Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

martedì 31 dicembre 2019

Madre di Dio. Dall'Inno Akathistos ai CCCP

1° Gennaio

Circoncisione, Santo Nome di Gesù,
Divina maternità di Maria

Nella primitiva liturgia romana in questo giorno veniva celebrata la memoria della nascita e della maternità divina di Maria, come testimonia la statio solenne di «Santa Maria ad martyres» del 1° gennaio.
Nell'oriente bizantino, invece, la Sinassi della santissima Madre di Dio viene celebrata all'indomani della solennità del Natale, il 26 dicembre.
Su influsso gallicano, e a seguito dell'introduzione da parte di papa Sergio nel corso del VII secolo di diverse festività mariane provenienti dall'oriente, alla memoria di Maria subentrò la festa della Circoncisione del Signore, volta a storicizzare la celebrazione del mistero dell'incarnazione attraverso la separazione simbolica dei momenti cruciali dell'economia salvifica del Verbo.
In epoca medievale, infine, per influsso di Beda il Venerabile, di Bernardo di Clairvaux e di Francesco di Assisi, si diffuse in occidente la devozione per il Nome di Gesù, che fu prescritta nel 1721 come festa obbligatoria per tutta la chiesa da celebrarsi la domenica tra il 1° gennaio e l'Epifania.
La compresenza di diversi influssi accolti e ordinati in un'unica solennità consente oggi alla chiesa d'occidente di sintetizzare nell'Ottava del Natale il significato fondamentale dell'incarnazione, che è la condiscendenza del Verbo, il quale volle assumere pienamente la nostra natura umana nascendo nella carne dalla vergine Maria e sottomettendosi alla Legge attraverso la circoncisione.
E mentre contempla l'abbassamento del Figlio, la chiesa glorifica il Nome di Gesù, che significa «il Signore salva», impostogli nel giorno della sua circoncisione, cogliendo così in pienezza il senso dell'incarnazione e volgendosi alla celebrazione dell'Epifania del Signore al popolo di Israele, alla chiesa e al mondo intero.

- Dal Martirologio ecumenico  della Comunità di Bose




L'Inno Akathistos

È uno tra i più famosi inni che la Chiesa Ortodossa dedica alla Theotokos (Genitrice di Dio). 
Akathistos si chiama per antonomasia quest'inno liturgico del secolo V, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti."Akathistos" non è il titolo originario, ma una rubrica:"a-kathistos" in greco significa "non-seduti", perché la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio.


INNO

PARTE NARRATIVA

1. Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal Cielo
per dir "Ave" alla Madre di Dio.
Al suo incorporeo saluto
vedendoti in Lei fatto uomo,
Signore,
in estasi stette,
acclamando la Madre così:

Ave, per Te la gioia risplende;
Ave, per Te il dolore s'estingue.
Ave, salvezza di Adamo caduto;
Ave, riscatto del pianto di Eva.
Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto;
Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.
Ave, in Te fu elevato il trono del Re;
Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene.
Ave, o stella che il Sole precorri;
Ave, o grembo del Dio che s'incarna.
Ave, per Te si rinnova il creato;
Ave, per Te il Creatore è bambino.
Ave, Sposa non sposata!

2. Ben sapeva Maria
d'esser Vergine sacra e così a Gabriele diceva:
«Il tuo singolare messaggio
all'anima mia incomprensibile appare:
da grembo di vergine
un parto predici, esclamando:
Alleluia!»

3. Desiderava la Vergine
di capire il mistero
e al nunzio divino chiedeva:
«Potrà il verginale mio seno
mai dare alla luce un bambino?
Dimmelo!»
E Quegli riverente
acclamandola disse così:

Ave, Tu guida al superno consiglio;
Ave, Tu prova d'arcano mistero.
Ave, Tu il primo prodigio di Cristo;
Ave, compendio di sue verità.
Ave, o scala celeste
che scese l'Eterno;
Ave, o ponte che porti gli uomini al cielo.
Ave, dai cori degli Angeli cantato portento;
Ave, dall'orde dei dèmoni esecrato flagello.
Ave, la Luce ineffabile hai dato;
Ave, Tu il «modo» a nessuno hai svelato.
Ave, la scienza dei dotti trascendi;
Ave, al cuor dei credenti risplendi.
Ave, Sposa non sposata!

4. La Virtù dell'Altissimo
adombrò e rese Madre
la Vergine ignara di nozze:
quel seno, fecondo dall'alto,
divenne qual campo ubertoso per tutti,
che vogliono coglier salvezza 
cantando così:
Alleluia!

5. Con in grembo il Signore
premurosa Maria
ascese e parlò a Elisabetta.
Il piccolo in seno alla madre
sentì il verginale saluto,
esultò,
e balzando di gioia
cantava alla Madre di Dio:

Ave, o tralcio di santo Germoglio;
Ave, o ramo di Frutto illibato.
Ave, coltivi il divino Cultore;
Ave, dai vita all'Autor della vita.
Ave, Tu campo che frutti ricchissime grazie;
Ave, Tu mensa che porti pienezza di doni.
Ave, un pascolo ameno Tu fai germogliare;
Ave, un pronto rifugio prepari ai fedeli.
Ave, di suppliche incenso gradito;
Ave, perdono soave del mondo.
Ave, clemenza di Dio verso l'uomo;
Ave, fiducia dell'uomo con Dio.
Ave, Sposa non sposata!

6. Con il cuore in tumulto 
fra pensieri contrari
il savio Giuseppe ondeggiava:
tutt'ora mirandoti intatta 
sospetta segreti sponsali, o illibata!
Quando Madre ti seppe
da Spirito Santo, esclamò:
Alleluia!

7. I pastori sentirono 
i concerti degli Angeli 
al Cristo disceso tra noi. 
Correndo a vedere il Pastore, 
lo mirano come agnellino innocente 
nutrirsi alla Vergine in seno, 
cui innalzano il canto: 

Ave, o Madre all'Agnello Pastore,
Ave, o recinto di gregge fedele.
Ave, difendi da fiere maligne,
Ave, Tu apri le porte del cielo.
Ave, per Te con la terra esultano i cieli,
Ave, per Te con i cieli tripudia la terra.
Ave, Tu sei degli Apostoli la voce perenne,
Ave, dei Martiri sei l'indomito ardire.
Ave, sostegno possente di fede,
Ave, vessillo splendente di grazia.
Ave, per Te fu spogliato l'inferno,
Ave, per Te ci vestimmo di gloria.
Ave, Vergine e Sposa!

8. Osservando la stella
che guidava all'Eterno, 
ne seguirono i Magi il fulgore. 
Fu loro sicura lucerna 
andando a cercare il Possente, 
il Signore. 
Al Dio irraggiungibile giunti, 
l'acclaman beati: 
Alleluia!

9. Contemplarono i Magi 
sulle braccia materne 
l'Artefice sommo dell'uomo. 
Sapendo ch'Egli era il Signore 
pur sotto l'aspetto di servo, 
premurosi gli porsero i doni, 
dicendo alla Madre beata:

Ave, o Madre dell'Astro perenne,
Ave, o aurora di mistico giorno.
Ave, fucine d'errori Tu spegni,
Ave, splendendo conduci al Dio vero.
Ave, l'odioso tiranno sbalzasti dal trono,
Ave, Tu il Cristo ci doni clemente Signore.
Ave, sei Tu che riscatti dai riti crudeli,
Ave, sei Tu che ci salvi dall'opre di fuoco.
Ave, Tu il culto distruggi del fuoco,
Ave, Tu estingui la fiamma dei vizi.
Ave, Tu guida di scienza ai credenti,
Ave, Tu gioia di tutte le genti.
Ave, Vergine e Sposa!

10. Banditori di Dio 
diventarono i Magi 
sulla via del ritorno. 
Compirono il tuo vaticinio 
e Te predicavano, o Cristo, 
a tutti, noncuranti d'Erode, 
lo stolto, incapace a cantare:
Alleluia!

11. Irradiando all'Egitto 
lo splendore del vero, 
dell'errore scacciasti la tenebra: 
ché gli idoli allora, o Signore, 
fiaccati da forza divina caddero; 
e gli uomini, salvi, 
acclamavan la Madre di Dio:

Ave, riscossa del genere umano,
Ave, disfatta del regno d'inferno.
Ave, Tu inganno ed errore calpesti,
Ave, degl'idoli sveli la frode.
Ave, Tu mare che inghiotti il gran Faraone,
Ave, Tu roccia che effondi le Acque di Vita.
Ave, colonna di fuoco che guidi nel buio,
Ave, riparo del mondo più ampio che nube.
Ave, datrice di manna celeste,
Ave, ministra di sante delizie.
Ave, Tu mistica terra promessa,
Ave, sorgente di latte e di miele.
Ave, Vergine e Sposa!

12. Stava già per lasciare 
questo mondo fallace 
Simeone, ispirato vegliardo. 
Qual pargolo a lui fosti dato, 
ma in Te riconobbe il Signore perfetto, 
e ammirando stupito 
l'eterna sapienza esclamò:
Alleluia!



PARTE TEMATICA


13. Di natura le leggi 
innovò il Creatore, 
apparendo tra noi, suoi figlioli: 
fiorito da grembo di Vergine, 
lo serba qual era da sempre, inviolato: 
e noi che ammiriamo il prodigio 
cantiamo alla Santa:

Ave, o fiore di vita illibata,
Ave, corona di casto contegno.
Ave, Tu mostri la sorte futura,
Ave, Tu sveli la vita degli Angeli.
Ave, magnifica pianta che nutri i fedeli,
Ave, bell'albero ombroso che tutti ripari.
Ave, Tu in grembo portasti la Guida agli erranti,
Ave, Tu desti alla luce Chi affranca gli schiavi.
Ave, Tu supplica al Giudice giusto,
Ave, perdono per tutti i traviati.
Ave, Tu veste ai nudati di grazia,
Ave, Amore che vinci ogni brama.
Ave, Vergine e Sposa!

14. Tale parto ammirando, 
ci stacchiamo dal mondo 
e al cielo volgiamo la mente. 
Apparve per questo fra noi, 
in umili umane sembianze l'Altissimo, 
per condurre alla vetta 
coloro che lieti lo acclamano: 
Alleluia!

15. Era tutto qui in terra, 
e di sé tutti i cieli 
riempiva il Dio Verbo infinito: 
non già uno scambio di luoghi, 
ma un dolce abbassarsi di Dio verso l'uomo 
fu nascer da Vergine, 
Madre che tutti acclamiamo:

Ave, Tu sede di Dio, l'Infinito,
Ave, Tu porta di sacro mistero.
Ave, dottrina insicura per gli empi,
Ave, dei pii certissimo vanto.
Ave, o trono più santo del trono cherubico,
Ave, o seggio più bello del seggio serafico.
Ave, o tu che congiungi opposte grandezze,
Ave, Tu che sei in una e Vergine e Madre.
Ave, per Te fu rimessa la colpa,
Ave, per Te il paradiso fu aperto.
Ave, o chiave del regno di Cristo,
Ave, speranza di eterni tesori.
Ave, Vergine e Sposa!

16. Si stupirono gli Angeli 
per l'evento sublime 
della tua Incarnazione divina: 
ché il Dio inaccessibile a tutti 
vedevano fatto accessibile, uomo, 
dimorare fra noi 
e da ognuno sentirsi acclamare:
Alleluia!

17. Gli oratori brillanti 
come pesci son muti 
per Te, Genitrice di Dio: 
del tutto incapaci di dire 
il modo in cui Vergine e Madre Tu sei. 
Ma noi che ammiriamo il mistero 
cantiamo con fede:

Ave, sacrario d'eterna Sapienza,
Ave, tesoro di sua Provvidenza.
Ave, Tu i dotti riveli ignoranti,
Ave, Tu ai retori imponi il silenzio.
Ave, per Te sono stolti sottili dottori,
Ave, per Te vengon meno autori di miti.
Ave, di tutti i sofisti disgreghi le trame,
Ave, Tu dei Pescatori riempi le reti.
Ave, ci innalzi da fonda ignoranza,
Ave, per tutti sei faro di scienza.
Ave, Tu barca di chi ama salvarsi,
Ave, Tu porto a chi salpa alla Vita.
Ave, Vergine e Sposa!

18. Per salvare il creato, 
il Signore del mondo, 
volentieri discese quaggiù. 
Qual Dio era nostro Pastore, 
ma volle apparire tra noi come Agnello: 
con l'umano attraeva gli umani, 
qual Dio l'acclamiamo: 
Alleluia!

19. Tu difesa di vergini, 
Madre Vergine sei, 
e di quanti ricorrono a Te: 
che tale ti fece il Signore 
di tutta la terra e del cielo, o illibata, 
abitando il tuo grembo 
e invitando noi tutti a cantare:

Ave, colonna di sacra purezza,
Ave, Tu porta d'eterna salvezza.
Ave, inizio di nuova progenie,
Ave, datrice di beni divini.
Ave, Tu vita hai ridato ai nati nell'onta,
Ave, hai reso saggezza ai privi di senno.
Ave, o Tu che annientasti il gran seduttore,
Ave, o Tu che dei casti ci doni l'autore.
Ave, Tu grembo di nozze divine,
Ave, che unisci i fedeli al Signore.
Ave, di vergini alma nutrice,
Ave, che l'anime porti allo Sposo.
Ave, Vergine e Sposa!
  

20. Cede invero ogni canto 
che presuma eguagliare 
le tue innumerevoli grazie. 
Se pure ti offrissimo inni 
per quanti granelli di sabbia, Signore, 
mai pari saremmo ai tuoi doni 
che desti a chi canta: 
Alleluia!

21. Come fiaccola ardente 
per che giace nell'ombre 
contempliamo la Vergine santa, 
che accese la luce divina 
e guida alla scienza di Dio tutti, 
splendendo alle menti 
e da ognuno è lodata col canto:

Ave, o raggio di Sole divino,
Ave, o fascio di Luce perenne.
Ave, rischiari qual lampo le menti,
Ave, qual tuono i nemici spaventi.
Ave, per noi sei la fonte dei sacri Misteri,
Ave, Tu sei la sorgente dell'Acque abbondanti.
Ave, in Te raffiguri l'antica piscina,
Ave, le macchie detergi dei nostri peccati.
Ave, o fonte che l'anime mondi,
Ave, o coppa che versi letizia.
Ave, o fragranza del crisma di Cristo,
Ave, Tu vita del sacro banchetto.
Ave, Vergine e Sposa!

22. Condonare volendo 
ogni debito antico, 
fra noi, il Redentore dell'uomo 
discese e abitò di persona: 
fra noi che avevamo perduto la grazia. 
Distrusse lo scritto del debito, 
e tutti l'acclamano:
Alleluia!

23. Inneggiando al tuo parto 
l'universo ti canta 
qual tempio vivente, o Regina! 
Ponendo in tuo grembo dimora 
Chi tutto in sua mano contiene, il Signore, 
tutta santa ti fece e gloriosa 
e ci insegna a lodarti:

Ave, o «tenda» del Verbo di Dio,
Ave, più grande del «Santo dei Santi».
Ave, Tu «Arca» da Spirito aurata,
Ave, «tesoro» inesausto di vita.
Ave, diadema prezioso dei santi sovrani,
Ave, dei pii sacerdoti Tu nobile vanto.
Ave, Tu sei per la Chiesa qual torre possente,
Ave, Tu sei per l'Impero qual forte muraglia.
Ave, per Te innalziamo trofei,
Ave, per Te cadon vinti i nemici.
Ave, Tu farmaco delle mie membra,
Ave, salvezza dell'anima mia.
Ave, Vergine e Sposa!

24. Grande ed inclita Madre,
Genitrice del sommo fra i Santi,
Santissimo Verbo,
or degnati accogliere il canto!
Preservaci da ogni sventura, tutti!
Dal castigo che incombe
Tu libera noi che gridiamo:
Alleluia!

lunedì 30 dicembre 2019

La tua Gloria è la nostra gioia


Come, a un tale tesoro, a tali dolcezze, a un così grande onore, possiamo preferire dei vani discorsi, delle ore vuote, dei divertimenti stupidi, delle fantasticherie senza oggetto?

        Augustine Guillerand (+1945), certosino


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La Grande Chartreuse, Grenoble, France

domenica 29 dicembre 2019

Thomas Becket. Poiché non siete del mondo, il mondo vi odia

Thomas Becket (1118-1170)

pastore e martire

Al termine dei vespri del 29 dicembre 1170, viene ucciso nella cattedrale di Canterbury l'arcivescovo Thomas Becket, primate della chiesa d'Inghilterra. Thomas era nato nel 1118 a Londra, da una famiglia normanna di mercanti. Dopo aver concluso brillanti studi di diritto a Londra e a Parigi, aveva rapidamente conquistato la considerazione del re d'Inghilterra Enrico II, fino ad essere nominato Cancelliere dello Scacchiere nel 1155. Amico fraterno del re, Becket fu per sette anni suo fedele servitore, condividendone fatiche e preoccupazioni di governo, sfarzo e spensieratezza di vita. Considerate le sue brillanti doti di amministratore e i problemi tra casa reale e alti prelati inglesi, il re volle nominarlo nel 1162 arcivescovo di Canterbury, nonostante la sua opposizione. Thomas si sentì allora chiamato a operare un profondo cambiamento nella propria vita per poter svolgere responsabilmente il gravoso ministero ricevuto. Cominciò così ad assumere l'abito e la morigeratezza dei monaci del tempo, e invitò i poveri a sedere alla sua mensa. Nella sua azione pastorale, Becket difese senza accettare compromessi l'autonomia della chiesa contro le ingerenze del re, e fu costretto per questo a un lungo esilio in Francia. Lasciato solo dai confratelli nell'episcopato, tiepidamente difeso da Roma e osteggiato dalla nobiltà, egli rientrò a Canterbury nel novembre del 1170 a seguito di una momentanea riconciliazione con il re. Pochi giorni dopo, essendosi rifiutato di revocare la scomunica contro i nemici della chiesa d'Inghilterra, questi lo fecero uccidere di spada davanti all'altare della sua cattedrale. Thomas Becket, pur avendo la possibilità di farlo, decise di non fuggire e accettò di perdere la vita.

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San Thomas Becket (1118-1170), particolare dal Reliquiario, Ashmolean Museum

Tracce di lettura

Qual è la ragione della morte di Thomas Becket? Se si guarda bene, egli morì per ciò che costituisce la causa dell'antagonismo tra il mondo e la chiesa. La chiesa è stabilita in tutti i paesi per rivolgersi a tutte le genti, ai grandi e ai piccoli, di ogni rango e ogni condizione. Per dirigere e in un certo senso intervenire con coscienza, e nel caso di miseria morale di quei prìncipi che il mondo adula fin dalla loro infanzia, anche per promulgare la legge e insegnare così la fede. Questo è il conflitto: il mondo non ama ricevere lezioni. I re d'Israele non amavano i profeti. La chiesa può arrivare a contrapporsi al mondo, a erigersi contro di esso come testimone. Questo fu il conflitto tra il mondo e Thomas Becket.
(J. H. Newman, Appunti per i sermoni )

Preghiera

O Dio,
che hai concesso a Tommaso Becket
di versare il sangue
per la giustizia e la libertà della tua chiesa,
combattendo la pacifica battaglia della fede,
secondo le regole del vangelo:
concedi anche a noi
di essere pronti
a perdere la vita per amore di Cristo
e a preferire all'onore di questo mondo
la gloria del tuo regno,
benedetto nei secoli dei secoli.


Eredi di Dio



COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA I DOMENICA DOPO IL NATALE


    Colletta

    Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse su di sé la nostra natura e nascesse in questo tempo dal grembo di una vergine; concedici di essere rigenerati e fatti tuoi figli per adozione e grazia; affinché possiamo essere quotidianamente rinnovati dallo Spirito Santo. Per Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te e con lo stesso Spirito, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


    Letture

    Gal 4,1-7; Mt 1,18-25


      Il tema dell'adozione per grazia - richiamato nella colletta della liturgia del giorno e dalla Lettera di San Paolo ai Galati - ci costringe a rivedere radicalmente la nostra immagine di Dio. La rivelazione del Dio trinitario e della dinamica che ne anima la vita, interna ed esterna, ci è data innanzitutto nel mistero dell’Incarnazione. Dio ci viene rivelato come Padre, dunque non come un'ente chiuso in se stesso, sterile e autoreferenziale, ma capace di generare in eterno un'altro da sé, il Figlio, e di effondere su di esso il proprio amore. Il Figlio restituisce al Padre questo amore, che è lo Spirito Santo, in una dinamica che è come quella di una sorgente perpetua, capace di autoalimentare il proprio flusso, senza fine né principio.

    Ma il mistero dell'adozione a figli, mediante l'Incarnazione del Verbo, ci offre una ulteriore rivelazione. La capacità del Dio trinitario di effondere la propria vita anche al di fuori di sé. Assumendo e condividendo fino in fondo la nostra natura umana, infatti, il Figlio ci rende una cosa sola con sé. Il processo discendente e di spoliazione che ha inizio con l'Incarnazione del Verbo e giungerà alla rinuncia di Dio a se stesso nella Passione e morte di Cristo, ha un parallelo nella progressiva ascesa della natura umana, nel momento in cui Dio decide di assumerla su di sé, di innalzarla rivestendosi di essa, di rigenerarla pienamente, attraverso la sua dolorosa Passione e la gloriosa Resurrezione.

      La nascita di Gesù, l’Incarnazione dell'eterno Figlio di Dio, è il passo decisivo con cui Dio ci offre, gratuitamente, la possibilità di essere inseriti nella sua vita trinitaria. È il segno della fedeltà di Dio alla sua creatura, che ci consente di recuperare non solo il Paradiso perduto, ma di condividere la stessa vita divina, di ottenere ciò che i nostri progenitori desideravano e che il menzognero tentatore gli prospettava come un qualcosa che Dio non ci avrebbe concesso: "DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO" (Gn 3,5)… Ne mangiarono entrambi “Allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi” (Gn 3,7). Il frutto della disobbedienza ci ha allontanati da Dio, aprendoci gli occhi verso la miserevole nudità di chi ha perso tutto, perché il peccato ha rotto la nostra amicizia con Dio. Ma ben diverso è il frutto della giustificazione, e ben diverso il destarsi dal sonno, l’aprire gli occhi di Giuseppe, al quale l’angelo rivela il mistero dell’Emmanuele, il “Dio-con-noi”: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, il quale sarà chiamato Emmanuele che, interpretato, vuol dire: "Dio con noi” (Mt 1,23)

    La salvezza operata in Cristo, ha non solo restaurato in noi l'immagine originaria, ma ci ha fatti eredi di Dio, rendendoci una sola cosa con il Figlio; sicché quando il Padre ci guarda, non vede noi, non vede me, non vede te... ma vede in noi il Figlio suo, ci ama come il suo Figlio prediletto. E quando noi preghiamo rivolgendoci al Padre, preghiamo con la stessa voce del Figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo, che egli ha effuso abbondantemente su di noi.

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Andrej Rublëv (1360-1430), La Trinità, Galleria Tret'jakov, Mosca

    Tutto ciò avviene nel mistero dei Sacramenti che il Signore, attraverso la Chiesa ci ha donato. E innanzitutto con i due sacramenti attestati dal Vangelo e istituiti da Nostro Signore: il battesimo e la Santa Cena. Quando siamo battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sperimentiamo il dono gratuito di Dio, che non è semplicemente una terra promessa per diventare nazione, e neppure il giardino dell'Eden con tutti i suoi frutti, ma è l'ingresso nella vita trinitaria, la piena comunione con Dio, che ci offre il dono più grande: se stesso. E questo mistero si compie pienamente nella comunione eucaristica, mediante la quale la nostra carne, il nostro sangue, diventano una sola cosa con la carne e il sangue di Cristo, affinché tutta la nostra persona, corpo e anima, possa ricevere l'immagine del Figlio. Ora Dio può vederci realmente con gli occhi di un Padre. Ora può vederci come noi guarderemmo nostro figlio. Chi è padre sa cosa significa il modo in cui guardi e ami tuo figlio e, per contro, il modo in cui lui ti guarda e ti ama, il modo in cui si affida a te.      Certo siamo creature segnate dalla debolezza e dalla fragilità della natura umana, siamo padri imperfetti. Mentre Dio ci ama in un modo così perfetto che possiamo cercare di immaginarlo solo partendo dalla nostra esperienza umana di padri, madri e figli ed elevandola a una incalcolabile potenza e perfezione.

   Come cristiani, abbiamo compreso a fondo il senso di questo mistero? Lo abbiamo compreso almeno un po'? Perché è questo il centro di tutta la nostra fede. Siamo in grado di vedere e concepire Dio come un Padre? Siamo in grado di saperci e di sentirci amati come il migliore dei padri amerebbe suo figlio? Lo Spirito Santo, ci insegni questo mistero e ci doni la sua pace, la pace di chi non è più schiavo e orfano in terra straniera, ma è stato chiamato a regnare con Cristo, nel quale il Padre ci dice: “tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato” (Sal 2,7) e "ogni cosa mia è tua" (Lc 15,31). Amen.


        Rev. Dr. Luca Vona, Eremita


sabato 28 dicembre 2019

Un esame di coscienza per la festa dei Santi Innocenti

Un articolo pubblicato di Padre Robert McTeigue, SJ - qualche anno fa su Aleteia (28 dicembre 2016), ma ancora attuale.

Quanto vale il sangue dei bambini innocenti? Tutto? Nulla? Una via di mezzo? Oggi è la festa dei Santi Innocenti, in cui ricordiamo il martirio dei bambini maschi ordinato da Erode, che sperava di uccidere in questo modo il Cristo bambino – un giorno adatto per porsi domande inquietanti.
Per alcuni il sangue dei bambini è uno strumento di potere, come si vedeva nei sacrifici rituali di bambini nell’antico Israele. Per altri il sangue innocente è una via per ottenere profitti – come nel commercio dei bambini abortiti di Planned Parenthood. Per quelli come Erode, la vita e l’innocenza non contano niente, e possono essere rubate tranquillamente per raggiungere i propri scopi.

Massacre of the Innocents - Maestà by Duccio - Museo dell'Opera del Duomo - Siena 2016.jpg
Duccio di Buoninsegna (1255-1318/1319), Museo dell'Opera del Duomo, Siena

Potremmo approfittare di questa giornata, mentre siamo ancora circondati dalle decorazioni natalizie, per riflettere sull’aborto come una delle principali cause di morte in America, ma questo approccio potrebbe restringere in modo indebito la portata del nostro esame di coscienza. Concentriamoci sulla rabbia egoista di Erode, che ha ucciso chiunque avrebbe potuto sfidarlo.

Barclay ha scritto: “Ecco una terribile immagine di quello che alcune persone faranno per sbarazzarsi di Gesù Cristo. Se vedono in Cristo qualcuno che potrebbe interferire con le loro ambizioni e potrebbe biasimare le loro scelte, il loro unico desiderio è eliminare Cristo, e allora sono spinti alle cose più terribili, perché se non spezzano gli altri fisicamente spezzeranno il loro cuore”.

Sul sangue degli innocenti, quali mani sono pulite?

Cristiani, attenzione! Dal giorno in cui è nato, Gesù è stato visto come una minaccia al Regno del Peccato. Un commentatore medievale avvertiva: “Perché quando l’ira dei re si mescola alla paura per la propria corona è un’ira grande e inestinguibile”.

Potremmo scuotere la testa e batterci il petto mente leggiamo di queste cose terribili nella e sulla Scrittura, ma facciamo attenzione, per non pregare come il fariseo soddisfatto di sé che ringraziava per il fatto di non essere “come gli altri uomini” (Lc 18, 11).

Anche se è vero che non abbiamo letteralmente sangue innocente sulle nostre mani, non traffichiamo esseri umani e non ordiniamo la morte dei nostri rivali, penso che abbiamo più cose in comune con Erode di quanto ci piacerebbe ammettere.

Oggi a colazione mia nipote di 6 anni mi ha chiesto: “Com’è nato il Diavolo?” Ho risposto: “Il Diavolo era un angelo buono, ma è diventato cattivo quando è stato disobbediente e ha amato se stesso più di Dio. Voleva comandare lui, non che comandasse Dio”. È la storia della caduta di Lucifero – e anche della nostra.

Nella misura in cui siamo peccatori, siamo come coloro che “temono per la loro corona” – ovvero custodiamo gelosamente l’illusione della nostra sovranità trattenendo l’amore e l’obbedienza dovuti a Dio solo. Confrontati con la verità della sovranità di Dio, noi peccatori rispondiamo con “un’ira grande e inestinguibile”. Siamo spinti alla rabbia omicida nella nostra ribellione contro il Primo Comandamento. In un modo o nell’altro, noi peccatori finiamo per avere sulle mani il sangue degli innocenti. E l’ironia è che l’unico modo per poter diventare noi stessi innocenti è essere purificati dal Sangue dell’Innocente per antonomasia, Cristo, l’Agnello Innocente di Dio.

Dio ci ha chiamati all’esistenza nell’amore. Attraverso il nostro Battesimo siamo consacrati per la resurrezione e destinati alla gloria. Mediante il nostro peccato respingiamo la grazia e sperperiamo la nostra eredità. Nella vera misericordia, inondata nel Sangue Prezioso del Figlio Unigenito di Dio, siamo invitati a passare da questa vita attraverso la “porta stretta” del vivere in modo corretto e dell’entrare nel regno eterno del nostro Padre Celeste, la nostra unica vera casa.

E allora, subito dopo la gioia del giorno di Natale la Chiesa ci chiede di riflettere sulla calamità della perdita dell’innocenza e sul modo doloroso e caro in cui la nostra innocenza può essere recuperata. La Chiesa non ci chiede semplicemente di ricordare un episodio tragico di un passato lontano, e fa più che chiederci di vedere l’antica tragedia replicata ai nostri tempi. Piuttosto, insiste sul fatto di confessare la battaglia per la vita eterna e la morte che ha luogo nel nostro cuore proprio in questo momento.

Nel tempo che ci rimane, dobbiamo confessare che noi che siamo chiamati alla gloria abbiamo in noi la capacità di diventare mostri sanguinari come Erode o mercenari sanguinari come Planned Parenthood. Il sangue dei Santi Innocenti testimonia la malvagità dell’uomo; il Sangue di Cristo testimonia la misericordia di Dio. È il momento di scegliere.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Adrian Willaert (1490-1562), Laudate pueri Dominum

venerdì 27 dicembre 2019

Regole monastiche - Regola Templare - Prologo, parte I

REGOLA DELL'ORDINE DEI TEMPLARI O POVERI COMMILITONI DI CRISTO E DEL TEMPIO DI SALOMONE

Riporto, con una serie di Post, il testo integrale, tratto dall'originale latino, della Regola Primitiva dell'Ordine del Tempio, Regola che ancora oggi può essere fonte di ispirazione cristiana., per tale ragione, a ogni passaggio di essa aggiungo alcune brevi riflessioni. Come si potrà constatare, la Regola è durissima, e su di essa venivano stilati i vari regolamenti interni delle Precettorie dell'Ordine, che potevano differire tra loro, se pur di poco. La Regola Primitiva è stata scritta di proprio pugno da San Bernardo di Chiaravalle, il quale si ispirò alla regola benedettina, rendendola ancora più dura. La Regola è composta da 72 articoli, di cui i primi 10 sono dedicati all'aspetto monacale guerriero dell'Ordine. La Regola ha subito poi diverse integrazioni e modifiche, l'ultima delle quali apportata sotto il pontificato di Bonifacio VIII.


Sigillo dell'Ordine del Tempio


[Da mercenari e saccheggiatori a servitori di Cristo]

"Il nostro (discorso) si dirige innanzitutto con fermezza a tutti coloro, che intendono rinunciare a seguire le proprie volontà, e desiderano con purezza di spirito militare per il sommo e vero Re, perché assumano l'armatura insigne dell'obbedienza, adempiendola con particolarissima cura, e la portino a perfezione con la perseveranza. Esortiamo dunque voi che fino a questo momento avete abbracciato la milizia secolare, nella quale Cristo non fu la causa, ma per solo umano favore, perché facciate parte di coloro che Dio ha eletto dalla massa di perdizione e per gratuita pietà riunì per la difesa della santa Chiesa, vi affrettiate ad associarvi perennemente.

 Ma innanzitutto, chiunque sei, o soldato di Cristo, che hai scelto tale santa conversazione, è necessario che usi una pura diligenza verso la tua professione e una ferma perseveranza; questa, che è conosciuta essere da Dio, tanto degna santa e sublime, meriterai di ottenere forte, tra i militanti, che diedero le loro anime per Cristo se con purezza e perseveranza sarà osservata.

 In questo è rifiorito e tornato a splendere l'ordine militare, che, abbandonato lo zelo per la giustizia, mirava a non difendere, come suo dovere, i poveri e le chiese, ma a spogliare, rubare e uccidere. Si vive bene dunque con noi, ai quali il Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo inviò i suoi amici dalla santa città nelle terre di Francia e Borgogna, e non cessano per la nostra salvezza diffusione della vera fede di offrire le loro anime quale ostia gradita a Dio.

Riflessioni

L'attualità di questo passaggio della Regola Templare, anche al di fuori di un contesto militare e bellicoso. Fine principale degli ordini cavallereschi sorti durante le crociate, era quello di soccorrere i pellegrini cristiani, prima ancora che riconquistare la Terra Santa. In apertura della Regola Templare si richiede l'abbandono della vita da mercenario, ovvero di colui che opera soltanto per un rendiconto personale, a una vita nuova in Cristo, il quale deve essere servito con carità e in modo del tutto disinteressato, unicamente per l'instaurazione del suo Regno e l'accrescimento della sua gloria.
Per chi e per quale scopo ingaggiamo le nostre battaglie quotidiane? Siamo mossi dalla Fede, dalla Carità, dalla Speranza nel Regno futuro e dalla maggior gloria di Dio oppure ci affatichiamo invano, per le cose transitorie di questo mondo? Serviamo il Principe di questo mondo con opere morte, oppure il Dio vivente, purificati dal Sangue di Cristo (Eb 9,14)?

        Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

Giovanni Evangelista. L'aquila di Dio

Giovanni era figlio di Zebedeo e di Salome. Egli fu dapprima discepolo del Battista, ma prese a seguire Gesù quando il suo primo maestro gli indicò nel Nazareno l'agnello di Dio venuto a prendere su di sé il peccato del mondo. Chiamato da Gesù a comprendere in profondità il comandamento nuovo dell'amore, Giovanni accolse l'invito a dimorare assiduamente con il suo Maestro e Signore, e imparò ad amare vivendo nell'intimità con lui. Per questo fu chiamato «il discepolo amato». Assieme al fratello Giacomo e a Pietro, Giovanni fu il testimone privilegiato di alcuni episodi decisivi della vita di Gesù: la resurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione sul monte, l'agonia del Getsemani. E nel momento più cruciale, la passione e morte di Gesù, egli fu l'unico discepolo che rimase a condividere da vicino, con Maria, gli ultimi istanti della vita terrena del Signore. Dall'alba della resurrezione Giovanni sarà spesso presentato in compagnia di Pietro, quasi a significare che l'ossatura della chiesa è costituita dalla compresenza del discepolo che ama perché conosce e contempla da vicino l'amore del Signore e di quello che ama perché molto gli è stato perdonato. Dopo la Pentecoste, lasciata Gerusalemme, secondo la tradizione Giovanni risiedette dapprima in Samaria e poi a Efeso, dove attorno a lui si formarono delle comunità cristiane di cui testimoniano gli scritti che portano il suo nome: il quarto vangelo, le tre Lettere e l'Apocalisse. La memoria di Giovanni, giustamente posta accanto alla memoria della nascita del suo Amato, invita la chiesa a guardare al mondo con gli occhi trasformati dalla contemplazione dell'amore.

Tracce di lettura

Occorre avere l'ardire di affermare da una parte che i vangeli sono primizia di tutta la Scrittura, dall'altra che primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, la cui intelligenza non può cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria come propria madre. Colui che sarà un altro Giovanni deve diventare tale da essere indicato da Gesù, per così dire, come Gesù stesso: è ciò che accadde a Giovanni. Sebbene infatti non ci sia alcun figlio di Maria, se non Gesù, ciò nonostante Gesù dice a sua madre: «Ecco il tuo figlio» (e non già: «Ecco, anche questo è tuo figlio»); ciò equivale a dire: «Questi è Gesù che tu hai partorito». Infatti, chi è giunto alla piena maturità «non vive più», ma in lui «vive Cristo»; e poiché in lui vive Cristo, quando si parla di lui a Maria si dice: «Ecco il tuo figlio». (Origene, Commento all'Evangelo secondo Giovanni 1,23 )

Preghiera

Signore Dio,
che attraverso l'incarnazione
di tuo Figlio Gesù Cristo
hai colmato della tua presenza Giovanni,
il discepolo da lui prediletto,
riempi i nostri cuori di un amore
che trasfigurando tutti i nostri affetti
ci conduca a contemplare te,
unico vero Dio,
vivente ora e nei secoli dei secoli.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità di Bose


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Correggio; Affresco della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

giovedì 26 dicembre 2019

Santo Stefano. 245milioni di martiri cristiani nel 2019

Primo martire cristiano


La chiesa, con grande sapienza, ha posto la memoria di Stefano nel giorno immediatamente successivo al Natale di Cristo Signore, sottolineando così lo stretto legame esistente tra incarnazione e martirio.

Annibale Carracci: Martirio di Santo Stefano (Louvre)
Martirio di Santo Stefano, Annibale Carracci, Louvre, Parigi
La liturgia celebra nell'effusione del sangue di Stefano il paradosso cristiano del Figlio di Dio che nasce e muore per dare al mondo la vita. I cristiani sono così guidati a discernere nel bambino deposto in una mangiatoia la pietra di paragone e insieme la pietra di inciampo di cui parla la Scrittura, e a ricordare che chiunque voglia amare Cristo, mettendosi alla sua sequela, va liberamente incontro al dono di sé fino alla morte. 
Stefano apparteneva alla prima comunità cristiana di Gerusalemme. Era un capo ellenista, cioè uno di quegli ebrei di lingua greca provenienti dalla diaspora che saranno i primi a essere allontanati dalla città santa e a diffondere di conseguenza il vangelo. Accusato, come molti suoi compagni, di avere un atteggiamento sovversivo nei confronti della Torah e del Tempio, Stefano lasciò che di fronte ai suoi accusatori fosse lo Spirito santo a parlare in lui. L'interpretazione sapiente che egli offrì delle Scritture ebraiche dinanzi al sinedrio venne autenticata dalla sua disponibilità a morire perché fosse resa testimonianza all'affermazione che Gesù è risorto, che è il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio. 
Conformato dallo Spirito al suo Signore, Stefano muore invocando il perdono per i suoi uccisori, mostrando così che il vero martire non è martire contro nessuno, ma dà la vita perché tutti possano aderire al messaggio di vita contenuto nel vangelo. La testimonianza resa da Stefano non sarà certo estranea alla conversione di Saulo, presente alla sua lapidazione: il sangue dei martiri inizia con Stefano a essere il seme dei cristiani.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità di Bose

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Oggi il martirio è una realtà lontana nel tempo e nello spazio per i cristiani occidentali. Al massimo è qualcosa da osservare a distanza, in qualche breve passaggio del telegiornale. Eppure in tanti versano ancora il proprio sangue per il Nome di Cristo, cui hanno aderito e che non vogliono rinnegare, neanche a costo della vita. L'uomo occidentale, spesso totalmente secolarizzato e scristianizzato, si straccia le vesti per i migranti morti in mare (quando basterebbe una gestione responsabile e realistica dei flussi migratori) ma non sembra mostrare lo stesso fervore per i milioni di cristiani perseguitati e uccisi semplicemente per la loro fede e che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il proprio Paese. Anche gli stessi cristiani, in occidente, sono spesso non solo indifferenti, ma alzano il sopracciglio sentendo parlare di uomini, donne e spesso anche adolescenti, pronti a dare la vita per un principio religioso.

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Queste le cifre comunicate dall'Osservatorio Mondiale World Watch List:

1 cristiano su 9 è perseguitato per la propria fede e il numero di persone che sono state uccise in odio alla fede cristiana è salito dai 215milioni del 2018 ai 245milioni del 2019.

        Rev. Dr. Luca Vona, Eremita




Video Caelos Apertos - Canto per il Communio della Messa di Santo Stefano

Corso Triennale di Cultura Teologica - Online

Societas Anglicana


coordinatore: Rev. Dr. Luca Vona, PhD in Sacra Liturgia
(conseguito presso il Pontificio Ateneo Sant'Anselmo-Pontificio Istituto Liturgico in Roma)


Il Corso Triennale di Cultura Teologica - Online è stato creato per consentire ai credenti di accrescere la comprensione della propria fede.

Il Corso Triennale di Cultura Teologica - Online intende fornire gli strumenti per una cultura teologica di base ma di qualità accademica, con un approfondimento di differenti aree disciplinari.

Il tempo di studio giornaliero medio consigliato per superare con profitto le verifiche e il percorso di studi è di 20-40 minuti.

L'offerta formativa è suddivisa in tre moduli, uno per ciascun anno di studio e per ogni disciplina saranno offerte letture mirate ed è prevista una breve verifica finale, a distanza. Al termine di ogni modulo annuale lo studente dovrà presentare un breve elaborato scritto (minimo 12, massimo 24 pagine) su un argomento da concordare e relativo a una disciplina a scelta tra quelle dell'intero modulo.

Il Corso Triennale di Cultura Teologica - Online tiene conto delle tre grandi correnti della cristianità: Cattolica, Ortodossa e Protestante; con un approccio scientifico, scevro da pregiudizi confessionali, ecumenico ma di matrice anti-modernista. Niente esegesi ultraliberale e demitologizzante, "teologia queer" e altre derive contemporanee.

Al termine dei tre anni e del superamento delle attività previste è rilasciato un Diploma.

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Persone di qualsiasi confessione cristiana possono partecipare al Corso Triennale di Cultura Teologica - Online; il titolo di studio richiesto per accedere al Corso è un qualsiasi diploma di scuola superiore (salvo eccezioni valutate singolarmente).

Il costo del Corso Triennale di Cultura Teologica - Online è di 100 euro da pagarsi in un'unica quota al momento dell'iscrizione. La quota comprende tutti i materiali forniti dal docente. Non è indispensabile, sebbene sia fortemente incoraggiato, l'acquisto di testi teologici (forniti nella bibliografia di ogni modulo), oltre il materiale trasmesso dal docente. 

La quota non sarà rimborsata se lo studente decidesse di ritirarsi senza concludere il corso, né quest'ultimo potrà essere sospeso per più di 3 mesi. 

Il Diploma viene rilasciato al termine delle verifiche su ogni materia del triennio, degli elaborati scritti per ogni modulo e con la presentazione di una Tesina, di almeno 40 pagine (comprendenti indice, introduzione, saggio e bibliografia), da presentare online e che dovrà ricevere una valutazione positiva.

 Per il rilascio del Diploma è prevista una tassa di 80 euro.

Le tasse di iscrizione e quelle per il diploma dovranno essere pagate tramite alle coordinate bancarie indicate sul modulo di iscrizione.

È possibile iscriversi al Corso di Triennale di Teologia - Online in qualsiasi momento dell'anno.

I tre moduli sono articolati secondo il seguente piano di studi:


1° MODULO  | Introduzione alle Sacre Scritture e alla Letteratura Patristica

  • introduzione all'antico testamento
  • introduzione al nuovo testamento
  • patrologia 1 ; letteratura cristiana dal II al IV secolo tra occidente e oriente
  • patrologia 2; letteratura cristiana dal IV all'VIII secolo tra occidente e oriente
  • la liturgia nei testi patristici


 2° MODULO | Storia del Cristianesimo e del Pensiero Cristiano

  • storia del cristianesimo dall'età sub-apostolica al tardo medioevo
  • riforma e controriforma
  • storia della liturgia
  • santità, theosis (deificazione) e santificazione tra cattolicesimo, protestantesimo e ortodossia
  • storia dell'ermetismo cristiano


3° MODULO | Teologia sistematica

  • antropologia cristiana
  • cristologia
  • teologia trinitaria
  • ecclesiologia
  • angelologia e demonologia; escatologia

Il cristianesimo "non praticante" e "non pensante" non è cristianesimo. Come affermavano  Sant'Agostino Agostino e Sant'Anselmo la fede segue l'intelletto e l'intelletto segue la fede
Cosa aspetti a diventare un cristiano consapevole?




        Societas Anglicana


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martedì 24 dicembre 2019

Il Natale di John Donne

Provato nel corpo e nello spirito, per la perdita dell'amata moglie e per un cancro allo stomaco, pochi mesi prima di morire John Donne pronunciò questo Sermone di Natale nella Cattedrale londinese di St. Paul, di cui era stato nominato Decano. È un Sermone che vale la pena leggere e rileggere, meditare e rimeditare di anno in anno, per la sua capacità di rompere i canoni, specie contemporanei, di una Natale edulcorato, dimentico del fatto che l'Incarnazione del Verbo è prima di tutto una spoliazione di Dio da se stesso.


Discorso contro la morte

Sermone pronunciato da John Donne la notte di Natale del 1630, nella chiesa di Saint Paul.

     Solo adesso arrivo a parlarvi, miei fedeli. Educato fra uomini abituati al disprezzo della vita e al culto dei morti, affamati di un immaginario martirio e di una tormentosa trascendenza, oppressi dal cilicio di una religione oscura come una tara inconfessabile, solo adesso arrivo a parlarvi, come dopo un lungo viaggio.
     Ora siamo nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, e non possiamo tacere. I nostri abiti sono quella piccola montagna di stracci ammucchiata davanti al portale. Ma non vergognatevi. Nessuno entrerà. La porta è stata sbarrata dall’interno con un trave di legno. E’ quasi mezzanotte e nessuno potrà vederci così come siamo. Dowland ha acceso questo grande fuoco al centro della chiesa, che ci scalda tutti. Non possiamo avere freddo. Dobbiamo restare in preghiera – noi, chiusi in questo silenzioso mausoleo con i nostri corpi nudi, nudi come lo furono alla nascita, senza lo straccio di una veste, senza l’orpello di un abito, scorticati da ogni lusso superfluo – con tutti i nostri corpi, giovani, vecchi, bambini, adulti, nel giorno della massima festività: il Natale del 1630, la nascita di Cristo, Nostro Signore.
     Il cuore mi si colma di commozione. Quasi non riesco a proferire parola. Come siete diversi tutti. Il tempo è leggero su quelle braccia, pesante su quella schiena, funesto su quel cranio, atroce su quelle gambe. Vi vedo tutti – non posso farne a meno. Vedo la vita in cammino, come il suo muto gemello, il Signore della Morte. Dio passa dentro di voi. Quell’addome magro, Katherine, ieri era florido e ha generato Anna Porter, vostra figlia. Quel braccio che ieri lavorava duramente nei campi, Summer, adesso è lì, raggrinzito sul volume di preghiere. Vi vedo con chiarezza, come un cartografo la mappa delle terre che esplorerà.
     Ma i vostri pensieri sono le cose più incredibili: affollano questo luogo da ogni parte, sono uno sciame di cose tranquille e atroci, chi vorrebbe ammazzare il vicino di campo, chi cullare la figlia, chi mangiare un arrosto di cervo, chi fare all’amore con la donna dell’amico. Voi che ora mi ascoltate e arate dei campi e nutrite delle famiglie, non avete mai sentito parlare, da bambini, di apostasie, anatemi, abiure, sentenze. Non siete stati allontanati, a sei anni, da un drappello di militari che conducevano l’eretico alla forca: non vi hanno coperto il viso, come fecero a me, obbligandomi a giurare di non fare parola di quello scandalo. Io, che sentii solo il rullo dei tamburi, non promisi però di non immaginare: così vidi me stesso, issato sulla forca, il cappuccio sulla testa, ma, nel momento in cui la botola avrebbe dovuto aprirsi, la terra tremò, franò la forca, e io ero là, nudo e ispirato, la morte negli occhi, che soggiogavo tutti con le parole e cambiavo il corso del mondo.
     Ognuno di voi, lo sapete, è nato da un luogo buio, lì ha preso forma: e, dentro il corpo della madre, è nato e si è nutrito, per nove mesi. Ma, se quel tempo non fosse stato rispettato, se il feto avesse avuto qualche malattia, la morte avrebbe ucciso le madri e i figli, e qui ci sarebbero dei posti vuoti e io non potrei guardare negli occhi persone che hanno vissuto una vita intera, di felicità o di stenti, perché non sarebbero mai esistite, perché un piccolo germe, quel giorno di primavera o di autunno, si sarebbe insediato nell’utero di qualche madre, un piccolissimo insetto, invisibile a occhio nudo, che anche adesso potrebbe benissimo stare sotto la cute del tuo braccio, John, o la pelle del tuo cranio, Jane, anticipando il vostro viaggio agli inferi. La vita è qualcosa di incongruo e di non ragionevole: dipende da un acaro o da un bacillo, a noi è capitato di viverla e siamo qui, insieme, come una mappa di cui è impossibile decifrare qualcosa. Siamo corpi che si espongono a Dio.
     Io non mi staccherò più dalla pelle degli uomini, non sarò più il perfetto ascoltatore delle Variazioni Walshingham di John Bull, non sarò più l’assiduo frequentatore dell’Hamlet di William Shakespeare. Mi spoglierò di tutte le mie maschere. Prima di venire a Saint Paul a parlarvi, ho lacerato con un bisturi affilato la tela in cui mi ero fatto dipingere con il lenzuolo funebre annodato sul capo, già composto per la sepoltura: vezzi di poeta funebre, che predispone la mappa del suo cadavere per il futuro giudizio di Dio.
     Atlante, libri, pianeti, sudore, fatiche, singulti – voi siete la mia mappa, la parabola accidentata della creazione. I libri sacri lo dicono: La creazione è il sommo bene, ecco l’opera di Dio, mirabile ai nostri occhi, e tu mi hai fatto e plasmato, Signore: ma queste meraviglie, se sono attaccate dalla peste e dilaniate dalle guerre, restano sempre delle meraviglie? A volte marciscono negli uteri, a volte marciscono nel mondo, e la vita è meno di una pezza da piedi, in cui il potente si asciuga lo stivale infangato o la lancia insanguinata. E tutto è così precario anche se ci copriamo di mille abiti e pellicce e corazze e armature, perché la puntura di un ago infetto potrebbe provocare dolori, febbri, bubboni, e non lasciarci più finché non abbiamo reso l’ultimo respiro.
     Credete a me – miei cari, miei nudi fedeli, miei vivi – è solo per caso che qui ci vediamo e parliamo. Nostro Signore è nato in quella capanna che le nostre storie dolcificano a nido edificante di un bambino meraviglioso ma lo sapete – voi! – che era una notte d’inverno e faceva un freddo atroce e il fuoco non bastava e, se Cristo non fosse stato il miracolo di se stesso, la febbre lo avrebbe assalito e lui sarebbe morto di freddo o di fame o per qualche agente maligno, e lo avrebbero pianto i suoi sventurati genitori, eletti da Dio?
     Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze. Uno preferisce farsi di pietra, l’altro di vento, ma alla fine devono tutti morire: e chi va sul Nilo a trovarsi oscure terzane e sopravvive, e chi non si sposta dal tugurio dove è nato e un piccolo verme lo possiede, distrugge il suo corpo, lo espropria dalla vita: questo è il dannato exitus a cui siamo tutti avviati, e i vostri corpi lo confermano, chi giovane, chi vecchio, chi malato. Nessuno di voi è immune dai segni del tempo e dai sintomi del male. Implorate al vostro corpo, che ora è qui, nudo, di tacere a lungo, di non portarvi le sue sorde pene; fatelo stare zitto; non forzatelo con lavori massacranti; non esibitelo come trofeo nelle guerre; non esponetelo in guerre di religione; non vituperatelo in risse da quattro soldi; non vi spaccate lo stomaco con la carne e i reni con la birra.
     Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi.  Eccoci qui, corpi e volti nudi, come non siamo mai stati prima, a mezzanotte. Qui non ci sono orge o scandali, ma solo la pace giusta. Non sento più il sussurro delle fontane, le armonie dei clavicordi, i cori delle campane, i corni di caccia, le marce funebri, i canti liturgici. Ho perso il lessico del teologo per essere qui, con voi, nel dubbio reale dei capelli intorno all’osso, della pelle viva contro lo scheletro. Voi siete la mia mappa planetaria e le mie strofe perfette: voi significate il mio abbandono di ogni perfezione. Io entro, con voi, nella presenza della vita e della morte.
     Anche se la chiesa, come abbiamo voluto, è sbarrata a chiave. Anche se non vogliamo che nessun vescovo o nessuna guardia entri qui, dove preghiamo, e inorridito dallo scandalo delle mie parole condanni me al rogo e voi ai lavori forzati. Ma sarebbe bello fosse così per ognuno di noi – nella sua comunità; che fosse esposto a tutti, docile e giusto. Certo è che l’uomo, così come voi lo vedete, ha bisogno di tutto. E’ l’essere più fragile. Se questo fuoco uscisse dai limiti in cui lo abbiamo confinato e si appiccasse ai vostri corpi, cosa potrei fare io, per voi? cercare di salvarvi?  Ma come, se io sono debole e leggero quanto voi? e se questa chiesa fosse invasa dall’acqua e grandi onde frantumassero le vetrate e si impadronissero dei vostri corpi? e se il vento vi trascinasse via come fuscelli? e se la terra vi inghiottisse nei suoi crateri?
     Ecco, noi siamo qui, nudi e calmi, in questo Natale, solo perché la terra è tranquilla e non manda scosse e gli oceani non escono dai loro limiti. Noi esistiamo e i nostri padri e i padri dei padri e i figli dei figli e i figli dei nostri figli, magari per cinquecento anni, solo perché in questi cinquecento anni la terra è rimasta tranquilla. Quindi viviamo per caso: e intanto continuiamo a invecchiare e niente può arrestare il processo se non amare meno la vita e pensare con saggezza al possibile distacco.
     Guardate laggiù, i vostri abiti. Sono tutti fradici delle vostre fatiche, del sudore, della gioia che avete vissuto. Sanno di quando avete fatto all’amore o avete cagato i vostri escrementi. Sono una piccola montagna lurida. Ma racchiudono tutti i fatti che vi sono accaduti. Forse, in qualche brandello, ci sono rimasti anche i vostri pensieri.  Forse un giorno li brucerete, li dimenticherete, li getterete via, parte della vostra storia resterà in quelle fibre di tessuto, e le fibre non andranno distrutte, magari saranno macinate o riassorbite dall’acqua e porteranno nel mondo, dove voi siete morti, l’eco di voi.
     Eccoci qui, nudi. Le maschere le abbiamo lasciate lì, addossate al portale della chiesa, e qui nessuno entrerà. Ma ricordiamo che quelle maschere sono anche la nostra storia. Non illudiamoci di essere sempre nudi. Santi o veggenti o folli – è un destino di cui ho appena intravisto l’orrore.
     Qualcuno di voi è malato. Qualcuno di voi mi dirà che, magari, desidera uccidersi. Non c’è niente di più naturale, per l’uomo, che togliersi la vita. Cosa si può imputare, al suicida? Egli corre, invece di camminare. Si affretta, invece di rallentare. Cade nel pozzo, invece di esserci a fatica buttato dentro. Siamo tutti mortali. Non ci sono peccati né nel vivere né nel morire. Siamo tutti la mappa di un disegno sacro, che ognuno di noi potrebbe anche turbare, chi ridendo, chi giocando, chi uccidendo, chi cominciando a danzare. Non c’è un fato già scritto: già scritto è solo il fatto che morremo.
     Ma qui, adesso che siamo nudi e spaventati, io vi dico: guardiamo con chiarezza il mistero. Nutriamoci della morte come gustiamo la carne degli animali o le piante della terra, è tutto un ciclo naturale, non pensiamo troppo a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli, non possediamo i nostri pensieri ma facciamo che loro traversino noi. Non viviamoci indispensabili, anche se siamo portati a pensarlo, ognuno con le sue eccellenti ragioni. Tutti andiamo e veniamo dalla stessa porta. Ognuno di noi ha il suo volto e il suo incubo: la paura non è neppure un sentimento, è uno stato. E’ sangue della nostra carne, prendiamola con noi, passiamo con lei le nostre ore. Viviamo o uccidiamoci o sopportiamo gli stenti: ogni giorno ci colerà vita dalle mani, è stupido poi piangere quando qualcuno muore, come se un fato crudele ce lo avesse strappato. Sarebbe come incolpare una bottiglia di essere vuota, dopo che è stata bevuta giorno per giorno. Piangere, lo possiamo fare a ogni secondo che scappa dalle dieci dita; ma, se non fossimo esistiti, potremmo gustare questa gioia di esserci, di gridare e battere i piedi, e gustare il vino e tenerci per mano? Non saremmo nulla e allora niente servirebbe, né cibo né vesti né carezze.
     Se uscite di qui, quando sarete di nuovo con le vostre vesti, non pensate a voi stessi. Ricordate di esservi visti e che domani potete ancora vedervi, se il caso lo concede. Non c’è speranza o disperazione: solo una stretta di mano, un bacio, uno sguardo. Si vive di nulla. Qui, a pelle nuda, col sangue che ci scorre nelle vene. Qualcuno leggerà la mappa dei nostri corpi anche quando essi saranno cenere e solo le ossa indicheranno la nostra permanenza sulla terra. Qualcuno ci sognerà o respirerà di noi e noi rivivremo nel sogno di un re o nel rimpianto di un soldato, nel dolore di un mendicante o nel sonno di un eremita, in qualche angolo del pianeta, e allora, verme o Shakespeare, cosa importa, resteranno sempre le ossa, fuori sarà primavera o inverno, o qualche altra stagione.
     Forse qualcuno di noi, presente oggi, potrebbe domani uccidere il vicino, per una questione di donne o di campi. Si uccide per difendersi da chi ci opprime o ci offende: è un impulso naturale. Un uomo deve uccidere, per essere vivo: ma se lo fa, lo circondano ingombranti cadaveri, cose da sotterrare. Deve essere più scaltro. Deve, se sarà necessario, annientare l’altro, privarlo delle armi, ridurlo alla condizione di morto, ma senza spargere sangue. Così l’essere umano ammazza il padre e la madre non se li elimina fisicamente ma quando sa distaccarsene. Essere vivi è sempre e solo un distacco. Tutta la vita è un raffinato vagare nelle strategie dell’addio. Ma durante queste fasi, durante il tempo che ci separa dalla morte o dall’assassinio, eccoci nudi, qui, nella chiesa di Saint Paul, a dichiarare che amiamo, a non potere non amare, nel modo più eretico e folle, personale e avventuroso, quanto vogliamo e possiamo. E, se ci sarà occasione di odiare, odieremo.
     Ma ora rivestiamoci. Il tempo della Messa è quasi finito e non voglio che nessuno sappia di quanto è accaduto.  Questa notte è stata irripetibile: teniamola dentro la nostra memoria come un evento. Spegniamo il fuoco e torniamo a vivere e a morire nelle nostre case. Non cerchiamo mai di opprimere o di rassegnarci ma di essere liberi, innanzitutto. Di sorprendere e meravigliarci. Mai dormire in se stessi ma addormentarsi fuori di sé, per uscire dai nostri corpi, lasciando a chi resta l’insegnamento del sogno e qualche gesto da ricordare.

Amen

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Biografia

John Donne nasce a Londra nel 1572 da un ricco mercante di ferramenta, fu educato dalla madre Elizabeth, figlia del drammaturgo J. Heywood e pronipote di Thomas More in ambiente cattolico. Dal 1584 studiò a Oxford. Frequentò (1591-1594) l'istituto legale di Lincoln's Inn. Soldato e cortigiano, partecipò alle spedizioni del conte di Essex a Cadice (1596) e alle Azzorre (1597). Nel 1601 sposò Anne More, nipote del guardasigilli lord Egerton di cui John Donne era segretario. Un matrimonio contrastato. Risale a questo periodo la conversione all'anglicanesimo. 
Anne More morì a 33 anni nel 1617 nel dare alla luce il dodicesimo figlio. Nel 1621 Donne ricevette la nomina a decano della cattedrale di Saint Paul, raggiungendo una posizione di grande prestigio che, nonostante le sue ambizioni, gli era stata preclusa come membro di corte – attraverso imprese eroiche o incarichi pubblici – e che poté conseguire invece come uomo di Chiesa. La sua salute si aggravò seriamente, compromessa per aver contratto il tifo, e il momento delicato lo portò a considerare con gravità le fragilità del fisico e la prospettiva della morte, soggetto che Donne, ormai irrimediabilmente rovinato dall'insorgere di un cancro allo stomaco, riprese in quello che viene ritenuto il suo sermone funebre, Death Duell, composto nel 1631. Gli ultimi momenti lo videro autoritrarsi in un sudario, e dal disegno fu ricavata da parte di Nicholas Stone una scultura marmorea, che restò indenne nell'incendio di Londra che distrusse la città nel 1666 e che è conservata nella cattedrale di St. Paul.
John Donne morì a Londra il 31 marzo del 1631; fu sepolto nella vecchia cattedrale di Saint Paul, dove è stata eretta una statua in suo onore portante un'epigrafe in latino, probabilmente composta dallo stesso Donne poco prima di morire. Il monumento rimase integro anche dopo l'incendio del 1666 e venne spostato nella cattedrale di San Paolo, gestita da Donne quando era in vita.

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Monumento funebre di John Donne (1572-1631), St. Paul's Cathedral

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lunedì 23 dicembre 2019

Le antifone maggiori dell'Avvento - O Emmanuel

O Emmanuel,
nostro re e legislatore,
speranza delle genti,
e loro Salvatore:
vieni e salvaci,
Signore, nostro Dio.»

O Emmanuel,
Rex et legifer noster,
expectatio gentium,
et Salvator earum:
veni ad salvandum nos,
Domine, Deus noster.»




Advent Antiphons No. 7 - O Emmanuel - Queen's College



Antifona di Avvento No. 7 - O Emmanuel - Canto gregoriano

domenica 22 dicembre 2019

Le antifone maggiori dell'Avvento - O Rex Gentium

O Re delle Genti,
da loro bramato,
e pietra angolare,
che riunisci tutti in uno:
vieni, e salva l'uomo,
che hai plasmato dal fango.

O Rex Gentium,
et desideratus earum,
lapisque angularis,
qui facis utraque unum:
veni, et salva hominem,
quem de limo formasti.





Advent Antiphon No. 6 - O Rex Gentium - Queen's College




Antifona di Avvento No. 6 - O Rex Gentium - Canto gregoriano

sabato 21 dicembre 2019

Le antifone maggiori dell'Avvento - O Oriens

O (astro) Sorgente,
splendore di luce eterna,
e sole di giustizia:
vieni ed illumina
chi è nelle tenebre,
e nell'ombra della morte.

O Oriens,
splendor lucis aeternae,
et sol justitiae:
veni, et illumina
sedentes in tenebris,
et umbra mortis.




Advent Antiphon No. 5 - O Oriens - Queen's College



Antifona di Avvento No. 5 - O Oriens - Canto gregoriano