Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

giovedì 28 novembre 2019

Evangelizzare per sottrazione, sabotaggio, diserzione


File:Le combat de Carnaval et de Carême Pieter Brueghel l'Ancien.jpg
Pieter Brueghel il Vecchio, Le combat de Carnaval et de Carême

Per quanto possibile, stai lontano dall'agitarsi che fa la gente. Infatti, anche se vi si attende con purezza di intenzione, l'occuparsi delle faccende del mondo è un grosso impaccio, perché ben presto si viene inquinati dalle vanità, e fatti schiavi. Più di una volta vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo alla gente. - L'Imitazione di Cristo (X,1)


Il mondo si agita senza sosta, si affanna, si logora e non sa nemmeno per cosa... Pare che gli uomini debbano portare sulle proprie spalle l'intero globo terracqueo, quando contano meno di un granello di polvere e non hanno il potere  di far crescere un solo capello del proprio capo. Uscire di casa mi fa sentire sempre più spesso spettatore di qualcosa di impietoso, o meglio, di un qualcosa che muove veramente alla pietas, per quanto folle risulta l'agitarsi della maggior parte degli uomini, per lo più per cose assolutamente vane, o anche nobili, come guadagnare qualche soldo da portare a casa, crescere dei figli. Ma è davvero necessario agitarsi così tanto? Produrre così tanto? Consumare così tanto? Sgomitare l'un l'altro per farsi spazio, accrescere il proprio spazio vitale e la propria porzione di ossigeno, senza accorgersi di essere tutti avviati verso il macello... O, peggio ancora, essendone pienamente consapevoli, ma agire ed agitarsi per riempire il vuoto che riempire l'abisso insaziabile del nostro ego con l'abisso di oggetti inutili (se non dannosi), relazioni superficiali, parole vane, che stuprano la bellezza del silenzio; palazzi enormi e squallidi quartieri, cattedrali del consumo e frastornanti richiami all'acquisto su cartelloni che ci lasciano intravedere solo qualche lembo di cielo?

Per cosa ci affatichiamo per cosa ci agitiamo? Lavoriamo otto ore al giorno, qualcuno un po' meno, qualcuno molte di più, qualcuno è disoccupato e sta più in agitazione degli altri o si deprime perché nelle nostre città anonime è stato sradicato il benché minimo senso di comunità e solidarietà umana.

Ieri ho cenato con degli ospiti russi. Mi dicono che là si lavora normalmente tredici ore al giorno ma si arriva anche a diciassette. Per un euro al giorno. Da noi in Italia ce la passiamo un po' meglio, magari ne guadagniamo otto o nove di euro all'ora, ma mentre nella cittadina russa le case costano cento euro al mese di affitto da noi a Roma o Milano ci vogliono ottocento euro per un monolocale. Entrambe le situazioni sono cristianamente disgustose. La giovane moglie del mio ospite poi chiedeva quanto costano i profumi e i vestiti all'OVS e i fumetti per i bambini. Non avevano nove euro per un fumetto di Spiderman in inglese per il bimbo di quattro anni. Era preoccupata di sapere quanti millilitri di profumo ci sono nella boccetta che vendono a pochi euro all'OVS. Era entusiasta nel sapere che ce ne sono più di cento millilitri. Voleva regalarla al marito e anche regalargli una t-shirt. Ma lui l'ha dissuasa. Probabilmente questa vacanza da quindici euro a notte sarà l'unica o una delle poche della loro vita. Mi hanno fatto una grande tenerezza. Non c'era vanità nei loro desideri, ma un affetto che da tempo non vedevo in una coppia di ventenni con figli. A dire il vero, è da tempo che non vedo ventenni con figli.

Ma non mi voglio abbandonare a discorsi che sarebbero altrettanto mondani come quelli poc'anzi fustigati. Il fatto è che lavoriamo e ci agitiamo per una vita che non può essere onestamente definita tale. Non è solo il fatto che le città ci hanno provato della vista di un fiore, di un animale selvatico. Il che sarebbe già grave. Più grave è che se anche ce ne fossero non avremmo tempo di vederli, tra un part time a quattro euro l'ora e un secondo lavoro a  partita iva, le tasse, il bollo, le bollette, e un flusso martellante di notifiche... da Whatsapp, da Facebook, da GMail (dal mio stesso Blog! chiedo venia). Il telefono cellulare è ormai una estensione del nostro corpo post-umano e ci rende reperibili incessantemente. Quanto era bello quando avevo dieci anni e dovevo chiamare con il telefono fisso a casa del mio compagno delle elementari, Mirko (che nomi a partire dagli anni '80!), per farmi dire i compiti assegnati per il giorno dopo che non mi ero scritto sul diario... Le telefonate costavano un tot al minuto ed erano piuttosto care... Non ci perdevi ore al telefono e di sicuro non esisteva un flusso continuo di messaggi digitali che ti accompagnava da mattina a sera, fino a un attimo prima di spegnere la luce del comodino. Non voglio fare la parte del vecchio rimbambito che tesse l'elogio dell'era analogica e la sua superiorità su quella digitale. Ci sono già troppi quarantenni (e oltre) come me che fanno circolare meme sul tema nei vari social.

Il fatto è che anche i cristiani sono stati infettati e posseduti da questo demone inquieto e quando si parla di "missionarietà" di "evangelizzazione" è tutto un programmare strategie, porsi interrogativi su come aggiornare l'annuncio del Vangelo, un fare analisi sociali per capire come portare buoni frutti. E proprio quei cristiani che proclamano a gran voce il sola gratia spesso sembrano sposare questo ideale di evangelizzazione manageriale più prontamente di altri.

Di questo intiepidimento e invischiamento del cristiano con la mentalità mondana (altro che Editto di Costantino!) se ne resero conto già quei tanti fedeli che nel V secolo costellarono di eremi i deserti di Egitto. Già secoli prima qualcuno vi si era rifugiato per sottrarsi alle persecuzioni, ma ora che il Cristianesimo era diventato religione di Stato gli animi si erano affievoliti e i credenti fuggivano sempre più verso il deserto per ritrovare la semplicità della vita evangelica.

Vogliamo fare evangelizzazione verso i non credenti o verso quei credenti che - come mi diceva l'altro giorno un commerciante - regalano un iPhone da 1200 euro per la prima comunione del figlio?
Allora non serve stampare un bel migliaio di volantini e metterci a distribuirli agli angoli delle strade, non serve solo fare opere su opere, per quanto buone, necessarie e doverose esse siano. 
Preghiera. Preghiera. E penitenza. Penitenza. Entrambe intese come distacco dal disordine, dalla malvagità, dalla violenza e dalla cupidigia di questo mondo. Silenzio. Solitudine. Come segno profetico; sì, come segno profetico, come indice innalzato verso il cielo, di fronte a coloro che guardano solo alla terra, dimenticando l'Unico necessario a cui dare gloria, l'unica fonte di ogni nostro bene; anzi l'unico Bene.

La nostra evangelizzazione agirà efficacemente, ma  per sottrazione. La sua portata sovversiva sarà proporzionale alla nostra capacità di diserzione. Il nostro silenzio deve divenire assordante. La nostra assenza deve essere spiazzante come un sabotaggio.
Questo è il radicalismo di una evangelizzazione capace di scuotere realmente le coscienze e imprimere una forza di impatto su una civiltà ridotta in mille frantumi, dentro e fuori le Chiese, sebbene spesso mascherati da "fraternità", "comunione", "agape"... cocci rotti tenuti malamente insieme, croniche tendenze identitarie, confessionali, individualistiche, impossibili da rimettere assieme. Impossibile agli uomini, ma non impossibile a Dio.

"Venite, prostriamoci e adoriamo, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha creati". Nella preghiera solitaria, che Cristo ricerco spesso nel deserto, sui monti e nel giardino degli ulivi; che preparò Mosè ed Elia alla visione della gloria di Dio... lì può esserci nello spirito orante del solitario, il cui cuore, distaccato da tutti è aperto a tutti, può esserci l'accoglienza dell'intera umanità. E se non crediamo che ciò possa avere efficacia per l'evangelizzazione, semplicemente, non siamo cristiani.

              Rev Dr. Luca Vona, Eremita