Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

martedì 3 marzo 2020

Intervista a un eremita metropolitano

Cercando la fede. L'eremo in città, sorgente di preghiera e di relazione fra cuori

Pierluigi Calabrese, eremita a Saluzzo: «Senza la dimensione spirituale non c’è profondità della conoscenza. Alla Chiesa mancano silenzio e profezia e cercare il consenso è un suicidio spirituale»

Vai a trovare Pierluigi Calabrese, già ricercatore di filologia medievale a Milano e Torino, da quasi vent’anni 'eremita di città' a Saluzzo e inizia un viaggio sui sentieri della spiritualità. Un viaggio su concreti sentieri di terra, di pietra, di mare che conducono ai luoghi di meditazione al di fuori del suo appartamento cittadino; un viaggio sui sentieri della preghiera e del dialogo fra cuori: il tuo cuore con quello di Gesù, il tuo cuore con quello di chi ti viene incontro. C’è il coro della trecentesca chiesa di San Giovanni a Saluzzo con la pietra del Monviso finemente cesellata dei monumenti funebri al marchese Ludovico II e a sua moglie Margherita di Foix; c’è la strada che conduce alla chiesina dei Servi di Maria a Pian della Regina sulle sorgenti del Po; c’è la diga sul Varaita a Pontechianale; c’è una piccola e isolata grotta sul mare in un angolo poco accessibile dell’isola Palmaria, luogo di antichi eremitaggi, dove si reca nei brevi periodi di vacanza, ospite di parenti in un paese vicino; c’è la vecchia casa dei genitori in campagna che sta faticosamente restaurando con le sue mani nello spirito dell’ora et labora benedettino per farne un luogo di meditazione. E se vuoi immergerti nel significato del suo 'fare preghiera' di ogni istante della propria vita non c’è altro da fare che seguirlo e affidarsi alla sua ospitale mistica del quotidiano. Un viaggio al cuore della vita, capace di mostrare come anche l’ineffabile consapevolezza del Pellegrino russo sia lì alla portata.

La chiesa di San Giovanni a Saluzzo, uno dei luoghi di "deserto" e preghiera di Pierluigi Calabrese
La chiesa di San Giovanni a Saluzzo

Cosa vuol dire pregare?

«È un rapporto d’amore con nostro Signore. È una relazione. Pregare è come quando ci si sente sempre legati alla moglie, al marito, ai genitori, ai figli e si pensa a loro con amore, con senso di ringraziamento, di affetto sincero, di vicinanza. È una relazione fra persone che si vogliono bene. Se la preghiera non è questo è solo illusione. Dio non fa teologia, non fa teoria. Dio si rifà sempre alla vita concreta. E l’amore è una cosa concreta».

Si potrebbe replicare che non può essere concreto l’amore per ciò che non si vede?

«Sei forse capace di dare una misura che renda concreti l’amore che provi per la tua donna e il suo amore che senti per te? Nasce da qui la tentazione razionalista, il pensare che la natura abbia le sue leggi perfette e concrete alle quali affidarsi».

Come possono le leggi della natura costituire una tentazione?

«Bisogna stare attenti a non prenderle come regole di vita. Le Sacre Scritture ci insegnano che anche la natura è stata corrotta dal peccato originale. Nei fatti la natura non è una buona maestra: la sua è la legge del più forte e la croce di Gesù sovverte questa legge. La natura pensata da Dio è quella descritta da Isaia, in cui il lupo dimora insieme all’agnello. Quindi solo la legge dell’amore di Dio va presa come regola di vita».

In un mondo in cui tutti vogliono toccare con mano?

«Sì, perché se manca la dimensione delle preghiera, manca la profondità di comprensione: si resta in superficie. La profondità è ispirata da Dio attraverso i cuori. E Dio tocca il cuore di ciascuno. Nessuno può dire che non gli sia mai successo. Se lo dici è perché cerchi un alibi alla tua mancanza di fede. Se invece ti rendi disponibile, come ha fatto Maria, concepisci il mistero d’amore di Dio; subito comprendi la necessità di una revisione di vita e... non è detto che tu voglia portare questo peso. Se però dici: «vorrei ma non riesco», è Lui che ti aiuta con i doni di grazia e i carismi dello Spirito. Se invece dici: «ho le capacità per fare da solo», sei il superbo che non arriva a niente e lasci al demonio la possibilità di abitare nel tuo cuore».

Quante persone avrà incontrato che le hanno detto di non avere la fede...

«Tante. Ma se vuoi una bistecca la devi chiedere al macellaio e se vuoi la fede la devi chiedere a Dio. Se hai paura che ti venga data, invece, non la chiedi a nessuno, la cerchi nei luoghi e nei modi sbagliati. E la fede vera, quella che si traduce nelle cose della vita, si accompagna sempre alla croce».

Se parli di croce la gente scappa, ma la sofferenza è una dimensione che appartiene a tutti...

«Certo. Ma la croce del cristiano è il dissenso che nasce intorno a te per le tue scelte di fede. Se vivi e mostri la tua fede entri inesorabilmente in contrasto col mondo. La profezia si contrappone alla mondanità. Se ami ti rendi martire facilmente per l’amore. Quella dell’amore è una strada semplice, ricca di gioie, di doni e aperta a tutti. Ma l’amore vero è fedele, totale e questi non sono temi mondani».

Insomma per parlare di fede oggi bisogna raggiungere il cuore delle persone.

«Non oggi, da sempre. E il cuore delle persone si raggiunge solo alla maniera degli innamorati. Purtroppo non è nella logica della Chiesa attuale di avere nei confronti di Dio un’esperienza da innamorati. C’è una sorta di distacco: io qui, tu lì. E tanti teologi hanno avvolto tutto in una sorta di opaco e freddo teologume».

E allora come lo spieghiamo alla gente?

«La strada è nel cuore. Nel mio, nel tuo, in tutti i cuori. Ma la migliore spiegazione è nella Messa. Purtroppo siamo abituati ad andare in chiesa con la stessa disposizione di quando si va a uno spettacolo. Ma in quell’ostia che si spezza c’è Gesù che muore per te. In quel calice c’è il suo sangue versato per te. E se ti relazioni col cuore non puoi fare a meno di domandarti: "Come?! Sangue divino per salvare un verme?". Lì c’è l’amore vero».

Qual è l’utilità di un eremita di città per la Chiesa di oggi?

«Le Sacre Scritture ci insegnano che la Chiesa ha estremo bisogno di silenzio e di profezia. Ho scommesso tutto su silenzio e profezia. E tutti i giorni prego: "Signore se questa è la mia strada dammi tu la forza che non ho. Dammi la forza e la gioia perché non voglio essere introverso e desidero accogliere". Ecco, il silenzio è comunicazione. Ti fa comunicare col tuo cuore, col cuore di Gesù e col cuore delle persone che vengono a cercarti. Senza il silenzio non senti il sussurro che viene dai cuori. Nel baccano non senti la tua coscienza. Spesso nella Chiesa ci si affida al 'fare nel nome di Gesù', ma senza il silenzio non sapremo mai cosa Gesù vuole da noi. Se in principio era la Parola io credo che alla fine sarà il silenzio sacro della conoscenza, dello stupore della gloria di Dio».

E la profezia?

«Se col silenzio entri in dialogo col Cuore e con i cuori, ti rendi conto del contrasto fra il desiderio di Dio e il desiderio del mondo. Se a quel punto non ti schieri è come se perdessi il dono profetico ricevuto col battesimo. La vita è scelta e la profezia è la scelta che conduce a Dio. Oggi la Chiesa deve tornare ad affidarsi al dono della profezia: non si può pensare di restare simpatici a tutti. Cercare il consenso è il pericolo di ogni cristiano e quindi della Chiesa: quello di finire spiritualmente suicidati. Per avere la forza di non finire in questo tranello devi chiedere aiuto nella preghiera. Ogni giorno».

Quante sono le persone che le chiedono preghiere?

«Tante. Anche decine ogni giorno. Ogni mattina alle sei mi alzo per le lodi e poi mi dedico alla preghiera di intercessione e di solito è un impegno che va ben oltre l’ora».

Come prosegue la giornata?

«Passo all’esegesi e alla meditazione personale delle Sacre Scritture. Quindi mi dedico al lavoro come il riadattamento della casa dei miei genitori in eremo di campagna. Pranzo alle 12. Poi ora media e prosecuzione del lavoro. Quando non lavoro vado all’adorazione eucaristica. Poi la Messa il vespro e l’incontro con le persone. Ceno frugalmente solo tre volte a settimana salvo casi eccezionali. Poi il Rosario e compieta. Alla notte mi sveglio per un’ora di meditazione. Poi ci sono le meditazioni che mi concedo alle sorgenti del Po, alla diga di Pontechianale, nella grotta alla Palmaria. Penso alla vita come acqua che sorge, come fiume che scorre, che viene fermato da un ostacolo (la diga) che porta a nuovi incontri e a nuove occasioni di carità, che riprende a scendere per giungere a compimento nel mare e diventare sale della terra...»

- Roberto Zanini, Avvenire, 3 novembre 2019