«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8


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Dio ci raggiunge in terra straniera


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità fisica, e da ogni pensiero malvagio che possa assalire e ferire la nostra anima. Per Cristo nostro Signore. Amen


Letture:

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Se nel Vangelo della prima domenica di Quaresima abbiamo ascoltato la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero, oggi Matteo ci narra di un altro “ritiro” compiuto da Cristo. Siamo all’incirca a metà di questo vangelo, e vediamo che cominciano a crescere le incomprensioni tra le folle e i contenuti della predicazione di Gesù. Sebbene in molti ancora continuino a seguirlo, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non accetta di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato. Capita ancora oggi, molto spesso, di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza. Ma quando viene proposto come il Figlio di Dio, il Messia che ci redime dalla fragilità umana, colui che ci libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”, ecco che allora sale la contestazione.
Molti sono coloro che voglio un Gesù a proprio piacere, che vogliono prendere dal vangelo ciò che fa comodo e lasciare da parte le verità scomode. Perché l’orgoglio umano non è capace di accettare la sovranità di Dio, la sola che può porci al riparo dai pericoli dell’anima e del corpo, mentre ci troviamo nella terra straniera, nella terra dell’esilio. Infatti, se non ci poniamo al servizio di Dio, l’unica alternativa è la schiavitù del demonio, con le sue seduzioni, con i suoi inganni, con i suoi tormenti.
Non sappiamo in che modo il diavolo tormentasse la figlia della donna cananea. Ma sappiamo che siamo stati creati per godere della piena comunione con Dio e, come afferma Sant’Agostino, la nostra anima è inquieta finché non riposa in lui.
I miracoli e gli esorcismi compiuti da Gesù e narrati nei vangeli attestano la sua signoria sul “principe di questo mondo”, che è stato spodestato da Cristo con il superamento delle tentazioni nel deserto, nelle angosciose ore al Giardino degli ulivi e con la vittoria della Croce. Il Regno di Dio è vicino, e questo tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù affaticato dal suo ministero e dalle contestazioni alla sua predicazione, esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Era, questa, una località vicino al mare, una sorta di luogo di villeggiatura se vogliamo, dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato contemplavano addirittura il sacrificio di bambini al dio Moloch e la prostituzione sacra. Per tale ragione queste genti erano fortemente disprezzate da Israele.
Questo “ritiro” durante il suo ministero, rappresentò una occasione propizia per la manifestazione del grande atto di fede di una donna pagana; così ancora oggi il Vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, contestazione nelle nostre famiglie, nelle nostre terre, che hanno alle spalle generazioni, secoli e millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce grandi frutti in territori geografici, sociali ed esistenziali inaspettati.
Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, come ancora oggi non teme di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che non comprendono il senso profondo della sua missione. Il suo Regno è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Così Gesù ci ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non vi mettete a dire in voi stessi: Noi abbiamo Abramo per padre! Perché vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figliuoli ad Abramo” (Luca 3,8).
È dunque sorprendente il titolo impiegato dalla donna cananea per rivolgere a Gesù a sua supplica: “Figlio di Davide”, un chiaro titolo messianico, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù, di fronte alla sua richiesta di guarire la figlia “tormentata da un demone”. Inizialmente il Signore si mostra distaccato, quasi non voglia ascoltare la sua preghiera. Poi spiega alla donna che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra.
Il Signore utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici” - mentre la maggior parte degli israeliti avrebbe parlato più drasticamente di “cani selvatici” – ma si lascerà convincere dall’insistenza della sua preghiera, una preghiera molesta, per gli apostoli, che chiedono al loro Maestro di “mandare via” questa donna. E si lascerà convincere dal suo atteggiamento di fede, espresso non soltanto con le parole, ma con una prostrazione, atto rivolto solitamente alla divinità. Gesù si lascia convincere a compiere il miracolo dall’atteggiamento umile di questa donna, che non si offende per le parole che le sono state dette, ma riconosce la propria idolatria e chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato. Se la nostra preghiera rimane inascoltata allora, è perché dobbiamo pregare con più insistenza: Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1). Se la nostra preghiera rimane inascoltata è perché non siamo ancora riusciti a vincere del tutto la nostra natura idolatra; come ricorda Meister Eckart, infatti, quando chiediamo a Dio qualcosa che non sia Dio preghiamo male e chiediamo male: quando mettiamo Dio a un posto che non sia il primo, quando adoperiamo ciò che è buono e piacevole non per dare lode a Dio, ma con superficialità e per opportunismo; quando sacrifichiamo i più deboli ai demoni del nostro egoismo, delle guerre, delle ingiustizie, dell’indifferenza.


Rev. Luca Vona


Far tornare a fiorire il deserto


COMMENTO ALLA LITURGIA PER LA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen


Letture:

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.
L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino “ob-audere”, ovvero “prestare ascolto”. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile o, peggio, da ruffiani; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.
L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo testamento.
“Ascolta Israele”, “Shemà Israel”, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: “Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno” (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: “Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.
Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosé era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quarant’anni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.
Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio.
Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: “chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,14).
Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.
Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso.
Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.
In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, ritroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).

Rev. Luca Vona


Condividere la natura di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI QUINQUAGESIMA


Colletta

O Signore, che ci hai insegnato che tutte le cose, senza la carità non valgono nulla; manda il tuo Santo Spirito e infondi nei nostri cuori il dono eccellente dell'amore, vero vincolo di pace e fonte di ogni virtù, senza il quale, chiunque vive è considerato morto ai tuoi occhi. Concedici questo per la grazia del tuo unico Figlio Gesù Cristo. Amen.

Letture:

1 Cor 13,1-13; Lc 18,31-42

Sul finire del periodo che separa l'Epifania dalla Quaresima la lettura del Vangelo di oggi ci conduce alla manifestazione del destino terreno di Gesù, che si compie nella sua passione e morte. Per preparare i suoi discepoli a questo evento traumatico ed evitare che ne restassero scandalizzati il Signore gli rivela che le profezie degli antichi profeti dovranno adempiersi in lui e che, dunque, quella catastrofe, non sarà altro che una parte del piano salvifico di Dio.
Proprio perché nulla dovrà più restare nascosto, Gesù compie il grande miracolo della guarigione del cieco Bartimeo, non impedendogli, a differenza da quanto accadeva per i miracoli compiuti all'inizio del suo ministero, di testimoniare a tutti quanto accaduto. Nessuna cautela, infatti, è più necessaria, poiché l'odio dei nemici di Cristo è giunto ormai al suo culmine e, approssimandosi il suo sacrificio, egli deve farsi riconoscere da tutti come il Messia atteso da Israele. Ed è proprio un cieco, in questo episodio evangelico, a riconoscere Gesù come una persona divina, a proclamarlo Figlio di Davide, caratteristico titolo messianico. La ferma fede di Bartimeo e la sua preghiera insistente si elevano al di sopra del fragore della folla, giungendo fino alle orecchie del Salvatore. «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore» afferma Dio mediante il profeta Geremia (Gr 29,13). Bartimeo vede esaudita la sua preghiera non solo per la sua fede incrollabile, che ignora coloro che gli intimano di tacere, ma anche perché chiede con profonda umiltà, non pretendendo nulla per un suo presunto diritto, ma attribuendo ogni merito alla libera e sovrana compassione di Dio. È, questa, la stessa insistenza con cui ci invita a pregare Gesù nel Vangelo di Luca, nella parabola dell'amico importuno, dopo avere insegnato il Padre nostro:  «Chi è fra voi colui che ha un amico, che va da lui a mezzanotte, dicendogli: "Amico, prestami tre pani, perché un mio amico in viaggio è arrivato da me, e io non ho cosa mettergli davanti"; e quello di dentro, rispondendo, gli dice: "Non darmi fastidio, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me; non posso alzarmi per darteli"? Io vi dico che anche se non si alzasse a darglieli perché gli è amico, nondimeno per la sua insistenza si alzerà e gli darà tutti i pani di cui ha bisogno» (Lc 11,5-8).
Bartimeo ci offre anche l'esempio della gratitudine con cui siamo chiamati a rispondere alla grazia di Dio: non appena guarito, egli getta via la sua veste e inizia a seguire Gesù. All'amore di Dio si risponde con la conversione e il discepolato. Ritrovare la vista e continuare a vestire i panni di un cieco, restando nel proprio giaciglio anziché andare per il mondo ad ammirare e testimoniare le meraviglie di Dio non avrebbe alcun senso.
Se è triste constatare che molti, anche cristiani, cercano la soluzione dei propri problemi ovunque, fuorché nella preghiera e nella fede, ancor peggio è invocare il Signore nel giorno dell'afflizione e dimenticarsi di lui al momento della liberazione dalle nostre pene.
La guarigione del cieco ci attesta anche che i risultati della fede sono proporzionali alla sua estensione, alla nostra capacità di riconoscere in Gesù il Figlio di Dio e dargli sovranità sulle nostre vite.
Cristo, luce del mondo, come viene presentato nel prologo del Vangelo di Giovanni e come egli stesso si proclama nel medesimo Vangelo, apre i nostri occhi alle meraviglie della carità di Dio, della quale dobbiamo farci imitatori, come esorta l'apostolo Paolo.
Lungi dall'essere una mera forma di elemosina, magari un modo per alleggerirci la coscienza donando quel che è meno che superfluo, la carità è l'amore disinteressato, che dona senza chiedere nulla in cambio e senza ricercare secondi fini. Paolo ce la presenta come virtù superiore alla fede che opera miracoli e sposta i monti, superiore a ogni altro dono che possiamo possedere. senza di essa non siamo nulla. Perché quando tutte le cose passeranno resterà solo ciò che siamo, non ciò che abbiamo. E agli occhi di Dio, che è amore, non siamo nulla se siamo privi di amore. Così ci ammonisce il Signore nel Vangelo di Matteo: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato nel tuo nome, e nel tuo nome scacciato demoni e fatte nel tuo nome molte opere potenti?". E allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità"» (Mt 7,21-23).
Non ci inganni il giudizio degli uomini, che possono lodarci per quel che abbiamo: scienza, eloquenza, beni materiali. Dio guarda a ciò che siamo.
Paolo considera la carità, insieme e al di sopra della fede e della speranza, come una virtù permanente, che oltrepassa la nostra vita terrena: «Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l'amore» (1 Cor 13,13). Giungerà il giorno in cui potremo contemplare Dio faccia a faccia e conoscerlo come noi stessi siamo da lui conosciuti; ma è in una speranza quieta, certa della propria soddisfazione, e in una fede che si trasforma in vista dell'infinità novita di Dio che noi lo possederemo eternamente nell'amore. La carità è la virtù più grande, non solo perché comprende in sé la fede e la speranza, ma perché ci rende partecipi della natura stessa di Dio.

Rev. Luca Vona




La tregua


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VI DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Dio, il cui unico Figlio si è manifestato per distruggere le opere del male e fare di noi i figli di Dio e gli eredi della vita eterna; concedici, ti supplichiamo, mediante questa speranza, di purificare noi stessi come Egli stesso è puro; affinché quando apparirà di nuovo con potenza e grande gloria, possiamo essere trasformati come lui nel suo regno glorioso; dove con te, o Padre, e con lo Spirito Santo, vive e regna, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Gv 3,1-8; Mt 24,23-31

Nella lettura di oggi ci viene rivelato il senso ultimo della manifestazione di Gesù come il Signore, nonché l’atto finale di questo processo in cui la sua gloria divina si dispiega nell storia, a partire dall’Incarnazione. Il perché della sua manifestazione ce lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera: “egli è stato manifestato per togliere via i nostri peccati” (1 Gv 3,5); ma anche “per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”. L’atto finale di questa manifestazione, che non si è conclusa con i misteri contemplati nel Natale e durante il periodo dell’Epifania, si compirà alla fine dei tempi, e ce ne offre una vivida descrizione Gesù stesso, le cui parole sono riportate da Matteo, che dedica due lunghi capitoli del suo Vangelo al sermone profetico di cui oggi abbiamo ascoltato una parte.
Scopriamo innanzitutto che la nostra storia ha un senso, una direzione, un polo di attrazione; non è il succedersi di eventi scollegati tra loro, sullo sfondo del ciclico ripetersi delle stagioni, degli anni e degli eventi naturali. I primi teologi cristiani ripresero due vocaboli greci per distinguere due diverse definizioni del tempo: kronos, che indica la dimensione puramente quantitativa del tempo, la scansione delle ore, dei giorni, delle stagioni, degli anni e così via; e kairòs, che indica la dimensione qualitativa del tempo, un qualche cosa di specifico che accade e si sta svolgendo, tra un “già” e un “non ancora”.
Cristo venne considerato il Signore del tempo, inteso come kairòs. Colui che ha vinto la morte, ha vinto anche cronos, il tempo divoratore, che consuma ogni cosa. Cristo domina il tempo, conducendone le trame verso lo svolgimento finale della storia umana. Anche per culture come quella greca o quelle dell’estremo oriente, che avevano una visione circolare della storia, intesa come “eterno ritorno”, nel continuo ripetersi di eventi simili, vi era la credenza in un tempo situato “oltre” questa ciircolarità, che i greci definivano aion. È questo il tempo dell’eternità, e i primi cristiani identificarono in Cristo il Signore che ha gettato un ponte fra queste due dimensioni della temporalità. La storia si chiuderà con il suo ritorno. Questo secondo Avvento sarà completamente diverso dal primo, perché, ci dice il Vangelo, sarà “come il lampo che esce da levante e sfolgora fino a ponente” (Mt 24,27). Dio, che aveva spogliato se stesso (Fil 2,5-11), manifestandosi nella fragilità di un bambino, condividendo con noi sofferenze e fatiche, accettando umilmente una condanna infamante e assoggettandosi alla morte, bevendo fino in fondo il calice della sua Passione, ritornerà alla fine dei tempi manifestandosi  in tutta la sua gloria divina, non più in maniera circoscritta, come era accaduto durante la sua esistenza terrena in Galilea, con i suoi miracoli o con la sua Trasfigurazione; ma questa volta con una tale maestà, che tutti gli uomini e l’intera creazione saranno sconvolti dal suo apparire.
Il monaco inglese Beda il Venerabile, vissuto a cavallo tra VII e VIII secolo ci ha lasciato nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, il racconto della conversione del potente re Edwin al cristianesimo. La decisione viene presa dal re dopo aver ascoltato i suoi consiglieri, uno dei quali gli offre una parabola molto suggestiva della nostra esistenza, paragonandola a quella di un passero che, durante un temporale, entra da una finestra aperta nella stanza dove il re sta banchettando con i suoi nobili, per fuoriuscire subito da un’altra finestra del salone. In quel breve momento, in cui giunge nella stanza come un lampo, il passero è al riparo dal temporale, ma un attimo dopo ritorna nel freddo e oscuro inverno da cui è venuto. Così è la nosra breve ed effimera esistenza secondo il consigliere del re; di quel che c’è prima e di quel che c’è dopo non sappiamo nulla e se questa nuova religione ci dà una certezza è giusto seguirla.
Il racconto del consigliere di re Edwin, riferito da Beda e ripreso dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nella sua opera Il Tempo, grande scultore, offre una rappresentazione drammaticamente realistica della nostra vita terrena, ma le letture di oggi ci conducono molto al di là una religiosità vissuta in modo consolatorio. Perché capovolgendo le immagini appena descritte potremmo dire che il mondo e il tempo in cui siamo inseriti rappresentano l’infuriare della tempesta, mentre la presenza di Gesù tra gli uomini durante la sua vita terrena e l’esperienza che facciamo di lui nella fede, rappresenta come un bagliore nella notte. L’umanità e la nostra anima trovano in Cristo una tregua dall’infuriare della tempesta del mondo, quel mondo che, ci ricorda Giovanni, ci odia, perché prima ha odiato Cristo (Gv 15,18; 1 Gv 3,1); quel mondo che è nelle mani del nemico. Ma il principe di questo mondo, il diavolo, è stato sconfitto dalla morte e resurrezione di Cristo, e questa sconfitta sarà manifestata nel compimento del tempo presente, quando le sue opere saranno distrutte (1 Gv 8) ed egli sarà definitivamente “cacciato fuori” (Gv 12,31).
È questa speranza, ci ricorda la colletta di oggi, ispirata alla prima lettera di Giovanni, che ci purifica e ci rende santi. Non dunque una speranza come puro stato psicologico ed emotivo. Ma una speranza intesa come virtù cristiana, suscitata dallo Spirito Santo, che abbiamo ricevuto nella fede, “per l’amore che il Padre ha profuso sopra di noi, facendoci chiamare figli di Dio” (Gv 3,1).
L’esperienza di Dio nella fede ci offre di lui una visione furtiva, come un bagliore nel temporale; inafferrabile, come un passero che attraversa la tavola imbandita delle cose caduche di questo mondo. Eppure, il fulmine ci indica uno squarcio, un varco nel cielo; il passero ci indica una direzione, anche se, come lo Spirito, non sai da dove viene e dove va (Gv 3,8).
Quell’esperienza furtiva, quell’esperienza di “tregua”, ci dona nella fede la certezza che “quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2). Amen.

Rev. Luca Vona


I tempi e i modi di un Dio mite e paziente


COMMENTO ALLA LITURGIA V DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Col 3,12-17; Mt 13,24-30

Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo ci mostra Gesù che ammaestra le folle, seduto in riva al mare, parlando in modo semplice, attraverso parabole. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. Dopo tanti secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi, per lo più lavoratori dei campi, abitanti di contesti rurali, o studenti di botanica. Questa pianta è un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scuri e allungati. I discepoli rimasero molto colpiti dalla parabola della zizzania ma faticarono a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a casa, chiesero a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). Gesù mediante questa narrazione ci offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permetta il suo proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi una epifania negativa, speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che San Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt 13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono prima che possa germinare (Mt 13,4.19), ma mentre gli uomini dormono (Mt 13,25) getta nel terreno un cattivo seme. L’intento del nemico è chiaro: mettere in cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano. All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e propongono la soluzione di estirpare l’erba infestante. Ma il padrone del campo ha deciso di lasciare crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba malvagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono. Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare? Questa domanda viene rivolta spesso a noi credenti, e in verità se la era posta già tanti secoli fa l’autore del Salmo 73, il quale affermava: “quasi inciampava il mio piede… perché portavo invidia ai vanagloriosi, vedendo la prosperità dei malvagi… Ecco costoro sono empi, eppure sono sempre tranquilli… Invano dunque ho purificato il mio cuore… Perché sono colpito tutto il giorno e castigato ogni mattina. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho considerato la fine di costoro. Certo tu li metti in luoghi sdrucciolevoli… Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai, disprezzerai la loro vana apparenza”. Mentre nella parabola della zizzania il sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano il nemico era andato a mettere il seme cattivo nel terreno, qui abbiamo la curiosa immagine di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo “sonno di Dio” è una metafora accattivante, per descrivere il tempo della misericordia del Signore, che ci separa dal tempo del suo suo Giudizio. Perché Dio, che appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,8), egli che non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez 33,2) ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione. Ecco perché consente al male di prosperare insieme al bene, non solo nel mondo, ma purtroppo anche nelle nostre vite. Molti vorrebbero che Dio eliminasse tutto il male subito. Come è possibile che possa tollerare la vita di esseri umani capaci di diffondere sofferenza e morte? Ma se dovesse sposare le nostre agitazioni interventiste dove si dovrebbe fermare la mano di Dio? Dove si dovrebbe fermare la mano di un Dio infinitamente puro, infinitamente buono, l’unico di cui possa essere predicata in modo assoluto e veritiero la bontà? Dovrebbe Dio togliere di mezzo l’uomo che ha ordinato lo sterminio di milioni di altri uomini? O basterebbe uccidere un solo uomo per meritare la morte da parte di Dio? E la mole di ingiustizie, indifferenza, superficialità, quel male silenzioso e apparentemente “banale” che provoca immense sofferenze a tanti esseri umani? Non dovrebbe essere punito anche quello? A dire il vero basta esaminare le nostre coscienze, senza lanciarsi in grandi analisi geopolitiche e sociali, per vedere quanto grano e quanta zizzania siano presenti nelle nostre singole vite, nel nostro cuore. Un’altra domanda pressante è infatti: perché, nonostante la grazia e la parola di Dio che operano in me sono ancora tanto imperfetto? Siamo capaci di renderci docili alla parola di Dio e di consentire a questa di portare buoni frutti, ma cadiamo spesso addormentati e consentiamo al nemico di seminare e far germinare in noi il male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella di chi ci circonda, drenando energie a noi stessi e agli altri, ostacolando il benessere e la crescita spirituale, il fruttificare della parola di Dio in noi e nel mondo. Meno male, allora, che Dio è misericordioso; i suoi tempi sono i tempi dell’agricoltore paziente.
Il profeta Elia era pieno di zelo per il Signore e aveva sterminato tutti i profeti di Baal, una divinità pagana che avevano iniziato ad adorare anche gli Israeliti. Fuggito sul monte Horeb, Dio, che era apparso in precedenza a Mosè nel fuoco e nel tuono, si manifestò a Elia, dopo una serie di sconvolgimenti naturali: prima un vento impetuoso, poi un terremoto, poi un incendio devastante; infine, una brezza leggera, “una voce, come un dolce sussurro” (1 Re 19, 12); ed egli si coprì il volto perché comprese che proprio in quella era presente il Signore.
Rispettiamo, dunque i modi e i tempi di Dio, per il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), e obbediamo alla sua volontà, lasciando che il grano e la zizzania maturino insieme. Allora i suoi servi li separeranno. Meditiamo e custodiamo la Parola di Dio nel nostro cuore; agirà come una brezza leggera, che accarezza un terreno fertile.


Rev. Luca Vona


Senza il timore di sporcarsi le mani


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA IV DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Dio, che sai che ci troviamo in mezzo a molti e grandi pericoli e che per la fragilità della nostra natura umana non possiamo neanche reggerci in piedi; concedici forza e protezione, per trovare supporto in ogni avversità e superare ogni tentazione. Amen.


Letture:

Rm 13,1-7; Mt 8,1-17

Prosegue nel ciclo liturgico annuale la serie delle domeniche denominate “dopo l’Epifania”. Nelle scorse quattro settimane abbiamo ascoltato le letture sulle quattro grandi manifestazioni di Gesù come Dio e Redentore dell’umanità: la nascita a Betlemme, l’adorazione da parte dei Magi, il battesimo al Giordano, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Con la lettura di oggi entriamo in una dimensione un po’ più “quotidiana” e “ordinaria”, dentro la quale irrompe la straordinarietà del Figlio di Dio, con la sua predicazione e con diversi miracoli di guarigione e liberazione. Si tratta di parole e gesti spesso sovversivi nei confronti di alcune prassi della religiosità giudaica; a cominciare proprio dai due miracoli narrati nel Vangelo di oggi: la guarigione del lebbroso e la guarigione, a distanza, del servo del centurione.
Le due narrazioni si collocano subito dopo il lungo discorso sul monte, ai capitoli 6 e 7 del Vangelo di Matteo; discorso che dovrebbe costituire lo regola di vita di ogni cristiano. E sottolineo di ogni cristiano, non di coloro che si consacrano a qualche forma particolare di vita religiosa, ma di ogni cristiano che voglia vivere seriamente la propria fede nella vita di ogni giorno. Quanto poi sia possibile mettere in pratica, con le sole proprie forze, quella regola di vita, è un altro discorso, che merita un approfondimento a sé. Dopo questo lungo sermone, dunque, Gesù scende dalla montagna e comincia subito a mettere in pratica quanto ha predicato. La prima persona in cui si imbatte è un lebbroso; la religiosità giudaica, attenendosi al libro del Levitico, considerava i lebbrosi impuri, e impuro diventava chiunque avesse avuto un contatto fisico con loro. Quest’uomo vive, dunque, non solo uno stato di profonda sofferenza fisica, ma anche morale, determinata dalla solitudine e dall’emarginazione, che spesso anche oggi caratterizzano lo status del malato. Ma il lebbroso è convinto che Gesù possa guarirlo. La sua fede rappresenta la risposta dell’uomo sofferente alla predicazione del Salvatore. La fede, spesso definita un “dono”, che il Signore elargirebbe capricciosamente a chi più a chi meno e a chi niente, diventa invece qui la risposta attiva dell’uomo alla Parola di Dio. Il dono è la parola di Dio, che ci annuncia la salvezza per grazia. La fede è ciò con cui siamo chiamati a rispondere a questo dono. Gesù, di fronte alla fede del lebbroso, che lo riconosce come Signore, adorandolo, e afferma “se vuoi, tu puoi mondarmi” contravviene apertamente alle regole della propria religione; davanti alle “grandi folle” che lo hanno seguito, “distesa la mano” (in segno di benedizione e di salvezza) “lo toccò”. E in quell’istante egli fu guarito. Ecco un’altra Epifania della potenza di Dio, nel quotidiano, nel tempo “ordinario”; Gesù viene riconosciuto come Signore e ci manifesta la natura profonda di Dio: un Dio che non ha timore di toccare con mano la nostra miseria, ma che la raggiunge e la sana con la sua benedizione, con la sua grazia. Così dovremmo agire anche noi con gli altri uomini, senza paura di “sporcarci le mani” per annunciare il Vangelo. Non siamo chiamati a formare “combriccole” di bigotti, ma a raggiungere e lasciarci raggiungere da ogni essere che condivide la nostra natura umana, ferita dal peccato e da mille infermità.
La conferma arriva anche dall’episodio immediatamente successivo, dove un centurione romano, considerato dai giudei un impuro perché pagano, e un nemico perché rappresentante del potere politico e militare che opprimeva la loro nazione, si presenta a Gesù per chiedere la guarigione di un servo che giace in casa paralizzato e soffre grandemente. La risposta di Gesù è ancora una volta sovversiva: “Io verrò e lo guarirò”. Gesù propone di andare a casa stessa del centurione, una azione “scandalosa”, perché contravveniva alle norme religiose che prevedevano il divieto di entrare in casa di un pagano, per di più nemico della nazione. Ma non poteva agire diversamente colui che aveva appena predicato l’amore per i propri nemici e che aveva detto: “Qual è l'uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,9-11). Un altro raggio della rivelazione evangelica squarcia le nubi del timore per l’impurità rituale, manifestando il mistero della paternità universale di Dio; questa, si allarga oltre i confini del popolo eletto, all’intero genere umano, immerso, come ci ricorda la colletta di oggi, “in molti e grandi pericoli”, alla ricerca di “forza, protezione e supporto in ogni avversità e tentazione”.
Il centurione è pienamente consapevole di questo stato di miseria e fragilità che caratterizza la condizione umana, e lo attesta con le parole “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto”; la sua risposta di fede nei confronti della Parola di Dio è altrettanto grande: “di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito”. E così avverrà.
È la Parola di Dio che guarisce, quella parola che la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12) definisce “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli”, capace di penetrare “fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla”; quella parola con cui Dio ha creato il mondo e guidato il suo popolo attraverso il deserto e nella terra dell’esilio.
Dopo secoli in cui il popolo è stato tenuto lontano dalla Bibbia, anche oggi, che disponiamo di eccellenti traduzioni in ogni lingua, l’analfabetismo biblico è fortemente diffuso. Manca, persino tra i protestanti a volte, l’abitudine a confrontarsi abitualmente con la Parola di Dio, ad ascoltare cosa il Signore ha da dirci riguardo i nostri problemi, le nostre paure, i nostri dubbi. Altre volte manca una risposta di fede forte alla Parola, la fiducia nella sua efficacia, nella sua capacità di trasformare realmente la nostra vita.
Impegnamoci a riscoprire la lettura delle Sacre Scritture; non lasciamo la Bibbia a raccogliere polvere in uno scaffale. Ascoltiamola, meditiamola, confrontiamoci con essa nelle cose ordinarie e straordinarie di ogni giorno. La nostra vita personale, ma anche quella collettiva, gli avvenimenti politici, la sottomissione all’autorità, cui ci chiama San Paolo nella lettura di oggi, invitandoci a essere buoni cittadini, devono avvenire mediante l’esercizio di un senso critico, alla luce della Parola di Dio. Allora potranno essere sanate le nostre ferite, individuali e collettive. Dice infatti il Signore, per bocca del profeta Isaia (Is 55,10-11): “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza avere compiuto ciò che desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata”. E così sia.


Rev. Luca Vona


Il ministero della felicità


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA III DOMENICA DOPO L’EPIFANIA



Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, guarda con misericordia le nostre infermità e in ogni nostro pericolo e necessità stendi la tua mano destra per aiutarci e difenderci. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,16-21; Gv 2,1-11

Il Vangelo di oggi ci presenta il primo miracolo pubblico di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Fin dai più antichi lezionari per il culto questo episodio è collegato all’Epifania, ovvero alla manifestazione di Gesù come il Signore, insieme agli episodi della nascita a Betlemme, dell’arrivo dei Magi e del battesimo al fiume Giordano.
È significativo che il primo grande miracolo pubblico di Gesù non sia una guarigione o una liberazione dai demoni, ma una manifestazione della sua potenza divina collegata a un evento gioioso, un miracolo che potremmo definire non strettamente “utilitaristico”, ma legato in quache modo a una componente “edonistica”, al piacere della convivialità.
Gesù, che pure, abbiamo ascoltato nella lettura della scorsa settimana, si era sottoposto al battesimo penitenziale di Giovanni, riprendendo la sua predicazione incentrata sul richiamo alla conversione, propone con il suo Vangelo una via che non è imperniata sulla macerazione ascetica, come a volte, nella storia, il messaggio cristiano è stato tradotto. Pur mettendoci in guardia contro il Principe di questo mondo che, ci dice in maniera molto chiara, è Satana (Gv 12,31), pur dichiarando davanti a Pilato che il suo Regno non è di questo mondo (Gv 18,36), Gesù è in grando di cogliere ed evidenziare quanto di buono c’è nella nostra vita terrena, l’amicizia, la condivisione della mensa con gli amici, tanto da essere criticato duramente, da coloro che lo definiscono un mangione e un beone, amico dei peccatori (Mt 11,18). La risposta di Gesù esprime tutto il suo sconforto verso una generazione che ha respinto tanto la testimonianza di Giovanni, profeta e penitente nel deserto, quanto la sua, di Pastore buono capace di andare incontro ai lontani per ricondurli al Padre: “Ma a chi paragonerò questa generazione? Essa è simile a fanciulli seduti nelle piazze, che si rivolgono ai loro compagni e dicono: ‘Noi vi abbiamo sonato il flauto e voi non avete ballato; abbiamo intonato lamenti e voi non avete fatto cordoglio’” (Mt 11,16-17). Il suo giudizio è molto severo verso coloro che non hanno saputo riconoscere la manifestazione del Signore nelle opere che egli ha compiuto: “Allora egli cominciò a rimproverare quelle città, in cui la maggior parte delle sue opere potenti erano state fatte, perché esse non si erano ravvedute” (Mt 11,20).
Il Vangelo di oggi dovrebbe portarci a riconsiderare il nostro rapporto, come credenti, con il mondo. Il mondo vuole farci suoi, legarci a sé; in qualche modo ci trascina verso il basso e, quando non riesce a vincere la nostra resistenza, scatena contro di noi il suo odio: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi” ci avverte Gesù (Gv 15,18). Eppure,
 noi siamo stati chiamati a essere nel mondo, a predicare il Vangelo in tutto il mondo, ad ogni creatura (Mc 16,15), e Dio stesso “ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio” (Gv 3,16). Il nostro atteggiamento verso questo mondo, con tutto ciò che lo caratterizza, compresa la nostra umanità, le nostre passioni, i nostri desideri, la ricerca stessa del piacere, non può essere di puro diprezzo. La riforma anglicana, che precorre quella metodista, è spesso stata definita una “Via Media” per la sua riscoperta della sobrietà evangelica, la cui etica radicale è sempre ben distante tanto dalla dissolutezza che dal rigorismo ascetico; per queso il messaggio evangelico, assimilerà nella cristianità occidentale, la virtù romana della mediocritas, ovvero la ricerca di un sano equilibrio tra la dimensione “orizzontale” della vita e quella “verticale”, tra le necessità del corpo e quelle dello spirito, la fuga da ogni eccesso. Ma nel primo cristianesimo è subentrata anche l’influenza di correnti filosofiche della Grecia antica, come lo stoicismo, che accentuavano la critica verso ciò che è “corporale”, fino alle forme più estreme, rappresentate ad esempio dall’eresia montanista e manichea. La cultura romana, ma per certi versi anche quella greca, avevano invece promosso, per l’uomo libero, l’ideale di una vita armonizzata tra otium et negotium, capace cioè di alternare la cura degli affari con la coltivazione delle arti liberali, della musica, della poesia, di tutto ciò che rende l’uomo libero dalla necessità. Il termine “ozio”, con il passare dei secoli è stato caricato di una connotazione negativa, divenendo sinonimo di “pigrizia”. Ma nel mondo antico, poi riscoperto dall’Umanesimo e dal Rinascimento, indicava la capacità di essere signori anche del proprio tempo libero, dedicandosi ad attività capaci di risollevare il corpo e lo spirito dalle fatiche quotidiane, avvicinando l’uomo alle espressioni di ciò che è bello, buono, vero, e dunque avvicinandolo al sommo bene che è Dio.
Il messaggio che ci comunica Gesù con questo primo miracolo, in cui trasforma in vino una trentina di litri di acqua (“sei contenitori contenenti due o tre misure l’uno”) è molto chiaro: l’uomo ha il pieno diritto di godere anche le gioie di questa vita. È questo messaggio è più che mai attuale nella nostra epoca, ossessionata dalla produttività e dall’efficienza. Spesso vengono ricordate le parole di Bob Kennedy, il quale disse che il PIL, il Prodotto Interno Lordo, misura tutto, eccetto ciò che rende le persone felici. La frase in realtà fu già affermata dall’inventore stesso del PIL, Simon Kuznets, nel 1934; e fu profetica se consideriamo quanto il nostro mondo sia ulteriormente scivolato in basso, in questa spirale utilitaristica, che relega l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo diabolico, che produce e consuma incessantemente, come un malato con la pancia strapiena ma incapace di avvertire alcun sapore sulla sua lingua.
La felicità, il piacere, nelle loro diverse espressioni, come l’arte, la poesia, il buon cibo, la sessualità, diventano un peccato solo quando vengono assolutizzati a discapito di altri aspetti altrettanto importanti della vita; quando rompono l’armonia e l’equilibrio con l’altrettanto necessaria coltivazione dei propri doveri, verso la famiglia, gli altri esseri umani, se stessi; quando vengono gettati in un meccanismo di produzione e consumo; quando da trampolino di lancio verso la crescita spirituale diventano una zavorra che ci impedisce di prendere il volo. Ma se li coltiviamo come un dono di Dio, fonte di ogni bene, e sappiamo porli al nostro servizio, piuttosto che renderci loro schiavi, allora stiamo realizzando uno dei più alti scopi della nostra vita. Perché Dio ci vuole felici, e vuole che la nostra gioia sia piena (Gv 15,11).

Rev. Luca Vona


La somma non fa il totale


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose nel Cielo e sulla terra; ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo, e concedi la pace ai nostri giorni; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

In queste settimane, dette “dopo l’Epifania”, che ci separano dalla domenica di Septuagesima, la quale segnerà l’inizio di un periodo pre-quaresimale, troviamo tre importanti episodi evangelici, che rappresentano fin dall’antichità, i tre momenti più importanti della manifestazione – “epifania”, appunto – del Signore all’umanità, al di fuori dei confini di Israele, ovvero al di fuori dei confini del “popolo eletto”.
Il primo episodio è quello narrato nel Vangelo per la messa del 6 gennaio, ovvero l’arrivo dei magi a Betlemme. I magi erano appunto sacerdoti e maghi giunti dall’Oriente, i quali scrutando il cielo avevano individuato la nascita del Figlio di Dio, che si recarono ad adorare. Rappresentano i popoli non israelitici, le altre religioni, che riconoscono - o riconosceranno - in Gesù il Salvatore.
Fin dai primi secoli cristiani però l’Epifania è stata associata a due altri importanti eventi, narrati, rispettivamente, nel vangelo di questa domenica e in quello che leggeremo domenica prossima. Questa domenica il primo capitolo del Vangelo di Marco ci offre il racconto del battesimo di Gesù al Giordano, da parte di Giovanni il Battista. Domenica prossima troveremo invece il racconto del miracolo alle Nozze di Cana, dove Gesù trasforma l’acqua in vino, manifestando la sua potenza mediante il suo primo “miracolo pubblico”.
Entrambi gli episodi sono una manifestazione della sua divinità. Al Giordano, infatti, dove egli si sottopone al battesimo penitenziale di Giovanni - non perché avesse peccato, ma per discendere nelle acque e santificarle - i cieli si aprono e la voce del Padre risuona per attestare, anche mediante lo Spirito che appare in forma di colomba, che Gesù è il Cristo, il Figlio prediletto, in cui Dio si è compiaciuto. Abbiamo qui non solo una rivelazione della divinità di Gesù, ma al contempo la manifestazione di Dio come Trinità, mistero alla cui vita siamo chiamati a partecipare. Se il battesimo di Giovanni, infatti, rappresentava un rito sostanzialmente penitenziale, che serviva a rimettere i peccati e a segnare una tappa importante di conversione a Dio in vista della nuova èra messianica, il battesimo cristiano ha una natura diversa e rappresenta una tappa più radicale: in esso veniamo incorporati a Cristo e riceviamo al contempo il dono dello Spirito che ci consente di chiamare Dio “Padre”.
Da qui l’indissolubilità dei riti di iniziazione cristiana – battesimo, crismazione ed eucaristia-, che nell’antichità – e ancora oggi nelle chiese orientali – vengono amministrati insieme e considerati in stretta complemetarietà. Questa prassi risale alla tradizione evangelica attestata da Gv 3, al dialogo in cui Gesù spiega al dotto israelita Nicodemo che è necessario “rinascere dall’alto” per vedere il Regno di Dio, è necessario “nascere da acqua e dallo Spirito”. La crismazione rappresenta proprio il sigillo dello Spirito. È inimmaginabile, infatti, l’incorporazione al Figlio, senza il dono dello Spirito che il Padre riversa su di lui e che il Figlio restituisce al Padre, nella circolarità dell’amore divino. Al tempo stesso, una iniziazione cristiana senza eucaristia sarebbe incompleta. Perché lo Spirito è Colui che ci consente di riconoscerci membra di uno stesso corpo, nei diversi carismi che ci sono stati donati. È ciò che afferma l’apostolo Paolo nel capitolo 12 della lettera ai Romani che abbiamo letto oggi, ma anche nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.
L’eucaristia realizza la comunione con il corpo di Cristo, che si manifesta nella stessa Chiesa, e ci consente di partecipare del dono dello Spirito con tutte le altre membra, di riceverlo e comunicarlo nella fede. In tal modo l’iniziazione cristiana – il battesimo, la crismazione, l’eucaristia – non sono mai fatti privati, che riguardano il singolo credente e la sua stretta cerchia di famigliari, che prendono parte al rito. Sono il mistero unico e tripartito, attraverso il quale la Chiesa ci è rivelata come realtà soprannaturale - molto di più della semplice somma dei credenti -, Corpo mistico di Cristo, edificata con pietre vive e vivificata dallo Spirito.
Nel cristianesimo non c’è spazio per una fede vissuta in maniera puramente individualistica, seguendo il Culto in televisione o meditando in privato qualche pagina della Bibbia. La fede autentica ci trasforma nella nostra relazione con Dio e con il prossimo, perché attraverso di essa il Signore ci rende causa efficiente ed efficace nell’edificazione del suo Regno, per concedere all’umanità giorni di pace autentica, la sua pace, non la pace come la dà il mondo, ma come soltanto lo Spirito di Dio può donare. Allora ogni uomo riacquisterà dignità e l’umanità si scoprirà come qualcosa di più della somma aritmetica dei singoli individui.

Rev. Luca Vona



Un sacrificio ragionevole


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Colletta

O Signore, ti supplichiamo, ricordati nella tua misericordia delle preghiere del tuo popolo; concedigli di riconoscere i propri doveri e donagli la grazia e la forza di portarle a compimento. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,1-5; Lc 2,41-52

Il ritrovamento di Gesù al tempio da parte di sua Maria e Giuseppe, dopo tre giorni dalla sua scomparsa, rappresenta una sorta di seconda epifania, poiché egli si fa trovare a discutere con i dottori della legge, di fronte ai quali mostra una sapienza inattesa. Egli, inoltre, afferma anche la sua figliolanza divina, che supera qualsiasi legame familiare terreno. Tale evento è una prefigurazione della sua resurrezione, avvenuta poprio tre giorni dopo la Passione. Il Figlio si mostra come colui che ha la perfetta comprensione del significato della Legge, e che può dunque svelarne i segreti anche ai sapienti di questo mondo.
In questo episodio evangelico, riferito solo da Luca, Gesù è un giovane ragazzo di dodici anni. Certamente la sua precocità nella conoscenza delle Scritture è determinata dalla sua natura di Verbo eterno, Figlio di Dio, ma possiamo forse ravvisare nella figura di Gesù al Tempio quella capacità di vedere il mondo con occhi nuovi, di rimetterlo in discussione, propria di chi ha un cuore giovane. Non che coloro che sono anagraficamente giovani abbiano sempre ragione. Anzi, la nostra società è persino troppo malata di giovanilismo, di genitori che si vestono come i figli, li inseguono nell'utilizzo degli stessi strumenti di comunicazione, cercano di fuggire e nascondere in ogni modo l'avanzare della propria età.
Vi è però la necessità di sapere andare controcorrente, di capovolgere i punti di vista consolidati, gli stereotipi e gli automatismi mentali, che rischiano di impedirci un pieno sviluppo umano, intellettuale e spirituale. Facciamo alcuni esempi: per secoli gli uomini hanno concepito la terra al centro dell'universo; hanno pensato che gettando dall'alto due sfere, l'una più pesante dell'altra, sarebbero cadute al suolo in momenti diversi; hanno creduto che gli uccelli volano per il loro sbattere delle ali. Persino il grande Leonardo da Vinci era incorso in quest'ultimo errore, provando e riprovando senza successo a costruire una macchina che potesse rendere l'uomo padrone dei cieli. Tutto ciò finché qualcuno come Galileo non mise in discussione le teroie consolidate, salì sulla torre di Pisa e gettò due differenti sfere, verificando che cadevano al suolo nello stesso momento. E ci vollero secoli, dal tempo di Leonardo, per comprendere che gli uccelli volano non per il loro sbattere le ali, ma per una particolare conformazione dell'ala e per la loro ossatura quasi cava. Solo così si poté imitare quella conformazione alare, riuscendo a far decollare il primo aeroplano.
Anche a livello morale è così: il mondo ci insegna e ci ripete tante stupidaggini, tante frasi fatte che impariamo a memoria, tanti automatismi di pensiero che ci portano a dare per scontate cose che magari vanno contro l'Evangelo. Ma proprio nell'Evangelo noi cristiani abbiamo la nostra bussola, e per questo l'apostolo Paolo ci invita a non conformarci allo spirito di questo mondo, ma a lasciarci trasformare, mediante un pieno rinnovamente del nostro spirito (Rm 12,2). Egli ci invita poi a conoscere, per esperienza, quale sia la volontà di Dio. La nostra fede non è cieca, anche se non abbiamo veduto, abbiamo ascoltato la parola di Dio, e abbiamo creduto perché abbiamo sperimentato la sua grazia, il suo Spirito. L'importanza dell'esperienza sarà enfatizzata dal fondatore del metodismo, John Wesley, che aggiungerà questo quarto pilastro ai tra dell'anglicanesimo, precedentemente codificati dal teologo Richard Hooker: Le Scritture, la Tradizione e la Ragione.
Dalla nostra esperienza di Dio e della grazia consegue la nostra offerta come sacrificio ragionevole. Questa definizione di Rm 12,1 è ripresa dall'antico canone romano per la liturgia e rimane in presente tanto nella Santa cena anglicana quanto nella liturgia codificata da Wesley per i primi metodisti.
Dopo millenni in cui Israele offriva a Dio capri, vitelli e frutti della terra, Gesù inaugura un'epoca in cui la nostra adorazione avviene in spirito e verità (Gv 4,23). Da cosa muove la nostra adorazione, il nostro sacrificio? Paolo ci dice "per le compassioni di Dio". poiché abbiamo ricevuto la salvezza, poiché abbiamo sperimentato la grazia di Dio, allora compiamo le opere buone che egli ci chiama a fare. Noi ci comportiamo bene e non adoriamo per ottenere la grazia, ma poiché abbiamo ricevuto la grazia cerchiamo di conformarci a Cristo, anziché allo spirito di questo mondo, e adoriamo il Padre.
Per la stessa ragione abbiamo il dovere di amare il nostro prossimo; come potremo infatti comportarci male con coloro che Dio ha salvato? In tal senso, ci sentiamo, ed effettivamente siamo, membra di uno stesso corpo, sebbene con diverse funzioni.
In un tempo, quale quello in cui viviamo, in cui giustamente si rivendicano molti diritti, non possiamo dimenticare la necessità di esercitare anche alcuni doveri. Per la verità, ad ogni diritto corrisponde in maniera speculare un determinato dovere. Il genitore e il maestro hanno il dovere di insegnare, perché il fanciullo e l'alunno hanno dil diritto di imparare; sostentarci con il lavoro e al contempo un nostro diritto e un nostro dovere.
Anche amare Dio è un privilegio che ci è stato concesso per grazia, mediante la liberazione dal peccato. è nostro dovere non sprecare un tale privilegio.

Rev. Luca Vona


Riconoscere l'essenziale


COMMENTO ALLA LITURGIA DELL'EPIFANIA 

Colletta

O Dio, che attraverso la guida di una stella hai manifestato il tuo unigenito Figlio ai Gentili, concedi misericordioso a noi che ti conosciamo  mediante la fede, di poter fruire, dopo questa vita della tua gloriosa divinità; per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Ef 3,1-12; Mt 2,1-12

"Dov'è il re dei Giudei"? I magi compirono un lungo viaggio per trovarlo e adorarlo. Dopo più di duemila anni, tanti cristiani ormai solo di nome non si pongono manco più la domanda. Compirebbero un lungo viaggio per visitare un paesaggio esotico, oppure, in maniera meno edonistica, per trovare un lavoro più sicuro e redditizio. Compirebbero il lungo viaggio della vita, che è sempre un batter d'ali, per quanto longevi si possa essere, adorando cose che sono per la maggior parte del tutto inutili, peggio ancora dannose. Perché quando adoriamo la cosa sbagliata ci rendiamo servi, ma non servi come Paolo, che si definisce così perché è con grande umiltà che si riconosce chiamato a far conoscere il mistero della grazia rivolta ai pagani, non servi come Paolo, che si sente libero anche in catene, per avere adempiuto la vocazione cui era stato chiamato. Servire e adorare il mondo significa affaticarsi inutilmente per cosse prive di valore, moltiplicare le nostre preoccupazioni, in una febbrile ansia di accumulo e ostentazione, sottrarre tempo prezioso a ciò per cui siamo stati chiamati all'esistenza: amare i nostri cari, amare ogni altro essere umano in cui possiamo imbatterci nel nostro cammino, amare la creazione che Dio ha fatto per noi.
Ma ci ritroviamo a dedicare la maggior parte del nostro tempo a produrre, consumare, servire e adorare idoli che non possono appagare le nostre preghiere, il nostro desiderio di una felicità piena. Ci viene fatto firmare un contratto di lavoro con il quale vendiamo gran parte del nostro tempo in cambio di una certa quantità di denaro. Noi accettiamo, perché il sistema i cui siamo inseriti, completamente immerso nel peccato, ci chiede denaro, e sempre più denaro, per soddisfare i bisogni primari, ma ancora di più quelli non essenziali, indotti e autoindotti in una società dove il marketing è onnipervasivo.
Invece il Re dei Giudei si manifesta in assoluta umiltà, in un angolo della città di Davide, Betlemme, posto in una mangiatoia alla sua nascita e accudito da sua madre in una casa, quando giungono i magi, una casa che di certo non era un palazzo regale.
Eppure i saggi dell'Oriente, gli angeli e le stesse forze della natura - rappresentate dalla stella che guida i magi - lo riconoscono e adorano come Re.
Chi cerca il Cristo non viene abbandonato da Dio, ma è guidato sapientemente e protetto dai pericoli che il mondo gli pone di traverso. Così i magi non solo giungono dal Messia guidati dalla stella, ma vengono anche avvertiti in sogno di ritornare al loro paese per aver salva la vita , per evitare il pericolo di Erode; i pastori sono guidati dagli angeli; Giuseppe sarà avvisato in sogno di lasciare Betlemme per sfuggire a Erode, che avrebbe ucciso il bambino Gesù vedendo in esso una minaccia al proprio trono.
Nell'Epifania noi adoriamo la manifestazione - è questo il significato del termine - della regalità universale di Gesù, adoriamo in lui il Messia promesso agli antichi profeti di Israele. Ma soprattutto commemoriamo l'apertura del piano salvifico di Dio agli uomini di ogni nazione, lingua, etnia, provenienza culturale, estrazione sociale.
L'antica promessa di una terra ad Israele, una terra di pace in cui scorrono latte e miele, diviene ora la manifestazione del "mistero di Dio", come lo chiama Paolo; un mistero che egli aveva tenuto in serbo fin dalla creazione del mondo e che pure gli angeli contemplano con ammirazione, prendendovi parte. Il mistero della chiamata delle genti a far parte dello stesso corpo di Israele, del corpo mistico di Cristo, non come appendice ma come membra viventi. E mentre veniamo liberati dalla Legge antica, ricevendo la salvezza per grazia, che ci consente di presentarci al Padre così come siamo - "con piena fiducia" dice Paolo - impariamo a liberarci anche da tutto ciò che non è essenziale e costituisce un orpello che ci ci impedisce di spiccare il volo, di godere la natura più profonda dell vita, che è Cristo stesso. In questo modo assisteremo alla manifestazione della sua gloria nelle nostre vite. Ogni "no" che diciamo a ciò che non è conforme all'Evangelo come si manifesta nella vita di Cristo, è un "sì" che diviene sempre più grande nei confronti della salvezza che egli gratuitamente ci dona; e mentre siamo salvati diveniamo sempre più integri - è questo il significato della parola "salvo" - ovvero non dipendenti da qualcosa di più piccolo della gloria di Dio, di più piccolo persino di noi stessi; e allora che diventiamo veramente liberi. Così sia.

Rev. Luca Vona


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