della Solennità dell’Annunciazione in alcuni anni viene trasferita. Questo avviene quando il 25 marzo cade nella Settimana santa, nella Settimana di Pasqua o coincide con una Domenica di Quaresima o di Pasqua.

Tracce di lettura

Noi ti supplichiamo, Signore, effondi la tua grazia nei nostri cuori, affinché, come abbiamo conosciuto dal messaggio di un angelo l'incarnazione del tuo Figlio Gesù Cristo, possiamo essere condotti dalla sua croce e dalla sua Passione alla gloria della risurrezione. (Book of Common Prayer, 1928)

Oggi è rivelato il mistero che è da tutta l'eternità:
il Figlio di Dio diventa Figlio dell'uomo;
partecipando a ciò che è inferiore,
ci rende partecipi delle cose più alte.
Adamo all'inizio fu ingannato:
cercò di diventare Dio, ma non vi riuscì.
Ora Dio diventa uomo,
per divinizzare Adamo.
Si rallegri la creazione ed esulti la natura:
l'arcangelo sta con timore davanti alla Vergine,
e con il suo saluto: «Rallegrati» reca
l'annuncio gioioso che il nostro dolore è finito.
O Dio, che ti sei fatto uomo per la tua misericordiosa compassione,
sia gloria a te!
(Orthros, Liturgia ortodossa, Orthros della festa dell'Annunciazione)


martedì 24 marzo 2020

Paul-Irénée Couturier. Testimone di ecumenismo

Nel 1953 si spegne a Lione Paul-Irénée Couturier, presbitero cattolico la cui vita è un'incontestabile e sincera testimonianza di quell'ecumenismo a cui, anche grazie a lui, la Chiesa cattolica approderà con il concilio Vaticano II.
Couturier era nato a Lione nel 1881. Dopo aver ricevuto una formazione scientifica, entrò in seminario e fu ordinato presbitero. Quando aveva 39 anni, egli fece un'esperienza determinante: mosso dal desiderio di alleviare le sofferenze degli emigrati russi nella regione lionese, ne conobbe la vita e la fede e si convinse della profonda unità che già esisteva con i cristiani d'oriente.

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Paul-Irénée Couturier (1881-1953)

Approfondendo la propria conoscenza del cristianesimo ortodosso, Couturier approdò a Chevetogne, dove fu profondamente toccato dagli scritti del cardinal Mercier e da dom Lambert Beauduin. Diede così inizio a quella che diverrà la «settimana di preghiera per l'unità dei cristiani», convinto che il cuore dell'ecumenismo sia la preghiera stessa di Gesù: «che tutti siano una sola cosa».
Couturier fu anche all'origine del Gruppo di Dombes, nato per promuovere una maggiore conoscenza fra cattolici e protestanti francesi. Egli avviò un'impressionante rete di rapporti epistolari, con i quali seppe intessere la trama essenziale di amicizia e di stima fra cristiani sul cui fondamento prenderanno avvio i grandi dialoghi ecumenici.
Alla sua morte i messaggi di cordoglio giunti al vescovo di Lione da tutte le chiese cristiane testimoniarono l'unanime riconoscimento all'impegno evangelico di un uomo che aveva saputo dare un'anima all'ecumenismo.

Tracce di lettura

Ogni generazione è chiamata a porsi di nuovo la domanda: che cosa fate voi per guarire il corpo spezzato di Cristo? Da molto tempo, da secoli, la carità, vincolo dell'unità, si è affievolita. L'unità è stata spezzata, i cristiani sono stati disgregati dalla ferita del peccato. E le divisioni persistono perché nei cuori la carità è ancora fredda.
La carità riprenderà la sua fiamma, la sua fiamma di calore luminoso, nel dolore, nell'umiltà, nel pentimento, nella preghiera, nella supplica, nell'ardore e nella perseveranza della preghiera. La preghiera è un combattimento con Dio in cui si trionfa per mezzo della forza stessa di Dio. (P.-I. Couturier, Opuscoli )

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Walter Hilton e La Scala di Perfezione. Contemplativi nella quotidianità

Walter Hilton nacque intorno al 1340. Secondo diversi indizi studiò legge all'Università di Cambridge. Nel 1371 era funzionario della Diocesi di Lincoln e divenne canonico di Abergwili. Intorno al 1370 abbracciò la vita eremitica, ma nella decade successiva abbandonò la vita solitaria per entrare nell'Ordine Agostiniano. Trascorse il resto della sua vita come canonico di Thurganton, dove morì il 24 marzo 1396. Le opere più importanti di Hilton sono La scala di Perfezione e La vita mista. Pur essendo versato nella lingua latina, Hilton scelse di pubblicare le sue opere in volgare per raggiungere un pubblico più vasto. Le sue opere erano infatti indirizzate primariamente a uomini e donne laici. Hilton li incoraggia ad adottare una routine di preghiera e contemplazione, per giungere a una maggiore conoscenza di Dio e di sé, senza abbandonare i propri doveri quotidiani. In tal senso, l'opera La vita mista fu scritta per un amico laico che considerava di abbandonare il mondo; Hilton lo incoraggia a rimanere nel suo stato, abbracciando, appunto, una vita mista, sia attiva che contemplativa.

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Walter Hilton (1340-1396)
La Scala di Perfezione si compone di due parti, la prima rivolta a un' amica eremita e la seconda parte a un più ampio uditorio. Nel definire i diversi stati della perfezione Hilton mostra una profonda conoscenza delle Scritture e della Teologia ma cerca di trarre i suoi esempi dalla vita quotidiana.
Insieme a Richard Rolle e Giuliana di Norwich, Hilton appartiene alla grande tradizione della mistica inglese tardo-medievale, che ricevette un influsso importante anche dalla mistica renano-fiamminga.
Nello stesso anno in cui Hilton entrava tra gli Agostiniani il suo amico Adam Horsley, incoraggiato da Hilton stesso, entrava tra i certosini. L'Ordine certosino, da sempre dedito alla collezione e alla copia di opere spirituali, contribuì alla diffusione delle opere di Hilton, producendo diverse copie anche al di fuori dell'Inghilterra e consentendogli di sopravvivere ai roghi della Riforma.
Hilton e le sue opere sono stati riscoperti dalla Chiesa Anglicana nel diciannovesimo secolo e il 24 marzo è ricordato nel calendario dei santi della Chiesa d'Inghilterra, mentre il 28 settembre in quello della Chiesa Episcopale, insieme a Richard Rolle e Margery Kempe.

lunedì 23 marzo 2020

Wolfgang di Anhalt-Köthen, firmatario della Confessione di Augusta

Il 23 marzo la Chiesa luterana celebra la memoria di Wolfgang di Anhalt-Köthen (Köthen, 1º agosto 1492 – Zerbst, 23 marzo 1566), nobile tedesco. Il Principe Wolfgang di Anhalt-Köthen, apparteneva alla dinastia degli Ascanidi ed era figlio di Valdemaro VI di Anhalt-Köthen e di Margherita di Schwarzburg. Regnò dal 1508 al 1562.
Nel 1521, durante la Dieta di Worms, conobbe Martin Lutero del quale ebbe a dire più tardi: «Egli mi ha conquistato il cuore». È stato il secondo sovrano al mondo a introdurre la Riforma nel suo paese. Con l'aiuto di Lutero egli introdusse la riforma protestante già nel 1525 nell'Anhalt-Köthen e nel 1526 nell'Anhalt-Bernburg.

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Wolfang di Arnhalt-Köthen (1492-1566)

Nel 1529 Wolfgang fu uno dei portavoce della protesta nella dieta di Spira di quell'anno. Nel 1530 sottoscrisse nella dieta di Augusta la confessione augustana, prima esposizione generale dei principi del luteranesimo. Nel 1534 intraprese nell'Anhalt-Köthen le prime visite pastorali, espropriò le proprietà ecclesiastiche e le regalò alle comunità locali.
nel 1547 fu messo al bando e privato delle sue terre da parte dell'imperatore Carlo V. Dopo la pace di Passau nel 1552 comprò indietro il suo principato, ma non avendo figli cedette  cedette le sue proprietà ai suoi cugini.
Morì il 23 marzo 1566, ancora scapolo. Gli succedette Gioacchino Ernesto di Anhalt.

venerdì 20 marzo 2020

Alberto I di Hoenzollern e la conversione della Prussia al luteranesimo

La Chiesa Luterana celebra oggi la memoria di Alberto I di Prussia, o Alberto di Hohenzollern, in tedesco Albrecht von Hohenzollern (Ansbach, 16 maggio 1490 – Tapiau, 20 marzo 1568). Alberto è stato il trentasettesimo Gran Maestro dell'Ordine Teutonico e, dopo essersi convertito al luteranesimo, il primo Duca di Prussia, che fu il primo stato ad adottare il luteranesimo come religione di stato.

Alberto I di Prussia (1490-1568)

Partecipò alla Dieta di Norimberga del 1522 dove conobbe il riformatore Andreas Osiander, per influenza del quale Alberto si convertì al protestantesimo.
Fu attivo nella politica imperiale, entrò a far parte della Lega di Torgau nel 1526 e agì all'unisono con i protestanti nel complotto di rovesciare l'imperatore Carlo V. Alberto fondò scuole in ogni città e fondò l'Università di Königsberg nel 1544.
Sebbene Alberto abbia ricevuto relativamente pochi riconoscimenti nella storia tedesca, la sua dissoluzione dello Stato Teutonico causò la fondazione del Ducato di Prussia, che alla fine sarebbe diventato probabilmente il più potente stato tedesco e strumentale nell'unire tutta la Germania. Alberto è quindi spesso visto come il padre della nazione prussiana, e anche come indirettamente responsabile dell'unificazione della Germania.

Serapione di Thmuis: "Voi santificate il deserto"

Il 20 marzo l'antico Sinassario Alessandrino riporta la memoria di Serapione, asceta nel deserto egiziano e poi vescovo di Thmuis.
Serapione fu una figura di primissimo piano nella chiesa copta del IV secolo. Monaco nel deserto interiore, confidente di Antonio che gli lasciò in eredità, in maniera molto simbolica, una delle sue tuniche di pelle, Serapione accettò la nomina episcopale per contribuire a difendere la fede della chiesa, seriamente minacciata dagli ariani, ma soprattutto dai manichei. Per contrastare questi ultimi Serapione scrisse un trattato sulla dignità e l'importanza dell'Antico Testamento per la fede cristiana, che denota al tempo stesso una notevole finezza d'ingegno e una assidua frequentazione delle Scritture.

SERAPIONE DI THMUIS
Serapione di Thmuis (IV sec.)
Serapione fu un polemista dai toni pacati, ebbe una sincera amicizia con Atanasio, che difese a più riprese dai detrattori, e contribuì in modo notevole alla pacificazione tra le fazioni che dividevano in modo profondo la chiesa nel IV secolo.
Egli morì in esilio sotto l'imperatore Costanzo, e per questo motivo Girolamo lo ricorda con il titolo di confessore della fede.

Tracce di lettura

È Gesù Cristo all'origine della vostra decisione, buona e lodevole, di farvi monaci, e sarà lui stesso a portarla a compimento. Egli vi dona, o monaci, una pazienza e una fine mirabili, egli si fa cammino percorribile per tutti coloro che desiderano essere salvati. Affrettandovi a percorrere questa via sin da principio, voi avete come compagno di viaggio il nostro Signore e Salvatore, come Dio disse a Israele: «Non ti lascerò e non ti abbandonerò».
Assieme a voi e grazie a voi, o monaci, è beato anche il mondo: voi santificate il deserto, e le vostre preghiere salvano l'intera umanità. (Serapione di Thmuis, Lettera ai monaci )

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 19 marzo 2020

Sibillina Biscossi. Reclusa e maestra d'anime

La Beata Sibillina Biscossi, nata a Pavia nel 1287 e morta nel 1367, era orfana di padre e di madre. Appena ebbe la forza di sfaccendare, venne messa a servizio. Ma a 12 anni divenne cieca. Fu allora raccolta dalle Terziarie domenicane di Pavia. Nei primi anni la bambina infelice pregò a lungo, con la speranza che san Domenico le concedesse il miracolo della vista. Poi capì che la sua cecità poteva essere luce e orientamento per gli altri. Accettò la privazione e si fece reclusa in una celletta attigua alla chiesa di San Tommaso, dove restò dai 15 agli 80 anni, nella più severa penitenza, vestita d'estate e d'inverno col medesimo saio, mangiando scarsamente e dormendo sopra una tavola di legno, senza né pagliericcio né copertura. Visitata da prelati e da potenti, da devoti e da dubbiosi, ella fu la Sibilla cristiana, che rispondeva a tutte le richieste di consiglio e di conforto. Era l'occhio luminoso di tutta la città di Pavia, che riconosceva nella cieca veggente una maestra di spirito. Si spense il 19 marzo, come lei stessa avrebbe previsto, e i suoi funerali furono solenni. Fu tumulata nella stessa chiesa di san Tommaso.

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Sibillina Biscossi (1287-1367)

Michael Weisse, riformatore e innologo boemo

Michael Weissen (ca 1488-1534) è stato un teologo tedesco, riformatore protestante e innologo. Prima francescano, si unì ai Fratelli boemi. Ha pubblicato il più ampio innario protestante del XVI secolo, scrivendone la maggior parte dei testi e delle musiche. Uno dei suoi inni è stato utilizzato nella passione di San Giovanni da Johann Sebastian Bach.

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Michael Weissen (1488-1534)
Weissen nacque a Neisse (ora Nysa), in Polonia) e vi frequentò la Scuola pastorale. Dal 1504 studiò all'Università di Cracovia e divenne frate francescano a Breslavia nel 1510. Lui e i colleghi Johannes Zeising e Johann Mönch si convertirono all'insegnamento di Martin Lutero e furono espulsi da Breslavia intorno al 1517. Nel 1518 furono ammessi tra i Fratelli Boemi.
Weissen fu eletto come Prediger (predicatore) e Vorsteher (leader) della comunità tedesca dei Fratelli a Landskron nel 1522. Lo stesso anno fu inviato come parte di una delegazione a Wittenberg, per confrontare il credo dei Fratelli con quello di Martin Lutero. Dal 1525, Weissen, Zeising e Mönch favorirono e promossero l'insegnamento di Ulrich Zwingli, il che causò conflitti con il vescovo di Praga. Mentre Weissen e Mönch si sottomisero al vescovo, Zeising si unì agli anabattisti e fu condannato e arso a Brno nel 1528 per decreto dell'Imperatore Ferdinando I.
Nel 1531, Weissen fu ordinato presbitero dell'Unità dei Fratelli in un sinodo a Brandeis e gli furono affidate le congregazioni tedesche di Landskron e Fulnek. 
Weissen pubblicò nel 1531 il primo innario dei Fratelli boemi in lingua tedesca, Ein New Gesengbuchlein (Un nuovo piccolo innario). Questi conteneva 157 inni, di cui 137 da lui scritti o adattati su melodie prevalentemente boeme della tradizione dei Fratelli. L'innario di Weissen influenzò altre raccolte e fu il primo strutturato per argomenti: otto sezioni per i periodi dell'anno liturgico, una sezione catechetica ("Leergeseng"), una per i diversi momenti del giorno, una per i bambini, per la penitenza, i funerali ("Zum begrebnis d Todte"), la meditazione del giudizio ultimo, la memoria dei santi.
Michael Weissen morì a Landskron nel 1534.

Giuseppe, padre di Gesù secondo la Legge e uomo del silenzio

Giuseppe era discendente di David, e il vangelo di Matteo lo definisce sobriamente: «Lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo» (Mt 1,16) e «uomo giusto» (Mt 1,19). Egli ebbe il compito di legare Gesù alla discendenza davidica, di riassumere le figure dei patriarchi, che spesso avevano ricevuto in sogno la rivelazione di Dio, e di far ripercorrere al piccolo Gesù il cammino dell'esodo, inserendolo pienamente nella storia di Israele per renderlo erede delle promesse. Uomo del silenzio, Giuseppe apprese nella sua quiete orante, giorno dopo giorno, la volontà del Signore. Dopo il ritorno dall'Egitto, nulla ci è detto a suo riguardo. Un'antica leggenda vuole che egli abbia terminato i suoi giorni in una grande pace, indicando nel figlio Gesù, riconosciuto come Messia, il motivo della sua serenità di fronte alla fine della vita terrena. Per questo motivo, nella tradizione occidentale si cominciò presto a invocarne l'intercessione per ricevere il dono di una buona morte.

SAN GIUSEPPE, Chiesa di Montmartre
San Giuseppe, Chiesa di Montmatre
Le chiese bizantine ricordano Giuseppe assieme a David e a Giacomo fratello del Signore nei giorni che seguono il Natale. Nella chiesa copta la sua memoria era celebrata già nel V secolo. In occidente, invece, una vera e propria festa di Giuseppe si sviluppò soltanto in epoca moderna e divenne festa di precetto nel 1621.
In epoca recente, malgrado il suo inserimento nel Canone romano per volere di papa Giovanni XXIII, la festa di Giuseppe è stata privata della solennità che da poco aveva acquisito, quasi a segnare la discrezione e il silenzio che accompagnano sin dai primi secoli la memoria di colui che fu il padre di Gesù secondo la Legge.

Tracce di lettura

Giuseppe dalle labbra chiuse è l'uomo dell'interiore; fa parte di quella coorte di silenziosi per i quali parlare è perdere tempo, è soprattutto tradire l'Intraducibile, l'Ineffabile. Giuseppe dalle labbra chiuse è l'uomo che comincia là dove Giobbe finisce, che nasce con la mano sulla bocca. Ha un senso enorme di Dio, della dismisura del suo Essere e della sua pazzia d'amore.
Dopo il ritorno dall'Egitto, Giuseppe scompare. Credetemi, questa morte, questo transitus del beato Giuseppe non ha nulla di triste. Il suo silenzio è lo stesso di Dio. È riempito dalla forza dell'Amore.
(L.-A. Lassus, Pregare è una festa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Preghiera

Assist us mercifully, we beseech thee, O Lord, by the merits of the Spouse of thy most holy mother; and those things that wich for our weakness we cannot obtain, vouchsafe to grant us at his intercession. Who livest and reignest world without end. Amen.

Assistici misericordioso, o Signore, per i meriti dello sposo della tua santissima madre; e ciò che non possiamo ottenere per la nostra debolezza, concedicelo per sua intercessione. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

(Dal Messale Anglicano , 1921)

mercoledì 18 marzo 2020

Pregare le Scritture. MEDITATIO

La meditazione è un'operazione dell'intelligenza che si concentra con l'aiuto della ragione nell'investigare le verità nascoste

La Parola di Dio diventa Parola di vita: è stata annunciata per venire a vivere nel cuore del credente. Leggere non rimane un accumulare nozioni. La scienza può non toccare la vita. Si potrebbe conoscere la Bibbia come il Corano o qualsiasi altro trattato scientifico. La Parola, invece, mira a sconvolgere la vita per ricostruirla secondo Dio.
La Lectio è un'esposizione universale. La Meditazio è un'attività squisitamente personale: riprende il messaggio della Lectio e comincia a personalizzarlo.

La MEMORIA ha qui una buona funzione. I Padri hanno parlato di "ruminatio". S. Bernardo ha introdotto questa parola per indicare il riprendere le Scritture per assicurarne l'apprendimento e la memorizzazione. Si tratta di un obbedienza al precetto del Deuteronomio: "State però bene attenti! Fate tutto per non dimenticare i fatti che avete visto con i vostri occhi: finché vivete non svaniscano dai vostri cuori" (Dt 8,4.9). "Le parole di questo comandamento, che oggi ti do, restino nel tuo cuore" (Dt 6,6).

Ricordare non significa rimanere ancorati al passato, bensì vivere sempre, vivere ora, quella Parola.

Il vero significato della Meditatio consiste nell'applicare a sé la Parola. Ne esce spontaneamente un esame della vita: quanto era presente questa parola prima d' ora? Se è "luce ai miei passi" (Sal 119,105)  che cosa chiede di cambiare? Che novità introduce?

Proprio come avviene nella prima evangelizzazione: il pagano ascolta la Parola, vede la differenza dal prima all'adesso, accoglie le esigenze della nuova vita.

La Meditatio dice: qui, ora (hic et nunc); "questi fatti sono stati scritti per noi" (1 Cor 10,11). Allora "Ascoltiamo ciò che il Signore ci dice" (Sal 85,9). La LECTIO aveva risposto alla domanda: "che cosa dice il testo?"; la MEDITATIO risponde alla domanda: "che cosa dice il testo a me e alla comunità?". La Parola entra nella situazione del nostro tempo, nelle circostanze della mia vita, con le sue realtà di gioia e di conflitto.

Occorre anche una buona dose di sincerità: "Ora non percepiamo più il testo come qualcosa che abbiamo solo ascoltato, ma come qualcosa che abbiamo sperimentato e toccato con le nostre stesse mani" (S. Giovanni Cassiano, Collationes 10,11).
Diventa anche chiaro quello che Dio chiede ad ognuno e alla comunità.



Cirillo di Gerusalemme. La Scrittura come fonte della catechesi

Il 18 marzo del 386 o del 387 muore a Gerusalemme Cirillo, pastore della chiesa gerosolimitana. Cirillo era nato attorno al 315 nei pressi della Città Santa, e nessuna informazione attendibile ci è giunta riguardo alla sua giovinezza. 

CIRILLO DI GERUSALEMME
Cirillo di Gerusalemme (ca 315-386)
Quel che è certo è che egli fu ordinato presbitero all'età di trent'anni, e che dopo poco più di tre anni, e con un'elezione molto contestata, gli fu affidato il seggio episcopale di Gerusalemme. I dubbi e le maldicenze sulla sua persona lo accompagneranno per tutta la vita, soprattutto per il fatto che i suoi due vescovi consacranti erano filoariani. Ma Cirillo, a dispetto delle umiliazioni patite, maturò, grazie all'ascolto costante delle Scritture, un sensus fidei che lo porterà ad essere uno dei grandi difensori della fede apostolica. Condannato per tre volte all'esilio da imperatori o sinodi arianeggianti, Cirillo fu animato da un sincero spirito di carità e di attenzione per i poveri. Ma soprattutto coltivò un appassionato interesse per l'educazione religiosa dei fedeli. Le sue Catechesi, di schietta ispirazione biblica - sebbene non tutte di certa attribuzione - ne fanno uno dei più grandi annunciatori del vangelo dell'antichità. Non si può infine nascondere un'ombra, che non muta la grandezza dell'esempio che Cirillo ci ha lasciato in molti altri settori. Come altri padri della chiesa, egli non ebbe una piena comprensione del mistero di Israele, e si oppose con toni talmente veementi alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, da contribuire in modo significativo a quell'antigiudaismo che soltanto sedici secoli dopo la chiesa comincerà a ricusare.

Tracce di lettura

La chiesa è detta cattolica perché abbraccia tutti i luoghi dell'universo, da un'estremità all'altra della terra; perché insegna la totalità dello scibile riguardo alle verità necessarie, senza omissione, sulle cose visibili e invisibili, celesti e terrestri; perché ha come referente religioso l'universo degli uomini, capi e sudditi, dotti e indotti, che è chiamata a raggiungere per condurre tutto il genere umano al culto in verità. Essa rende inoltre disponibile un rimedio universale e una cura per ogni sorta di peccato, dell'anima e del corpo, e possiede in sé ogni genere di forza, sia che la si possa esprimere a parole o mediante grazie di ogni sorta. (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 18,23)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose