Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 29 settembre 2019

Festa di San Michele arcangelo e di tutti gli angeli

DIO onnipotente ed eterno che hai e costituito il servizio degli angeli e degli uomini in un ordine meraviglioso, concedici, ti supplichiamo, che come gli Angeli santi ti offrono un perpetuo servizio nei cieli, allo stesso, modo, secondo l'incarico che gli hai affidato, possano soccorrerci e difenderci sulla terra. Per Gesù Cristo, nostro Signore. - THE BOOK OF COMMON PRAYER

Letture: Apocalisse 12,7; Matteo 18,1

L'ansia per il mondo e quella per il Regno

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Custodisci, ti supplichiamo, Signore, la tua Chiesa con la tua misericordia; e, poiché la fragilità umana senza di te non può che cadere, matienici sempre al riparo da ciò che è dannoso e guidaci verso ciò che è profittevole per la nostra salvezza; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Gal 6,11-18; Mt 6,24


Le pagine del Vangelo di oggi risuonano estremamente attuali, perché l’ansia sembra essere uno dei mali più diffusi del nostro tempo. Chissà se i nostri antenati ne soffrivano così tanto… In effetti, potrebbe essere cambiata non tanto la diffusione dell’ansia, ma il giudizio sociale e medico con cui viene considerata; potremmo cioè avere la percezione di una maggiore diffusione di questo male semplicemente perché viene valutata più negativamente rispetto alle epoche passate, in cui era considerata in maniera meno patologica, un sentimento più umano, che non necessita di particolari cure.
Gesù ci raccomanda di non avere ansia per le ricchezze o per il nostro domani, ma è giusto avere ansia per la nostra salvezza e per la salvezza del prossimo, cosa che anche molti cristiani - e forse molte Chiese - sembrano avere dimenticato.
La vita del cristiano non è spensierata e concentrata sul cogliere edonisticamente l'attimo presente. Preghiamo invocando il Regno di Dio e il compimento della sua volontà, sospiriamo come le anime davanti al trono dell'agnello e come il salmista, dicendo "Fino a quando Signore?" (Sal 13,1; Sal 79,5; Ap 6,10).
Il messaggio evangelico non ci chiede di essere anestetizzati, di fuggire il senso di limitatezza e imprevedibilità che caratterizza la nostra esistenza umana in questo mondo. Alcuni orientamenti della medicina contemporanea vorrebbero curare l'ansia oltre la sua dimensione patologica; vorrebbero cioè rinnegare il riconoscimento di uno statuto umano e fisiologico a questa emozione che crea disagio. Ma in realtà c'è un'ansia da curare e c'è un'ansia che non necessita di cure, perché è semplicemente un richiamo della retta coscienza a lavorare con sollecitudine la vigna che il Signore ci ha affidato.
Esiste poi un'ansia religiosa contraria alla volontà di Dio. L'apostolo Paolo ci parla nella sua Lettera ai Galati, di coloro che vogliono fare bella figura nella carne e costringono gli altri a farsi circoncidere per fare bella figura e non essere perseguitati per la croce di Cristo (Gal 6,12). Costoro sono anche ipocriti, perché "neppure quelli stessi che sono circoncisi osservano la legge, ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare nella propria carne" (Gal 6,13). Anche oggi, nelle chiese cristiane, si rischia a volte di adottare segni esteriori, atteggiamenti etici e pastorali, nell'ottica del conformismo e alla ricerca del consenso, per evitare le persecuzioni del mondo. È proprio in tal modo che si perde quella sollecitudine positiva, per l'evangelizazione, per l'annuncio del Vangelo, senza vergogna e senza timore di incontrare persecuzioni.
Per contro, in direzione diametralmente opposta, vi è l'atteggiamento di coloro cercano rassicurazioni in segni esteriori, attraverso cui vorrebbero testimoniare una chiara e impegnata appartenenza religiosa, ma essi per primi non agiscono secondo ciò che predicano. Cercano la santità, ma la cercano negli altri, per potersi magari vantare di avere tra le proprie fila grandi modelli di testimonianza evangelica, ma non si sentono chiamati in prima persona a vivere il Vangelo, al di là del proprio formalismo. Sono questi gli atei o gli agnostici devoti, sempre pronti a moralizzare il prossimo, a gridare allo scandalo puntando il dito contro il ministro di culto o il cristiano con ruoli di responsabilità “trovato in castagna”, ma in realtà interessati soltanto a vendere qualche scandalo per qualche soldo, o magari a utilizzare il prossimo come parafulmine per le proprie frustrazioni, insomma per sentirsi un po' migliori. Come se non fossimo, noi tutti, cristiani chiamati a un pieno senso di responsabilità in virtù del battesimo che abbiamo ricevuto.
Gesù ci vuole liberare da queste ansie sbagliate, che esprimono un ripiegamento sul proprio egocentrismo e, in definitiva, una vita meschina e sofferente. Ci chiede di spostare il baricentro da noi stessi e dalle cose materiali, esteriori, liberandoci dalla schiavitù che caratterizza il timore della perdita, l'avversione per ciò che disturba i nostri interessi, il dubbio e il senso di incertezza che paralizzano la nostra volontà.
La vita nella grazia è una esperienza di liberazione dunque, da tutte quelle sollecitudini vane, perché legate a ciò che è transitorio, impermanente, imponderabile. Da tutto ciò che è al di fuori della nostra umana capacità di provvedere a noi stessi, alla nostra salvezza. Da tutto ciò che è rassicurazione illusoria di essere salvati, come la circoncisione, le questioni di cibo o di bevanda (Rm 14,17), o qualsiasi altro segno di appartenenza religiosa. È la riscoperta di una esistenza centrata in Dio, alimentata dalla fiducia nel Padre, che con amore paterno si prende cura delle sue creature. Egli stesso infatti ci rivestirà di un abito nuovo e splendente, come e più dei gigli del campo; ci donerà un abito di santità, perché “né la circoncisione né l'incirconcisione hanno alcun valore, ma l'essere una nuova creatura” (Gal 6,15).

Rev. Dr. Luca Vona




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mercoledì 25 settembre 2019

Convegno Nazionale "L'eredità di Wesley"

Sabato 5 ottobre 2019 dalle ore 10:00 alle 18:00


L'eredità di Wesley


Catania: Università, P.zza Dante, ex monastero benedettini


10,00: Past. Salvo Buonaccorsi, coordinatore dell’Alleanza Evangelica Italiana per la Sicilia
Benvenuto ai partecipanti.

Ore 10,15: Prof. Teresa Sardella, Storia del cristianesimo, Università degli Studi di Catania
Wesley e la tradizione del cristianesimo antico.

10,45: Prof. Giancarlo Rinaldi, Storia del cristianesimo, Università degli Studi di Napoli l’Orientale
Wesley in Italia. Le ragioni di un Convegno.

11,30: Past. Giovanni Cereda, Chiesa del Nazareno
Dottrina ed esperienza della santificazione nella tradizione wesleyana.

12,15 – 12,30 Pausa

12,30: Dr. Andrea Annese, Sapienza Università di Roma
Il metodismo italiano e John Wesley.

13,30: Dr. Luca Vona, Università degli Studi di Roma La Sapienza
La liturgia metodista delle origini tra ritualismo e spontaneità. La riforma del Prayer Book anglicano nel Sunday Service di John Wesley.

13,30: Pranzo

15,00: Dottrina ed esperienza wesleyana nell’evangelismo italiano. Tavola rotonda alla quale sono invitati rappresentanti delle denominazioni evangeliche: Chiesa Metodista, Chiesa del Nazareno, Esercito della Salvezza, Assemblee di Dio in Italia, Chiese Elim, Chiesa di Dio (Cleveland), Chiesa di Dio (Ostia), Chiesa Evangelica 'Cento per uno' (Roma)

17,30: Presentazione della Collana “L’eredità di Wesley” della casa Editrice Uomini Nuovi.

La predicazione di John Wesley (1703-1791), radicata nelle pagine del Nuovo Testamento, sono nati grandi movimenti di risveglio evangelico come quello metodista, delle chiese di santità e pentecostale. Il Convegno intende promuovere la consapevolezza del pensiero teologico, dell’identità e dell’opera sociale di questa Tradizione di fede e di risveglio.

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martedì 17 settembre 2019

Il valore del silenzio

Dal Sito Internet della Comunità di Taizé

Tre volte al giorno, sulla collina di Taizé si ferma tutto: il lavoro, gli studi biblici, le discussioni. Le campane chiamano tutti in chiesa per pregare. Centinaia, a volte migliaia di persone, per lo più giovani, da tutto il mondo pregano e cantano insieme ai fratelli della Comunità. Un brano dalle Scritture è letto in diverse lingue. Al centro di ogni preghiera comune c’è un lungo periodo di silenzio, un momento unico per incontrare Dio.

Silenzio e preghiera

Se prendiamo come nostra guida il più antico libro di preghiera, il libro dei Salmi, notiamo due principali forme di preghiera. Uno è un lamento, un grido di aiuto. L’altro è di ringraziamento e lode a Dio. Ad un livello più nascosto c’è un terzo tipo di preghiera, senza domande o più esplicite espressioni di lode. Nel Salmo 131, ad esempio, non c’è altro che tranquillità e fiducia: “Io sono tranquillo e sereno …. spera nel Signore, ora e sempre.”

A volte la preghiera diventa silenziosa. Una tranquilla comunione con Dio si può trovare senza parole. “Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre” Come un bambino soddisfatto che ha smesso di piangere ed è nelle braccia della madre, così può “stare la mia anima” in presenza di Dio. La preghiera allora non ha bisogno di parole, forse neppure di pensieri.

Come è possibile raggiungere un silenzio interiore? Qualche volta siamo apparentemente in silenzio, e tuttavia abbiamo grandi discussioni dentro di noi, lotte con compagni immaginari o con noi stessi. Calmare la nostra anima richiede una specie di semplicità. “Non mi tengo occupato con cose troppo grandi o troppo meravigliose per me” Silenzio significa riconoscere che le mie preoccupazioni non possono fare molto. Silenzio significa lasciare a Dio ciò che è oltre la mia portata e le mie capacità. Un momento di silenzio, anche molto breve, è come una sosta santa, un riposo sabbatico, una tregua dalle preoccupazioni.

Il tumulto dei nostri pensieri può essere paragonato alla tempesta che colpisce la barca dei discepoli sul mare di Galilea, mentre Gesù stava dormendo. Come loro possiamo sentirci senza aiuto, pieni di ansietà ed incapaci di calmarci. Ma Cristo è abile nel venire in nostro aiuto. Come rimprovera il vento e il mare e “ci fu una grande calma”, egli può anche donare calma al nostro cuore quando è agitato dalla paura e dalle preoccupazioni. (Marco 4)

Rimanendo nel silenzio, confidiamo e speriamo in Dio. Un salmo ci suggerisce che il silenzio è perfino una forma di lode. Siamo soliti leggere all’inizio del Salmo 65: “A te si deve lode, o Dio”. Questa traduzione segue il testo greco, ma effettivamente il testo ebraico dice: “Il silenzio è lode a te, o Dio”. Quando le parole ed i pensieri si fermano, Dio è lodato in un silenzio di stupore e ammirazione.

La parola di Dio: tuono e silenzio

Sul Sinai, Dio parlò a Mosè e agli Israeliti. La parola di Dio fu preceduta ed accompagnata da tuoni e lampi ed un sempre più forte suono di tromba (Esodo 19). Secoli dopo, il profeta Elia tornò sulla montagna di Dio. Lì sperimentò tempesta,terremoto e fuoco, come era successo ai suoi antenati, ed fu pronto ad ascoltare Dio che parlava nel tuono. Ma il Signore non era in nessuno di quei potenti fenomeni familiari. Quando tutto il rumore terminò, Elia udì “il mormorio di un vento leggero” e Dio gli parlò.(1 Re 19)

Dio parla con voce forte o in un mormorio silenzioso? Dobbiamo prendere come esempio le persone riunite sul Sinai o il profeta Elia? Potrebbe essere un’alternativa sbagliata. I terribili fenomeni connessi con il dono dei Dieci Comandamenti servono a mettere in evidenza quanto questi ultimi siano seri. Accoglierli o rigettarli è una questione di vita o di morte. Vedendo un bambino correre sotto una macchina è bene gridare il più forte possibile. In situazioni analoghe i profeti riferiscono le parole di Dio per far vibrare le nostre orecchie.

Le parole dette ad alta voce sono certamente ascoltate: sono di effetto. Ma sappiamo anche che difficilmente toccano i cuori. Sono rigettate piuttosto che accolte. L’esperienza di Elia mostra che Dio non vuole impressionare, ma vuole essere capito ed accettato. Dio sceglie “il mormorio di un vento leggero” per parlare. Questo è un paradosso: Dio è silenzioso e tuttavia parla.

Quando la parola di Dio diventa “il mormorio di un vento leggero” è più efficiente di altre cose per cambiare i nostri cuori. La tempesta sul Monte Sinai spaccava le rocce, ma le parole silenziose di Dio sono capaci di fare breccia nei cuori di pietra degli uomini. Per lo stesso Elia il silenzio improvviso era probabilmente più spaventoso della tempesta e dei tuoni. In qualche modo le manifestazioni potenti di Dio gli erano familiari. Il silenzio di Dio lo disorienta, una cosa così diversa da quella che aveva sperimentato in passato.

Il silenzio ci rende pronti ad un nuovo incontro con Dio. Nel silenzio la parola di Dio può raggiungere gli angoli più nascosti dei nostri cuori. Nel silenzio, la parola di Dio dimostra di essere “efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito” (Ebrei 4,12). Nel silenzio smettiamo di nasconderci di fronte a Dio, e la luce di Cristo ci può raggiungere e guarire e trasformare anche quello di cui ci vergogniamo.

Silenzio e amore

Cristo dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Giovanni 15,12). Abbiamo bisogno di silenzio per accogliere queste parole e metterle in pratica. Quando siamo agitati e irrequieti , abbiamo così tanti argomenti e ragioni per non perdonare e per non amare. Ma quando “abbiamo calmato e reso quieta la nostra anima”, queste ragioni ci paiono insignificanti. Forse qualche volta rifuggiamo il silenzio, preferendo qualunque rumore, parola o distrazione, perché la pace interiore è una cosa rischiosa: ci rende vuoti e poveri, disintegra le amarezze e ci conduce al dono di noi stessi. Silenziosi e poveri i nostri cuori sono ricolmati dello Spirito Santo, riempiti con un amore incondizionato. Il silenzio è un umile ma sicuro cammino verso l’amore.

mercoledì 11 settembre 2019

L'Ordine dei Veglianti

L'Ordine dei Veglianti ("Ordre des Veilleurs" in francese) è una comunità di eremiti della tradizione protestante francese fondata nel 1923 dal teologo Wilfred Monod, pioniere del movimento ecumenico.

Ogni eremita dell'Ordine vive la propria forma di solitudine all'interno della comunità ecclesiale locale alla quale sono più vicini nello spirito e nella pratica della fede. Seguono un programma di preghiera tre volte al giorno secondo la loro chiamata ad essere soli con Dio. Vivendo la pratica cristiana dell'amore per il prossimo, l'eremita è sempre disponibile per gli altri bisognosi, proprio come il poustinjk della tradizione cristiana russa.




Stemma della Fraternità Spirituale dei Veglianti


LINK:

Fraternité Spirituelle des Veilleurs https://sites.google.com/site/fratspirituelledesveilleurs/

A Protestant Hermit in Search of Inner Unity,
by Pierre Léderrey http://www.hermitary.com/articles/bourguet.html

Wilfre Monod su Wikipedia (francese) https://fr.wikipedia.org/wiki/Wilfred_Monod


Risultati immagini per wilfred monod pasteur
Wilfred Monod 1867-1943


     Rev. Dr. Luca Vona, Eremita




domenica 1 settembre 2019

Una lezione di preghiera da parte di Gesù


COMMENTO ALLA LITURGIA DELL'UNDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che hai manifestato la tua onnipotenza principalmente mostrando la tua pietà e misericordia; concedici benigno la tua grazia in abbondanza, affinché noi, correndo sulla via dei tuoi comandamenti, possiamo ottenere la ricompensa promessa e prendere parte al tuo regno celeste. Per Gesù Cristo nostro Signore Amen.

Letture:

1 Cor 15,1-11; Lc 18,9-14.


L’esordio di questo brano evangelico ci informa che Gesù pronunciò questa parabola per coloro che “erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri (Lc 18,9). Quanti esempi di questo tipo anche nelle comunità cristiane, comprese quelle evangeliche! Quante volte coltiviamo la convinzione di essere tra coloro che appartengono “alla chiesa giusta”, alla “vera chiesa di Cristo”, al popolo degli “eletti”, biasimando, o quantomeno compatendo, “quelli di fuori”.
Il vangelo di Luca, dopo averci riportato, in questo stesso capitolo,  l’esortazione di Gesù a pregare continuamente “senza stancarsi” (Lc 18, 1), ci offre questa parabola in cui viene spiegato come bisogna pregare, contrapponendo due tipologie completamente differenti.
Il fariseo prega dentro di sé e stando in piedi (Lc 18,10) La sua preghiera, apparentemente, è una preghiera di ringraziamento a Dio. In realtà, il fariseo è completamente centrato su se stesso, nella presunzione di non essere “come gli altri uomini” (Lc 18,11). Compie diverse opere buone, andando anche molto al di là di ciò che è richiesto dalla legge mosaica: digiuna addirittura due volte a settimana, quando all’ebreo osservante era chiesto di digiunare in occasione della memoria annuale della distruzione del primo tempio (il giorno di Jom Kippur), paga la decima di tutto, mentre in realtà la decima era richiesta solo su alcuni prodotti.
Ciò che Gesù mette in discussione, in questa parabola, non sono le opere buone del fariseo, ma il suo atteggiamento interiore, contrapposto a quello del pubblicano, che risulta molto diverso. Il fariseo prega stando ritto in piedi - una posizione che sembra testimoniare una grande sicurezza di sé davanti a Dio - e parlando “dentro di sé” (Lc 18,11), trasformando la sua preghiera in una mormorazione contro il prossimo, rendendola dunque una sorta di bestemmia.
Il pubblicano, invece, proclama ad alta voce il suo status di peccatore. D’altra parte, era un peccatore “pubblico”, per il suo ruolo di agente della riscossione delle tasse per conto dell’occupante romano (e spesso tale riscossione, già considerata riprovevole di per sé, si macchiava ulteriormente di disonestà). Ma egli non respinge le accuse che gli vengono rivolte: ciò che il fariseo mormora dentro di sé contro il pubblicano, e che normalmente diveniva aperta espressione di disprezzo, il pubblicano lo riconosce, portando la propria vergogna davanti a Dio. Di qui la sua preghiera, a sguardo basso e a debita distanza dal Santo dei Santi, che rappresentava la presenza di Dio sulla terra: “stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo” (Lc 18,1). Il pubblicano non ha nulla di cui gloriarsi, soltanto chiede a Dio “sii placato verso me peccatore” (Lc 18,14).
Dicevamo, Gesù non condanna le buone opere del fariseo, né sminuisce il peccato del pubblicano; ma esalta il suo modo di pregare, ovvero il modo in cui egli si relaziona con Dio e, di conseguenza, con il prossimo. Il pubblicano appare infatti consapevole del male che ha arrecato al suo prossimo e del suo essersi posto lontano da Dio e dai suoi comandamenti. Questa è la condizione di tutti noi, compreso il fariseo, con il suo perfezionismo spirituale. E infatti Paolo, nella prima lettura di oggi, ci ricorda i cardini della nostra fede: “Il vengelo che vi ho annunziato (…) e nel quale state saldi, e mediante il quale siete salvati (…) Cristo è morto secondo i nostri peccati, secondo le scritture (…) che fu sepolto e che risuscitò (1Cor 15,1-4). Non riconoscersi peccatori, bisognosi della grazia di Dio, significa rendere vana la croce di Cristo.
Paolo, in una lezione di umiltà, che non scade nella falsa modestia, si considera “il minimo degli apostoli (…) neppure degno di essere chiamato apostolo (1Cor 15,9), ma riconosce anche che “la grazia verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me (1 Cor 10). Questa consapevolezza è strettamente correlata alla fede nella resurrezione di Cristo: non sapere riconoscere che la grazia può operare e certamente opera in noi, per santificarci dopo averci giustificati, significa, se vogliamo fare una affermazione paradossale, rendere vana la resurrezione di Cristo. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti non sono un fatto circoscritto alla sua storia umana e divina, né qualcosa che agisce all’esterno di noi, ma, come ci ricorda la preghiera della colletta di oggi, sono espressione di quella onnipotenza di Dio, non disgiunta dalla sua pietà e misericordia per l’uomo, che ci consentono di camminare sulle vie dei suoi comandamenti. È, questa, la grazia che opera in noi, di cui parla l’apostolo Paolo.
La parabola del fariseo e del pubblicano, ci insegna che pregare bene significa essere veritieri con se stessi, riconoscendosi bisognosi di salvezza; e significa essere veritieri con Dio, riconoscendolo come un Dio misericordioso, che in Cristo, ha donato se stesso per la nostra salvezza.


Rev. Dr. Luca Vona





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