CLICCA SULLA BARRA QUI SOTTO PER SFOGLIARE IL MENU
Menu
- Chi sono
- Un evangelicalismo ecumenico nel Deserto
- Gli eremiti metropolitani
- Nuovo monachesimo
- La pietra d'inciampo (Temi scomodi)
- Amici
- Documenti
- La Fraternità dei Veglianti
- L'Ordine di San Luca
- Il congregazionalismo
- L'Universalismo cristiano
- Dialogo interreligioso
- Commento ai Salmi
- Dizionario della Musica Anglicana
- Storia della musica liturgica
- Libri
Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto
Ministro della Christian Universalist Association
Ministro della Christian Universalist Association
lunedì 2 novembre 2026
Fermati 1 minuto. Tutto è pronto
domenica 1 novembre 2026
Memoria dei morti in Cristo
Fermati 1 minuto. La morte non ha l'ultima parola
Il perdono come frutto di giustizia
venerdì 30 ottobre 2026
Giovanni Colobos. L'umiltà di Dio alla radice dell'umiltà umana
Fermati 1 minuto. Trovati dalla grazia
Lettura
Luca 14,1-6
1 Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando, 2 quando si presentò davanti a lui un idropico. 3 Gesù prese a dire ai dottori della legge e ai farisei: «È lecito o no fare guarigioni in giorno di sabato?» Ma essi tacquero. 4 Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5 Poi disse loro: «Chi di voi, se gli cade nel pozzo un figlio o un bue, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?» 6 Ed essi non potevano risponder nulla in contrario.
Sintesi
Gesù guarisce un idropico di sabato, smascherando l'ipocrisia dei farisei: le prescrizioni religiose non devono prevalere sulla misericordia. Con un gesto di carità e parole semplici, mette a tacere i dottori della legge.
Commento
Gesù è invitato a casa di uno dei capi farisei per "prendere cibo", letteralmente "per prendere pane" (gr. arton). Il clima di austerità in cui si svolge il sabato ebraico è evidente dal fatto che non si tratta di un banchetto. I dottori della legge, ci dice Luca, "lo stavano osservando"; forse in attesa di qualche insegnamento o, forse, più malevolmente per coglierlo in errore su qualche cosa. E in effetti si presenta a Gesù un'occasione per rompere i loro schemi.
Si tratta di un idropico, un uomo il cui corpo è rigonfio a causa di una patologica ritenzione idrica. Forse un famigliare dei farisei. L'uomo non chiede nulla, né i suoi amici chiedono nulla per lui. Gesù è probabilmente meravigliato dall'umiltà dell'idropico e dall'insensibilità dei suoi amici, i quali conoscono i suoi poteri di guarigione ma non chiedono alcun intervento.
Così il Signore li interroga proprio sulla loro mancanza di misericordia, che li porta a porre la legge al di sopra della carità, quando invece dovrebbe essere al suo servizio. Questi uomini dotti rimangono senza parole, perché dovrebbero ammettere la propria ignoranza della legge o dovrebbero affermare qualcosa di inaccettabile.
La guarigione dall'idropisia era lenta e difficoltosa, ma Gesù prende quest'uomo per mano e gli ridona la salute all'istante (v. 4). L'idropico non ha cercato la grazia di Dio, ma è stato trovato dalla grazia e liberato immediatamente dal suo male. Con un'altra domanda Gesù si rivolge ai farisei sottolineandone la cura che mostrano, anche in giorno di sabato, per i propri affetti («un figlio» - anche se alcuni manoscritti riportano «un asino») e i propri affari («un bue»).
"Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli" (Sal 8,3) riconosce il salmista, parole che possiamo applicare a Gesù, il quale ha smontato i cavilli dei dottori della legge ("non potevano risponder nulla in contrario"; v. 6) con parole semplici e un efficace atto di misericordia.
Preghiera
Signore, che ci chiedi di non anteporre nulla al tuo amore e di trovarti nel nostro prossimo sofferente, donaci un cuore ricolmo della tua grazia, per accogliere e sanare a lode del tuo Nome. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
giovedì 29 ottobre 2026
James Hannington, protomartire anglicano in Uganda
Fermati 1 minuto. La maternità di Dio
Lettura
31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato". 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"»
Commento
L'avvertimento dei farisei a Gesù può essere interpretato come una effettiva volontà di metterlo in guardia dal pericolo di essere ucciso e, in questo caso, sarebbe l'unica nota positiva su di loro nel Vangelo di Luca; ma molti esegeti vedono nelle loro parole la volontà di allontanare Gesù dalla Galilea per mandarlo in Giudea, dove, realmente, avrebbe corso il pericolo di essere messo a morte dal sinedrio.
Quel che appare evidente è la risposta ferma di Gesù, che resta fedele nel portare a compimento la volontà di Dio, manifestando l'instaurazione del Regno attraverso esorcismi e guarigioni. Con la sua autorità profetica e messianica Gesù definisce Erode una volpe, animale che nell'Antico Testamento è associato alla devastazione della vigna del Signore, ma nella letteratura rabbinica, stante la sua limitata pericolosità, era utilizzata anche per simboleggiare una persona di scarso valore.
Gesù si ostina a proseguire nel suo cammino, rifiutando di far disegnare il suo itinerario dalla paura. Egli è mosso da amore per Geruslamme, che dopo aver rifiutato tanti profeti si appresta a metterlo a morte. Qui utilizza una immagine di grande originalità e bellezza nella letteratura biblica: quella di una chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali.
L'immagine dell'amore materno è ricorrente nella spiritualità cristiana. Sì, Dio è madre; e il suo amore, come quello di una madre, è sollecito, incondizionato. Spetta a noi farci trovare dalla sua grazia.
Preghiera
Infondi nei nostri cuori, Signore, il coraggio di desiderare quanto ci hai comandato e la grazia di portarlo a compimento. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
mercoledì 28 ottobre 2026
La meditazione chán dalle radici indiane al confronto con l'Occidente
Dalle origini indiane alla svolta mahāyāna
L'arrivo del buddhismo in Cina, avviatosi gradualmente attorno al I secolo d.C., fu uno dei più vasti processi di acculturazione e di rielaborazione filosofica nella storia dell'Asia orientale. Nelle sue prime fasi la trasmissione passò soprattutto attraverso la traduzione di testi delle scuole non mahāyāna — ciò che la polemica mahāyāna chiamò, con termine svalutativo, Hīnayāna, il «piccolo veicolo». In quell'orizzonte la meditazione aveva un impianto eminentemente terapeutico: l'essere umano appariva come un malato, dominato da brama, avversione e illusione, e l'esercizio mentale come una cura rigorosa, un'ascesi quasi drammatica volta a estirpare le infezioni dello spirito.
Emblematico è il Zuochan sanmei jing (坐禪三昧經, «Sūtra del samādhi della meditazione seduta»), compendio di manuali indiani e centroasiatici tradotto da Kumārajīva agli inizi del V secolo. Vi si prescrivono tecniche distinte secondo la «malattia» da curare: all'avidità si oppone la contemplazione dell'impuro, all'ira la benevolenza, alla confusione la riflessione sulla produzione condizionata, alla dispersione il conteggio del respiro. Contro il desiderio sensuale, ad esempio, il praticante doveva visualizzare il proprio corpo dalla pianta dei piedi ai capelli, scarnificarlo con l'immaginazione fino allo scheletro e contemplarne la disgregazione.
Questa visione, fondata sulla lotta contro le proprie inclinazioni, cambiò profondamente tra il V e il VI secolo, con la diffusione dei grandi sūtra mahāyāna. Il Vimalakīrti Nirdeśa, tradotto più volte e soprattutto da Kumārajīva (406), offrì il linguaggio della non-dualità; il Laṅkāvatāra Sūtra, tradotto da Guṇabhadra nel 443 e poi caro ai primi maestri chán, diede rilievo al tathāgatagarbha, il «grembo» o «embrione» dei Buddha presente in ogni essere. Da queste fonti, e dal trattato apocrifo Risveglio della fede nel Mahāyāna (VI secolo), la scolastica cinese ricavò la dottrina dell'illuminazione originaria (benjue, 本覺), in piena sintonia con l'interesse autoctono per la natura (xing) dell'uomo.
Le premesse ontologiche si rovesciano. L'essere umano non è più una creatura guasta, ma possiede fin dall'origine una natura già illuminata, pura e compiuta. Brame e inganni non intaccano la natura di Buddha: sono offuscamenti avventizi, frutto dell'inconsapevolezza e dell'oblio della propria condizione originaria.
Ne discende una nuova idea della meditazione. Essa smette di essere una battaglia contro se stessi e diventa un processo di acquietamento: lasciar decantare le sovrastrutture mentali, lasciare andare ogni attaccamento concettuale, rinunciare alla tensione ansiosa verso un traguardo. Quando il rumore della mente si placa, la natura di Buddha affiora da sé. Questo sedere quieto, che lascia emergere il fondo luminoso della mente, diventerà l'asse portante del chán cinese e del successivo zen giapponese.
Kanhua chan e mozhao chan: Linji e Caodong in epoca Song
La storia del chán attraversa profonde trasformazioni istituzionali e dottrinali. Sotto i Tang (618–907) il movimento conobbe un'epoca di straordinaria creatività: molteplici lignaggi e maestri coesistevano, e fiorivano interpretazioni eterogenee, talvolta radicali, della pratica. Sotto i Song (960–1279) il panorama si stabilizzò e si codificò. Delle «cinque case» del chán tardo-Tang, solo due giunsero vitali al periodo Song maturo e furono trasmesse in Giappone: la scuola Linji (giapp. Rinzai) e la scuola Caodong (giapp. Sōtō).
Pur riconoscendo la centralità della meditazione, molti maestri temevano che l'assiduità formale degenerasse in esercizio meccanico o in una sottile prigione dell'io. Da questa tensione nacque, nel XII secolo, la controversia tra il kanhua chan (看話禪) di Linji e il mozhao chan (默照禪) di Caodong.
La scuola Linji, istituzionalmente dominante, trovò in Dahui Zonggao (1089–1163) il principale sostenitore del kanhua chan, lo «chán dell'osservazione della frase»: il praticante concentrava tutta l'attenzione sulla parola chiave (huatou) di un gong'an (giapp. kōan), un detto o un aneddoto irriducibile alla logica discorsiva. Il «grande dubbio» così suscitato portava l'intelletto alla saturazione, finché esso si spezzava in un risveglio improvviso (wu, giapp. satori). In questa prospettiva l'illuminazione è un evento puntuale, databile a un giorno e a un'ora. Il paradigma più citato, benché anteriore alla scuola Linji, è quello del maestro tang Xiangyan Zhixian, risvegliatosi al suono di un coccio che, mentre spazzava, colpì una canna di bambù. La meditazione resta qui uno strumento: è la zattera che si lascia una volta raggiunta l'altra sponda.
Sul versante opposto, la scuola Caodong, rinata nell'XI secolo dopo un lungo declino, elaborò con Hongzhi Zhengjue (1091–1157) la dottrina del mozhao chan, l'«illuminazione silenziosa». Per Hongzhi la meditazione non è un mezzo piegato a un risultato futuro, né un'ascesi che infrange l'illusione con un atto di forza. È un processo lento, continuo e senza termine, un silenzio in cui la natura illuminata risplende spontaneamente. Pratica e meta non sono separate: la pratica è la manifestazione concreta e ininterrotta dell'illuminazione. Chi realizza la vera realtà non abbandona la zattera; proprio allora comincia la pratica autentica, libera da scopi e da attese di guadagno spirituale.
La polemica fu in buona parte unilaterale: Dahui accusava il «silenzio» di scivolare nella quiete inerte, mentre i due maestri mantennero rapporti di stima reciproca. Le loro posizioni andrebbero lette meno come scuole chiuse e più come due accentuazioni di una stessa tradizione.
Il paradosso della pratica, il superamento dell'io e il non-dualismo
La riflessione chán sulla pratica svela un paradosso che sorge inevitabilmente quando a meditare è chi non è ancora illuminato. Se l'esercizio è mosso dal desiderio di un beneficio personale — la calma psicofisica, poteri straordinari o l'illuminazione stessa — la meditazione cade in una trappola sottile. Diventa una forma di egoismo spirituale che, anziché dissolvere l'identità individuale, la rafforza.
Per sciogliere questa aporia si può distinguere tra una meditazione propedeutica e una meditazione autentica. La prima, praticata da chi è ancora prigioniero delle proprie attese, è inevitabile ma carica di insidie. La seconda comincia soltanto quando l'io «cade», cioè quando svanisce l'illusione di un soggetto che agisce e consegue. La distinzione si chiarisce alla luce di tre cardini dottrinali: l'assenza di un sé autonomo e permanente (anātman), l'impermanenza (anitya) e la produzione condizionata (pratītyasamutpāda). Se l'individuo non ha un'essenza sostanziale ma è un flusso di aggregati interdipendenti, concepire la meditazione come una via di salvezza privata è un errore di prospettiva.
Lo scarto emerge con nettezza nel confronto tra due ideali. L'arhat delle scuole antiche persegue la propria liberazione dal ciclo delle rinascite. Il bodhisattva del Mahāyāna fonda la propria esistenza su due pilastri inseparabili: la saggezza (prajñā), che penetra la vacuità di ogni fenomeno, e la compassione (karuṇā). Egli rinuncia a entrare definitivamente nel nirvāṇa per restare nel mondo e cooperare alla liberazione di tutti gli esseri, e così l'ascesi si trasforma da ricerca solitaria in atto radicalmente altruistico.
Il culmine di questo orizzonte è il principio della non-dualità (advaya): la realtà ultima non si lascia scomporre in coppie di opposti come puro e impuro, saṃsāra e nirvāṇa, soggetto e oggetto. La scuola Madhyamaka di Nāgārjuna ne diede la formulazione filosofica; il Vimalakīrti Nirdeśa ne offrì l’immagine più celebre. Nel nono capitolo del sūtra alcuni bodhisattva spiegano a turno come si entra nella «porta del non-due», e Mañjuśrī conclude che essa sta al di là di ogni parola. Quando chiede a Vimalakīrti la sua risposta, questi tace: il suo silenzio mostra che la non-dualità non si può spiegare, ma solo realizzare. Il chán giudica il pensiero discorsivo, con le sue opposizioni binarie e il principio di non contraddizione, inadatto a cogliere la natura ultima del reale. Per alludere all'esperienza non-duale i maestri ricorrono a formule volutamente paradossali: le polarità «non sono due, ma neppure una», «non sono uguali, ma neppure diverse». Applicata al rapporto tra pratica e illuminazione, questa dialettica impedisce sia di separarle in un nesso causale nel tempo, sia di appiattirle in un'identità indistinta. Ciò che si chiede è un'intuizione diretta, che oltrepassi le categorie dell'intelletto.
Immanenza del chán e mistica occidentale
Un confronto tra la via del chán e le tradizioni occidentali rivela analogie formali suggestive, ma anche una divergenza ontologica di fondo. Sul piano formale, il chán risuona con alcune correnti della mistica speculativa europea e con l'idea greca, e in particolare platonica, della filosofia come farmaco e cura dell'anima. In entrambi i casi affiora l'idea di una perfezione originaria dimenticata, da ritrovare attraverso un cammino di purificazione o di anamnesi.
La scissione decisiva riguarda però la polarità tra trascendenza e immanenza. La teologia e gran parte della mistica occidentale presuppongono un io consistente, che entra in relazione, in tensione o in unione con un Dio trascendente, personale o comunque altro dal soggetto. Il chán propone invece un percorso rigorosamente immanente: non c'è un Dio esterno da cercare o da invocare, perché la natura di Buddha è già interamente presente nell'individuo e coincide con la realtà ultima di ogni fenomeno.
La distinzione va tuttavia maneggiata con cautela. La mistica apofatica — da Dionigi l'Areopagita a Meister Eckhart, che parla di un «distacco» in cui l'anima si svuota di sé e di un «fondo» comune all'anima e a Dio — tende anch'essa a dissolvere l'io e a superare la dualità tra creatura e Creatore. Proprio per questo Eckhart è stato l'interlocutore privilegiato del dialogo con lo zen, da D.T. Suzuki alla Scuola di Kyōto. Resta però una differenza: nella mistica cristiana lo svuotamento è risposta alla grazia di un Dio che rimane, in ultima istanza, l'Altro.
Da qui discende un'opposta concezione della soggettività. Il pensiero occidentale ha orientato a lungo la propria etica e la propria psicologia verso la conoscenza e il consolidamento del sé, compendiati nel precetto delfico «conosci te stesso». Il chán esige invece la decostruzione dell'ego. Il suo fine non è un soggetto risanato da contrapporre al mondo o alla divinità, ma la comprensione che l'io è un'architettura illusoria, prodotta dal continuo aggregarsi e disgregarsi di fattori condizionati. La meditazione non è dunque uno strumento per affermare o proteggere l'identità personale. È l'esperienza immediata dell'immanenza, della vacuità e dell'interdipendenza di tutto ciò che esiste.
- Rev. Dr. Luca Vona
Simone e Giuda. «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi?»
Fermati 1 minuto. Li chiamò apostoli
Lettura
Lc 6,12-19
12 In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: 14 Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16 Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore. 17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti.
Sintesi
Gesù sceglie gli apostoli dopo una notte di preghiera e li chiama per nome: non privilegiati ma inviati a servire, diversi ma uniti dal suo amore, per portare il Vangelo fino ai confini della terra.
Commento
Gesù scelse come apostoli chi volle, ma non scelse arbitrariamente, né superficialmente. Scelse dopo aver a lungo pregato, tutta la notte. L'evangelista Luca presenta spesso Gesù in preghiera prima dei momenti importanti della sua vita.
La Chiesa nasce dopo quella notte di preghiera di Gesù e mediante la nostra preghiera può crescere e prosperare. I Dodici ricevono una missione nella missione; non uno status di privilegiati, ma una speciale chiamata a servire con maggiore sollecitudine. Questo sarà il senso di un'altra chiamata da parte di Gesù, poco prima della sua passione: "Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti»" (Mc 10,42-43).
Gesù sceglie i suoi chiamandoli per nome. L'evangelista non aggiunge alcuna loro descrizione; ma il chiamare per nome è certamente testimonianza del fatto che egli si rivolse alla persona nelle sue qualità distintive, i suoi pregi e le sue debolezze, così come nelle differenze, spesso enormi, che incorrevano tra i chiamati.
Diversi, ma tutti tenuti insieme, ad eccezione di Giuda "il traditore", dall'amore di Cristo. Il chiamare per nome, fin dalla Genesi - quando Dio invita Adamo a dare un nome a ogni creatura - indica l'autorità su di essi e un'intima relazione spirituale. Gesù li chiamò "apostoli", ovvero "inviati", perché erano destinati non a creare delle scuole rabbiniche o filosofiche ma a predicare il vangelo a tutte le nazioni.
Dopo essere salito al monte per attirare a sé gli apostoli Gesù discende subito "in un luogo pianeggiante" (v. 17) e in questo abbassamento si fa loro maestro, non temendo di toccare e di farsi toccare dalle moltitudini bisognose di salvezza e di guarigione.
Eppure questo loro compito non inizierà prima di avere accompagnato Gesù nella sua missione terrena ed essere stati confermati dal Risorto. Allora diventeranno capaci di portare l'annuncio della grazia fino agli estremi confini della terra.
Preghiera
Signore Gesù Cristo, tu ci chiami per nome per salvarci e farci annunciatori della salvezza. Concedici di ricercare sempre la volontà del Padre nella preghiera fervente e prolungata. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
domenica 25 ottobre 2026
Il nostro combattimento non è contro carne e sangue
martedì 20 ottobre 2026
Fermati 1 minuto. L'amministratore fedele e saggio
Lettura
Luca 12,39-48
39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». 41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
Sintesi
Gesù chiede un’attesa operosa: i doni ricevuti vanno condivisi. Il ritardo del padrone è tempo di misericordia; il servo fedele riceve più responsabilità, perché c’è più gioia nel dare.
Commento
Tenersi pronti, ma in maniera operosa. Questo il senso dell'ammonizione di Gesù. A chi sono rivolte le sue parole? A noi, suoi servi, che abbiamo ricevuto ogni bene da lui, ma non per trattenerlo, quanto per amministrarlo e condividerlo con gli altri servi.
L'attesa diventa allora un tendere all'altro da sé, un tempo di sollecitudine verso il nostro prossimo. Il servo fedele sarà beato e verrà chiamato a regnare con Cristo.
Il "ritardo del padrone" (v. 45) indica il mutare delle aspettative dei primi cristiani riguardo la venuta imminente di Gesù. Luca si serve della copia di termini greci pais e paidiske, servi e serve, non trascurando l'elemento femminile presente nella comunità cristiana. Luca diffida i suoi lettori dall'interpretare in maniera erronea questo ritardo, che rappresenta il tempo della paziente misericordia del Signore.
La ricompensa del Signore per il servo fedele è un lavoro maggiore, una maggiore responsabilità (v. 44). Infatti, chi è il più grande tra i discepoli si farà servitore (Mc 10,43): è in questa capacità di donarsi che si trova la vera beatitudine, perché "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35).
Il servo che attende irresponsabilmente il ritardo del padrone sarà sorpreso come da un ladro nella notte e verrà spogliato di ogni bene: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29). Ciascuno dovrà rendere conto a Dio in proporzione ai doni ricevuti (v. 48).
Gesù invita ogni discepolo a esercitare una speranza operosa, nel riconoscimento delle potenzialità che ogni vita, visitata dalla grazia, racchiude in sé. Ciascuno è chiamato a interrogare la propria coscienza, per ricercare nella quotidianità la volontà di Dio, Signore del tempo, e per offrire una risposta generosa verso di lui e verso l'umanità.
Preghiera
Noi invochiamo il tuo ritorno, Signore, ti attendiamo come la sentinella attende l'aurora. Il tuo Spirito ci renda operosi nella tua vigna, nella consapevolezza che sei esigente con gli amministratori dei tuoi beni.
- Rev. Dr. Luca Vona
lunedì 19 ottobre 2026
Fermati 1 minuto. Un'attesa laboriosa
domenica 18 ottobre 2026
Fermati 1 minuto. Solo l'amore resta
La seconda freccia. Il buddhismo e la trasformazione della sofferenza
Dukkha, filtri mentali e interdipendenza nella prospettiva buddhista
Ogni essere vivente condivide una dinamica elementare: tende verso ciò che è piacevole e rifugge ciò che è doloroso. La psicologia buddhista descrive questo meccanismo con precisione quasi analitica. Dal contatto (phassa) tra un organo di senso, mente inclusa, e il suo oggetto sorge una tonalità affettiva (vedanā) piacevole, spiacevole o neutra. Da essa scaturisce la sete (taṇhā), che ci spinge ad afferrare, respingere o ignorare. Visioni, suoni, ricordi, giudizi e proiezioni attivano questa catena in ogni istante. La vera questione non è se desiderare la felicità, perché tutti la desiderano, ma dove la cerchiamo e come comprendiamo l’origine del dolore.
Due paradigmi: guardare fuori o guardare dentro
Nell’esperienza quotidiana si confrontano due visioni del mondo. La prima, che potremmo chiamare illusione materialista, attribuisce il malessere soprattutto a cause esterne. È la casistica elencata dal Buddha nel primo discorso di Sarnath: soffrire perché non si ottiene ciò che si vuole, perché si è uniti a ciò che non si ama, perché ci si separa da ciò che si ama. Chi ragiona così attende che il mondo si conformi alle proprie aspettative. Ma tutto ciò che è condizionato è impermanente (anicca): ciò che inizia è destinato a finire, e inseguire la felicità all’esterno alimenta un ciclo inesauribile di insoddisfazione. Śāntideva, maestro indiano dell’VIII secolo, offre un’immagine celebre: non potremmo mai ricoprire di cuoio tutta la terra per non ferirci, ma basta proteggere le piante dei piedi. Allo stesso modo non possiamo controllare il mondo, ma possiamo trasformare la mente.
La visione spirituale rovescia la prospettiva: le cause primarie del benessere e del dolore risiedono nell’individuo. Non a caso il Dhammapada si apre affermando che tutti i fenomeni sono preceduti, guidati e plasmati dalla mente.
Dukkha: una diagnosi, non pessimismo
Le Quattro Nobili Verità ricalcano il modello della medicina indiana antica: sintomo, causa, guarigione, terapia. Riconoscere dukkha, termine che indica insoddisfazione e instabilità più che “dolore” in senso stretto, è il primo passo di una diagnosi: chiarire che cosa si vuole evitare e dove orientare le energie. La tradizione distingue tre forme di dukkha.
1. La sofferenza della sofferenza (dukkha-dukkhatā). È il dolore manifesto, riconoscibile da chiunque, articolabile su quattro livelli. Quello materiale riguarda la mancanza di beni primari, ma nelle società del benessere si presenta soprattutto come confusione tra desideri e reali necessità. Quello fisico è legato a malattia, invecchiamento e dolore corporeo. Quello sociale nasce dalle relazioni, quando ci rapportiamo all’immagine idealizzata che proiettiamo sull’altro anziché alla persona reale. Quello mentale (ansia, paura, tristezza, rancore) è il più profondo.
Il Sallatha Sutta offre qui una chiave decisiva. Chi viene colpito da una freccia spesso non si limita al dolore, ma ne aggiunge una seconda: lamento, avversione, rimuginio. La prima freccia è inevitabile; la seconda è opera nostra. Eppure la società cerca spesso rimedi nel posto sbagliato, come chi, in un noto aneddoto, cerca le chiavi perdute sotto il lampione solo perché lì c’è luce. Distrazione e accumulo nascondono il dolore sotto il tappeto senza risolverlo. Come quello fisico, anche il dolore mentale è un segnale d’allarme che indica una disarmonia nello stile di vita o nell’interpretazione della realtà: va indagato, non soffocato. Occorre inoltre abbandonare il vittimismo. «Il sé è il protettore del sé», ricorda il Dhammapada: le azioni altrui hanno una responsabilità reale, ma il modo in cui elaboriamo un evento nel presente dipende primariamente da noi.
2. La sofferenza del cambiamento (vipariṇāma-dukkhatā). Riguarda le esperienze piacevoli, che contengono il seme della delusione perché non possono durare. La tradizione elenca otto preoccupazioni mondane (lokadhamma): guadagno e perdita, fama e discredito, lode e biasimo, piacere e dolore. Beni materiali, riconoscimento e piaceri sensoriali danno appagamenti temporanei che richiedono dosi crescenti per la stessa gratificazione, ciò che la psicologia contemporanea chiama adattamento edonico. Cercarvi la felicità è come spruzzare profumo su qualcosa che emana cattivo odore, o vivere su un’altalena che oscilla tra euforia e caduta.
3. La sofferenza che tutto permea (saṅkhāra-dukkhatā). È la forma più sottile: deriva dal fatto che la nostra stessa percezione è condizionata da una mente non ancora purificata. Non si può fuggire da sé, perché ovunque andiamo portiamo con noi la mente. La realtà ci giunge attraverso sei filtri: il patrimonio genetico e la memoria ancestrale; le predisposizioni sedimentate dalle esperienze passate, che la tradizione chiama impronte karmiche (vāsanā); la cultura e le informazioni ricevute; le esperienze dei primi anni di vita; lo stato del corpo; il contesto ambientale. Quando questi filtri sono impregnati dei tre veleni, attaccamento (rāga), avversione (dveṣa) e ignoranza (moha), l’intera esperienza risulta distorta.
Gli antidoti e lo spazio interiore
Per dissolvere l’oscurità non serve combatterla: basta introdurre la luce. La pratica buddhista coltiva antidoti specifici per ogni afflizione, anzitutto i quattro “incommensurabili” (brahmavihāra): amore benevolo (mettā), compassione (karuṇā), gioia partecipe (muditā) ed equanimità (upekkhā), cui si affiancano gratitudine e stabilità.
Questa trasformazione passa per l’esplorazione dello spazio interiore, inteso come assenza di ostruzioni mentali ed emotive che lascia emergere consapevolezza e pace. La meditazione unisce due movimenti: la calma (śamatha), che riduce agitazione e stimoli, e la visione profonda (vipaśyanā), che osserva l’universo soggettivo di ricordi, proiezioni e sentimenti che condiziona il comportamento quotidiano. Osservati con attenzione, questi contenuti si rivelano processi transitori, non un sé fisso: è l’insegnamento del non-sé (anattā).
Interdipendenza: accettare il presente, creare il futuro
Il fondamento di questa visione è l’origine interdipendente (paṭicca-samuppāda), sintetizzata nella formula canonica: «essendo questo, quello è; sorgendo questo, quello sorge». Nulla esiste in modo autonomo: ogni evento scaturisce da una rete di cause e condizioni. La scuola cinese Huayan la raffigura come la rete di Indra, in cui ogni gemma riflette tutte le altre, mentre Nāgārjuna identifica l’interdipendenza con la vacuità (śūnyatā): le cose sono prive di esistenza indipendente proprio perché sorgono in relazione. Come una foglia cade esattamente nel punto determinato dal vento, dalla pressione atmosferica e dalla storia dell’albero, il momento presente è il risultato di tutto ciò che lo ha preceduto.
Da questa comprensione nascono due atteggiamenti. Il primo è l’accettazione profonda del presente: opporsi a ciò che già è significa scagliare la seconda freccia. Il secondo è la piena responsabilità verso il futuro, perché il presente è anche causa. È il vero senso del karma, che il Buddha definisce come intenzione (cetanā), non come destino: ogni azione, parola e pensiero intenzionale lascia un’impronta. Superando le reazioni impulsive, si può vivere il presente non come mera conseguenza del passato, ma come causa consapevole del futuro che desideriamo.
- Rev. Dr. Luca Vona
Un tempo eravate tenebre
COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE
Colletta
O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Letture
Ef 5,15-21; Mt 22,1-14
Sintesi
La parabola delle nozze annuncia il passaggio da Israele a tutti i popoli: la salvezza è offerta per grazia, ma ciascuno è chiamato ad accogliere Cristo e a rivestirsi della giustizia di Dio.
Commento
La parabola degli invitati a nozze riportata da Matteo si divide in due parti: la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", si riferisce al giudizio individuale, e non è presente negli altri Vangeli.
Troviamo un racconto analogo nel Vangelo di Luca: quello del "gran convito" (Lc 14,15-24), dove il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola assume in Matteo un maggiore significato messianico e prefigura le persecuzioni e gli oltraggi che non solo i profeti dell'Antico Testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, subiscono per il suo nome.
Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mandò i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico (Gerusalemme verrà distrutta dai romani pochi decenni dopo la morte di Gesù). Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosè chiamando Israele "il tuo popolo" e non più "il mio popolo" (Es 32,7).
A questo punto della vicenda terrena di Gesù vi è un cambio di rotta decisivo, rappresentato dalle parole del re ai suoi servitori: "andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti.
A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,10). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data per grazia è chiaro nella descrizione dei nuovi invitati nel Vangelo di Luca: i "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" (Lc 14,21) rappresentano la nostra natura umana, segnata dalle ferite e dalla cecità del peccato, che ci impediscono di pervenire da soli alla salvezza.
Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11). L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo. Egli entra quando tutti gli invitati sono seduti a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente.
La fede necessaria per presentarsi al convito è simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati è sprovvisto. Era abitudine in Oriente che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana di accogliere il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.
Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: "Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli" (Is 61,10).
Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo nella condizione in cui si trovano e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), Paolo riconosce che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio" (Ef 1,6), del quale siamo chiamati a rivestirci.
- Rev. Dr. Luca Vona
giovedì 15 ottobre 2026
Teresa d'Avila e il castello interiore
Oggi le Chiese cattolica e anglicana ricordano Teresa d'Avila (1515-1582), riformatrice del Carmelo e Dottore della Chiesa. Le sue opere mistiche ne fanno una guida fondamentale della vita interiore.
Teresa de Cepeda y Ahumeda nacque nel 1515 ad Avila, in una famiglia della nobiltà spagnola. Donna di temperamento ardente, grande sognatrice, a vent'anni entrò nel Carmelo locale, affrontando la viva opposizione del padre.
Giunta a una profonda conoscenza di se stessa e della presenza di Dio nella propria anima, Teresa lasciò ai posteri, su indicazione del proprio padre spirituale, trattati sulla preghiera e sulla vita interiore che le hanno valso il titolo di dottore della chiesa, conferitole da Paolo VI nel 1970.
Teresa morì il 4 ottobre 1582, ma è ricordata il 15 perché proprio in quel giorno la chiesa d'occidente passò dal calendario giuliano a quello gregoriano.
Tracce di lettura
Possiamo considerare la nostra anima come un castello, fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi sono molte dimore, come molte ve ne sono in cielo. Alcune sono in alto, altre in basso, altre ancora laterali; e nel centro, al cuore di tutte, si trova la stanza più importante, dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l'anima.
Non dovete immaginarvi queste dimore una dopo l'altra, come un'infilata di stanze, ma fissate lo sguardo sul centro che è la stanza o il palazzo del Re. Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l'orazione e la meditazione.
Le cose dell'anima devono sempre esser considerate con larghezza, vastità e grandezza, senza paura di esagerare, perché l'anima è molto più capace di quanto possiamo immaginare e in tutte le sue parti si espande la luce del Sole che risiede nel mezzo.
(Teresa di Gesù, Castello interiore, Prime mansioni 1 e 2)
![]() |
| Teresa d'Avila (1515-1582) |


