Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

venerdì 13 dicembre 2019

John Donne. Questa è la mezzanotte dell’anno


John Donne, “Notturno sopra il giorno di Santa Lucia, che è il più breve dell’anno”

Questa è la mezzanotte dell’anno e lo è del giorno
di Lucia, che per sole sette ore
solleva la sua maschera.
Il sole è esausto e ora le sue fiasche
spremono tenui sprazzi, nessun raggio costante.
Tutta la linfa del mondo è caduta.
L’universale balsamo bevve la terra idropica;
là, quasi a piè del letto, s’è ritratta la vita
morta e interrata. Eppure tutto ciò sembra ridere
appetto a me che sono il suo epitaffio.

Dunque studiatemi, voi che sarete amanti
in altro mondo, un’altra primavera:
sono ogni cosa morta onde operò l’amore
nuova alchimia. Perché una quintessenza
distillò la sua arte anche dal nulla,
da opache privazioni e da scarne vuotezze.
Mi distrusse. E ora mi rigenerano
assenza, buio, morte, le cose che non sono.

Tutti gli altri da tutte le cose
traggono tutto ciò che è buono: vita, anima,
spirito, forma e ne hanno esistenza.
Io, grazie all’alambicco dell’amore,
son la fossa di tutto ciò che è nulla.
Spesso noi due piangemmo
un diluvio e ne fu sommerso il mondo:
noi due. E tramutammo spesso
fino a due caos quando mostrammo cura
d’altri che noi, e talora l’assenza,
rubandoci le anime, fece di noi carcasse.

Ma, grazie alla sua morte (parola che l’offende),
dal primitivo nulla io son fatto elisir;
fossi uomo, dovrei sapere d’esserlo;
preferirei, se fossi bestia, un qualche
fine od un qualche mezzo, se persino le piante,
persin le pietre detestano od amano:
tutto, tutto s’investe di qualche proprietà;
fossi un nulla qualunque, come l’ombra,
dovrebb’esservi un corpo ed una luce. Ma
sono nulla. E non vuole rinnovarsi il mio sole.

Voi, amanti, pei quali il minor sole
a quest’ora è passato in Capricorno
per succhiarne voluttà nuova e donarla a voi,
o voi tutti, godetevi l’estate.
Poiché ella gode la sua lunga festa
notturna, lasciate ch’io m’accinga
verso di lei, lasciate che io chiami quest’ora
la sua Vigilia, la sua Veglia. Questa
è mezzanotte fonda, e dell’anno e del giorno.

John Donne, “Notturno sopra il giorno di Santa Lucia, che è il più breve dell’anno”, da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, 1971, traduzione di Cristina Campo



Versione in lingua originale

John Donne, A Nocturnal Upon St. Lucy’s Day, Being The Shortest Day

Tis the year’s midnight, and it is the day’s,
Lucy’s, who scarce seven hours herself unmasks;
The sun is spent, and now his flasks
Send forth light squibs, no constant rays;
The world’s whole sap is sunk;
The general balm th’ hydroptic earth hath drunk,
Whither, as to the bed’s feet, life is shrunk,
Dead and interr’d; yet all these seem to laugh,
Compar’d with me, who am their epitaph.

Study me then, you who shall lovers be
At the next world, that is, at the next spring;
For I am every dead thing,
In whom Love wrought new alchemy.
For his art did express
A quintessence even from nothingness,
From dull privations, and lean emptiness;
He ruin’d me, and I am re-begot
Of absence, darkness, death: things which are not.

All others, from all things, draw all that’s good,
Life, soul, form, spirit, whence they being have;
I, by Love’s limbec, am the grave
Of all that’s nothing. Oft a flood
Have we two wept, and so
Drown’d the whole world, us two; oft did we grow
To be two chaoses, when we did show
Care to aught else; and often absences
Withdrew our souls, and made us carcasses.

But I am by her death (which word wrongs her)
Of the first nothing the elixir grown;
Were I a man, that I were one
I needs must know; I should prefer,
If I were any beast,
Some ends, some means; yea plants, yea stones detest,
And love; all, all some properties invest;
If I an ordinary nothing were,
As shadow, a light and body must be here.

But I am none; nor will my sun renew.
You lovers, for whose sake the lesser sun
At this time to the Goat is run
To fetch new lust, and give it you,
Enjoy your summer all;
Since she enjoys her long night’s festival,
Let me prepare towards her, and let me call
This hour her vigil, and her eve, since this

Both the year’s, and the day’s deep midnight is.

Giovanni della Croce e la fiamma dell'amore divino

Giovanni della Croce (1542-1591)
presbitero e religioso

La notte fra il 13 e il 14 dicembre del 1591 si spegne all'età di 49 anni Giovanni della Croce, primo carmelitano ad aver aderito alla riforma del Carmelo operata da Teresa d'Ávila. Juan de Yepes Alvarez era nato a Fontiveros, nella Vecchia Castiglia. Di origini molto povere, dopo un'infanzia assai difficile, per potersi pagare gli studi egli dovette lavorare a lungo come infermiere nell'ospedale degli appestati. Entrato dai Carmelitani a Medina del Campo, per le sue brillanti qualità intellettuali fu mandato a studiare alla celebre università di Salamanca. Uomo dedito a un'ascesi estrema, che gli pregiudicò ben presto l'integrità fisica, Giovanni era sul punto di abbandonare il Carmelo per farsi certosino, quando l'incontro con Teresa d'Avila lo convinse della possibilità di riformare l'Ordine. Egli diede allora vita a una piccola comunità estremamente povera, ma ben presto i suoi superiori gli affidarono responsabilità di rilievo nella formazione intellettuale e spirituale dei novizi. La sua vita divenne allora un pellegrinaggio da una comunità all'altra, durante il quale Giovanni fu spesso osteggiato, a volte oltraggiato e umiliato, e comunque raramente capito dai suoi compagni. In questo itinerario di umiliazione, nel quale egli afferma di aver sperimentato l'abbandono da parte di Dio stesso nella «notte oscura» dell'anima, Giovanni trasse la forza per invocare la «fiamma d'amore» dello Spirito e per scrivere poemi e cantici spirituali che narrano l'unione sponsale dell'anima con Dio, approdo sicuro, secondo la sua esperienza spirituale, per coloro che seguono con fiducia il cammino pasquale del Signore. Per i cattolici egli è dottore della chiesa, gli anglicani lo ricordano come poeta e maestro della fede.

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Giovanni della Croce (1542-1591)

Tracce di lettura

Dove ti sei nascosto,
Amato, lasciandomi a gemere?
Come il cervo corresti,
dopo avermi ferito:
ti uscii dietro gridando, e te n'eri andato.
Pastori, voi che andate
da un ovile all'altro su all'altura:
se per caso vedrete chi più di tutti amo,
ditegli che soffro, languo e muoio.
Cercando il mio amore,
andrò per questi monti e rive,
non coglierò mai fiori,
né temerò le fiere,
e passerò oltre ai forti e alle frontiere.
(Giovanni della Croce, Canzoni tra l'anima e lo Sposo)

Preghiera

O Dio,
che hai guidato san Giovanni della Croce
alla santa montagna che è Cristo,
attraverso la notte oscura
della rinuncia
e l'amore ardente della croce,
concedi a noi di seguirlo
come maestro di vita spirituale,
per giungere alla contemplazione
della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Lucia. Il dono totale di sé agli uomini e a Dio

Lucia di Siracusa (+ 304)
martire

il 13 dicembre le chiese d'oriente e d'occidente ricordano il martirio di Lucia, vergine di Siracusa messa a morte al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. Vissuta sul finire del III sec., secondo la tradizione Lucia era di nobile famiglia, ed era promessa sposa a un suo concittadino. Recatasi assieme alla madre gravemente ammalata in pellegrinaggio a Catania sulla tomba di sant'Agata, Lucia udì il brano del vangelo in cui si narra dell'emorroissa guarita dopo aver toccato il lembo del mantello di Gesù. Essa esortò allora la madre a fare altrettanto, toccando il sepolcro di Agata, e ne ottenne la guarigione. Tornata allora a Siracusa, Lucia decise di rinunciare al matrimonio e di dare tutti i suoi beni ai poveri. Ma il fidanzato, sentendosi raggirato, la accusò presso le autorità romane di essere cristiana e di opporsi al culto dell'imperatore. Condannata al martirio, Lucia venne prima condotta in una casa di prostituzione, e poi, visto che nessuno riusciva nemmeno ad avvicinarla, fu sottoposta a tormenti e infine uccisa di spada nell'anno 304. Siccome il suo nome in latino ha la stessa radice di «luce», e la sua memoria cade in dicembre, Lucia fu associata fin dall'antichità alla Luce vera venuta nel mondo per redimere ogni uomo: il Cristo, «luce per la rivelazione alle genti» e che le tenebre non possono sopraffare. Sempre per il suo nome, Lucia divenne la santa protettrice dei non vedenti. Le sue spoglie mortali sono custodite a Venezia.

SANTA LUCIA, Cosimo Rosselli 1470
Lucia di Siracusa (+304)

Tracce di lettura

Quando il fidanzato seppe che i suoi beni erano stati tutti dati ai poveri, portò Lucia davanti al console Pascasio e l'accusò di essere cristiana e di non ubbidire alle leggi imperiali. Subito Pascasio le ordinò di sacrificare agli idoli. Lucia rispose: «Visitare i poveri e aiutarli nelle loro miserie è un sacrificio che piace a Dio: io non ho ormai più ricchezze da offrire ma soltanto me stessa che offro vittima al Dio vivente». (Jacopo da Varagine, Leggenda aurea)

Preghiera

Dio nostro redentore,
tu hai dato luce al mondo
che era nelle tenebre
grazie alla forza sanante
della croce di Cristo:
effondi su di noi quella luce,
ti preghiamo,
affinché possiamo,
assieme alla tua martire Lucia,
con la purezza delle nostre vite,
riflettere la luce di Cristo
e per opera della sua passione
giungere alla luce della vita senza fine.
Attraverso Gesù Cristo
tuo Figlio, nostro Signore,
che vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
un solo Dio, ora e sempre.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 12 dicembre 2019

Dio si compiace di essere importunato

Rivolgiti dunque a Dio con una opportuna, importuna, umile e continua, perseverante e fervente orazione: fa' davanti a Dio la parte di chi è continuamente nel bisogno. Qui sulla terra i poveri si rendono seccanti e molesti, se si presentano spesse volte davanti ai ricchi; ma con Dio la cosa va diversamente, poiché per quanto lo preghi e importuni, sia per te, sia in favore del tuo prossimo, egli non si annoia o disturba minimamente; anzi, più ti trattieni nella preghiera e insisti nel pregarlo e importunarlo, e più gli dai piacere.
Infatti, egli, per quanto dia, non si impoverisce né diminuiscono le sue ricchezze; e neppure si infastidisce della nostra importunità, o si nausea della nostra povertà e miseria; anzi si diletta quanto mai nel vedere in noi questa santa avarizia e questa cupidigia delle virtù e beni spirituali.
Quindi, in qualunque necessità o bisogno, tuo o altrui, dopo aver usato l'industria umana e naturale, ricorri a Dio.
Sia egli il sicuro rifugio nelle tue sollecitudini e nelle tue premure, nei tuoi timori e pericoli; né devi vergognarti andando da lui ogni momento a supplicarlo per diverse persone o bisogni, anzi allora devi avere maggior fiducia in Dio. Sarai esaudito a misura della confidenza che avrai in lui. Dunque ricorri a Dio in qualunque tuo bisogno, e chiedi da lui consiglio e soccorso.

        Lanspergio, certosino (+1539); Opera omnia, t. 2, p. 35

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Lanspergio (1489-1539)

mercoledì 11 dicembre 2019

Il purgatorio nella teologia del metodista Jerry Walls

Pubblico qui di seguito la traduzione di un articolo che reputo interessante in merito alla "rinascita" del tema del purgatorio tra protestanti ed evangelici
Premetto che, personalmente, non credo nella versione un po' "educorata" di santificazione post-mortem che ci offre il teologo metodista Jerry Walls. La santificazione, ci insegna il Vangelo, è un processo di spoliazione (kenosis) la cui "Via" è indicata da Gesù Cristo, è, anzi, Cristo stesso, "Via, Verità e Vita" (Gv 14,6); un processo di spoliazione che va dall'assunzione da parte del Logos eterno della natura umana fino alla Croce e alla discesa agli inferi. Poiché nessun discepolo è più grande del proprio maestro (Mt 10,24) Gesù chiede a chi vuole andare dietro a lui di rinnegare se stesso, prendere la propria croce e seguirlo (Mt 16,24). La mia idea di purgatorio, dunque, è quella di uno stato spirituale più che di un luogo fisico, in cui l'anima sperimenta una sofferenza (tradizionalmente rappresentata da fiamme spirituali) pari alla consapevolezza delle proprie colpe e dei propri difetti alla luce della gloria di Dio, manifestatasi dopo la morte. La comunione dei santi, ovvero tra i credenti in Cristo, continua dopo la morte, perché forte come la morte è l'amore (Ct 8,6); per tale ragione la stessa grazia di Dio desidera (anche se non sarebbe obbligata a farlo) che i credenti si aiutino reciprocamente nel processo di santificazione, attraverso un legame di comunione e di carità che coinvolge la stessa relazione tra i vivi e i morti nella fede. La mia posizione è, dunque, palesemente cattolica, nella definizione espressa dal Concilio Vaticano II.
Fatta tale premessa, ritengo che la presa di posizione, anzi, la grande dedizione all'approfondimento del tema, da parte del teologo metodista Jerry Walls e di altri protestanti ed evangelici come il teologo e fisico John Polkinghorne, il teologo e biblista John Bertram Phillips, e molti altri anglicani; in ambito presbiteriano George MacDonald e William Barclay (le cui posizioni mi riservo di trattare in altri post) è davvero sorprendente. - Rev. Dr. luca Vona, Eremita

A painting from "Les Très Riches Heures du duc de Berry," which shows purified souls in Purgatory. The souls are trapped in water, fire, on rocky and grassy land, where the are rescued by Angels.
Dal Codice miniato Les Très Riches Heures du duc de Berry (1412 circa)

- Da "Religion News Service, 29 ottobre 2014" -

Il 2 novembre, in quello che è noto come "il giorno dei defunti" (All Souls' Day in ambito anglosassone), i cattolici di tutto il mondo pregheranno per i loro cari defunti e per tutti coloro che sono passati da questa vita a quella successiva. A loro si unirà il teologo metodista Jerry Walls.

"Non ho alcun problema a pregare per i morti", dice Walls senza esitazione, il che è insolito per un affiliato della Chiesa Metodista Unita (United Methodist Church) che frequenta una chiesa anglicana e insegna filosofia cristiana all'Università Battista di Huston (Houston Baptist University).

La maggior parte delle tradizioni protestanti ha respinto con forza la "dottrina romana" del purgatorio dopo la Riforma circa 500 anni fa. Il disagio protestante con il purgatorio non è diminuito molto da allora: non è ancora possibile trovare un riferimento simile nella Bibbia, dicono i critici, e l'idea che si possa pregare perché un defunto possa andare in paradiso sa di salvezza mediante le buone opere.

I morti sono o in paradiso o all'inferno, dicono. Non c'è via di mezzo, e certamente nulla può fare la vita per cambiarlo.

Molti cattolici non sembrano prendere sul serio il purgatorio come una volta, vedendolo come un foraggio per gli scherzi o come "l'anticamera del paradiso", una spiacevole stazione di passaggio che è solo marginalmente più attraente dell'inferno.

Ma Walls è il principale esponente di uno sforzo per convincere i protestanti - e forse alcuni cattolici - che il purgatorio è un insegnamento che possono e dovrebbero abbracciare. E sta riscuotendo un certo successo, anche tra alcuni evangelici, che non si vede da secoli.

"Spesso ricevo reazioni negative", ha detto Walls a proposito dei suoi primi sforzi, iniziati più di un decennio fa, per presentare il purgatorio ai protestanti. "Ma quando ho iniziato a spiegarlo, non ha causato molto choc."

Il principale lavoro di Walls sull'argomento, Purgatory: The Logic of Total Transformation, è stato pubblicato nel 2012 e completa una trilogia su paradiso, inferno e vita ultraterrena. Ha sintetizzato le sue idee in un volume pubblicato dalla Brazos Press, che si rivolge ai lettori evangelici e sta scrivendo un saggio sul purgatorio per una raccolta sull'inferno pubblicata dall'editore evangelico Zondervan.

Walls e altri teologi protestanti che recuperano l'idea di purgatorio si fondano su tre presupposti fondamentali.

1. La parola "purgatorio" non è nella Bibbia, ma l'idea è lì

Il Nuovo Testamento chiarisce che devi essere santo per entrare in paradiso: "Senza santità nessuno vedrà il Signore", come dice la lettera agli ebrei. "Nulla di impuro potrà mai entrare" nel paradiso, aggiunge l'autore del Libro dell'Apocalisse. La solita spiegazione protestante è che questa trasformazione avviene in un istante, al momento della morte.

"Quindi tutti credono nel purgatorio", ha detto Walls. "L'unica domanda è quanto dura e come succede". Per Walls, il purgatorio (o come si desidera chiamarlo) è "una naturale implicazione teologica" che "ha senso delle cose che vengono insegnate nella Bibbia".

2. ha ancora a che fare con la grazia, non con le opere

I critici del purgatorio affermano che si trattava di un'invenzione del cattolicesimo medievale, e infatti Roma definì esplicitamente la dottrina solo nel tredicesimo secolo. Dante scrisse la sua "Divina Commedia" alcuni decenni dopo, che cementava l'immagine popolare del purgatorio (e quella dell' inferno).

Nel quindicesimo secolo, il purgatorio veniva sfruttato come un sistema per fare soldi da predicatori e inquisitori come Johann Tetzel, il frate tedesco la cui vendita di indulgenze per la remissione dei peccati scatenò l'ira di riformatori come Martin Lutero. "Predicano solo dottrine umane che affermano che non appena la moneta penetra nella cassa del denaro, l'anima vola fuori dal purgatorio", come affermava Lutero.

Ma i cattolici sostengono che i primi cristiani pregavano per le anime dei defunti e che la dottrina del purgatorio non doveva essere cancellata semplicemente perché se ne era abusato.

Walls è d'accordo. Aggiunge che il tempo trascorso in purgatorio non è una questione di "guadagnare" una via per il paradiso, ma è un'estensione del viaggio verso la santità. I credenti cooperano tra loro in tale processo di santificazione mentre sono vivi, con l'aiuto della grazia, e ha senso che continuino a farlo quando un'altro credente muore. "Se pensi che Dio prenda sul serio la nostra libertà, è improbabile che ci "tagli fuori" dalla grazia, unilateralmente, al momento della morte", afferma Walls.

3. Il Purgatorio non è la camera delle torture di Dio

Per molto tempo, il purgatorio è stato visto come una questione di disciplina, una sorta di esperimento di dolore controllato che un'anima deve subire prima di poter passare in paradiso (dopo un certo numero di anni, che divenne spesso oggetto di calcoli contorti sul valore relativo di peccati mortali e veniali).

Negli ultimi anni, l'enfasi è passata dal "soddisfare" la giustizia di Dio attraverso riparazioni dolorose a un processo di santificazione.

Questa versione rielaborata del purgatorio è qualcosa che ha incuriosito alcuni protestanti e sembra averne conquistato più di uno.

"Suggerire che i cristiani si trovino in una sorta di ascensore in caduta libera o in una salita senza soste al momento della morte [perché così predestinati, ndt] è suggerire che coloro che lavorano duramente sulla santità in questa vita stanno sprecando i loro sforzi", John G. Stackhouse, Jr., un famoso autore evangelico al Canada's Regent College ha commentato in un saggio pubblicato dal The Christian Century. le idee di Walls.

La santificazione, ha affermato Stackhouse, “rimane un processo impegnativo e incrementale che non può essere messo in corto circuito con la morte. Perché dovremmo pensare a una drastica rottura nel momento con la fine della vita? ”Nello stesso numero, Roger Olson, teologo del seminario della Baylor University, offre un' ampia recensione del libro di Walls.

Walls e altri hanno anche citato il convertito inglese e apologista cristiano, C.S. Lewis, un eroe degli evangelici di oggi, che ha scritto che credeva nel purgatorio, sebbene lo vedesse più come un viaggio dal dentista che nella versione di Dante.

La squadra di teologi protestanti ed evangelici che stanno riabilitando l'idea del purgatorio è potente, ma il dibattito è ancora in crescita e la resistenza continua, specialmente tra gli evangelici.

Scot McKnight, autore popolare e professore di Nuovo Testamento al Northern Seminary fuori Chicago, si è etichettato "persuadibile" sull'idea del purgatorio ma ha concluso in una serie di post sul blog sugli scritti di Walls che rimane "non convinto" per diversi motivi, principalmente perché "non ci sono prove nel Nuovo Testamento per il purgatorio inteso come "seconda possibilità".

La rivista online Credo lo scorso anno ha dedicato un intero numero alla domanda, intitolata: "Purgatorio: una dottrina evangelica?" Il risultato è stato decisamente negativo:

"Certamente questo tema odora ancora di salvezza mediante le opere, anche se rivestito in modo diverso", ha scritto Matthew Barrett, della Chiesa Battista del Sud ed editore esecutivo di Credo. "Che choc sarebbe stato per Lutero e Calvino vedere gli evangelici non solo ignorare le nostre differenze con i cattolici romani su questioni tanto grandi quanto la giustificazione per sola fede, ma persino spingersi fino all'adozione di dottrine cattoliche romane come il Purgatorio".

Walls, tuttavia, afferma che dopo cinque secoli di condanne protestanti della dottrina sul purgatorio, ci vorrà del tempo prima che la discussione abbia davvero inizio: "Penso che nei prossimi dieci anni, il purgatorio si svilupperà come una conversazione seria".




Il libro di Jerry Walls Purgatory: The Logic of Total Transformation su Amazon: https://www.amazon.com/Purgatory-Transformation-Jerry-L-Walls/dp/0199732299


Daniele lo Stilita. Lampada della Fede

Ortodossi, Greco-Cattolici e Maroniti celebrano oggi la memoria di Daniele lo Stilita (Maratha, Samosata, 409 - Siria, 490 circa).

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Daniele lo Stilita (409-490)

Testimoni estremi della fede, la cui vita di penitenza era sempre sotto gli occhi di tutti, gli stiliti incarnarono una forma originale di ascetismo cui stenteremmo a credere se non avessimo fonti storiche documentate. Nati nel V secolo in Oriente (si diffusero poi anche in Russia), questi anacoreti vivevano presso un villaggio o un monastero, su una colonna alta dai dieci ai venti metri. Su di essa predicavano, guarivano malati e celebravano l’Eucaristia, trasformando così un simbolo pagano (solitamente sulle colonne si innalzavano gli idoli) in luogo di elevazione cristiana. La piattaforma garantiva la sopravvivenza grazie ad una tettoia, mentre dal balcone vi era il contatto con i fedeli. Alcuni seguaci provvedevano al sostentamento dello stilita innalzando il cibo con una carrucola o una scala. Alla sommità accedevano quanti necessitavano di conforto spirituale o cercavano soluzioni a controversie. 

Il primo e il più celebre stilita fu S. Simeone detto “il vecchio” (390-459) che visse in Siria a Qal’At Sem’An, nei pressi di Antiochia, e fu famoso per i miracoli e per aver convertito anche alcuni arabi. Daniele fu un suo discepolo, come apprendiamo dalla dettagliata biografia scritta, con diversi particolari storici, da un giovane seguace.

Daniele nacque a Maratha (vicino a Samosata) nel 409 da pii genitori che lo consacrarono subito al Signore. Crebbe buono e a soli dodici anni chiese di essere accolto in un vicino monastero. Alle resistenze dell’abate rispose che era sì giovane ma, con la sua grande fede, avrebbe sopportato la dura vita del cenobio. Pochi anni dopo godeva già della sua fiducia, tanto da accompagnarlo in un viaggio ad Antiochia. Ospiti del monastero di Telanissos (Dair Sem’an), conobbero S. Simeone che aveva da poco iniziato a vivere da asceta in cima ad una colonna, incompreso dai compagni e accusato di vanagloria. Nonostante la grande calura, il santo li accolse e li benedisse facendo breccia nel cuore del giovane, cui però predisse molte sofferenze. Qualche tempo dopo l’abate morì e Daniele venne scelto come suo successore. Egli però, rifiutato l’incarico, tornò a far visita a Simeone con l’intento di raggiungere successivamente la Terra Santa. Ripiegò su Costantinopoli a causa delle guerre, per poi ritirarsi a Filempora, in un tempio abbandonato, sotto la protezione del patriarca S. Anatolio. 

Nel 459 Simeone morì e il suo mantello, destinato inizialmente all’Imperatore Sergio I, venne dato a Daniele che, ormai cinquantenne, decise di seguire l’esempio del maestro. Alcuni compagni lo aiutarono a stabilirsi su una colonna dove iniziò la sua vita di meditazione e preghiera. All’ordine iniziale dell’Imperatore Leone di lasciare il luogo, la guarigione di un ragazzo posseduto dal demonio convinse il messo imperiale a tornare dall’imperatore per raccontare l’accaduto. Questi chiese a Daniele di pregare affinché l’imperatrice Verena concepisse un figlio. A grazia ottenuta l’imperatore andò di persona a ringraziarlo, salendo sulla colonna e toccandogli i piedi. Fece poi costruire un’altra colonna collegata con un ponte alla precedente, mentre il luogo era ormai meta di pellegrinaggi. Durante una tempesta la struttura corse il pericolo di crollare, ma Daniele non l’abbandonò e, a pericolo scampato, fece graziare il costruttore condannato dall’imperatore per la sua imperizia.

Il santo stilita era continuamente esposto alle intemperie e durante un inverno particolarmente rigido fu salvato in extremis dall’assideramento. L’imperatore fece allora costruire una stanza in cui fosse maggiormente riparato. Purtroppo a Daniele non mancarono gli attriti col Patriarca di Costantinopoli Gennadio e solo dietro ordine imperiale questi andò a trovarlo. All’incontro, nonostante la giornata caldissima, assistette una grande folla e il presule, dopo aver celebrato le preghiere d’ordinazione, salì sulla colonna dove si diedero vicendevolmente la comunione.

Daniele era ormai famoso in tutto l’impero. Si narra che predisse un incendio nella capitale (465) e che davanti alla sua colonna furono siglati patti di alleanza tra principi. Le visite più gradite erano però quelle dei malati che, dopo aver ascoltato la sua sapiente parola, ricevevano i sacramenti. Scese dalla colonna solo quando, morto l’imperatore, gli eretici monofisiti usurpavano il trono. Portato a spalle dalla folla ottenne il riconoscimento del nuovo Imperatore Zenone che, da lì a poco, con gratitudine, andò a onorarlo sulla colonna. Lo stesso successivamente promulgò il decreto detto Henoticon, diretto a vescovi, chierici e monaci della chiesa orientale, relativo all’approvazione del Simbolo Niceno.

Daniele morì ultraottantenne nel 490 (o 493) dopo aver incontrato il Patriarca Eufemio e aver celebrato la Messa. Fu sepolto in un oratorio ai piedi di quella colonna su cui era vissuto trentatre anni e tre mesi.

        Daniele Bolognini

martedì 10 dicembre 2019

Quando i cristiani uccidono i propri fratelli

La Chiesa cattolica d'occidente celebra oggi la memoria di alcune vittime delle persecuzioni anglicane del sedicesimo secolo. Un evento che richiama la necessità di una "purificazione della memoria" per tutte le chiese.

Il 10 dicembre 1591 furono martirizzati a Londra ben sette cattolici, colpevoli di fedeltà alla Santa Sede e di non aver aderito all’anglicanesimo, in seguito ad un decreto reale che rafforzò le leggi contro il cattolicesimo. Tra di essi figurano Edmondo Gennings e Swithun Wells.
Edmondo Gennings, alias “Ironmonger” (“ferramenta”), era nato a Lichfield nel 1567. Compiuti gli studi a Reims, ricevette l’ordinazione presbiterale a Soissons e dal 9 aprile 1590 iniziò a svolgere il suo ministero in Inghilterra. Approdato a Whitby, si diresse verso il suo paese natale, ma qui scoprì che i suoi genitori erano ormai morti. Raggiunse allora Londra in cerca di suo fratello Giovanni, acceso puritano, che lo avvertì del pericolo di morte se fosse diventato sacerdote e del discredito che avrebbe gettato suoi suoi amici.
Edmondo si trasferì allora in campagna per qualche mese, ma nell’autunno del 1591 fece ritorno a Londra, ove celebrò l’Eucaristia in casa di un anziano maestro, Swithun Wells, e di sua moglie Margherita. Durante la Messa, sopraggiunse il notorio Topeliff, l’inquisitore, con i suoi soldati. I membri della congregazione riuscirono a tenerli a bada sino al termine della celebrazione, poi però Edmondo fu arrestato insieme con un altro sacerdote, Polidoro Plasden, i coniugi Wells ed altri due laici, Giovanni Mason e Sidney Hodgson, tutti accusati di essere suoi complici.

Tutti e sei furono condannati a morte e giustiziati: Edmondo fu impiccato, sventrato e squartato, mentre Swithun solamente impiccato. Ciò avvenne a Gray’s Inn Fields, nei pressi della casa dei Wells. Il medesimo giorno Polidoro Plasden ed i due laici furono giustiziati con la medesima atrocità presso Tyburn, insieme al sacerdote Eustazio White e Brian Lacy. La signora Wells fu invece graziata, ma morì comunque in prigionia dieci anni dopo.
Giovanni, il fratello di Edmondo Gennings, suo unico parente ancora in vita, al momento dell’assassinio affermò che egli “anelava, piuttosto che temere, una fine precoce e sanguinosa dei suoi parenti più prossimi”, tuttavia dieci girni dopo si convertì anch’egli al cattolicesimo ed entrò tra i frati minori. Divenne addirittura ministro dei francescani inglesi e, tra il 1619 ed il 1621, fondò il convento delle Terziarie Inglesi a Bruxelles, che poi trasferì a Taunton.
Edmondo Gennings e Swithun Wells furono beatificati nel 1929 con numerose altre vittime della medesima persecuzione e canonizzati da Papa Paolo VI il 25 ottobre 1970 con il gruppo dei Quaranta Martiri d’Inghilterra e Galles. Nel 1929 fu proposta anche la causa di canonizzazione della signora Wells, in attesa di ulteriori prove.

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Edmund Gennings (1567-1591)

Brian Lacy, sacerdote originario di Louth, nel Lincolnshire, rimase fedele alla Santa Sede e non aderì all’anglicanesimo. Fu però tradito da suo fratello ed incarcerato a Tyburn, presso Londra. Qui fu compagno di prigionia di John Mason e Sydney Hodgson, due laici che erano stati scoperti assistere ad una celebrazione eucaristica presieduta da Sant’Edmondo Gennings a casa del laico San Swithun Wells. Uccisi insieme il 10 dicembre 1591, furono beatificati nel 1929 insieme a numerose altre vittime della medesima persecuzione.

L'impiccagione di John Mason il 10 diecmbre 1591

domenica 8 dicembre 2019

Maria, concepita per portare Dio tra noi


Dio, senza di lei, sarebbe potuto venire in mezzo a noi nella nostra carne;
Dio, per mezzo di lei, è venuto in mezzo a noi nella nostra carne.

        Augustin Guillerand (+1945), certosino

File:Sebastiano vini, nascita di Maria Vergine, 01.jpg
Sebastiano Vini (1530-1602), Nascita di Maria Vergine, Chiesa di San Vitale (Pistoia)

Onora il padre e la madre. Ecco tua madre

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William-Adolphe Bouguereau (1825-1905), Regina angelorum, Petit Palais


Maria, sposa purissima dello Spirito Santo, dona la sua carne, il suo sangue, il suo latte al Figlio di Dio

L'angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. Lc 1,35 

Intercessione di Maria alle Nozze di Cana e comandamento di gesù ai suoi servi di fare quel che lei dirà

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». Gv 2,1-5

Noi, servi inutili


Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"». Lc 17,10

Maria, Madre di Dio e Madre di coloro che credono nella salvezza mediante la croce

Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.

Adoriamo Dio, ma riserviamo il giusto e doveroso onore alla Madre che il Salvatore ci ha affidato dalla croce

Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà. Es 20,12

Maria, unita ai discepoli in preghiera durante la Pentecoste

Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui. At 1,14


Cippo di Abercio

Iscrizione funeraria di Abercio (fine II secolo)

Avevo per compagno Paolo, la fede mi guidava dappertutto.
Dovunque ella mi procurava come cibo un pesce di acqua sorgiva,
grandissimo, purissimo, pescato da una vergine immacolata.


Sub tuum praesidium (III secolo)

Traduzione italiana

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,
Santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.

Testo originale greco

Ὑπὸ τὴν σὴν εὐσπλαγχνίαν
καταφεύγομεν, Θεοτόκε.
Τὰς ἡμῶν ἱκεσίας
μὴ παρίδῃς ἐν περιστάσει,
ἀλλ᾽ ἐκ κινδύνων λύτρωσαι ἡμᾶς,
μόνη Ἁγνή, μόνη εὐλογημένη.

Traslitterazione dal greco

Hypò tèn sèn eusplanchnían
katapheúgomen, Theotóke.
Tàs hemôn hikesías
mè parídes en peristásei,
all'ek kindýnon lýtrosai hemâs,
móne hagné, móne eulogeméne.

Versione latina

Sub misericordiam tuam
confugimus, Dei Genetrix.
Nostras deprecationes
ne despicias in necessitate,
sed a periculis libera nos,
una sancta, una benedicta.



venerdì 6 dicembre 2019

Ambrosius Blarer (+1564) il riformatore di Costanza

La Chiesa luterana celebra oggi la memoria di Ambrosius Blarer (accanto a quella di Nicola vescovo di Mira).

Ambrosius Blarer (detto a volte Ambrosius Blaurer; 4 aprile 1492 - 6 dicembre 1564) fu un influente riformatore protestante nella Germania meridionale e nella Svizzera nord-orientale.

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Ambrosius Blarer (1492-1564)

Primi anni di vita

Blarer nacque nel 1492 in una delle principali famiglie di Costanza. Studiò teologia a Tubinga, dove incontrò Filippo Melantone, con il quale intrattenne una duratura amicizia. Dopo aver conseguito il titolo di Magister entrò nel monastero benedettino dell'abbazia di Alpirsbach.

Attraverso la sua corrispondenza con Filippo Melantone e suo fratello Thomas Blarer, studente a Wittenberg tra il 1520 e il 1523, Ambrosius Blarer fu ben informato sugli insegnamenti di Lutero e iniziò a diffonderli tra i suoi fratelli. Ciò portò a un conflitto tra lui e i suoi superiori e nel 1522 Blarer fuggì dal convento. Trovò rifugio nella sua città natale; Costanza era già sulla buona strada per essere riformata, quindi non dovette temere le conseguenze della violazione dei suoi voti. Tuttavia, continuò a indossare il suo abito religioso.

Riforma di Costanza

Nel febbraio del 1525, Blarer iniziò a predicare a Costanza e presto divenne una figura di spicco della riforma locale. Con il riformatore Johannes Zwick (suo cugino) e i loro fratelli, rispettivamente Konrad Zwick (fratello del cugino Johannes) e Thomas Blarer (fratello di Ambrosius), membri del consiglio comunale (in seguito Thomas divenne sindaco), Blarer aveva una squadra efficace e influente dal punto di vista spirituale per continuare la riforma.

I riformatori di Costanza erano molto idealisti, e speravano di purificare la città da ogni peccato. Nel 1526 fu approvata una legge morale che proibiva di ballare, bere, imprecare, l'adulterio, ecc. L'applicazione della legge si rivelò inizialmente difficile, fino a quando fu introdotta una nuova strategia nel 1531; da quel momento in poi tutti i cittadini dovevano alternarsi come tutori morali, segnalando al Consiglio ogni violazione della legge. Ciò eliminò il pericolo di trascurare sistematicamente l'esortazione a una buona condotta rivolta da amici e familiari.

Nato in una famiglia benestante, Blarer godeva di una buona educazione classica per i suoi tempi e, come monaco, era stato un obbediente e fedele seguace della Chiesa cattolica.
Anche quando abbracciò la Riforma non avrebbe voluto chiudere i monasteri, ma subordinarli alle idee protestanti. Attraverso gli scritti di Lutero, era divenuto consapevole della maggiore autorità e priorità della Bibbia, del Sola scriptura e della cattiva amministrazione e superficialità nella Chiesa cattolica, che si manifestavano soprattutto nell'idea di giustificazione mediante le opere e delle indulgenze. Come Lutero, vide e trovò nel solo Cristo il perdono, la salvezza dei peccati attraverso la crocifissione. Per grazia e riconoscenza, quindi, l'uomo nella fede dovrebbe orientarsi a Cristo e affidarsi a lui. Può farlo senza un sacerdote, un mediatore speciale, come rappresentato dal termine "sacerdozio comune dei fedeli" (a sua volta, derivante dall'idea della Chiesa come Corpo di Cristo, unico suo capo, e dal ruolo sacerdotale di Cristo, unico mediatore presso il Padre). La comunità cristiana, secondo  Blarer rappresentata dal governo, dovrebbe eleggere e nominare i pastori. Su questo punto seguì le idee di Zwingli. Fece una campagna per l'unità e la pace tra le chiese protestanti e ha cercò di mediare tra i seguaci di Lutero e Zwingli. Non investì molto nelle formulazioni e negli scritti teologici, ma fece sì che le persone seguissero Cristo e un modo di vivere gradito a Dio. Con gli ordinamenti comunali contribuì al miglioramento del sistema sociale, dell'istruzione, della cura dei poveri, dei malati e delle vedove.

Un'altra specificità della riforma di Costanza fu l'amore per la musica. Ambrosius scrisse molte canzoni educative e religiose che furono cantate come parte della liturgia. Molte delle sue canzoni sono ancora presenti nell'innario svizzero Evangelico.

Corrispondenza e influenza

Come Martin Bucer di Strasburgo, la teologia di Blarer fu fortemente influenzata sia da Zwingli che da Lutero. Egli cercò di trovare una posizione accettabile per entrambe le parti, che portò principalmente alla sua esclusione da entrambi i gruppi. Nel 1530, Costanza firmò la Confessione Tetrapolitana, la controparte "zwingliana" della Confessione di Augusta; quest'ultima, infatti, non era stata accettata né dai luterani né dagli zwingliani. La Confessione Tetrapolitana fu firmata anche dalla chiesa riformata di Strasburgo (Bucer era il suo autore) e da Memmingen e Ulm, due città per le quali Blarer fu il principale riformatore.

Ambrosius Blarer mantenne una vasta rete di corrispondenza con molti riformatori. Tra i più noti vi furono: Filippo Melantone, Ulrico Zwingli, Giovanni Calvino, Martin Bucer, Enrico Bullinger, Andrea Carlostadio e Giovanni Ecolampadio.

Declino

Le ambizioni dei riformatori di Costanza furono infrante nel 1548. A differenza degli altri membri della Lega Smalcaldica Costanza aveva rifiutato di negoziare con l'imperatore Carlo V a meno che non fosse stato loro concesso il diritto di mantenere la fede protestante. Questo si concluse con la battaglia alle porte della città il 6 agosto 1548, che vide la vittoria delle truppe della città di Costanza, ma per evitare ulteriori perdite, il consiglio dovette finalmente concordare le condizioni dell'Imperatore. Poiché avevano rifiutato i negoziati per così tanto tempo, non solo furono costretti ad abbandonare la loro fede protestante, ma persero anche il titolo di Città Libera Imperiale e divennero soggetti all'Austria dei cattolici Asburgo.

Blarer era già fuggito prima della battaglia. Visse il resto della sua vita in esilio, a Bienne e Winterthur. Nella Confederazione svizzera continuò a predicare il Vangelo e a consigliare numerosi riformatori che si rivolgevano a lui per chiedere aiuto. Morì a Winterthur il 6 dicembre 1564, ma già dal 1548 non vi era stato più spazio per lui, riformatore "non-conformista" e mediatore, in una Germania sempre più lacerata dai conflitti confessionali.

        Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

giovedì 5 dicembre 2019

San Saba, Padre di monaci, tra vita eremitica e diplomazia

Il 5 dicembre la Chiesa cattolica d'Occidente, gli ortodossi e i Greco-Cattolici, i Maroniti e la Chiesa Malabarese celebrano la memoria di San Saba, Monaco.

Nasce suddito dell’Impero romano d’Oriente, in una famiglia di cristiani, che da ragazzo lo mettono agli studi nel monastero di Flavianae, presso Cesarea di Cappadocia (attuale Kayseri in Turchia). 
Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Si scontra con i suoi, che invece vorrebbero avviarlo alla carriera militare. E la spunta allontanandosi.

Sui 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta, facendo sempre tappa e soggiorno tra i monaci: quelli di vita comune, e anche gli anacoreti, nelle loro grotte o capanne. Trova una guida decisiva nel monaco Eutimio detto “il grande”: ha convertito molti arabi nomadi, è stato consigliere spirituale dell’imperatrice Eudossia (la moglie di Teodosio II) nella prima metà del secolo.

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San Saba (439-532)

Con Eutimio, Saba condivide la vita eremitica nei luoghi meno accoglienti: il deserto della Giordania, la regione del Mar Morto. Assiste poi fino all'ultimo questo suo maestro (morto intorno al 473) e si ritira più tardi verso Gerusalemme, andando a stabilirsi in una grotta nel vallone del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura o lavra (“cammino stretto”, in greco), che è un misto di solitudine e di comunità, dove i monaci vivono isolati per cinque giorni della settimana, e si riuniscono poi il sabato e la domenica per la celebrazione eucaristica in comune. Vivono sotto la guida di un superiore, e dal gennaio fino alla Domenica delle palme sperimentano la solitudine totale in una regione desertica.

Insieme a lui, nel vallone, i monaci raggiungono il numero di 150, ma nuovi “villaggi” nascono in altre parti della Palestina, imitando il suo, che prende il nome di Grande Laura. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote,e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina poi archimandrita, cioè capo di tutti gli anacoreti di Palestina.

Ma non è un capo dolce, Saba. Non fa sconti sulla disciplina e non tutti lo amano: tant'è che per qualche tempo lui si dovrà allontanare. E andrà a fondare un’altra laura a Gadara, presso il lago di Tiberiade. 

Poi il patriarca lo richiama, perché i monaci si sono moltiplicati: c'è bisogno della sua energia, per la disciplina e per la difesa della dottrina sulle due nature del Cristo, proclamata nel 451 dal Concilio di Calcedonia, e contrastata dalla teologia “monofisita”, che nel Signore ammetteva una sola natura.
Scontro teologico, con la politica di mezzo: c’è frattura a Costantinopoli tra l’imperatore Anastasio e il patriarca;e Saba accorre nella capitale, nel vano tentativo di riconciliarli.

Poi vi ritornerà altre volte. E l’ultima, nel 530 è per lui una fatica enorme: ha quasi novanta anni. Ma affronta il viaggio per difendere i palestinesi da una dura tassazione punitiva. La gente lo venera già da vivo come un santo.

E ancora da vivo gli si attribuisce un intervento miracoloso contro i danni di una durissima siccità. Canonizzato da subito, dunque. E sempre ricordato anche dal grande monastero che porta ilsuo nome: Mar Saba. È stato per lungo tempo centro di ascesi e di studio; ed esiste tuttora, dopo avere attraversato tempi di fioritura e di decadenza, di saccheggi e di devastazioni.

        Domenico Agasso

mercoledì 4 dicembre 2019

L'Iscrizione di Pettorio (Pektorios)

L'iscrizione di Pettorio fu trovata in sette frammenti in un antico cimitero cristiano presso Autun (Francia), nel 1830. Il primo che la pubblicò fu il cardinale Jean-Baptiste-François Pitra e Giovanni Battista De Rossi la datò al II secolo.  Se la forma e lo stile delle lettere suggeriscono il periodo intorno al 350, la fraseologia è la medesima della Iscrizione di Abercio (vedi su questo stesso Blog).
Si tratta di una stupenda poesia, i cui prime cinque versi sono legati all'acronimo ΙΧΘΥϹ ("pesce"), che indica in greco Ἰησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ" (Iēsous Christos, Theou Yios, Sōtēr, ovvero "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore".
L'iscrizione chiama il battesimo "la fonte immortale delle acque divine" e l'eucaristia "il cibo dolce come il miele del Redentore dei santi". Cristo è chiamato "la luce dei morti"
nella seconda parte Pettorio prega per sua madre e chiede ai genitori e ai fratelli defunti di ricordarsi di lui "nella pace del pesce" (ἰχθύς).
Qui di seguito il testo dell'iscrizione:

O stirpe divina dell'Ichtys (Pesce) celeste,
conserva un'anima pura tra i mortali,
perché hai ricevuto una fonte immortale delle acque divine.
Riscalda la tua anima, amico, nelle acque perenni,
con le onde eterne della Sapienza che dona i tesori.
Ricevi il cibo, dolce come il miele, del Salvatore dei Santi,
mangia a sazietà, bevi finché hai sete,;tu tieni l'Ichtys (Pesce) nelle palme delle tue mani.
Ti prego, dà come cibo il Pesce, Signore e Salvatore.
Che riposi in pace mia madre,
così ti prego, o luce dei morti.
Ascandio, padre mio, diletto al mio cuore,
con la mia cara mamma e i fratelli,
nella pace del Pesce, ricordati di Pettorio.


- Riferimenti: Patrologia, Vol. 1, Johannes Quasten, 155-156.

Iscrizione funeraria cristiana del III secolo

Giovanni Damasceno. La creazione proclama la grandezza di Dio

LA Chiesa Cattolica, la Chiesa Anglicana e alcune Chiese Ortodosse e Greco-Cattoliche celebrano oggi la memoria di Giovanni Damasceno (ca 657-749), padre della Chiesa e monaco.

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Giovanni Damasceno (657-749)

Le chiese d'oriente e d'occidente fanno oggi memoria di Giovanni Damasceno, padre della chiesa e monaco. Egli nacque a Damasco nella seconda metà del VII secolo, in una famiglia di arabi cristiani, e ricevette alla nascita il nome di Mansur. Entrato, al seguito del padre, al servizio del califfo Omayyade di Damasco, nuova capitale dell'impero arabo, Mansur ricoprì a lungo l'incarico di amministratore califfale per la popolazione di religione cristiana. Attorno al 700, a causa dell'inasprirsi della politica musulmana verso i cristiani, egli fu costretto a lasciare il suo lavoro. Ma Mansur seppe fare delle improvvise avversità l'occasione per un'obbedienza radicale alla propria vocazione. Distribuiti tutti i suoi beni ai poveri, egli entrò nella laura di San Saba, nei pressi di Gerusalemme, assumendo il nome di Giovanni. Cominciava così per lui un'intensa vita di studio e di preghiera. Su richiesta del patriarca di Gerusalemme, Giovanni divenne predicatore presso il Santo Sepolcro, e fu uno dei principali difensori del culto delle immagini al tempo della polemica iconoclasta. Le affermazioni fondamentali del secondo concilio di Nicea (787), che chiusero l'epoca iconoclasta fondando la liceità del culto delle immagini sull'incarnazione del Verbo di Dio, sono ispirate in larga misura agli insegnamenti del Damasceno. Nella sua trilogia intitolata La fonte della conoscenza, Giovanni ha lasciato inoltre la prima sistematizzazione della teologia patristica di tradizione greca. Egli morì nel 749 e il suo corpo fu sepolto a San Saba.

Tracce di lettura

Il divino è ineffabile e incomprensibile. «Infatti nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre». E anche lo Spirito santo conosce ciò che è di Dio, così come lo spirito dell'uomo conosce ciò che è nell'uomo. Nessuno ha mai conosciuto Dio, se non colui al quale egli stesso lo ha rivelato. Tuttavia Dio non ci ha abbandonato in un'ignoranza completa. Infatti la conoscenza di Dio è stata seminata da lui naturalmente in tutti. La stessa creazione, la sua conservazione e il governo di essa proclamano la grandezza della natura divina. E inoltre, dapprima per mezzo della Legge e dei Profeti, e poi per mezzo del suo Figlio unigenito, del Signore Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, Dio ha rivelato la conoscenza di se stesso per quanto ci è accessibile. Perciò noi accogliamo, riconosciamo e veneriamo ciò che ci è stato tramandato per mezzo della Legge, dei Profeti, degli Apostoli e degli Evangelisti, non ricercando nulla al di là di queste cose.
(Giovanni Damasceno, La fede ortodossa 1,1)

Preghiera

Signore Dio,
accorda alla tua chiesa
di appoggiarsi ancora oggi
sull'insegnamento
dei maestri di sapienza e di verità
che tu hai suscitato in ogni tempo,
e concedi che la vera fede,
insegnata da Giovanni Damasceno
con gli scritti e con la vita,
sia nostra forza e nostra luce.
Per Cristo nostro Signore.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 3 dicembre 2019

Dove semina solo la grazia miete solo la gloria di Dio


L'anima che confida nelle proprie forze cadrà sempre; quella che non si fida di se stessa non cadrà mai. (...)
D'ora innanzi vigilerò per non appoggiarmi mai su me stesso. Come arrivare a non vedere, a non volere e a non fare nulla se non sotto l'influsso della grazia Certo, non è opera di un giorno; arrivare a questo punto vuol dire toccare l'apice della santità, poiché dove semina solo la grazia miete solo la gloria di Dio. (...)
La ricerca della mia soddisfazione mi trascinerà più o meno nel disordine, secondo che avrò più o meno trascurato le mie sorgenti di grazia. Quanto meno mi stupirò, tanto meno mi turberò, fino a non scoraggiarmi più. Lo stupore, il turbamento e lo scoraggiamento dopo una colpa sono frutto dell'orgoglio. Si credeva buono e vedendosi cattivo se ne stupisce. Si credeva bello e, vedendosi deforme, ne è indispettito e turbato. Si credeva forte e, sentendosi debole, ne è scoraggiato. Si ostina a non volere andare alla sorgente che sola dà la bontà, la bellezza e la forza. Ascoltarlo è un male più grande della stessa caduta, poiché è una discesa nella caduta, che impedisce all'umiltà di ricavare, dalla caduta, i frutti di salvezza che essa sa trarre da tutto, anche dal peccato.
Sono caduto perché mi sono appoggiato a una canna spezzata qual sono io. Mi ci sono appoggiato ed essa è entrata nella mano e l'ha ferita (cfr. Is 36,6). Invece di stupirmi, di irritarmi, di scoraggiarmi seguendo gli incitamenti dell'orgoglio, che vorrebbe lasciarmi a terra e rialzarsi lui più robusto, io lo abbatterò mediante un grazie riconoscente, che mi getterà nelle braccia di Dio., il quale guarirà subito la mia ferita e, mediante la sua grazia, mi renderà la bontà, la bellezza e la forza.

        François de Sales Pollien, Certosino

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François de Sales Pollien (1853-1936)



domenica 1 dicembre 2019

Vieni, vieni, Dio-con-noi!

Veni, Veni, Emmanuel ("Emmanuel"=dall'ebraico, "Dio-con-noi")è un inno latino per il periodo dell'Avvento, il cui testo, di autore anonimo, risale forse all'VIII secolo e la cui melodia ebbe probabilmente origine in Francia nel XV secolo.

Il brano fu pubblicato per la prima volta nel 1710 a Colonia nei Psalteriolum Cantionum Catholicarum.

Un bellissimo inno d'Avvento, ottimo per la Novena di Natale (e la IV domenica d'Avvento), è il popolare Veni Veni Emmanuel. Non molto conosciuto - per la verità - in Italia, è invece famoso e richiestissimo nei paesi anglosassoni, dove si canta O Come o come Emmanuel. Ha la particolarità di essere costruito sul contenuto delle antifone "O", e quindi adattissimo al periodo liturgico che stiamo vivendo: l'immediata preparazione al Natale, significata dall'invocazione del Ritornello: Rallegrati, Rallegrati! L'Emmanuele nascerà per te, o Israele.
Non è un canto gregoriano antico, e viene spesso eseguito anche in polifonia.

Nel testo, che si compone di sette strofe, viene invocato l'arrivo del figlio di Dio, affinché il popolo d'Israele venga liberato dall'esilio.

Nel 1851 il reverendo britannico John Mason Neale tradusse solo cinque delle Antifone e le pubblicò nel suo Mediaeval Hymns and Sequences, ulteriori traduttori e poeti misero mano al testo di “O come Emmanuel” e in particolare il reverendo Thomas A. Lacey (1853-1931) –qui la sua revisione) e il ministro presbiteriano Henry Sloane Coffin  (1877-1954). La melodia è stata arrangiata dal pastore anglicano Thomas Helmore e venne pubblicata nel 1854 nell’ The Hymnal Noted con il testo tradotto dal Rev. Neale
Il brano è interpretato da moltissimi artisti ed è un brano spesso contenuto nelle raccolte dei Celtic Christmas songs anche in versione strumentale.

Qui di seguito una esecuzione del King's College e il testo, nell'originale latino, nella traduzione italiana, e nel rifacimento inglese.



Veni, veni Emmanuel!
Captivum solve Israel!
Qui gemit in exilio,
Privatus Dei Filio,
Gaude, gaude, Emmanuel
nascetur pro te, Israel.


Veni, O Sapientia,
quae hic disponis omnia,
veni, viam prudentiae
ut doceas et gloriae.
Gaude, gaude, Emmanuel
nascetur pro te, Israel.


Veni o Jesse virgula!
Ex hostis tuos ungula,
De specu tuos tartari
Educ, et antro barathri.
Gaude, gaude, Emmanuel
nascetur pro te, Israel.


Veni, veni o oriens!
Solare nos adveniens,
Noctis depelle nebulas,
Dirasque noctis tenebras.
Gaude, gaude, Emmanuel
nascetur pro te, Israel.

Veni clavis Davidica!
Regna reclude coelica,
Fac iter Tutum superum,
Et claude vias Inferum.
Gaude, gaude, Emmanuel
nascetur pro te, Israel.



Veni, veni Adonai!
Qui populo in Sinai
Legem dedisti vertice,
In maiestate gloriae.
Gaude, gaude, Emmanuel
nascetur pro te, Israel.

Vieni, vieni, Emmanuele
libera dalla prigionia Israele,
che si addolora in esilio,
privata dal figlio di Dio.
Rallegrati! Rallegrati! L'Emmanuele
nascerà per te o Israele.

Vieni O Sapienza
che disponi di questo mondo
vieni, la via della prudenza
insegnaci per la Gloria
Rallegrati! Rallegrati! L'Emmanuele
nascerà per te o Israele.

O vieni Ramo di Jesse
dallo zoccolo del tuo nemico,
dalla caverna dell'Averno
liberaci e dalla morte.
Rallegrati! Rallegrati! L'Emmanuele
nascerà per te o Israele.

Vieni, o vieni, sole d’Oriente;
Allontana le tenebre della notte
Rallegrati! Rallegrati! L'Emmanuele
nascerà per te o Israele.


O vieni, Chiave di Davide,
spalanca (le porte) del Regno;
rendi sicura la via del Cielo,
e chiudi l'accesso agli Inferi.
Rallegrati! Rallegrati! L'Emmanuele
nascerà per te o Israele.


Vieni, vieni, O Signore
che dall'alto del Sinai
donasti la legge al popolo
nella maestà della Gloria
Rallegrati! Rallegrati! L'Emmanuele
nascerà per te o Israele.



O come, O come, Emmanuel!
Redeem thy captive Israel
That into exile drear is gone,
Far from the face of God's dear Son.
Rejoice! Rejoice! Emmanuel
Shall come to thee, O Israel.

O come, thou Branch of Jesse! draw
The quarry from the lion's claw;
From the dread caverns of the grave,
From nether hell, thy people save.
Rejoice! Rejoice! Emmanuel
Shall come to thee, O Israel.

O come, O come, thou Dayspring bright!
Pour on our souls thy healing light;
Dispel the long night's lingering gloom,
And pierce the shadows of the tomb.
Rejoice! Rejoice! Emmanuel
Shall come to thee, O Israel.

O Come, thou Lord of David’s Key!
The royal door fling wide and free;
Safeguard for us the heavenward road,
And bar the way to death's abode.
Rejoice! Rejoice! Emmanuel
Shall come to thee, O Israel.

O come, O come, Adonai,
Who in thy glorious majesty
From that high mountain clothed in awe,
Gavest thy folk the elder Law.
Rejoice! Rejoice! Emmanuel
Shall come to thee, O Israel.








Preghiera per la I Domenica di Avvento, dal Book of Common Prayer 1928

Dio onnipotente, donaci la grazia di allontanare le opere delle tenebre e di rivestire l'armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, nel quale il tuo Figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci con grande umiltà; fa' che negli ultimi giorni, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita eternaper lui che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Almighty God, give us grace that we may cast away the works of darkness, and put upon us the armour of light, now in the time of this mortal life, in which thy Son Jesus Christ came to visit us in great humility; that in the last day, when he shall come again in his glorious majesty to judge both the quick and the dead, we may rise to the life immortal, through him who liveth and reigneth with thee and the Holy Ghost, now and ever. Amen.