Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 2 novembre 2026

Fermati 1 minuto. Tutto è pronto

Lettura

Lc 14,15-24 

In quel tempo, 15uno dei commensali disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, è pronto». 18Ma tutti, uno dopo l'altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi». 19Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi». 20Un altro disse: «Mi sono appena sposato e perciò non posso venire». 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: «Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». 22Il servo disse: «Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto». 23Il padrone allora disse al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena».

Sintesi

Dio invita tutti al suo banchetto: i primi rifiutano, gli ultimi entrano. Tutto è pronto, il dono è già completo. Spetta a noi accoglierlo, senza anteporre i nostri affari all’essenziale.

Commento

“Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!”. A questa esclamazione, Gesù risponde con la parabola del banchetto, che rivela un paradosso: gli invitati di riguardo rifiutano, mentre gli esclusi vengono accolti. Il padrone, dopo il rifiuto, manda i servi a chiamare proprio “poveri, storpi, ciechi e zoppi”. E quando c’è ancora posto, l’invito si allarga fino ai margini delle strade.

Quell’“ancora posto” manifesta l’immensa misericordia di Dio, che “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). Il controverso “costringili a entrare” non autorizza la coercizione, ma esprime l’insistenza di un amore che vuole vincere la ritrosia di chi non si sente degno. Come insegnano i Padri, Dio non forza mai la libertà umana; il suo è un invito persuasivo.

La parabola ci interroga direttamente: noi, già invitati, non siamo forse quelli che, come i primi convitati, antepongono affari legittimi all’essenziale? Releghiamo la risposta a Dio dietro i nostri impegni, illudendoci di una salvezza basata sui nostri meriti. La vita pratica spesso smentisce la nostra fede professata.

Il banchetto si riempie così con gli ultimi, coloro che il mondo considera “nulla” (1Cor 1,28), perché sanno di dipendere solo dalla grazia. “Tutto è pronto”, annuncia il Signore. La domanda cruciale, allora, non è più sul dono di Dio, che è già completo, ma su di noi: siamo finalmente pronti ad accettarlo?

Preghiera

Signore, tu che prepari un banchetto per tutti e non ci costringi ma ci chiami con amore, donaci un cuore libero dalle scuse che ci rendono sordi al tuo invito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 1 novembre 2026

Memoria dei morti in Cristo

In Cristo vivi e defunti sono uniti in una comunione di amore e preghiera. Dal 998, con Odilone di Cluny, la Chiesa latina ricorda oggi i defunti, ravvivando la speranza: l’amore è più forte della morte.

I credenti vivono il proprio pellegrinaggio terreno nella fede grazie al reciproco sostegno che si prestano in seno al popolo di Dio. In Cristo infatti tutti i fedeli, sia quelli ancora in vita sia quelli defunti, sono legati gli uni agli altri mediante una comunione di amore e di preghiera. È questo il fondamento più profondo dell'odierna memoria di tutti i morti in Cristo, posta non a caso il giorno successivo alla memoria della comunione di tutti i santi del cielo e della terra. I cristiani d'oriente e d'occidente hanno sempre ricordato nel corso della celebrazione eucaristica i fedeli già tornati al Padre. Gli orientali ricordano in modo particolare i defunti in alcuni giorni dell'anno.
In occidente, a partire dal 998, l'abate di Cluny Odilone istituì un ufficio liturgico per ricordare i fratelli della comunità che avevano già terminato il loro pellegrinaggio terreno. Grazie all'enorme influenza dei monaci cluniacensi, tale uso si estese fino a diventare prassi comune in tutta la chiesa latina. In alcune chiese della Riforma, però, la memoria dei morti in Cristo fu soppressa, a motivo del forte legame, sottolineato dai cattolici, di questa festa con la dottrina del purgatorio; ma con la riscoperta del significato originario essa è stata ricuperata in molte comunità protestanti.
Ricordando i defunti in Cristo ogni credente ravviva la speranza di una vita senza fine; Gesù infatti ha promesso a quanti rimangono nel suo amore che la morte non è l'ultima parola sulle loro esistenze, ma è il passaggio a una vita in pienezza, perché l'amore è più forte della morte e la carità non avrà mai fine.

Tracce di lettura

Discese agli inferi: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e inaccostabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è penetrato in esso e la terra della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l'uomo non vive di pane, ma nell'autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e può amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell'amore, allora nella morte penetra la vita: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata» canta la chiesa nella liturgia funebre.
(J. Ratzinger, Sulla settimana santa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. La morte non ha l'ultima parola

Lettura

Luca 23,33.39-43

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40 Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Sintesi

Al Golgota, luogo del cranio, un malfattore deride Gesù, l’altro ne riconosce innocenza e regalità. A lui Gesù promette «oggi» il paradiso: la salvezza è possibile già ora, nell’incontro con Cristo.

Commento

Spogliato, umiliato, Gesù giunge al luogo della sua crocifissione, la cui inquietudine è attestata già nel nome. Il "luogo del cranio" (golgota, in aramaico) è una specifica allusione alla forma della collina o la generica indicazione di un rialzo di terreno. L'immagine è evocata dal fatto che in esso venivano eseguite le condanne a morte.

Lo scherno del malfattore che insulta il Signore riguarda la negazione della possibilità di salvezza offerta da Dio. L'altro malfattore riconosce invece l'innocenza di Gesù: «egli non ha fatto nulla di male» (v. 41) e riconosce la sua regalità, anche sulla morte: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Egli, inoltre, appellandosi a Gesù riconosce di potere sperare solo nella grazia divina e che la dispensazione della grazia passa attraverso le mani di Cristo.

Il termine "paradiso" è utilizzato due sole altre volte nel Nuovo Testamento (2 Cor 12,4; Ap 2,7) e indica un giardino; è la stessa parola usata per l'Eden nel libro della Genesi. La morte è una terra desolata e solo la fede può consentirci di attraversarla in compagnia di Gesù, riconosciuto come Salvatore. La terra che ci attende, attraverso la sua promessa, è un luogo di pace, rigoglioso di vita.

L'episodio del malfattore pentito è narrato solo da Luca, che nel suo Vangelo mostra sempre particolare interesse ai fatti di conversione. L'«oggi» (v. 43) in cui il malfattore pentito potrà entrare in paradiso rappresenta l'orizzonte della salvezza aperto dalla morte di Gesù, preceduta da un gesto di perdono e di amore.

Luca rileva più volte che la salvezza è possibile già ora, nell'incontro con il Signore: La voce dell'angelo annuncia ai pastori «Oggi vi è dato nella città di Davide un salvatore» (Lc 2,11); Gesù proclama a Zaccheo «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19,9). Questo «oggi» vale anche per i lettori del Vangelo, che possono incontrare adesso la salvezza in Gesù Cristo. La croce di Cristo, sospesa tra cielo e tera, è la scala che conduce gli uomini al luogo dove Dio «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

Preghiera

Infondi in noi la fede, Signore, per guardare con coraggio alla morte, non come all'ultima parola, ma come il transito a un'esistenza di comunione piena con te e con coloro che ci hanno preceduto. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Il perdono come frutto di giustizia

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTITREESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa, nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e servirti con devozione in ogni buona opera, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35

Sintesi

Solo un cuore toccato dalla misericordia porta frutti di giustizia. Il servo spietato, graziato di un debito immenso, stringe alla gola il fratello: chi ha ricevuto tutto da Dio non può negare il perdono.

Commento

Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude l'odierna pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.

La giustizia, ovvero la nostra giustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, matura da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericordia di Dio, che ci condona ogni colpa. I frutti di giustizia, infatti, "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioè non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioè la sua bontà, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.

Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato. L'occasione di questo racconto è suscitata da una domanda posta da Pietro a Gesù. Pietro aveva compreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi delle Scritture ebraiche. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare il nostro nemico fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte); ovvero un numero di volte pressoché illimitato.

L'immagine del re che vuole fare i conti è di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio alla fine dei tempi e quello individuale alla fine della vita. È un rendiconto cui nessuno può sottrarsi.

Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore di restituire tutto il dovuto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono completo.

Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato destinatario, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra privo di compassione con il suo creditore, facendolo gettare in prigione. Che il creditore spietato non avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari.

È evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il suo timore svanisce rapidamente. Probabilmente egli avrebbe tremato se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato. Ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". 

Il creditore incapace di rimettere i debiti viene dunque consegnato agli aguzzini, letteralmente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. 

La parabola del debitore spietato insegna che il condono dei nostri grandi debiti da parte di Dio deve suscitare il perdono dei piccoli debiti che gli uomini hanno nei nostri confronti. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.

Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento" (Fil 1,9), soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo" (Fil 1,10). Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 30 ottobre 2026

Giovanni Colobos. L'umiltà di Dio alla radice dell'umiltà umana

Giovanni Colobos, monaco di Scete, fece dell'obbedienza e dell'umiltà la via della vita cristiana. Alla scuola dei padri del deserto comprese che l'umiltà umana nasce dall'amore di Dio, che rende veramente liberi.

La Chiesa copta fa oggi memoria di Giovanni, monaco di Scete, detto Colobos, il « piccolo», a motivo della sua bassa statura. Di lui fu detto, in un breve apoftegma che ne sintetizza mirabilmente la figura spirituale: «Ma chi è questo abba Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?». Giovanni nacque attorno al 339 a Bahnasā, in Egitto, e si recò a Scete quando non aveva ancora diciott'anni. Alla scuola dei padri del deserto egli apprese anzitutto l'obbedienza, unica via salvifica per un cristiano. Fu proprio grazie all'obbedienza e alla sottomissione per amore di Dio e dei fratelli a ogni sorta di umiliazione che Giovanni divenne uno dei più grandi maestri di umiltà dell'antichità cristiana. Egli aveva infatti capito che alla radice dell'umiltà umana vi è l'umiltà di Dio, la forza del suo amore, che è irresistibile proprio perché lascia liberi e rende veramente liberi coloro ai quali si rivolge. All'età di 70 anni, Giovanni fu avvertito in sogno da Antonio, da Macario e dal suo padre spirituale Amoe che stava per morire. Mandato il suo discepolo a fare commissioni, egli si preparò da solo al faccia a faccia definitvo con quel Dio che aveva tanto colmato la sua vita. Di lui ci è pervenuta una lunga serie di Detti che sono un piccolo compendio di vita spirituale per il cristiano di ogni tempo.

Tracce di lettura

Raccontavano del padre Giovanni Colobos che, ritiratosi a Scete presso un anziano della Tebaide, visse nel deserto. Il suo abba, preso un legno secco, lo piantò e gli disse di innaffiarlo ogni giorno con un secchio d'acqua, finché non desse frutto. L'acqua era tanto lontana che doveva partire alla sera per essere di ritorno al mattino. Dopo tre anni il legno cominciò a vivere e a dare frutti. L'anziano li colse e li portò ai fratelli radunati insieme, dicendo: «Prendete, mangiate il frutto dell'obbedienza». Uno dei padri disse di lui: «Ma chi è questo abba Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?»
(Giovanni Colobos, Detti dei padri del deserto 1 e 36)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Giovanni Colobos (ca 339-409)

Fermati 1 minuto. Trovati dalla grazia

Lettura

Luca 14,1-6

1 Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando, 2 quando si presentò davanti a lui un idropico. 3 Gesù prese a dire ai dottori della legge e ai farisei: «È lecito o no fare guarigioni in giorno di sabato?» Ma essi tacquero. 4 Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi disse loro: «Chi di voi, se gli cade nel pozzo un figlio o un bue, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?» 6 Ed essi non potevano risponder nulla in contrario.

Sintesi

Gesù guarisce un idropico di sabato, smascherando l'ipocrisia dei farisei: le prescrizioni religiose non devono prevalere sulla misericordia. Con un gesto di carità e parole semplici, mette a tacere i dottori della legge.

Commento

Gesù è invitato a casa di uno dei capi farisei per "prendere cibo", letteralmente "per prendere pane" (gr. arton). Il clima di austerità in cui si svolge il sabato ebraico è evidente dal fatto che non si tratta di un banchetto. I dottori della legge, ci dice Luca, "lo stavano osservando"; forse in attesa di qualche insegnamento o, forse, più malevolmente per coglierlo in errore su qualche cosa. E in effetti si presenta a Gesù un'occasione per rompere i loro schemi. 

Si tratta di un idropico, un uomo il cui corpo è rigonfio a causa di una patologica ritenzione idrica. Forse un famigliare dei farisei. L'uomo non chiede nulla, né i suoi amici chiedono nulla per lui. Gesù è probabilmente meravigliato dall'umiltà dell'idropico e dall'insensibilità dei suoi amici, i quali conoscono i suoi poteri di guarigione ma non chiedono alcun intervento. 

Così il Signore li interroga proprio sulla loro mancanza di misericordia, che li porta a porre la legge al di sopra della carità, quando invece dovrebbe essere al suo servizio. Questi uomini dotti rimangono senza parole, perché dovrebbero ammettere la propria ignoranza della legge o dovrebbero affermare qualcosa di inaccettabile. 

La guarigione dall'idropisia era lenta e difficoltosa, ma Gesù prende quest'uomo per mano e gli ridona la salute all'istante (v. 4). L'idropico non ha cercato la grazia di Dio, ma è stato trovato dalla grazia e liberato immediatamente dal suo male. Con un'altra domanda Gesù si rivolge ai farisei sottolineandone la cura che mostrano, anche in giorno di sabato, per i propri affetti («un figlio» - anche se alcuni manoscritti riportano «un asino») e i propri affari («un bue»). 

"Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli" (Sal 8,3) riconosce il salmista, parole che possiamo applicare a Gesù, il quale ha smontato i cavilli dei dottori della legge ("non potevano risponder nulla in contrario"; v. 6) con parole semplici e un efficace atto di misericordia.

Preghiera

Signore, che ci chiedi di non anteporre nulla al tuo amore e di trovarti nel nostro prossimo sofferente, donaci un cuore ricolmo della tua grazia, per accogliere e sanare a lode del tuo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 29 ottobre 2026

James Hannington, protomartire anglicano in Uganda

Il 29 ottobre la Chiesa anglicana ricorda James Hannington, vescovo missionario martirizzato in Uganda nel 1885. La sua morte e quella di tanti cristiani unirono anglicani e cattolici nella fede.

Tra le nuove nazioni dell'Africa, l'Uganda è prevalentemente cristiana. Il lavoro missionario iniziò nel 1870 con il favore del re Mutesa, che morì nel 1884. Tuttavia, suo figlio e successore, il re Mwanga, si oppose a tutte le presenze straniere, comprese le missioni cristiane.

James Hannington, nato nel 1847, fu inviato dall'Inghilterra nel 1884 dalla Chiesa anglicana come vescovo missionario dell'Africa equatoriale orientale. Mentre viaggiava verso l'Uganda, fu catturato dagli emissari del re Mwanga. Lui e i suoi compagni furono trattati con brutalità, una settimana dopo, il 29 ottobre 1885, molti di loro furono messi a morte. Le ultime parole di Hannington furono: "Vai a dire al tuo padrone che ho acquistato la strada per l'Uganda con il mio sangue".

Il primo martire nativo fu il cattolico romano Joseph Mkasa Balikuddembe, che fu decapitato dopo aver rimproverato il re per la sua dissolutezza e per l'omicidio del vescovo Hannington. Il 3 giugno 1886 un gruppo di 32 uomini e ragazzi, 22 cattolici romani e 10 anglicani, furono bruciati sul rogo. La maggior parte erano giovani paggi della casa di Mwanga, dal loro capo, Charles Lwanga, al tredicenne Kizito, che morì "ridendo e chiacchierando". Questi e molti altri cristiani ugandesi hanno sofferto per la loro fede allora e negli anni successivi.

Nel 1977 l'arcivescovo anglicano Janani Luwum ​​e molti altri cristiani subirono la morte per la loro fede sotto il tiranno Idi Amin.

Grazie in gran parte alla loro comune eredità di sofferenza per il loro Maestro, i cristiani di varie comunioni in Uganda sono sempre stati in ottimi rapporti tra loro.

James Hannington (1847-1885)

Fermati 1 minuto. La maternità di Dio

Lettura

Luca 13,31-35

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato". 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"»

Sintesi

Gesù non si lascia guidare dalla paura, ma resta fedele alla volontà di Dio. Come una chioccia protegge i pulcini, così Dio manifesta il suo amore materno, sollecito e incondizionato, verso l'umanità.

Commento

L'avvertimento dei farisei a Gesù può essere interpretato come una effettiva volontà di metterlo in guardia dal pericolo di essere ucciso e, in questo caso, sarebbe l'unica nota positiva su di loro nel Vangelo di Luca; ma molti esegeti vedono nelle loro parole la volontà di allontanare Gesù dalla Galilea per mandarlo in Giudea, dove, realmente, avrebbe corso il pericolo di essere messo a morte dal sinedrio.

Quel che appare evidente è la risposta ferma di Gesù, che resta fedele nel portare a compimento la volontà di Dio, manifestando l'instaurazione del Regno attraverso esorcismi e guarigioni. Con la sua autorità profetica e messianica Gesù definisce Erode una volpe, animale che nell'Antico Testamento è associato alla devastazione della vigna del Signore, ma nella letteratura rabbinica, stante la sua limitata pericolosità, era utilizzata anche per simboleggiare una persona di scarso valore. 

Gesù si ostina a proseguire nel suo cammino, rifiutando di far disegnare il suo itinerario dalla paura. Egli è mosso da amore per Geruslamme, che dopo aver rifiutato tanti profeti si appresta a metterlo a  morte. Qui utilizza una immagine di grande originalità e bellezza nella letteratura biblica: quella di una chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. 

L'immagine dell'amore materno è ricorrente nella spiritualità cristiana. Sì, Dio è madre; e il suo amore, come quello di una madre, è sollecito, incondizionato. Spetta a noi farci trovare dalla sua grazia.

Preghiera

Infondi nei nostri cuori, Signore, il coraggio di desiderare quanto ci hai comandato e la grazia di portarlo a compimento. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 28 ottobre 2026

La meditazione chán dalle radici indiane al confronto con l'Occidente

Dalle origini indiane alla svolta mahāyāna

L'arrivo del buddhismo in Cina, avviatosi gradualmente attorno al I secolo d.C., fu uno dei più vasti processi di acculturazione e di rielaborazione filosofica nella storia dell'Asia orientale. Nelle sue prime fasi la trasmissione passò soprattutto attraverso la traduzione di testi delle scuole non mahāyāna — ciò che la polemica mahāyāna chiamò, con termine svalutativo, Hīnayāna, il «piccolo veicolo». In quell'orizzonte la meditazione aveva un impianto eminentemente terapeutico: l'essere umano appariva come un malato, dominato da brama, avversione e illusione, e l'esercizio mentale come una cura rigorosa, un'ascesi quasi drammatica volta a estirpare le infezioni dello spirito.

Emblematico è il Zuochan sanmei jing (坐禪三昧經, «Sūtra del samādhi della meditazione seduta»), compendio di manuali indiani e centroasiatici tradotto da Kumārajīva agli inizi del V secolo. Vi si prescrivono tecniche distinte secondo la «malattia» da curare: all'avidità si oppone la contemplazione dell'impuro, all'ira la benevolenza, alla confusione la riflessione sulla produzione condizionata, alla dispersione il conteggio del respiro. Contro il desiderio sensuale, ad esempio, il praticante doveva visualizzare il proprio corpo dalla pianta dei piedi ai capelli, scarnificarlo con l'immaginazione fino allo scheletro e contemplarne la disgregazione.

Questa visione, fondata sulla lotta contro le proprie inclinazioni, cambiò profondamente tra il V e il VI secolo, con la diffusione dei grandi sūtra mahāyāna. Il Vimalakīrti Nirdeśa, tradotto più volte e soprattutto da Kumārajīva (406), offrì il linguaggio della non-dualità; il Laṅkāvatāra Sūtra, tradotto da Guṇabhadra nel 443 e poi caro ai primi maestri chán, diede rilievo al tathāgatagarbha, il «grembo» o «embrione» dei Buddha presente in ogni essere. Da queste fonti, e dal trattato apocrifo Risveglio della fede nel Mahāyāna (VI secolo), la scolastica cinese ricavò la dottrina dell'illuminazione originaria (benjue, 本覺), in piena sintonia con l'interesse autoctono per la natura (xing) dell'uomo.

Le premesse ontologiche si rovesciano. L'essere umano non è più una creatura guasta, ma possiede fin dall'origine una natura già illuminata, pura e compiuta. Brame e inganni non intaccano la natura di Buddha: sono offuscamenti avventizi, frutto dell'inconsapevolezza e dell'oblio della propria condizione originaria.

Ne discende una nuova idea della meditazione. Essa smette di essere una battaglia contro se stessi e diventa un processo di acquietamento: lasciar decantare le sovrastrutture mentali, lasciare andare ogni attaccamento concettuale, rinunciare alla tensione ansiosa verso un traguardo. Quando il rumore della mente si placa, la natura di Buddha affiora da sé. Questo sedere quieto, che lascia emergere il fondo luminoso della mente, diventerà l'asse portante del chán cinese e del successivo zen giapponese.

Kanhua chan e mozhao chan: Linji e Caodong in epoca Song

La storia del chán attraversa profonde trasformazioni istituzionali e dottrinali. Sotto i Tang (618–907) il movimento conobbe un'epoca di straordinaria creatività: molteplici lignaggi e maestri coesistevano, e fiorivano interpretazioni eterogenee, talvolta radicali, della pratica. Sotto i Song (960–1279) il panorama si stabilizzò e si codificò. Delle «cinque case» del chán tardo-Tang, solo due giunsero vitali al periodo Song maturo e furono trasmesse in Giappone: la scuola Linji (giapp. Rinzai) e la scuola Caodong (giapp. Sōtō).

Pur riconoscendo la centralità della meditazione, molti maestri temevano che l'assiduità formale degenerasse in esercizio meccanico o in una sottile prigione dell'io. Da questa tensione nacque, nel XII secolo, la controversia tra il kanhua chan (看話禪) di Linji e il mozhao chan (默照禪) di Caodong.

La scuola Linji, istituzionalmente dominante, trovò in Dahui Zonggao (1089–1163) il principale sostenitore del kanhua chan, lo «chán dell'osservazione della frase»: il praticante concentrava tutta l'attenzione sulla parola chiave (huatou) di un gong'an (giapp. kōan), un detto o un aneddoto irriducibile alla logica discorsiva. Il «grande dubbio» così suscitato portava l'intelletto alla saturazione, finché esso si spezzava in un risveglio improvviso (wu, giapp. satori). In questa prospettiva l'illuminazione è un evento puntuale, databile a un giorno e a un'ora. Il paradigma più citato, benché anteriore alla scuola Linji, è quello del maestro tang Xiangyan Zhixian, risvegliatosi al suono di un coccio che, mentre spazzava, colpì una canna di bambù. La meditazione resta qui uno strumento: è la zattera che si lascia una volta raggiunta l'altra sponda.

Sul versante opposto, la scuola Caodong, rinata nell'XI secolo dopo un lungo declino, elaborò con Hongzhi Zhengjue (1091–1157) la dottrina del mozhao chan, l'«illuminazione silenziosa». Per Hongzhi la meditazione non è un mezzo piegato a un risultato futuro, né un'ascesi che infrange l'illusione con un atto di forza. È un processo lento, continuo e senza termine, un silenzio in cui la natura illuminata risplende spontaneamente. Pratica e meta non sono separate: la pratica è la manifestazione concreta e ininterrotta dell'illuminazione. Chi realizza la vera realtà non abbandona la zattera; proprio allora comincia la pratica autentica, libera da scopi e da attese di guadagno spirituale.

La polemica fu in buona parte unilaterale: Dahui accusava il «silenzio» di scivolare nella quiete inerte, mentre i due maestri mantennero rapporti di stima reciproca. Le loro posizioni andrebbero lette meno come scuole chiuse e più come due accentuazioni di una stessa tradizione.

Il paradosso della pratica, il superamento dell'io e il non-dualismo

La riflessione chán sulla pratica svela un paradosso che sorge inevitabilmente quando a meditare è chi non è ancora illuminato. Se l'esercizio è mosso dal desiderio di un beneficio personale — la calma psicofisica, poteri straordinari o l'illuminazione stessa — la meditazione cade in una trappola sottile. Diventa una forma di egoismo spirituale che, anziché dissolvere l'identità individuale, la rafforza.

Per sciogliere questa aporia si può distinguere tra una meditazione propedeutica e una meditazione autentica. La prima, praticata da chi è ancora prigioniero delle proprie attese, è inevitabile ma carica di insidie. La seconda comincia soltanto quando l'io «cade», cioè quando svanisce l'illusione di un soggetto che agisce e consegue. La distinzione si chiarisce alla luce di tre cardini dottrinali: l'assenza di un sé autonomo e permanente (anātman), l'impermanenza (anitya) e la produzione condizionata (pratītyasamutpāda). Se l'individuo non ha un'essenza sostanziale ma è un flusso di aggregati interdipendenti, concepire la meditazione come una via di salvezza privata è un errore di prospettiva.

Lo scarto emerge con nettezza nel confronto tra due ideali. L'arhat delle scuole antiche persegue la propria liberazione dal ciclo delle rinascite. Il bodhisattva del Mahāyāna fonda la propria esistenza su due pilastri inseparabili: la saggezza (prajñā), che penetra la vacuità di ogni fenomeno, e la compassione (karuṇā). Egli rinuncia a entrare definitivamente nel nirvāṇa per restare nel mondo e cooperare alla liberazione di tutti gli esseri, e così l'ascesi si trasforma da ricerca solitaria in atto radicalmente altruistico.

Il culmine di questo orizzonte è il principio della non-dualità (advaya): la realtà ultima non si lascia scomporre in coppie di opposti come puro e impuro, saṃsāra e nirvāṇa, soggetto e oggetto. La scuola Madhyamaka di Nāgārjuna ne diede la formulazione filosofica; il Vimalakīrti Nirdeśa ne offrì l’immagine più celebre. Nel nono capitolo del sūtra alcuni bodhisattva spiegano a turno come si entra nella «porta del non-due», e Mañjuśrī conclude che essa sta al di là di ogni parola. Quando chiede a Vimalakīrti la sua risposta, questi tace: il suo silenzio mostra che la non-dualità non si può spiegare, ma solo realizzare. Il chán giudica il pensiero discorsivo, con le sue opposizioni binarie e il principio di non contraddizione, inadatto a cogliere la natura ultima del reale. Per alludere all'esperienza non-duale i maestri ricorrono a formule volutamente paradossali: le polarità «non sono due, ma neppure una», «non sono uguali, ma neppure diverse». Applicata al rapporto tra pratica e illuminazione, questa dialettica impedisce sia di separarle in un nesso causale nel tempo, sia di appiattirle in un'identità indistinta. Ciò che si chiede è un'intuizione diretta, che oltrepassi le categorie dell'intelletto.

Immanenza del chán e mistica occidentale

Un confronto tra la via del chán e le tradizioni occidentali rivela analogie formali suggestive, ma anche una divergenza ontologica di fondo. Sul piano formale, il chán risuona con alcune correnti della mistica speculativa europea e con l'idea greca, e in particolare platonica, della filosofia come farmaco e cura dell'anima. In entrambi i casi affiora l'idea di una perfezione originaria dimenticata, da ritrovare attraverso un cammino di purificazione o di anamnesi.

La scissione decisiva riguarda però la polarità tra trascendenza e immanenza. La teologia e gran parte della mistica occidentale presuppongono un io consistente, che entra in relazione, in tensione o in unione con un Dio trascendente, personale o comunque altro dal soggetto. Il chán propone invece un percorso rigorosamente immanente: non c'è un Dio esterno da cercare o da invocare, perché la natura di Buddha è già interamente presente nell'individuo e coincide con la realtà ultima di ogni fenomeno.

La distinzione va tuttavia maneggiata con cautela. La mistica apofatica — da Dionigi l'Areopagita a Meister Eckhart, che parla di un «distacco» in cui l'anima si svuota di sé e di un «fondo» comune all'anima e a Dio — tende anch'essa a dissolvere l'io e a superare la dualità tra creatura e Creatore. Proprio per questo Eckhart è stato l'interlocutore privilegiato del dialogo con lo zen, da D.T. Suzuki alla Scuola di Kyōto. Resta però una differenza: nella mistica cristiana lo svuotamento è risposta alla grazia di un Dio che rimane, in ultima istanza, l'Altro.

Da qui discende un'opposta concezione della soggettività. Il pensiero occidentale ha orientato a lungo la propria etica e la propria psicologia verso la conoscenza e il consolidamento del sé, compendiati nel precetto delfico «conosci te stesso». Il chán esige invece la decostruzione dell'ego. Il suo fine non è un soggetto risanato da contrapporre al mondo o alla divinità, ma la comprensione che l'io è un'architettura illusoria, prodotta dal continuo aggregarsi e disgregarsi di fattori condizionati. La meditazione non è dunque uno strumento per affermare o proteggere l'identità personale. È l'esperienza immediata dell'immanenza, della vacuità e dell'interdipendenza di tutto ciò che esiste.

- Rev. Dr. Luca Vona

Simone e Giuda. «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi?»

Il 28 ottobre anglicani, cattolici, luterani e veterocattolici celebrano gli apostoli Simone lo Zelota e Giuda Taddeo: ultimi nelle liste, come operai dell’ultima ora, testimoniarono il Vangelo fino al martirio.

Simone e Giuda appaiono agli ultimi posti nelle liste degli apostoli e per questo assomigliano agli operai chiamati all'ultima ora, che hanno tuttavia portato a termine la loro missione di testimoni del vangelo fino al martirio. Ma, come spesso capita nella storia della salvezza testimoniata dalle Scritture, è proprio agli ultimi e ai più marginali fra gli uomini che Dio sceglie di rivelarsi. 

San Simone

Simone, da Luca soprannominato Zelota (Lc 6, 15; At 1, 13), forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli Zeloti, che utilizzava anche la violenza come pratica politica, da Matteo e Marco è chiamato Cananeo (Mt 10, 4; Mc 3, 18).

San Giuda "Taddeo"

Giuda è detto Taddeo (Mt 10, 3; Mc 3, 18) o Giuda di Giacomo (Lc 16, 16; At 1, 13). Nell’ultima cena rivolse a Gesù la domanda: «Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gesù gli rispose che l’autentica manifestazione di Dio è riservata a chi lo ama e osserva la sua parola: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Una lettera del Nuovo Testamento porta il suo nome.

La loro festa il 28 ottobre è ricordata dal calendario geronimiano (sec. VI). In questo stesso giorno si celebra a Roma fin dal sec. IX.

Tracce di lettura

«Simone, l'uomo che è la pietra, Matteo il pubblicano, Simone lo zelota, zelante nel cercare il diritto e la legge contro l'oppressione pagana, Giovanni, che Gesù aveva caro e che si appoggiò al suo petto, e gli altri, dei quali abbiamo solo il nome, e infine Giuda Iscariota, che lo tradì: nessuna ragione al mondo avrebbe potuto collegare questi uomini alla stessa opera al di fuori della chiamata di Gesù. Qui fu superata ogni precedente divisione e fu fondata la nuova, salda comunità in Gesù».

- D. Bonhoeffer, Sequela

Fermati 1 minuto. Li chiamò apostoli

Lettura

Lc 6,12-19

12 In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: 14 Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16 Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore. 17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti.

Sintesi

Gesù sceglie gli apostoli dopo una notte di preghiera e li chiama per nome: non privilegiati ma inviati a servire, diversi ma uniti dal suo amore, per portare il Vangelo fino ai confini della terra.

Commento

Gesù scelse come apostoli chi volle, ma non scelse arbitrariamente, né superficialmente. Scelse dopo aver a lungo pregato, tutta la notte. L'evangelista Luca presenta spesso Gesù in preghiera prima dei momenti importanti della sua vita. 

La Chiesa nasce dopo quella notte di preghiera di Gesù e mediante la nostra preghiera può crescere e prosperare. I Dodici ricevono una missione nella missione; non uno status di privilegiati, ma una speciale chiamata a servire con maggiore sollecitudine. Questo sarà il senso di un'altra chiamata da parte di Gesù, poco prima della sua passione: "Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti»" (Mc 10,42-43).

Gesù sceglie i suoi chiamandoli per nome. L'evangelista non aggiunge alcuna loro descrizione; ma il chiamare per nome è certamente testimonianza del fatto che egli si rivolse alla persona nelle sue qualità distintive, i suoi pregi e le sue debolezze, così come nelle differenze, spesso enormi, che incorrevano tra i chiamati. 

Diversi, ma tutti tenuti insieme, ad eccezione di Giuda "il traditore", dall'amore di Cristo. Il chiamare per nome, fin dalla Genesi - quando Dio invita Adamo a dare un nome a ogni creatura - indica l'autorità su di essi e un'intima relazione spirituale. Gesù li chiamò "apostoli", ovvero "inviati", perché erano destinati non a creare delle scuole rabbiniche o filosofiche ma a predicare il vangelo a tutte le nazioni. 

Dopo essere salito al monte per attirare a sé gli apostoli Gesù discende subito "in un luogo pianeggiante" (v. 17) e in questo abbassamento si fa loro maestro, non temendo di toccare e di farsi toccare dalle moltitudini bisognose di salvezza e di guarigione.

Eppure questo loro compito non inizierà prima di avere accompagnato Gesù nella sua missione terrena ed essere stati confermati dal Risorto. Allora diventeranno capaci di portare l'annuncio della grazia fino agli estremi confini della terra.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, tu ci chiami per nome per salvarci e farci annunciatori della salvezza. Concedici di ricercare sempre la volontà del Padre nella preghiera fervente e prolungata. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 25 ottobre 2026

Il nostro combattimento non è contro carne e sangue

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

Concedi, ti supplichiamo Dio misericordioso, ai tuoi fedeli, pace e perdono, affinché possano essere purificati da ogni peccato e servirti con mente serena. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 6,10-20; Gv 4,46-54

Sintesi

Rivestiamo contro il maligno l’armatura di Dio: fede, verità, Parola e preghiera. Come il funzionario regio, impariamo a riconoscere con gratitudine l’opera di Dio nella nostra vita.

Commento

"Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza" (Ef 6,10), afferma l'apostolo Paolo. Se cerchiamo di farci forti in noi stessi, o nel nostro prossimo, cadiamo. Se cerchiamo la forza nel Signore, restiamo saldi e non abbiamo nulla da temere, perché l'Onnipotente si prende cura di noi.

La nostra lotta non è soltanto contro la nostra umanità decaduta e vulnerabile, non è soltanto una battaglia contro le insidie che provengono da dentro e fuori di noi. "Il nostro combattimento non è contro carne e sangue" (Ef 6,12). Paolo parla di una battaglia contro forze spirituali, "contro le insidie del diavolo" (Ef 6,11) e "contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti" (Ef 6,12). 

Queste parole sottolineano il carattere spirituale della nostra battaglia, ma anche la compresenza, nello stesso campo, nella stessa Chiesa, delle forze del bene e del male: fino alla fine dei tempi, il grano e la zizzania cresceranno insieme (Mt 13,30), gli angeli ci assisteranno nella lotta come assistettero Cristo nel deserto e nell'orto degli ulivi, ma gli uccelli rapaci, i demoni, cercheranno di rubare il buon seme - la parola di Dio - che è stato seminato in noi (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15).

Per vincere contro le potenze malvagie dobbiamo rivestire "L'intera armatura di Dio" (Ef 6,13). Quali sono dunque queste difese per una lotta che non è semplicemente contro l'uomo carnale, come troppo ha insistito un certo moralismo, riducendo l'etica cristiana a un'etica della purezza sessuale? Queste armi, l'Apostolo, le elenca una ad una: verità e giustizia (Ef 6,14), pace (Ef 6,15); ma, soprattutto, lo scudo della fede, "con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef, 6,16). 

Perché la tentazione, quando colpisce una coscienza disarmata, non solo la ferisce procurando una grave emorragia, ma scatena un incendio che divampa, cercando di contagiare e consumare tutto intorno. Paolo invita anche a rivestire il nostro capo con "l'elmo della salvezza" e a impugnare "la spada dello Spirito che è la parola di Dio" (Ef 6,17). La meditazione della parola di Dio protegge la nostra mente dai pensieri di sconforto, ricordandoci che Dio ci ha salvato e che egli è fedele alle sue promesse.

L'Apostolo ci esorta a perseverare "pregando in ogni tempo con ogni sorta di preghiera e di supplica" (Ef 6,18) - vegliando a questo scopo. Parole simili a quelle di Gesù nel Getsemani: "vegliate e pregate per non cadere in tentazione" (Mt 26,41); e a quelle di Pietro nella sua Prima lettera: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede" (1Pt 5,8-9). 

Siamo esortati anche a intercedere per i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede: "pregando... per tutti i santi" (Ef 6,18), cioè per tutti coloro che sono stati santificati dallo Spirito di Dio. La lotta, l'ascesi, è lotta individuale, a tu per tu contro il maligno; ma il cristiano non è un'entità a se stante; siamo tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il Corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta di un altro e forse di molti; la vittoria di uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere.

Nella guarigione del figlio di un funzionario regio, narrata da Giovanni nel suo Vangelo, assistiamo a un miracolo di Gesù in favore di un uomo di alto rango, la cui fede lo porta, però, a sottomettersi alla regalità del Messia. Potrebbe trattarsi di un ufficiale civile o militare, giudeo o romano. Gesù lo riprende, dicendo che la fede non dovrebbe dipendere dai miracoli: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (Gv 4,48). Ma Gesù lo esaudisce, dimostrando che la sua parola è in grado di strappare al potere della morte.

Il funzionario regio riconosce l'intervento di Dio facendo memoria degli eventi e scandagliandoli alla luce della fede e della ragione. I miracoli non sono necessari alla fede, ma se proprio vogliamo chiederli dobbiamo essere in grado di riconoscerli per mostrare a Dio la nostra gratitudine: "Allora il padre riconobbe che era proprio in quell'ora in cui Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive»; e credette lui con tutta la sua casa” (Gv 4,53). Il vangelo ci esorta a vivere con consapevolezza, con gli occhi ben aperti di fronte a quanto Dio compie nelle nostre vite.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 20 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. L'amministratore fedele e saggio

Lettura

Luca 12,39-48

39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». 41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Sintesi

Gesù chiede un’attesa operosa: i doni ricevuti vanno condivisi. Il ritardo del padrone è tempo di misericordia; il servo fedele riceve più responsabilità, perché c’è più gioia nel dare.

Commento

Tenersi pronti, ma in maniera operosa. Questo il senso dell'ammonizione di Gesù. A chi sono rivolte le sue parole? A noi, suoi servi, che abbiamo ricevuto ogni bene da lui, ma non per trattenerlo, quanto per amministrarlo e condividerlo con gli altri servi. 

L'attesa diventa allora un tendere all'altro da sé, un tempo di sollecitudine verso il nostro prossimo. Il servo fedele sarà beato e verrà chiamato a regnare con Cristo.

Il "ritardo del padrone" (v. 45) indica il mutare delle aspettative dei primi cristiani riguardo la venuta imminente di Gesù. Luca si serve della copia di termini greci pais e paidiske, servi e serve, non trascurando l'elemento femminile presente nella comunità cristiana. Luca diffida i suoi lettori dall'interpretare in maniera erronea questo ritardo, che rappresenta il tempo della paziente misericordia del Signore.

La ricompensa del Signore per il servo fedele è un lavoro maggiore, una maggiore responsabilità (v. 44). Infatti, chi è il più grande tra i discepoli si farà servitore (Mc 10,43): è in questa capacità di donarsi che si trova la vera beatitudine, perché "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35).

Il servo che attende irresponsabilmente il ritardo del padrone sarà sorpreso come da un ladro nella notte e verrà spogliato di ogni bene: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29). Ciascuno dovrà rendere conto a Dio in proporzione ai doni ricevuti (v. 48).

Gesù invita ogni discepolo a esercitare una speranza operosa, nel riconoscimento delle potenzialità che ogni vita, visitata dalla grazia, racchiude in sé. Ciascuno è chiamato a interrogare la propria coscienza, per ricercare nella quotidianità la volontà di Dio, Signore del tempo, e per offrire una risposta generosa verso di lui e verso l'umanità.

Preghiera

Noi invochiamo il tuo ritorno, Signore, ti attendiamo come la sentinella attende l'aurora. Il tuo Spirito ci renda operosi nella tua vigna, nella consapevolezza che sei esigente con gli amministratori dei tuoi beni.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 19 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Un'attesa laboriosa

Lettura

Luca 12,35-38

35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!

Sintesi

In attesa del suo ritorno, Gesù chiede vesti cinte e lampade accese: operosità, vigilanza e fede. Ogni giorno bussa alla nostra porta: sta a noi aprirgli subito. Lui, il Signore, si fa nostro servo.

Commento

Parlando della fine dei tempi e del ritorno di Gesù, Luca sottolinea per i suoi lettori l'importanza di seguire fedelmente le sue istruzioni nel periodo che precede la parusìa (il suo ritorno glorioso).

Essendo le vesti degli ebrei molto ampie, quando si mettevano in viaggio, lavoravano o andavano in guerra, usavano portare cinture per muoversi più liberamente. La cintura ai fianchi (v. 35) diventa così simbolo dell'operosità del discepolo di Gesù. 

La veste stretta ai fianchi era anche l'abbigliamento prescritto per la cena pasquale, in previsione dell'esodo nel deserto, verso il quale il popolo di Dio stava per partire (Es 12,11). Non a caso Gesù pronuncia queste parole nell'imminenza della sua passione, dopo aver indurito il suo volto per camminare verso Gerusalemme (Lc 9,51). Siamo chiamati anche noi ad attraversare il deserto delle prove che attendono ogni credente in questa vita, ad essere associati all'evento pasquale rappresentato dalla passione di Cristo, perchè «certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo» (2 Tim 2,11-12).

Le vesti cinte ai fianchi ci consentono di procedere speditamente, senza sostare nelle nostre fragili sicurezze, e ci impediscono di inciampare nel peccato. Mediante la fede possiamo così superare gli intralci delle nostre barriere mentali.

Le lampade accese rappresentano l'essere in vigile attesa, mediante la fede e la custodia del cuore. Attendere svegli, nelle notti della prova, costa fatica; occorre pazienza, per evitare l'intorpidimento.

Gesù bussa alla nostra porta ogni giorno («Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me»; Ap 3,20) e ogni giorno va da noi accolto con gratitudine, stupore e un'esistenza laboriosa. Il tempo dell'attesa diventa così tempo fecondo e gravido di speranza.

Le parole di Gesù evidenziano la nostra responsabilità personale nell'accoglierlo o nel rifiutarlo. Non è lui ad aprire la porta, ma il servo stesso sceglie se aprirgli o rifiutarlo, quand'egli arriva e bussa. Siamo chiamati ad aprire «subito» (v. 36) al Signore quando viene a visitarci, nel corso della nostra vita o al momento della nostra morte.

Gesù annuncia una beatitudine per coloro che lo troveranno svegli al suo ritorno (v. 37). Il padrone che si cinge le vesti è immagine di Dio che si fa servo dell'uomo (cfr. Lc 22,27; Gv 13,1-20; Fil 2,6-8; Ap 19,9). Gesù afferma che «il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Mt 20,28). Ma quando tornerà troverà la fede sulla terra? (Lc 18,8).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 18 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Solo l'amore resta

Lettura

Luca 12,13-21

13 Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». 14 Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15 E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 16 Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17 Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18 E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20 Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21 Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Sintesi

Gesù rifiuta di arbitrare dispute terrene e condanna la cupidigia: il ricco della parabola, chiuso in sé, accumula beni ma non si arricchisce davanti a Dio. Liberati dall’avidità, i beni servono all’amore.

Commento

Essendo considerato un "maestro" Gesù è chiamato a dirimere non solo questioni religiose, ma anche civili. Egli rifiuta questo ruolo, non perché non abbia il potere di giudicare ma perché rifiuta di essere arbitro di dispute meramente terrene. 

Gesù va alla radice del problema condannado la cupidigia e presentando una parabola. Il protagonista di quest'ultima è un uomo il cui lavoro è stato benedetto da Dio con un abbondante raccolto. Il suo desiderio è un po' quello che abbiamo tutti: godersi il prorpio benessere con una vita gioiosa e tranquilla. Ciò che gli viene rimproverato non è il modo in cui si è arricchito, del tutto onesto, ma la totale assenza di Dio e dei bisogni del prossimo dalla sua prospettiva esistenziale. 

Ogni interesse dell'uomo della parabola è rivolto a sé e ai suoi beni; ha accumulato ricchezze in terra ma non è arricchito davanti a Dio. La povertà della sua vita interiore, incapace di innalzare uno sguardo di gratitudine al cielo e di gioire nella condivisione della sua ricchezza materiale, sarà palesata dal sopraggiungere improvviso della morte, che lo separerà definitivamente da quanto ha accumulato nel granaio. 

Gesù condanna ogni forma di cupidigia «perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (v. 15). L'uomo descritto da Gesù fa dipendere la propria sicurezza e felicità dalle ricchezze terrene, ne diventa schiavo, incapace di arricchirle di senso nella condivisione. Ma la carità necessita di un "altro" come destinatario del proprio amore, mentre l'uomo arricchito è chiuso in un monologo con se stesso. Di lui possiamo dire con il salmista: "come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga" (Sal 39,7). 

I nostri beni, di qualsiasi natura, possono diventare una barriera verso Dio e verso il prossimo, ma liberati dalla nostra cupidigia possono essere messi al servizio di ciò che è forte come la morte (Ct 8,6): l'amore.

Preghiera

Il tuo Spirito, Signore, riempia i nostri cuori di gratitudine per i beni che ci elargisci e ci renda generosi nel condividerli con il nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

La seconda freccia. Il buddhismo e la trasformazione della sofferenza

Dukkha, filtri mentali e interdipendenza nella prospettiva buddhista

Ogni essere vivente condivide una dinamica elementare: tende verso ciò che è piacevole e rifugge ciò che è doloroso. La psicologia buddhista descrive questo meccanismo con precisione quasi analitica. Dal contatto (phassa) tra un organo di senso, mente inclusa, e il suo oggetto sorge una tonalità affettiva (vedanā) piacevole, spiacevole o neutra. Da essa scaturisce la sete (taṇhā), che ci spinge ad afferrare, respingere o ignorare. Visioni, suoni, ricordi, giudizi e proiezioni attivano questa catena in ogni istante. La vera questione non è se desiderare la felicità, perché tutti la desiderano, ma dove la cerchiamo e come comprendiamo l’origine del dolore.

Due paradigmi: guardare fuori o guardare dentro

Nell’esperienza quotidiana si confrontano due visioni del mondo. La prima, che potremmo chiamare illusione materialista, attribuisce il malessere soprattutto a cause esterne. È la casistica elencata dal Buddha nel primo discorso di Sarnath: soffrire perché non si ottiene ciò che si vuole, perché si è uniti a ciò che non si ama, perché ci si separa da ciò che si ama. Chi ragiona così attende che il mondo si conformi alle proprie aspettative. Ma tutto ciò che è condizionato è impermanente (anicca): ciò che inizia è destinato a finire, e inseguire la felicità all’esterno alimenta un ciclo inesauribile di insoddisfazione. Śāntideva, maestro indiano dell’VIII secolo, offre un’immagine celebre: non potremmo mai ricoprire di cuoio tutta la terra per non ferirci, ma basta proteggere le piante dei piedi. Allo stesso modo non possiamo controllare il mondo, ma possiamo trasformare la mente.

La visione spirituale rovescia la prospettiva: le cause primarie del benessere e del dolore risiedono nell’individuo. Non a caso il Dhammapada si apre affermando che tutti i fenomeni sono preceduti, guidati e plasmati dalla mente.

Dukkha: una diagnosi, non pessimismo

Le Quattro Nobili Verità ricalcano il modello della medicina indiana antica: sintomo, causa, guarigione, terapia. Riconoscere dukkha, termine che indica insoddisfazione e instabilità più che “dolore” in senso stretto, è il primo passo di una diagnosi: chiarire che cosa si vuole evitare e dove orientare le energie. La tradizione distingue tre forme di dukkha.

1. La sofferenza della sofferenza (dukkha-dukkhatā). È il dolore manifesto, riconoscibile da chiunque, articolabile su quattro livelli. Quello materiale riguarda la mancanza di beni primari, ma nelle società del benessere si presenta soprattutto come confusione tra desideri e reali necessità. Quello fisico è legato a malattia, invecchiamento e dolore corporeo. Quello sociale nasce dalle relazioni, quando ci rapportiamo all’immagine idealizzata che proiettiamo sull’altro anziché alla persona reale. Quello mentale (ansia, paura, tristezza, rancore) è il più profondo.

Il Sallatha Sutta offre qui una chiave decisiva. Chi viene colpito da una freccia spesso non si limita al dolore, ma ne aggiunge una seconda: lamento, avversione, rimuginio. La prima freccia è inevitabile; la seconda è opera nostra. Eppure la società cerca spesso rimedi nel posto sbagliato, come chi, in un noto aneddoto, cerca le chiavi perdute sotto il lampione solo perché lì c’è luce. Distrazione e accumulo nascondono il dolore sotto il tappeto senza risolverlo. Come quello fisico, anche il dolore mentale è un segnale d’allarme che indica una disarmonia nello stile di vita o nell’interpretazione della realtà: va indagato, non soffocato. Occorre inoltre abbandonare il vittimismo. «Il sé è il protettore del sé», ricorda il Dhammapada: le azioni altrui hanno una responsabilità reale, ma il modo in cui elaboriamo un evento nel presente dipende primariamente da noi.

2. La sofferenza del cambiamento (vipariṇāma-dukkhatā). Riguarda le esperienze piacevoli, che contengono il seme della delusione perché non possono durare. La tradizione elenca otto preoccupazioni mondane (lokadhamma): guadagno e perdita, fama e discredito, lode e biasimo, piacere e dolore. Beni materiali, riconoscimento e piaceri sensoriali danno appagamenti temporanei che richiedono dosi crescenti per la stessa gratificazione, ciò che la psicologia contemporanea chiama adattamento edonico. Cercarvi la felicità è come spruzzare profumo su qualcosa che emana cattivo odore, o vivere su un’altalena che oscilla tra euforia e caduta.

3. La sofferenza che tutto permea (saṅkhāra-dukkhatā). È la forma più sottile: deriva dal fatto che la nostra stessa percezione è condizionata da una mente non ancora purificata. Non si può fuggire da sé, perché ovunque andiamo portiamo con noi la mente. La realtà ci giunge attraverso sei filtri: il patrimonio genetico e la memoria ancestrale; le predisposizioni sedimentate dalle esperienze passate, che la tradizione chiama impronte karmiche (vāsanā); la cultura e le informazioni ricevute; le esperienze dei primi anni di vita; lo stato del corpo; il contesto ambientale. Quando questi filtri sono impregnati dei tre veleni, attaccamento (rāga), avversione (dveṣa) e ignoranza (moha), l’intera esperienza risulta distorta.

Gli antidoti e lo spazio interiore

Per dissolvere l’oscurità non serve combatterla: basta introdurre la luce. La pratica buddhista coltiva antidoti specifici per ogni afflizione, anzitutto i quattro “incommensurabili” (brahmavihāra): amore benevolo (mettā), compassione (karuṇā), gioia partecipe (muditā) ed equanimità (upekkhā), cui si affiancano gratitudine e stabilità.

Questa trasformazione passa per l’esplorazione dello spazio interiore, inteso come assenza di ostruzioni mentali ed emotive che lascia emergere consapevolezza e pace. La meditazione unisce due movimenti: la calma (śamatha), che riduce agitazione e stimoli, e la visione profonda (vipaśyanā), che osserva l’universo soggettivo di ricordi, proiezioni e sentimenti che condiziona il comportamento quotidiano. Osservati con attenzione, questi contenuti si rivelano processi transitori, non un sé fisso: è l’insegnamento del non-sé (anattā).

Interdipendenza: accettare il presente, creare il futuro

Il fondamento di questa visione è l’origine interdipendente (paṭicca-samuppāda), sintetizzata nella formula canonica: «essendo questo, quello è; sorgendo questo, quello sorge». Nulla esiste in modo autonomo: ogni evento scaturisce da una rete di cause e condizioni. La scuola cinese Huayan la raffigura come la rete di Indra, in cui ogni gemma riflette tutte le altre, mentre Nāgārjuna identifica l’interdipendenza con la vacuità (śūnyatā): le cose sono prive di esistenza indipendente proprio perché sorgono in relazione. Come una foglia cade esattamente nel punto determinato dal vento, dalla pressione atmosferica e dalla storia dell’albero, il momento presente è il risultato di tutto ciò che lo ha preceduto.

Da questa comprensione nascono due atteggiamenti. Il primo è l’accettazione profonda del presente: opporsi a ciò che già è significa scagliare la seconda freccia. Il secondo è la piena responsabilità verso il futuro, perché il presente è anche causa. È il vero senso del karma, che il Buddha definisce come intenzione (cetanā), non come destino: ogni azione, parola e pensiero intenzionale lascia un’impronta. Superando le reazioni impulsive, si può vivere il presente non come mera conseguenza del passato, ma come causa consapevole del futuro che desideriamo.

- Rev. Dr. Luca Vona

Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14

Sintesi

La parabola delle nozze annuncia il passaggio da Israele a tutti i popoli: la salvezza è offerta per grazia, ma ciascuno è chiamato ad accogliere Cristo e a rivestirsi della giustizia di Dio.

Commento

La parabola degli invitati a nozze riportata da Matteo si divide in due parti: la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", si riferisce al giudizio individuale, e non è presente negli altri Vangeli.

Troviamo un racconto analogo nel Vangelo di Luca: quello del "gran convito" (Lc 14,15-24), dove il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola assume in Matteo un maggiore significato messianico e prefigura le persecuzioni e gli oltraggi che non solo i profeti dell'Antico Testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, subiscono per il suo nome.

Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mandò i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico (Gerusalemme verrà distrutta dai romani pochi decenni dopo la morte di Gesù).  Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosè chiamando Israele "il tuo popolo" e non più "il mio popolo" (Es 32,7).

A questo punto della vicenda terrena di Gesù vi è un cambio di rotta decisivo, rappresentato dalle parole del re ai suoi servitori: "andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti.

A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,10). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data per grazia è chiaro nella descrizione dei nuovi invitati nel Vangelo di Luca: i "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" (Lc 14,21) rappresentano la nostra natura umana, segnata dalle ferite e dalla cecità del peccato, che ci impediscono di pervenire da soli alla salvezza.

Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11). L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo. Egli entra quando tutti gli invitati sono seduti a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente.

La fede necessaria per presentarsi al convito è simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati è sprovvisto. Era abitudine in Oriente che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana di accogliere il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.

Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: "Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli" (Is 61,10).

Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo nella condizione in cui si trovano e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), Paolo riconosce che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio" (Ef 1,6), del quale siamo chiamati a rivestirci.

- Rev. Dr. Luca Vona

           

giovedì 15 ottobre 2026

Teresa d'Avila e il castello interiore

Oggi le Chiese cattolica e anglicana ricordano Teresa d'Avila (1515-1582), riformatrice del Carmelo e Dottore della Chiesa. Le sue opere mistiche ne fanno una guida fondamentale della vita interiore.

Teresa de Cepeda y Ahumeda nacque nel 1515 ad Avila, in una famiglia della nobiltà spagnola. Donna di temperamento ardente, grande sognatrice, a vent'anni entrò nel Carmelo locale, affrontando la viva opposizione del padre. 

Trasferita ogni passione nella vita interiore, Teresa conobbe una profonda intimità con il Signore, ma conobbe anche l'aridità, la «notte dei sensi». A quarant'anni, grazie a quelle che descriverà nei suoi scritti come esperienze mistiche, essa trovò una certa stabilità spirituale, pur nella malferma salute del suo fisico, segnato in modo indelebile dalle precarie condizioni di vita dei monasteri del suo tempo. Sotto la guida di Francesco Borgia e Pietro di Alcántara, e poi di Giovanni della Croce, Teresa cominciò a fondare piccole comunità carmelitane in tutta la Spagna per consentire alle monache un'intensa vita di preghiera. È l'inizio della riforma del Carmelo, che coinvolgerà di lì a poco anche il ramo maschile.

Giunta a una profonda conoscenza di se stessa e della presenza di Dio nella propria anima, Teresa lasciò ai posteri, su indicazione del proprio padre spirituale, trattati sulla preghiera e sulla vita interiore che le hanno valso il titolo di dottore della chiesa, conferitole da Paolo VI nel 1970.

Teresa morì il 4 ottobre 1582, ma è ricordata il 15 perché proprio in quel giorno la chiesa d'occidente passò dal calendario giuliano a quello gregoriano.

Tracce di lettura

Possiamo considerare la nostra anima come un castello, fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi sono molte dimore, come molte ve ne sono in cielo. Alcune sono in alto, altre in basso, altre ancora laterali; e nel centro, al cuore di tutte, si trova la stanza più importante, dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l'anima.

Non dovete immaginarvi queste dimore una dopo l'altra, come un'infilata di stanze, ma fissate lo sguardo sul centro che è la stanza o il palazzo del Re. Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l'orazione e la meditazione.

Le cose dell'anima devono sempre esser considerate con larghezza, vastità e grandezza, senza paura di esagerare, perché l'anima è molto più capace di quanto possiamo immaginare e in tutte le sue parti si espande la luce del Sole che risiede nel mezzo.

(Teresa di Gesù, Castello interiore, Prime mansioni 1 e 2)

Teresa d'Avila (1515-1582)