Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 31 maggio 2020

Se uno mi ama... noi verremo a lui

LITURGIA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE


Colletta

O Dio, che in questo tempo hai istruito i cuori dei tuoi fedeli, inviando loro la luce dello Spirito Santo; concedici, attraverso lo stesso Spirito di avere un retto giudizio in tutte le cose, e di rallegrarci sempre del suo conforto; per i meriti di Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

At 2,1-11; Gv 14,15-31.

Nel racconto riportato dagli Atti degli Apostoli vediamo che il luogo in cui viene donato lo Spirito Santo è la Chiesa. Ma cosa è la Chiesa? Un edificio sontuoso? Una istituzione religiosa? Un'adunanza oceanica? No, la chiesa è innanzitutto e semplicemente la comunità dei credenti, riunita in preghiera, nello stesso luogo. Gesù lo aveva promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). La preghiera che ci apre al dono dello Spirito è dunque preghiera comunitaria; e la preghiera più importante compiuta nel nome di Gesù è la preghiera liturgica. La liturgia è infatti preghiera al Padre, in comunione con il Figlio, che si dona a noi nella Santa comunione. E il dono più grande che il Padre può fare al Figlio è proprio lo Spirito: "Chi è tra voi quel padre che se il figlio gli chiede del pane , gli darà una pietra?" (Lc 11,11). Gesù dunque ci esorta a chiedere, per ricevere quel dono che il mondo non conosce (Gv 14,17). Gesù ci esorta a chiedere con coraggio, non qualcosa di piccolo, ma il dono più grande: Dio stesso, la sua potenza - "come vento impetuoso" (At 2,2) - la sua sapienza - "vi insegnerà ogni cosa (Gv 14,26) - la sua eloquenza - "li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue!" (At 2,11).
Il dono dello Spirito è dunque un dono fatto alla comunità, non al singolo; e anche i suoi benefici si manifestano attraverso la comunità e per la comunità, ma la trascendono, perché il suo fine è quello di riunire tutti i popoli in un solo corpo, rispettandone la diversità.
Il Padre avrebbe potuto effondere il suo Spirito su un solo credente, su un solo profeta, ma decide di dividerlo in diverse lingue di fuoco, che si posano su ciascuno, conferendo a ciascuno un carisma differente.
Le diversità tra i fratelli in Cristo sono sbalgiate quando ci portano lontano dall'essere "una sola mente" (At 2,1), ma sono una ricchezza quando il medesimo Signore, opera tutto in tutti, attraverso una diversità di ministeri (1 Cor 12,5-6). Nessuno, tra i credenti, può insuperbirsi, pensando di essere l'unico indispensabile: chi opera, infatti, è Dio, e ogni carisma conferito dallo Spirito, non è che un "ministero", appunto, un ufficio posto al servizio di Dio, per il bene dell'intero corpo ecclesiale.
Non possiamo poi concepire il dono dello Spirito in modo autoreferenziale ed elitario. L'eloquenza conferita dallo Spirito non è la tendenza a parlarci addosso, a chiuderci nel lessico dei tecnicismi teologici, ad essere sordi verso le culture che parlano una lingua differente dalla nostra. Riconosciamo che è lo Spirito che opera nella Chiesa, quando anche chi è fuori dalla nostra comunità, dal nostro modo di ragionare ed esprimerci, comprende la nostra predicazione su Cristo: "E tutti stupivano e si meravigliavano, e si dicevano l'un l'altro: 'Come mai li udiamo parlare nella nostra lingua natìa?'" (At 12,7-8).
Gli apostoli chiedono a Gesù: "Signore perché ti manifesterai a noi e non al mondo?". Se è vero che il dono dello Spirito Santo è fatto non al singolo, ma alla comunità dei credenti, per il bene dell'intero corpo di Cristo, che è la Chiesa, è anche vero che si tratta di una epifania che investe l’individualità del credente, una esperienza intima e diretta del Dio trinitario; è Dio stesso che viene a inabitare la nostra anima: "Conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me, e io in voi (Gv 14,20); "Se uno mi ama... noi verremo a lui" (Gv 14,23).
L'incontro con la Parola di Dio, nella meditazione delle scritture, nella preghiera e nei sacramenti, ci trasforma, per grazia, in essa; in modo tale che quando il Padre si china su di noi, non vede più noi ma l'immagine del suo Figlio, ed effonde su di noi il su Spirito in abbondanza ("furono tutti ripieni dello Spirito Santo" At 2,4).
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù ci esorta a osservare i suoi comandamenti per ricevere il dono dello Spirito: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Gv 14,15); "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manfesterò a lui" (Gv 14,21).
Non deve mai venir meno, dunque, al di là delle nostre miserie, il desiderio della santificazione, intesa come obbedienza ai comandamenti evangelici, espressi da Gesù con la sua vita e la sua predicazione. La nostra santificazione è opera della grazia di Dio, dello Spirito stesso. Abbiamo visto i luoghi in cui opera la grazia: la comunione fraterna, le Scritture, la liturgia, la Chiesa concepita come realtà sacramentale aperta alle genti.
"Perciò vi dico: chiedete" (Lc 11,9) ci esorta Gesù. Non lasciamoci vincere dal torpore, dalla rassegnazione, dalla mediocrità. Osiamo chiedere il dono più grande: una nuova Pentecoste per noi, per la Chiesa e per l'intera umanità.

                        Luca del Sangue di Cristo

venerdì 29 maggio 2020

Gioacchino da Fiore e i movimenti di riforma del XIII secolo

Il 30 marzo del 1202 muore nell'eremo calabrese di San Martino a Petrafitta Gioacchino da Fiore, monaco cistercense e poi fondatore dell'Ordine florense.
Gioacchino nacque a Celico, in Calabria, attorno al 1130. A circa trent'anni, abbandonò la propria professione e si recò in Terra Santa, dove iniziò ad approfondire quell'amore per le Scritture che non l'avrebbe mai più abbandonato.

GIOACCHINO DA FIORE, incisione del XVI sec.
Gioacchino da Fiore (ca 1130-1202), incisione del XVI sec.
Ritornato in patria, dopo un periodo da eremita egli entrò dai cistercensi di Corazzo, di cui divenne abate nel 1177. Presto, però, Gioacchino si convinse dell'inadeguatezza del monachesimo tradizionale di fronte alla crisi che attraversavano allora il mondo civile e quello ecclesiale. Egli diede perciò vita, con alcuni compagni e con la protezione degli imperatori normanni di Sicilia, a un nuovo ordine, a partire dal monastero di San Giovanni in Fiore.
Osteggiato dai cistercensi, che si sentivano traditi dall'abate calabrese, ma difeso da papi e imperatori, Gioacchino morì nell'eremo dove aveva deciso di trascorrere i suoi ultimi giorni, dopo aver lasciato un tesoro inestimabile e particolarmente originale di commentari biblici.
Testimone di una radicale povertà evangelica, predicatore di una chiesa umile e «serva del Signore» in mezzo alla violenza delle crociate, Gioacchino passò alla storia per la sua teologia dall'ampio respiro trinitario, e soprattutto per le sue profezie sull'imminente «epoca dello Spirito», che ispireranno molti movimenti di riforma religiosa nel XIII secolo.

Tracce di lettura

Ma noi, che siamo ultimi per meriti e nel tempo, che cosa possiamo offrire di più, quando è già stata anticipata una grande abbondanza di doni da chi ci ha preceduto? Non dico nulla a questo riguardo, nessuna necessità ci incombe; tuttavia rimane qualche peso che anche noi, ultimi, dobbiamo portare. A noi spetta il dovere di esortare la chiesa ad ascoltare; esortarla a vedere; esortarla a ritornare in sé, per cercare l'unità, poiché, assorta in molteplici distrazioni, essa viene meno a se stessa. Dev'essere esortata, dico, esortata a far ritorno, a star vigile e a rimanere in se stessa, affinché volga il proprio orecchio verso i canti nuziali.
E giacché il tempo delle nozze è vicino, essa si dimentichi del suo popolo e della casa del padre suo. Accese le fiaccole, si dia inizio alla cerimonia nuziale.
(Gioacchino da Fiore, Prologo del Manuale sull'Apocalisse)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monstica di Bose

giovedì 28 maggio 2020

Martiri cristiani di Romania del XX secolo

Il 28 maggio del 1970 si spegne a Bucarest il vescovo greco-cattolico Iuliu Hossu, testimone tra i più eloquenti delle persecuzioni patite da centinaia di migliaia di cristiani romeni sotto i regimi totalitari e nazionalisti del XX secolo. Fin dall'ascesa al potere del regime comunista, la Romania conobbe infatti ripetuti tentativi di «nazionalizzazione» delle chiese, attuati per soggiogarle pienamente al controllo del regime. Tutte le confessioni cristiane furono sottoposte a persecuzioni, arresti di massa, privazione delle libertà fondamentali; migliaia furono i confessori che morirono di fame in prigione. Tra coloro che più pagarono in termini di vittime e di privazioni vi fu a partire dal 1° dicembre del 1948 la Chiesa Greco-cattolica romena, soppressa per decreto dello Stato e brutalmente repressa sino alla fine degli anni '80.

Preti greco-cattolici martiri del regime comunista in Romania

Accanto all'arcivescovo di Cluj Iuliu Hossu, vescovi come l'ausiliare di Blaj Vasile Aftenie e l'amministratore apostolico della medesima sede Ioan Suciu furono condotti in prigione tra il 1948 e il 1950. Tutti rifiutarono di rinnegare la loro comunione con Roma: Aftenie fu ucciso dopo un anno di cella d'isolamento, Suciu morì in prigione nel 1953; Hossu, invece, resistette per più di vent'anni a ripetuti periodi di detenzione e di molestie. Un anno prima di morire, fu creato cardinale in pectore da Paolo VI. I loro nomi, accanto a quelli di padre Daniil Sandu Tudor, monaco ortodosso, e a moltissimi personaggi più o meno in vista delle giurisdizioni greco-cattoliche, ortodosse, latine e protestanti di Romania, costituiscono quel patrimonio comune di martiri su cui le chiese cristiane in quella terra sono chiamate a edificare il difficile cammino dell'unità tra i cristiani, superando divisioni e lacerazioni che da secoli sfigurano il volto della chiesa.

Tracce di lettura

Per la Chiesa Romena Unita è arrivato il Venerdì santo! Adesso, cari fedeli, abbiamo l'occasione di mostrare se apparteniamo a Cristo o se siamo dalla parte di Giuda. Non lasciatevi ingannare da parole vane, da promesse, da menzogne, ma restate saldi nella fede per la quale i vostri genitori e i vostri avi hanno versato il loro sangue. Non possiamo vendere né Cristo né la chiesa. Se prenderanno le vostre chiese, pregate il Signore come fecero i primi cristiani quando gli imperatori pagani distruggevano i loro luoghi di preghiera e bruciavano i loro libri santi.
(Joan Suciu, Lettere ai fedeli )

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Andrea. Perdere la testa per Cristo

La venerazione di un santo è determinata soprattutto dall'ideale evangelico che attraverso la sua figura viene trasmesso di generazione in generazione. Solo così si può comprendere la straordinaria importanza di Andrea, primo folle per Cristo della chiesa bizantina.
Le notizie storiche su di lui sono contraddittorie, fino a far dubitare della sua esistenza. Egli fu forse originario della Scizia, ed era uno schiavo. Secondo il suo agiografo, un certo Niceforo presbitero di Santa Sofia, fu educato dal suo padrone che lo volle suo segretario. Poi, ancora giovanissimo e in maniera improvvisa, Andrea diede chiari segni di follia. Il padrone lo fece incatenare presso la chiesa di Sant'Anastasia, ma inutilmente: era ormai inziata la vicenda del più amato folle per Cristo di Costantinopoli. Da quel momento, egli vivrà simulando un tale degrado esteriore da far ribrezzo persino agli animali; faceva questo, secondo la tradizione, per poter servire gli uomini nell'umiltà e nel nascondimento.

Andrea il Folle (X sec.?)
Visionario, affascinato dal futuro ultimo dell'uomo, Andrea esprime con la vita e con numerosi dialoghi la sua attesa del regno e il giudizio che il compiersi dei tempi profetizzato nelle Scritture proietta sulla storia. Lo accompagna spesso come interlocutore Epifanio, personaggio ben dotato di senno, che diverrà patriarca di Costantinopoli. A differenza del suo predecessore di Emesa, Simeone il Folle, Andrea non simula tanto la follia per smascherare i peccati di quanti incontra, ma dedica piuttosto tutta la sua vita a indicare un mondo invisibile, una sapienza «altra». Forse per questo è molto amato dai monaci bizantini, che gli dedicheranno una miriade di piccole chiese ubicate nei luoghi più impensabili.
Nella chiesa russa la memoria di Andrea è legata alla festa della Protezione della Madre di Dio, da lui profetizzata in una delle sue più celebri visioni.

Tracce di lettura

Alcuni devoti gli offrivano denaro di loro volontà e non perché egli ne chiedesse. Egli accettava di buon grado, pregando per i donatori. In una giornata poteva ricevere dai venti ai trenta oboli. Ora, Andrea conosceva un nascondiglio dove si radunavano i mendicanti; accostatosi, come per gioco, si sedette in mezzo a loro e cominciò a giocare con gli oboli, perché la sua attività spirituale non fosse riconosciuta. Quando un povero cercò di prenderglieli, gli diede uno schiaffo: allora gli altri, per vendicare il loro compagno, lo presero a bastonate. Simulando la fuga egli gettò via tutti gli oboli. Così, quello che un mendicante riusciva a trovare era suo guadagno.
(Niceforo, Vita di Andrea il Folle)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Enzo Bianchi chiede al Vaticano un passo di lato

Una visita apostolica durata da 6 dicembre al 6 gennaio e, ieri, 27 maggio 2020 la diramazione di un comunicato da parte della Comunità di Bose che informava la decisione della Santa Sede  - a parere di chi scrive, estrema e ingiustificata - di allontanare dalla Comunità il Fondatore Enzo Bianchi, due Fratelli e una Sorella per superare "gravi disagi e incomprensioni".

Ieri il Fondatore Enzo Bianchi pubblicava un tweet che suona come un commiato definitivo dalla Comunità "Anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno l'amore resterà come loro traccia indelebile". 

Monastero di Bose - Enzo Bianchi
Padre Enzo Bianchi con papa Francesco
Oggi Il Fatto Quotidiano pubblica un articolo che manifesta la richiesta di Padre Bianchi alla Santa Sede di un tempo di alcuni mesi per ricercare la riconciliazione all'interno della Comunità di Bose.

Riporto interamente l'articolo qui di seguito.

Il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2020

Comunità di Bose, Bianchi chiede al Vaticano una mediazione: “Per poterci difendere da false accuse e fare cammino di riconciliazione”

Il provvedimento della Santa Sede chiede al fondatore e ad altri tre monaci di andarsene già entro il 31 maggio. Una fonte interna alla comunità: "Speriamo che il decreto sia sospeso". Si cerca velocemente una via d'uscita, come testimonia il comunicato dello stesso Bianchi: "Chiedo che la Santa Sede ci aiuti e, se abbiamo fatto qualcosa che contrasta la comunione, ci venga detto". Tanti fratelli e sorelle sarebbero pronti a lasciare la comunità e seguirlo

“Speriamo che il decreto della Santa Sede sia sospeso e per il tempo di sei mesi/un anno si faccia un cammino di riconciliazione nella comunità”. A parlare è una fonte interna alla comunità di Bose. Il giorno dopo la notizia del provvedimento della Santa Sede che chiede al fondatore Enzo Bianchi e ad altri due fratelli (Goffredo Boselli, responsabile della liturgia; Lino Breda, segretario della comunità) e una sorella (Antonella Casiraghi, già responsabile generale) di lasciare la comunità entro il 31 maggio, si cerca una via d’uscita.

Ed è lo stesso fondatore con un comunicato ufficiale a intervenire per chiedere una mediazione da Roma: “Invano, a chi ci ha consegnato il decreto abbiamo chiesto che ci fosse permesso di conoscere le prove delle nostre mancanze e di poterci difendere da false accuse“, scrive Bianchi. “In questi due ultimi anni – prosegue il comunicato – durante i quali volutamente sono stato più assente che presente in comunità, soprattutto vivendo nel mio eremo, ho sofferto di non poter più dare il mio legittimo contributo come fondatore. In quanto fondatore, oltre tre anni fa ho dato liberamente le dimissioni da priore, ma comprendo che la mia presenza possa essere stata un problema”. “Mai però ho contestato con parole e fatti l’autorità del legittimo priore, Luciano Manicardi, un mio collaboratore stretto per più di vent’anni, quale maestro dei novizi e vice priore della comunità, che ha condiviso con me in piena comunione decisioni e responsabilità”, si legge ancora nel comunicato. D’altro canto il priore in carica in questi anni ha rinnovato in piena libertà tutte le cariche, destituendo proprio le persone che erano state nominate in passato dal fondatore: segno della massima libertà di esercizio del legittimo potere.

Lo sconcerto resta per il valore del decreto che è una sentenza definitiva e inappellabile. Tra l’altro il Vaticano oltre a chiedere l’allontanamento e la destituzione delle cariche di Bianchi e degli altri fratelli, avrebbe chieste altre revisioni che riguardano la vita della comunità.

Ora Bianchi, che in queste ore è raccolto in silenzio nel suo eremo a Bose, chiede un passo di lato di Roma: “In questa situazione, per me come per tutti, molto dolorosa, chiedo che la Santa Sede ci aiuti e, se abbiamo fatto qualcosa che contrasta la comunione, ci venga detto“. “Da parte nostra – scrive sempre il fondatore – nel pentimento siamo disposti a chiedere e a dare misericordia. Nella sofferenza e nella prova abbiamo altresì chiesto e chiediamo che la comunità sia aiutata in un cammino di riconciliazione“. “Ringrazio dal profondo del cuore i tanti fratelli e sorelle di Bose che in queste ore di grande dolore mi sostengono e le tante persone che mi e ci hanno attestato la loro umana vicinanza e il loro affetto sincero”, conclude Bianchi. Parole che nascondono l’amarezza di tanti fratelli e sorelle della comunità che qualora il fondatore fosse costretto ad andarsene, sembrerebbero pronte a lasciare Bose in piena fedeltà a padre Bianchi.

mercoledì 27 maggio 2020

Paul Gerhardt. Pastore e innografo luterano

Nel 1676 muore a Lübben, in Germania, il pastore Paul Gerhardt, forse il massimo poeta dell'ortodossia luterana.
Nato nel 1607 a Gräfenhainichen, in Sassonia, Paul compì gli studi di teologia a Wittenberg, dove rimase dieci anni. Divenuto precettore a Berlino, nel 1651 egli fu eletto pastore a Mittenwalde. Tornato a Berlino e nominato diacono alla chiesa di San Nicola, Gerhardt esercitò per un decennio il proprio ministero dedicandosi alla composizione di poesie e inni religiosi.

Paul Gerhardt
Paul Gerhardt (1607-1676)
Nelle sue opere, egli volle unire un fedele ascolto della Scrittura a un'osservanza rigorosa dei principi della fede luterana, e soprattutto a una forte attenzione alle esigenze della devozione popolare. Ispirandosi ai grandi inni medievali e alle opere dei mistici, egli propose una poesia semplice e profonda, capace di toccare l'intimo dei cuori senza incorrere negli eccessi in cui finiranno per scivolare alcuni pietisti tedeschi mossi da analoghe intenzioni. I suoi inni più celebri, musicati da Johann Sebastian Bach, si diffonderanno in tutte le chiese del mondo, ben al di là dei confini confessionali della chiesa luterana tedesca.
Nel 1668, Gerhardt perse il posto di pastore, poiché si rifiutava di sottoscrivere gli editti di tolleranza di Federico Guglielmo di Brandeburgo, dietro ai quali vedeva una negazione della professione di fede di Concordia. Con molta pace, egli si ritirò a Lübben, dove negli ultimi anni della sua vita fu poi reintegrato nel corpo pastorale.

Tracce di lettura

O capo insanguinato
coperto di piaghe e disonore,
o capo attorcigliato
da una corona di spine,
o capo ormai redento
che irradia ovunque onore,
a te rivolgo il mio saluto,
volto irriso del Signore.
O volto di bellezza
che ogni creatura timorosa
verrà per giudicare,
quanto sei stato sfigurato!
Quanto sei fragile e sfinito!
Tu che irradiasti
una luce incomparabile,
chi ti ha ridotto in questo stato?
(Paul Gerhardt, Inno "O capo insanguinato").

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 26 maggio 2020

Agostino di Canterbury e l'evangelizzazione degli Angli

La Chiesa Anglicana, i veterocattolici e i luterani celebrano oggi la memoria Sant'Agostino di Canterbury, primo arcivescovo d'Inghilterra (morto a Canterbury tra il 604 e il 609). 

Statua di AGOSTINO, Cattedrale di Canterbury
Statua di Agostino, Cattedrale di Canterbury

Agostino fu da San Gregorio Magno (di cui era forse stato compagno) messo a capo della missione di circa quaranta monaci inviata nel 596 agli Anglosassoni dal Monastero romano di Sant'Andrea al Celio, di cui era priore. Sbarcato nell'isola di Thanet, dopo aver ricevuto la consacrazione episcopale durante il viaggio, Agostino fu benevolmente accolto da Etelredo re del Kent; organizzò un monastero a Canterbury e cominciò la predicazione, convertendo il re stesso (Pentecoste 597 secondo la tradizione, ma probabilmente più tardi) e 10.000 anglosassoni. Nonostante le difficoltà, che non sempre riuscì a superare, gettò le basi della cristianizzazione degli Anglosassoni.

Tracce di lettura

Appena Agostino e i suoi compagni ebbero messo piede nella sede loro concessa, cominciarono a imitare la vita apostolica della chiesa primitiva: si consacravano a preghiere continue, veglie, digiuni, predicavano le parole di vita a quelli che potevano, disprezzavano tutte le cose di questo mondo come estranee; da quelli ai quali insegnavano prendevano solo quel poco che reputavano necessario al loro sostentamento; essi stessi vivevano seguendo in tutto quei precetti che insegnavano agli altri, con l'animo sempre pronto a sopportare qualsiasi avversità, e anche a morire per la verità che annunciavano.
(Beda il Venerabile, Storia ecclesiastica degli Angli 1,26)

lunedì 25 maggio 2020

Agostino e il libero arbitrio

"Dio mi ha creato con il libero arbitrio: se ho peccato, io ho peccato... io, io, non il fato, non la fortuna, non il diavolo" (In psalmos 31,2,16)

"La nostra volontà non sarebbe volontà se non fosse in nostro potere. Effettivamente perché è in nostro potere è per noi libera" (De libero arbitrio 3,3,8)

"Ero io a volere, io a non volere; io, io ero. non volevo pienamente né pienamente non volevo. Da ciò nasceva la lotta con me stesso" (Confessiones 8,10,22)

"Dio non comanda l'impossibile, ma comandando ti ammonisce di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi (...) poiché non abbandona se non è abbandonato" (De natura et gratia, 43,50.26,29)

"Chi ti ha creato senza di te, non ti giustifica senza di te: ha creato chi non sapeva, non giustifica chi non vuole" (In psalmos 169,11,13)

"Se non c'è la grazia, come salva il mondo? Se non c'è il libero arbitrio, come giudica il mondo?" (Ep. 214,2)

Agostino di Ippona

Beda il venerabile. Leggere la storia con gli occhi di Dio


La Chiesa cattolica d'occidente, la Chiesa Anglicana e la Chiesa luterana celebrano oggi la memoria di Beda il Venerabile. 
Il 27 maggio del 735, dopo aver dettato l'ultima frase della sua traduzione in northumbro del vangelo secondo Giovanni, Beda, monaco dell'abbazia inglese di Jarrow, esala il suo ultimo respiro.
Nativo della Northumbria, Beda era stato affidato all'età di sette anni come oblato al monastero di Wearmouth, fondato da Benedetto Biscop. Nella sua vita egli fu anzitutto un monaco totalmente dedito alla ricerca della pace interiore e di quella sapienza che nasce dall'ascolto orante della Parola di Dio.

BEDA il VENERABILE, miniatura del XII sec..
Beda il Venerabile (672/673-735)

Beda non si mosse mai al di là della città di York; tuttavia acquisì una tale erudizione da diventare un maestro amato e apprezzato per intere generazioni di monaci.
Egli fu interprete attento delle Scritture, sempre in ascolto dell'esegesi dei padri che lo avevano preceduto e al tempo stesso capace di spunti originali; ma fu anche attento lettore della propria epoca: in terra inglese si andava preparando la rinascita del cristianesimo occidentale, e Beda raccolse una straordinaria documentazione, con la quale redasse la sua Storia ecclesiastica degli Angli, in cui egli mostrava come Dio avesse voluto fare delle genti inglesi un popolo eletto per una particolare missione in occidente.
La sua capacità di compaginare la conoscenza delle fonti della fede e la lettura della storia fecero di Beda un tassello fondamentale per la formazione dell'autocoscienza storica e spirituale di tutto l'occidente.

Tracce di lettura

I fratelli erano tutti molto tristi e piangevano, specie quando egli disse di non ritenere che essi avrebbero visto il suo volto ancora a lungo in questo mondo. Tuttavia si rallegrarono quando egli disse queste cose: «Se così gradisce il mio Creatore, è giunto per me il momento di abbandonare questo corpo, per fare ritorno a Colui che dal nulla mi ha dato l'esistenza. Ho vissuto a lungo, e il Giudice giusto non mi ha fatto mancare nulla in tutta la mia vita. Il tempo della partenza si avvicina, e io desidero fortemente essere sciolto da questo mondo per essere con Cristo. La mia anima anela alla visione di Cristo, mio re, in tutta la sua bellezza.
(Cuthbert, Lettera sulla morte di Beda)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

venerdì 22 maggio 2020

Santa Rita e l'impegno per la pace

Il vero nome della Santa è Margherita Lotti, figlia di Antonio Lotti e Amata Ferri.
La piccola Margherita di Roccaporena, frazione a 5 km da Cascia, sboccia nel 1371, altri ritengono la data del 1381. Le ipotesi sono due: per la nascita 1371 o 1381, per il trapasso (rispettivamente) 1447 o 1457.
[Le date 1381-1457 sono state riconosciute come ufficiali da Papa Leone XIII quando proclamò Rita Santa.]

In un clima di fragile calma, Antonio e Amata svolgono la funzione di “pacieri”. I genitori di Rita sono particolarmente stimati e gli statuti del libero comune di Cascia affidano loro l’arduo incarico di pacificare i contendenti o almeno evitare stragi cruenti tra famiglie in conflitto.

Come per tante ragazze, anche per la giovane Rita arriva il momento di farsi una famiglia. Il giovane che s’innamora di lei, e che lei ricambia, si chiama Paolo di Ferdinando di Mancino. Non è un giovane violento, come descritto in qualche vita, ma un ghibellino risentito e basta. Rita, quindi, non “ammansisce” affatto Paolo, piuttosto lo aiuta a vivere con una condotta più autenticamente cristiana. Sarà questo il frutto di un amore incondizionato e reciproco illuminato dalla benedizione divina.

Paolo di Ferdinando di Mancino viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, dove si era trasferito con Rita e i suoi due figli. La tradizione colloca l’accaduto intorno al 1406.
Rita se ne accorge, accorre ma non le resta che cogliere il rantolo finale del marito e affrettarsi a nascondere la camicia insanguinata, perché i figli, vedendola, non finiscano col covare vendetta.

Dopo l’assassinio del marito e la tragica morte dei suoi due figli, Rita si rifugia nella preghiera. È in questo momento che deve aver maturato con forza il desiderio di elevare il suo amore ad un altro livello, ad un altro sposo: Cristo.

La Vita

All’età di circa 36 anni, Rita bussa alla porta del Monastero di Santa Maria Maddalena. Superate le mille difficoltà, con l’aiuto della preghiera ai suoi tre protettori Sant’Agostino, San Nicola Da Tolentino e San Giovanni Battista, finalmente corona il suo desiderio.

Dopo aver attraversato il dolore per la morte dei cari, tra le mura del Monastero, Rita innalza il suo dolore alle sofferenze di Cristo per l’umanità: chiede ed ottiene dal Signore, come pegno d’amore, di diventare partecipe ancora di più alla Sua sofferenza.

Non è possibile sapere cos’è accaduto in quel momento: una luce, un lampo, una spina staccatasi dal Crocifisso le si conficca per sempre nella fronte e nell’anima.

Nell’inverno precedente la sua scomparsa, gravemente ammalata, Rita trascorre lunghi periodi nella sua cella. Probabilmente la nostalgia per la sua Roccaporena, il ricordo di Paolo e dei figli si fa sentire vivo. Forse Rita, che ha sempre pregato per le loro anime, ora che sente avvicinarsi la fine, avverte una pena in cuore: sapere se il Signore abbia accolto le sue sofferenze e preghiere in espiazione dei peccati dei suoi cari.

Il Comune e il Monastero di Cascia premiano ogni anno le donne che attraverso il perdono, la sofferenza e l’amore per la famiglia esprimono i valori ritiani.
Istituito nel 1988 il Premio Santa Rita è unico nel suo genere e si tratta di uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali.

giovedì 21 maggio 2020

I 7 monaci trappisti dell'Atlas. Martiri del diaolgo interreligioso

Il 21 maggio del 1996, un comunicato del Gruppo Islamico Armato, organizzazione estremista algerina, annuncia l'avvenuta esecuzione dei sette monaci trappisti rapiti due mesi prima al monastero di Notre-Dame de l'Atlas. È la conclusione di un itinerario di testimonianza evangelica spintosi fino a rendere presente l'Emmanuele, il Dio-con-noi, in mezzo all'inimicizia che dilaga tra gli uomini. Il cammino dei monaci dell'Atlas era cominciato nel lontano 1938, con l'insediamento di alcuni di loro nella regione di Tibhirine per testimoniare nel silenzio, nella preghiera e nell'amicizia discreta la fratellanza universale dei cristiani.

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I 7 monaci trappisti dell'Atlas (+ 1996)
La comunità era stata molto prossima alla chiusura negli anni '60, ma aveva conosciuto un forte rilancio spirituale per l'intervento diretto di diverse abbazie francesi e anche grazie alla guida del nuovo priore, frère Christian de Chergé. Proprio quest'ultimo ha lasciato ai posteri alcuni scritti di grande valore evangelico, nei quali trapela la makrothymía, la larghezza d'animo di chi, a somiglianza del Maestro, sa ormai vedere l'altro, il nemico stesso, con gli occhi di Dio. Accanto a lui saranno i suoi fratelli Bruno, Célestin, Christophe, Luc, Michel e Paul a condividere sino alla morte ogni gioia e ogni dolore, ogni angoscia e ogni speranza, e a donare interamente la vita a Dio e ai fratelli algerini. Con il precipitare degli eventi essi avevano deciso insieme di rimanere in Algeria, e avevano intessuto profondi legami di dialogo e di approfondimento spirituale con i musulmani residenti nella regione. La morte cruenta di questi monaci, che ha riportato all'attenzione dei cristiani d'occidente la possibilità del martirio presente in ogni vita veramente cristiana, ha trasmesso a ogni uomo capace di ascolto la convinzione che solo chi ha una ragione per cui è disposto a morire ha veramente una ragione per cui vale la pena di vivere.

Tracce di lettura

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Venuto il momento, vorrei avere quell'attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista... Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
E anche a te, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insh'Allah.
(fr. Christian de Chergé, Testamento spirituale)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

martedì 19 maggio 2020

Fermati 1 minuto. La divina contemplazione

Il nostro progresso e la nostra perfezione in questa vita consistono nell'avvicinarci sempre più ogni giorno, fin dove è possibile, alla visione beatifica e alla contemplazione "fruitiva" di Dio, a pregustarne, in un certo modo, il sapore (...) nella contemplazione amorosa attraverso l'esercizio della fede e il dono della sapienza, in modo che possiamo cantare con il Profeta in tutta verità: "Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente" (Sal 83,3).

        Dionigi il certosino, De vita inclusarum, art. XIX, Opera omnia, t. 38, p.407

La visione di Dionigi di Rijkel, il Certosino | Cartusialover's Blog

Dunstan di Canterbury e la bellezza di Dio

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Dunstan di Canterbury, monaco e arcivescovo primate della chiesa d'Inghilterra. Dunstan era nato nei pressi di Glastonbury, forse nel 910. Dalle sue biografie non traspare in modo del tutto chiaro se la sua famiglia fosse nobile, o se invece egli sia entrato dopo la sua nascita a far parte dell'importante casata del vescovo di Winchester. Ad ogni modo, fu quest'ultimo ad avviarlo alla vita monastica, spingendolo a entrare nell'abbazia benedettina di Glastonbury.

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Dunstan di Canterbury (ca 910-988)
Uomo di grande cultura e amante della bellezza, Dunstan si dedicò da monaco a diverse attività artistiche come la decorazione di manoscritti, la composizione di musica sacra e la lavorazione dei metalli preziosi. Nel 943 il nuovo re del Wessex lo nominò abate di Glastonbury e si avvalse della sua grande cultura per avviare la rinascita del monachesimo in tutto il paese. Da abate Dunstan promosse lo studio e l'amore per l'arte in diversi monasteri, organizzando una riforma che sarà portata a compimento quando egli verrà eletto arcivescovo di Canterbury sotto il re Edgardo. Anche se a partire dal 970 Dunstan perderà l'appoggio del re, non verrà comunque meno il suo impegno di predicatore, di maestro e di animatore del monachesimo, ed egli è ricordato dagli agiografi per il discernimento e l'energia con cui guidò sino alla fine la diocesi di cui era stato fatto pastore.

Tracce di lettura

Dunstan studiò con diligenza i libri degli antichi pellegrini irlandesi giunti a Glastonbury, meditando sulle vie della vera fede, e sempre esaminò con attenzione i libri di altri sapienti che egli, grazie alla visione profonda del suo cuore, aveva percepito essere confermati dagli insegnamenti dei santi padri.
Egli vigilava sulla propria condotta ricorrendo ogni volta che poteva all'esame delle sante Scritture, ed era come se Dio in esse gli parlasse. E veramente, ogni volta che poteva essere sollevato dalle sollecitudini terrene per deliziarsi nella preghiera, sembrava che fosse lui a parlare a Dio.
(Vita di Dunstan 11)

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lunedì 18 maggio 2020

Nelle tenebre divine

Dio "Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione" (2 Cor 1,2), che è piissimo e "buono con l'anima che lo cerca" (Lam 3,25), spesso nella fitta oscurità dell'anima fa delle piccole fessure, attraverso le quali essa attinge, in certo qual modo, mediante segrete aspirazioni, la bontà di Dio.
Cioè egli infonde nell'anima certe saette acute di affetti pii, che penetrano nella sua oscurità, e, senza vedere, gusta spiritualmente e dolcemente qulle cose che sono divine, e così si nutre e viene istruita nella sua infanzia spirituale, affinché possa raggiungere la beata visione celeste e le altre realtà divine.

        Guigo Du Pont (+ 1297), certosino, Della contemplazione, lib. II. c VIII, p. 53

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domenica 17 maggio 2020

Siate facitori della parola

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINTA DOMENICA DOPO PASQUA

comunemente chiamata Rogation sunday (Domenica delle petizioni)


Colletta

O Signore, dal quale proviene ogni cosa buona; concedi a noi, tuoi umili servi, di desiderare, mediante la tua santa ispirazione, ciò che è buono, e di perseguirlo mediante la tua guida misericordiosa. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

Letture

Gc 1,22-27; Gv 16, 23-33

Nella Parola incarnata, che è Gesù Cristo, noi possiamo trovare la nostra vera natura, a immagine e somiglianza con Dio, ma l’apostolo Giacomo ci ammonisce: non possiamo limitarci a un compiacimento momentaneo, il nostro sguardo interiore deve restare fisso in essa, affinché lo Spirito ci trasformi, restaurando in noi la bellezza divina.
Il Signore non cerca semplicemente uditori della sua parola, ma persone che la mettano in pratica, "facitori della parola" (Gc 1,22). Per il cristiano, l'essere, il fare, devono predominare sull'apparire. La pietà è il tratto distintivo del vero credente. Non avere un uomo accanto a sé, un padre, un marito, nell'antichità esponeva alle peggiori ingiustizie e sopraffazioni. Di qui l'esortazione dell'apostolo a prendersi cura dell'orfano e della vedova, secondo una tradizione che attraversa già tutta la letteratura profetica veterotestamentaria. Interroghiamoci, dunque, su chi sono oggi i più deboli e gli ultimi della società, e sentiamoci interpellati direttamente da Dio a prenderci cura di loro.
Ascoltare la parola, secondo il richiamo che il Signore rivolge al suo popolo fin dai tempi dell'esodo, con il richiamo "shemà Israel" (“Ascolta, Israele”), significa amarla e studiarla, ma anche andare oltre: meditarla, assimilarla interiormente. Solo così prepareremo un terreno dissodato, in cui lo Spirito potrà far germinare frutti abbondanti.
In passato, in questo giorno, venivano presentate a Dio petizioni particolari per i frutti della terra e per coloro che la lavoravano. Oggi, una buona parte del pianeta vive in una condizione in cui di cibo ce n'è pure troppo e dovremmo pregare innanzitutto perché il Signore ci renda sensibili al rispetto della sua creazione e alle necessità di quell'altra parte del pianeta che vive di stenti o muore letteralmente di fame.
Dopo tanti secoli di apparente progresso e civilizzazione, l'umanità è ancora segnata da profonde ingiustizie e anche i popoli nominalmente cristiani si mostrano spesso ascoltatori disattenti, quando non completamente sordi, alla parola di Dio. Il mondo è malvagio, ma Gesù ci esorta a farci animo, perché egli ha vinto il mondo.
La festività anglicana chiamata Rogation Sunday, "domenica delle petizioni", deve farci chiedere innanzitutto di sapere coltivare con sapienza e perseveranza i territori ancora desolati del nostro cuore; affinché possano produrre frutti di conversione.
Gesù esorta i suoi discepoli a chiedere, a chiedere nel suo nome, direttamente al Padre. E tutto ciò che chiederanno nel suo nome, il Padre glielo darà; la garanzia è data dal fatto che il padre li ama perché loro hanno amato Gesù e hanno creduto che egli è venuto da Dio.
Da questo discorso di Gesù si evince che ci sono tre presupposti per pregare bene: chiedere "nel suo nome", amare e credere in lui. Chiedere nel nome di Gesù significa che le nostre richieste devono muoversi nel perimetro tracciato dalla predicazione evangelica, dall'esempio stesso che Gesù ci ha dato con la sua vita. Nessun discepolo è più grande del maestro, ci ha detto Gesù; dunque, a volte non otteniamo ciò che chiediamo perché chiediamo la cosa sbagliata, qualcosa che ci allontana dalla vera sequela di Cristo, la cui vita deve essere il modello su cui forgiare le nostre vite. Se vogliamo essere buoni "facitori della parola", dobbiamo prendere, come buoni scultori, il modello della parola vivente che è Cristo e dobbiamo anche amarlo, tenendo gli occhi fissi su di lui. Ecco allora, che anche se il mondo ci darà tribolazione, saremo beati nel nostro operare (Gc 1,25) e troveremo pace in Cristo (Gv 16,33).
Chiediamo dunque a Dio di insegnarci a "esaminare attentamente la legge perfetta" (Gc 1,25), che non è semplicemente un elenco di precetti, ma il Figlio di Dio incarnato, del quale ogni parola e azione, raccolti nel Vangelo, restituiscono l'immagine di Dio. E così, ascoltando attentamente, contemplando assiduamente, lo Spirito ci trasformi in lui, "di gloria in gloria". (2 Cor 3,18).

        Rev. Dr. Luca Vona, Eremita


sabato 16 maggio 2020

Fermati 1 Minuto. Il peccato nel cuore dell'uomo

Badate, fratelli, che non ci sia in nessuno di voi un cuore malvagio e incredulo, che vi allontani dal Dio vivente. Eb 3,12

Se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. Rm 7,20

Necessitiamo di una preghiera e di uno sforzo continui quando falliamo nella vittoria contro il peccato, perché il fallimento è dovuto a una mancanza di fiducia in Dio.
L'incredulità non necessariamente si trova nella nostra volontà. Uno spirito malvagio di incredulità è presente nel nostro cuore; così, come afferma San Paolo, non sono io che pecco, ma il peccato che dimora in me.
Dobbiamo schierarci dalla parte di Dio e della nostra natura rigenerata, riconoscendo che il male che alberga in noi è una presenza abnorme, un intruso, un parassita, una malattia dell'anima che non dovrebbe stare lì. Quando capiamo questo siamo a metà strada dalla vittoria.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

venerdì 15 maggio 2020

Perché sono a favore della preghiera interreligiosa

Sono un conservatore; come cristiano e come orientamento politico. Ma ho accolto con favore l'iniziativa del 14 maggio 2020 di una preghiera da parte delle diverse comunità religiose per il superamento dell'emergenza Coronavirus.
Perché sono a favore mentre la maggior parte dei cristiani evangelici, cattolici e ortodossi di orientamento tradizionalista si sono mostrati radicalmente ostili all'iniziativa?
Prima di tutto proprio perché mi ritengo un uomo della Tradizione. La tradizione implica un uomo profondamente ancorato nella vita spirituale, lontano dalla deriva secolarizzata e materialista della società (soprattutto occidentale) contemporanea. Quindi, per quanto mi riguarda, ben venga tutto ciò che apre lo spirito dell'uomo verso la trascendenza. È un primo passo verso l'Assoluto. Certo, si potrebbe obiettare che il Dio ignoto, il Dio che nessuno ha mai visto è stato rivelato in Gesù Cristo e chi non crede in lui non può salvarsi. Come cristiano non metto in dubbio questa verità scritturistica. Ma la mia cristologia non è di tipo esclusivista, al contrario è inclusivista: Cristo non è solo il Verbo incarnato, che ha vissuto in mezzo a noi, è morto è risorto. È anche la Parola eterna del Padre, per mezzo del quale l'universo è stato creato e il quale da sempre agisce nel cuore dell'uomo. I "semi del Verbo" come afferma il Padre della Chiesa Giustino, si trovano anche in altre culture. Il cuore dell'uomo è certamente soggetto all'egoismo, alla  malvagità, al peccato; ma credo che una sana antropologia cristiana non possa essere radicalmente disfattista nei confronti di ciò che è umano. Il fatto che l'uomo non possa, da solo, compiere alcunché di buono, ma che in realtà qualcosa di buono abbia indubbiamente fatto nell'arte, nella letteratura, nel pensiero, nelle opere e financo nelle religioni delle diverse culture, mi rende ancor più persuaso del fatto che una potenza giusta e veritiera - il Logos - possa agire in esse. D'altra parte, nella tradizione ebraica, l'alleanza stretta da Dio con l'umanità dopo il diluvio (alleanza noachica) rappresenta la religione naturale più antica dell'umanità.
Vi è poi un'ultima ragione che mi porta a simpatizzare per le iniziative interreligiose. Da sempre l'evangelicalismo italiano si batte per uno stato laico, che sappia riconoscere il pluralismo religioso e tutelare le minoranze religiose. Adesso, come possiamo perseguire un tale obiettivo e pretendere che tutti intorno a noi siano cristiani ed evangelici? Come possiamo bollare come eretici e adoratori di Satana coloro che professano una religione diversa dalla nostra? Riconosciamo il diritto di esistenza alle altre minoranze religiose, ricerchiamo una convivenza pacifica con esse, apprezziamo il loro sforzo verso l'Assoluto e impariamo a conoscerle in profondità, non superficialmente, attraverso sterotipi e pregiudizi.

        Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

Domenico Morelli, La preghiera di ringraziamento di Noè dopo aver lasciato l'arca, 1901

Fermati 1 minuto. Esercitare il proprio spirito

Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» Gv 11,40

Dio ci dona la verità e il potere di credere; ma non può credere al posto nostro. Mentre egli può aiutarci a credere, l'atto di credere spetta pienamente a colui che crede, ed è volontario. Possiamo credere se vogliamo credere.
La fede è una sorta di esercizio in cui lo spirito umano allena se stesso, credendo in Dio per i doni promessi. Questa è la decisione che Dio si aspetta da noi, la decisione di allenare il nostro spirito attraverso il suo Spirito. Manteniamoci spiritualmente in forma.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

Pacomio e l'esperienza radicale del Vangelo

Le chiese cattoliche d'Oriente e d'Occidente, la Chiesa Ortodossa e quella Luterana celebrano oggi la memoria del monaco Pacomio.
Nato nell'alto Egitto da genitori pagani nel 292, Pacomio venne per la prima volta a contatto con il cristianesimo nell'incontro con la carità attiva dei cristiani di Tebe, venuti a portare cibo e conforto a un gruppo di giovani reclute, tra le quali c'era anche lui. In quell'occasione Pacomio promise che se fosse sopravvissuto avrebbe servito il genere umano tutti i giorni della sua vita. Congedato dall'esercito, Pacomio si recò a Khenoboskion, ponendosi al servizio della piccola comunità cristiana ivi residente, e chiedendo di essere istruito nella fede. Ricevuto il battesimo, egli maturò il desiderio di essere iniziato alla vita anacoretica. Si rivolse così a un anziano eremita, Palamone, che gli trasmise le pratiche ascetiche ereditate dalla tradizione: digiuno, veglia, preghiera continua, lavoro ed elemosina. Stabilitosi nel villaggio abbandonato di Tabennesi, Pacomio fu ben presto raggiunto da uomini e donne che desideravano vivere vicino a lui e che egli serviva. 

tempera all’uovo su tavola telata e gessata, cm 32 x 40
Pacomio (292-346)
Con pazienza e fatica egli cercò di educare i suoi discepoli alla vita comune, chiedendo che ciascuno si mettesse al servizio degli altri e proponendo come modello la prima comunità di Gerusalemme. L'originalità della comunità pacomiana sta nel fatto che essa non fu un gruppo di eremiti radunati attorno a un padre spirituale, ma una koinonia, una comunità di fratelli, in comunione di preghiera, di lavoro, di vita quotidiana. La vita del monaco era vista a Tabennesi come pieno adempimento delle promesse battesimali, nella fedeltà ai comandamenti di Dio, e la sola vera regola era la Scrittura, che doveva essere imparata a memoria, meditata costantemente per poter ispirare la preghiera. Pacomio morì nel 346 durante un'epidemia di peste, dopo aver assistito sino alla fine le numerose comunità a cui aveva dato vita. È considerato il padre della vita cenobitica.

Tracce di lettura

Se uno si presenta alla porta del monastero desiderando rinunciare al mondo ed essere aggregato al numero dei fratelli, non sarà libero di entrarvi, ma prima di tutto verrà informato il padre del monastero. Resterà fuori davanti alla porta per pochi giorni; gli si insegnerà la preghiera del Signore e quanti salmi riuscirà a imparare, ed egli darà diligentemente prova di sé: si esamini se per caso ha fatto qualcosa di male ed è fuggito all'istante, preso da paura, oppure se è in potere di altri, e ancora se è in grado di rinunciare ai suoi genitori e disprezzare i propri beni. Se lo vedono pronto a tutto, allora gli verranno insegnate anche le altre norme del monastero: quello che deve fare, chi deve servire sia nell'assemblea di tutti i fratelli, sia nella casa a cui deve essere assegnato, sia nel suo posto in refettorio, cosicché, ammaestrato e trovato perfetto in ogni opera buona, sia unito ai fratelli.
(Pacomio, Precetti 49)

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giovedì 14 maggio 2020

Isacco di Ninive. L'umiltà e la compassione

Isacco il Siro (o di Ninive) nacque nella prima metà del VII secolo nella regione del Qatar, sulle rive del Golfo Persico.

ISACCO DI NINIVE
Isacco di Ninive (VII sec.)
Ordinato vescovo dal catholicos di Seleucia-Ctesifonte tra il 661 e il 681, gli fu affidata la chiesa di Ninive. Ma dopo soli cinque mesi egli abbandonò il servizio episcopale, ritirandosi nel monastero di Rabban Shabur, nell'attuale Iran. Qui trascorse gli ultimi anni di vita e, divenuto cieco per «l'assidua lettura della Scrittura», dettò i suoi insegnamenti spirituali ai discepoli che li misero per iscritto. Alla sua morte, avvenuta verso la fine del VII secolo, Isacco fu sepolto nello stesso monastero di Rabban Shabur. Il suo insegnamento, trasmesso da due collezioni di discorsi, fu riconosciuto fin dal IX secolo come uno dei pilastri della spiritualità cristiana; e, nonostante le lacerazioni ormai ben profonde tra le chiese, questi scritti conobbero una straordinaria diffusione, come testimoniano le antiche traduzioni in greco, arabo, georgiano, etiopico, slavone e latino. Profondo conoscitore dell'umano oltre che del divino, appassionato investigatore dell'incarnazione di Cristo, Isacco invita a leggere nell'umano il divino e nel divino l'umano: «Sforzati di entrare nella stanza del tesoro del tuo cuore e vedrai il tesoro del cielo ... Trova la pace in te stesso, e sia la terra che il cielo ti ricolmeranno di pace». Tutto però dev'essere custodito da quelli che sembrano essere i due contrafforti del suo insegnamento spirituale: l'umiltà e la compassione. Così riassume il suo pensiero un monaco arabo del IX secolo: «Isacco ha predicato con insistenza l'amore della misericordia, che è il fondamento dell'adorazione, e l'umiltà che è il baluardo della virtù».
La data odierna è quella dell'unico antico sinassario orientale che riporta espressamente la memoria di Isacco di Ninive.

Tracce di lettura

C'è un'umiltà che viene dal timore di Dio, e ce n'è una che viene dall'amore di Dio. C'è chi è stato reso umile dal timore di lui, e c'è chi è stato reso umile dalla gioia di lui. All'uno si accompagna la compostezza delle membra, l'ordine nei sensi e un cuore sempre contrito; all'altro invece una grande dilatazione e un cuore che fiorisce e che non può essere contenuto. (Isacco di Ninive, Discorsi spirituali)

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Mattia apostolo, testimone di Cristo

A seguito del tradimento di Giuda, dopo la morte e resurrezione di Gesù gli apostoli ritennero necessario riportare a dodici il loro numero totale, poiché Gesù stesso lo aveva stabilito, profetizzando che i Dodici, alla sua venuta nella gloria, si sarebbero seduti su dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.
Mattia aveva seguito Gesù e ascoltato il suo insegnamento fin dall'inizio della sua predicazione, ed era stato fra i testimoni della resurrezione. Aveva dunque i requisiti indispensabili per entrare a far parte del collegio apostolico.

APOSTOLO MATTIA, Duccio di Buoninsegna
San Mattia apostolo (?-ca. 80 d.C.)
L'elezione di Mattia, che a un primo sguardo potrebbe sembrare affidata al caso, testimonia in realtà che a scegliere i suoi ministri è Dio stesso. Per questo, diverse chiese hanno mantenuto lungo i secoli un sistema analogo di elezione quando si tratta di scegliere fra candidati egualmente degni a un incarico ecclesiale, come la chiesa copta e quella serba, che ancor oggi affidano all'estrazione effettuata da un bambino bendato la scelta del loro nuovo patriarca.
Non si sa con precisione dove Mattia abbia poi svolto il suo ministero, e neppure dove sia morto. Secondo un'antica tradizione egli portò il vangelo in Etiopia e qui donò la vita per Cristo nel martirio.

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mercoledì 13 maggio 2020

Ignatij Brjančaninov e la vocazione universale alla divinizzazione

Gli ortodossi russi ricordano oggi Ignatij Brjančaninov, monaco nei pressi di San Pietroburgo e poi vescovo del Caucaso. Di famiglia nobile, Dimitrij Aleksandrovic Brjančaninov era nato nella regione di Vologda, e seguendo la tradizione familiare era stato avviato alla carriera militare. Fu proprio all'accademia, mentre compiva gli studi da ingegnere, che Dimitrij venne a contatto con i fermenti religiosi dell'epoca, disseminati ovunque dai discepoli del grande starec Paisij Veličkovskij. 

IGNATIJ BRJANČANINOV
Ignatij Brjančaninov (1807-1867)
Influenzato forse dallo starec Leonida, che sarà il primo grande padre spirituale del monastero di Optina, Dimitrij si fece monaco, ricevendo il nome di Ignatij e quindi anche l'ordinazione presbiterale. Il monaco Ignatij unì in pochi anni alla lucida comprensione del mondo contemporaneo che aveva maturato in accademia un forte radicamento nella tradizione ascetica ortodossa. Fu così in grado, a soli 27 anni, di assumere la guida del monastero della Trinità San Sergio, nei pressi di San Pietroburgo, dove per 23 anni egli spezzò quotidianamente per i suoi fratelli il pane della Parola, iniziandoli con discernimento alla preghiera del cuore e alla lotta spirituale secondo la tradizione dei padri della chiesa. Eletto vescovo del Caucaso e del Mar Nero nel 1857, Ignatij si ritirò dopo due anni in monastero a Kostroma, per motivi di salute. Dedicherà gli ultimi anni della sua vita alla redazione di testi spirituali, con i quali seguiterà a istruire soprattutto i monaci. La sua popolarità, tuttavia, è dovuta al fatto che le sue opere risuoneranno come un appello rivolto a tutti gli uomini affinché scoprano la bellezza di una vita radicalmente fedele al vangelo, e la grandezza della vocazione universale alla divinizzazione.
Ignatij morì il 30 aprile del 1867.

Tracce di lettura

Dicono i grandi asceti e maestri della preghiera: «Sforzati di acquisire il fervore e la preghiera nella pena del cuore, e Dio te li darà in permanenza; l'oblio, infatti, li mette in fuga, e questo è prodotto dalla negligenza. Se vuoi essere liberato dall'oblio e dalla schiavitù, non lo puoi fare se non ti impossessi del fuoco spirituale, poiché dal suo calore vengono distrutte le passioni; e uno si procura questo fuoco con il desiderio secondo Dio. Fratello, se il tuo cuore non si affanna a cercare il Signore in ogni cosa, tu non puoi progredire; ma se sei tutto libero per lui, giungerai al resto; poiché è detto: "Siate liberi e abbiate la conoscenza"». (I. Brjančaninov, Esperienze ascetiche 7)

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martedì 12 maggio 2020

Fermati 1 minuto. L'esercizio della fede

Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio. 1 Gv 3,21

Quando cominciamo a ricercare la nostra santificazione, questo è espressione della nostra fede nel fatto che Dio ci donerà il suo Spirito Santo.
Quando in obbedienza alla luce ricevuta consacriamo completamente noi stessi a Dio, anche questo è un atto di fede.
Ogni atto di obbedienza a ogni suggerimento dello Spirito Santo è un'espressione della nostra fede  nel fatto che quando obbediremo completamente alla sua volontà riceveremo la sua benedizione.
Tale ricerca e obbedienza possono impegnarci al punto tale che la fede diviene una esperienza automatica e ordinaria.
Sforziamoci a fare del nostro meglio nel creare le condizioni per l'adempimento della promessa di Dio.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

lunedì 11 maggio 2020

Fermati 1 minuto. Camminare nella luce

Se camminiamo nella luce, com'egli è nella luce, abbiamo comunione l'uno con l'altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. 1 Gv 1,7

Cos'è la fede che santifica? È quell'atto di semplice fiducia che, con l'autorità della Parola di Dio ci consente di dire "il sangue di Cristo mi lava adesso da ogni peccato, rendendo il mio cuore puro davanti a Dio; e io, qui e adesso offro me stesso a Dio, nella certezza di essere ricevuto da lui e che egli mi manterrà puro finché avrò fiducia in lui".
Una tale anima ha l'autorità di credere che l'opera è compiuta, anche se non ne ha la percezione sensibile; questa giungerà al momento opportuno, se manterrà viva la propria fede.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

Johann Arndt e i frutti della Parola di Dio

L'11 maggio del 1621 muore a Brunswick, in Germania, Johann Arndt, teologo e spirituale luterano.
Johann era nato nel 1555 a Edderitz. Era cresciuto nutrendosi delle opere dei mistici medievali e dell'Imitazione di Cristo, ai quali associerà col tempo un approfondito studio dei teologi della Riforma, compiuto alle università di Helmstadt, Wittenberg, Strasburgo e Basilea.

JOHANN ARNDT
Johann Arndt (1555-1621)
Al di là delle letture anche molto contrastanti che la sua opera ha ricevuto nella storia, Arndt fu profondamente luterano nella sua ispirazione, anche se sviluppò in modo molto acuto e a tratti originale le intuizioni già presenti in Lutero riguardo alla vita interiore. Egli propose nei suoi scritti, in particolare ne Il vero cristianesimo, una vita cristiana fortemente incentrata sulla sequela quotidiana di Cristo, che nella sua visione si fonda sull'unione interiore a Dio nella preghiera.
L'impatto che Arndt ebbe sul luteranesimo tedesco, specie a livello popolare, fu enorme. A lui guarderanno con ammirazione i pietisti, soprattutto il loro capofila Philipp Jacob Spener. Firmatario della Formula di Concordia, Arndt divenne pastore nella cittadina di Badeborn nel 1583, ma rassegnò le dimissioni dalla locale parrocchia in seguito a una controversia sulla liturgia battesimale.
Trasferitosi a Quedlinburg e quindi a Brunswick, egli fu nominato soprintendente del principato del Lüneberg, incarico che mantenne fino alla morte.

Tracce di lettura

Noi siamo chiamati cristiani non solo perché crediamo in Cristo, ma anche perché dobbiamo vivere in Cristo e lui in noi. Il vero ravvedimento deve scaturire dal profondo del cuore; cuore, intelletto e sensi devono essere mutati per conformarsi a Cristo e al suo santo Evangelo. Dobbiamo essere rinnovati quotidianamente dalla parola di Dio per diventare nuove creature; poiché, come ogni seme porta il frutto della sua specie, così la Parola di Dio deve portare quotidianamente in noi nuovi frutti spirituali, e come siamo diventati nuove creature per mezzo della fede, così dobbiamo vivere in maniera conforme alla nuova nascita.
Adamo deve morire in noi e Cristo vivere in noi. Non basta conoscere la Parola di Dio, ma la si deve anche mettere in pratica. (J. Arndt,  Il vero cristianesimo)

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Pietro il Venerabile e i santi abati di Cluny (X-XII sec.)

La Chiesa cattolica d'Occidente celebra oggi la memoria dei santi abati di Cluny. 
In Francia, tra il X e il XII secolo, rendono celebre in tutto l'occidente il nome di Cluny gli abati Oddone, Maiolo, Odilone, Ugo e Pietro il Venerabile. Nel 909 il duca di Aquitania aveva donato all'abate di Baume, Bernone, la località di Cluny perché vi fondasse un monastero dedicato ai santi Pietro e Paolo. Aveva così inizio una delle più significative avventure del monachesimo occidentale.

Pietro il Venerabile con i suoi monaci, miniatura
Pietro il Venerabile con i suoi monaci
Oddone, che aveva partecipato alla fondazione della nuova abbazia, ne fu la prima grande guida. Egli dette alla vita cluniacense quella sapiente miscela di grandezza e di umiltà che ne caratterizzerà la storia lungo i secoli. Egli propose il ritorno all'ideale della chiesa primitiva attraverso la condivisione dei beni, la vita comune, l'assiduità nella preghiera, e allo stesso tempo volle che anche l'architettura e la liturgia fossero segni tangibili della Gerusalemme celeste, a cui i monaci anelano con tutto il loro essere. Gli abati di Cluny seppero discernere le vie che conducono a Dio in ogni aspetto bello e buono della realtà creata, unendo cultura e vita spirituale per diffondere bontà e pace e per testimoniare la misericordia e la bellezza del Signore. A Oddone (927-942) seguì una serie impressionante di grandi abati, che mantennero per più di due secoli l'abbazia di Cluny ai vertici della vita spirituale: Maiolo (948-994), Odilone (994-1048), Ugo (1049-1109), e infine Pietro il Venerabile (1122-1156).
In Pietro il Venerabile, uomo di larga e serena umanità, intelligente e colto, forte e dolce, le caratteristiche più belle della spiritualità cluniacense trovarono forse la loro più autentica espressione. Egli ricercò sempre la carità intelligente e prudente, la discretiva caritas, l'umile carità che sola può costruire la fraternità all'interno della chiesa e aprire il cuore di tutti al dialogo e alla comunione.

Tracce di lettura

Il giorno in cui morirò, il priore di Baume, chiunque egli sia, offrirà a tutti i fratelli, sia in refettorio sia in infermeria, il menù dei giorni più grandi e delle solennità maggiori, vale a dire buon pane, fave, vino prelibato, pesci fra i più grandi e gustosi. Quanto ai malati, se non è un giorno d'astinenza maggiore, verrà servita loro una splendida porzione di carne. Lo stesso giorno saranno offerti a cento poveri pane, vino e carne o, se è giorno di pubblica astinenza, li si sazierà con alimenti che è possibile mangiare in tali giorni. E tutto questo, per grazia di Dio, lo si farà sempre in occasione dell'anniversario della mia morte. Finché sarò in vita, questa speciale refezione verrà servita, senza alcuna restrizione, ai fratelli e ai poveri, il 9 delle calende di novembre, cioè la viglia della consacrazione della nostra chiesa maggiore.
(Pietro il Venerabile, Costituzioni di Baume)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

sabato 9 maggio 2020

Fermati 1 minuto. La fede è certa

Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute, e voi le otterrete. Marco 11,24

Quando a John Wesley fu chiesto "Qual è quella fede per cui siamo santificati?" egli rispose: Prima di tutto credi che Dio ha promesso di salvarti da ogni peccato e di colmarti della sua santità; secondo, credi che egli è capace di salvarti completamente; terzo, credi che egli non solo ha promesso ed è capace, ma anche che vuole salvarti completamente, purificarti da ogni peccato e riempire il tuo cuore di amore. Credi infine che egli vuole tutto questo adesso: non quando morirai, non un giorno distante, non domani, ma oggi. Infine, credi che quanto hai domandato pregando lo hai ricevuto.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

venerdì 8 maggio 2020

Fermati 1 minuto. Credo che Gesù Cristo mi santifica adesso

Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. Luca 11,9

Lo Spirito Santo ci ha dato la certezza di essere figli di Dio. Leggendo le Scritture e meditandole nel nostro cuore abbiamo scoperto che Dio ci chiede di essere santi e ci dona i mezzi per diventarlo. Abbiamo consacrato tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo sull'altare di Dio. 
Sappiamo che Dio ci vuole santi e che può renderci tali proprio adesso. Esitare significa dubitare sulla sua capacità di fare ciò che promette. Così, senza timore e senza esitazione facciamo un passo avanti e affermiamo in sette semplici parole: "Credo che Gesù Cristo mi santifica adesso".

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Giuliana di Norwich: «Ogni cosa andrà bene»

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Giuliana di Norwich, mistica medievale e prima scrittrice inglese in lingua volgare.
Giuliana visse in un’epoca non facile. Di lei sappiamo poco, nemmeno in quale località nacque. Fu comunque un luogo nell’Inghilterra della seconda metà del 1342. Il dato certo è che morì a Norwich, città a circa duecento chilometri da Londra, intorno al 1416 o forse nel 1430. Nemmeno il nome è sicuro: si chiamava Katherine e si era sposata molto giovane. La peste le portò via il marito e due figli. Il nome di Giuliana fu preso dopo essersi ritirata in una cella vicina alla chiesa di San Giuliano, a Norwich.

Statua di Giuliana, Cattedrale di Norwich
Giuliana, statua nella Cattedrale di Norwich

Periodo non facile quello in cui visse, a cominciare dalla guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra che sembrava non finire mai. Da parte sua, la Chiesa era attraversata dallo scisma d’Occidente, con Papi e antipapi che si contendevano la sede di Pietro. Tutto ciò non faceva che aumentare il senso di precarietà nei popoli europei. In primo luogo, a causa della peste nera, il temibile flagello che imperversò sul Continente a ondate cicliche, a cominciare dal 1347.

Al flagello non sfuggì nemmeno Norwich, al punto che metà dei suoi abitanti ne fu vittima. Giuliana rimase colpita dalla drammatica situazione dei suoi concittadini: da una parte vedeva l’immensa sofferenza, dall’altra una sensazione di impotenza la pervadeva. Anche la Chiesa era colpita nei suoi ministri. Molti sacerdoti morivano di peste e non c’era chi amministrasse i sacramenti. Intere parrocchie erano senza guida spirituale. La disperazione si impossessava della città e faceva presagire la fine del mondo. Ma Dio ispirò Giuliana perché parlasse al suo popolo e lo rincuorasse.

Giuliana si era rifugiata nell'Abbazia benedettina di Carrow, dove probabilmente ricevette una formazione biblica e patristica, che trasparirà dai suoi testi.
Fu allora che la donna visse un’esperienza mistica particolare. Nel maggio del 1373, all’improvviso, venne colpita da una violenta malattia (forse peste) che in tre giorni la condusse quasi alla morte. Il sacerdote che giunse al suo capezzale nel mostrarle il Crocifisso fu testimone di un prodigio. Giuliana guarì immediatamente. Seguirono sedici rivelazioni che mise per iscritto e commentò nel suo libro Rivelazioni dell’Amore divino. Il suo testo non è una catechesi, ma la condivisione con gli altri di ciò che aveva visto e udito.

Riacquistata la salute la donna si rinchiuse in una cella a fianco del santuario di San Julien a Norwich, per meditare le rivelazioni divine. Nella sua piccola dimora si dedicò alla preghiera, allo studio, alla meditazione, sviluppando un’acuta sensibilità umana e spirituale. 
Il luogo della sua reclusione divenne un punto di riferimento per le donne e gli uomini della sua città e del contado. Si recavano da lei mercanti e signori, poveri e disperati, laici e religiosi. Tutti a chiedere consigli a questa donna che si intratteneva con loro dall’unica finestra aperta. Con la sua scelta di vivere separata, Giuliana non scappò dal mondo, ma si collocò al centro del mondo per aiutare i suoi concittadini attraverso l’incontro quotidiano con Dio. Ben presto la stima nei suoi confronti crebbe al punto che molti possidenti intestarono a lei i loro testamenti. Ma niente rimase di sua proprietà, tutto donò per confortare e consolare chi aveva più bisogno. Fu così che per i suoi contemporanei ella divenne “Madre Giuliana”: una mamma a cui ricorrere, un punto di riferimento sicuro nei momenti più bui dell’esistenza, con la certezza che in lei chiunque avrebbe trovato consolazione e comprensione.

La sua spiritualità era semplice e si basava sull’assoluta fiducia nella Provvidenza divina alimentata dall’amore infinito del Creatore per le sue creature. Giuliana è la mistica della gioia e dell’ottimismo, per questo suscitò tanta ammirazione da parte della gente. Assicurava i suoi amici che, nonostante i tempi difficili, il Signore restava vicino, accanto a ognuno. Grazie alla sua esperienza mistica giungerà ad affermare che l’amore di Dio per l’uomo è come quello di una mamma per i suoi figli. Giuliana parla di tenerezza, di dolcezza, di sollecitudine per l’umanità da parte del Signore. Questa grande donna, venerata sia dalla Chiesa cattolica, sia dalla Comunione anglicana, lascia a ognuno di noi una consegna e una speranza anche in questi tempi difficili: «Ogni cosa andrà bene» (Rivelazioni, Capitolo 27).

Tracce di lettura

Dopo ciò io vidi, contemplando, il corpo che sanguinava abbondantemente come durante la flagellazione, ed era così: la pelle splendente era lacerata da profonde ferite che penetravano nella tenera carne a causa dei duri colpi su tutto il dolce corpo. Il sangue caldo scorreva con tale abbondanza che non si riusciva a vedere né le pelle né le ferite, perché tutto era coperto di sangue. E quando giungeva al punto in cui avrebbe dovuto cadere scompariva. Ciò nonostante il sangue continuò a scorrere per un certo tempo, fino a che potei osservarlo con attenzione. Ed era così abbondante che mi venne da pensare che se fosse stato veramente fatto di sostanza reale avrebbe insanguinato tutto il letto e sarebbe traboccato tutto all'intorno.
Allora mi venne in mente che Dio ha creato abbondanza di acque sulla terra per il nostro uso e per le nostre necessità fisiche secondo il tenero amore che egli ha per noi. Ma tuttavia egli preferisce che noi prendiamo come medicina perfetta il suo sangue beato per lavarci dai nostri peccati: questa è la bevanda che egli desidera darci più di qualsiasi altra nel creato. Perché il suo sangue è abbondantissimo, così come è preziosissimo per virtù della beata divinità. Ed è della nostra stessa natura, e per la nostra beatitudine esso scorre sopra di noi per virtù del suo amore prezioso.
Il preziosissimo sangue di nostro Signore Gesù Cristo, così come è veramente inestimabile, è altrettanto veramente sovrabbondante. (Giuliana di Norwich, Rivelazioni, Capitolo 12)