«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Beato chi non si scandalizza di me


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Signore Gesù Cristo, che nella tua prima venuta ai mandato il tuo messaggero per preparare le via dinnanzi a t; concedi che i tuoi ministri e dispensatori dei tuoi misteri possano allo stesso modo preparare e rendere pronta la via, convertendo i cuori disobbedienti alla saggezza e alla giustizia; affinché nella tua seconda venuta per giudicare il mondo possiamo essere trovati come popolo accettevole alla tua vista; tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Cor 4,1-5; Mt 11,1-10

 All'inizio del quarto capitolo della prima lettera ai Corinti Paolo delinea la natura del ministro di Dio. Lungi dall'essere un 'alter Christus' egli è un subordinato, un amministratore, che dispensa un tesoro non suo. Così anche nella seconda lettera ai Corinti l'Apostolo afferma: "Or noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi" (2 Cor 4,7).
Dinanzi a Dio, o dinanzi a Cristo il capo della Chiesa, la posizione dei ministri è quella di un'assoluta ed umile dipendenza. Dalla grazia di Dio essi ricevono i doni necessari di conoscenza, di parola, di compassione per gli uomini; da lui la vocazione interiore. La Chiesa non può che riconoscere questi doni e questa vocazione ed accogliere con riconoscenza coloro che il Signore le manda.
A Dio appartiene l'opera alla quale i ministri consacrano le forze. Da Dio procede la benedizione che rende efficace il lavoro degli operai. A Dio devono i ministri rendere conto del loro operato. Il ministro è per la chiesa, non la chiesa per il ministro. Il ministro è incaricato di predicare il vangelo, prima che preoccuparsi di questioni secondarie, quali controversie politiche, questioni sociali e scientifiche.
La funzione affidata ai ministri di Dio è quella degli economi nelle grandi case. Essi dispensano i beni del loro padrone, hanno la sopraintendenza e la cura degli altri servi a cui devono distribuire il cibo.
Il tesoro e i misteri che tali sovrintendenti amministrano sono le parole del Vangelo, i disegni occulti di Dio sulla salvezza del mondo, che Egli ha manifestato, per mezzo del suo Figlio e dello Spirito Santo, negli ultimi tempi.
Gli apostoli non devono tener conto né degli apprezzamenti né delle ostilità ricevuti, affidandosi unicamente al giudizio divino che verrà alla fine dei tempi, nel giorno del Signore. Persino la nostra capacità dii consapevolezza verso il peccato è offuscata secondo Paolo; per questo egli afferma "non giudico neppure me stesso. Non sono infatti consapevole di colpa alcuna; non per questo sono però giustificato" (1 Cor 4, 3-4). Non conosciamo i moti più profondi del cuore umano, né quelli altrui e nemmeno i nostri. Per questo ci è richiesta una fede assoluta nella grazia di Dio e nel potere santificante del suo Spirito. Ogni morale che non tenga conto di questo, soffermandosi unicamente sulle azioni esteriori, seppur buone, scade nel moralismo. Tuttavia ciò non ci esime dal coltivare un grande senso di responsabilità nel mettere in pratica l'insegnamento evangelico; e a questo sono chiamati tanto i ministri di Dio, che si consacrano in modo speciale a questo ufficio, quanto coloro che essi ammaestrano. Sebbene gli amministratori saranno giudicati in proporzione della responsabilità che gli è stata affidata, nessuno può trovare un alibi della propria freddezza o tiepidezza nei confronti del Vangelo, delegando ai consacrati il compito di adempiere i suoi precetti.
Al capitolo undicesimo del vangelo di Matteo Gesù applica a se stesso un passo del libro di Isaia (61,1) mandando a dire a Giovanni il Battista che l'evangelo è annunziato ai poveri (Mt 11,5); laddove dobbiamo intendere non solo coloro che dispongono di scarsi mezzi materiali, ma ogni uomo con un cuore umile e un orecchio capace di mettersi in ascolto, oltre il fracasso, le seduzioni e le illusioni mondane. I poveri erano anche coloro che fino a quel momento i farisei e i grandi dottori della Legge avevano trascurato nella propria predicazione. La parola di Dio risuona per ogni uomo, anche coloro che la società non prende in considerazione e "beato chi non si scandalizza di me" afferma Gesù. Beato, cioè, chi non rigetta il suo messaggio, chi non rifugge dal sacrificio di sé che la dottrina evangelica richiede. Quantunque Gesù abbia espresso quest'idea sotto la forma d'una beatitudine, pure, in sostanza, essa è un avvertimento solenne per quelli che mettono in dubbio il suo carattere messianico, magari per l'umile condizione in cui egli è apparso sulla terra.
Ci aiuti allora, il Signore, a preparare la sua via in questo tempo di Avvento, per convertirci e conformarci a lui.

Rev. Luca Vona

Le mie parole non passeranno


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Signore santo, che hai ispirato tutte le Scritture affinché fossero scritte per la nostra edificazione; concedici di ascoltarle, leggerle, memorizzarle, apprenderle e interiorizzarle, affinché mediante il conforto e la pazienza donati dalla tua santa Parola, possiamo abbracciare e mantenere la beata speranza della vita eterna, che ci hai donato nel nostro Salvatore Gesù Cristo. Amen.

Letture:

Rm 15,4-13; Lc 21,25-33


Nell'attesa del ritorno di Cristo, questo è il tempo della speranza, da coltivare mediante la meditazione delle Scritture, alla quale ci esorta anche la Colletta del giorno.
Quando parliamo delle Scritture intendiamo la totalità dell'Antico e del Nuovo testamento. Gesù ammonisce nel Vangelo di Matteo: "finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto" (Mt 5,18). Paolo richiama diversi passi dell'Antico testamento, mostrandone il valore ancora attuale; questi passi, probabilmente, erano stati utilizzati più volte dall'Apostolo nella sua predicazione, per convincere e confortare.
La Scrittura, però, è soltanto il mezzo di cui Dio si serve, per soccorrerci e fortificarci nel momento di tribolazione che caratterizza gli ultimi tempi. Paolo innalza la propria mente e il proprio cuore a Colui che può riempire i cuori di pazienza e realizzare la comunione fraterna nella chiesa.
La meta ultima della storia è infatti la lode unanime del Padre, in comunione col Figlio, nello Spirito Santo. Questa comune aspirazione alla lode e gloria di Dio deve crescere negli utimi tempi, affinché tutti i cuori siano un medesimo cuore e tutte le voci compongano un'armonia simile a quella di molti strumenti, ciascono diverso nel suo timbro, ma tutti accordati nell'azione comune.
Questo ideale va realizzato non solo nella preghiera; Dio infatti, avendo accolto a sè i peccatori, senza distinzione di Giudei e di pagani, di ricchi, e di poveri, d'ignoranti, e di dotti; di onorati o di sprezzati dal mondo, deve essere glorificato da tutti, anche con le opere. Come Cristo ha accolto noi per la gloria del Padre, noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli, e ogni uomo, in tutte le relazioni della nostra vita, superando le offese, le antipatie, il divario di opinioni.
Dobbiamo abituarci a una convivenza pacifica nella Chiesa di Cristo dei deboli e dei forti nella fede, di credenti che differiscono su cose secondarie. Essa è una realtà inevitabile giacchè non si può pretendere lo stesso grado di conoscenza e di esperienza cristiana nei fanciulli e negli uomini fatti. Certo, l'ideale cui tutti devono tendere è l'arrivare all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, all'altezza della statura perfetta di Cristo (Ef 4,13); ma a questo ideale non si giunge d'un tratto nè per imposizione d'autorità, bensì gradatamente e lentamente. Intanto il bambino e il giovane hanno il loro posto legittimo nella famiglia, al pari dell'uomo maturo e dell'anziano.
In Cristo si realizzano non solo le promesse fatte ai padri e dunque al popolo ebraico, come ricordato dai cantici di Maria (Lc 1,54-55) di Zaccaria (Lc 1,70) e di Simeone (Lc 2,29-32) che salutarono la nascita del Messia promesso.
Consacriamo il nostro intero essere a Dio per compiere la sua volontà nelle varie sfere dove siamo chiamati a vivere una vita di pietà, di giustizia di pace e d'amore, irradiata dalla speranza della gloria.
La promessa della salvezza, il dono della grazia e della santificazione sono ora offerte anche ai pagani e, dunque, a ogni uomo. Nella fede in Cristo ciascuno può trovare la pienezza della gioia e della pace, ovvero la capacità di colivare relazioni interprsonali virtuose; così le parole di Paolo: vi riempia d'ogni allegrezza e pace nel vostro credere. E l'Apostolo aggiunge: mediante la potenza dello Spirito Santo; non il semplice sforzo umano, ma la potenza dello Spirito di Dio può alimentare nel cristiano la fiamma della speranza, sicchè nessuna tempesta valga a spegnerla o a diminuirla.
Cristo viene sulle nubi, ovvero la sua manifestazione vittoriosa si realizza per mezzo dello Spirito, consolidando il regno del Vangelo sulla terra, e favorendo la sua propagazione fra tutti i popoli mediante l'opera dei suoi inviati.
Ma guai a quella chiesa in cui l'individuo è sommerso, in cui l'istituzione soffoca l'individuo nella conoscenza di Dio, nell'amore di Cristo, nella potenza dello Spirito. La comunità può essere forte là dove le coscienze individuali possono esprimersi e respirare nella ricerca della propria illuminazione, dove le anime conoscono personalmente Dio in Cristo, dove ogni singola volontà è pronta, se chiamata da Dio, a sostenere la verità conosciuta, anche contro la società religiosa, spinta non da un vanitoso spirito di contradizione, ma dal senso profondo di responsabilità personale verso il suo Signore, e rispettosa delle convinizioni altrui
Il Vanglo di Luca e il passo paralleo di Matteo 24,29-35 ci avvertono che questa manifestazione di gloria sarà preceduta da uno sconvolgimento del sole, delle stelle, del mare, della terra e dei popoli. Molti uomini verranno meno per la paura. Questi eventi caratterizzano la nostra esistenza umana da sempre e non devono stupirci. Il mondo è sconvolto dalle potenze del male e del peccato, dall'egoismo, dall'oppressione, dalla violenza. Ma il credente sa vedere nel fico i germogli della grazia, il germoglio di Iesse, riconoscendo l'approssimarsi dell'estate e la prossimità del Regno di Dio.
Ancora una volta, nelle parole di Gesù troviamo il richiamo ad affidarci alla parola di Dio, ad aggrapparci ad essa come ancora di salvezza nelle acque turbinose dell'esistenza umana e negli sconvolgimenti che la caratterizzano. Questa la sua promessa, che alimenta la speranza del cristiano: i cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Lc 21,33).

Rev. Luca Vona


Rivestitevi del Signore Gesù


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DI AVVENTO


Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Letture:

Rm 13,8-14; Mt 21,1-11


L'amore è un debito che abbiamo verso il prossimo perché tutti gli uomini sono creature di Dio, decadute, ma suscettibili di essere salvate.
È ora di svegliarvi dal sonno, esorta l'Apostolo. Il tempo di Avvento è il momento liturgico che ci richiama a un profondo risveglio spirituale. Perché l'attesa del Salvatore, e l'incarnazione del Verbo rappresentano uno spartiacque fondamentale nella storia dell'umanità: Cristo è il sole che sorge, nelle tenebre che avvolgono il mondo e la nostra storia individuale.
Questo nostro risveglio deve essere caratterizzato anche da un radicale cambio d'abiti: svestiti delle opere delle tenebre, dobbiamo indossare le armi della luce, il che significa che siamo chiamati a ingaggiare una battaglia, contro tutto ciò che è contrario al comandamento dell'amore, che come ricorda Paolo, sulla scorta della predicazione di Gesù, riassume tutto il Decalogo. Chi ama, non attenta nè all'onore, nè alla vita, nè alla reputazione, nè alla proprietà altrui, nè si mostra invidioso di quel che Dio ha dato al suo simile.
"Camminiamo onestamente come di giorno": il giorno diviene qui simbolo delle opere buone, ispirate e guidate dallo Spirito, nella fede; mentre la notte è simbolo del nascondimento, in cui si opera il male.
Il modello da seguire è la condotta di Cristo, come esemplificata dal Vangelo: "rivestitevi del Signore Gesù". Ancora una volta torna il tema dell'indossare un abito nuovo.
Ma a fugare le tenebre del peccato in maniera definitiva sarà la luce stessa di Cristo, che egli ci dona in misura della nostra Fede.
La prosepttiva del credente non è ignota e non sono nemmeno i terrori del Giudizio, bensì la scomparsa definitiva della sofferenza, della morte, della disperazione.
Non aspettiamoci però una venuta di Cristo nelle nostre vite espressa in maniera spettacolare: egli nasce in un umile luogo e presenta la propria regalità a dorso di un mulo. Tanta è la sua umiltà. Ma questo ci dimostra anche che la luce della Grazia si irradia e agisce lì dove siamo e con gli strumenti che abbiamo, nella nostra quotidianità.
Gli eventi della Passione dimostrano che pochi seppero comprendere a fondo questa verità. Tanti accolgono festosi l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, proclamandolo Salvatore e Messia di Israele. Ma egli resterà quasi completamente solo nel momento del suo sacrificio più alto.
Vi è un intimo legame fra l'Avvento e il Natale da un lato e la Passione e la Resurrezione dall'altro. L'Avvento e la Passione prefegurano l'alba di un giorno nuovo, che inizia con l'Incarnazione del Verbo e si compie in pienezza nella gloriosa Resurrezione.
Che il Signore ci aiuti a prepararci alla sua venuta, affinché nell'ultimo giorno possiamo risorgere alla vita immortale. Amen.

Rev. Luca Vona


Susciterò a Davide un Germoglio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA PRECEDENTE L’AVVENTO

Colletta

Suscita, ti supplichiamo Signore, la volontà dei tuoi fedeli, affinché essi portando avanti in pienezza i frutti delle opere buone, possano essere da te ricompensati in pienezza. Per Cristo nostro Signore. Amen

Letture:

Gr 23,5-8; Mt 9,18-26


"I giorni vengono" (Gr 23,5), non "i giorni verranno": si tratta di una realtà già in atto nel tempo in cui Geremia profetizza, e di una realtà che si compie, ma in un certo senso è ancora in divenire oggi. Con l'Avvento di Cristo, e con la sua morte e resurrezione, la salvessa giunge a compimento, estendendosi oltre i confini di Israele, ma i frutti di questo "Germoglio giusto", si dispiegheranno nella storia fino al suo ritorno glorioso.
Se ai tempi del profeta Geremia la salvezza indicava la liberazione di Israele dall'Egitto e la costruzione del Tempio di Salomone, nella prospettiva neotestamentaria questo eventoo della storia di Israele diviene prefigurazione della liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze, aperta ora a tutti i popoli. Il tempio che Cristo viene a costruire è egli stesso: "Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!" (Gv 2,19) e  "l'ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre".
Il tempio che Gesù viene a costruire è la sua Chiesa, non come istituzione,  ma come Corpo mistico in cui lo Spirito vivifica ogni membra e restaura in noi l'uomo in comunione con Dio.
Ecco perchè questo re, discendenza di Davide, sarà chiamato "L'ETERNO NOSTRA GIUSTIZIA". Il tempio che ricostruisce è l'uomo, giustificandolo dal peccato e rendendolo capace di ricevere lo Spirito santificante.
L'unica condizione richiesta per accedere a questo è la fede. E il Vangelo ci offre grandi esempi di fede. Quello del capo della Sinagoga è davvero tra i più forti, perché quest'uomo crede l'incredibile: che Gesù possa esercitare la propria potenza anche sulla morte, risuscitando la figlia appena defunta: "vieni, metti la mano su di lei, ed ella vivrà" (Mt 9,18).
Mentre Gesù si reca a casa del capo della Sinagoga il Vangelo inserisce un racconto nel racconto, una specie di "cameo" che offre un'altro esempio di fede. Una donna, è affetta da dodici anni da una emorragia e pensa di potere ritrovaare la propria salute mediante Gesù. Non osa chiedergli nulla, ma tocca il uo mantello, simbolo di protezione e le cui frange rappresentavano anche i comandamenti della legge. Cristo è il Salvatore e il Santo nel quale la legge e portata a compimento e perfezione. La donna esprime con il proprio gesto una piena fiducia in questo. Ma non è l'atto di toccare il mantello in sé che la guarisce, ma la sua fede, come attestato dalle parole di Gesù: "Fatti animo, figliola; la tua fede ti ha salvata" (Mt 9,22).
Gesù giunge dunque a casa del capo della Sinagoga e qui trova, come era tradizione al tempo, diverse persone che intonano lamenti, accompagnati da strumenti musicali. Forse anche infastidito da una maniera scomposta e di solito a pagamento di celebrare il cordoglio del defunto, ordina a tutti di ritirarsi, dicendo che la fanciulla non è morta ma dorme. In tal modo si attira le derisioni dei presenti, che non comprendono che dal punto di vista di Dio, anche ciò che ci spaventa al di sopra di ogni altra cosa, la morte, appunto, è visto in modo diverso, non è che un sonno transitorio, una realtà a lui soggetta. Ed è così che Gesù "prese la fancillua per la mano ed ella si alzò" (Mt 9,26). La parola ebraica qui usata e tradotta con il verbo "alzarsi" è la stessa impiegata per indicare la resurrezione di Cristo. Che egli ci prenda per mano, soccorrendo la nostra impotenza, anche laddove la fede vacilla, e realizzando ciò che ci sembra impossibile e condicendoci nella terra promessa fin dai tempi antichi. Amen.

Rev. Luca Vona



Partecipare alla sorte dei santi nella luce


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

O Dio, ti supplichiamo, assolvi il tuo popolo dalle sue offese; affinché attraverso la tua abbondante misericordia possiamo essere liberati dai lacci dei peccati commessi per nostra fragilità. Concendici questo, Padre celeste, per la grazia di Gesù Cristo, nostro Signore benedetto e Salvatore. Amen

Letture:

Col 1,3-12; Gv 6,5-14


Le due letture di oggi, in particolare il primo capitolo della  lettera di Paolo ai Colossesi, ci invitano a riflettere sulla natura della preghiera cristiana.
La parola greca utilizzata dall'Apostolo per indicare la preghiera è un composto di "supplica" e "desiderio". La preghiera è un desiderio rivolto a Dio. La preghiera di Paolo è perseverante ("prego continuamente"), ha un oggetto determinato ("per voi") ed è pervasa dalla riconoscenza ("Noi rediamo grazie"). L'apostolo potrebbe qui riferirsi anche alla preghiera liturgica, all'eucaristia, che appunto significa “ringraziamento” ed rappresenta il rendimento di grazie per eccellenza.
Il motivo della preghiera di Paolo è costituito dalla fede, dall'amore e dalla speranza dei Colossesi, di cui gli è giunta notizia ("abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e del vostro amore per tutti i santi, a motivo della speranza che è riposta per voi nei cieli" Col 1,4-5 dove il plurale indica probabilmente il ministero di Timoteo accanto a quello di Paolo, o la più estesa comunità alla quale Paolo aveva predicato l'Evangelo).
L'amore dei Colossessi, va sottolineato, è non semplicemente verso i santi ma verso tutti i santi, ovvero verso tutti i fratelli nella fede, senza distinzioni di appartenenza culturale, etnica, ecc. al di là di ogni possibile pregiudizio personale.
La speranza dei Colossesi non è vaga ma riposta in un tesoro custodito al sicuro nei cieli ("Non vi fate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine guastano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano" ammonisce Gesù in Mt 6,19-20; parole che fanno anche parte della raccolta di sentenze bibliche che accompagna la presentazione delle offerte all'altare durante la liturgia metodista e anglicana).
Nulla alimenta la fede e al contempo ne dimostra la solidità più di una preghiera perseverante, fino a farsi "importuna" (si veda il racconto della guarigione della donna sirofenice in Mt 15,21-28). Non sappiamo quando la nostra preghiera verrà esaudita e nemmeno come, perché la nostra preghiera potrebbe essere il frutto di uno slancio sentimentale oppure potrebbe manifestare desideri contrari a un bene più alto per noi e per la maggior gloria di Dio. Se la preghiera esaudisse automaticamente qualsiasi capriccio del nostro cuore sarebbe un atto magico e non espressione della fede.
Le preghiere che attraversano tutta la scrittura, dall'antico al nuovo testamento, contengono un rendimento di grazie; anche i salmi di supplica e quelli cosiddetti imprecatori si concludono con un rendimento di grazie. Gesù rende continuamente grazie al Padre, anche prima di compiere i suoi miracoli. Un figlio dimentico dei benefici ricevuti dal Padre, come un amico dimentico dei doni già ricevuti in passato dall'amico, non è degno di essere esaudito. Il Signore ci ha donato innanzitutto la salvezza, con il suo Sangue, ricordiamocelo in ogni preghiera e quando ci rivolgiamo al Padre ringraziamolo innanzitutto per averci donato il suo figlio; quando ci rivolgiamo al Figlio ringraziamolo per averci donato tutto se stesso e quando ci rivolgiamo allo Spirito Santo, ringraziamolo per gli innumerevoli doni effusi nella chiesa, corpo mistico di Cristo. Solo allora, osiamo chiedere qualcosa, con fede e con viva speranza nel tesoro che già ci è stato preparato in cielo. Il nostro destino, infatti, è di partecipare "alla sorte dei santi nella luce" (Col 1,12), ovvero alla contemplazione del suo mistero. Dio è luce e, come dice il salmista, "alla sua luce vediamo la luce" (Sal 36,9). E per questo Paolo prega affinché i Colossesi siano ripieni nella conoscenza della volontà di Dio, "in ogni sapienza e conoscenza spirituale". La chiave per crescere nella conoscenza del mistero di Dio è il compimento della sua volontà e la via d'accesso alla comprensione della sua volontà è la lettura, meditazione e operosa applicazione dell'Evangelo.
Ma torniamo alla preghiera e all'atteggiamento con cui dobbiamo coltivarla. Quel di cui dobbiamo essere innanzitutto certi, e ci è mostrato dal racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è che il Signore parte dalla nostra povertà, una miseria totalmente incapace di far fronte alle esigenze delle moltitudini, e da quella, non senza il nostro intervento ("li distribuì ai discepoli e i discepoli alla gente seduta", Gv 6,11), ci consente di sfamare ogni necessità. Ed egli ci nutre in abbondanza, a tal punto che sarà necessario raccogliere i pezzi di pane e i pesci avanzati. Il Signore ci vuole sazi, pienamente soddisfatti. Quindi se preghiamo e non otteniamo è perché preghiamo male e chiediamo male. Chiediamo le cose sbagliate. Chiediamo troppo poco. Non ci mettiamo il nostro. Il signore fa un grande miracolo, ma sceglie di non creare i pani e i pesci dal nulla, chiede ai discepoli di prendere l'iniziativa, mette alla prova la loro fede. L'erba verde descritta da Giovanni, su cui Gesù fa sedere le moltitudini che consumano questo pasto è una immagine pasquale, che richiama da un lato il tempo in cui si svolse la scena, quello, appunto, della pasqua ebraica (come specifica esplicitamente Gv 6,4), intorno a marzo, all'inizio della primavera, dall'altro richiama la pasqua celeste, che i credenti consumeranno nell'eternità con il Risorto.
È, questo, dunque, il nostro destino ultimo: la piena soddisfazione di ciò che la nostra natura umana più profondamente brama, ovvero la ritrovata comunione con Dio, nella sua pienezza.


Rev. Luca Vona


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La nostra cittadinanza è nei cieli


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTITREESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio, nostro rifugio e forza, che sei l’autore di ogni ccosa buona; sii pronto, ti supplichiamo, ad aascoltare le devote preghiere della tua Chiesa; e cncedici che le cose che chiediamo con fede otteniamo con effficacia. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen

Letture:

Fil 3,17-21; Mt 22,15-22


Quale moneta passa tra le nostre mani? Qual'è la moneta corrente nelle nostre vite?
Era un dogma rabbinico notissimo che colui che coniava la moneta di un paese ne fosse il dominatore. Secondo questa teoria, null'altro occorreva che di accertare quale fosse la moneta corrente in Giudea a quel tempo, per ottenere una risposta concludente alla domanda che era stata posta a Gesù: "è lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17); egli vuole che i suoi stessi accusatori proclamino apertamente di chi portasse l'immagine quella moneta, e quale epigrafe vi fosse impressa.
La moneta romana circolava liberamente nel paese; essi stessi non esitavano ad usarla in ogni affare e contrattazione ordinaria. Se, come nazione, avessero resistito alla sua introduzione e si fossero sempre astenuti dall'impiegarla ci sarebbe potuto essere almeno un pretesto per mettere in dubbio la legittimità del tributo richiesto dal governo romano; ma, vivendo come facevano, sotto la protezione delle leggi dell'imperatore, e facendo ogni giorno uso della moneta di Roma, lo riconoscevano di fatto come il governo sovrano nel paese, ed erano tenuti ad ubbidire alle sue richieste legittime. La legge sacra consentiva, infatti, ad Israele, di scegliersi il proprio governo, vincolandolo unicamente a continuare a corrispodnere il tributo al Tempio.
Ma siccome "le cose di Cesare" implicavano di più che non il semplice testatico (il tributo all'imperatore), "le cose di Dio", nella bocca del Salvatore, significano di più che non semplicemente il tributo del tempio; esse includono il cuore con le sue affezioni, la coscienza, la volontà, le ricchezze degli individui, tutte le obbligazioni e i doveri religiosi, in una parola la consacrazione a Dio di tutto intero l'uomo, del corpo non meno che dello spirito, come proclamato da gesù nel gran comandamento, che troviamo esposto ai versetti 34-40 di questo stesso capitolo del vangelo di Matteo.
La risposta di Gesù non separa, ma invece unisce i doveri politici e quelli religiosi dei cristiani. Colui che è interamente votato a Dio, infatti, non può disinteressarsi della polis, del consesso umano in cui vive e nel quale è chiamato a esprimere la carità cristiana. Diversamente, il cristianesimo si ridurrebbe a sterile intellettualismo, a una filosofia religiosa, più che a quell'opera di trasformazione radicale e sostanziale del credente di cui parla Paolo nel capitolo terzo della sua lettera ai Filippesi.
Certo, "la nostra cittadinanza è nei cieli" (Fil 3,20), ma è qui sulla terra che già si misura il progresso nella santificazione che Cristo stesso compie in noi, "secondo la sua potenza che lo rende in grado di sottoporre a sé tutte le cose" (Fil 3,21).
Se il dominio di Cesare, il cui volto era impresso nel denaro, è infatti puramente convenzionale ed esso stesso soggetto alla voolontà di Dio, il dominio di Cristo sulle nostre vite, in virtù del segno impresso dalla fede battesimale, è l'esercizio di una sovranità reale. A ben vedere, non vi è cosa, nel cosmo, che non rechi impressa in sé il marchio del suo Creatore e che, dunque, non vada a lui ricondotta. Tutto è da Dio e tutto è per la lode e gloria di Dio.
Ma in questo passo della lettera ai Filippesi, Paolo, si richiama a Cristo come Savatore, anziché al Logos creatore o al Signore che giudecherà questo secolo alla fine dei tempi, perché l'apostolo vuole rimarcare l'opera di trasformazione che si svolge in particolare nel credente. Cristo, dimorando in noi, riproduce nella nostra vita la propria fisionomia morale; questa conformità sarà appunto completata nei cieli dove "il nostro umile corpo sarà reso conforme al suo corpo glorioso" (Fil 3,21). Questo corpo glorioso è il corpo spirituale di cui Paolo parla nella sua prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15,44) e un'ombra di esso la vediamo nelle narrazioni evangeliche del Risorto, prima della sua ascesa al cielo.
Non ci meravigli che Cristo possa compiere tutto ciò. La garanzia che rende certa questa trasformazione è la sua potenza illimitata, il suo impero universale. Egli non ha coniato una moneta: era con il Padre quando, come Logos eterno, creava i cieli e la terra. Egli ha assunto la nostra natura umana, elevandola e unendola alla propria natura divina. Egli ci ha purificati con le acque battesimali e segnati con il sangue della sua Passione. Egli è il nostro Dio e noi siamo il popolo del suo pascolo (Sal 95,7). Siamo suoi. E nostra è la sua grazia. Nostra la sua carità. Che passi in abbondanza come moneta corrente tra le nostre mani. Ora e sempre. Amen.

Rev. Luca Vona



Il perdono come frutto di giustizia


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e dedita al tuo servizio nelle opere buone, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35


Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude la pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.
La giustizia, ovvero la nostra gustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, maturano da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericoordia di Dio, che ci condona ogni colpa. E, infatti, i frutti di giustizia "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioé non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, con la nostra intelligenza, con il nostro cuore, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E, a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioé la sua magnificenza, la sua bontà, la sua bellezza, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.
Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato.
L'occasione di questo racconto è suscitata da ujna domanda posta da Pietro a Gesù. Pieetro aveva compmreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi ebraica delle Scritture. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte) il nostro nemico. Ovvero un numero di volte pressoché illimitato.
L'immagine del re che vuole fare i conti è sicuramente di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio finale, o quantomeno quello individuale dopo la morte dell'individuo. è un rendiconto chui nessuno si può opporre e al quale nessuno puùò sfuggire. Il Salmo 90 ci rammenta che il Signore mette i nostri peccati più segreti alla luce del suo volto (Sal 90,8). In quel giorno non potremo non vedere quanto siamo bisognosi del suo perdono, quanto grande è il nostro debito nei suoi confronti.
Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore - terrorizzato dalla pena cui rischia di andare incontro - di pagare tutto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono integrale.
Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato fatto oggetto o, più probabilmente, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra infatti spietato con il suo creditore, facendolo gettare in prigione.
Nei conservi che vanno a riferire l'accaduto al padrone possiamo ravisare le preghiere di intercessione degli oppressi e per gli oppressi. che il creditore spietato noon avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari (ricordiamo che egli avrebe dovuto dare al suo padrone diecimila talenti!).
è evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il timore del momento svanisce rapidamente. Appena si ripresenta la tentazione l'uomo carnale si ripresenta con nuovo vigore. Probabilmente egli avrebbe tremato anche se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato contro il suo oppressore. ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". Questa intimazione al servo infedele di comparire in presenza del suo Signore indica senza dubbio il rendiconto finale nel giorno del giudizio. Il debitore viene dunque consegnato agli aguzzini, letteramente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. Qui dobbiamo considerare questo tormento innazitutto come qualcosa che procede dal'anima incapace di ricevere e dare misericordia, trovando in essa la pace nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Gesù, però, amminisce anche in maniera esplicita che "Così il mio Padre celeste farà punire a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore a proprio fratello" (Mt 18,35).
La sorgente del perdono da uomo a uomo sta nel perdono gratuito dato da Dio. Se siamo perdonati da Dio, come in effetti egli ci perdona ogniquavolta ci accostiamo a lui con umiltà, volentieri perdoneremo al fratello. Di cuore, ecco la natura del perdono caratteristico del cristiano, che non è un semplice atto esterno.
La parabola c'insegna che il perdono dei gran debiti che abbiamo verso Dio precede il perdono dei piccoli debiti che noi dobbiamo rimetterei scambievolmente; e che quello è il principio che in noi genera la disposizione al perdono, ed è il modello che dobbiamo imitare. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.
Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento", soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo". Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

Rev. Luca Vona



Il nostro combattimento non è contro carne e sangue


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Concedi, ti supplichiamo Dio misericordioso, ai tuoi fedeli, pace e perdono, affinché possano essere purificati da ogni peccato e servirti con mente serena. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 6,10-20; Gv 4,46-54


"Fortificatevi nel signore e nella forza della sua potenza" (Ef 6,10). Se cerchiamo di farci forti in noi stessi, o nel nostro prossimo, cadiamo. Se cerchiamo la forza nel Signore, restiamo saldi e non abbiamo nulla da temere, perchè l'Onnipotente si prende cura di noi.
La nostra lotta non è soltanto contro la nostra umanità decaduta e vulnerabile, non è soltanto una battaglia contro le insidie che provengono da dentro e fuori di noi. "Il nostro combattimento non è contro carne e sangue" (Ef 6,12). Paolo parla di una battaglia contro forze spirituali, "contro le insidie del diavolo" (Ef 6,11) e "contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti (Ef 6,12). Gli spiriti malvagi, dunque, sono penetrati negli stessi luoghi celesti. Queste parole sottolineano il carattere spirituale della nostra battaglia, ma anche la compresenza, nello stesso campo, nella stessa Chiesa, delle forze del bene e del male: fino alla fine dei tempi, il grano e la zizzania cresceranno insieme (Mt 13,30), gli angeli ci assisteranno nella lotta come assistettero Cristo nel deserto e nell'orto degli ulivi, ma gli uccelli rapaci, i demoni, cercheranno di rubare il buon seme - la parola di Dio - che è stato seminato nel campo (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15).
Per vincere contro tali potenze malvagie dobbiamo rivestire "L'intera armatura di Dio" (13). Quali sono dunque queste difese per una lotta che non è semplcemente contro la carne e il sangue, contro l'uomo carnale, come troppo ha insistito un certo moralismo, riducendo l'etica cristiana a un'etica della purezza sessuale? Queste armi, l'Apostolo, le elenca una ad una: verità e giutizia (Ef 6,14), pace (Ef 6,15); ma, soprattutto, lo scudo della fede, "con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef, 6,16). Perché la tentazione, quando colpisce nel segno di una coscenza disarmata, non solo la ferisce procurando una grave emorragia, ma scatena un incendio che divampa, cercando di contagiare e consumare tutto intorno. E poi Paolo ci invita a rivestire il nostro capo con "l'elmo della salvezza" e a impugnare "la spada dello Spirito che è la parola di Dio" (Ef 6,17). Dobbiamo proteggere la nostra mente dai pensieri di sconforto pensando che Dio ci ha salvato e che egli è fedele alle sue promesse; mentre la meditazione assidua della parola di Dio ci deve portare a eliminare e recidere i lacci del maligno.
Poi Paolo ci esorta alla preghiera, che va fatta in ogni tempo, in ogni luogo - "pregando in ogni tempo con ogni sorta di preghiera e di supplica" (Ef 6,18) - vegliando a questo scopo. Dunque, vi è un richiamo del "vegliate e pregate per non cadere in tentazione" di Gesù al Getsemani (Mt 26,41). Ma vengono alla mente, qui, anche le parole di Pietro nella sua Prima lettera: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede" (1Pt 5,8-9). È, dunque, necessario ridestare la nostra coscienza. È questo l'insegnamento che hanno predicato i movimenti di Risveglio sorti all'interno del protestantesimo dalla fine del diciottesimo secolo. È, questo, un invito sempre attuale per ogni cristiano: rimanere sobrio, che non indica, semplicisticamente, un precetto di astensione dalle bevande inebrianti, ma piuttosto la continua ricerca di un sempre maggiore risveglio della propria coscienza in Cristo, mediante lo Spirito, che soffia nella Chiesa, attraverso le Scritture, i Sacramenti, la fede vissuta e condivisa con i fratelli.
La dimensione comunitaria è sottolineata al termine del versetto: "pregando... per tutti i santi" (Ef 6,18). Chi sono i santi? Qui non sono di certo delle semidivinità da pregare in cielo, ma i credenti, che per la loro fede sono stati santificati dallo Spirito di Dio, nella comunione con Cristo.
Troviamo, dunque, in questo passaggio della lettera agli Efesini, l'allusione a diversi tipi di preghiera: la meditazione delle scritture, la supplica per le propire necessità e soprattuto per resistere alle forze del male, la pratica delle virtù cristiane, ma anche la preghiera di intercessione per i nostri fratelli e sorelle in Cristo.
La lotta, l'"ascesi" è lotta individuale; a tu per tu contro il maligno; ma il cristiano non è una entità a se stante; siamo tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta di un altro e forse di molti; la vittoria di uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere. Quando un dardo infuocato del maligno colpisce un fratello può divampare un incendio disastroso per una intera comunità. Il conflitto di cui parla l'apostolo e nel quale siamo tutti impegnati, è cosa che riguarda tutti in prima persona. L'umiliazione dell'uno è una umiliazione per la Chiesa e una sconfitta del Regno di Dio; la vittoria dell'uno è una vittoria della Chiesa ed è un passo innanzi che il Regno di Dio fa verso il suo glorioso compimento. Questa solidarietà nella lotta, nel pericolo, nella sconfitta, nel trionfo, implica naturalmente questa solidarietà nella preghiera, per la quale i cristiani si mantengono a vicenda in quell'assoluta subordinazione a Dio in cui risiede il segreto di ogni vittoria morale. è questo il senso della comunione dei santi, che professiamo ogni domenica recitando il Credo e che ci tiene uniti l'un l'altro, oltre i limiti del tempo, dello spazio e, persino, della morte.
Nella guarigione del figlio di un funzionario regio, narrata da Giovanni nel suo Vangelo assistiamo a un miracolo di Gesù in favore di un uomo di alto rango, la cui fede lo porta, però, a sottomettersi alla regalità del Messia. Potrebbe trattarsi di un ufficiale civile o militare, giudeo o romano. Gesù lo riprende, dicendo che la fede non dovrebbe dipendere dai miracoli: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (Gv 4,48). Ma lo esaudisce oltre ogni aspettativa e oltre la pochezza della fede del funzionario. Quest'ultimo, infatti, sembra invitare il signore ad affrettarsi a scendere da Cana a Capernaum per evitare che il figlio muoia nel frattempo. Gesù dimostra che la sua parola è in grado di guarire e anche di resuscitare i morti da qualunque distanza venga pronunciata. Mentre l'uomo sta tornando a casa gli vanno incontro si suoi servi informandolo che il figlio è guarito "intorno all'ora settima" (Gv 4,52) ed egli realizza che proprio in quel momento che egli supplicò Gesù per la guarigione del proprio figlio.
Vi è qui, dunque, la capacità, del funzionario di riconoscere l'intervento di Dio, facendo memoria degli eventi e scandagliandoli alla luce della fede e della ragione. I miracoli non sono necessari alla fede, ma se proprio vogliamo chiederli dobbiamo non solo pregare con perseveranza e fiducia, ma anche essere in grado di riconoscerli per mostrare a Dio la nostra gratitudine: "Allora il padre riconobbe che era proprio in quell'ora in cui Gesù gli aveva detto: ‘Tuo figlio vive’; e credette lui con tutta la sua casa” (Gv 4,53). Anche in questo racconto troviamo una esortazione alla consapevolezza, alla vigilanza, alla sobrietà, ovvero a vivere con gli occhi ben aperti di fronte a quanto Dio compie nelle nostre vite.


Rev. Luca Vona

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Bibliografia ragionata sulla storia del movimento pentecostale italiano


Il movimento pentecostale italiano nacque intorno alla prima decade del Novecento non per impulso di missioni estere, come sovente è avvenuto con altre chiese evangeliche, bensì per opera di italiani un tempo emigrati all’estero.Vi fu poi un ventennio di vessazioni e persecuzioni (1935-1955) da cui si uscì grazie a una stretta e inusuale sinergia tra i membri di queste comunità, pressoché totalmente illetterati e appartenenti a classi sociali molto modeste, intellettuali laici d’alto profilo e competenza, alcuni (molto pochi) parlamentari di specchiata moralità, giudici con alto senso del dovere e del loro ruolo. Questa fu un’età ‘eroica’ e benedetta; tale ‘sinfonia’ ebbe del miracoloso se solo si riflette sulla diversità degli attori tra loro.Negli studi storici e sempre il prima che spiega il poi. Lo confermiamo. Tuttavia non v’è nessuna regola che ci vieti di collegare alla memoria una prospettiva proiettata sul futuro. Anzi. Una storia senza un’apertura al futuro rimarrebbe la sala polverosa di un deposito museale. D’altro canto una riflessione sul futuro che prescinda da un’accurata analisi del passato sarebbe come una casa costruita sulla sabbia.



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Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 90 pagine
Editore: Grampus Publishing (16 ottobre 2018)
Collana: Teologica
Lingua: Italiano
ISBN-10: 1728870607
ISBN-13: 978-1728870601



Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14


Nel brano del vangelo di Matteo sugli invitati a nozze troviamo una parabola in due parti; la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", rappresenta il giudizio individuale e non la troviamo negli altri vangeli.
La parabola degli invitati a nozze ha un racconto analogo nel Vangelo di Luca, quello del "gran convito". Le due parabole non sono però identiche e in Luca la reazione di coloro che declinano l'invito è di indifferenza più che di ostilità verso i messaggeri.
Nel vangelo di Luca, inoltre, il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola riportata da Matteo è maggiormente incentrata, dunque, su un significato messianico. Anche il lugo dove vennero narrate le due parabole sono molto diversi: in una abitazione privata quella riferita da Luca, nel tempio quella riportata da Matteo.
In entrambe, i destinatari non si curano del'invito, "andandosene chi al proprio campo chi ai propri affari" (Mt 22,5); ma nel racconto di matteo vi sono degli "altri" che "presi i suoi servi, li oltraggiatono e li uccisero" (Mt 22,6). Troviamo così una allusione alle persecuzioni e agli oltraggi che non solo i profeti dell'antico testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, hanno subito - e continuaano a subire - per il suo nome.
Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mando i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico. Verrà infatti distrutta, e con essa il tempio, dai romani, poichi decenni dopo la venuta di Cristo. Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosé chiamandolo "il tuo popolo" e non più "il mio popolo".
Alla distruzione della città segue, anche in Matteo, l'invio dei servi agli incroci delle strade, in questo caso per invitare "chiunque troverete".
A questo punto della vicenda terrena di Cristo vi è un cambio di rotta decisivo. Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti. Non comprendere questo scarto nell'economia salvifica può portare a gravi errori di valutazione nella nostra attività di predicazione del Vangelo.
A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono cattivi e buoni e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,11). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data dalla pura, semplice e riconoscente accoglienza dell'invito, ovvero dalla fede, è chiaro sia nella descrizione dei nuovi invitati nel vangelo di Luca, sia nella seconda parte della parabola del vangelo di Matteo. Nel primo caso chi dovremmo ravvisare in quei "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" se non noi tutti, carichi dei nostri limiti che ci impediscono, da soli, di pervenire alla salvezza, seganti dalle ferite delle nostre numerose cadute?
Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11).
L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo . Egli entra per vedere coloro che erano a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente, infatti, il re si presentava quando già tutti i commensali erano seduti a tavola.
La fede necessaria per presentarsi al convito è qui simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati (ma non è detto che non ve ne fossero altri) è sprovvisto: "ora il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indoossava l'abito da nozze; e gli disse: "amico come sei entrato qui senza vestire l'abito di nozze? Ma egli rimase con la bocca chiusa" (Mt 22,11-12).
Era abitudine in oriente, che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana, di accogliere  il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.
Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli (Is 60,10).
Il convitato senza abito di nozze viene non solo escluso dal banchetto ma gettato "nelle tenebre di fuori" dove "sarà pianto e stridor di denti. Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 22,13-14).
Qui il "molti" può essere considerato come indicativo delle "moltitudini", non tanto, dunque, un riferimento a una determinata quantità numerica, ma piuttosto la chiamata universale alla salvezza. Per contro l'"elezione" spetta a coloro che hanno atteso questa chiamata, come i mendicanti della parabola narrata nel vangelo di Luca, coloro che hanno accolto questa chiamata, facendosi trovare pronti, con l'abito di giustizia, intesa come giustificazione, che Dio stesso ci ha preparato. Certamente, l'ascolto sollecito della parola di Dio, la carità e la misericordia verso il prossimo, la pratica della giustizia, sono indicativi di una coscienza guidata dalla fede.
Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo così come sono, qui ed ora, e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), pure conviene ricordare che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio (Ef 1,6) e che, se "non vi è alcuna condanna", è unicamente "per coloro che sono in Cristo Gesù" (Rm 8,1). Per questo paolo ci esorta, in piena sintonia con la parabola degli invitati a nozze: "rivestitevi del Signor Gesù Cristo" (Rm 13,14); e ancora: "un tempo eravate tenebre... camminate come figli di luce" (Ef 5,8).

                         Rev. Luca Vona








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Io ti dico alzati


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIANNOVESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, poiché senza di te non siamo capaci di compiacerti; concedi, misericordioso, ai nostri cuori, di essere guidati dal tuo Santo Spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,17-32; Mt 9,1-8.


La vita nella fede è una esperienza di rinascita e di guarigione radicale. L'aspetto di rinascita, predicato da gesù nel dialogo notturno com Nicodemo è ripreso e sviscerato in questo passo delal lettera di paolo agli Efesini, nell'ottica di una esortazione pastorale che però va molto oltre il senso semplicemente morale del discorso, facendosi descrizione di ciò che dio opera nel credente.
Il passo del vangelo di Matteo, che in maniera più sintentica dei parallei di marco e di luca, ci descrive la guarigione del paralitico, ci offre una lettura dell'esperienza di guarigione radicale cui conduce l'incontro con Cristo, il quale ha autorità di rimettre i peccati sulla terra, sanando radicalemnte la nostra natura umana.
La sottolineatura della capacità di Gesù di rimettere i peccati in terra indica la chiara proclamazione della sua natura divina. Fino ad allora, infatti, i credenti israeliti avevano confidato in una remissione dei peccati in cielo, da parte di Dio, che solo poteva operarla efficacemente. è qui richiamata, dunque, l'incarnazione del Verbo: Gesù, in quanto Figlio Dio Dio e Dio egli stesso, può rimettere i peccati, non solo in cielo, ma anche sulla terra. Non vi è che da ricorrere a lui, ed egli è pronto ad accordarla.
mentre i profeti, i discepoli e gli apostoli operarono i miracoli nel nome e per l'autorità di Dio, Gesù non ha bisogno di chiedere a Dio il potere di farli; egli compie i miracoli nel suo proprio nome.
Il raccondo ci fa intendere che molti dei presenti non mancano di individuare la potenza divina in qeusto miracolo, ma gli sfugge il fatto che Cristo stesso l'ha operato nel proprio nome: "Io ti dico". è in questo "io", in questa formula indicativa, che si esprime la novità radicale del messaggio evangelico. gesù non è semplicemente un profeta, un riformatore religioso, un guaritore. Egli è il Dio con noi, l'Emmanuele annunciato dai profeti dell'antico testamento. Nessuno ha mai potuto dire, né mai potrà dire, senza bestemmiare, "Io ti rimetto i tuoi peccati" se non Dio stesso.
Gesù comanda al paralitico non solo di alzarsi in piedi ma anche di tornare a casa sua portando via il suo lettino. il segno della malattia che lo ha costretto per lungo tempo all'immobilità, rimane come testimonianza di questa radicale svolta che l'incontro di Cristo ha determinato nella sua vita. Ma non bisogna sorvolare sul ruolo importante degli amici, che intercedono per lui, fino ad arrampicarsi sul tetto della casa in cui sta prediccando Gesù, aprenndo un varco e calando l'amico al centro della stanza. La carità fraterna ha avuto qui un ruolo importante nel muovere a compassione Gesù.
La carità è ciò che muove paolo a scongiurare gli efesini a camminare nel Signore. l'esortazione, lo scongiuro di Paolo, è fatto "nel nome del Signore", ovvero con autorità, con l'autorità che deriva da Cristo stesso e dal suo Vangelo. Paolo non insegna "dottrine di uomini". L'apostolo esorta i suoi lettori a non camminare nella vanità della loro mente; letteralmente nella «vacuità» ed "estranei alla vita di Dio" La vita pagana è vita che si aggrappa a ciò che è vuoto, impermanente e che offusca la ragione. Lestraneità alla vita di Dio nno è semplicemente il non condurre una vita da persone per bene. La «vita di Dio» è la vita, come dice Teodoro di Beza, «qua Deus vivit in suis»; la vita spirituale accende nei credenti la vita stessa di Dio. La «vita di Dio», insomma non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che viene dall'alto, la «rinascita dall'alto» per opera dello Spirito Santo, la vita reale, la vita che ha in sé il germe della pace, della gioia, della eternità.
Paolo si rammarica per coloro che sono diventati insensibili per l'ignoranza che è in loro e per l'indurimeno del loro cuore" (Ef 4, 18). La congiunzione tra la prima e la seconda parte dellla frase è assente nel testo greco. L'ignoranza della mente sembra derivare proprio dall'indurimento del cuore. L'attaccamento alle cose vane provoca una sorta di atrofia, di venir meno di quel movimento diastolico e sistolico che alimenta la vita dell'uomo. ma cosa intende l'apostolo con l'"impurità e ogni insaziabile bramosia" cui si sono abbandonati costoro? Lo spirito di ingordigia, di avidità, di cupidigia, caratteristico di una vita senza Dio o di una vita idolatra, che divinizza le cose di questo mondo, anziché accoglierle come strumenti che Dio ci dona per la sua lode e gloria. Una vita siffatta concentra nell'io tutto quello che può provocare un piacere immediato quanto vano.
Paolo esorta gli efesini - e tutti noi - a "essere rinnovati nello spirito della vostra mente". Qui Diodati traduce: «per quel che concerne lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad essere rinnovati». Non è l'intelligenza che va rinnovata, ma è lo spirito che ispira l'intelligenza, quello che ha bisogno d'esser creato a nuovo. Ancora è chiaro il primato della fede e della Grazia sulla volontà umana e la necessità di una vita rinnovata nello Spirito.
E, infatti, l'apostolo prosegue: «per rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio». Questo «io» nuovo, questo rinnovamento non solo della personalità ma dell'intera natura umana, non è opera d'uomo: è una creazione; quindi, è un'opera di Dio.
L'«ignoranza», di per se stessa, non costituisce una colpa. è una condizione dell'anima suscettibile di essere illuminata e quindi migliorata. L'ignoranza diventa colpevole quando risponde agli inviti della verità con l'indurimento del cuore.
Leviamoci, dunque, dal nostro giaciglio e lasciamoci, guarire, rinnovare, creare nuovamente nello Spirito di Dio.


Rev. Luca Vona







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