Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

mercoledì 20 novembre 2019

La restauratrice della vita religiosa nella Chiesa anglicana

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Lydia Sellon o Priscilla Lydia Sellon (1821-1876) fondatrice britannica di un ordine religioso femminile anglicano.

Vita

Priscilla Lydia Smith crebbe a Grosmont nel Monmouthshire, ma era nata il 21 marzo 1821 a Hampstead. Sua madre morì quando lei era ancora in tenera età. Suo padre, il comandante Richard Baker Smith, che era nella Royal Navy si sposò di nuovo e ebbe altri undici figli. Nel 1847 suo padre ricevette una eredità dalla zia materna e di conseguenza il nome della famiglia fu cambiato in Sellon.

Nel 1848 Henry Phillpotts, vescovo di Exeter, fece appello al settimanale anglicano "The Guardian", che apparve nel gennaio del 1848 in cerca di aiuto per i poveri di Devonport. La richiesta di Phillpotts era di istituire nuove chiese e centri di istruzione per la popolazione che si era accresciuta oltre le possibilità della strutture urbane. A questa richiesta rispose Lydia Sellon che stava per recarsi in Italia per motivi di salute. Sellon contattò Edward Bouverie Pusey che conosceva e la presentò a un sacerdote locale. Sellon e Catherine Chambers, che era una amica di famiglia, ricevettero consigli dal clero locale e lavorarono in una scuola locale. Con il sostegno di suo padre, Sellon creò rapidamente altre nuove istituzioni. Una scuola di avviamento al lavoro nell'industria per ragazze, un orfanotrofio per i bambini dei marinai, una scuola per i senzatetto e una scuola notturna per ragazzi.

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Lydia Sellon (1821-1876)

Iniziò a lavorare a Devonport occupandosi dei poveri. L'ispirazione di Philpott e di Sellon portò alla formazione di un ordine religioso anglicano del quale assunse la guida la Sellon poiché dopo pochi anni diverse donne si unirono alla suo Istituto religioso che prese il nome di Devonport Sisters of Mercy (Sorelle della Misericordia di Devenport). Sebbene questa non fosse la prima fraternità anglicana, giunse a una fusione con le Sorelle della Santa Croce, il cui ordine aveva visto la luce nel 1845 a Londra. Lydia Sellon guidò l'organizzazione che nacque dall'unione dei due Ordini, sebbene anche prima le due organizzazioni collaboravano abitualmente tra loro. Quando Florence Nightingale fece un viaggio in Crimea nel 1854, prese 38 infermiere e quattordici di queste erano suore di quella che sarebbe diventata l'organizzazione della Sellon. Una delle loro importanti azioni iniziali fu quella di prendersi cura delle vittime dell'epidemia di colera del 1849, che iniziò intorno a Union Street.

Lydia Sellon guidò la nuova Società della Santissima Trinità dal 1856 e nel 1860 fece costruire il primo convento, Ascot Priory, per il nuovo Ordine. Il costo di questo nuovo edificio fu sostenuto in gran parte dal Reverendo Pusey, ma un'altra fonte ritiene che la Sellon si fece carico del costo delle utenze. L'autocratica Sellon a volte usava un bastone pastorale ed era considerata badessa. L'ordine risiedeva nell'abbazia di St Dunstan nel Devon. Nel 1864 alle suore fu chiesto dalla regina Emma di usare le loro abilità per migliorare l'educazione dei bambini in quelle che oggi sono le Hawaii.

Lydia Sellon morì a West Malvern nel 1876 dopo quindici anni di paralisi.

Eredità

La Chiesa d'Inghilterra mette celebra la memoria di Lydia Sellon il 20 novembre ricordandola come la restauratrice della vita religiosa nella Chiesa anglicana.

Il suo Ordine fu attivo per tutto il ventesimo secolo e l'ultima sorella morì nel 2004 e fu seppellita nell'Ascot Priory.

Oggi nella Chiesa anglicana esistono decine di ordini religiosi.

martedì 19 novembre 2019

Matilde di Magdeburgo. Oltre le tradizionali forme di vita religiosa

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Matilde di Magdeburgo (ca 1208-1283), beghina.

Il monastero di Helfta fu nel XIII secolo un luogo di alta spiritualità e un ritrovo di grandi mistiche che trovavano alimento nella ruminazione quotidiana delle Scritture. Molte di loro non erano monache tradizionali, ma beghine rifugiatesi in monastero per le persecuzioni attuate contro il beghinaggio da parte soprattutto dei frati domenicani. Fra le beghine giunte a Helfta, la più celebre fu senz'altro Matilde di Magdeburgo. Poco si sa della sua vita. Nata intorno al 1208 nella diocesi di Magdeburgo, appartenente a una famiglia nobile, Matilde decise giovanissima di ritirarsi presso una comunità di beghine, cioè di donne che rifiutavano le tradizionali forme di vita religiosa, ma che desideravano vivere un'intensa vita interiore in piccoli nuclei ai bordi dei villaggi. Per trent'anni Matilde visse una profonda comunione con il Signore nella preghiera; non appena però, su ordine del confessore, si accinse a mettere per iscritto le proprie esperienze, iniziarono per lei i guai, soprattutto perché denunciava con molta franchezza la corruzione del clero di cui spesso era stata testimone. Nel 1261, dopo il sinodo domenicano di Magdeburgo contro le beghine, Matilde si rifugiò a Helfta, dove fu compagna di Matilde di Hackeborn e maestra di Gertrude di Helfta.
Nella pace di quel cenobio e nella compagnia di donne straordinarie, Matilde portò a termine la sua opera letteraria, le Rivelazioni, in cui raffigurava - con immagini tra le più belle della letteratura medievale - lo sprigionarsi della luce divina in un cuore che ha meditato per tutta la vita la parola di Dio. Matilde morì attorno al 1283, completamente cieca, ma con una vivida luce negli occhi del cuore. La data odierna è quella in cui Matilde è ricordata dalla Chiesa d'Inghilterra, lo stesso giorno in cui nel Calendario monastico si fa memoria di Matilde di Hackeborn.

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Matilde di Magdeburgo (1208-1283)

I beghinaggi

Tra l’XI e il XIV secolo sorse in Europa, nelle Fiandre, un grande movimento di rinnovamento spirituale, con le donne come protagoniste. Questo  movimento spirituale di donne di ogni estrazione sociale, fu ispirato dal desiderio di condurre una vita di intensa spiritualità fuori dai monasteri, vivendo nella propria casa e nella propria città. Queste autentiche “donne di preghiera e carità”, anche per aiutarsi l’un l’altra, si stabilirono in case vicine formando piccole comunità in piccoli quartieri chiamati “beghinaggi” ai margini delle città e dei villaggi. Il primo di questi “beghinaggi” comparve a Liegi su iniziativa del presbitero Lambert la Bègue, che cerò di organizzarle in comunità, da cui il nome di “beghine”. L’appellativo “beghina”, assunse un connotato negativo Le beghine hanno incarnato una delle esperienze di vita femminile più libere della storia. Laiche e religiose al tempo stesso, esse cercarono forme di vita che permettesse loro di conciliare una doppia esigenza: quella di una vita monastica e quella di cristiane che vivono nel mondo, ai margini della struttura ecclesiastica.

Le beghine non erano delle suore, non prendevano infatti i voti e potevano ritornare alla vita normale in qualsiasi momento: vivevano in castità e spesso dedite alla carità, un po' come delle converse, cioè delle suore laiche. Inoltre non chiedevano l'elemosina (da cui si capisce che è errata l'etimologia da beg o begard), ma mantenevano le loro proprietà originarie, se ne avevano, oppure, se necessario, lavoravano, per esempio filando la lana o tessendo.
La prima donna ad essere identificata come b. fu la mistica Maria di Oignies, che influenzò il cardinale Jacques di Vitry (1160-1240), protettore del movimento, di cui Vitry ottenne il riconoscimento, purtroppo solo a parole, da Papa Onorio III (1216-1227) nel 1216.
Successivamente, i beginaggi divennero delle vere e proprie comunità, orientate alla cura dei malati e all'aiuto di donne sole, non accettate dai conventi. Ci furono beghinaggi, forti anche di migliaia di beghine (come a Ghent), in tutte le città e paesi del Belgio e dell'Olanda, dove, nonostante le vicissitudini storiche (furono per esempio aboliti durante la Rivoluzione Francese), esistono oggigiorno, dopo ben sette secoli, ancora 11 comunità in Belgio e 2 in Olanda.

Ci fu anche una forma maschile di beghinaggio, che ebbe minore diffusione rispetto alla controparte femminile e fu denominata (con un connotato negativo in senso eretico) begardi.
In Italia furono denominati anche bizzocchi o pinzocheri o beghini e condussero spesso una vita da predicatori erranti (molto diffusa nel Medioevo) e furono molto impegnati nel denunciare il nicolaismo (l'abitudine dei religiosi di vivere in concubinato con donne) e la corruzione del clero, propendendo per una vita apostolica e povera, come quella di Gesù e dei primi Apostoli.
Su questi punti in comune si allearono spesso con i Francescani spirituali nel combattere il comune nemico Papa Giovanni XXII (1316-1334), che contro di loro scatenò il famoso (o meglio famigerato) inquisitore Bernardo Gui (1261-1331).

Nonostante l'approvazione papale, negli anni successivi seguì una raffica di condanne, a loro carico, ai sinodi di Fritzlar (1259) e Mainz (1261), concilio di Lione (1274), sinodi di Eichstätt (1282) e Béziers (1299), ed infine al Concilio di Vienne (1311-12), dove furono condannate come eretiche, sebbene venisse precisato nel contempo che non c'era nulla di male in comunità formate da donne penitenti anche senza che esse avessero preso i voti.
Nel 1310 fu bruciata sul rogo Marguerite La Porète, una beghina con simpatie verso i Fratelli del Libero Spirito ed autrice del libro Le miroir des simples âmes (lo specchio delle anime semplici), attribuito per anni a Santa Margherita d'Ungheria.
Sempre Giovanni XXII perseguitò con furore beghine e begardi, come si è detto, mediante Bernardo Gui, benché il Papa stesso cercasse di distinguere tra forme eretiche e forme ortodosse del movimento. Pur tuttavia, l'elenco dei processi e relativi roghi di b. durante questo periodo, soprattutto in Francia meridionale, è impressionante: a Marsiglia (il beghino Pierre Trancavel e sua figlia Andreina), Narbona, Carcassonne, Béziers e Tolosa si giustiziarono senza pietà i beghini.

Tracce di lettura

Ascolta, amore, ascolta con l'orecchio dello spirito, così cantano i nove cori angelici:
Noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai cercati nella tua umiltà,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai mantenuti nella tua misericordia,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai onorati con la tua passione e la tua onta,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai condotti nella tua bontà,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai ordinati nella tua sapienza,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai protetti con la tua potenza,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai santificati con la tua nobiltà,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai illuminati nella tua confidenza,
noi ti lodiamo, Signore, perché ci hai innalzati nel tuo amore su tutte le creature.
(Matilde di Magdeburgo, La luce fluente della Divinità 1,6)

Preghiera

Dio onnipotente,
per tua grazia Matilde,
riscaldata dal fuoco del tuo amore,
è divenuta una luce ardente
e splendente nella tua chiesa:
infiamma anche noi
con il medesimo spirito di disciplina e d'amore,
perché possiamo camminare
per sempre al tuo cospetto
come figli della luce.
Attraverso Gesù Cristo,
tuo Figlio nostro Signore,
che vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
un solo Dio, ora e sempre.


domenica 17 novembre 2019

Jacob Böhme (1575–1624), mistico luterano

La Chiesa luterana celebra oggi la memoria di Jacob Böhme (1575 – 1624), filosofo, teologo, mistico e luterano tedesco. Egli è stato uno dei principali esponenti del misticismo cristiano moderno, ed era detto dai suoi contemporanei «Philosophus teutonicus».

Jacob Böhme nacque nell'aprile del 1575 nella tedesca Seidenberg, ora parte di Sulików. Figlio di contadini, frequentò per poco tempo la scuola del villaggio dove era nato, poi fu mandato nella vicina Görlitz ad imparare il mestiere di calzolaio, che esercitò come maestro in una bottega presso le mura alla porta del Neiße fin verso il 1613.

Nei sette anni successivi unì la predicazione ad attività commerciali, e solo negli ultimi quattro anni della sua vita si sarebbe dedicato esclusivamente alla ricerca mistico-religiosa.
Nel 1599 sposò la figlia di un macellaio, Catharina Kunschmanns, dalla quale ebbe quattro figli. Per il resto egli condusse, per quanto gli fu possibile, la vita modesta di un uomo mite e paziente.

La diffusione della sua prima opera, manoscritta e pubblicata a sua insaputa da parte di un suo estimatore, gli attirò la diffidenza del pastore di Görlitz, Gregorius Richter, che lo accusò di eresia e rimase suo oppositore per tutta la vita. Quando, nel 1624, Böhme fu chiamato a Dresda per giustificare le proprie opere dinanzi a un consesso di religiosi, i suoi scritti vennero colpiti da interdetto. Richter morì appena qualche mese prima di Böhme, consentendo a quest'ultimo di morire, a sua volta, riabilitato, grazie alla confessione evangelica raccolta dal nuovo pastore.

La sua esperienza mistica, il fatto stesso che egli ne parlasse e si sforzasse di descriverla, aveva rappresentato per il suo paese un forte motivo di scandalo, esponendolo agli attacchi della comunità religiosa locale, che dopo la sua morte giunse ad oltraggiarne la tomba. D'altro canto ebbe anche parecchi sostenitori a livello personale, che lo veneravano al punto da farne quasi oggetto di culto.

Böhme aveva ricevuto una educazione luterana, come era normale nel suo paese e nella sua classe sociale. Per via della sua scarsa istruzione, disse di sé: «Ho letto un solo libro, il mio libro, dentro di me». Il bisogno di comunicare le proprie esperienze mistiche, tuttavia, lo spinse verso i libri e la scrittura. Ampliò la sua educazione luterana studiando da autodidatta severo, mediante letture delle opere della tradizione mistica tedesca del Trecento (Eckhart, Taulero, Suso), oltre ai mistici naturalisti del Cinquecento (Paracelso, J.B. Van Helmont, S. Franck, V. Weigel). Insieme ai mistici, dunque, legge anche opere di alchimia, astrologia e cabala.

Il rigido luteranesimo imperante all'epoca condannava ogni possibilità di trascendenza diretta e ogni atteggiamento di tipo ascetico o mistico. Eppure, Jakob si trova a vivere esperienze estatiche diverse volte nella sua vita. Una prima, nel 1600, poi nel 1610 e ancora nel 1617. Tali esperienze, coinvolgenti tutto il suo essere fisico e spirituale, hanno la durata di alcuni giorni ciascuna. Egli le vive come esperienze che illuminano la sua conoscenza di Dio più che come un'unione diretta con Dio e ineffabile. Da esse riceve lo stimolo continuo a studiare le Scritture ed approfondire le sue conoscenze, in modo che potessero rendere più esplicite (a parole) le esperienze vissute. 

Böhme era convinto che l'uomo avesse la capacità di comprendere il mistero di Dio, da lui concepito come la realtà informe e originaria da cui prende vita la creazione. Per tale motivo, il suo misticismo difficilmente poteva conciliarsi con il cristianesimo protestante, in quanto metteva in discussione il nodo teologico della Riforma, che indica nella Bibbia l'unica fonte del contatto tra l'uomo e Dio, sottolineando l'inattingibilità di quest'ultimo per vie diverse. Proprio per questa ragione il luteranesimo, essendo in quei decenni tutto proteso a fondare la propria teologia in antagonismo con quella di Roma, non ammetteva possibilità di santificazione del singolo uomo che nell'aldilà, e dunque giudicava negativamente la venerazione di cui Böhme era fatto oggetto.

Per certi aspetti egli apparve più vicino alle posizioni del cattolicesimo, che riconosce la possibilità di una teologia naturale e di un contatto diretto, immediato e personale con la divinità, sebbene Böhme se ne discostasse per l'esaltazione del primato della fede. È comunque attestata la sua profonda venerazione per la Vergine Maria.

Rifacendosi alle concezioni tradizionali, l'uomo è per Böhme un microcosmo, in quanto in lui, quale coronamento della creazione, stanno tutte le cose, Dio e gli angeli, il cielo e l'inferno. Ultimo nel processo creativo di Dio, egli ha il compito di risalire la corrente e tornare verso il Principio. Per fare ciò deve essere un'immagine compiuta di Dio e possedere una volontà libera. In questo però sta la grandezza unitamente al pericolo: se l'uomo volge la propria volontà verso l'esterno (le creature e il mondo), realizza in sé l'aspetto tenebroso del divino, costruendosi l'inferno per la propria anima. Se invece si distacca dalle creature e dal mondo in genere, annullando la propria visione particolaristica e la propria volontà separata per lasciare spazio alla volontà divina, in lui si realizza l'amore di Dio, la luce del Paradiso. Se l'uomo si rivolge al male, non lo fa che per ignoranza o cecità, in quanto, essendo immagine di Dio, egli non può che cercare sempre e comunque il bene. La libertà della volontà dell'uomo consente dunque di conoscere ed esperire la dolorosa lontananza da Dio. All'uomo decaduto non spetta che effettuare un cenno di rinuncia al male (essendo la presenza luminosa di Dio costante e sempre in attesa di rivelarsi): a quel punto, la volontà che passa dall'esteriore all'interiore permette la nascita di Cristo in sé.

Secondo Böhme, in Dio è presente una polarità di forze contrapposte: per un verso Egli è il Nulla, un abisso insondabile e indeterminato, dal quale però scaturisce un incontenibile desiderio di vita, attraverso il quale prendono forma le diverse realtà in cui si esplica la Creazione. Dio racchiude in sé sia il Bene che il Male, lo spirito e la materia, la luce e le tenebre. Rifacendosi alla tradizione neoplatonica che vedeva in Dio l'unità dei contrari, come potenza che si attua dinamicamente nel mondo, Böhme tuttavia va oltre la concezione agostiniana del male inteso come semplice non-essere, riconoscendo anche la positività del negativo.

Jacob Böhme (1575-1624)

Riepilogo essenziale

Gli scritti di Böhme sono stati considerati complessi, oscuri, difficili nella lettura e nella comprensione, a parte alcuni passaggi, che possono essere considerati anche affascinanti. È però possibile enucleare il suo pensiero a grandi linee: 

  • se desideriamo contemplare ciò che è divino ed eterno, dobbiamo credere che il divino e l'eterno possano rivelarsi nella costituzione stessa dell'uomo, come principio spirituale insito nell'uomo stesso e che non vada cercato altrove;
  • la Parola di Dio, la Scrittura deve essere interiorizzata, passando dalla "storia all'essenza": in tal modo si attua la redenzione dell'uomo da parte di Dio e della sua Parola;
  • non basta la speculazione teorica sulle cose che appartengono allo Spirito nell'uomo per giungere alla sua comprensione;
  • l'uomo deve riconoscere l'esistenza di un principio divino al suo stesso interno, arrivando fino al fondo della propria anima, scendendo in un abisso che è la Divinità stessa (che in realtà è senza fondo per garantirne la trascendenza);
  • l'uomo che desidera avvicinarsi a Dio, penetrando sempre di più nell'abisso, deve arrendersi a Dio, rimettendo a Lui la propria volontà, consegnando se stesso alla divinità. La volontà che non si consegna non permette di incontrare Dio e la sua Sapienza: in tal modo non riusciamo a vedere Dio, ma la propria volontà malata riesce a vedere soltanto il mondo e il diavolo (il bene pervertito);
  • il modo in cui Dio può essere percepito nella sua Parola e nella sua Essenza è che l'uomo giunga ad uno stato di unità con se stesso, abbandoni ogni cosa che riguardi il suo sé personale (beni, denaro, padre e madre, fratelli, sorelle, moglie, figli, il proprio corpo e la propria vita) e che tale sé divenga un nulla per lui; deve cedere ogni cosa e divenire povero come un uccello del cielo, senza nessun nido per il proprio cuore;
  • ciò non significa che la persona debba abbandonare la propria casa e i propri familiari, uccidersi o vendere le proprietà, ma soltanto smettere di pretendere tutte queste cose come possesso, uccidendo o annichilendo soltanto la propria volontà;
  • l'uomo che ha ceduto se stesso a Dio entra nell'unione divina con Cristo, è rigenerato da Cristo (nato nuovamente in lui) così da vedere Dio stesso, parlare con Dio, conoscere veramente la sua Parola e la sua Essenza.

Böhme è certamente un caso esemplare non solo di mistica protestante (capace di raccogliere anche la tradizione cattolica "renana", la filosofia naturale e la tradizione esoterica ebraica e alchemica), ma di "pensiero cristiano alternativo" che ha dato vita a diversi filoni della Riforma radicale.

I seguaci di Böhme, detti behmenisti, si diffusero ovviamente in Germania, dove l'erede spirituale di Böhme fu Abraham von Franckenberg (1593-1652), e in Olanda, dove Abraham Willemsz van Beyerland (1586/7-1648) provvide alla stampa dell'intera opera letteraria. Quest'ultimo influenzò il diplomatico Michel le Blon (1587-1658), responsabile della successiva diffusione degli scritti di Böhme in Svezia, dove interessarono la famosa regina Cristina (1626-1689), e in Inghilterra.

In quest'ultimo paese, dove per la verità, i suoi lavori circolavano già dagli anni '40 del XVII secolo, si svilupparono gruppi di seguaci del pensiero di Böhme. Alcuni behmenisti inglesi si fusero in seguito con il movimento dei quaccheri, il cui fondatore, George Fox era rimasto particolarmente colpito dal pensiero del "Calzolaio di Görlitz". Anche il familista reverendo James Pordage fu un suo accanito lettore. Assieme a Jane Leade, Pordage fondò la Società dei Filadelfi (The Philadelphian Society) nel 1670 proprio per promuovere un maggiore interesse nel pensiero di Böhme.


- Fonti: Wikipedia, Mistica.info, Eresie.com

Ugo, vescovo di Lincoln (1140-1200), certosino e maestro di carità

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Ugo di Lincoln spentosi il 16 novembre del 1200 all'età di sessant'anni

Ugo, monaco certosino e vescovo di Lincoln in Inghilterra. Nativo dei dintorni di Grenoble, Ugo era stato educato presso i canonici agostiniani di Villarbenoît, dove aveva emesso i voti religiosi. Desideroso di una vita più ritirata, a 25 anni egli ottenne di entrare nella Grande Chartreuse, dalla quale sarà presto inviato a presiedere la Certosa inglese di Witham, che versava in cattive condizioni. Eletto nel 1186 vescovo di Lincoln, allora la più grande diocesi inglese, Ugo accettò unicamente per obbedienza al suo priore, e si dedicò con tutto se stesso all'incarico pastorale ricevuto. Egli fece rifiorire a Lincoln la locale scuola teologica, e sovrintendette al restauro della cattedrale partecipando talvolta di persona ai lavori più pesanti. Uomo di grande compassione ed equilibrio, Ugo fu spesso chiamato a giudicare le cause più difficili. Per amore della giustizia non esitò a contrapporsi con franchezza ai re e ai confratelli nell'episcopato, senza mai serbare rancore o inimicizia verso nessuno. Si racconta che giunse a rischiare la propria incolumità personale per salvare dalla morte alcuni ebrei, ingiustamente accusati a seguito di un tumulto popolare. Ugo intervenne personalmente per curare i lebbrosi, e si batté perché anche i più poveri potessero avere una sepoltura dignitosa. Egli nutriva inoltre un profondo amore per la natura, ed è spesso raffigurato in compagnia del suo cigno addomesticato, che visse con lui nell'episcopio di Lincoln. Alla sua morte era conosciuto in tutta l'Inghilterra, e da nessuno era posta in discussione la sua santità.

Ugo di Lincoln
Ugo di Lincoln (1140-1200)

Tracce di lettura

Con l'aiuto di molti uomini di valore che si scelse quali suoi consiglieri, il nuovo vescovo di Lincoln trasformò immediatamente la sua diocesi. Egli predicava la parola di Dio con vigore, obbedendo premurosamente ai comandi contenuti in essa e seguendo un celebre adagio della Scrittura: «Dov'è lo Spirito del Signore, là c'è libertà». Egli riprendeva con fermezza i peccatori, senza curarsi dell'importanza delle persone a cui si rivolgeva.
È poi impossibile ricordare adeguatamente la sua grande compassione e tenerezza verso gli amnalati, specie verso quanti soffrivano di lebbra. Egli li accudiva di persona, lavandone e asciugandone i piedi e baciandoli con affetto. E dopo averli ristorati, li colmava di doni, senza badare alla misura. In alcune residenze episcopali aveva fatto costruire ospedali, nei quali trovavano ricovero uomini e donne afflitti da simili mali.
Quando visitava i lebbrosi, era solito sedersi in mezzo a loro in una piccola stanza per confortare le loro anime con le sue parole delicate, e così alleviava le loro sofferenze con la sua tenerezza materna.
(Adamo di Eynsham, Vita di sant'Ugo di Lincoln)

Preghiera

O Dio,
tu hai concesso al tuo servo Ugo
una parola coraggiosa,
sapiente e gioiosa
e gli hai chiesto di ricordare
ai governanti di questo mondo
la disciplina di una vita santa:
dona anche a noi la grazia
di essere liberi e franchi
come lui al servizio del vangelo,
non confidando in altri che in Cristo,
che vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
un solo Dio, ora e sempre.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Il perdono come frutto di giustizia


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ


Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e servirti con devozione in ogni buona opera, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35


Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude la pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.
La giustizia, ovvero la nostra giustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, maturano da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericordia di Dio, che ci condona ogni colpa. E, infatti, i frutti di giustizia "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioè non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, con la nostra intelligenza, con il nostro cuore, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E, a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioè la sua magnificenza, la sua bontà, la sua bellezza, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.
Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato.
L'occasione di questo racconto è suscitata da una domanda posta da Pietro a Gesù. Pietro aveva compreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi ebraica delle Scritture. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte) il nostro nemico. Ovvero un numero di volte pressoché illimitato.
L'immagine del re che vuole fare i conti è sicuramente di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio finale, o quantomeno quello individuale dopo la morte dell'individuo. è un rendiconto cui nessuno si può opporre e al quale nessuno può sfuggire. Il Salmo 90 ci rammenta che il Signore mette i nostri peccati più segreti alla luce del suo volto (Sal 90,8). In quel giorno non potremo non vedere quanto siamo bisognosi del suo perdono, quanto grande è il nostro debito nei suoi confronti.
Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore - terrorizzato dalla pena cui rischia di andare incontro - di pagare tutto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono integrale.
Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato fatto oggetto o, più probabilmente, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra infatti spietato con il suo creditore, facendolo gettare in prigione.
Nei conservi che vanno a riferire l'accaduto al padrone possiamo ravvisare le preghiere di intercessione degli oppressi e per gli oppressi. Che il creditore spietato non avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari (ricordiamo che egli avrebbe dovuto dare al suo padrone diecimila talenti!).
È evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il timore del momento svanisce rapidamente. Appena si ripresenta la tentazione l'uomo carnale si ripresenta con nuovo vigore. Probabilmente egli avrebbe tremato anche se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato contro il suo oppressore. ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". Questa intimazione al servo infedele di comparire in presenza del suo Signore indica senza dubbio il rendiconto finale nel giorno del giudizio. Il debitore viene dunque consegnato agli aguzzini, letteralmente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. Qui dobbiamo considerare questo tormento innanzitutto come qualcosa che procede dal'anima incapace di ricevere e dare misericordia, trovando in essa la pace nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Gesù, però, ammonisce anche in maniera esplicita che "Così il mio Padre celeste farà punire a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore a proprio fratello" (Mt 18,35).
La sorgente del perdono da uomo a uomo sta nel perdono gratuito dato da Dio. Se siamo perdonati da Dio, come in effetti egli ci perdona ogniqualvolta ci accostiamo a lui con umiltà, volentieri perdoneremo al fratello. "Di cuore" (Mt 18,35), ecco la natura del perdono caratteristico del cristiano, che non è un semplice atto esterno.
La parabola c'insegna che il perdono dei gran debiti che abbiamo verso Dio precede il perdono dei piccoli debiti che noi dobbiamo rimetterci scambievolmente; e che quello è il principio che in noi genera la disposizione al perdono, ed è il modello che dobbiamo imitare. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.
Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento" (Fil 1,9), soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo" (Fil 1,10). Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

Rev. Dr. Luca Vona, Eremita



sabato 16 novembre 2019

Giovanni Amos Comenio e i Fratelli Moravi

La Chiesa luterana celebra oggi la memoria di Giovanni Amos Comenio (in latino Iohannes Amos Comenius; in ceco Jan Amos Komenský; in ungherese János Comenius-Szeges; Nivnice, 28 marzo 1592 – Amsterdam, 15 novembre 1670), teologo, pedagogista, filosofo, grammatico, scrittore, educatore, insegnante e pacifista ceco.

Fu uno dei pastori più colti ed importanti dell'Unione dei Fratelli Boemi.

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Giovanni Comenio (1592-1670)

I Fratelli Boemi (o Fratelli Moravi)

I moraviani, anche detti Unione dei Fratelli boemi, Fratelli moravi, Chiesa moraviana o Chiesa morava, sono un gruppo religioso cristiano originatosi dal movimento hussita a Kunvald, Boemia, nel 1457-1462; dopo anni di persecuzioni e migrazioni, venne ricostituito da Nikolaus Ludwig von Zinzendorf nel 1727.

Rappresentano la prima e più antica confessione protestante tuttora esistente e in passato erano conosciuti soprattutto come Fratelli boemi. Il nome originale di questa chiesa cristiana era Unitas Fratrum e viene utilizzato ancora oggi.

I moraviani derivano dalla Unitas Fratrum, un gruppo religioso hussita diffuso in Boemia e Moravia che seguiva la dottrina del riformatore boemo Jan Hus: ritenevano che molti aspetti della Chiesa cattolica rappresentassero una forma corrotta del cristianesimo genuino, consideravano la Bibbia l'unica norma per la fede e la pratica religiosa, la natura umana corrotta e che la redenzione venisse solo da Gesù Cristo; secondo loro i veri cristiani dovevano manifestare la loro nuova vita in Cristo seguendo l'esempio della prima comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli.

Essenzialmente i moraviani condividono le stesse credenze fondanti delle chiese luterane e riformate, quindi si basano sulla definizione di Calcedonia. I moraviani credono nella Santissima Trinità, Gesù Cristo è il Salvatore del genere umano, e la salvezza deriva solo dalla grazia tramite la fede in Dio, totale e completa solo con l'amore; i sacramenti sono solo due, battesimo e Cena del Signore.

Il fulcro della chiesa moraviana consiste nel leggere ed interpretare correttamente la Bibbia, cosa che non sarebbe possibile fare senza l'aiuto dello Spirito Santo. Molte chiese moraviane si caratterizzano per il valore estremamente liturgico del culto, ma anche delle festività cristiane e di celebrazioni ordinarie o sacramentali, per le quali hanno formulato diversi riti liturgici. I Fratelli Boemi furono, a questo proposito, autori del testo di molti canti religiosi, che, musicati, erano poi utilizzati durante le funzioni liturgiche.

La loro teologia ebbe grande influenza su John Wesley, fondatore dei metodisti, e Friedrich Schleiermacher, padre della teologia protestante liberale.

Sebbene i moraviani pongano grandissima enfasi ed importanza sulla Cena del Signore, riconoscono che comunque è essenziale e necessario predicare la parola di Dio, quindi diffondere il Vangelo.

Molte chiese moraviane hanno assunto interpretazioni sul valore dell'eucaristia, spesso luterane o calviniste, ma la verità è che i moraviani originali preferiscono non dare nessuna definizione teologica della Santa Cena; per loro Gesù è presente nelle specie del pane e del vino, ma non interessa in che modo o con quali modalità avvenga questa presenza, dal momento che i sacramenti stessi sono dei "misteri" impossibili da comprendere per l'uomo, delle quali dinamica ed efficacia sono conoscibili solo a Dio; la frequenza delle celebrazioni eucaristiche varia da chiesa a chiesa.

Le chiese moraviane condividono credo cattolici, ortodossi e protestanti[:

Simbolo degli Apostoli
Simbolo atanasiano
Simbolo niceno-costantinopolitano
Confessione dell'Unione dei Fratelli Boemi del 1535
Confessione augustana
Piccolo Catechismo di Lutero
Sinodo di Berna del 1532
Trentanove articoli di religione
Dichiarazione di Barmen
Catechismo di Heidelberg

Sono organizzate in provincie o comunità, ognuna delle quali si gestisce autonomamente. Ci sono tre forme di ordinazione: vescovi, presbiteri e diaconi, i quali però non sono organizzati in una gerarchia: i vescovi si limitano ad amministrare la comunità a loro affidata, mentre i presbiteri e i diaconi svolgono il loro ruolo religioso.

I moraviani si distinguono dalla maggior parte delle altre Chiese perché pongono l'accento sul vivere una vita cristiana piuttosto che sui dogmi o sulle teorie.

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Il loro motto è «Unità nelle cose fondamentali, libertà dove c'è il dubbio, carità in tutto» («In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas»). 
La frase, a volte erroneamente attribuita ad Agostino di Ippona, In realtà sembra che sia stata usata per la prima volta da Marco Antonio de Dominis (1560-1624), arcivescovo di Split (Spalato), nel libro IV, capitolo 8, della sua opera De republica ecclesiastica libri X, pubblicato a Londra nel 1617: «E tutti abbracceremmo la reciproca unità di opinione nelle situazioni critiche, l'autonomia in quelle non difficili, in tutte le situazioni benevolenza».
Un candidato più antico, autore del detto, è ravvisabile nel teologo luterano tedesco Peter Meiderlin, conosciuto anche come Rupertus Meldenius, il quale nella sua Paraenesis votiva pro pace ecclesiae ad theologos Augustanae (1626) aveva scritto: «In una parola, dirò: se conserveremo l'unità nelle cose necessarie, la libertà in quelle non necessarie, e in entrambe la carità, le nostre faccende saranno certamente in ottima condizione»

Afferma Joseph Lecler che la sostituzione di non necessariis con dubiis avvenne in circoli largamente cattolici, ed ebbe l'effetto di estendere la regola di Meldenius, che in origine si riferiva a ciò che è necessario o non necessario per la salvezza. Così la frase perse il suo accento protestante, e si trovò a riferirsi a ciò che era definito o meno dalla Chiesa. Ma certamente Lecler si basava sull'antica opinione che la massima fosse nata in circoli proto-pietistici intorno al teologo luterano Johann Arndt.

Il dottor Gustav Krüger, in uno scritto del 1927, rivendicò questa frase irenica al Meldenius, ma aggiunse che egli avrebbe riprodotto, se non le parole, il pensiero che Seneca esprime in una delle sue epistole e perfezionato quello che Isacco Casaubon nel 1612 scrisse al cardinale Jacques Du Perron (1556-1618) di Parigi, per incarico del re Giacomo I d'Inghilterra, per facilitare l'intesa fra Anglicani e Cattolici.

La massima è oggi largamente riportata in difesa della libertà teologica e religiosa.
È il motto non solo della della Chiesa Morava ma anche della Chiesa Presbiteriana Evangelica degli Stati Uniti.

Comenio e lo sviluppo di un metodo didattico integrale

La fama e le dottrine di Comenio sono dovute non solo alla vita da rifugiato religioso e alla difesa dell'istruzione pubblica e della scuola materna paritaria, ma anche alla sua enorme conoscenza e alle sue innovazioni letterarie. Pensatore tra i più importanti del Seicento, viene considerato il padre dell'educazione moderna.

Comenio visse in un periodo in cui l'Europa fu afflitta dai sanguinosi conflitti religiosi seguiti alla Riforma protestante. Convinto che l'educazione fosse uno dei principali strumenti in grado di garantire la pacifica e civile convivenza tra gli uomini, Comenio introdusse fondamentali innovazioni nei metodi di insegnamento, gettando le basi della didattica moderna.

venerdì 15 novembre 2019

Alberto Magno e lo studio come culto della Verità, ascesi, santificazione

La Chiesa Cattolica d'Occidente e la Chiesa Lulterana celebrano oggi la memoria di Alberto Magno, "Doctor universalis".

Alberto nacque a Launigen, sul Danubio, in Diocesi di Augusta, da famiglia militare al servizio di Federico II. 
Venuto in Italia per compiere gli studi, fu prima a Bologna, poi a Venezia, infine a padova dove conobbe Giordano di Sassonia, Maestro Generale dell'Ordine dei Predicatori (Frati Domenicani) e immediato successore del Patriarca Domenico di Guzmán.. Contro la volontà dei genitori decise di entrare nell'Ordine (probabilmente nel 1223).
Ritornato in Germania, nel 1228, lo troviamo, appena terminato il corso filosofico e teologico, docente a Colonia. Iniziano le tappe del suo insegnamento: Hildeshein Friburgo, Ratisbona, Strasburgo; maestro di teologia (1244) a Parigi, dove tenne per quattro anni la cattedra all'Università, fino a quando fu destinato a Colonia, per fondarvi uno Studio Generale, di cui assunse la direzione (1248-1252). qui ebbe un allievo d'eccezione: Tommaso d'Aquino.
Provinciale della Teutonia dal 1254 al 1257, fu a Roma (1256) per patrocinare la causa degli ordini mendicanti accanitamente attaccati da Guglielmo di Saint'Amour. ma nemmeno i tentativi del Maestro generale dell'Ordine, Umberto di Romans, riescono a evitargli un nuovo posto di responsabilità: nel 1260 è nominato vescovo di Ratisbona. Riorganizzata in breve la diocesi Alberto, perdutamente sognando la vita in convento, implora la dispensa anche da questa carica: Urbano IV la concede a caro prezzo perché gli affida la predicazione della crociata nei paesi di lingua tedesca
Nel 1274 partecipa al Concilio di Lione. Morì il 15 novembre 1280 nella sua amatissima Colonia. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant'Andrea a Colonia. 
Fu beatificato da Gregorio XV nel 1622, mentre Pio XI  nel 1931 lo proclamò santo e Dottore della chiesa.
Dell'ideale domenicano Alberto rappresenta forse, insieme a Tommaso d'Aquino, la personificazione più completa. In lui è l'ansia di affrontare e prevenire l'errore, lo sforzo geniale per unificare in sintesi armonica tutto lo scibile e di assimilare le conquiste del pensiero pagano. Lo studio da lui concepito come culto della Verità, come pratica ascetica, come perfezione umana,: esso gli consente quella visione sapienziale della realtà che affiora ad ogni pagina della sua immensa opera scientifica, filosofica e teologica (di qui il titolo di Doctor universalis). 
Insieme a quattro confratelli Alberto redige la magna charta degli studi dell'Ordine e la sua scuola sarà la scaturigine di due filoni auriferi: da un lato la corrente mistico agostiniana, con Ulrico di Strasburgo, Maister Eckhart, Johannes Tauler, Heinrich Seuse e gli Amici di Dio (Gottesfreunde), dall'altro la corrente aristotelico-tomista, con Tommaso d'Aquino.

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Alberto Magno (ca 1206-1280)

Tracce di lettura

"Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi; la mia eredità è magnifica" (Sal 15,6). "Disse il Signore ad Aronne... Sono io la tua parte, la tua eredità in mezzo ai figli di Israele" (Nm 18,20). "Sara, moglie del mio padrone, nella sua vecchiaia ha partorito al mio padrone un figlio a cui egli ha dato tutto quello che possiede" (Gn 24,36). Sara, che si interpreta "principessa" è la Chiesa: figlio dell'eterno gaudio, fiore ed erede è colui che per mezzo della Chiesa Dio Padre genera senza meriti nella tarda età degli ultimi tempi. A lui anche dà in eredità tutto ciò che ha sempre avuto, perché dando se stesso dona tutto ciò che è suo. Dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro Dio (Eb 11,6). "Il Signore è la mia porzione, ha detto l'anima mia, per questo lo aspetterò" (Lam 3,24). In coloro che il Sommo Padre genera per grazia, questi sono gli inizi del suo agire paterno.
Egli ci ha generato secondo il suo beneplacito per mezzo della parola di verità, affinché gli siamo, in certo modo, come le primizie delle sue creature (Gc 1,18). In questo modo, infatti, scolpì in noi l'impronta della sua natura e per conseguenza la sua conoscenza. Infatti tutto ciò che conosciamo lo conosciamo attraverso la sua impronta e la conoscenza che produce nell'anima. Dalla conoscenza infatti nasce la fede, che apre gli occhi verso il Padre; dall'unione nasce la carità che fissa gli occhi del Padre; dall'amore che nutre verso di noi nasce la speranza che fa alzare gli occhi a domandare cose elevate: poiché non possiamo essere soddisfatti di cose di poco conto, quando speriamo nella tenerezza del Padre. Ecco perché noi diciamo "Padre".
Non può che essere dolce e familiare la preghiera che incomincia da chi ci è il più familiare di tutti. Perciò in precedenza si è detto che è con noi e che ci scruta nell'intimo, perché è dolce e familiare: diversamente non potremmo avere accesso a lui (Ef 2,18). E di conseguenza l'Unigenito, il cui spirito di adozione noi abbiamo ricevuto (Rm 8,12), si dice che è nel seno del Padre (Gn 1,18).
(Sant'Alberto Magno, dai "Commenti sul Vangelo di San Matteo")

Preghiera

O Dio, che hai reso grande Sant'Alberto, nel ricercare l'armonia tra la sapienza umana e la verità rivelata; fa' che illuminati dal suo insegnamento, possiamo crescere nella tua conoscenza e nel tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.

giovedì 14 novembre 2019

Gregorio Palamas e la preghiera incessante del Nome di Gesù

Nel 1359 muore nella sua sede episcopale di Tessalonica Gregorio Palamas (1296-1359), monaco e pastore tra i più amati nel mondo bizantino. Di famiglia costantinopolitana, Gregorio era stato coinvolto nel movimento di rinascita esicasta, che aveva fatto del monte Athos un grande polo di attrazione in un'epoca di forte declino dell'impero bizantino. Uomo molto colto, formatosi nelle migliori scuole della capitale, egli unì nella sua esperienza monastica una profondissima vita interiore, animata dalla pratica della preghiera di Gesù, a una notevole verve da polemista. Quando infatti Barlaam il Calabro accusò di eresia tutti quei monaci che fondavano la loro vita spirituale sulla ripetizione del Nome del Signore, Gregorio si gettò in prima persona nella difesa dei «santi esicasti», dando vita a una teologia al tempo stesso fedele alla tradizione patristica e tuttavia profondamente originale. Importante fu la sua distinzione fra l'essenza e le energie di Dio, che ebbe il merito di rendere ragione sia della radicale alterità di Dio rispetto all'uomo, sia del suo libero donarsi a coloro che vivono nella preghiera un'autentica esperienza spirituale. Coinvolto nelle controversie del tempo, Gregorio conobbe la scomunica e la prigionia inflittegli dal patriarca di Costantinopoli Giovanni Caleca, ma dal successore di quest'ultimo, Isidoro, fu poi riammesso alla comunione ecclesiale, fino a diventare arcivescovo di Tessalonica.
Cantore di un Dio che è «fuoco d'amore divorante», Palamas ha lasciato ai posteri una delle più alte e complete dottrine sulla divinizzazione dell'uomo, vero fine dell'economia divina secondo la tradizione orientale.

GREGORIO PALAMAS, Monastero di Batopaidi, Monte Athos
Gregorio Palamas (1296-1359)

Tracce di lettura

Il Figlio di Dio, nel suo incomparabile amore per gli uomini, non si è limitato a unire la sua divina Ipostasi alla nostra natura, ricoprendosi di un corpo animato e di un'anima dotata d'intelligenza, per apparire sulla terra e vivere con gli uomini; ma poiché si unì - miracolo incomparabilmente sovrabbondante - alle ipostasi umane stesse, confondendosi con ogni fedele per la comunione al suo santo corpo - egli infatti diventa un sol corpo con noi e fa di noi un tempio della Divinità tutta, visto che nel corpo stesso di Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità -, come non illuminerebbe egli coloro che comunicano degnamente al raggio divino del suo Corpo che è in noi, portando luce nella loro anima, come egli illumina gli stessi corpi dei discepoli sul Tabor? Allora questo corpo, fonte della luce della grazia, non era ancora unito ai nostri corpi; esso illuminava dal di fuori coloro che gli si accostavano e inviava l'illuminazione all'anima con la mediazione degli occhi sensibili; ma oggi, poiché è mescolato con noi ed esiste in noi, egli illumina l'anima proprio dal di dentro.
(Gregorio Palamas, Triadi  I,3,38)

Preghiera

Luminare dell'ortodossia,
sostegno e maestro della chiesa,
bellezza dei monaci,
difensore invincibile dei teologi,
Gregorio taumaturgo, vanto di Tessalonica,
annunciatore della grazia,
supplica senza sosta
per salvare le nostre anime.


mercoledì 13 novembre 2019

Sacerdozio comune dei fedeli. Pubblicazione su Rivista Liturgica 3/2019

Il numero 3 del 2019 di Rivista Liturgica, periodico trimestrale inserito dall'ANVUR in categoria A, ospita un mio saggio del Dr. Luca Vona che costituisce un ampio estratto della Tesi del mio Dottorato in Sacra Liturgia, conseguito il 20 giugno 2019 presso il Pontificio Ateneo Sant'Anselmo-Pontificio Istituto Liturgico di Roma.

Il Saggio, dal titolo Il rito delle esequie e la memoria dei defunti in Inghilterra tra Tardo Medioevo e prima epoca Tudor esplora le origini della musica liturgica anglicana sia dal punto di vista musicologico che liturgico. Il periodo di riferimento è quello tra il Tardo Medioevo e la prima epoca Tudor, con particolare attenzione ai mutamenti intercorsi durante il regno di Edoardo VI. L’ambito di indagine è rivolto in modo specifico alla riforma della liturgia dei defunti. È infatti nel contesto delle liturgie intercessorie che si è avuto lo sviluppo della polifonia ecclesiastica inglese. Lo studio evidenzia come le innovazioni liturgiche introdotte con la riforma anglicana condussero a una sintesi peculiare tra elementi di continuità con la tradizione del tardo medioevo e l’accoglienza delle più importanti istanze della Riforma. Il tema della memoria dei defunti viene affrontato da un punto di vista rituale ma anche teologico e antropologico, evidenziando alcuni mutamenti intercorsi nel passaggio tra tardo medioevo e prima era moderna nella risignifcazione del rapporto tra i vivi e i defunti.

Per scaricare il saggio Il rito delle esequie e la memoria dei defunti in Inghilterra tra Tardo Medioevo e prima epoca Tudor clicca qui

In questo numero, dedicato al tema del sacerdozio comune dei fedeli, sono presenti numerosi articoli interessanti, di prestigiosi autori; ne consiglio pertanto l'acquisto nelle migliori librerie teologiche/religiose oppure al seguente link http://www.rivistaliturgica.it/index.php/12-rivista-liturgica/111-2019-3

Qui di seguito l'indice del numero 3/2019 di Rivista Liturgica

«Ha fatto di noi Sacerdoti per il suo Dio» (Ap 1,6)

Sacerdozio comune, ministero e liturgia

Come ogni anno RL ospita, in un suo fascicolo, le relazioni della Settimana Liturgico-pastorale del monastero di Camaldoli, in collaborazione con l’Istituto di Liturgia-Pastorale “S. Giustina” di Padova, giunta alla sua 53ª edizione. Il tema trattato, da domenica 15 a venerdì 20 luglio 2018 è stato: «Ha fatto di noi sacerdoti per il nostro Dio» (Ap 1,6). Sacerdozio comune, ministero e liturgia. È utile rileggere l’intento globale del Convegno, così presentato dagli organizzatori:

«Il sacerdozio comune è una delle grandi novità del concilio Vaticano II. Per molti decenni abbiamo forse considerato questa novità più sullo sfondo che in primo piano, rispetto alla esperienza liturgica ecclesiale. Oggi possiamo studiarla con una consapevolezza maggiore. Così l’itinerario ci condurrà a riscoprirne la radice conciliare, quella biblica e patristica, la sua elaborazione in altre tradizioni non cattoliche, per arrivare alla sua tematizzazione strettamente liturgica e al suo impatto sulla ministerialità ecclesiale. Così una Chiesa compresa come “comunità sacerdotale” diventa sfida decisiva per la prassi rituale delle generazioni a venire».

Editoriale (Gianni Cavagnoli) pp. 5-17

STUDI

Donatella Scaiola 
Sacerdozio e popolo di Dio nell’Antico Testamento

Maurizio Marcheselli
Tempio, sacerdozio, sacrificio e popolo di Dio: prospettive neotestamentarie

Angelo Lameri 
Sacerdozio comune e partecipazione attiva

Ermanno Genre 
Il sacerdozio comune nella tradizione protestante e riformata

Andrea Grillo 
Sacerdozio comune e superamento della nozione di laico. Avanzamento e impasse della parrhesia ecclesiale

CONTRIBUTI

Pierangelo Chiaramello
Paolo VI e la riforma del Messale Romano nei discorsi di un magistero attuale, non ancora ascoltato

Lorenzo Voltolin
Tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo Taizé. Fenomenologia del rito di Taizé ed epistemologia della complessità

Riccardo Santagostino Baldi
Il lavoro della Congregazione del Culto Divino all’inizio degli anni ’80 e il documento inedito sulla musica sacra

Luca Vona
Il rito delle esequie e la memoria dei defunti in Inghilterra tra il tardo Medioevo e la prima epoca Tudor

IN MEMORIAM

Manlio Sodi 
Mauro (Francesco) Ballatori, osb

RECENSIONI
Elena Massimi, Cantare la Messa. Guida pratica per la scelta dei canti (G. Durighello)



Giovanni Crisostomo (ca 347-407), predicatore ardente e coraggioso

Nel 407 muore in esilio Giovanni Crisostomo, padre della chiesa e pastore. Giovanni nacque ad Antiochia attorno al 347. Ricevuto il battesimo in età adulta, entrò presto a far parte del clero antiocheno come lettore. Intrapresa la vita cenobitica, dopo soli quattro anni egli abbandonò il monastero per praticare una vita più appartata. Ma la sua salute non gli permise di perseverare in tale proposito; egli accettò dunque l'invito del vescovo che lo richiamava in città per farne un suo stretto collaboratore. Per dodici anni, allora, Giovanni, soprannominato per la sua eloquenza Crisostomo cioè «bocca d'oro», predicò a tempo e fuori tempo; nelle sue omelie egli denunciò gli abusi e le colpe del clero, e assunse la difesa dei poveri condannando le ingiustizie sociali. Nel 397 fu eletto patriarca di Costantinopoli, e si preoccupò subito di rinvigorire la vita spirituale della diocesi, riformando il clero e le comunità monastiche. Al tempo stesso istituì ospedali e si adoperò per alleviare i disagi delle fasce più povere della popolazione. Poiché non risparmiava nella sua ardente predicazione né i ricchi né i potenti, Giovanni fu deposto dalla carica episcopale ed esiliato. Richiamato dopo breve tempo, poté riprendere la sua attività pastorale, ma soltanto per due mesi. Arrestato mentre celebrava la Pasqua a Costantinopoli, fu nuovamente esiliato.
Stremato ormai dalle faticose tappe del suo esilio, Crisostomo morì il 14 settembre del 407, lontano dal gregge che aveva tanto amato. La sua festa è anticipata di un giorno in occidente e posticipata al 13 novembre in oriente, per evitarne la sovrapposizione con l'Esaltazione della Croce.

Tempera all’uovo su tavola (particolare dell’icona dei Pastori d’oriente e d’occidente, cm 40x40)
Giovanni Crisostomo (ca 347-407)

Tracce di lettura

Che cosa fanno i prìncipi e i re della terra con tutti i loro tesori? Costruiscono superbi palazzi, mura difensive per le città, piazzeforti, usano anche catenacci, solide porte, guardie per proteggere i loro tesori. Gesù Cristo agisce in modo opposto. Il tesoro che egli affida è semplicemente racchiuso in un vaso di argilla, come dice san Paolo. Ma se questo tesoro è prezioso, perché il vaso che lo contiene ha la fragilità dell'argilla? È di proposito, affinché il tesoro, lungi dal dovere la sua preservazione al vaso, lo preservi lui da ogni rottura.
(Giovanni Crisostomo, Omelie)

Preghiera

Signore Dio,
forza di quelli che sperano in te,
tu hai dato a Giovanni Crisostomo
una parola forte,
un annuncio persuasivo del tuo vangelo
e un grande coraggio
nella prova e nella persecuzione:
accorda anche a noi
di essere degni e instancabili
annunciatori di Gesù Cristo,
tuo Figlio, nostro Signore.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 12 novembre 2019

Christian Gottlieb Barth (+1862). Pastore, innografo, scrittore per l'infanzia

Il 12 novembre la Chiesa Luterana celebrano la memoria di Christian Gottlob Barth (1799-1862), ministro, scrittore ed editore protestante tedesco; fondatore della la casa editrice Calwer Verlag nel 1833 e membro fondatore della Alleanza Evangelica Mondiale (World Evangelical Alliance). Rappresentante del pietismo nel Württemberg, Christian Gottlob Barth è considerato uno dei padri del Risveglio cristiano (Erweckungsbewegung) nel diciannovesimo secolo. È anche ricordato per la Bibbia dei bambini, tradotta in inglese come Bible Stories, e successivamente in molte altre lingue.

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Christian Gottlieb Barth (1799-1862)

Nato a Stoccarda, Barth ha studiò teologia a Stift Tübingen. Dall 1824 al 1838 fu ministro a Möttlingen. Ha poi lavorato per la Calwer Verlagsverein (Associazione Editoriale Calw), da lui fondata nel 1833. Si concentrò sulle pubblicazioni per l'educazione cristiana, compresa la letteratura popolare. Come mebro fondatore della Alleanza Evangelica Mondiale vaggiò in Inghilterra e Scozia.

Christian Gottlob Barth ha scritto il testo di diverse canzoni e inni. Alcuni di essi compaiono nell'attuale inno protestante Evangelisches Gesangbuch. Sono riprese da un suo testo tre delle stanze dell'inno Sonne der Gerechtigkeit (Sole di giustizia), compilato da Otto Riethmüller.
Nel 1832 scrisse Zweymal zwey und fünfzig biblische Geschichten für Schulen und Familien (Due volte cinquantadue storie bibliche per scuole e famiglie), una Bibbia per bambini, tradotta in inglese come racconti biblici, e poi in varie lingue. Il titolo si rifà a un noto lavoro che Johann Hübner scrisse nel 1714. Barth pubblicò nel 1843 Geschichte von Württemberg (Storia del Württemberg), che apparve in diverse edizioni.

Era noto per la sua collezione di etnologia, che fu ampliata dai missionari che lavoravano per lui. Ha donato pezzi al Naturaliencabinett di Stoccarda e all'Università di Tubinga. Morì a Calw.

Fu eletto membro della Accademia Bavarese delle Scienze e delle Discipline Umanistiche nel 1845. Nel 1848 divenne membro onorario della Gesellschaft für Naturkunde nel Württemberg (Associazione di Scienze Naturali nel Württemberg).



1) Sole di giustizia, continua nel nostro tempo;
Irrompi nella tua chiesa che il mondo possa vederlo.
Abbi pietà, Signore.

2) Alza la cristianità morta dal sonno della sicurezza,
che senta la tua voce, si converte alla tua parola.
Abbi pietà, Signore.

3) Guarda la divisione che nessun altro può combattere;
Raccogli, pastore degli uomini, tutti coloro che hanno perso la strada.
Abbi pietà, Signore.

4) Apri le porte ai popoli;
La tua corsa celeste non è soffocata né dall'astuzia né dal potere.
Porta la luce nella notte oscura.
Abbi pietà, Signore.

5) Dai al messaggero potere e coraggio, fede, speranza, fuoco d'amore,
Produci frutti in abbondanza dove si semina con le lacrime.
Abbi pietà, Signore.

6) Vediamo la tua gloria anche in questo momento
e con il nostro piccolo potere esercitiamo il buon cavalierato.
Abbi pietà, Signore.

7) Lasciaci essere uno, Gesù Cristo, come tu sei con il Padre,
sempre uguale a te stesso, oggi come nell'eternità.
Abbi pietà, Signore.

8) Potenza, lode, onore e gloria siano sempre al Supremo,
che, colui che è tre in uno, e ci permette di essere uno in Lui.
Abbi pietà, Signore.


***


1) Sonne der Gerechtigkeit, gehe auf zu unsrer Zeit;
brich in Deiner Kirche an, daß die Welt es sehen kann.
Erbarm Dich, Herr.

2) Weck die tote Christenheit aus dem Schlaf der Sicherheit,
daß sie Deine Stimme hört, sich zu Deinem Wort bekehrt.
Erbarm Dich, Herr.

3) Schaue die Zertrennung an, der sonst niemand wehren kann;
sammle, großer Menschenhirt, alles, was sich hat verirrt.
Erbarm Dich, Herr.

4) Tu der Völker Türen auf;
Deines Himmelreiches Lauf hemme keine List noch Macht.
Schaffe Licht in dunkler Nacht.
Erbarm Dich, Herr.

5) Gib den Boten Kraft und Mut, Glauben, Hoffnung, Liebesglut,
laß Du reiche Frucht aufgehn, wo sie unter Tränen säen.
Erbarm Dich, Herr.

6) Laß uns Deine Herrlichkeit sehen auch in dieser Zeit
und mit unsrer kleinen Kraft üben gute Ritterschaft.
Erbarm Dich, Herr.

7) Laß uns eins sein, Jesu Christ, wie Du mit dem Vater bist,
in Dir bleiben allezeit, heute wie in Ewigkeit.
Erbarm Dich, Herr.

8) Kraft, Lob, Ehr und Herrlichkeit sei dem Höchsten allezeit,
der, wie Er ist drei in ein, uns in Ihm läßt eines sein.
Erbarm Dich, Herr.