Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 18 agosto 2019

Dio si affretta per venirci incontro


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture:

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

La parabola del figliol prodigo ci insegna il valore della grazia e, di conseguenza, il valore del dono gratuito. Il mondo ragiona secondo l’ottica del “do ut des” (“dare e avere”), in cui predomina l’ossessione per il profitto, e dove chi commette errori, generando perdite, viene messo facilmente fuori dai giochi. Questo modo di pensare, ormai prevalente nella civiltà contemporanea, era già  presente nella società giudaica del tempo di Gesù e si rifletteva anche nel pensiero religioso. Immaginare un Dio che dona gratuitamente, che salva gratuitamente, persino chi si è mostrato “scellerato” – perché in tal senso va interpretato l’aggettivo “prodigo” – veniva e viene percepito da molti come uno scandalo, una ingiustizia.
Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria. Ma accanto a questa idea si afferma già nell’antico Israele, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).
L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agisce in maniera del tutto differente.
Il figlio che ha chiesto l’eredità in anticipo parte per un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, quando in quel paese sopraggiunse una grave carestia.
Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.
A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel “discorsetto” di pentimento. E qui il vangelo insiste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. la fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.
Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta piuttosto superfluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. E quando il giovane dice “non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi - solo le persone di un certo rango al tempo potevano permettersi dei calzari – e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).
Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata, nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. La salvezza può essere desiderata ma è una veste che non possiamo cucirci addosso da soli: è il Padre che ce la offre, per coprire la nostra nudità. Che lo Spirito ci aiuti ad esserne sempre riconoscenti e ad agire come persone consapevoli del dono che hanno ricevuto. Le porte della misericordia di Dio sono sempre aperte, fino alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, e allora ci chiederà conto di come avremo amministrato i suoi beni (Lc 19,12-27).

Rev. Dr. Luca Vona





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mercoledì 14 agosto 2019

Evangelici e Ortodossi: incrociando i sentieri e incrociando le spade


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Tratto da EAST-WEST CHURCH & MINISTRY REPORT, Vol. 9, No. 4, Autunno 2001

Traduzione a cura del Rev. Dr. Luca Vona

Nota: Evangelicalismo e Chiesa Ortodossa, uno studio prodotto da ACUTE (Alliance Commission on Unity and Truth Among Evangelicals), la commissione teologica della Alleanza Evangelica nel Regno Unito, merita una ampia circolazione, specialmente tra i responsabili delle missioni e i missionari che servono nei Paesi storicamente Ortodossi. Questo estratto del documento è diffuso per gentile concessione. L'Alleanza Evangelica ha dato consenso per la pubblicazione delle parti essenziali del documento, suddivise per paragrafi non presenti nello studio originale.


Terreno comune

1. Conservatorismo dottrinale

Sia l'Ortodossia che l'evangelicalismo sono conservatori nel preservare la presentazione apostolica di Gesù Cristo, il dono dello Spirito e la nascita della Chiesa nel Nuovo Testamento. Entrambi sostengono la storicità della documentazione apostolica.

2. Le Sacre Scritture

Connessa a questo insieme di credenze comuni vi è la condivisione di un'alta considerazione delle scritture come ispirate da Dio.

3. Dio

Sia gli Ortodossi che gli evangelici considerano Dio come il creatore e colui che sostiene l'universo. Entrambi credono che il Cosmo assume la sua vita e significato solo dal suo divino Creatore.

4. Escatologia

Entrambe le comunità credono nella vita del mondo a venire e che si realizzerà con la resurrezione corporale. Per entrambe le comunità il ritorno di Cristo Signore in forma visibile è una credenza fondamentale.

5. La Chiesa e la sua Missione

L'evangelicalismo è notoriamente debole nell'ecclesiologia e ha generalmente difettato nel parlare della chiesa come di una entità divina. Nonostante ciò l'evangelicalismo condivide con l'ortodossia la convinzione che la salvezza è ricevuta nell'esperienza umana, ma è inseparabile dall'incorporazione nella Comunità cristiana. Gli evangelici sono stati così immersi, nel corso del tempo, nell'evangelizzazione operata da strutture paraecclesiastiche al punto che il Grande mandato (Mt 28,18-20) è stato separato dalla chiesa. L'Ortodossia, per contro, sembra spesso aver posto più enfasi nel mantenere un ordine e una cultura civica di matrice cristiana, pur avendo una ricca eredità missionaria, capace di ispirare la missiologia contemporanea. Per lungo tempo la missione è stata motivo di continue persecuzioni e martirio per l'Ortodossia, che spesso ha considerato se stessa come dotata di una divina vocazione alla sofferenza.

6. Esperienza cristiana

L'Ortodossia riconosce l'esperienza cristiana dello Spirito, più in termini ecclesiali e sacramentali, ma concorda con gli evangelici nell'affermare che gli uomini e le donne sono chiamati a una esperienza di rigenerazione e rinascita, nella partecipazione alla vita di Dio stesso, mediante lo Spirito Santo. Così, l'evangelicalismo e l'Ortodossia mantengono, più fortemente della tradizione delle chiese occidentali storiche ai nostri giorni, il senso di un accesso, mediante lo Spirito, all'esperienza di un regno trascendente. Sia gli Ortodossi che gli evangelici, si sono mostrati pronti, più di altre tradizioni cristiane, a riconoscere la realtà dei miracoli operati dal potere di Dio nel corso della vita del suo popolo.

7. Etica

Ortodossi ed evangelici condividono un considerevole terreno comune su temi etici significativi nel mondo contemporaneo, in particolare quelli dell'ecologia, dell'etica sessuale e della bioetica. Nell'ambito dell'etica personale gli ortodossi e gli evangelici condividono la credenza in un ordine divino del matrimonio e della famiglia e concordano nel rifiutare il riconoscimento delle pratiche omosessuali come accettabili agli occhi di Dio.

Sommario

Gli Ortodossi e gli evangelici sono impegnati in una Cristianità che si mantiene senza compromessi nell'autorivelazione di Dio in Israele e in modo supremo nell'incarnazione di Gesù Cristo, Figlio di Dio, di cui le Sacre scritture offrono piena e veritiera testimonianza. Questa rivelazione attesta una divina missione di salvezza in cui Dio stesso viene a salvare la sua creazione, immersa nel peccato e nella morte.


Differenze tra evangelici e Ortodossi

1. Chiesa e Movimento

Qualcuno potrebbe dire che l'Ortodossia è una chiesa (o una confessione cristiana), mentre l'evangelicalismo è una comunità, o un movimento. Questo contrasto evidenzia un problema che complica le relazioni tra i due: gli Ortodossi sono più abituati a richiamarsi alle istituzioni e la loro autocomprensione include l'aspetto di appartenenza a una tradizione unita e visibile, mentre non c'è alcun corpo che può parlare in modo autoritativo per l'intera compagine evangelica. A causa dell'enfasi posta sulla fede individuale alcuni evangelici hanno un senso del significato della chiesa realmente sottosviluppato. Questo contrasta con la reverenza Ortodossa per la chiesa e la sua riluttanza a criticarla.

2. Scrittura e Tradizione

Nella comparazione di queste due famiglie di fede gli evangelici primeggiano per la libertà di ogni individuo di affrontare direttamente il testo delle Scritture, contro l'enfasi Ortodossa per la lettura delle Scritture nel contesto della Tradizione e insieme alla comunità dei credenti. Seguendo l'insistenza dei riformatori sul Sola Scriptura, gli evangelici mantengono la Bibbia come l'autorità definitiva in tutte le materie di fede e di prassi cristiana. Anche gli Ortodossi riconoscono l'autorità delle Scritture, anche quando questa contrasta con la tradizione della Chiesa; mantengono però il convincimento che le Scritture vadano comprese all'interno della tradizione. Per contro, i Riformatori del sedicesimo secolo hanno reso la maggior parte degli evangelici più attenti e consapevoli della corruttibilità e fallibilità della Chiesa.

3. Evangelismo e Proselitismo

La fede Ortodossa ha una lunga storia nel riconoscimento dell'importanza di questa attività. Gli ortodossi hanno lottato contro forze aliene e nemiche, dall'Islam militante al Comunismo al materialismo che ha trionfato con l'affermazione dell'ideologia marxista fino al suo tramonto.
Una parte di questa storia comprende anche l'attività di proselitismo della Chiesa Cattolica Romana tra gli Ortodossi, mediante la promozione dell'Uniatismo. Dal dodicesimo secolo in poi, il Vaticano ha concesso a molte comunità nell'Europa dell'Est di mantenere le proprie pratiche liturgiche e i propri canoni ecclesiastici, compreso il clero sposato, all'unica condizione di accettare il primato papale. Questa politica è stata considerata dagli Ortodossi un modo di fare proselitismo non solo tra gli individui ma verso intere comunità. Gli sforzi missionari Protestanti sono stati giudicati alla luce di questi pregressi. Se il Cattolicesimo Romano è stato visto come uno sfruttatore delle vulnerabilità dell'Ortodossia in passato, allo stesso modo i missionari protestanti occidentali sono visti da molti Ortodossi come continuatori di questa tradizione, con il loro ineguagliabile accesso al potere tecnologico e didattico e ricche promesse talvolta fatte ai potenziali convertiti.

D'altra parte, i gruppi evangelici nei Paesi a maggioranza Ortodossa, denunciano le calunnie nei loro confronti da parte dello Stato e, talvolta ella chiesa, fino ai casi di vere e proprie persecuzioni.
Anche di fronte alla raccolta di prove ben documentate, relative alla distruzione di chiese e case di preghiera, alla negata registrazione dei gruppi evangelici come entità giuridicamente riconosciute, gli evangelici sono stati talvolta minacciati dalle autorità pubbliche, sostenute dal clero Ortodosso locale. Questo ha portato molti evangelici a un atteggiamento critico verso l'Ortodossia.

La tensione generata dai conflitti e i disaccordi rende veramente difficile percepire la Tradizione nella storia della chiesa come riflesso dello Spirito Santo.
Mentre i missionari evangelici non potranno mai cedere all'idea Ortodossa di una esclusività dell'evangelizzazione nei territori "canonici", essi devono rendersi capaci di non disturbare la fede dei credenti che attendono regolarmente alla liturgia, concentrandosi piuttosto sui non credenti e su coloro che hanno abbandonato la partecipazione regolare alla vita della chiesa.

4. Liturgia e Spiritualità

Le differenze nella pratica includono il contrasto tra l'uso, da parte degli evangelici, delle lingue locali e dal mantenimento, da parte Ortodossa, in molte giurisdizioni, delle antiche lingue ecclesiastiche non più in uso.
Alla luce della antica tradizione Ortodossa di tradurre le Scritture e la liturgia nelle lingue locali questo atteggiamento è stato considerato una aperta contraddizione dal missiologo Ortodosso Ion Bria.
Lo schema liturgico evangelico appare eminentemente didattico, mentre quello Ortodosso, pur utilizzando un linguaggio scritturistico, si focalizza di più sul simbolo e sull'azione. Il culto evangelico spesso ha il suo culmine nella predicazione verbale del Vangelo; la liturgia Ortodossa tende a essere più preoccupata della percezione del mistero, enfatizzata forse dall'uso di colori, canti e incenso.

5. Conversione, Salvezza e Deificazione

Alcuni ambiti di differenza possono essere individuati in una serie di interrogativi:

- La Cristianità è più una questione di fede individuale o espressione di una fede comunitaria?

- La conversione va considerata come un singolo evento o come un processo continuo?

- In che modo la giustificazione si relaziona con la santificazione e in che modo, entrambe, possono essere messe in relazione con il concetto Ortodosso di deificazione (theosis)?

Possiamo considerare la supplica "Change my nature into thine" ("Cambia la mia natura nella tua"), presente in un inno di Charles Wesley, come indicativo di una comprensione convergente della medesima realtà? La riflessione su 2 Pietro 1,4 sembra condurci in una direzione simile, poiché l'apostolo scrive "Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina". Il linguaggio della deificazione è stato utilizzato da riformatori come Lutero e Calvino, sebbene non risulti così prominente nel loro pensiero come lo è nella teologia Ortodossa.

6. Teologia sacramentale e Liturgia

Fin dal sedicesimo secolo molti evangelici hanno considerato l'ecclesiologia come una questione secondaria, atteggiamento cui è corrisposta una mancanza di enfasi sui sacramenti. Per contrasto gli Ortodossi vedono i Sacramenti come nutrimento essenziale del credente, per ottenere la grazia che gli consente di inacamminarsi sulla via della salvezza. Una sostanziale porzione della teologia eucaristica evangelica è di tendenze memorialistiche e considera l'eucaristia una rappresentazione simbolica della morte e resurrezione di Gesù. Per contro, gli ortodossi credono nel corpo e nel sangue di Cristo fisicamente presenti nelle specie del pane e del vino consacrati. Gli ortodossi hanno sempre opposto resistenza al tentativo di spiegare come ciò accada. Il mistero è l'essenza della liturgia. mentre per molti evangelici la forma della liturgia Ortodossa può apparire molto strana, questa pone la maggior parte della propria enfasi sugli aspetti trinitari, cristologici e biblici.

7. Metodo teologico

Gli evangelici hanno sempre sottolineato l'importanza della Rivelazione di Dio in relazione alla natura. Di conseguenza il loro messaggio enfatizza ciò che può essere conosciuto di Dio. Sebbene riconoscano l'impossibilità di conoscere ogni cosa su Dio, nondimeno affermano che poiché Dio a rivelato se stesso al genere umano negli eventi salvifici della storia e nelle Scritture, gli uomini e le donne possono avere una conoscenza di Dio che, sebbene parziale, è comunque veritiera. Gli Ortodossi parlano di due vie per fare teologia: quella catafatica e quella apofatica. La prima enfatizza ciò che possiamo conoscere; la seconda ciò che non possiamo conoscere. dobbiamo dichiarare ciò che conosciamo di Dio, ma ciò deve essere bilanciato con il riconoscimento che Dio è così distante dall'umana comprensione che è più facile dire ciò che Dio non è.
L'esperienza di Dio è qualcosa che sorpassa la nostra comprensione. In definitiva, conoscere Dio è qualcosa che non ha a che fare con la comprensione intellettuale, ma con l'unione esperienziale mediante la preghiera e la contemplazione.

I prossimi passi

Chiaramente si tratta di questioni rilevanti e la discussione richiede sia la volontà di parlare con onestà, sia la prontezza ad ascoltare con umiltà il punto di vista dell'altro. una cauta interpretazione è richiesta anche per la differenza di linguaggi teologici impiegati. Il livello di dialogo che può essere raggiunto da un articolo di teologia è limitato. E' meglio cercare di imparare l'uno dall'altro nel pentimento per le incomprensioni passate e impegnandosi a obbedire allo Spirito di Verità, che ci guiderà verso la verità tutta intera (Giovanni 16,13).


Linee guida per una discussione Ortodossa-Evangelica

Riconoscere il terreno comune e le differenze che rimangono

Incoraggiamo le nostre rispettive compagini a riconoscere e affermare quelle verità che abbiamo in comune. Noi pensiamo che il contatto tra gli evangelici e le comunità Ortodosse abbia un considerevole potenziale, perché l'incontro con altre tradizioni ci stimola a riflettere criticamente e con impegno sulla nostra teologia e sul nostro senso di identità. Nondimeno, riconosciamo che profonde differenze teologiche rimangono tra le comunità evangeliche e gli Ortodosse, soprattutto nell'ambito della comprensione della salvezza, della chiesa e delle relazioni tra Scritture e Tradizione.

Un dialogo privo di compromessi "ecumenici"

C'è bisogno di fare chiarezza su ciò che si intende per "ecumenismo". Molti, da ambo i lati, lo considerano un termine peggiorativo, che indica una attività sospetta. Dietro a questo possono esserci preoccupazioni per eventuali manipolazioni politiche o compromessi etici e dottrinali, oppure la mancanza di esperienza, o di interesse, nel contatto con i credenti di altre tradizioni cristiane. una distinzione va fatta tra il contatto di cui in oggetto, tra comunità che confessano Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo le Scritture e coloro che negano l'unicità di Gesù Cristo accettando tutte le religioni come vie di salvezza.

Accettare la necessità di uno studio rigoroso

Per stabilire una appropriata metodologia per continuare la conversazione va riconosciuto che per confrontarsi con l'evangelicalismo gli Ortodossi devono impegnarsi in un rigoroso studio delle Scritture, mentre gli evangelici devono accrescere la propria conoscenza dell'insegnamento dei Padri della Chiesa e dei primi concili, se vogliono proporre agli Ortodossi argomentazioni accettabili. Inoltre, è urgente uno studio congiunto e approfondito delle Scritture e vanno compiuti attivamente dei passi per rendere questa cosa effettiva.
I credi e le definizioni dei primi secoli hanno plasmato il Credo di tutte le tradizioni cristiane, Protestanti, Cattoliche e Ortodosse. I primi Padri sono stati un richiamo per i Protestanti e per gli Ortodossi e devono essere giustamente considerati un patrimonio dell'intera chiesa, Occidentale e Orientale; per questo crediamo che uno studio congiunto dei loro scritti sia fondamentale. Questa è una via fruttuosa per stabilire un fondamento dottrinale comune.
In un simile contesto è possibile esaminare il problema fondamentale affermazione della clausola del "Filioque" nella formula occidentale del Credo niceno.

Incoraggiare il dialogo, in alto e in basso

Raccomandiamo che i contatti tra evangelici e ortodossi nel Regno Unito continuino al più alto livello possibile. Alcune forme di dialogo a livello ufficiale possono essere potenzialmente molto fruttuose. Contatti a livello locale sono altrettanto desiderabili. Riconosciamo la necessità per i leader di incoraggiare le tradizioni evangeliche e ortodosse a cambiare la percezione gli uni degli altri, e soprattutto di affrontare la credenza diffusa che tutti i membri dell'altra tradizione vadano liquidati come "perduti" o "eretici". A tal fine suggeriamo che i membri di ogni comunità contattino i rappresentati locali o le congregazioni dell'altra tradizione, sviluppando relazioni personali e, se possibile, assistendo al loro culto.
Il nostro incontro tra l'evangelicalismo e l'ortodossia deve essere vissuto nella pratica, non limitandosi allo studio dei libri liturgici l'uno dell'altro.

Il lavoro per una comprensione reciproca

Siamo consapevoli che in alcune aree del mondo ci sono considerevoli tensioni tra evangelici e Ortodossi. Preghiamo per un alto livello di reciproca comprensione tra le due comunità, e a tal fine incoraggiamo questo lavoro in maniera attiva in quei contesti, per ricercare e costruire relazioni con la controparte quanto più è possibile. Questo contatto è particolarmente vitale a livello locale. Un grande lavoro è richiesto con urgenza per sanare le ferite causate in passato dall'insensibilità e dall'ignoranza in entrambe le parti. Questo include il riconoscimento delle ingiustizie e sofferenze che i credenti di entrambe le parti hanno subito per mano dell'altro, nella prospettiva di ricercare una risoluzione e riconciliazione.
Le chiese evangeliche che inviano i propri missionari devono formulare una politica delle missioni che riconosca l'importanza di una formazione sul contesto religioso locale, cercando di stabilire buoni rapporti con i cristiani del posto e le chiese di ogni tradizione. Affinché ciò si possa realizzare è necessaria una ampia e diffusa informazione. Incoraggiamo le denominazioni e le agenzie missionarie interessate a lavorare nei paesi Ortodossi a stabilire forum di discussione e valutazione delle possibili strategie missionarie. Suggeriamo che la formazione teologica in entrambe le compagini includa l'introduzione alla storia, alle credenze e alle pratiche della controparte.
Tutto ciò deve tenere conto del fatto che evangelici e Ortodossi vengono a contatto l'uno con l'altro quotidianamente, specie nell'Europa dell'Est. Ciò che saremo capaci di fare sarà agevolato o limitato dal livello del nostro dialogo (o dalla mancanza di dialogo).
Ogni parola servirà l'obiettivo di conoscere meglio Cristo e di farlo conoscere con maggiore fedeltà a un mondo che ha bisogno di esso.

Fonte: Alleanza Evangelica (UK)

Letture consigliate:

Evangelicalism and the Orthodox Church, produced by the British Evangelical Alliance, Paternoster, Carlisle (UK) 2001

Fairbairn, Donald, Eastern Orthodoxy Through Western Eyes, Westminster John Knox Press,  Louiseville (USA) 2002

© 2001 East-West Church and Ministry Report 
ISSN 1069-5664
                  



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lunedì 12 agosto 2019

Predestinazione?

Il presupposto inaccettabile di coloro che predicano la dottrina della doppia predestinazione, sganciata dal principio della prescienza di Dio, che lascia libero l'uomo di resistere alla grazia e perseverare in essa è che lo fanno esortando ad accettare con umiltà e senza dubitare la Sovranità di Dio e la sua assoluta libertà, che nella loro ottica significherebbe per Dio di destinare preventivamente e arbitrariamente alcuni uomini alla salvezza e di abbandonare o attivamente designare altri uomini alla perdizione eterna. Ciò va chiaramente contro la  stessa natura ed essenza di Dio, Padre amorevole (vedi 1Gv 4,8; Ez 18,23; Ez 33,11; Sal 62,12; Lc 19,10; solo per citare alcuni passi biblici).

Loro però non hanno mai alcun dubbio di essere stati predestinati (in maniera del tutto arbitraria ovviamente) alla salvezza mediante una espiazione da parte di Cristo sulla croce che considerano limitata, e vanno predicando con orgoglio l'appartenenza a tale "popolo degli eletti". Riducono Dio a un burattinaio. Insomma una figura triste e irragionevole. Siamo ben lontani dall'elezione di Israele come popolo sacerdotale tra le genti - salvate comunque dalla legge noachica, anziché da quella mosaica - entrambe preparazione e prefigurazione della Salvezza in Cristo. Siamo ben lontani dal Dio considerato come Logos (intelletto) e Amore dall'evangelista Giovanni e dalle parole stesse di Gesù che afferma "Quando sarò innalzato attirerò tutti a me" (Gv 12,31). E siamo ben lontani dall'esortazione del Signore ad annunciare AD OGNI CREATURA (Mc 16,15) la buona novella della salvezza per grazia. Siamo anche ben lontani dalla salvezza PER SOLA FIDE del protestantesimo. Qui infatti non serve neanche più che l'uomo perseveri nella fede, donatagli dalla grazia preveniente, per accogliere la stessa grazia (SOLA GRATIA) annunciata dalla Scrittura (SOLA SCRIPTURA), rendendo lode a Dio (SOLI DEO GLORIA) per la salvezza a noi guadagnata da Cristo (SOLUS CHRISTUS).

Nella loro visione teologica l'uomo diventa un contenitore dove Dio infila la salvezza o la dannazione a forza, un automa, un pupazzo (non l'essere creato a immagine e somiglianza di Dio). E l'Altissimo diventa una sorta di bambino capriccioso. Questi predicatori di sventura (anziché della "buona novella"), che poi spesso sono tra i più tolleranti, o addirittura ferventi propagandisti, di certi "diritti" che non hanno nulla di evangelico, appaiono privi dei più basici strumenti teologici per distinguere e armonizzare onnipotenza, onniscienza, prescienza, predestinazione, libertà e arbitrarietà nel discorso intorno a Dio e alle Scritture. E con una esegesi biblica che non ha nulla a che vedere con l'annuncio della salvezza, deturpano la parte più essenziale del messaggio predicato da Cristo.

Vi è qualcosa di diabolico in questa dottrina, perché conduce alcune persone al peccato di orgoglio e alla presunzione di appartenere al popolo degli eletti, porta altri a considerarsi dannati fin dall'eternità per una decisione irragionevole da parte di Dio, e altri ancora a non considerarsi responsabili dei propri peccati, vuoi perché eletti alla salvezza fin dall'eternità ,vuoi perché destinati o abbandonati dal Dio nel peccato.

PS. Finora nessuno di costoro mi ha voluto rispondere su dove attinga la certezza di trovarsi tra gli eletti e non tra i predestinati al fuoco eterno.

                  Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

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Qui di seguito un ulteriore approfondimento da parte di P. Roberto Spataro S.D.B.

Giovanni Calvino e la sua dottrina sulla predestinazione

Il cristianesimo presentato da Calvino è ancora cristianesimo? A fatica la risposta può essere positiva. Al cuore della sua proposta vi è infatti la dottrina della doppia predestinazione, secondo la quale, essendo tutta l’umanità massa dannata a causa del peccato originale, per un imperscrutabile giudizio divino alcuni soggetti sono destinati all’inferno e altri alla salvezza eterna. Si tratta di una deformazione radicale del Vangelo che pregiudica l’universalità della Redenzione di Cristo, annulla l’annuncio liberante della predicazione apostolica secondo la quale “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tim. 2, 4), immiserisce la speranza cristiana. Questo si legge nella magna charta del calvinismo, la Christianae Religionis Institutio, del 1536: “Noi intendiamo per predestinazione l’eterna disposizione di Dio, in virtù della quale egli ha deciso tra sé ciò che deve accadere, conformemente alla sua volontà, di ogni singolo uomo. Gli uomini non sono infatti tutti creati con lo stesso destino, ma agli uni viene assegnata la vita eterna e agli altri l’eterna dannazione. Or quindi, come il singolo è creato per l’uno o per l’altro fine, così noi diciamo: egli è predestinato alla vita o alla morte” (17).

“Calvino trova magnifica questa concezione di un Dio che crea esseri capaci di pensare, di volere e di amare, avidi di felicità eterna, e che freddamente fa la sua scelta fra di loro, senza alcun riguardo per i loro sforzi, per i loro meriti o demeriti, senza alcuna considerazione per lo sviluppo ulteriore della loro vita, che destina gli uni al cielo — e di conseguenza garantisce loro la fede, la giustificazione, la certezza della salvezza — e gli altri agli inferi, distribuendo fra loro i vizi, le tenebre dello spirito, la perversione del cuore, per poterli accusare nel momento stesso in cui li condanna! Consacra tutto il capitolo XII a stabilire questo dogma sulla base dei testi di san Paolo e dei commenti di Agostino [Aurelio (354-430)]. Si sforza di provare che la gloria di Dio esige la dannazione di molti” (18).

Insomma, l’intero edificio teologico del cristianesimo viene rovinosamente distrutto per far prevalere un’immagine irragionevole di Dio, il cui volontarismo è sinonimo di arbitrarietà se non proprio di malvagità. Scrive Calvino nel libro terzo della sua Institutio: “Non possiamo quindi addurre che un’unica motivazione del fatto che egli procura misericordia ai suoi eletti: perché così gli piace; ma anche per la riprovazione di altri, noi non abbiamo ugualmente alcun’altra ragione che la sua volontà” (19).

Il calvinismo è una religione molto lontana dal Vangelo. Sono gli stessi teologi riformati a rendersi conto dell’assurdità delle credenze di Calvino: “Il calvinismo fu ben presto messo in difficoltà dalla teodicea del riformatore. Il suo Dio era, senza dubbio, una straordinaria mescolanza di nozioni giudaiche di Geova e di pretese concezioni metafisiche sulla sua Prescienza e Provvidenza. In epoca contemporanea, il pastore Wilfred Monod [1894-1940] si è accanito contro questo Dio di Calvino, “Essere arbitrario e capriccioso, crudele e vendicativo”, una sorta di despota dell’antico Oriente, che s’impone con la paura attraverso il cieco esercizio della sua autorità assoluta e che è lontano mille miglia dal Dio del Vangelo […]. M. Vallotton concorda sul fatto che il calvinismo moderno deve rigettare la dottrina del riformatore identificata con la prescienza e la predestinazione, in virtù delle quali Dio ha tutto previsto e voluto, poiché questa formulazione falsamente scolastica fa di Dio l’autore del male” (20).

Difficilmente si possono rintracciare “radici cristiane” nella teologia calvinista

“Leggendolo, si prova l’impressione ch’egli obbedisca al Dio terribile della Bibbia, al giustiziere geloso, a Jehovah, più che seguire il Salvatore e ispirarsi alla misericordia e all’amore predicati nel Vangelo. Egli oppone in una terribile antitesi il Dio onnipotente, volontà immutabile, eterna, somma e sempre attiva — perché con la sua misteriosa, inintelligibile provvidenza dirige il mondo fin nelle sue più piccole cose — all’uomo-niente, privato della libertà dalla caduta dei suoi progenitori, corrotto dai richiami della carne, schiavo cieco delle sue passioni, spoglio, malgrado il suo folle orgoglio, di ogni merito” (21).

Secondo monsignor Cristiani, “il Dio di Calvino, scrive Henri Bois [1862-1924], professore alla Facoltà di teologia protestante di Montauban, non è altro che un grande egoista. Si preoccupa molto poco delle sue creature. Le loro sofferenze presenti ed eterne non gl’interessano punto. Gl’interessa solo la sua gloria. Se condanna una moltitudine alla perdizione eterna, la loro deplorevole sorte non lo tocca: che importa, se essa vale a mettere in luce la sua giustizia? E se ne destina alcuni al cielo, non è perché semplicemente li ama, senza alcun retropensiero, ma perché a lui ne verrà onore. Sempre la sua gloria. La gloria del suo nome! Non un sentimento disinteressato! Il Dio del Vangelo, il Padre di Gesù, non è un Dio di questo tipo (La Prédestination d’après Calvin, in R[evue]. de métaphysique et de morale, 1918, p. 682)“ (22).

Il Vangelo di Cristo propone un comportamento etico fondato sulla libera adesione e non sull’uniformità forzata, che fu esattamente la degenerazione morale provocata dall’imposizione del governo teocratico ginevrino teorizzata negli scritti dottrinali di Calvino. Che cosa rimane del “si vis”, “se vuoi”, evangelico (Mt. 19, 21) nella Ginevra soggiogata al verbo calvinista? “Ginevra vive sotto il segno della sanzione o della scomunica. Il cittadino è sottoposto alla regola comune e non potrebbe sfuggirvi: costumi, abitudini, divertimenti, pasti, libri, tutto è sorvegliato da vicino. La scuola forma i fanciulli secondo le direttive del capo; la chiesa li guida nel cammino della virtù quando si son fatti adulti — la chiesa, vale a dire Calvino. L’assistenza al culto è obbligatoria e controllata: case e strade devono restar vuote e silenziose nell’ora della predica e della Cena; la polizia svolge al riguardo una stretta sorveglianza. Ma non basta recarsi al tempio: bisogna comportarsi bene e partecipare alla Cena nei giorni fissati dal regolamento. Così bisogna subire le investigazioni del magistrato — vere visite a domicilio — e i suoi interrogatori, subire la sorveglianza di tutti e di ciascuno, genitori, figli, domestici, amici o vicini, sempre pronti a segnalare la più lieve mancanza alla regola. Si è virtuosi, a Ginevra, per convinzione sincera o per forza, perché non si può far diversamente, se non si vuole essere molestati. Unità morale, imposta dalla legge — e dalla polizia —; trionfo della disciplina: impossibilità per chiunque di sottrarvisi” (23).

Il clima di “caccia alle streghe”, che come naturale conseguenza rattrista la Ginevra calvinista e la spiritualità puritana ispirata a Calvino, snatura la gioia evangelica e il godimento della creazione, mai del tutto corrotta dal peccato e rinnovata dall’opera della Redenzione. L’anti-vangelo calvinista si sposa e si spiega con la personalità di Calvino, triste e solitario. “Non sapremmo immaginarlo che col viso grave, i tratti austeri, appena animati, in qualche attimo fuggevole, da una nota di ironia sarcastica o di collera, mai da un sorriso spontaneo. […] È questa tristezza di cui furono segnati i suoi giorni che ha dato alla sua dottrina quel pessimismo aspro e totale che nulla mai poté attenuare” (24).

La Bibbia di Calvino cessa di essere il grande codice teologico e antropologico che ha forgiato la civiltà europea. Si riduce a un codice di leggi. Ammettiamo pure in Calvino sentimenti religiosi di riconoscimento della grandezza di Dio e di sottomissione ai suoi imperscrutabili disegni. È però assente in lui il gaudio dell’abbandono fiducioso in Dio, testimoniato e rivelato da Cristo, la paternità che ama e che chiede amore filiale, che libera e redime. L’Europa contemporanea, smarrita nella sua incapacità di ancorarsi alle radici cristiane che hanno forgiato la grande civiltà umanistico-cristiana, ha bisogno di altri maestri e di altri riferimenti storici e non di un “riformatore” che ha lasciato dietro di sé una triste eredità: fanatica intolleranza, ambiziosa presunzione e tradimento del Vangelo.


- L'articolo integrale tratto da Cristianità, 351 (2009): https://alleanzacattolica.org/un-quinto-centenarioda-non-celebrare-la-nascita-di-giovanni-calvino-1509-2009/


Note

(17) Cit. in Erwin Iserloh (1915-1996), L’Europa dominata dal pluralismo delle confessioni, in Hubert Jedin S.J. (1900-1980) (sotto la direzione di), Storia della Chiesa,.vol. VI, Riforma e Controriforma. Crisi-consolidamento-diffusione missionaria (XVI-XVII sec.), trad. it., Jaca Book, Milano 1975, pp. 361-515 (p. 450).

(18) Monsignor L. Cristiani, art. cit., coll. 644-645.

(19) Cit. in E. Iserloh, art. cit., p. 450.

(20) J. Dedieu, art. cit., col. 44.

(21) P. Jourda ed E. de Moreau S.J., art. cit., p. 288.

(22) Monsignor L. Cristiani, art. cit., col. 645.

(23) P. Jourda ed E. de Moreau S.J., art. cit., p. 307.

(24) Ibid., p. 326.

domenica 11 agosto 2019

Lasciarsi condurre dallo Spirito di Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA OTTAVA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

O Dio, la cui perenne provvidenza ha ordinato tutte le cose, in cielo e sulla terra; ti supplichiamo umilmente di liberarci da ogni cosa nociva e di donarci tutto ciò che è per noi profittevole; per Gesù Cristo, nostro Signore.

Letture:

Rm 8,12-17; Mt 7,15-21

Chi sono i falsi profeti di cui parla Gesù, dicendoci che vengono in veste di agnelli ma si rivelano lupi?Per giudicarli, Gesù ci esorta a valutare i frutti che producono, se sono buoni o cattivi. Come facciamo a distinguere i frutti buoni dai cattivi? Una indicazione ci è data da Paolo, nella sua lettera ai Romani, dove ci offre un contrasto tra la carne e lo Spirito. Non abbiamo un debito con la carne, che conduce alla morte, ma con lo Spirito (Rm 8,12-13). Ma cosa è la carne? Con questa parola l’apostolo Paolo sembra indicare quanto nell’uomo è soggetto alla caducità, la nostra fragilità, i nostri limiti. La carne è quel qualcosa della nostra natura umana, tendente verso il nulla: è destinata alla morte e ci trascina verso la morte. Lo Spirito, invece, ci conduce alla vita e alla santificazione, se ci lasciamo guidare da lui: “tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio, sono Figli di Dio” (Rm 8,14).
La carne ci riduce in schiavitù, perché ci rende soggetti alle opere morte (Eb 9,14) e alla morte stessa. Vivere secondo la carne significa dunque vivere per ciò che è vano, instabile, impermanente; per tale ragione, significa vivere nella paura: paura costante della perdita, perdita di ciò che possediamo o desideriamo e perdita della nostra stessa esistenza. Vivere secondo lo Spirito significa vivere per il Regno di Dio, fondati nell’Eterno e nella fonte stessa della vita.
Lo Spirito ci rende figli di Dio, perché è spirito di adozione, che ci consente di chiamare Dio "Padre". Lo Spirito di Dio testimonia al nostro spirito che sebbene tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo è minacciato dalla morte, noi siamo eredi della vita, eredi nientemeno che di Dio stesso, in Cristo, destinati alla glorificazione con lui. L’esperienza della sofferenza, della perdita e della morte continuano a far parte dell'esistenza terrena, ma il Verbo incarnato ha voluto condividerle fino in fondo con noi, per portare la presenza di Dio anche nei luoghi più desolati dell’esistenza umana.
La morte, già sconfitta dal trionfo pasquale di Cristo, non avrà più spazio nel Regno di Dio, la cui presenza in mezzo a noi è già testimoniata dai buoni frutti dei credenti.
Nel discorso che conclude il lungo sermone sul Monte, Gesù ci indica, dunque, che potremo comprendere se ci stiamo lasciando condurre dallo Spirito prendendo in considerazione i frutti che producono le nostre vite, sebbene circondate da spine. E i frutti possiamo valutarli alla luce della Sacra Scrittura. Ciò che è buono è conferme ad essa, ciò che è cattivo si allontana o combatte il messaggio evangelico. Gesù ci mette in guardia dai falsi profeti, coloro che, assecondano l'uomo carnale, materiale, sempre accondiscendenti verso le tendenze del mondo; appaiono buoni, proprio per la loro capacità di trovare un compromesso con il peccato, ma finiscono per divorare coloro che se ne lasciano sedurre.
Se la nostra vita è radicata nelle Scritture saremo come un albero buono, che non può dare frutti cattivi, né può restare senza frutti. Pertanto, non basta la certezza, magari la presunzione, di essere giustificati per fede, predestinati alla salvezza. Occorre esaminare le nostre vite e valutare se stiamo consentendo allo Spirito di Dio di agire in noi e di portare buoni frutti. Infatti, l'albero che pure irrigato e concimato non dà buoni frutti, viene tagliato e gettato nel fuoco (Mt 7,19; e la parabola del fico sterile in Lc 13,6-9). La fede non è espressa semplicemente da ciò che diciamo, dal proclamare Gesù Cristo Signore; è fare la volontà del Padre che è nei cieli (Mt 7,21), consentendogli di esercitare la sua signoria sulle nostre vite. Perché servire Dio significa regnare con lui, come coeredi di Cristo, colui che ha compiuto la volontà del Padre fino in fondo e afferma: "Tutte le cose che il Padre mi ha dato sono mie" (Gv 16,15).

Rev. Dr. Luca Vona


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domenica 4 agosto 2019

Quanti pani avete?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SETTIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Dio di ogni potenza e forza, che sei l’autore e il datore di ogni cosa buona; innesta nel nostro cuore l’amore per il tuo Nome, accresci in noi la vera religione, nutrici con ogni bontà e mantienici nella tua grande misericordia; per Gesù Cristo, nostro Signore.

Letture:

Rm 6,19-23; Mc 8,1-10


L'apostolo Paolo ci ricorda nella sua Lettera ai Romani che le nostre vite possono essere date in prestito al peccato o alla giustizia di Dio. Nel primo caso il frutto di questo prestito è la morte; nel secondo caso, la vita eterna.
Le nostre azioni riflettono quanto seriamente abiamo preso in considerazione la Parola di Dio e, dunque, in definitiva, riflettono la nostra fede. In tal senso, la contrapposizione tra fede e opere è una falsa dicotomia. Certamente, tutto ciò che possiamo donare a Dio proviene da lui, come affermiamo nell'offertorio della Santa Cena, richiamando un passo del Primo Libro delle Cronache (1 Cr 29,14). Ma il Signore non ci vuole spettatori passivi del ssuo piano di salvezza. Egli ci chiama a partecipare alla sua stessa opera di creazione, giustificazione e santificazione; prendendoci cura del mondo che ci ha affidato, annunciando il suo messaggio di salvezza, lottando contro il peccato - dentro e fuori di noi - mediante la fede nella sua Parola e l'esperienza della sua grazia nei sacramenti.
A ciascuno di noi verrà chiesto conto di come abbiamo amministrato i doni ricevuti da Dio: il nostro corpo, le nostre capacità intellettuali, il nostro tempo, le nostre risorse economiche… Ogni cosa. E così come la parabola dei talenti e quella dei vignaioli omicidi ci insegnano che chi ha male amministrato quanto ricevuto dal Signore sarà sottoposto a un giudizio severo, il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani ci mostra Gesù nell’atto di chiedere ai discepoli di porre sotto la sua benedizione ciò che abbiamo, anche se del tutto inadeguato alle esigenze che ci troviamo ad affrontare.
Gesù, il Figlio unigenito del Padre, avrebbe certamente potuto creare i pani dal nulla per sfamare la folla che da tre giorni lo seguiva. Avrebbe potuto farli piovere dal cielo, come la manna con cui il Dio d'Israele sfamò il suo popolo nel deserto. Ma egli non ricerca una manifestazione della potenza divina nel miracolo fine a se stesso, quanto piuttosto vuole darci una lezione sull’amore e la sollecitudine di Dio e la necessità di farci suoi imitatori assumendone lo stesso spirito di servizio e di comunione.Vediamo infatti che richiede una partecipazione attiva dei suoi discepoli, i quali sono chiamati a condividere il poco che hanno a disposizione e a distribuire loro stessi i pani alla folla: "li diede ai suoi discepoli perché li mettessero davanti a loro" (Mc 8,6).
Ma prima chiede un atto di fede, ovvero il superamento di quella logica mondana che dimentica la potenza di Dio, espressa dalla frase attribuita ai discepoli: 'come potrebbe alcuno saziare di pane costoro, qui nel deserto?'. La risposta di Gesù la troviamo nella sua predicazione: 'chi è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede del pane, gli dà una pietra? O se gli chiede un pesce gli dà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli dà uno scorpione? Se voi dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono' (Lc 11,11). E ancora: 'Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose'. È nel momento in cui i discepoli hanno fede in Gesù e obbediscono alla sua parola che si compie il miracolo.
Quante volte ci siamo sentiti impotenti e dotati di risorse del tutto inadeguate per far fronte alle necessità del momento? Quante volte ci siamo sentiti tentati di risolvere tutto da soli, proprio come i discepoli pensarono, in un primo moento, che Gesù gli stesse chiedendo di andare in città a comprare del pane per le folle? È quello il momento in cui la nostra fede deve passare dalle labbra al cuore e dal cuore deve riflettersi nelle nostre azioni, con coraggio e genersità, diventando fede vissuta.
Mettiamoci all'ascolto del Signore, il qualche ci chiede: ‘quanti pani avete?’ (Mc 8,5), e poniamo le nostre risorse, anche se scarse, sotto l'azione santificante del suo Spirito.

                          
            Rev. Dr. Luca Vona





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