Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

Un evangelicalismo ecumenico nel Deserto

Considero la tradizione monastica uno status che travalica le confessioni cristiane. Il monachesimo, preesistente al cristianesimo stesso, è stato assimilato da quest'ultimo fin dai primi secoli, portando frutti di santità e rappresentando un segno profetico della totale consacrazione a Dio come bene assoluto.
Durante le prime persecuzioni verso i cristiani alcuni di essi fuggirono nel deserto e qui si dedicarono a una vita eremitica fatta di preghiera, penitenza e semplicità di vita, nella ricerca di un'intima comunione con Dio. Con il raggiungimento della pace con l'impero romano questo stile di vita continuò a fiorire nel Deserto, al quale si sentirono attratti molti uomini e donne che sceglievano un impegno di vita radicale mentre il cristianesimo nelle città andava rilassandosi.
L'eremitismo non implica, però, un progetto di vita egoistico e sprezzante verso il genere umano. Al contrario, l'eremita, porta nel suo cuore e nella sua preghiera, nel vincolo spirituale della comunione dei santi, tutta la cristianità e ogni uomo bisognoso di conversione, consapevole che egli è il primo a dover invocare "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!".
La riforma protestante si è scagliata, al suo avvento, contro il monachesimo e l'eremitismo. A partire dal ventesimo secolo ha iniziato un processo di riscoperta di esso, che ha portato al sorgere di importanti realtà monastiche quali la l'Ordine dei Veglianti (Freternité Spirituaelle des Veilleurs) in Francia, la Comunità di Iona in Irlanda, la Comunità di Taizé in Svizzera e la Comunità monastica di Bose.
Vi sono inoltre numerose chiese, aderenti al cosiddetto "movimento della convergenza", le quali, partendo da una tradizione evangelica si sono aperte alla scoperta della tradizione cattolica, precedente gli scismi di oriente e d'Occidente.
Il fenomeno denominato dagli studiosi nuovo monachesimo (new monasticism) ha visto il fiorire anche di forme di vita monastica meno istituzionali e di numerosi eremiti metropolitani; questi ultimi ricercano una profonda comunione con Dio non necessariamente in deserti naturali, ma anche nella città, trasformando l'indifferenza e la solitudine che spesso caratterizza la moltitudine indistinta della realtà urbana, in luogo di incontro con Dio e di apertura al prossimo che si trova alla ricerca di senso nella frenesia quotidiana.
In questo senso la vocazione eremitica merita il riconoscimento di una vocazione autenticamente evangelica.
Considero il Deserto come luogo privilegiato in cui cercare una rinnovata comunione cristiana. La divisione delle chiese è infatti una ferita al Corpo mistico di Cristo. Per quanto siano importanti gli sforzi nel dialogo tra confessioni cristiane differenti la comunione ritrovata è un dono di Dio stesso e del suo Spirito, che parla al cuore dell'uomo nel silenzio del Deserto, che attraverso di esso conduce il suo popolo verso la terra promessa e che è capace di far scaturire una sorgente dalla roccia e trasformare le pietre in nuovi credenti per edificare la sua Chiesa.
Nella mia vita eremitica attingo alle sorgenti delle tre grandi correnti del cristianesimo: cattolica, ortodossa e protestante, consapevole che la comunione tra di esse non si potrà realizzare con facili sincretismi e "fughe in avanti", ma facendo proprie le tensioni e le lacerazioni del Cristo crocifisso e cercando di vincere il demone della discordia con la preghiera, balsamo prezioso effuso sul suo Corpo; con il silenzio, riparazione delle offese e delle contese tra fratelli e sorelle nella fede; con il digiuno, inteso non semplicemente come astinenza dai cibi, ma dalle seduzioni del mondo e dal desiderio di prevaricazione.

        - Luca del Sangue di Cristo