Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 30 dicembre 2018

Eredi di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA I DOMENICA DOPO IL NATALE


Colletta

Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse su di sé la nostra natura e nascesse in questo tempo dal grembo di una vergine; concedici di essere rigenerati e fatti tuoi figli per adozione e grazia; affinché possiamo essere quotidianamente rinnovati dallo Spirito Santo. Per Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te e con lo stesso Spirito, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Gal 4,1-7; Mt 1,18-25


Il tema dell'adozione per grazia - richiamato nella colletta della liturgia del giorno e dalla Lettera di San Paolo ai Galati - ci costringe a rivedere radicalmente la nostra immagine di Dio. La rivelazione del Dio trinitario e della dinamica che ne anima la vita, interna ed esterna, ci è data innanzitutto nel mistero dell’Incarnazione. Dio ci viene rivelato come Padre, dunque non come un'ente chiuso in se stesso, sterile e autoreferenziale, ma capace di generare in eterno un'altro da sé, il Figlio, e di effondere su di esso il proprio amore. Il Figlio restituisce al Padre questo amore, che è lo Spirito Santo, in una dinamica che è come quella di una sorgente perpetua, capace di autoalimentare il proprio flusso, senza fine né principio.

Ma il mistero dell'adozione a figli, mediante l'Incarnazione del Verbo, ci offre una ulteriore rivelazione. La capacità del Dio trinitario di effondere la propria vita anche al di fuori di sé. Assumendo e condividendo fino in fondo la nostra natura umana, infatti, il Figlio ci rende una cosa sola con sé. Il processo discendente e di spoliazione che ha inizio con l'Incarnazione del Verbo e giungerà alla rincunia di Dio a se stesso nella Passione e morte di Cristo, ha un parallelo nella progressiva ascesa della natura umana, nel momento in cui Dio decide di assumerla su di sé, di innalzarla rivestendosi di essa, di rigenerarla pienamente, attraverso la sua dolorosa Passione e la gloriosa Resurrezione.

La nascita di Gesù, l’Incarnazione dell'eterno Figio di Dio, è il passo decisivo con cui Dio ci offre, gratuitamente, la possibilità di essere inseriti nella sua vita trinitaria. È il segno della fedeltà di Dio alla sua creatura, che ci consente di recuperare non solo il Paradiso perduto, ma di condividere la stessa vita divina, di ottenere ciò che i nostri progenitori desideravano e che il menzognero tentatore gli prospettava come un qualcosa che Dio non ci avrebbe concesso: "DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO" (Gn 3,5)… Ne mangiarono entrambi “Allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi” (Gn 3,7). Il frutto della disobbedienza ci ha allontanati da Dio, aprendoci gli occhi verso la miserevole nudità di chi ha perso tutto, perché il peccato ha rotto la nostra amicizia con Dio. Ma ben diverso è il frutto della giustificazione, e ben diverso il destarsi dal sonno, l’aprire gli occhi di Giuseppe, al quale l’angelo rivela il mistero dell’Emmanuele, il “Dio-con-noi”: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, il quale sarà chiamato Emmanuele che, interpretato, vuol dire: "Dio con noi” (Mt 1,23)

La salvezza operata in Cristo, ha non solo restaurato in noi l'immagine originaria, ma ci ha fatti eredi di Dio, rendendoci una sola cosa con il Figlio; sicché quando il Padre ci guarda, non vede noi, non vede me, non vede te... ma vede in noi il Figlio suo, ci ama come il suo Figlio prediletto. E quando noi preghiamo rivolgendoci al Padre, noi preghiamo con la stessa voce del Figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo, che egli ha effuso abbondantemente su di noi.

Tutto ciò avviene nel mistero dei Sacramenti che il Signore, attraverso la Chiesa ci ha donato. E innanzitutto con i due grandi sacramenti attestati dal Vangelo e istituiti da Nostro Signore: il battesimo e la Santa Cena. Quando siamo battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sperimentiamo il dono gratuito di Dio, che non è semplicemente una terra promessa per diventare nazione, e neppure il giardino dell'Eden con tutti i suoi frutti, ma è l'ingresso nella vita trinitaria, la piena comunione con Dio, che ci offre il dono più grande: se stesso. E questo mistero si compie pienamente nella comunione eucaristica, mediante la quale la nostra carne, il nostro sangue, diventano una sola cosa con la carne e il sangue di Cristo, affinché tutta la nostra persona, corpo e anima, possa ricevere l'immagine del Figlio. Ora Dio può vederci realmente con gli occhi di un Padre. Ora può vederci come noi guarderemmo nostro figlio. Chi è padre sa cosa significa il modo in cui guardi e ami tuo figlio e, per contro, il modo in cui lui ti guarda e ti ama, il modo in cui si affida a te. Certo siamo creature segnate dalla debolezza e dalla fragilità della natura umana, siamo padri imperfetti. Mentre Dio ci ama in un modo così perfetto che possiamo cercare di immaginarlo solo partendo dalla nostra esperienza umana di padri, madri e figli ed elevandola a una incalcolabile potenza e perfezione.

Come cristiani, abbiamo compreso a fondo il senso di questo mistero? Lo abbiamo compreso almeno un po'? Perché è questo il centro di tutta la nostra fede. Siamo in grado di vedere e concepire Dio come un Padre? Siamo in grado di saperci e di sentirci amati come il migliore dei padri amerebbe suo figlio? Lo Spirito Santo, ci insegni questo mistero e ci doni la sua pace, la pace di chi non è più schiavo e orfano in terra straniera, ma è stato chiamato a regnare con Cristo, nel quale il Padre ci dice: “tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato” (Sal 2,7) e "ogni cosa mia è tua" (Lc 15,31). Amen.


Rev. Luca Vona


giovedì 27 dicembre 2018

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martedì 25 dicembre 2018

Prendersi cura di Dio


Commento alla Liturgia del Natale


Colletta

Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse la nostra natura su di sé e nascesse in questo tempo da una vergine pura; concedici di essere rigenerati e resi tuoi figli per adozione nella grazia, rinnovati ogni giorno dal tuo Spirito Santo; per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Eb 1,1-12; Gv 1,1-14

«No, Dio non cerca l'adorazione, il capo chino, lo spirito che l'invoca, che lo interroga, nemmeno il grido della rivolta. Cerca, soltanto, di vedere, come vede il fanciullo, una pietra, un albero, un frutto, la pergola sotto il tetto, l'uccello che s'è posato su un grappolo maturo». Sono parole del poeta, recentemente scomparso, Yves Bonnefoy. Quali parole più appropriate potrebbero descrivere il mistero dell'Incarnazione? Il mistero di un Dio che ci salva amandoci, amando e condividendo la nostra condizione umana in tutte le sue sfumature, quelle più delicate, come le bellezze e le gioie della vita e del creato, ma anche quelle più cupe: il freddo della stalla, le fatiche del lavoro quotidiano, una vita di stenti e peregrinazioni «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58); e ancora: «Or avvenne in un giorno di sabato, dopo il grande sabato, che egli camminava attraverso i campi di grano, ed i suoi discepoli coglievano delle spighe e le mangiavano, sfregandole con le mani» (Lc 6,1). Con la sua Incarnazione, con la sua intera vita e con la sua Passione, il Signore si è spogliato della propria natura divina affinché Dio potesse essere presente anche nell'ultimo, nel più disprezzato e nel più sofferente degli uomini. Non c'è condizione umana che non sia toccata da Dio.
E se Dio si è spogliato della propria gloria, quanto più noi dovremmo spogliarci dei nostri orpelli, delle maschere che indossiamo per esorcizzare il nostro nulla e nascondere a noi stessi il nostro destino mortale?
Così si esprimeva il grande poeta inglese del diciassettesimo secolo John Donne, chierico anglicano: «Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze». E ancora: «Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi». Questo disincanto non è la visione edulcorata che siamo soliti avere del Natale, quell'evento che portò il Logos eterno a farsi corpo, esposto alle mille intemperie della vita umana. Questo disincanto è scoprire che Dio, la Parola eterna che era con il Padre prima della creazione del mondo e prima che il tempo stesso fosse, venne ad abitare in mezzo a noi. Calpestò la nostra terra, attraversa i nostri corpi, in virtù della comunione con Cristo, che si compie, per grazia, nella fede.
Abbandonando ogni perfezione ed entrando nella presenza della vita e della morte, condividendo la nostra natura umana, senza perdere la distinzione tra essa e la propria natura divina, la Parola eterna, il Figlio di Dio ha dimostrato la dignità assoluta di ogni vita.
Cristo non è soltanto uno tra i grandi profeti di cui Dio si è servito nel corso dei secoli per far conoscere all'uomo i suoi disegni; egli è il Profeta per eccellenza, il Rivelatore ultimo e definitivo della verità divina e lo è in virtù della sua natura stessa e della posizione eccelsa che egli occupa; egli è il Figlio, la luce vera, colui in cui rifulge l'essenza di Dio, egli è il dominatore del mondo che fu già creato per mezzo di lui; egli che pur si abbassò fino alla croce, facendosi scandalo, siede ora alla destra di Dio investito di podestà regale su tutte le creature.
Non c'è pietra d'inciampo più grande di questa per la nostra ragione e persino per ogni altra religione: un Dio onnipotente che si fa assoluta debolezza, che sceglie di nascere come un bambino, fragile e bisognoso delle nostre cure. Lui, che si prende cura di noi, avendoci donato tutto quello che abbiamo, a cominciare dalla nostra stessa esistenza. Prendiamoci anche noi cura di Dio, in questo tempo di tenebre, affinché egli possa crescere e noi diminuire.

Rev. Luca Vona


domenica 23 dicembre 2018

Ridestiamoci dal sonno


Commento alla Liturgia della IV Domenica di Avvento


Colletta

Ti supplichiamo Signore, solleva la tua potenza e vieni in nostro soccorso; affinché mentre corriamo, affaticati e ostacolati, tra il peccato e la debolezza, il percorso che ci hai posto dinnanzi, la tua grazia e la tua misericordia, possano soccorrerci prontamente. Per Gesù Cristo, nostro Signore, al quale, con te e con lo Spirito Santo, va ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Fil 4,4-6; Gv 1,19-28

«Egli è colui che viene dopo di me e che mi ha preceduto» (Gv 1,27). In queste parole di Giovanni il Battista è racchiusa la ragione della nostra speranza. Dio ci precede nel donarci la sua salvezza. Questa è anche la fonte della nostra gioia, pienamente espressa dalle prime battute della colletta in cui è richiamato il Benedictus, il cantico di Zaccaria che troviamo all'inizio del vangelo di Luca. Nella descrizione dell’Avvento e del Natale data dall’Evangelista tutti cantano di gioia: Maria con il suo Magnificat, dopo l'annunciazione, Zaccaria, quando conferma che il bambino che sua moglie Elisabetta ha avuto in tarda età dovrà chiamarsi Giovanni e improvvisamente la sua lingua, chiusa in un misterioso mutismo, si scioglie. Anche gli angeli cantano, a Betlemme, guidando i pastori verso la stalla dove è nato il Figlio di Dio. Il Benedictus ci parla appunto di una grande potenza che è venuta a visitarci dall'alto.
La colletta della quarta settimana di Avvento prosegue richiamando la seconda lettera di San Paolo a Timoteo, scritta dalla prigionia, nella consapevolezza della morte imminente: «Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno» (2 Ti 4,7-8). Ma come ci ricorda questa preghiera liturgica la corsa può risultare estremamente faticosa, e può essere non priva di inciampi, a volte di rovinose cadute, a causa del peccato e della nostra debolezza. Il Signore, però, ci viene incontro, con la sua grazia e la sua misericordia, proprio come il padre con il figlio pentito, il "figliol prodigo" nel racconto dell'evangelista Luca, al capitolo 15. Un figlio che ha sperperato tutto, tutto quel che gli era stato donato. Un figlio cresciuto nella ricchezza, che ora si accontenta di sfamarsi di ciò di cui si cibano i maiali che pascola, a servizio di un'altro padrone, in terra straniera. Eppure agisce qualcosa in lui capace di ridestarlo dal sonno, di muoverlo alla conversione: "tornerò da mio padre e gli dirò...". Si prepara un bel discorso... ma mentre è ancora lontano, il padre lo riesce a scorgere, gli corre incontro... qui è Dio a correre, non l'apostolo,
Il padre lo abbraccia e neanche lo ascolta, mentre il figlio cerca di proncunciare quel discorso che si era preparato. Il padre non lo ascolta perché è preso dall'ordinare ai suoi servi di prendersi cura del figlio ritrovato, preparare un ricco banchetto, coprirlo della veste più bella.
La terra straniera ritorna più volte nella Bibbia e nella storia di Israele. La terra straniera, la terra dell'esilio è simbolo di una condizione esistenziale segnata dalla lontananza da Dio, dalla sete della sua presenza, come canta il Salmo 42: «Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente» (Sal 42,1-2). Fin dal primo atto di allontanamento dal Creatore, compiuto dai nostri antenati, troviamo nel libro della Genesi un Dio che cerca la sua creatura, perduta nella sua rigogliosa creazione, chiamandolo per il giardino: «Dove sei?» (Ge 3,9). E anche dopo l'allontanamento dell'uomo dall'Eden Dio appare e parla ai Patriarchi. Come nel sogno della scala in cui gli angeli salgono e scendono dal cielo, avuto da Giacobbe in terra straniera. Qui Dio gli promette «Io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai... non ti abbandonerò» (Ge 28,15) e Giacobbe esclamerà: «Certamente l'Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo» (Ge 28,16).
Sì, il nostro Dio è anche qui, nella terra del nostro esilio, mentre pascoliamo maiali e ci nutriamo di carrube, sognando una scala che possa elevarci in un luogo migliore, rimpiangendo una abbondanza che percepiamo, nel nostro intimo, di avere posseduto un tempo e di avere perduto. Forse non troviamo la via del ritorno, forse non troviamo il coraggio di un ritorno. Ma Dio ci viene incontro appena ci scorge da lontano. E ci ricopre della veste più bella. Quale veste? La sua stessa divinità. E come? Assumendo la nostra natura, la nostra veste, la nostra condizione umana. Questo è il mistero dell'Incarnazione: un mirabile scambio di nature. Una dinamica circolare ascendente-discendente, come quella degli angeli sulla scala di Giacobbe. Per questo la letteratura cristiana antica, in Oriente, parla di theosis e kenosis. Perché l'incarnazione rappresenta al contempo la divinizzazione dell'uomo e la spoliazione di Dio. Lo stesso apostolo Paolo nella sua lettera ai Filippesi lo afferma con parole eloquenti: «Cristo Gesù... essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce» (Fl 2,6). Troviamo qui il profondo legame tra l'Incarnazione e la Passione, mistero in cui ci incammineremo, dopo il tempo di Natale e la preparazione quaresimale alla Pasqua.
Dio ha spogliato se stesso, assumendo la nostra natura, la nostra miseria, affinché non vi potesse essere più alcuna regione dell'umano classificabile come terra straniera..."senza Dio". Affinché saltassero tutte le distinzioni tra "sacro" e "profano". Affinché ciascuno di noi potesse esclamare, come Giacobbe, ridestatosi dal suo profetico sogno: «Certamente l'Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo». Ridestiamoci dal sonno, dunque, e riconosciamo il Dio che si è fatto uomo. Amen.


Rev. Luca Vona




domenica 9 dicembre 2018

Beato chi non si scandalizza di me


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Signore Gesù Cristo, che nella tua prima venuta ai mandato il tuo messaggero per preparare le via dinnanzi a t; concedi che i tuoi ministri e dispensatori dei tuoi misteri possano allo stesso modo preparare e rendere pronta la via, convertendo i cuori disobbedienti alla saggezza e alla giustizia; affinché nella tua seconda venuta per giudicare il mondo possiamo essere trovati come popolo accettevole alla tua vista; tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Cor 4,1-5; Mt 11,1-10

 All'inizio del quarto capitolo della prima lettera ai Corinti Paolo delinea la natura del ministro di Dio. Lungi dall'essere un 'alter Christus' egli è un subordinato, un amministratore, che dispensa un tesoro non suo. Così anche nella seconda lettera ai Corinti l'Apostolo afferma: "Or noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi" (2 Cor 4,7).
Dinanzi a Dio, o dinanzi a Cristo il capo della Chiesa, la posizione dei ministri è quella di un'assoluta ed umile dipendenza. Dalla grazia di Dio essi ricevono i doni necessari di conoscenza, di parola, di compassione per gli uomini; da lui la vocazione interiore. La Chiesa non può che riconoscere questi doni e questa vocazione ed accogliere con riconoscenza coloro che il Signore le manda.
A Dio appartiene l'opera alla quale i ministri consacrano le forze. Da Dio procede la benedizione che rende efficace il lavoro degli operai. A Dio devono i ministri rendere conto del loro operato. Il ministro è per la chiesa, non la chiesa per il ministro. Il ministro è incaricato di predicare il vangelo, prima che preoccuparsi di questioni secondarie, quali controversie politiche, questioni sociali e scientifiche.
La funzione affidata ai ministri di Dio è quella degli economi nelle grandi case. Essi dispensano i beni del loro padrone, hanno la sopraintendenza e la cura degli altri servi a cui devono distribuire il cibo.
Il tesoro e i misteri che tali sovrintendenti amministrano sono le parole del Vangelo, i disegni occulti di Dio sulla salvezza del mondo, che Egli ha manifestato, per mezzo del suo Figlio e dello Spirito Santo, negli ultimi tempi.
Gli apostoli non devono tener conto né degli apprezzamenti né delle ostilità ricevuti, affidandosi unicamente al giudizio divino che verrà alla fine dei tempi, nel giorno del Signore. Persino la nostra capacità dii consapevolezza verso il peccato è offuscata secondo Paolo; per questo egli afferma "non giudico neppure me stesso. Non sono infatti consapevole di colpa alcuna; non per questo sono però giustificato" (1 Cor 4, 3-4). Non conosciamo i moti più profondi del cuore umano, né quelli altrui e nemmeno i nostri. Per questo ci è richiesta una fede assoluta nella grazia di Dio e nel potere santificante del suo Spirito. Ogni morale che non tenga conto di questo, soffermandosi unicamente sulle azioni esteriori, seppur buone, scade nel moralismo. Tuttavia ciò non ci esime dal coltivare un grande senso di responsabilità nel mettere in pratica l'insegnamento evangelico; e a questo sono chiamati tanto i ministri di Dio, che si consacrano in modo speciale a questo ufficio, quanto coloro che essi ammaestrano. Sebbene gli amministratori saranno giudicati in proporzione della responsabilità che gli è stata affidata, nessuno può trovare un alibi della propria freddezza o tiepidezza nei confronti del Vangelo, delegando ai consacrati il compito di adempiere i suoi precetti.
Al capitolo undicesimo del vangelo di Matteo Gesù applica a se stesso un passo del libro di Isaia (61,1) mandando a dire a Giovanni il Battista che l'evangelo è annunziato ai poveri (Mt 11,5); laddove dobbiamo intendere non solo coloro che dispongono di scarsi mezzi materiali, ma ogni uomo con un cuore umile e un orecchio capace di mettersi in ascolto, oltre il fracasso, le seduzioni e le illusioni mondane. I poveri erano anche coloro che fino a quel momento i farisei e i grandi dottori della Legge avevano trascurato nella propria predicazione. La parola di Dio risuona per ogni uomo, anche coloro che la società non prende in considerazione e "beato chi non si scandalizza di me" afferma Gesù. Beato, cioè, chi non rigetta il suo messaggio, chi non rifugge dal sacrificio di sé che la dottrina evangelica richiede. Quantunque Gesù abbia espresso quest'idea sotto la forma d'una beatitudine, pure, in sostanza, essa è un avvertimento solenne per quelli che mettono in dubbio il suo carattere messianico, magari per l'umile condizione in cui egli è apparso sulla terra.
Ci aiuti allora, il Signore, a preparare la sua via in questo tempo di Avvento, per convertirci e conformarci a lui.

Rev. Luca Vona

domenica 2 dicembre 2018

Le mie parole non passeranno


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Signore santo, che hai ispirato tutte le Scritture affinché fossero scritte per la nostra edificazione; concedici di ascoltarle, leggerle, memorizzarle, apprenderle e interiorizzarle, affinché mediante il conforto e la pazienza donati dalla tua santa Parola, possiamo abbracciare e mantenere la beata speranza della vita eterna, che ci hai donato nel nostro Salvatore Gesù Cristo. Amen.

Letture:

Rm 15,4-13; Lc 21,25-33


Nell'attesa del ritorno di Cristo, questo è il tempo della speranza, da coltivare mediante la meditazione delle Scritture, alla quale ci esorta anche la Colletta del giorno.
Quando parliamo delle Scritture intendiamo la totalità dell'Antico e del Nuovo testamento. Gesù ammonisce nel Vangelo di Matteo: "finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto" (Mt 5,18). Paolo richiama diversi passi dell'Antico testamento, mostrandone il valore ancora attuale; questi passi, probabilmente, erano stati utilizzati più volte dall'Apostolo nella sua predicazione, per convincere e confortare.
La Scrittura, però, è soltanto il mezzo di cui Dio si serve, per soccorrerci e fortificarci nel momento di tribolazione che caratterizza gli ultimi tempi. Paolo innalza la propria mente e il proprio cuore a Colui che può riempire i cuori di pazienza e realizzare la comunione fraterna nella chiesa.
La meta ultima della storia è infatti la lode unanime del Padre, in comunione col Figlio, nello Spirito Santo. Questa comune aspirazione alla lode e gloria di Dio deve crescere negli utimi tempi, affinché tutti i cuori siano un medesimo cuore e tutte le voci compongano un'armonia simile a quella di molti strumenti, ciascono diverso nel suo timbro, ma tutti accordati nell'azione comune.
Questo ideale va realizzato non solo nella preghiera; Dio infatti, avendo accolto a sè i peccatori, senza distinzione di Giudei e di pagani, di ricchi, e di poveri, d'ignoranti, e di dotti; di onorati o di sprezzati dal mondo, deve essere glorificato da tutti, anche con le opere. Come Cristo ha accolto noi per la gloria del Padre, noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli, e ogni uomo, in tutte le relazioni della nostra vita, superando le offese, le antipatie, il divario di opinioni.
Dobbiamo abituarci a una convivenza pacifica nella Chiesa di Cristo dei deboli e dei forti nella fede, di credenti che differiscono su cose secondarie. Essa è una realtà inevitabile giacchè non si può pretendere lo stesso grado di conoscenza e di esperienza cristiana nei fanciulli e negli uomini fatti. Certo, l'ideale cui tutti devono tendere è l'arrivare all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, all'altezza della statura perfetta di Cristo (Ef 4,13); ma a questo ideale non si giunge d'un tratto nè per imposizione d'autorità, bensì gradatamente e lentamente. Intanto il bambino e il giovane hanno il loro posto legittimo nella famiglia, al pari dell'uomo maturo e dell'anziano.
In Cristo si realizzano non solo le promesse fatte ai padri e dunque al popolo ebraico, come ricordato dai cantici di Maria (Lc 1,54-55) di Zaccaria (Lc 1,70) e di Simeone (Lc 2,29-32) che salutarono la nascita del Messia promesso.
Consacriamo il nostro intero essere a Dio per compiere la sua volontà nelle varie sfere dove siamo chiamati a vivere una vita di pietà, di giustizia di pace e d'amore, irradiata dalla speranza della gloria.
La promessa della salvezza, il dono della grazia e della santificazione sono ora offerte anche ai pagani e, dunque, a ogni uomo. Nella fede in Cristo ciascuno può trovare la pienezza della gioia e della pace, ovvero la capacità di colivare relazioni interprsonali virtuose; così le parole di Paolo: vi riempia d'ogni allegrezza e pace nel vostro credere. E l'Apostolo aggiunge: mediante la potenza dello Spirito Santo; non il semplice sforzo umano, ma la potenza dello Spirito di Dio può alimentare nel cristiano la fiamma della speranza, sicchè nessuna tempesta valga a spegnerla o a diminuirla.
Cristo viene sulle nubi, ovvero la sua manifestazione vittoriosa si realizza per mezzo dello Spirito, consolidando il regno del Vangelo sulla terra, e favorendo la sua propagazione fra tutti i popoli mediante l'opera dei suoi inviati.
Ma guai a quella chiesa in cui l'individuo è sommerso, in cui l'istituzione soffoca l'individuo nella conoscenza di Dio, nell'amore di Cristo, nella potenza dello Spirito. La comunità può essere forte là dove le coscienze individuali possono esprimersi e respirare nella ricerca della propria illuminazione, dove le anime conoscono personalmente Dio in Cristo, dove ogni singola volontà è pronta, se chiamata da Dio, a sostenere la verità conosciuta, anche contro la società religiosa, spinta non da un vanitoso spirito di contradizione, ma dal senso profondo di responsabilità personale verso il suo Signore, e rispettosa delle convinizioni altrui
Il Vanglo di Luca e il passo paralleo di Matteo 24,29-35 ci avvertono che questa manifestazione di gloria sarà preceduta da uno sconvolgimento del sole, delle stelle, del mare, della terra e dei popoli. Molti uomini verranno meno per la paura. Questi eventi caratterizzano la nostra esistenza umana da sempre e non devono stupirci. Il mondo è sconvolto dalle potenze del male e del peccato, dall'egoismo, dall'oppressione, dalla violenza. Ma il credente sa vedere nel fico i germogli della grazia, il germoglio di Iesse, riconoscendo l'approssimarsi dell'estate e la prossimità del Regno di Dio.
Ancora una volta, nelle parole di Gesù troviamo il richiamo ad affidarci alla parola di Dio, ad aggrapparci ad essa come ancora di salvezza nelle acque turbinose dell'esistenza umana e negli sconvolgimenti che la caratterizzano. Questa la sua promessa, che alimenta la speranza del cristiano: i cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Lc 21,33).

Rev. Luca Vona