Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 19 aprile 2026

Fuori dal recinto

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che hai donato il tuo unico Figlio affinché fosse per noi un sacrificio e un esempio di retta vita; concedici la grazia di poter ricevere sempre con gratitudine questo inestimabile beneficio e dedicare quotidianamente noi stessi alla sequela dei beati passi della sua vita. Per lo stesso tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 2,19-25; Gv 10,11-16

Commento

L'aggettivo "buono", kalòs, non indica solo una persona abile a far qualcosa, ma una persona nobile. Diversamente dai "mercenari" che fuggono davanti al pericolo, Gesù è il pastore che dà la vita per le sue pecore: "offrire la vita", "dare la vita", sono espressioni tipicamente giovannee (Gv 15,13; 1 Gv 3,16).

Nell'Antico Testamento il pastore è immagine del leader ideale e del re giusto. Conoscere le pecore significa qui curarsi di loro, amarle. Gesù come pastore legittimo entra nell'ovile dalla porta. Egli conduce fuori le pecore perché possano nutrirsi. La fede in Cristo non è "una gabbia"; egli guida le sue pecore per pascoli erbosi e ad acque tranquille (Sal 23,2), affinché possano pascersi della libertà, custodite dal pericolo dei predatori. Condotti fuori dal recinto di una religiosità legalistica, siamo introdotti da Cristo nella libertà dei figli di Dio, guidati dalla sua voce, dalla sua Parola.

Il mercenario, invece, è interessato solo al suo salario, non lavora per amore del gregge, e quando viene il pericolo fugge. Queste parole dovrebbero fare riflettere ciascuno di noi su come mettiamo in pratica lo specifico ministero che lo Spirito Santo, distribuendo i suoi carismi, ci ha affidato nella Chiesa. Il monito è rivolto soprattutto a coloro che rivestono una carica pastorale, i quali devono essere mossi dalla cura dei fedeli e non dalla ricerca di benefici terreni.

Le "altre pecore" (v. Gv 10,16) di cui si fa menzione sono i pagani, ma anche i "figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52), le "pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 10,6; 15,24). Queste ascolteranno la sua voce, il suo vangelo che giungerà fino ai confini della terra (At 1,8), perché chiunque è dalla verità ascolta la sua voce (Gv 18,37). Gesù riunirà in un unico corpo i giudei e i pagani, "uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Ap 5,9), e questi formeranno la sua Chiesa.

Il pastore pronto alla morte per salvare le sue pecore (v. Gv 10,15) è un'immagine davvero paradossale, ma esprime efficacemente il sacrificio del Cristo per noi, che viene a cercare mentre siamo erranti e feriti (1 Pt 2,25). Con la sua passione e risurrezione egli si fa "porta della vita" attraverso la quale possiamo passare per essere rinnovati come figli adottivi di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 17 aprile 2026

Fermati 1 minuto. La primavera del nuovo popolo di Dio

Lettura

Giovanni 6,1-15

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Commento

Il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila uomini è l'unico riportato da tutti e quattro i Vangeli e precede nel Vangelo di Giovanni il discorso di Gesù sul pane di vita.

Il pane moltiplicato miracolosamente ricorda il miracolo della manna nel deserto (oggetto di riflessione durante la Pasqua ebraica) e, oltrepassandolo, indica, allo stesso tempo che il vero cibo dell’uomo è il Logos, la Parola eterna, il senso ultimo dal quale veniamo "sfamati".

La folla segue Gesù per i suoi segni miracolosi (v. 2); nonostante sia mossa da curiosità, egli ne ha compassione e si preoccupa di procurare il cibo necessario. Gesù non respinge una fede ancora debole e immatura, ma la educa e la nutre affinché possa crescere e rafforzarsi.

Il monte in cui avviene questa moltiplicazione dei pani è associato nei Vangeli ad altri importanti eventi: il "discorso della montagna" e la proclamazione delle beatitudini (Mt 5-7); la chiamata dei Dodici (Mc 3,13); l'apparizione di Gesù risorto e il mandato alla missione universale (Mt 28,16).

Filippo era di Betsaida, cittadina di quella regione, e forse per questo Gesù chiede a lui dove poter comprare del cibo per la folla. La domanda che Gesù rivolge a Filippo è una messa alla prova della sua fede. Il discepolo confessa la scarsità delle risorse a disposizione, di fronte a quelle che sarebbero necessarie per sfamare la folla. Un denaro (una moneta d'argento) era normalmente la paga giornaliera di un lavoratore. Duecento denari corrispondevano a circa otto mesi di salario.

Nel brano evangelico viene indicato il numero degli uomini - cinquemila - ma aggiungendo le donne e i bambini, la folla doveva essere composta di circa ventimila persone. Una distesa enorme che, seduta su quel prato verdeggiante, preannunciava la primavera del nuovo popolo di Dio.

Gesù potrebbe produrre i pani e i pesci necessari dal nulla, ma sceglie di moltiplicare i cinque pani e i due pesci che possiede un ragazzino (gr. paidarion). La grazia di Dio non disprezza la nostra povertà ma la trasforma in ricchezza sovrabbondante. Di qui le dodici ceste di pani avanzati dopo che tutta la folla fu saziata.

Nell'esercizio della carità - che non è solo l'elemosina, ma il sapersi donare al prossimo - Gesù ci chiede dunque fiducia e anche un po' l'ingenuità di quel ragazzino, che mise a disposizione la sua merenda per sfamare tutte quelle persone.

Il verbo eucharisteo (esser grato, ringraziare) è lo stesso usato dai Vangeli sinottici nell'ultima cena (che Giovanni non includerà nel suo Vangelo). La gratitudine verso il Padre moltiplica a dismisura gli stessi beni che ci ha donato, in modo da farci ricevere "grazia su grazia" (Gv 1,16).

Di fronte al prodigio compiuto da Gesù la folla non ha dubbi nel riconoscerlo come "il profeta che doveva venire nel mondo" (v. 14), ma non comprende che egli è venuto per dispensare se stesso per la nostra fame.

La folla desidera un Messia politico che liberi il popolo di Israele dall'oppressione romana. Rappresenta così il tipo di coloro che cercano un Cristo che non domandi nulla, ma possa soddisfare le proprie egoistiche richieste. Gesù si sottrae a chi vuole "farlo re" con queste intenzioni. Il suo ritirarsi sulla montagna, "tutto solo" (v. 15) esige che lo raggiungiamo su quelle altezze interiori con un disinteressato atto di fede e di amore.

Preghiera

La nostra anima ha fame, Signore, finché non si sazia di te. Nutrici con la tua parola di vita e soccorrici con la tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 15 aprile 2026

Fermati 1 minuto. "Così"... ci ha amati

Lettura

Giovanni 3,16-21

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Commento

Il "tanto", più precisamente il "così" (gr. outos), con cui è indicato l'amore di Dio per il mondo è un rafforzativo che indica la grandezza del dono del Figlio unigenito per i peccatori.

Il Padre ha inviato Gesù nel mondo per la salvezza, ma la sua venuta provoca il giudizio e alcuni si condannano da soli volgendo le spalle alla luce. Il giudizio futuro non determina ma conferma il destino che ciascuno si è scelto.

Il Padre ha mandato Cristo nel mondo per testimoniare quanto vale la nostra vita. Se il giudizio degli uomini o il nostro stesso giudizio ci considerassero un nulla, nel vangelo troviamo la verità sul valore inestimabile che Dio ci ha assegnato donandoci il suo Figlio unigenito.

Gesù è luce che viene nel mondo. Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi alla luce, perdersi fra le tenebre del mondo. Ma se anche ci rifiutiamo di guardarlo, il sole rimane lì dov'è, la verità di Cristo non cessa di splendere e di donarsi. Solo accogliendola troveremo la verità su noi stessi, la vera libertà, che è il progetto di Dio per la nostra santificazione.

Credere "nel nome" di Gesù implica più che un semplice assenso della ragione al suo vangelo o un trasporto sentimentalistico. Comporta una operosa devozione a Cristo come Signore e Salvatore, il lasciarsi rivestire da lui di una nuova natura.

Cristo è luce che non si compiace nel rivelare la nostra fragilità, ma che si dona per farci germogliare e prosperare nella sua grazia.

Preghiera

Alla tua luce, Signore, vediamo la luce; concedici di riconoscere la verità su noi stessi per aprirci all'azione della tua grazia , crescendo in santità e giustizia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 12 aprile 2026

Il vostro cuore non sia turbato

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Padre Onnipotente, che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione; concedici di essere liberi dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Commento

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia e di pace. La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.

Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non come la dà il mondo, ma come dono dello Spirito, quella pace che è Dio stesso. Gesù ci invita a diventare noi stessi portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).

Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi" (Gv 14,27). Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.

Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla quiete che Dio pone nelle profondità del nostro cuore.

Per contro, il mondo non deve turbarci al punto da voltargli le spalle chiudendo dietro di noi la porta della nostra stanza. Ad esso siamo stati inviati, per annunciare la buona notizia di Gesù Cristo (Gv 17,18). Non può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”.

Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 9 aprile 2026

Fermati 1 minuto. «Sono proprio io!»

 Lettura


Luca 24,35-48

35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni.

Commento

I discepoli di Emmaus e gli apostoli stanno riportando gli uni agli altri la testimonianza dell'incontro con Gesù risorto, ma quando egli improvvisamente appare in mezzo a loro sono sorpresi e spaventati, credendo di vedere un fantasma. 

"Pace a voi!" (v. 36) sono le parole con cui Gesù saluta i discepoli, per dissipare i loro dubbi e le loro paure, per perdonare la loro debolezza, che li ha fatti fuggire nell'ora della sua passione. Nel descrivere Gesù che mostra i segni dei chiodi sulle mani e sui piedi e nell'atto di mangiare del pesce Luca enfatizza il carattere corporale del Risorto, sebbene questi mostri di avere un corpo capace di attraversare una porta chiusa o di apparire quasi simultaneamente in due luoghi differenti (mentre Gesù discorreva con i discepoli di Emmaus appariva anche a Simone a Gerusalemme). 

Nonostante queste prove i discepoli sono ancora increduli, finché il Signore non aprirà in maniera soprannaturale la loro mente, affinché comprendano la verità nascosta nelle Scritture. La Legge, i Profeti e i Salmi indicano le tre parti in cui viene tradizionalmente divisa la Bibbia ebraica. "Salmi" può indicare tutta la terza parte, cioé gli "Scritti" (tra cui Giobbe, Proverbi, Daniele) o solo i Salmi. La piena comprensione delle Scritture avviene mediante la fede che si fa esperienza dell'incontro con il Risorto. Solo così potremo sentire dietro quelle pagine la voce di Gesù che esclama "Sono proprio io!" (v. 39). 

La predicazione a tutte le genti della conversione e del perdono dei peccati (v. 47) corrisponde al grande mandato: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28,19-20) e "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). La predicazione è dunque annuncio di salvezza, ma anche esortazione alla conversione. Gesù non solo rimette i nostri peccati ma ci invita a rinnovarci interiormente per diventare immagine della sua gloria. 

La predicazione è innanzitutto testimoniare in noi stessi la capacità del vangelo di trasfigurare la nostra esistenza. Quando parleremo con convinzione di Gesù egli verrà in mezzo a noi, per far toccare con mano la sua presenza. La predicazione non sarà allora proselitismo ma narrazione della nostra storia d'amore con Dio, capace di infiammare il cuore di chi ci ascolta, di chi vede la nostra vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Preghiera

Donaci la tua pace, Signore, affinché il timore sia dissipato dall'amore e le nostre vite possano testimoniare il potere trasformante dell'incontro con te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 8 aprile 2026

Martin Chemnitz, il "secondo Lutero"

La Chiesa Luterana celebra oggi la memoria di Martin Chemnitz, predicatore evangelico, uno tra i protagonisti della Riforma protestante tra i teologi tedeschi della seconda generazione.
Ultimo di tre figli, perse il padre all'età di undici anni e a causa dei problemi economici della famiglia ebbe difficoltà a seguire un corso di studi regolare.
Riuscì tuttavia a laurearsi Magister in letteratura all'Università di Königsberg.
Nel 1550 entrò a servizio del Duca Alberto I di Prussia, come bibliotecario di corte. In cambio della cura per la biblioteca e l'insegnamento in alcuni corsi come precettore, ebbe libero accesso a quella che allora era considerata una delle migliori biblioteche d'Europa.
Per la prima volta Chemnitz si dedicò completamente allo studio teologico. Durante questi anni il suo interesse si spostò dalla astrologia, che aveva studiato a Magdeburgo, alla teologia. Iniziò con lo studio attento della Bibbia nella lingua originale, con l'obiettivo di rispondere alle domande che lo lasciavano perplesso. Rivolse poi la sua attenzione ai primi teologi della chiesa, i cui scritti lesse meticolosamente e con attenzione. Si interessò alle dispute teologiche del tempo, ancora una volta leggendo con cura, mentre prendeva appunti. Questo metodo precoce di auto scolasticismo luterano era stato suggerito da Melantone.
Nel 1554 diventò professore all'Università di Wittemberg, tenendo lezioni sui Loci communes di Melantone e compilando da questi la sua opera di teologia sistematica nominata Loci Theologici. Nello stesso anno fu ordinato presbitero.
Chemnitz ebbe parte importantissima nella propagazione del luteranesimo e nelle controversie teologiche, tentando di mettere d'accordo le varie correnti, sulla base della fedeltà alla dottrina di Lutero, tanto da giustificare il soprannome di alter Martinus.
Fu uno degli autori principali della Formula di Concordia, assumendo una posizione "centrista" nell'opera di mediazione tra i luterani tedeschi. Determinante anche il suo contributo per la pubblicazione del Liber Concordiae (1580), standard dottrinale della Chiesa Luterana.
Chemnitz difese la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche (Repetitio sanae doctrinae de vera praesentia, Lipsia 1561, De duabus naturis in Christo, Jena 1570; 2ª ed., 1578 segg.), sostenendo, insieme con la dottrina luterana dell'ubiquità, una presenza relativa della natura gloriosa di Cristo, dipendente dalla sua volontà (multivoli praesentia).
Morì a Braunschweig l'8 aprile 1586.

Fermati 1 minuto. Egli entrò per rimanere con loro

Lettura

Luca 24,13-35

13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Commento

Pietro ha appena constatato che come gli avevano riferito Maria di Magdala e le altre donne il sepolcro di Gesù è vuoto. In quello stesso giorno (v. 13) due discepoli, che non fanno parte degli Undici, si stanno allontanando da Gerusalemme pieni di sconforto, quando vengono avvicinati da un uomo: Gesù è lì in carne e ossa, non è un fantasma, eppure i due discepoli non sono in grado di riconoscerlo perché il Risorto non ha ancora aperto i loro occhi mostrandogli il significato autentico del piano divino.

Rendendosi presente ai due discepoli che conversano sui tragici eventi recentemente accaduti Gesù mantiene la sua parola di essere là dove due o tre sono radunati nel suo nome (Mt 18,20). La risposta di Cleopa attesta la risonanza che la crocifissione di Gesù ebbe a Gerusalemme e nei suoi dintorni. Nelle sue parole c'è la delusione per la mancata instaurazione di un regno messianico di natura terrena ("Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele"; v. 21), sebbene le sue parole attestino la fede in Gesù come "profeta potente in opere e parole" (v. 19). 

Gli eventi accaduti al sepolcro e riportati dalle donne hanno suscitato la speranza nella risurrezione ma i discepoli, andati a verificare, non hanno visto Gesù (v 24). Riprendendo la loro incredulità Gesù si mostra come il perfetto esegeta, capace di dischiudere il senso profondo di tutte le Scritture alla luce dell'evento pasquale: il suo sacrificio diventa la chiave ermeneutica per comprendere gli eventi dell'Antico Testamento, la realtà ultima raffigurata dal culto levitico, la voce che parla nei Salmi, le profezie sul servo sofferente. 

I discepoli intanto giungono a destinazione e invitano "il forestiero" a condividere la cena con loro. Non si parla chiaramente della consacrazione eucaristica, ma il linguaggio utilizzato la richiama. Proprio quando Gesù spezza il pane sono resi capaci di riconoscerlo. Subito dopo Gesù scompare, ma da "tardi di cuore" (v. 25) i discepoli hanno adesso un cuore ardente (v. 32), pieno di fede. la gioia è tale che i due discepoli non restano a pernottare a Emmaus ma "partirono senz'indugio" (v. 33) per riferire agli Undici del loro incontro con Gesù risorto. Coloro ai quali Cristo si manifesta sono chiamati a confermare i propri fratelli. 

A Gerusalemme i due discepoli scoprono che Gesù è apparso lo stesso giorno a Simone e riferiscono ciò che è accaduto "lungo la via" e come avevano riconosciuto Gesù "nello spezzare del pane" (v. 35). La rivelazione del Risorto a Cleopa e al suo compagno di viaggio comprende due momenti, uno dinamico, mentre sono in cammino, e l'altro di riposo, mentre condividono il pasto; azione e contemplazione. 

Anche noi incontreremo Gesù se permetteremo alla sua parola di essere lampada per i nostri passi (Sal 118,105) e se condivideremo con lui il pane quotidiano dei nostri timori, delle nostre delusioni, delle nostre speranze. "Egli entrò per rimanere con loro" (v. 29). Allo stesso modo entrerà nella nostra esistenza per rimanere come fuoco che arde nel petto.

Preghiera

Raggiungici, Signore, nelle difficoltà della nostra vita, per illuminarci con la tua parola e confortarci con la tua presenza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 6 aprile 2026

Fermati 1 minuto. La corsa della fede e il prezzo della menzogna

Lettura

Matteo 28,8-15

8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli.
9 Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
11 Mentre quelle andavano, alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. 12 Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: 13 «Dite così: "I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo". 14 E se mai questo viene alle orecchie del governatore, noi lo persuaderemo e vi solleveremo da ogni preoccupazione». 15 Ed essi, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute e quella diceria è stata divulgata tra i Giudei fino ad oggi.

Commento

Dal sepolcro vuoto partono due notizie. Una la portano le donne, di corsa, con timore e gioia. L'altra la confezionano i sacerdoti, con calma, con denaro. Matteo le accosta senza commento — e quell'accostamento è già un giudizio.

Il brano è attraversato da una tensione potentissima: da una parte la corsa delle donne, dall'altra il complotto dei capi. La risurrezione genera immediatamente due movimenti opposti: fede e rifiuto.

Le donne partono dal sepolcro «con timore e grande gioia». Questa duplicità è decisiva: la risurrezione non elimina il timore, ma lo trasfigura. Il timore nasce dall'irruzione del divino; la gioia dalla certezza che quel divino è favorevole. La fede pasquale non è evidenza, ma adesione fiduciosa: non si vede il momento della risurrezione, ma si incontra il Risorto.

È significativo che Gesù si manifesti mentre le donne sono già in cammino per annunciare. L'incontro con il Risorto non è statico: avviene nella missione. Chi trattiene per sé l'esperienza rischia di non approfondirla; chi la condivide, la vede confermata. Esse abbracciano i suoi piedi, lo adorano — gesto insieme corporeo e teologale, fede concreta, non astratta. E Gesù le chiama a portare l'annuncio ai «fratelli»: dopo la passione e il rinnegamento, non ripristina una gerarchia, ma riapre una fraternità.

La scena si sposta bruscamente. I soldati, testimoni oculari, riferiscono tutto — ma la verità non viene accolta: viene gestita. Le autorità non cercano di capire, ma di controllare il racconto. Il denaro ricompare, come già nella consegna di Gesù, come strumento di falsificazione: «i discepoli hanno rubato il corpo». La menzogna è fragile — se dormivano, come potevano sapere? — eppure funziona. La resistenza alla verità può essere organizzata, finanziata, resa plausibile.

Emerge qui un punto teologico profondo: la risurrezione non si impone nemmeno davanti all'evidenza. Quei soldati avevano visto più di chiunque altro, eppure si lasciano corrompere. La verità non basta senza una disponibilità interiore ad accoglierla.

Matteo chiude con una nota fuori dal tempo narrativo: «questo racconto si è divulgato tra i Giudei fino al giorno d'oggi». L'oscuramento della risurrezione non è un episodio chiuso, ma una tendenza ricorrente. Il Risorto, intanto, precede i suoi in Galilea — nel luogo della vita quotidiana, non nei centri del potere. Si lascia incontrare da chi si mette in cammino. In questo spazio, ciascuno è chiamato a scegliere.

Preghiera

Signore risorto, che vai incontro a chi cammina, donaci il coraggio di correre verso i fratelli e la libertà di non tacere la tua verità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 5 aprile 2026

Il destino ultimo dell'uomo

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che attraverso il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo hai vinto la morte, e hai aperto per noi la porta della vita eterna, ti chiediamo umilmente, così come la tua grazia speciale ci preserva, infondi nelle nostre menti buoni desideri, affinché mediante il tuo aiuto continuo possiamo portarli a buon effetto. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, e con lo Spirito Santo, sempre, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Commento

Dopo la sepoltura di Gesù, l'attenzione del Vangelo di Giovanni si posa sul giorno che segue il sabato — quello che i cristiani eleggeranno come giorno memoriale della risurrezione del Signore. Maria di Magdala si reca alla tomba nel cuore dell'alba, e trova qualcosa di sconvolgente: la pietra è rovesciata, e dentro restano soltanto i lini che avvolgevano il corpo e il sudario che ne copriva il volto. Corre subito ad avvertire Pietro e il discepolo amato da Gesù, colui che è anche l'evangelista Giovanni.

Maria di Magdala — una donna, colei alla quale molto è stato perdonato e che per questo ha amato con tutto se stessa — è la prima a portare la notizia del mistero della tomba vuota. Amata da Gesù con singolare predilezione, la Maddalena diviene apostola degli apostoli: lei che si era recata al sepolcro per ungere di profumi il corpo del Signore, come aveva già fatto nell'ultima cena, mostrando così che il suo amore non conosce confine nemmeno davanti alla morte.

Pietro e il discepolo amato si mettono a correre verso la tomba, e il secondo arriva per primo. "L'amore di Cristo ci spinge", scriverà Paolo nella seconda Lettera ai Corinti. Ma chi corre più veloce si arresta sulla soglia — forse trattenuto dal timore di una contaminazione rituale: i sentimenti più profondi non sempre si accompagnano alla risoluzione più pronta. Pietro, invece, di cui i Vangeli tratteggiano a più riprese il carattere impetuoso, non conosce simile esitazione. Due forme d'amore, dunque: il discepolo amato si affretta nella corsa, poi si ferma davanti all'ingresso, ed entrerà nel sepolcro solo dopo aver superato le proprie razionalizzazioni legalistiche. Pietro si affanna nel correre, ma il suo slancio impulsivo spazza via ogni timore di violare le "leggi prestabilite".

Nel racconto dei due apostoli si avverte una tensione viva tra fede e incomprensione. Entrato nel sepolcro dopo Pietro, il discepolo amato "vide e credette": i due verbi sono posti in relazione diretta e consequenziale. Eppure il testo precisa che entrambi "non avevano ancora compreso la Scrittura". Saranno le apparizioni del Risorto ad aprire gli occhi dei discepoli alla piena intelligenza del mistero custodito nell'Antico Testamento: solo l'incontro diretto con Cristo rende capaci di accogliere un evento così eccedente la misura della ragione umana, come la vittoria sulla morte — quella che più spaventa l'uomo e che attende implacabile ogni creatura. A Giovanni bastano la tomba vuota e il lenzuolo ordinatamente ripiegato per credere. All'amore sono sufficienti piccoli segni per captare ciò che gli altri non vedono.

Gesù, il Messia promesso, volle che la sua morte fosse pubblica, esposta alla luce del sole che si oscura davanti a lui; ma la sua risurrezione è riservata agli amici più intimi. Accostiamoci a lui nella certezza che oggi Gesù Cristo ha vinto la morte, il peccato, la tristezza, e ci ha dischiuso le porte di una vita nuova, colma della pace e della gioia che lo Spirito Santo ci dona per grazia e che nessuno potrà mai toglierci. Risorgendo, Cristo rivela il destino ultimo dell'uomo, la sua vocazione, la sua natura più profonda. Lasciandoci condurre dall'amore, entreremo nel mistero dell'immensità divina.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 2 aprile 2026

Francesco da Paola. Chi vuol essere il primo sarà il servo di tutti

La chiesa cattolica ricorda oggi Francesco da Paola, eremita e fondatore dell'Ordine dei minini.

Nato nella cittadina calabrese di Paola, Francesco Martotilla era figlio di una famiglia di forte ispirazione francescana. Dopo un anno passato da ragazzo presso il convento di San Marco Argentano, Francesco proseguì la sua ricerca vocazionale attraverso viaggi e pellegrinaggi ad Assisi, a Montecassino, a Roma e presso diversi romitori dell'Italia centrale. Colpito dalla vita povera ed evangelica degli eremiti, decise, ancora giovanissimo, di vivere una vita di grande solitudine e preghiera. Ritiratosi nella campagna calabrese, egli divenne molto presto un padre spirituale ricercato, e dovette accogliere molti compagni che chiedevano di vivere la sua stessa vita. Per essi egli fonderà eremi, scriverà regole di vita e, prima di morire, assicurerà il loro riconoscimento da parte dell'autorità della chiesa. Fedele alla propria vocazione eremitica, ma convinto del primato dell'amore nella vita del cristiano, Francesco lottò tutta la vita per compaginare il proprio desiderio di solitudine con il comandamento dell'amore verso tutti i fratelli che non smisero mai di cercarlo.
La sua fama fu tale che su ordine del papa di Roma si recò al capezzale del re di Francia Luigi XI, e finì per vivere l'ultima parte della sua vita presso la corte francese, conservando intatta la propria totale povertà e semplicità evangelica. A piedi nudi, rimanendo un semplice laico e conducendo un'ascesi rigorosa, Francesco non risparmiò ai potenti la parola esigente del vangelo, e si prodigò per difendere i poveri e i perseguitati a causa della giustizia. Francesco si spense a 91 anni, il 2 aprile del 1507, a Tours.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


Fermati 1 minuto. L'umiltà che rende puri

Lettura

Giovanni 13,1-15

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». 8 Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». 10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Commento

Gesù e i discepoli sono riuniti per condividere una cena prima della vigilia della Pasqua ebraica. Si tratta dunque di un pasto ordinario assunto nel tardo pomeriggio del giovedi che precede la festa. Non c'è infatti alcun elemento rituale, ma Gesù mette in opera una azione fortemente simbolica lavando i piedi ai suoi discepoli. 

Non si tratta di un ordinamento cultuale, da praticare una volta l'anno, ma di un esempio (v. 15) di estrema umiltà nel servizio dei fratelli; è la dimostrazione che Gesù ci ama in modo perfetto, fino alla fine (gr. ein telos). Possiamo considerare questo momento l'inizio del "farsi pasqua" di Gesù stesso, a  un giorno di distanza dalla sua crocifissione. Giovanni specifica infatti che "era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre" (v. 1), dove il verbo greco metabaino (cambare posto, spostarsi da) conferisce alla frase una allusione al passaggio dalla morte alla vita. Anche il verbo con cui è indicato il deporre le vesti di Gesù (gr. tithemi) richiama l'offerta della vita. 

La lavanda dei piedi era nel mondo ebraico un segno di ospitalità e attraverso questo gesto Gesù accoglie pienamente i discepoli in una relazione di salvezza, espressa dall'"aver parte con lui" (v. 8). Egli chiede anche ai discepoli di farsi suoi imitatori, mostrandosi umili gli uni con gli altri. L'azione di lavare i piedi agli ospiti infatti era di competenza dei servi; solo raramente veniva effettuata tra pari, come segno di grande amore. 

I discepoli, che fino a poco prima discutevano su chi fosse il più grande (Lc 22,24) rimangono attoniti - a partire da Pietro - di fronte all'abbassarsi di Gesù fino al punto di mostrarsi loro come colui che serve. L'azione è anche simbolo del lavacro spirituale che la Passione di Cristo realizzerà per le anime; di quel dono d'amore che ora non può essere compreso (v. 7), ma il cui significato sarà dischiuso dal Risorto quando verrà a spezzare nuovamente il pane per i suoi (Lc 24,35). 

Il sacrificio espiatorio della Croce realizzerà la piena giustificazione per grazia; sarà tuttavia necessaria una continua santificazione nell'umiltà e nella rettitudine di vita. Con il suo esempio Gesù ci insegna a riceverci l'un l'altro, con quell'amore che è agape, dono, capace di farci oltrepassare la nostra individualità, realizzando quella trasformazione, quel "passaggio", che ci fa uscire dai limiti della condizione umana.

Preghiera

Purificaci, Signore, con la tua grazia; affinché possiamo partecipare alla piena comunione con te, nel servizio sollecito dei nostri fratelli. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 1 aprile 2026

Melitone di Sardi. Cristo, culmine della storia della salvezza

Alcuni antichi calendari sia occidentali sia orientali ricordano in questo giorno Melitone, vescovo di Sardi. Le notizie riguardanti la sua vita sono molto scarne. Melitone è definito da Policrate di Efeso «un eunuco che viveva interamente nello Spirito santo», a sottolineare il suo celibato volontario, molto raro nel II secolo. Secondo Eusebio, Melitone fu vescovo di Sardi e visitò la Terra Santa per raccogliere informazioni precise riguardo al canone delle Scritture ebraiche. Assertore degli usi quartodecimani, cioè della necessità di continuare a celebrare la pasqua cristiana il 14 di nisan, Melitone è famoso soprattutto per le sue omelie Sulla Pasqua, che eserciteranno un grande influsso sulle liturgie posteriori. In esse, servendosi largamente dell'esegesi tipologica, Melitone ripercorre la storia della salvezza, riconoscendo nel mistero pasquale di Cristo, agnello immolato per la salvezza dei credenti, il culmine e il centro della vicenda umana e cosmica. In un alternarsi di toni poetici e profetici da un lato e di una sorprendente profondità teologica dall'altro, Melitone rimanda con vigore e trasporto tutti gli uomini al Cristo, nella cui pasqua è avvenuta la pasqua dei credenti, il loro passaggio dalla morte alla vita.
Alle sue omelie - purtroppo segnate dalla polemica, molto viva nel II secolo, tra chiesa e sinagoga - sono ispirati diversi kontakia bizantini, nonché gli Improperi del Venerdì santo e l'Exsultet pasquale della chiesa latina.

Tracce di lettura

Egli è colui che ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà,
dalle tenebre alla luce,
dalla morte alla vita,
dalla tirannide al regno eterno,
facendo di noi un sacerdozio nuovo,
un popolo eletto in eterno.
Questi è l'agnello senza voce.
Questi è l'agnello trucidato.
Questi è colui che fu partorito da Maria, la buona agnella.
Questi è colui che dal gregge fu prelevato,
e al macello trascinato,
e di sera fu immolato
e di notte seppellito;
colui che sul legno non fu spezzato,
che in terrà non andò dissolto,
che dai morti è risuscitato
e ha risollevato l'uomo dal profondo della tomba.
(Melitone di Sardi, Sulla Pasqua 68.71)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Sono forse io, Signore?

Lettura

Matteo 26,14-25

14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. 16 Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». 18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli». 19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». 25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

Commento

La festa della Pasqua, che celebra l'uscita degli ebrei dall'Egitto, si avvicina e l'avidità di Giuda lo porta a consumare il suo tradimento. Le trenta monete d'argento richieste ai sommi sacerdoti richiamano il prezzo stabilito dalla Legge per il pastore respinto (Zc 11,12) e il compenso da pagare al padrone il cui schiavo è stato "colpito con le corna" da un bue (Es 21,32). 

Il "primo giorno degli Azzimi" indica l'inizio della settimana di Pasqua, in cui è consentito mangiare solo pane non lievitato. In occasione della festa, molti abitanti di Gerusalemme affittavano delle stanze ai pellegrini per celebrare la cena pasquale. 

Anche Gesù chiede ai suoi discepoli di preparare la Pasqua in una abitazione privata; li manda così "da un tale" (v. 18) per chiedergli di poter celebrare la Pasqua da lui. Oggi potremmo essere proprio noi quel tale, nel ricevere una chiamata particolare a condividere il mistero della passione di Gesù, la sua consegna (gr. paradidotai) nelle mani degli uomini, il dono radicale di sé . 

Secondo quanto riportato da Giovanni (Gv 13,1) la cena celebrata da Gesù avvenne prima di Pasqua; questo spiega l'assenza dell'agnello. Gesù viene tradito da chi mostra esteriormente un'intima comunione con lui, intingendo la mano nello stesso piatto (v. 23) e chiamandolo "Maestro" (Rabbì; v. 25). I primi a doversi guardare dal pericolo di tradire Gesù e il vangelo sono proprio i suoi discepoli e le istituzioni ecclesiastiche. Tutti noi siamo chiamati a esaminare la nostra coscienza e a chiederci "Sono forse io, Signore?" (v. 22). 

Non solo sarebbe meno peggio non aver mai conosciuto Gesù piuttosto che tradirlo, ma sarebbe meglio non essere mai nati (v. 24). Chi tradisce Cristo, infatti, smarrisce la via che porta alla salvezza, rinuncia alla verità che libera, si priva di un'esistenza vissuta in pienezza; tradisce l'amore; in definitiva, tradisce se stesso.

Preghiera

Il tuo Spirito ci illumini, Signore, affinché possiamo essere pronti ad aprirti la porta del nostro cuore, quando vieni a celebrare i tuoi santi misteri. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona