Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 5 luglio 2020

Tutto il mondo creato è in travaglio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ


Colletta

O Dio, protezione di tutti coloro che confidano in te, senza il quale non c’è nulla di forte, nulla di santo; accresci e moltiplica su di noi la tua misericordia; affinché con te come guida e governatore, possiamo passare attraverso le cose temporali senza perdere le cose eterne. Concedici questo, o Padre celeste, per l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 8,18-23; Lc 6,36-42

“Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). Gesù ci comanda di essere misericordiosi come il Padre e di perdonare il nostro prossimo, perché noi per primi siamo stati perdonati. Nessuno di noi può pensare di non avere avuto bisogno e di non avere continuamente bisogno del perdono del Padre. Come afferma San Paolo nel terzo capitolo della sua Lettera ai Romani, citando il salmista (Sal 14,3 e 53,1-3): “non c’è alcun giusto, neppure uno” (Rm 3,10). Per questo nella preghiera che ci ha insegnato Gesù chiediamo al Padre di rimmetere i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il comandamento della misericordia scandalizza, perché ci è più facile pensare a una giustizia di Dio strettamente retributiva, che punisce i peccatori e premia i giusti. Ci è più facile pensare di esserci meritati un premio da parte del Signore, piuttosto che pensare alla gratuità della salvezza. Una gratuità che lungi dall’istigarci all’irresponsabilità ci esorta alla riconoscenza e dunque alla rettitudine come risposta al bene che Dio ci ha mostrato per primo e come imitazione del suo agire nel mondo.
Fu proprio nel predicare la misericordia di Dio che Gesù incontrò le maggiori contestazioni e ostilità. Anche perché la sua predicazione non si fermava alle parole, ma si concretizzava in gesti che determinavano una rottura con le pratiche legalistiche del tempo: egli guarisce di sabato, tocca i lebrrosi mosso da compassione, mangia con le prostitute e i pubblici peccatori.
Siamo tutti feriti dal peccato; e anche il nostro occhio è ferito dal peccato. per questo spesso non sappiamo vedere le cose come le vede Dio. Il nostro sguardo è ferito e ha bisogno di essere purificato. Nella misura in cui saremo in grado di comprendere quanto siamo noi per primi bisognosi del perdono di Dio e quanto noi per primi abbiamo ricevuto la sua misericordia, tanto più saremo capaci di donare perdono e misericordia al nostro prossimo e mostrarci compassionevoli verso l’intera creazione, che è ferita dal peccato e geme attendendo la manifestazione dei figli di Dio (Rm 8,19). Ciò significa che la nostra sofferenza, il nostro anelito alla liberazione del creato dal disordine del peccato, non sono vani; sono fondati sulla speranza, che pur non possedendo l'oggetto del suo desiderio e, dunque, soffrendo per questo, lo contempla come in una visione profetica.
Il filosofo Ernst Bloch, nella sua opera "Spirito dell'Utopia", parlava di "coscienza anticipante", delineando una sorta di platonismo alla rovescia, in cui la perfezione non è una origine dalla quale siamo decaduti e che ricordiamo con nostalgia, ma è una meta cui tutto tende e che lo Spirito ci suggerisce con segni molteplici. Le Sante Scritture ci insegnano che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato, che ha contaminato l'uomo fin dalle origini, e le cui conseguenze si sono riversate sull'intera creazione. Ma il messaggio evangelico ci dona la buona notizia che non solo Dio ci perdona, ma attraverso il suo Spirito fa nuove tutte le cose, restaurando in noi l'immagine divina e chiamandoci a curare le ferite di ogni uomo, a prenderci cura del suo giardino per restaurare l’ordine primigenio.
Siamo dunque chiamati a operare attivamente per riportare nel mondo pace e riconciliazione, tra l'uomo e Dio, tra uomo e uomo e tra l'uomo e l'intera creazione.

- Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

sabato 4 luglio 2020

Andrea di Creta. La poesia come comprensione dei misteri di Dio

Nel 740 muore sull'isola di Mitilene Andrea di Creta, pastore e innografo.
Nato a Damasco, Andrea era un semita cristiano di lingua greca. Monaco al Santo Sepolcro di Gerusalemme, verso il 700 fu eletto vescovo di Gortina, nell'isola di Creta.

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Andrea di Creta (660-740)
Andrea si rivelò un grande pastore, che seppe animare la vita sociale e spirituale del suo tempo e confortare la popolazione nei difficili anni dell'avanzata musulmana. Le sue origini semitiche si riflettono nelle sue composizioni liturgiche, vicine ai modelli biblici e intercalate da versetti scritturistici. Andrea fu infatti l'inauguratore della poesia liturgica dei canoni, vere e proprie dossologie mistagogiche che aiutano il credente a penetrare le profondità dei misteri celebrati.
Tra tutte le sue odi liturgiche, la più celebre è il Grande canone, che viene cantato durante la quaresima nelle chiese di rito bizantino. È uno splendido midrash cristiano sul tema del peccato e del pentimento, ed è al tempo stesso una contemplazione della grande misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo.

Tracce di Lettura

Come la Cananea t'invoco:
Pietà di me, figlio di David.
Con lo stesso tremore dell'emorroissa
l'orlo tocco del tuo mantello,
e come Marta e Maria su Lazzaro
lacrime verso.
Pietà di me, o Dio, pietà di me.
Come vaso di profumo, o mio Salvatore,
la mirra delle mie lacrime
spando sul tuo capo.
Con la stessa voce della peccatrice
implorante il tuo amore, a te grido.
Accogli la mia preghiera, e perdonami.
Pietà di me, o Dio, pietà di me
(Andrea di Creta, Grande canone 9,3,16-17).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Un vino in pieno fermento

Lettura

Matteo 9,14-17

14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
16 Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. 17 Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».

Meditazione

Questo gruppo di discepoli di Giovanni Battista e di farisei non è indifferente alla figura di Gesù ma si limita ad "accostarsi" a lui e non comprende la novità radicale e la portata del mistero dell'Incarnazione. In lui non vede l'adempimento delle promesse fatte agli antichi profeti e il Figlio di Dio che è venuto a condividere la nostra natura. Vede certmente un  profeta, si aspetterebbe di trovare un'altro asceta, dedito al digiuno e alla mortificazione, ma il Cristo non si limita a predicare la conversione egli annuncia che «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15), così vicino che «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14); come si può allora vestirsi a lutto? Ciò non toglie l'importanza del digiuno ma lo colloca in uno spazio delimitato: quello in cui la Chiesa, il credente, fanno esperienza e memoria del momento in cui lo Sposo è stato loro tolto. Il messaggio evangelico è un vino nuovo in pieno fermento, richiede, per essere accolto, un atteggiamento del tutto nuovo, la consapevolezza che i tempi ultimi, la salvezza di Dio sono vicini come mai prima. - Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

Preghiera

O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità.
Per Cristo nostro Signore. Amen.





venerdì 3 luglio 2020

Tommaso apostolo. Toccare con mano il Risorto

Di Tommaso, detto Didimo, parla soprattutto il Vangelo di Giovanni, nel quale egli appare spesso in connessione con i grandi misteri della glorificazione di Cristo.
Uomo capace di grande slancio nella sua adesione al Signore, come quando nell'ora della morte di Lazzaro esorta gli altri discepoli ad andare tutti insieme a morire con Gesù, Tommaso è rappresentato altresì come tipo dell'incredulità del credente, il cui cammino verso la pienezza della fede può compiersi soltanto ascoltando e aderendo assiduamente alla testimonianza della comunità.

Tempera all’uovo su tavola telata e gessata cm 32x40 (particolare) - stile italico
Tommaso tocca il costato di Gesù, icona di Bose
La sua domanda: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?» dà occasione a Gesù di formulare una delle più alte rivelazioni cristologiche del Nuovo Testamento: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6); ma nonostante la grandezza della rivelazione ricevuta, dopo la resurrezione Tommaso non crede alla testimonianza degli altri discepoli, ed esige di vedere ciò che i suoi orecchi hanno udito. Solo mediante un nuovo intervento del Signore, che accondiscende alla sua debolezza e gli mostra il permanere dei segni della passione nel proprio corpo risorto, Tommaso giungerà alla confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). A tale confessione, Gesù risponde proclamando la vera beatitudine dei credenti, che è quella di coloro che «pur non avendo visto, crederanno» (Gv 20,29).
Secondo Eusebio di Cesarea, Tommaso evangelizzò la Persia, mentre un'antichissima tradizione lo vuole apostolo delle coste occidentali dell'India; i cristiani del Malabar lo considerano per questo motivo il fondatore della loro chiesa. Sempre secondo la tradizione, morì martire in India, per mano di un re locale.

Tracce di lettura

O paradossale prodigio,
la paglia ha toccato il fuoco ed è stata salvata,
Tommaso ha messo la mano nel fianco ardente di Gesù Cristo
e non è stato consumato dal contatto:
esso ha mutato l'incredulità della sua anima in una fede piena;
con fervore è sorto un grido dal profondo del suo cuore:
Mio Signore e mio Dio,
o Risorto dai morti, gloria a te!
(Liturgia bizantina, Quarto ichos dei Grandi vespri per la domenica di Tommaso).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

DDL omotransfobia: “Fermi nella fede e pronti al dialogo”

Un’intervista a Real Inside del vice-presidente dell'Alleanza Evangelica Italiana, Leonardo De Chirico

Roma (AEI), 3 luglio 2020 – In vista del dibattito pubblico di oggi, il vice-presidente dell’AEI Leonardo De Chirico è stato intervistato da Alessandro Iovino per Real Inside. Riportiamo i passaggi salienti dell’intervista:

Prof. De Chirico, questo ddl sta facendo molto discutere tanto da spingere molte chiese ad organizzare eventi di approfondimento e pubblico dibattiti. Il vostro però sembra l’unico proiettato al confronto, anche con chi ha promosso questo ddl. Perche’ quindi avete deciso di organizzare come Alleanza Evangelica Italiana questo dibattito?
Già nel 2014, quando la discussione pubblica sul contrasto all’omotransfobia si accese intorno alla proposta Scalfarotto, l’AEI pubblicò un documento e organizzò un dibattito plurale per dialogare con le parti e rappresentare una proposta per ovviare ai rischi contenuti in quella proposta. Un cosa simile è avvenuta nel 2015 sulle unioni civili e su altri temi sensibili. Non è una novità. E’ lo “stile” evangelico di stare sulla piazza pubblica: fermo sulle convinzioni, in grado di dialogare pubblicamente con tutti, portatore di quel “lievito” che può sembrare poca cosa, ma che in realtà ha la capacità di contribuire al bene di tutti. Ci rendiamo conto di essere una minoranza spirituale e culturale nel Paese, ma l’evangelo che professiamo ci incoraggia a pensare ed agire in grande, superando le rigidità di chi (come certa cultura cattolica) si sente o si sentiva maggioranza e vede minacciato questo ruolo dai cambiamenti nella società. 

Bio - Vatican Files
Il Past. Leonardo De Chirico, Vice-Presidente AEI
 Come giudica invece chi nel mondo evangelico utilizza un linguaggio religioso enfatico evocando scenari apocalittici ?
In tutti i tempi di percepita “crisi” c’è la tendenza a ricorrere al linguaggio apocalittico e a cercare lo scontro con l’avversario di turno. Certamente viviamo una crisi che è spirituale e culturale. E’ indubbio che vi siano spinte culturali volte a “decostruire” la società come la conosciamo e a ricostruirne una diversa. Tutte le ideologie vogliono plasmare la società: è stato così dal peccato di Adamo ed Eva in poi. In epoca moderna, la Rivoluzione francese ci ha provato, così come i comunismi, il nazi-fascismo, ma anche il capitalismo globale. Ora ci prova l’ideologia gender che ha come sfondo il post-umanesimo.  Gli “ultimi tempi” sono iniziati dalla venuta del Signore Gesù e continueranno sino alla sua seconda venuta. Quella di oggi è una delle tante picconate ideologiche con cui un pensiero che non si sottomette a Cristo cerca di costruire un mondo diverso da quello creato e redento da Cristo Gesù. Non è il primo e non sarà l’ultimo tentativo. Noi dobbiamo essere vigilanti, all’erta, ma sempre dentro la tela dell’evangelo che non confonde la  “società cristiana” ereditata dalla storia con il regno di Dio.

Non pensa che il mondo evangelico possa essere strumentalizzato politicamente in questa fase?
Il rischio c’è sempre, qualunque cosa si faccia pubblicamente. Ci sono modi per provare a circoscriverlo: ad esempio, elaborare documenti propri che esprimano un pensiero biblico ed informato senza fare copia e incolla con testi che nascono dalla difesa dell’“Italia cristiana” (che vuol dire “Italia cattolica”) e che nascono dalla nostalgia di una cattolicesimo romano come “anima della nazione”. Oppure, provare a dialogare con le parti che sostengono posizioni avverse, mostrando quindi il desiderio di interloquire direttamente e di incidere nel dibattito. Ancora, mentre si fanno certe battaglie per la difesa della vita e della famiglia (che ci avvicinano al mondo cattolico), impegnarsi al contempo in battaglie per il pluralismo religioso (che ci avvicinano al mondo laico) in modo da non essere intrappolati nella contrapposizione manichea che la retorica del cattolicesimo conservatore o del laicismo vorrebbe dipingere. L’identità evangelica sfugge dalla semplificazione che divide le posizioni tra “conservatori” e “progressisti”.

Cosa risponde a chi sostiene, con un po’ di fatalismo, che la chiesa debba solo pregare e non interessarsi alla vita politica del paese ?
La nostra responsabilità è profetica (annunciare la verità dell’evangelo), sacerdotale (pregare per il prossimo e amare l’avversario) e regale (testimoniare nelle nostre vite e nelle nostre chiese l’ordine di Dio per il bene di tutti). Dire che dobbiamo solo pregare è scegliere una sola delle nostre responsabilità cristiane, a scapito delle altre. Non ci è consentito di fare questo: sarebbe un modo di contraddire il mandato che il Signore ci ha affidato. Pregare ha senso cristiano se, al contempo, si tiene alta la Parola della vita nella chiesa e nella piazza pubblica e se si mostra quanto l’evangelo sia generatore e moltiplicatore di bene. 

Le chiese ed i credenti devono davvero preoccuparsi se questo ddl venisse approvato ?
Certamente sì. Mentre si deve concordare sulla necessità di proteggere tutte le persone, la tutela non deve andare a discapito della libertà di pensiero, di parola e di educazione. Con il ddl sarà reato “discriminare” le persone LGBTI, ma cosa vuol dire “discriminare”? Sarà reato dire pubblicamente che l’omosessualità (come del resto l’adulterio e la fornicazione) sono peccati secondo la Bibbia? Sarà considerato discriminatorio, quindi reato, dire che i bambini hanno diritto ad avere un papà e una mamma? Come dice il documento AEI, “In una società laica e plurale, deve essere riconosciuto a tutti il diritto di pensare e di esprimere le proprie convinzioni, anche in materia di orientamento sessuale. La legge non può impedire che alcuni cittadini, associazioni, chiese e gruppi sociali chiamino “peccato” e pertanto denuncino come immorale un comportamento che la loro fede e la loro coscienza ritiene tale. Il punto sta nel creare le condizioni di un dibattito pubblico che può essere aspro, ma sempre rispettoso delle persone, di tutte le persone, non nel sanzionare chi la pensa diversamente dall’ideologia del ‘politicamente corretto’”. Il rischio dell’imposizione col codice penale del “pensiero unico” in materia sessuale è reale. Noi vogliamo una società libera e plurale: come evangelici italiani, dopo essere stati vittime per secoli di una istituzione religiosa oppressiva, non vogliamo cadere nelle grinfie di una ideologia gender liberticida.

Il mondo evangelico secondo lei può fare fronte comune con quello cattolico su questi temi?
Uno dei più grandi apologeti della fede evangelica del XX secolo, Francis Schaeffer (1912-1984) parlava della possibilità di “co-belligerenza” tra credenti evangelici ed esponenti di altre culture e religioni, cioè la possibilità di collaborare in battaglie culturali su punti di interesse comune. Sulla vita e sulla famiglia, ad esempio, si può e si deve cercare una rete di collegamento con altri mondi, non solo quello cattolico. Attenzione però: il mondo cattolico particolarmente attivo in questa battaglia è lo stesso che difende i crocifissi nelle aule pubbliche e l’ora di insegnamento confessionale della religione cattolica nelle scuole statali pagata coi soldi di tutti. E’ lo stesso mondo che, coi rosari sventolati nelle piazze come simboli identitari, ostacola il pieno pluralismo religioso in Italia. Si può e si deve collaborare su singoli punti, ma sempre facendo attenzione a non confondere la “societas christiana” che prevede privilegi per la Chiesa di Roma coi valori dell’evangelo.

 - Ideaitalia, Alleanza Evangelica Italiana

Fermati 1 minuto. «Beati loro!»

Giovanni 20,24-29

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Tommaso vuole "toccare con mano" per credere alla risurrezione di Gesù. La sua incredulità viene sanata proprio dalle piaghe di Cristo; quelle piaghe dalle quali, come afferma Pietro "siamo stati guariti" (1Pt 2,25). Il Signore entra a porte chiuse là dove gli apostoli si sono riuniti, manifestandosi nel segreto di quella stanza nella quale aveva invitato a compiere la preghiera intima al Padre («quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto»; Mt 6,6); forse anche impauriti dalle possibili persecuzioni da parte dei capi della sinagoga. Gesù viene a portare la pace, in queste ore di tribolazione per gli apostoli.
«Beati loro!» affermiamo spesso; ma riguardo a chi? Quante volte lo diciamo a sproposito, per chi ha ereditato una bella casa, ha avuto una raccomandazione per un posto di lavoro o ha tratto simili vantaggi dalle cose di questo mondo? Gesù, che aveva proclamato otto beatitudini sul Monte, riguard i miti, i poveri, gli afflitti, (Mt 5,1-11) qui ne proclama una nuova: «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Beati perché, come aveva affermato il Signore nella sua predicazione: «chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12).

- Rev Dr. Luca Vona, Eremita

 

giovedì 2 luglio 2020

Martiri evangelici in Iran del 1994

Le chiese protestanti di diverse tradizioni ricordano in questo giorno tre figure emblematiche di pastori, martiri dell'intolleranza religiosa che si è diffusa con grande virulenza in terra persiana a partire dagli anni '80 del XX secolo. Il 2 luglio del 1994 viene ritrovato il cadavere di Tateos Michaelian, pastore della Chiesa evangelica armena, freddato a colpi di pistola da uno sconosciuto; a tre giorni di distanza, analoga sorte subisce il pastore Mehdi Dibaj, della chiesa delle Assemblee di Dio. Si tratta del terzo omicidio nello stesso anno di alti esponenti delle chiese cristiane in Iran: a gennaio, infatti, era stato il vescovo delle Assemblee di Dio Haik Hovsepian Mehr a finire prematuramente i suoi giorni sotto i colpi dei sicari inviati dalle frange più intolleranti della dirigenza islamica iraniana.

07 02 martiri iraniani
Haik Hovsepian Mehr, Tateos Michaelian e Mehdi Dibaj (+ 1994)

Tutti e tre i pastori evangelici, iraniani di nascita, erano stati a diverse riprese minacciati a motivo della loro fede cristiana. Mehdi Dibaj, accusato fin da giovane di aver apostatato dalla religione dei suoi padri, aveva trascorso più di dieci anni in prigione, e la sua vicenda sembrava ormai doversi concludere con la condanna a morte nel dicembre del 1993, sentenza poi sospesa dietro pressione della comunità internazionale.
La loro gioiosa e ferma adesione alla fede in Cristo, e il loro rifiuto di abbandonare nel momento della prova il gregge loro affidato, hanno fatto di queste tre figure un simbolo del senso che può assumere la permanenza pacifica dei cristiani in terre che umanamente sembrerebbero ormai non riservare loro alcun futuro.

Tracce di lettura

Gesù Cristo è il nostro salvatore ed egli è il Figlio di Dio. Conoscere questo significa conoscere la vita senza fine. Io che sono un inutile peccatore, ho creduto nella sua amata persona e in tutti i fatti che la riguardano contenuti negli evangeli, e ho consegnato la mia vita nelle sue mani.
Ora la mia vita è soltanto un'occasione datami per servirlo; la morte non sarà altro che un modo più efficace per dimorare con Cristo. Perciò non solo provo soddisfazione a essere in prigione per onore del suo santo Nome, ma sono pronto a dare la mia vita per amore di Gesù, mio Signore, entrando così anticipatamente nel suo regno, al quale accedono i suoi eletti.
Possa l'ombra della magnanimità divina e la mano benedicente e sanante del Padre posarsi e rimanere per sempre su di voi. Amen.
(M. Dibaj, Dichiarazione alla Corte islamica al momento della condanna).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. "Coraggio... alzati... cammina... va a casa tua"

Matteo 9,1-8

1 Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va' a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Quel paralitico steso sul letto è l'immagine di tutte le nostre paure, per gli sbagli fatti e quelli che potremo fare, del timore che ci trattiene dal seguire la parola del Vangelo e dall'andare ad annunciarla al mondo intero, come un balsamo capace di guarirci e darci vigore. "Coraggio, ti sono rimessi i tuoi peccati"... "Alzati... cammina... va a casa tua": forse non ci è stato dato il potere di fare miracoli ma Gesù ha trasmesso ai suoi discepoli il potere di sciogliere e legare sulla terra. Se troviamo il coraggio per intraprendere il cammino della santità, per ritrovare la nostra vera natura restaurata in Dio, la nostra "casa", allora potremo infonderlo anche agli altri, sciogliendo i lacci del peccato.

- Rev Dr. Luca Vona, Eremita

mercoledì 1 luglio 2020

Mosè l'Etiope, la conversione che matura nel deserto

Nel martirologio romano e nei sinassari bizantini si fa oggi memoria di Mosè l'Etiope, monaco nel deserto di Scete.
Nato in Etiopia verso il 332, ci informa Palladio, Mosè era un uomo di colore, alto, molto robusto, che arrivò alla vita monastica dopo svariate peripezie personali.

MOSE', Icona copta
Mosè l'Etiope (ca 332-407)
Di indole violenta, si macchiò di diversi crimini prima di giungere, forse per sfuggire alla giustizia umana, nel deserto di Scete, ma seppe operare una radicale conversione alla carità evangelica attraverso la vita anacoretica, vissuta con sempre maggiore convinzione sotto la guida dei padri del deserto, soprattutto di Macario il Grande e di Isidoro il Presbitero, e resa ancor più dura dalla sua condizione di straniero dalla pelle nera.
Rendendosi conto di aver ricevuto grande misericordia dal Signore, Mosè divenne per tutti i monaci di Wādī al-Naṭrūn un mirabile esempio di umiltà e di mitezza, come testimoniano i Detti dei padri che narrano di lui. Per Cassiano egli è «il più grande fra tutti i santi», e con lui, secondo Poemen, «a Scete si raggiunse il culmine della santità».
Mosè morì all'età di settantacinque anni, dopo essere stato ordinato presbitero su richiesta dei suoi fratelli. Secondo il sinassario alessandrino, che lo ricorda il 24 di ba'ūnah, corrispondente al nostro 1 luglio, Mosè subì il martirio per mano dei barbari, assieme a sette discepoli, verosimilmente nell'anno 407.
È considerato il primo monaco originario dell'Etiopia.

Tracce di lettura

Un giorno peccò un fratello a Scete; i padri, radunatisi, mandarono a chiamare abba Mosè. Ma, poiché egli non voleva venire, il presbitero gli mandò a dire: «Vieni, la gente ti aspetta!». Egli allora si mosse e venne, portando sulle spalle una cesta forata piena di sabbia. Gli andarono incontro alcuni fratelli e gli chiesero: «Padre, cosa è mai questo?». Disse loro l'anziano: «Sono i miei peccati che scorrono via dietro di me senza che io li veda. E oggi sono venuto qui, per giudicare i peccati degli altri». A queste parole non dissero nulla al fratello che aveva peccato, e gli perdonarono.
(Mosè 2, Detti dei padri del deserto)

Un fratello si recò a Scete dal padre Mosè per chiedergli una parola. L'anziano gli disse: «Va', rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa»:
(Mosè 6, Ibid.)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 30 giugno 2020

Raimondo Lullo, precursore del dialogo interreligioso

Nel 1315 termina la sua lunga e feconda parabola terrena l'erudito catalano Raimondo Lullo.
Nato in una famiglia nobile dell'isola di Maiorca, terra di incontri ma anche di scontri frequenti nel XIII secolo fra ebrei, cristiani e musulmani, Raimondo Lullo trascorse tutta la sua vita cercando di conoscere e comprendere in profondità l'alterità della cultura musulmana per portare ad essa il messaggio vitale del vangelo.

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Raimondo Lullo (1232-1316)

In un'epoca di contrapposizioni cruente, di espulsioni e di massacri, egli seppe cercare sempre la via del dialogo, studiando da solo le lingue orientali e la tradizione filosofica araba, e compiendo ripetuti viaggi sulle coste dell'Africa settentrionale, armato soltanto della propria fede e della propria intelligenza.
Divenuto teologo e filosofo di fama internazionale, egli ricevette sul finire della vita una parziale ricompensa alle umiliazioni patite ad opera dei saraceni, ma anche dei correligionari cristiani, che poco lo avevano compreso, quando gli fu permesso di esporre il suo originale metodo teologico nelle grandi università dell'epoca.
Lullo morì in circostanze imprecisate, di ritorno dall'ennesimo viaggio in terra saracena, dopo aver lasciato una vastissima produzione letteraria (circa 300 opere), alla quale attingeranno uomini di grande levatura come Nicolò di Cusa, Pico della Mirandola e Giordano Bruno.
Secondo alcune tradizioni, negli ultimi anni della sua vita sarebbe stato accolto dall'Ordine francescano e sarebbe morto martire. La data odierna è quella in cui lo ricordano i francescani.

Tracce di lettura

All'uscita da una certa città s'incontrarono tre Savi: l'uno era ebreo, l'altro cristiano e l'altro saraceno. Appena si scorsero, essi si salutarono, s'abbracciarono l'un l'altro gioiosamente, decidendo di comune accordo di tenersi per un poco compagnia. Ciascuno s'informò delle condizioni, della salute e dei desideri altrui; quindi convennero di camminare insieme, per riposare i loro spiriti affaticati dagli studi ... Quand'ebbero terminato di conversare, presero congedo l'uno dall'altro assai amabilmente: ciascuno domandò agli altri di volerlo perdonare nel caso egli avesse detto alcunché di irriguardoso nei confronti della loro legge; e ciascuno perdonò. Sul punto ormai di separarsi, uno di loro disse: «Signori, quale profitto trarremo dall'avventura che ci è capitato di vivere? Non potremo forse discutere un po', ogni giorno, rispettando sempre le norme che ci ha illustrato madonna Intelligenza? E non potremo forse impegnarci a renderci ogni onore e servizio, al fine di giungere ancor prima ad un accordo? Sono infatti proprio la guerra, la sofferenza, la malevolenza e il continuo infliggersi l'un l'altro onte e danni che impediscono agli uomini d'unirsi in una stessa fede».
(Raimondo Lullo, Il libro del Gentile e dei tre Savi)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

lunedì 29 giugno 2020

Pietro e Paolo, pilastri della fede

Le chiese d'oriente e d'occidente celebrano oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella data in cui, secondo un'antica tradizione, sarebbe avvenuto nel 64 il loro martirio a Roma.
Pietro «nostro padre», come lo definisce la liturgia copta, era un pescatore originario di Betsaida di Galilea e fratello di Andrea, il quale lo presentò a Gesù. Testimone privilegiato della Trasfigurazione e del Getsemani, ricevette da Gesù il compito di riconfermare i fratelli dopo aver lui stesso conosciuto la misericordia di Dio nel perdono del suo rinnegamento. Egli che per rivelazione del Padre aveva confessato Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, guidò la prima comunità nella testimonianza del Risorto, accolse i pagani nella chiesa e annunciò il vangelo fino a Roma, dove morì martire. Origene testimonia che morì come uno schiavo, crocifisso con la testa all'ingiù.

Pietro e Paolo, per la Chiesa sempre insieme ma in realtà si ...
I Santi Pietro e Paolo sorreggono la Chiesa
Paolo, che dalla liturgia copta è chiamato «nostro maestro», era originario di Tarso, in Cilicia, ed era stato istruito nella fede ebraica secondo la tradizione dei farisei. Dopo aver riconosciuto in Gesù il Messia, egli divenne l'annunciatore del vangelo alle genti e percorse le regioni dell'Asia Minore e della Grecia, affrontando pericoli e fatiche e portando in sé la sollecitudine per tutte le chiese. Cittadino romano, egli fu, secondo la tradizione, decapitato a Roma presso la via Ostiense.
La festa di Pietro e Paolo apostoli era celebrata a Roma nella data del 29 giugno già attorno alla metà del IV secolo.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità Monastica di Bose

venerdì 26 giugno 2020

San Mari, disseminatore di comunità cristiane in oriente

Il secondo venerdì d'estate, la chiesa caldea e quella assira ricordano mar Mari, apostolo della Siria, della Mesopotamia e della Persia.
Le fonti che narrano la vita di Mari, discepolo di Addai, che sarebbe stato il primo dei settanta(due) discepoli inviati in missione da Gesù, sono tardive e contraddittorie. Con esse ciò che si vuole tuttavia ricordare e affermare è l'origine antichissima delle chiese siro-orientali.

Monastero di Bose - Preghiera - Page #176
Addai e Mari (I-II sec.)

Secondo la tradizione, Mari fu scelto da Addai per continuare la sua missione evangelizzatrice nell'oriente, risalente all'apostolo Tommaso. Ricevuto tale mandato, egli percorse la Mesopotamia orientale, spingendosi a predicare sino ai contrafforti dell'altopiano dell'Iran e fondando oltre 300 comunità cristiane.
A lui si deve la fondazione delle sedi episcopali di Nisibi, di Kaškar e l'evangelizzazione della regione di Seleucia-Ctesifonte.
Ad Addai e Mari è attribuita una delle più antiche anafore eucaristiche, tuttora in uso nelle liturgie siro-orientali.
I due apostoli sono ricordati insieme in varie regioni orientali, in date che variano da una zona all'altra; la festa più importante è forse quella che si celebra in Iraq e in Kurdistan il 5 di agosto, con una ricca liturgia propria.

L'Anafora di Addai e Mari

L'anafora di Addai e Mari è un'antica preghiera eucaristica cristiana, caratteristica della Chiesa d'Oriente.

Attribuita dalla tradizione a Taddeo di Edessa e Mari, discepoli di san Tommaso apostolo e santi del I secolo, risale al III secolo secondo la maggioranza degli studiosi.

Ha la peculiarità di non contenere in modo coerente e ad litteram le parole dell'istituzione dell'eucaristia da parte di Gesù Cristo ("Questo è il mio corpo", "questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza..."). Sono presenti invece "in modo eucologico disseminato, ossia integrate nelle preghiere di rendimento di grazie, di lode e di intercessione". Si riportano tre passaggi interessanti: "[...] abbiamo ricevuto per tradizione l'esempio che viene da te, rallegrandoci, glorificando, esaltando, facendo memoria e celebrando questo mistero grande e terribile [...] nella memoria del corpo e del sangue del tuo Cristo, che noi offriamo a te sull'altare puro e santo, come tu ci hai insegnato, [...] sacramento vivificante e divino che io posso amministrare al tuo popolo, il gregge del tuo pascolo".

Nel 2001 la Chiesa cattolica ha riconosciuto la validità dell'anafora di Addai e Mari - sostenuta da una tradizione ininterrotta risalente all'epoca post-apostolica - nel contesto della possibilità di intercomunione, in caso di necessità pastorale, tra i fedeli della Chiesa assira d'Oriente e la Chiesa cattolica caldea.

giovedì 25 giugno 2020

La Confessione di Augusta e la tentata ricomposizione tra cattolici e luterani

Il 25 giugno del 1530 venne presentata all'imperatore Carlo V nel corso della dieta imperiale di Augusta (Augsburg) una confessione di fede sottoscritta dai rappresentanti di diverse città schierate a favore della Riforma protestante. Si trattò del più serio tentativo di recuperare un accordo tra riformatori e cattolici, a pochi anni dalla scomunica di Martin Lutero.
Accusati da più parti di eresia, alcuni riformatori accettarono di rispondere, sotto la guida di Filippo Melantone, ai giudizi dei principali controversisti cattolici cercando di evidenziare l'accordo di fondo sulla fede, e il disaccordo sugli abusi e sulle pratiche religiose che aveva dato vita alla Riforma.

Confessione augustana - Wikipedia
La Confessione di Augusta (25 giugno 1530)

La Confessione di Augusta, alla quale sempre faranno riferimento le chiese di tradizione luterana, fu redatta perciò in due parti: una prima di natura dottrinale e una seconda concentrata sulle prassi in vigore nella chiesa. Essa fu riconosciuta come fedele espressione del vangelo da Lutero, ma non bastò a porre fine a una divisione tra cristiani ormai giunta alle dimensioni di una vera e propria rottura.
In modo molto significativo, è ad Augsburg che nel 1999 cattolici e luterani hanno voluto firmare l'accordo sulla Giustificazione, con il quale è stato risolto il motivo di maggiore divisione tra le due anime cristiane dell'occidente.

Tracce di lettura

In questa Dieta ci impegneremo attivamente ad ascoltare, comprendere ed esaminare tra di noi, con carità e benevolenza, le idee e le opinioni di ciascuno, per poterle rendere concordi e per ricondurle all'unità della verità cristiana; per mettere da parte tutto ciò che, dall'una e dall'altra parte, risulterà essere stato interpretato o trattato in modo scorretto, e per far adottare e osservare da parte di noi tutti una sola e vera religione; così noi tutti, essendo e lottando sotto un solo Cristo, vivremo in una sola comunione, in una sola chiesa e in una sola concordia
(Dall'Editto imperiale di Augusta).

- Dal martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Massimo di Torino. Nessuno diceva propria qualche cosa

La Chiesa cattolica d'Occidente celebra oggi la memoria liturgica di Massimo di Torino, vescovo e padre della Chiesa. Di lui si hanno scarsissime notizie. Nato sicuramente nel IV secolo in un'imprecisata provincia settentrionale italiana dell'impero romano, viene storicamente considerato il fondatore della Archidiocesis Taurinensis. Già discepolo di sant'Eusebio di Vercelli e di sant'Ambrogio da Milano, guidò la diocesi della allora Julia Augusta Taurinorum tra il 390 e il 420, nel difficile periodo delle invasioni barbariche.

Maximus Taurinensis.JPG
San Massimo di Torino (...-420)

Il suo impegno si concentrò prevalentemente sulla lotta contro la pratica della simonìa e del paganesimo. A tal proposito è ricordato per aver fatto erigere, probabilmente sui resti di un precedente tempio pagano, una piccola chiesa dedicata a Sant'Andrea dai cui resti, nel XII secolo, sorse la celebre chiesa della Consolata.
Massimo divenne inoltre conosciuto per i suoi numerosi sermoni, oggi raggruppati in un'edizione critica curata da A. Mutzenbecher. Nelle sue omelìe, tra l'altro, accennò sovente ai primi martiri di Torino, i santi Avventore, Ottavio e Solutore le cui reliquie sono conservate a Torino. La data della morte è incerta: viene fissata intorno al 420. Secondo la cronotassi dell'Arcidiocesi di Torino il suo successore fu il vescovo Massimo II.
Alcune sue reliquie sono conservate nella basilica di San Massimo a Collegno, alle porte di Torino, una delle più antiche chiese cristiane del Piemonte che, molto probabilmente, fu sede vescovile dello stesso Massimo. Per lungo tempo si è creduto che la chiesa ospitasse anche la tomba del protovescovo ma ripetuti scavi archeologici effettuati nel XIX secolo hanno smentito questa ipotesi. Sempre nel XIX secolo la municipalità di Torino gli intitolò una via del centro storico e l'arcidiocesi gli dedicò una chiesa, in essa ubicata e consacrata nel 1853.
A lui è dedicata la chiesa ortodossa di San Massimo ai piedi della collina torinese.

Tracce di lettura

Al tempo degli apostoli fu così grande la dedizione del popolo cristiano, che nessuno diceva sua la propria casa, nessuno rivendicava come propria qualche cosa, come afferma san Luca quando dice: «E nessuno diceva suo proprio qualcosa di ciò che possedeva, ma tutto era loro comune. Nessuno tra essi era nel bisogno». Beato dunque il popolo, che mentre ha molti ricchi in Cristo, non ha alcun bisognoso nel mondo e che, mentre pensa alle ricchezze eterne, allontana dai fratelli la povertà temporale.
(Massimo di Torino,  Sermoni 17).

- Fonti: Wikipedia; Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

mercoledì 24 giugno 2020

San Giovanni Battista, la voce che grida nel deserto

Le chiese d'oriente e d'occidente celebrano oggi la natività di Giovanni il Battista, profeta e precursore del Signore.
Figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta la sterile, Giovanni è frutto della promessa di Dio e annuncia i tempi messianici in cui la sterile diventa madre gioiosa di figli e la lingua dei muti si scioglie nella lode profetica. Con lui rivive la profezia e si fa più urgente il richiamo alla conversione rivolto da Dio al suo popolo.

San Giovanni Battista, Basilica di Santa Sofia, Istanbul

Secondo la parola dell'angelo, Giovanni venne con lo spirito e la forza di Elia per preparare al Signore un popolo ben disposto. Egli visse nel deserto fino al giorno della sua manifestazione a Israele e lì, nella solitudine e nel silenzio, nell'ascesi e nella preghiera, si preparò alla sua missione.
Insieme a Gesù, il Battista è l'unico personaggio di cui il Nuovo Testamento narri la nascita, ed è l'unico santo celebrato dalla chiesa antica con più feste durante l'anno.
Quando nel IV secolo la nascita di Gesù venne fissata nel solstizio d'inverno, quella di Giovanni venne posta nel solstizio d'estate per rispettare la lettera del racconto evangelico. La coincidenza con il solstizio d'estate e l'inizio dell'accorciarsi delle giornate è stata vista dai padri come una conferma delle parole di Giovanni e della sua testimonianza al Cristo: «Egli deve crescere e io invece diminuire».
Asceta vissuto nel deserto, Giovanni è diventato ben presto il modello del monachesimo nascente ed è sempre stato venerato con particolare amore dai monaci, che nell'ascesi, nel silenzio, nella preghiera e nell'assiduità alle Scritture cercano di predisporre ogni cosa per poter accogliere Dio nelle loro vite.

Tracce di lettura

Annunciazione, concepimento, santificazione e nascita di Giovanni ci sono presentate in parallelo ad annunciazione, nascita, consacrazione di Gesù, e con questi dittici dei capitoli 1 e 2 del suo vangelo, con questi eventi della preistoria di Giovanni e di Gesù, Luca ci mostra che anche nell'infanzia Giovanni è stato il precursore del Messia ... Poi il silenzio del vangelo su Giovanni come su Gesù: Giovanni vivrà nel deserto fino al giorno della sua manifestazione a Israele, Gesù vivrà soggetto a Maria e Giuseppe a Nazaret. Per entrambi è il nascondimento, la crescita, la preparazione alla missione, al dies ostensionis ad Israel.
(E. Bianchi, Amici del Signore).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 23 giugno 2020

Maria di Oignies. Unica Regola il Vangelo

Le antiche biografie di Maria di Oignies sono fondamentali per comprendere e studiare il rinnovamento religioso dei Paesi Bassi nei secoli XII e XIII. La santa in particolare ispirò il movimento delle beghine: donne che vivevano in comunità, dirette spiritualmente da un sacerdote. Non erano suore, anche se nella maggior parte dei casi facevano voto privato di castità, e traevano sostentamento da attività lavorative senza chiedere la carità.

Beata Maria di Oignies (ca 1177-1213)

Maria nacque nel 1177 a Nivelles, nel Brabante, antico ducato compreso oggi nello stato del Belgio. Apparteneva ad una famiglia benestante, era molto religiosa e appena raggiunse i quattordici anni, per distoglierla dal pensiero di farsi monaca, i genitori combinarono il matrimonio con un pio giovane di nome Giovanni. Dopo alcuni anni di felice unione matrimoniale, tra lo sconcerto dei parenti, i due bravi coniugi decisero, di comune accordo, di dare i propri beni ai poveri per ritirarsi in un lebbrosario, a Willambroux, per servire i malati. Si formò una piccola comunità la cui fama si diffuse presto, soprattutto grazie a Maria, cui molti fedeli chiedevano preghiere e consigli. Raggiunti i trent’anni, la santa, col consenso del marito e del cognato sacerdote, suo confessore, decise di ritirarsi nel monastero agostiniano di Oignies. Visse in una cella accanto al coro della chiesa facendo la sacrestana. Nel 1207 conobbe Giacomo di Vitry, un canonico di Parigi. La donna gli chiese di stabilirsi in città e di dedicarsi alla predicazione. Erano tempi complessi, la cristianità era lacerata dalle lotte contro le eresie dei catari e degli albigesi. Maria, sebbene vivesse quasi in clausura, seguiva con trepidazione questi avvenimenti. Giacomo ne divenne il direttore spirituale e trasmetteva ai numerosi devoti i suoi insegnamenti. Maria e Giacomo, penitente e confessore, erano guide uno dell’altra. La santa trascorreva molte ore, anche notturne, davanti all’Eucaristia. Un giorno ebbe la premonizione che sarebbe stata istituita la festa del Corpus Domini.
Nel 1212 Maria di Oignies conobbe s. Folco, vescovo di Tolosa, quando gli albigesi lo cacciarono dalla sua diocesi. Il santo si rifugiò a Liegi e rimase impressionato dalla santità di vita delle beghine. In quell’anno Maria ebbe le stimmate. L’anno successivo, dopo numerose e speciali grazie, morì, all’età di circa trentasei anni. Sul letto di morte predisse che sarebbe sorto un ordine di predicatori che, per il bene della Chiesa, avrebbe contrastato le eresie. Folco di Tolosa, insieme a s. Domenico, lottò contro i catari e assistette alla fondazione dei primi monasteri domenicani.
Nel 1216, su richiesta di Folco, Giacomo scrisse la vita di Maria con un lungo prologo in cui illustrava le vicende della nascita del movimento religioso. Per ottenere l’approvazione delle beghine e dei begardi, la corrispondente comunità maschile, andò a Perugia, sede temporanea del papato. Giacomo era un predicatore illustre, teologo e storico; divenne in seguito vescovo di S. Giovanni d’Acri, in Palestina. Nel 1228 fu nominato vescovo di Frascati e poi cardinale. Si prodigò molto perché venisse conosciuta la vita della sua penitente e la santità delle beghine. Diede il suo scritto anche all’amico cardinale Ugolino, futuro papa Gregorio IX. Nel 1230-31 Tommaso Cantimprè aggiunse all’opera un supplemento. Maria si consacrò con gioia al Signore rinunciando alla vita benestante, guardando a Colui che si era incarnato per salvare l’umanità. Maria, ancella di Cristo al servizio della Chiesa, esercitò un apostolato di preghiera e penitenza per la salvezza delle anime. 
Le beghine, non avendo regole, al di là del Vangelo, che ne definissero le caratteristiche, ebbero un appoggio informale dalla Santa Sede. Le caratteristiche inusuali del movimento, nei periodi storici più difficili e confusi, causarono accuse di eresie. Ancora oggi in Belgio e Olanda esistono alcune comunità eredi del loro carisma.

- Daniele Bolognini

lunedì 22 giugno 2020

John Fisher e Thomas More, martiri riabilitati dalla Chiesa d'Inghilterra

In questo giorno, nel 1535, muore decapitato dopo essere stato rinchiuso nella torre di Londra John Fisher, professore all'università di Cambridge e vescovo di Rochester.
Nato nel 1469, Fisher fu un umanista e un teologo molto apprezzato. Di lui Erasmo diceva: «Non c'è uomo più colto né vescovo più santo». Pastore in una delle più piccole e povere diocesi d'Inghilterra, Fisher amò e servì con ogni cura il piccolo gregge che gli era stato affidato.

John Fisher - Wikipedia
John Fisher (1469-1535)

Sempre a Londra, due settimane dopo John Fisher, il 6 luglio 1535 sale sul patibolo sir Thomas More.
Nato nella capitale inglese il 6 febbraio 1478, dopo gli studi di diritto e un periodo di discernimento di quattro anni trascorso in una certosa, Thomas si era avviato alla carriera politica, fino a diventare deputato nel 1504. Grande amico di Erasmo, che lo definì «modello per l'Europa cristiana», Thomas, un gradino dopo l'altro, era asceso fino alla carica di Gran cancelliere del sovrano d'Inghilterra.

Tommaso Moro - Wikipedia
Thomas More (1478-1535)
La fedeltà di More e Fisher al re trovò però un ostacolo nei passi intrapresi da quest'ultimo per divorziare e trasmettere i diritti di successione ai figli della seconda moglie, Anna Bolena. L'atto decisivo, tuttavia, al quale entrambi rifiutarono di sottomettersi e che pagarono con il martirio, è l'Atto di supremazia, nel quale il re veniva riconosciuto come capo supremo sulla terra della chiesa d'Inghilterra.
Gli scritti dal carcere dei due martiri inglesi, soprattutto le lettere di Thomas More, sono tra le più alte testimonianze della spiritualità cristiana. Nutriti da un dialogo costante con il Signore nell'intimo della coscienza, More e Fisher mostrarono fino all'ultimo grande carità e misericordia verso i loro persecutori.
La testimonianza estrema al vangelo resa da More e Fisher è ricordata anche dalla Chiesa d'Inghilterra, che ne celebra la memoria il 6 di luglio.

Tracce di lettura

Finché sarò su questa terra, la mia condotta non potrà che dar modo al re di persuadersi a pensare il contrario di quel che pensa ora: di più non posso, se non rimettere tutto nelle mani di Colui, nel timore del cui sfavore, nella difesa dell'anima mia guidata dalla mia coscienza (senza rimproveri o biasimi per quella di nessun altro) io soffro e sopporto questo tormento. Io lo supplico di condurmi, quando a Lui piacerà, lontano dall'afflizione del tempo presente nella sua felicità eterna del cielo, e nel frattempo di dare a me e a voi a me cari la grazia di rifugiarci, devotamente prostrati, nel ricordo di quell'amara agonia che il nostro Salvatore patì sul monte degli Ulivi prima della sua passione. E se faremo questo con amore, credo proprio che vi troveremo gran conforto e consolazione.
(Thomas More, Lettera 59 a Margaret Roper)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

domenica 21 giugno 2020

Se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che non manchi mai di aiutare e governare coloro che conduci nel tuo timore e nel tuo amore; mantienici, ti supplichiamo, sotto la protezione della tua buona provvidenza, affinché abbiamo un timore e un amore perpetuo del tuo santo Nome. Per Cristo nostro Signore.

Letture

1 Gv 3,13; Lc 14,16

“Non vi meravigliate se il mondo vi odia” afferma l’evangelista Giovanni, riprendendo le parole di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi”. L’odio del mondo si manifesta innanzitutto con il rifiuto dellla luce da parte delle tenebre: “la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5).
Del rifiuto da parte del mondo nei confronti della luce, cioè di Cristo, ci parla il vangelo di oggi, con la parabola del gran convito. Gesù offre questa narrazione in risposta a ciò che esclama un uomo che lo stava ascoltando predicare: “Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio”. Questa beatitudine, ci insegna il Signore, non è compresa da molti. Dio ci invita gratuitamente al suo banchetto, ma l’ossessione per il possesso, il commercio, l’attaccamento alle cose e alle persone ci portano ad accampare mille scuse per rifiutare l’invito alla comunione con lui. Così i protagonisti di questa parabola evangelica: il primo ha appena comprato un podere e deve andare a vederlo; il secondo ha comprato dei buoi e vuole provarlo, il terzo pensa alla moglie. Ma come ci ammonisce Gesù nel versetto 26 di questo stesso capitolo del Vangelo leggiamo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”, mentre nel vangelo di Matteo, sempre Gesù afferma: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37).  
Certo Dio, che ci ha comandato nella legge mosaica di amare il padre e a madre (e, implicitamente, i nostri parenti) non ci chiede di coltivare odio verso di essi. Ma qui Gesù mette radicalmente in discussione l’antica Legge per portarla a compimento: le relazioni umane devono essere organizzate sotto il principio ordinatore dell’amore di Dio.
Le due letture di oggi ci ricordano i due grandi comandamenti per il cristiano: l’amore del prossimo, soprattutto del fratello nel bisogno, e l’amore di Dio, al di sopra di ogni altra cosa. E la parabola del gran convito ci ricorda la dimensione comunitaria e liturgica dell’essere cristiani: la partecipazione al culto domenicale non è un qualcosa di accessorio nella vita del credente. Molti cristiani si accontentano di essere nella lista degli invitati, altri non vogliono manco essere nella lista, e pensano di poter coltivare un rapporto individualistico con Cristo. Gli affari, gli impegni familiari, sono le scuse più frequenti che troviamo per non santificare il giorno del Signore. Eppure, egli ci invita a una festa, mentre taluni si comportano come se fossero stati chiamati a partecipare a un funerale. Persino nei matrimoni, nei battesimi, la liturgia è consierata da molti più un contorno poco appetibile che il piatto forte. E a costoro Gesù dice: “nessuno di quegli uomini gusterà la mia cena” (Lc 14,24).
Se la parabola di Gesù era rivolta suprattutto a Israele, che aveva rifiutato il suo messaggio, rivolto così ai pagani e a tutti i popoli lontani, oggi questa indifferenza colpevole la riscontriamo tra gli stessi cristiani, specialmente nei paesi dove la prima evangelizzazione risale a un’epoca più remota.
Siamo noi, oggi, a considerarci, spesso, membri di un popolo eletto, per una appartenenza cristiana puramente nominalistica. Siamo noi, spesso, a considerarci una casta di salvati, dimenticando che Dio è pronto, in ogni momento, a rivolgere il suo invito alla festa a chi è lontano, a chi è dimenticato, a popoli considerati del secondo, terzo o quarto mondo; che si mostrano pronti, però, ad accogliere con entusiasmo il Vangelo. Ci esorta il salmista: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore” (Sal 95,8).
È questo il senso della chiesa cattolica, cioè universale; la chiamata del Signore giunge fino agli estremi confini del mondo, per far sedere alla sua tavola coloro che mai penseremmo di potervi trovare.
Non dimentichiamo che Dio può far nascere figli di Abramo, cioè della fede, anche dalle pietre (Lc 3,8). Non dimentichiamo che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti (Mt 22,14).


- Luca del Sangue di Cristo

venerdì 19 giugno 2020

Romualdo e il monachesimo integrale

La singolarissima vicenda umana e spirituale di Romualdo, animatore dell'eremitismo nell'Italia centrale e settentrionale all'alba del secondo millennio, è stata tramandata dalla Vita dei cinque fratelli del suo amico Bruno di Querfurt, ma soprattutto dalla Vita del beato Romualdo scritta pochi anni dopo la morte di Romualdo da Pier Damiani.
Icona di GIOVANNI MEZZALIRA, tempera all’uovo su tavola telata e gessata, cm 30 x 40
San Romualdo (+ 1027)

Romualdo nacque a Ravenna verso la metà del X secolo, da una famiglia nobile. Dopo tre anni di vita benedettina abbandonò il monastero ravennate di Sant'Apollinare in Classe con il proposito di ritrovare la solitudine e il rigore del monachesimo egiziano testimoniato dalle Vite dei padri e dalle Conferenze di Cassiano. Ispirandosi a questi testi, con alcuni compagni egli cercò di mettere in pratica i principi di un'ascesi più ordinata rispetto a quella dei solitari del suo tempo, basandola sul lavoro manuale, il totale distacco dal mondo, la stabilità nella cella, la familiarità con la Scrittura, le veglie e il digiuno.
Uomo di lacrime e di preghiera, Romualdo unì al rigore dell'insegnamento un'anima appassionata, capace di grande calore umano e di intenso affetto. Egli visse circa dieci anni nei pressi del monastero di San Michele di Cuxa, nei Pirenei, dando vita ad una colonia di eremiti. Tornato in Italia, Romualdo fu chiamato a riformare la vita monastica e a fondare numerosi eremi, incontrando incomprensioni e ostilità.
Delle sue numerose fondazioni sono sopravvissute fino a oggi con alterne vicende quelle di Camaldoli e di Fonte Avellana.
La congregazione camaldolese coniuga la dimensione comunitaria e quella solitaria, espressa, architettonicamente, dalla presenza sia dell'eremo sia del monastero. Questa comunione di vita comunitaria ed eremitica è espressa anche nello stemma, formato da due colombe che si abbeverano a un solo calice. Il cenobio, dotato di una sua autonomia, può costituire una tappa di preparazione alla vita eremitica. L'Ordine prevede anche, per chi ne senta la vocazione, l'aspetto missionario di evangelizzazione presso le genti. Quest'ultimo aspetto conferisce oggi all'Ordine camaldolese una grande apertura al dialogo ecumenico e interreligioso.
Romualdo morì nel silenzio e nella solitudine con Dio, cui aveva sempre anelato e che aveva inseguito attraverso mille peripezie, nel monastero di Val di Castro, il 19 giugno del 1027.

Tracce di lettura

Siedi nella tua cella come in paradiso; scaccia dalla memoria il mondo intero e gettalo dietro le spalle, vigila sui tuoi pensieri come il buon pescatore vigila sui pesci. Unica via, il salterio: non distaccartene mai. Se non puoi giungere a tutto, dato che sei qui pieno di fervore novizio, cerca di penetrarne il senso spirituale almeno in alcuni punti, e quando leggendo comincerai a distrarti non smettere, ma correggiti subito cercando il senso di quel che hai davanti.
Poniti anzitutto alla presenza di Dio con timore e tremore; annullati totalmente e siedi come un pulcino contento solo della grazia di Dio e incapace, se non è la madre stessa a donargli il nutrimento, di sentire il sapore del cibo nonché di procurarsene.
(parole di Romualdo in Bruno di Querfurt, Vita dei cinque fratelli 32)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 16 giugno 2020

Giovanni Taulero e l'abisso dell'anima

Nel 1361 muore a Strasburgo, dov'era nato agli inizi del secolo, Johannes Tauler, frate domenicano e testimone fra i più amati nel medioevo occidentale.
Di famiglia benestante, Johannes era entrato nel convento domenicano di Strasburgo non ancora quindicenne, e vi aveva ricevuto una tradizionale educazione scientifica, teologica e spirituale. Ma la vera spinta a ripensare in profondità la sua fede gli venne dal fatto di vivere un tempo di grandi conflitti e contraddizioni al vangelo, anche in seno al suo Ordine, che avevano provocato a più riprese gli interventi diretti del capitolo generale dei Predicatori.

Johannes Tauler - Wikiquote
Johannes Tauler (ca 1300-1361)

Per rispondere alla decadenza nella vita spirituale dei religiosi e del popolo cristiano, Tauler diede vita ai cosiddetti «amici di Dio», ossia a gruppi di cristiani impegnati a vivere una vita di fede maggiormente fondata sull'ascolto del vangelo e sulla preghiera personale.
In anni di intenso apostolato in seno ai conventi domenicani dell'Alsazia e presso i beghinaggi della regione, Tauler insegnò un modo di vivere l'esperienza dell'incontro con Dio ispirato alla visione teologica dei padri della chiesa e nel contempo alla mistica di Meister Eckhart. Egli formò così intere generazioni di credenti a una spiritualità capace di sostenere un impegno concreto e coerente con il vangelo nella vita di tutti i giorni.
Alla sua morte, Tauler lasciò una collezione di Sermoni che rimangono fra le espressioni più sobrie ed evangeliche della letteratura mistica medievale.

Tracce di lettura

L'autentica preghiera è una vera ascensione in Dio, che eleva completamente lo spirito, cosicché Dio può in verità entrare nel fondo più puro, più intimo, più nobile, più interiore, dove solo c'è vera unità, riguardo al quale Agostino dice che l'anima ha in sé un abisso nascosto che non ha nulla a che fare con il tempo e con tutto questo mondo.
In questo nobile, delizioso abisso, in questo regno celeste, là s'immerge la dolcezza, è là eternamente il suo posto, e là l'uomo diventa tanto silenzioso, essenziale e assennato, e sempre più distaccato, più interiorizzato e più elevato in una maggior purità e passività, e sempre più abbandonato in ogni cosa, perché Dio stesso è venuto di presenza in questo nobile regno, e vi opera, vi dimora e vi regna.
Allora l'uomo acquista una vita tutta divina, e lo spirito si fonde qui completamente, s'infiamma in ogni cosa ed è attirato nel fuoco ardente della carità che è essenzialmente per natura Dio stesso. Da tale stato, gli uomini ridiscendono poi a tutte le necessità del santo popolo cristiano, si volgono con una preghiera e un desiderio santi verso tutto ciò per cui Dio vuole essere pregato, e a vantaggio dei loro amici, vanno ai peccatori e si adoperano in tutta carità a trovare rimedio per i bisogni di ciascun uomo.
(J. Tauler, Sermoni 24,7)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

lunedì 15 giugno 2020

Evelyn Underhill. La vita mistica è per ogni cristiano

Il 15 giugno del 1941 muore a Londra Evelyn Underhill, scrittrice, guida spirituale e predicatrice tra le più feconde nella recente storia inglese.
Evelyn nacque nel 1875 a Wolverhampton, in una famiglia agiata. Poté in tal modo compiere gli studi universitari al King's College di Londra e completare la propria istruzione viaggiando per l'Europa e per il mondo.

Evelyn Underhill
Evelyn Underhill (1875-1941)

Decisivo per la sua vita spirituale fu l'incontro con il barone von Hügel, padre spirituale di un'intera generazione di anglicani. Sotto la sua guida, Evelyn apprese l'importanza di rimanere fedeli alla propria tradizione religiosa, alimentando tuttavia i contatti con le altre confessioni cristiane a livello della preghiera e delle intense amicizie personali.
Sposatasi con un amico d'infanzia, Stuart Moore, la Underhill si dedicò intensamente a un ministero di predicazione e di maternità spirituale del tutto inusuali nella chiesa inglese d'inizio secolo per una donna. Persona di grande equilibrio, Evelyn fu la prima oratrice invitata a tenere una conferenza teologica pubblica a Oxford. Ricevette quindi la laurea honoris causa in teologia e divenne fellow al King's College di Londra.
Evelyn impiegò il resto dei suoi giorni a far conoscere con scritti di grande qualità umana e spirituale l'importanza della vita interiore e mistica nella vita di ogni cristiano.

Tracce di lettura

Signore, penetra gli oscuri recessi
in cui celiamo ricordi e inclinazioni
su cui non ci diamo pena di vegliare,
ma che mai noi oseremmo riesumare
per portarli liberamente fino a te
perché siano purificati e trasformati:
il rancore ostinatamente sotterrato;
l'inimicizia solo in parte confessata
che ancora cova sotto la cenere;
l'amarezza per questa o quella perdita
che ancora non abbiamo volto in sacrificio;
il benessere privato a cui noi ci aggrappiamo;
la segreta paura di perdere che svuota ogni nostra iniziativa
e che di fatto non è che orgoglio capovolto;
il pessimismo che insulta la tua gioia, Signore.
A te portiamo tutte queste cose,
prendendone coscienza con vergogna e pentimento
davanti alla tua salda luce.
(E. Underhill, Preghiera).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

domenica 14 giugno 2020

L'amore fraterno, principio della comunione con Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che sei la forza di tutti coloro che ripongono la loro fiducia in te; accetta misericordioso le nostre preghiere; e poiché per la debolezza della nostra natura umana, non possiamo compiere nessuna cosa buona senza di te, concedici l’aiuto della tua grazia, affinché conservando i tuoi comandamenti, possiamo compiacerti con i nostri desideri e la nostra volontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 4,7-21; Lc 16,19-31

“Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7) afferma l’apostolo Giovanni. L’amore ci fa rinascere da Dio, ripristina la nostra immagine e somiglianza con lui; ci rende possibile di conoscerlo, non con l’intelletto, ma per esperienza diretta della sua stessa natura.
A volte pensiamo che Dio sia una equazione da risolvere; per lungo tempo, in passato, si è intavolata una affascinante discussione circa le “prove” sull’esistenza di Dio. Ma anche quando saremo riusciti a dimostrare la sua esistenza, a cosa ci gioverà se non ne comprendiamo l’essenza e non condividiamo la comunione con la sua natura divina?
Dio non è una conclusione, una costruzione della nostra mente. Nessuno lo ha mai visto (1 Gv 4,12) ma l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre, è colui che l’ha fatto conoscere (Gv 1,18). È Cristo il libro aperto, la parola vivente che ci parla di Dio, con tutta la sua vita. “Mosè […] ha scritto di me” (Gv 5,46) afferma Gesù, e questa fu la fede degli apostoli: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti” (Gv 1,45). In questo senso, l’esperienza di Dio non è nemmeno ricerca del miracoloso a tutti i costi. Taluni sono portati a credere che la fede debba scaturire dall’irrompere di fenomeni mistici straordinari nelle nostre vite. Ma l’ammonizione di Abramo al ricco, finito nel luogo che rappresenta la perdita eterna di Dio è chiara: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno resuscitasse dai morti” (Lc 16,31). Anche il Risorto, sulla via di Emmaus, rimprovera ai discepoli di essere insensati e tardi di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno detto (Lc 24,25).
L’ascolto delle Scritture è dunque il primo passo per conoscere Dio e riconoscere Gesù come il Signore. Ma non sono sufficienti l’ascolto e la professione di fede fatta con le labbra. Giovanni ci dice che chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio (1 Gv 4,15). Confessare è qualcosa di più che credere o professare. Significa riflettere con le nostre azioni, testimoniare con la vita, ciò in cui crediamo. Chissà quante volte il ricco alle cui porte stava Lazzaro aveva ascoltato le Scritture. Eppure la sua coscienza non fu scalfita dai numerosi richiami a soccorrere il povero che si trovano nella legge mosaica, nei salmi e nei libri profetici.
La carità fraterna è ciò che fa realmente la differenza. Giovanni è molto chiaro nel dire che risiede proprio in essa ciò che realizza la comunione con Dio: “chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16). Senza la fede in Cristo, che diventa sequela di Cristo è inutile illuderci di possedere la comunione con Dio, quasi come un automatismo della partecipazione ai sacramenti. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “chiunque mangia di questo pane o beve del calice indegnamente sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore […] poiché chi ne mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore” (1 Cor 11,27.29). Ora, il corpo mistico del Signore è la sua Chiesa, e chi trascura il fratello nel bisogno trascura le membra stesse del corpo del Signore.
Nel racconto del povero Lazzaro vediamo che i cani randagi hanno più pietà di lui di quante ne mostri il ricco, il quale banchetta senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ma l’abisso di indifferenza che quest’uomo crea nel proprio cuore nel corso della sua vita terrena, sarà lo stesso che lo separerà dalla sorte beata di Lazzaro nella vita ultraterrena: “tra noi e voi è posto un grande baratro” (Lc 16,26). Se il racconto evangelico descrive gli angeli che vanno a prendere l’anima del povero, conducendolo dal padre di tutti i credenti, Abramo, non è descritto un intervento attivo di Dio o dei suoi angeli nel momento in cui il ricco sprofonda nell’Ade. Sono le sue stesse azioni e omissioni che lo hanno accompagnato in quel luogo di arsura e di tormento.
Il salmo 49 paragona “l’uomo che vive nell’onore senza avere intendimento” alle bestie che si avviano, ignare, al macello (Sal 49,12.14.20). l’avidità, l’indifferenza, scavano un abisso nel cuore dell’uomo. Al contrario, l’amore fraterno dilata il cuore e lo riempie dello spirito di Dio. E l’amore caccia anche via la paura (1 Gv 4,18): paura del gudizio di Dio, paura della morte, paura delle nostre cadute. Il discepolo di Gesù, infatti, ama non per accumulare meriti, né per paura del castigo; il suo non è l’amore del servo per il padrone, né quello del mercenario per colui che lo ha ingaggiato. È la risposta all’amore che Dio ci ha donato per primo (1 Gv 4,19). Ed è il tratto distintivo del vero dal falso discepolo: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’autorità e la credibilità nella Chiesa risiedono nella fede in Cristo, e questa è espressa dal principio della carità fraterna.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 11 giugno 2020

San Barnaba, "il tredicesimo apostolo"

Le chiese d'oriente e d'occidente ricordano oggi l'apostolo Barnaba.
Pur non essendo uno dei Dodici, Barnaba ricevette il titolo di apostolo a motivo del ruolo importante che ebbe nella chiesa primitiva.
Originario di Cipro e appartenente alla tribù di Levi, Giuseppe chiamato Barnaba, ovvero «figlio della consolazione», vendette il campo che possedeva e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli. Con questo gesto, Barnaba mostrò di aver capito che soltanto chi si spoglia di tutto ciò che si pone realmente alla sequela di Cristo, il cui fine è la koinonia, la comunione nell'amore, segno eminente che distingue le autentiche comunità cristiane.

San Barnaba Apostolo | Messa del Papa
Barnaba apostolo (+ 61)
Barnaba è ricordato inoltre per essere stato il tramite tra Saulo di Tarso e il gruppo degli apostoli. Fu infatti lui a presentare loro Paolo, al quale si affiancò, accompagnandolo ad Antiochia e poi nel primo viaggio missionario. In seguito, per dissensi con l'apostolo degli incirconcisi, si separò da lui e tornò a Cipro con suo cugino Giovanni Marco.
Secondo la tradizione, dopo aver predicato il vangelo a Roma e a Milano, Barnaba si recò a Salamina dove morì martire, lapidato attorno all'anno 63.

Tracce di lettura

Nessuno tra di loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa «figlio della consolazione», un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l'importo deponendolo ai piedi degli apostoli.
(At 4,34-37)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose