Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

giovedì 26 marzo 2020

Giovanni di Dalyatha. I miei occhi bruciano di te

La quarta domenica di quaresima la Chiesa assira fa memoria di Giovanni di Dalyatha, mistico tra i più grandi della storia cristiana.
Giovanni, chiamato anche Saba o il «Vegliardo», nacque nella seconda metà del VII secolo nel villaggio di Ardamust, a nord-ovest di Mossul. Egli fu iniziato allo studio delle Scritture nella scuola del suo villaggio, quindi frequentò il monastero di Apnimaran e, intorno all'anno 700, divenne monaco nel monastero di Mar Yozadaq. Dopo sette anni, si ritirò in solitudine sulla montagna di Dalyatha, forse nei pressi dell'Ararat, e da essa prese il nome.

GIOVANNI DI DALYATHA, icona del XX sec.
Giovanni di Dalyatha (VII-VIII sec.)

Negli anni di solitudine, Giovanni approfondì la propria vita spirituale e si esercitò nell'arte della contemplazione, imparando a discernere l'intimo legame tra la creazione e il Creatore, e alimentando il proprio spirito grazie all'incontro quotidiano con la natura e i suoi simboli. Malgrado la lontananza dai suoi simili, egli non perse mai quei tratti di profonda umanità che caratterizzeranno tutti i suoi insegnamenti.
Raggiunto da alcuni discepoli, Giovanni mise per iscritto i frutti della sua profonda esperienza interiore. Influenzato dalle opere di Evagrio, di Macario, di Dionigi Areopagita e di Gregorio di Nissa, egli sottolineò tuttavia in modo ancor più radicale rispetto ai suoi maestri come il grado più elevato della vita cristiana sia quello della carità e dell'amore.
Giovanni morì in una data imprecisata, in quella solitudine in cui più che a fuggire il mondo aveva imparato ad amare ogni creatura.

Tracce di lettura

I miei occhi sono stati bruciati dalla tua bellezza
ed è stata divelta davanti a me la terra sulla quale avanzavo;
la mia intelligenza è stupita per la meraviglia che è in te
e io, ormai, mi riconosco come uno che non è.
Una fiamma si è accesa nelle mie ossa
e ruscelli sono sgorgati per bagnare l'intera mia carne,
perché non si consumi.
O fornace purificatrice,
nella quale l'Artefice ha mondato la sua creatura!
O abito di luce, che ci hai spogliati della nostra volontà
perché ce ne rivestissimo, ora, nel fuoco!
Signore, lasciami dare ai tuoi figli ciò che è santo,
non è ai cani che lo do.
Gloria a te! Come sono mirabili i tuoi pensieri!
Beati coloro che ti amano,
perché risplendono per la tua bellezza
e tu dai loro in dono te stesso.
Questa è la resurrezione anticipata
di coloro che sono morti in Cristo.

Beato colui che continuamente fissa gli occhi in te
mio Giardino, che ti riveli a me in me stesso.
Albero di vita che mi infiammi, nel cuore
ad ogni istante, col desiderio di te
e trasformi il mio volto con la forza del tuo amore
e stabilisci la mia intelligenza nello splendore
dei raggi della tua bellezza.
Beato colui che sempre ti cerca in se stesso
perché da lui stesso gli fluisce la vita (cf. Gv 7,38), per la sua gioia.
Beato colui che porta sempre nel suo cuore il tuo ricordo
perché anche la sua anima è inebriata dalla tua dolcezza.
Beato colui che fissa ad ogni istante (gli occhi) in te,
all’interno di se stesso
perché anche il suo cuore è illuminato
per vedere le cose nascoste.
Beato colui che ti cerca nel suo stesso essere
perché anche il suo cuore arde del tuo fuoco
nella cui veemenza purificatrice
brucia la sua carne insieme alle sue ossa.
Tu sei suo cibo e sua bevanda
sua gioia e sua esultanza
tu sei la sua veste
e con la tua gloria egli copre la sua nudità;
tu sei la sua abitazione
e la dimora dove egli trova riposo
e in te entra sempre a rifugiarsi (cf. Sal 91,9);
tu sei il suo sole e il suo giorno
e alla tua luce vede le cose nascoste;
tu sei il padre che lo ha generato
e te chiama “padre” come un figlio;
tu hai donato nel suo cuore lo Spirito (cf. Rm 5,5; 2Cor 1,22) di tuo Figlio
e questi gli ha donato la fiducia di chiederti (cf. 1Gv 5,14)
tutto ciò che ti appartiene,
come un figlio con suo padre.
È sempre nell’intimità con te,
poiché non conosce padre all’infuori di te.

(Giovanni di Dalyatha, Lettere)