Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 21 gennaio 2026

Agnese, la mitezza che sconfigge le potenze del mondo

Nella seconda metà del III secolo, il 21 gennaio di un anno a noi ignoto, muore martire a Roma Agnese, appena tredicenne. La sua grande forza d'animo, che le derivava secondo gli agiografi da una fede incrollabile a dispetto della sua fragilità di adolescente e della sua esile figura, ne fecero una delle martiri più famose di tutta la cristianità. La sua Passio, giunta a noi nelle versioni greca, latina e siriaca del V secolo, era già conosciuta da tutti i grandi padri della chiesa. Ambrogio, Agostino, papa Damaso, Girolamo, Massimo di Torino, Gregorio Magno, Beda il Venerabile, Prudenzio, e poi i poeti carolingi, e infine Jacopo da Varagine, offriranno dei ritratti toccanti della giovane Agnese, fondati tutti su una tradizione orale di antichissima memoria. Anche l'iconografia della santa ebbe uno sviluppo enorme. Nelle immagini, soprattutto medievali, Agnese appare con a fianco un agnello, a ricordo del suo nome e del sogno avuto, secondo la leggenda otto giorni dopo la sua morte, dai suoi genitori che la videro insieme ad altre martiri sfilare accanto a un agnello senza macchia (cf. 1 Pt 1,19). Sul luogo della sua deposizione fu edificata, una basilica che, più volte rimaneggiata, fu in seguito ricostruita in stile bizantino e che ancor oggi è una delle principali chiese di Roma. Il nome di Agnese è ricordato nel Canone romano, la principale preghiera eucaristica della chiesa latina.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Non un pugno chiuso ma una mano tesa

Lettura

Marco 3,1-6

1 Entrò di nuovo nella sinagoga. C'era un uomo che aveva una mano inaridita, 2 e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. 3 Egli disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!». 4 Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». 5 Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: «Stendi la mano!». La stese e la sua mano fu risanata. 6 E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Commento

Gesù entra nella sinagoga di Cafarnao. Qui trova l'occasione per chiarire ulteriormente il senso del sabato, contro la polemica dei farisei appena avvenuta per le spighe strappate dai discepoli per sfamarsi. La sua predicazione avviene più con le opere che con le parole. Vi è un uomo con una mano paralizzata ed egli lo invita a mettersi nel centro della sala di culto. Quest'uomo è posto di fronte ai farisei quasi come simbolo della loro paralisi dottrinale e del legalismo cui hanno reso soggetto il popolo di Dio. 

I dottori della legge non hanno né pietà per il malato, né devozione per colui che può guarirlo, così anziché intercedere stanno a guardare, con occhio malevolo, per accusare Gesù di aver violato il riposo sabbatico. 

La domanda di Gesù se sia lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla (v. 4) non può che avere un'unica risposta per colui che è realmente guidato dalla pietà religiosa. Ma nessuno parla, e quel silenzio che spesso è complice dell'ingiustizia, suscita in Gesù indignazione e tristezza. In controluce c'è la durezza di cuore dei farisei (v. 5), il rigore della dottrina che anestetizza ogni emozione. 

Gesù guarisce l'uomo dalla mano inaridita con un comando semplice e diretto "Stendi la mano!"; e l'uomo "la stese e la sua mano fu risanata" (v. 5). Cristo, investito di autorità dal Padre, è parola che non ritorna mai a Dio senza effetto (Is 55,11). 

Le mani tenute legate dalla Legge, vengono sciolte per poter compiere il bene e coltivare il seme della grazia. I farisei - rappresentanti dell'ortodossia religiosa - e gli erodiani - difensori del potere statale - pur divisi in opposte fazioni, trovano un comune interesse nella volontà di far morire Gesù (v. 6), avvertito come un elemento di sovversione del loro desiderio di prevaricazione politica e religiosa.  

Ma il potere sovversivo di Gesù passa attraverso un "depotenziamento", una spoliazione del Figlio di Dio, fino alla morte di croce (Fil 2,8), in modo da aprire, lungo le vie oscure della nostra umanità sofferente, la via per la risurrezione.

Preghiera

Insegnaci, Signore, a non anteporre nulla a te; la nostra fede possa essere non un pugno chiuso per ferire, ma una mano aperta per ricevere la tua grazia e tesa per donare al nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 20 gennaio 2026

Eutimio il Grande, testimone nel deserto

Il 20 gennaio del 473 muore nella lavra che egli stesso aveva fondato Eutimio il Grande, monaco nativo di Melitene, in Armenia.
Alla morte del padre, il piccolo Eutimio era stato affidato all'educazione del vescovo di quella città. Ebbe così modo di acquisire un forte sensus fidei, generato dall'ascolto e dalla meditazione delle Scritture, che lo accompagnerà per tutta la vita e in ogni situazione.
L'amore per la quiete e la riluttanza nei confronti della carriera ecclesiastica che gli si prospettava in modo ormai evidente, lo spinsero a cercare la solitudine in Palestina, dove si recò con il desiderio di imitare la vita di Cristo nel deserto.
Con la sua vita egli testimoniò a tal punto la bellezza del vangelo da portare alla fede cristiana un numero notevole di abitanti del deserto, in gran parte nomadi di lingua araba. Si andò così formando attorno ad Eutimio una laura, alla quale accorsero discepoli anche da regioni molto lontane.
Eutimio ebbe un ruolo importante negli avvenimenti della chiesa di quegli anni, e fu anche grazie a lui che la chiesa di Gerusalemme accolse il concilio di Calcedonia.

Tracce di lettura

Così esortava i propri fratelli Eutimio: «In ogni ora ci occorre essere vigilanti e stare desti. Sappiate anzitutto questo: chi rinuncia al mondo non deve avere volontà propria, ma in primo luogo acquisirà umiltà e obbedienza; egli deve perseverare, meditare senza posa l'ora della morte e il giorno terribile del giudizio, aspirare alla gloria del regno dei cieli».
Diceva ancora: «Oltre alla custodia dell'interiorità, i monaci, soprattutto quelli giovani, devono faticare corporalmente, ricordando la parola dell'Apostolo: "Ho lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno" (1Ts 2,9); e queste mani hanno lavorato al mio servizio e al servizio di coloro che sono con me". Sarebbe strano, infatti, che mentre le persone del mondo si danno pena e fatica per nutrire moglie e figli con il loro lavoro, per offrire a Dio primizie, fare del bene per quanto possono, e inoltre vedersi reclamare imposte, noi non sovvenissimo neppure, con il lavoro delle nostre mani, alle nostre necessità corporali, ma restassimo lì pigri e immobili a godere della fatica altrui, quando soprattutto l'Apostolo comanda che il pigro non deve neppure mangiare»(2Ts 3,10).
(Cirillo di Scitopoli, Vita di Eutimio 9)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


Fermati 1 minuto. L'uomo, prima del precetto

Lettura

Marco 2,23-28

23 In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. 24 I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?». 25 Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? 26 Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». 27 E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! 28 Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato».

Commento

Secondo i rabbini quello del riposo del sabato, in onore del giorno in cui Dio si riposò dopo l'opera della creazione (Gen 2,3), è il comandamento più importante: osservarlo correttamente significa compiere tutta la legge. Di conseguenza la violazione del sabato viene considerata alla stregua dei peccati peggiori (idolatria, incesto, omicidio). 

Il semplice comandamento contentuto nel libro dell'Esodo (Es 34,21) e nel Deuteronomio (Dt 5,12-15) è stato esteso dai maestri ebrei fino a includere trentanove tipi di lavori proibiti, a loro volta suddivisi in trentanove classi, per un totale di 1521 lavori proibiti. L'opposizione di Gesù è contro questi eccessi della legislazione sabbatica, contro le "dottrine che sono precetti di uomini" (Mt 15,9). 

Contrariamente a quanto rimproverato dai farisei, ai viaggiatori che non avevano abbastanza cibo era consentito cibarsi raccogliendo le spighe per strada (Dt 23,24-25). L'opposizione dei farisei è, dunque, non solo maliziosa, ma anche ingiustificata. 

L'episodio di Davide che con i suoi compagni mangiò i pani dell'offerta è ripreso dal primo libro di Samuele (1 Sam 21,2-7) e non riguarda la violazione del riposo sabbatico, ma viene qui inserito per dimostrare che la violazione della legge è possibile in quanto gli uomini di Davide, in fuga da Saul, erano senza cibo. I pani dell'offerta erano i dodici pani presentati al Signore nel tempio, sostituiti ogni sabato (Lv 24,5-9) e che potevano essere mangiati solo dai sacerdoti. 

La legge del sabato, stabilita da Dio per il riposo del corpo, non può andare contro le necessità del corpo, nostre o del prossimo. Ecco perché Gesù compie molte guarigioni anche in giorno di sabato. Egli riafferma l'intenzione divina del sabato, giorno di riposo "fatto per l'uomo" (v. 27), come beneficio verso Israele, in contrapposizione alla tradizione restrittiva dei farisei nell'interpretare la legge. 

L'uomo non è stato fatto per il sabato ma per onorare e servire Dio. Il significato del commento finale, "il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato" (v. 29) è che la violazione del sabato è giustificata in forza dell'autorità stessa di Gesù, che ripristina l'autentica legge di Dio, respingendo le tradizioni umane che rendono schiavo l'uomo e ristabilendo il sabato come giorno di benedizione. 

Le restrizioni del sabato vengono meno con la giustificazione operata da Cristo nella sua morte e risurrezione, così che il giorno del Signore, spostato dai cristiani alla domenica, diventerà il giorno in cui celebrare il suo sacrificio di salvezza e rendere a lui onore. Il vangelo della grazia ci libera dal timore della Legge per servire Dio con amore, in risposta alla sollecitudine che egli ha mostrato per noi, nel crearci, custodirci e redimerci nel suo Figlio. 

Questo il senso dei "comandamenti": una guida per insegnarci ad amare Dio, non sotto il giogo degli schiavi, ma con responsabilità e sapendo guardare l'uomo e i suoi bisogni prima di ogni precetto.

Preghiera

Signore Dio, che ci hai liberati dalla schiavitù del peccato, insegnaci ad amarti mostrandoci solleciti verso le necessità del nostro prossimo; affinché possiamo giungere al riposo senza fine del tuo sabato eterno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 19 gennaio 2026

Fermati 1 minuto. Digiunare durante le nozze?

Lettura

Marco 2,18-22

18 Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19 Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. 21 Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. 22 E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Commento

I discepoli di Giovanni, probabilmente, come i farisei osservavano la pratica in uso ai tempi di Gesù di digiunare due volte a settimana (Lc 18,12); in realtà la legge levitica prevedeva un solo digiuno l'anno nel giorno dell'espiazione (Lv 16,29.31). 

L'immagine del banchetto nuziale - nettamente in contrasto con la pratica del digiuno - esprime un nuovo rapporto d'amore tra Dio e il suo popolo nella persona e nella missione terrena di Gesù. Gli invitati a nozze (v. 19) sono qui letteralmente "i figli del talamo", semitismo per indicare gli amici che accompagnano e aiutano lo sposo nei preparativi e nella cerimonia. 

Nell'Antico Testamento l'immagine di Dio come sposo è presente nel libro di Isaia (Is 1,21-23; 49,14-16), mentre nella letteratura patristica abbondano le interpretazioni allegoriche del Cantico dei cantici, considerato come dialogo tra Dio e la Chiesa, sua sposa. 

Il verbo greco apairomai, in riferimento allo sposo che sarà tolto agli invitati a nozze (v. 20), significa letteralmente "strappare", e preannuncia la fine violenta di Gesù.

La presenza del Messia è un evento così gioioso che non lascia spazio per il digiuno; ma nel tempo della Chiesa ci sarà spazio anche per questo. Gesù offre nel "discorso della montagna" (Mt 5-7) una spiegazione su come dovranno digiunare i suoi discepoli: con discrezione, senza apparire sfigurati in volto, profumandosi il capo, affinché possano essere ricompensati solo dal Padre che vede nel segreto (Mt 6,16-18). 

Gesù non disdegna gli inviti alla ricca tavola dei pubblicani e dei peccatori, è infatti per loro che è venuto come medico (Mc 2,15-17); tuttavia, l'episodio della spigolatura (Mc 2,23) e la modalità con cui invia i suoi discepoli a predicare "senza bisaccia" (Lc 10,4) dimostrano l'assunzione di un regime alimentare povero e fiducioso nella provvidenza divina. 

Gesù raccomanda il digiuno anche per scacciare gli spiriti malvagi più "resistenti" alla preghiera e agli esorcismi: "Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo se non con il digiuno e la preghiera" (Mc 9,29). 

Il digiuno è ormai un "tabù" nelle chiese occidentali, tanto in quella cattolica e ancor più in quelle protestanti. In queste ultime viene generalmente rigettato per il suo - reale - rischio di essere concepito come pratica per "accumulare meriti" e contraria al vangelo della grazia. Tuttavia, non mancano eccezioni: il Book of Common Prayer anglicano prescrive numerosi giorni di digiuno, mentre John Wesley, fondatore del metodismo, digiunava tutti i mercoledi e venerdi dell'anno. 

Al di là delle prescrizioni, è venuta meno la pratica diffusa del digiuno, che potrebbe avere una importante valenza pedagogica. Si tratta di riscoprire la sua capacità di farci comprendere che non si può avere tutto e subito, educandoci alle rinunce che la vita, in differenti modi e tante volte, ci chiede.

Ma il vero digiuno è soprattutto condividere il pane con l'affamato, soccorrere l'orfano e la vedova, dare il proprio contributo affinché la giustizia sia ristabilita sulla terra.

Preghiera

Si compiano, Signore, le tue nozze con la Chiesa, tua sposa; affinché possiamo gioire nel banchetto celeste, quando non ci sarà più fame e tu stesso sarai la sorgente della vita. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 18 gennaio 2026

Il Signore del tempo ha fatto il suo ingresso nel mondo

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose in cielo e sulla terra, ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo e concedici la tua pace ogni giorno della nostra vita. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

Commento

Paolo ci esorta a utilizzare con profitto il dono che la grazia ha elargito a ciascuno di noi. Elenca, così, diverse funzioni che erano presenti nella chiesa primitiva, espressione delle diverse membra della Chiesa, considerata corpo mistico di Cristo. Pur nella diversità dei carismi, tutti sono esortati a non essere "pigri nello zelo", ma "ferventi nello spirito", letteralmente, "a lasciarsi accendere dallo spirito" (gr. to  pneumati zeontes). 

Alcuni manoscritti anziché "servite il Signore", Kyrios, riportano "servite il tempo", kayros. In questo caso l'invito ai cristiani sarebbe quello di impiegare bene il proprio tempo, facendo fronte alle necessità del momento, o forse in un'ottica escatologica, guardando alla fine dei tempi che si avvicina. Va poi considerato che Cristo è egli stesso il Signore del kairos, il tempo delle cose di Dio, il tempo degli eventi della salvezza, con la loro precisa economia, contrapposto al chronos, il tempo che scorre circolare, "divorando" ogni cosa. 

Facendo eco alle parole di Gesù, Paolo esorta a benedire coloro che ci perseguitano e a non farci un'idea troppo alta di noi stessi, letteralmente "non consideratevi sapienti da soli"; perché ogni carisma, donato dallo Spirito suscita una personale vocazione, ma questa va riconosciuta nell'ambito ecclesiale, dalla comunità dei fratelli e sorelle nella fede. 

La missione di salvezza del Figlio di Dio, che crea una svolta decisiva nella storia dell'umanità è preparata da Giovanni il Battista, con l'invito alla conversione. Gli ebrei usavano praticare diverse abluzioni rituali, ma in questo caso si tratta di un atto unico di immersione, che normalmente era praticato per i pagani convertiti al giudaismo. Chiaramente il battesimo di per sé non genera la conversione, ma è la conversione che trova un segno esteriore nel battesimo. Giovanni amministra tale battesimo anche ai figli di Israele, come invito al pentimento; è nel "deserto" che possiamo prepararci a ricevere Cristo, in un atteggiamento di distacco interiore dalle cose del mondo e dal nostro ego, là dove risuona l'invito al ravvedimento e dove Dio stesso parla al nostro cuore (Os 2,16). 

Marco è l'unico evangelista a utilizzare per il suo scritto la parola euangelion, "buona notizia", laddove Matteo usa "libro" (gr. biblos) e Luca "racconto" (diegesis). Il riferimento alle parole del profeta presente all'inizio del Vangelo di Marco è in realtà un insieme di citazioni tratte da Malachia (Ml 3,1), Isaia (Is 40,3) Esodo (Es 23,20) e più in particolare richiama la fine dell'esilio di Israele in Babilonia. Gesù è colui che libera dalla schiavitù del peccato conseguente all'infedeltà verso Dio; la sua azione di salvezza è più grande di ogni aspettativa, poiché egli non restituisce un territorio in cui abitare, ma inaugura il regno celeste in cui l'uomo sarà riconciliato con Dio. 

Il compimento della promessa è attestato dall'aprirsi dei cieli al battesimo di Gesù nel Giordano e dalla voce del Padre, che riconosce il suo "figlio prediletto", nel quale si è compiaciuto, e al quale conferisce l'investitura messianica. Per noi i cieli si sono aperti, per far discendere il dono gratuito di Dio e per farci ascendere a lui mediante la conversione del nostro sguardo e del nostro cuore, una vera e propria metànoia: radicale mutamento nel modo di pensare, di giudicare, di sentire.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 17 gennaio 2026

«Pericoloso per il nemico»: il diavolo alla prova della teologia biblica

Nel suo ultimo libro, Dangerous to the Enemy, Olof Edsinger, Segretario Generale dell'Alleanza Evangelica Svedese, affronta un tema che nel contesto occidentale contemporaneo viene spesso accantonato come imbarazzante o superato: la realtà del male personale e la battaglia spirituale. Il libro si presenta come una guida teologica e pratica per il credente che desidera non solo comprendere il proprio avversario spirituale, ma anche vivere una vita di vittoria in Cristo.

Il fondamento biblico: la caduta del nemico

Il nucleo dell'analisi di Edsinger si concentra sul dodicesimo capitolo dell'Apocalisse, che l'autore considera il testo chiave per comprendere l'origine e la caduta del diavolo. Attraverso un'esegesi attenta, vengono delineate quattro verità fondamentali:

L'esistenza di una potenza maligna personale, identificata nella Scrittura con diversi nomi: drago, serpente antico, diavolo e Satana. La natura angelica del diavolo, che guida una schiera di angeli caduti. L'elevato rango originario di questa creatura, la cui sconfitta nei cieli ha richiesto l'intervento dell'arcangelo Michele. La sua espulsione sulla terra, evento che ha scatenato devastazione nel mondo, poiché il nemico agisce con furia sapendo che il suo tempo è limitato.

Una sfida al materialismo occidentale

Edsinger non elude la difficoltà di parlare del diavolo nell'Europa secolarizzata. In un contesto materialista, la credenza in Satana viene talvolta liquidata come superstizione o persino sintomo di disturbo mentale. L'autore oppone a questa visione riduttiva la testimonianza biblica e la realtà del male che emerge dalla cronaca quotidiana, sottolineando come la visione scritturale del mondo riconosca il male come forza reale e attiva, prospettiva condivisa da Gesù stesso nei Vangeli.

Manifestazioni del male e l'alleanza empia

Uno degli aspetti più significativi del libro è l'analisi di come il nemico operi nella vita quotidiana. Edsinger descrive quella che definisce un'«alleanza empia» tra il peccato, il mondo e il diavolo, dove i confini tra queste dimensioni spesso si confondono. Il male non si manifesta solo in forme eclatanti come le possessioni demoniache, ma anche attraverso tentazioni che mirano a privare il credente della pace e della certezza della salvezza, ideologie e sistemi religiosi che possono contenere elementi demoniaci, agendo come «potenze di questo mondo oscuro», e le «opere della carne» (immoralità sessuale, odio, gelosia, divisioni), che costituiscono l'agenda prevedibile ma insidiosa del nemico.

Strategia per la vittoria: discernimento e fede

Il titolo stesso, "Pericoloso per il nemico", riflette l'appello di Edsinger a non vivere nella ingenuità spirituale. Per non cadere nelle trappole di Satana, il cristiano deve sviluppare un profondo discernimento, imparando a riconoscere le contraffazioni e i travestimenti del nemico, che secondo la Scrittura si maschera da «angelo di luce».

La conclusione dell'autore è un messaggio di speranza radicata nella storia della salvezza: sebbene la battaglia per l'anima umana sia reale e il nemico cerchi di accecare le menti degli increduli, egli è già stato sconfitto dal sangue dell'Agnello. Il libro esorta i lettori ad abbracciare pienamente la visione biblica, rinunciando alle opere delle tenebre e testimoniando la vittoria definitiva di Gesù Cristo.

Valutazione finale

Dangerous to the Enemy è un'opera che sfida il lettore a recuperare una dimensione centrale della teologia cristiana che la modernità ha cercato di marginalizzare o reinterpretare in chiave psicologica. Con un approccio che coniuga rigore esegetico e applicazione pratica, Edsinger offre una risorsa preziosa per chiunque voglia comprendere le dinamiche spirituali del male e, soprattutto, come affrontarle attraverso la fede. In un'epoca che oscilla tra il razionalismo che nega il soprannaturale e la fascinazione ingenua per l'occulto, questo libro propone una terza via: il realismo biblico, che riconosce il male senza temerlo, fondato sulla certezza della vittoria già conseguita da Cristo.

Antonio e il combattimento spirituale nel deserto

L'itinerario spirituale di Antonio il Grande ci è noto attraverso il racconto della sua vita che ne fece Atanasio, vescovo di Alessandria, in Egitto. Si narra nella Vita che quando Antonio sentì proclamare in chiesa le parole rivolte dal Signore al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli" (Mt 19,21), "come se la lettura fosse proprio per lui", subito si affrettò a metterlo in pratica. "Abbiamo le scritture e la libertà dataci dal Salvatore", amava ripetere (Vita di Antonio 26,4). Antonio non cerca altro che vivere il vangelo nella libertà da qualsiasi compromesso con la mondanità, nella libertà dalle passioni, frutto di una dura lotta interiore.
Se nei primi passi della vita monastica si fa guidare da un anziano monaco nei pressi del suo villaggio, poi si inoltra nel deserto dove è raggiunto da numerosi discepoli; la fama della sua sapienza spirituale, della sua mitezza, del suo discernimento varca i confini dell'Egitto: i filosofi pagani lo vogliono incontrare per discutere con lui, l'imperatore gli scrive. Assediato dalle folle che gli chiedono un consiglio, una parola di consolazione, di incoraggiamento, Antonio, ormai anziano, pacificato e operatore di pace, si ritira sul monte Qolzum, dove tuttora vi è un monastero a lui dedicato. Attraverso la biografia scritta da Atanasio, definita da Gregorio di Nazianzo, "regola di vita monastica sotto forma di racconto" (Discorso 21,5), Antonio diventa padre dei monaci sia d'oriente che d'occidente.

Tracce di lettura

Disse abba Antonio ad abba Poemen: «Questo è il grande lavoro dell'uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio e attendersi la tentazione fino all'ultimo respiro».

Disse ancora: «Dal prossimo ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello guadagniamo Dio, ma se scandalizziamo il fratello pecchiamo contro Cristo».

Disse ancora: «Chi dimora nel deserto e cerca la pace è liberato da tre guerre: quella dell'udito, quella della lingua e quella degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore».

Tre padri avevano l'abitudine di recarsi ogni anno dal beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell'anima; uno, invece, taceva sempre e non chiedeva nulla. Dopo molto tempo abba Antonio gli disse: «Da tanto tempo vieni qui e non mi chiedi niente!». E quello gli rispose: «Mi basta vederti, padre!».

(Detti dei padri, Serie alfabetica, Antonio 4.9.11.25.27)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose



Fermati 1 minuto. Il più grande affare della nostra vita

Lettura

Marco 2,13-17

13 Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. 14 Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi».
Egli, alzatosi, lo seguì.
15 Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16 Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». 17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».

Commento

Gesù esce lungo il mare; è infatti all'aperto che egli insegna usualmente alle folle, come se si trovasse in una sinagoga.

Il pubblicano chiamato Levi nel Vangelo di Marco compare negli altri Vangeli con il nome "Matteo", che in ebraico significa "dono di JHWH"; forse questo nome gli fu attribuito successivamente alla sua conversione. Tutti e quattro i Vangeli includono "Matteo il pubblicano" nella lista dei dodici apostoli.

I pubblicani erano deputati alla riscossione delle imposte per l'Impero romano e per tale ragione erano visti come traditori dagli ebrei. Inoltre, potevano applicare una maggiorazione sui tributi per ottenere un proprio margine di guadagno, divenendo ricchi a spese del loro popolo. Spesso erano soliti ad abusi, favoriti dall'indeterminatezza con cui venivano stabilite le tasse. Per questi motivi i pubblicani erano considerati peccatori, emarginati dalla società e allontanati dalle famiglie.

L'azione semplice e immediata con cui Levi risponde alla chiamata di Gesù indica un'esperienza radicale di conversione. Levi comprende che seguire Gesù sarà "il più grande affare" della sua vita e organizza un banchetto che è probabilmente una festa e un'occasione di commiato dai suoi amici.

L'accettazione da parte di Gesù, di sedere alla stessa mensa dei pubblicani è considerata dagli scribi appartenenti alla setta dei farisei (la specificazione indica che non tutti gli scribi lo erano) come profondamente offensiva nei confronti della legge cerimoniale, cui essi erano particolarmente devoti, coltivando uno spirito legalista.

Gesù indica come destinatari privilegiati della sua chiamata non "i sani" (v. 17) - letteralmente "i forti" (gr. hoi ischyontes) - ma i peccatori, cioè coloro che, pentiti, desiderano mutare la propria vita, seguendo la chiamata a vivere l'evangelo. I farisei che osservano il banchetto di Gesù con i pubblicani rifiutano di riconoscersi anch'essi bisognosi di conversione. Ma come dirà l'apostolo Paolo "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23). Solo se saremo umili e accetteremo di sederci con Gesù alla mensa dei peccatori potremo riconoscere in lui la nostra salvezza, la fonte di vita eterna.

Preghiera

Apri  le nostre orecchie, Signore, alla tua voce che ci chiama; affinché possiamo gioire con te alla tavola della salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 16 gennaio 2026

Dizionario della Musica Anglicana. James Douglas

James Douglas rappresenta una figura significativa, seppur non tra le più celebrate, nel panorama della musica ecclesiastica britannica. Attivo principalmente nel periodo tardo-romantico, Douglas si distinse per un approccio compositivo che seppe coniugare la tradizione anglicana con sensibilità armoniche più moderne.

La sua produzione sacra si caratterizza per una scrittura corale raffinata, dove le linee vocali si intrecciano con naturalezza, rispettando la prosodia del testo liturgico. Douglas dimostrò particolare attenzione alla funzionalità liturgica delle sue opere, componendo brani che potessero essere eseguiti agevolmente dalle cappelle cattedralizie inglesi, senza rinunciare a una ricerca espressiva di notevole spessore.

Tra le sue composizioni ecclesiastiche più apprezzate figurano diversi settings dell'ufficio anglicano, inclusi Morning e Evening Services in varie tonalità, oltre a numerosi anthems per il repertorio liturgico. La sua musica rivela l'influenza dei grandi maestri della tradizione inglese come Stanford e Parry, pur mantenendo una voce personale riconoscibile nell'uso delle progressioni armoniche e nella struttura formale.

Particolarmente degno di nota è il suo trattamento dell'organo nelle composizioni corali, dove lo strumento non si limita a un ruolo di mero sostegno, ma dialoga con le voci in una tessitura ricca e articolata. Douglas seppe creare atmosfere contemplative senza cadere nel sentimentalismo, mantenendo quella dignità e solennità che la tradizione anglicana richiede.

La sua eredità musicale, pur non avendo raggiunto la fama di altri contemporanei, continua a essere apprezzata dagli ensemble specializzati in repertorio liturgico britannico.

- Rev. Dr. Luca Vona



Onorato di Lérins, padre del monachesimo gallico

Gli antichi martirologi ricordano nella data odierna Onorato, fondatore del monastero di Lérins e vescovo di Arles, una delle figure più influenti del monachesimo occidentale del V secolo. Onorato, nato intorno al 350-360, proveniente da una nobile famiglia consolare della Gallia settentrionale, fu attratto in giovane età dalla vita monastica, abbandonando i privilegi che la sua condizione sociale gli offriva, nonostante l'opposizione paterna. Con il fratello minore Venanzio e l'anziano Caprasio, suo maestro spirituale, intraprese un viaggio in Oriente per conoscere la tradizione monastica di quelle regioni, visitando probabilmente l'Egitto, culla del monachesimo, e la Palestina, dove fiorivano le comunità degli anacoreti del deserto.

Dopo l'improvvisa morte del fratello Venanzio durante il pellegrinaggio, evento che lo segnò profondamente, fece ritorno in Gallia e, intorno al 400-410, si stabilì a Lérins, una piccola isola disabitata e selvaggia vicina alla costa provenzale, al largo di Cannes. In quel luogo isolato e impervio, infestato da serpenti secondo le testimonianze antiche, Onorato fondò insieme a Caprasio un monastero che divenne rapidamente uno dei più importanti centri monastici dell'Occidente cristiano. La comunità monastica da lui fondata conobbe un rapido sviluppo, attirando numerosi discepoli da tutta la Gallia e divenendo un faro di spiritualità e formazione ecclesiastica. Il monastero di Lérins si distinse per la sua regola equilibrata, che combinava armoniosamente vita contemplativa, preghiera liturgica, lavoro manuale e studio delle Scritture, formando generazioni di vescovi, teologi e santi che avrebbero influenzato profondamente la Chiesa delle Gallie. Tra i suoi discepoli si annoverano figure come Ilario di Arles, Eucherio di Lione, Vincenzo di Lérins e Cesario di Arles.

Tra la fine del 427 e l'inizio del 428, su insistente richiesta del clero e del popolo, Onorato fu chiamato, non senza resistenze da parte sua per umiltà, a guidare la prestigiosa diocesi di Arles, una delle più importanti sedi episcopali della Gallia. Come vescovo si distinse per l'instancabile carità verso i poveri, la predicazione efficace, la sapiente amministrazione diocesana e la difesa dell'ortodossia. Morì santamente due anni più tardi, nel gennaio del 430, all'età di circa settant'anni, lasciando un'eredità spirituale duratura che avrebbe segnato il monachesimo occidentale per i secoli a venire. Ilario di Arles, suo discepolo e successore, ne pronunciò un celebre elogio funebre che ci tramanda la memoria delle sue virtù.

Tracce di lettura

Fratelli, il breve periodo durante il quale vi è stata concessa la presenza di Onorato vi consente con un certo agio di misurare l'esagerazione o invece la pochezza delle mie parole a suo riguardo.

Mi siete testimoni, fratelli carissimi, della vigilante sollecitudine, dell'ardore per l'ascesi, della bontà capace di spingersi fino alle lacrime, della serenità, segno di un animo fermo e costante, che promanava dal suo volto.

Voi avete anche udito che le sue parole erano in accordo con la sua vita; l'eleganza dei suoi discorsi era conforme alla purezza del suo cuore.

E avete poi visto la sua immensa carità, così grande che lo stesso Eucherio, anch'egli uomo santo, ha potuto dire con ragione che, secondo lui, se si fosse potuto dare un volto alla carità, è il volto di Onorato che, più di ogni altro, si sarebbe dovuto dipingere per renderla visibile.

Chi dunque ha mai pensato di averlo visto a sufficienza? Chi ha saputo unire come lui dolcezza e severità? Chi ha saputo mescolare a tal punto disciplina e pacatezza? Chi, corretto da lui, non ha provato gioia a ricevere tale correzione? Quando mai qualcuno ha potuto rilevare nella sua gioia una mancanza di ritegno? E quando, infine, la sua tristezza non è risultata salutare per chi gli stava accanto? (Ilario d'Arles, Vita di Onorato 26)

Fermati 1 minuto. Lasciare andar via

Lettura

Marco 2,1-12

1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.
3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».
8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua». 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Commento

Il miracolo compiuto da Gesù per guarire il paralitico di Cafarnao mostra il ruolo della fede nell'attivare il potere di guarigione del Signore. L'utilizzo del verbo greco aphiemi, "lasciare andar via", indica che la remissione dei peccati operata da Gesù è un atto di liberazione integrale della persona sofferente. 

Come narrato dall'evangelista Marco la remissione dei peccati è attribuita direttamente a Gesù, per questa ragione egli viene accusato di bestemmia. L'accusa contro di lui viene dai dottori della legge e non dal popolo. Spesso proprio coloro che dovrebbero fare da guida confondono la luce con le tenebre.

Gesù non si limita a predicare nella sinagoga, ma utilizza ogni tempo e luogo per ammaestrare le folle e sanare gli ammalati, come una semplice casa, in un giorno feriale. Dall'avvento di Cristo, il regno di Dio è tra noi, il Risorto e lo Spirito che ci ha donato agiscono anche oltre i confini dei luoghi istituzionali di culto. 

Il fatto che il paralitico sia portato su un lettino indica la severità del suo stato di salute; egli è probabilmente tetraplegico. Il modo "rocambolesco" con cui gli amici del paralitico cercano di condurre questi a Gesù attesta non solo la loro fede ma anche la grande compassione per l'amico malato. Il loro gesto testimonia la potenza dell'intercessione dei credenti. 

Gesù rimette i peccati al paralitico anziché compiere un gesto diretto di guarigione, attestando che la radice da cui scaturisce ogni male è il peccato, non necessariamente quello individuale (come dimostra il racconto di Giobbe), ma quello che rende l'umanità responsabile "in solido" e che è entrato nel mondo per opera del Maligno. Gesù cura l'effetto, che è la malattia, allontanando la causa, che è il peccato.

Rimettendo il peccato e compiendo la guarigione con una formula indicativa ("Ti sono rimessi"... "Io ti dico...") Gesù dichiara implicitamente la propria autorità divina, testimoniata anche dal prodigio dell'immediato recupero della salute del paralitico. 

Il comandamento di allontanarsi con il suo lettuccio all'uomo risanato attesta che, sebbene egli porti con sé il segno della sua pregressa malattia, ha recuperato appieno le sue forze ed è pronto per rimettersi in cammino compiendo la volontà di Dio. Il peccato può lasciare in noi cicatrici profonde, ma per la grazia che ci è donata in Cristo dobbiamo guardarle lasciando andare via il timore, per esprimere amore e gratitudine verso colui che si è preso cura delle nostre ferite.

Preghiera

Rendici, Signore, consapevoli del bisogno di essere da te guariti e liberati dai lacci del peccato; affinché possiamo riprendere, con rinnovato vigore, la corsa verso la gloria del tuo regno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 15 gennaio 2026

Le sei perfezioni del buddhismo. Kṣānti (pazienza)

La pratica della Kṣānti, termine sanscrito che traduciamo comunemente come "pazienza", racchiude in realtà un universo semantico vastissimo che include la tolleranza, l'accettazione, la sopportazione e l'imperturbabilità. Questa virtù, una delle Pāramitā fondamentali nel sentiero buddista, non è una dimensione puramente umana, ma evolve in una dimensione extra-umana dove l'individuo si fonde con il tutto.

Nella vita quotidiana, la Kṣānti si manifesta come un'offerta di pratica che ci permette di spaziare tra diverse sfumature: possiamo essere tolleranti senza essere necessariamente pazienti, o sopportare una situazione senza ancora averla pienamente accettata. Questa flessibilità semantica non rappresenta una debolezza concettuale, ma al contrario rivela la profondità di una pratica che riconosce la complessità dell'esperienza umana. Sviluppare anche solo una di queste qualità costituisce un passo essenziale per la crescita dell'essere umano come "adulto del pianeta", capace di abitare la propria esistenza con maturità e consapevolezza.

La trappola della semplificazione moderna

Oggi viviamo in un'epoca dominata da una ricerca affannosa del "tutto e subito", dove la complessità viene spesso vista come un ostacolo da eliminare a ogni costo. Questa tendenza a voler semplificare ogni aspetto della vita porta inevitabilmente a una superficialità distruttiva.

La semplificazione forzata non genera vera conoscenza, ma spesso produce ignoranza e isolamento, poiché ci sottrae la pazienza necessaria per approfondire e per stabilire rapporti umani autentici e presenti. Ci troviamo intrappolati in un circolo vizioso: più cerchiamo scorciatoie cognitive, più diventiamo incapaci di sostare nella difficoltà, nell'ambiguità, nel non-ancora-risolto che caratterizza ogni autentico processo di comprensione.

Spesso, l'impazienza si maschera dietro il desiderio di risolvere tutto immediatamente per nutrire il nostro Ego, che non accetta di "non sapere" e percepisce l'incertezza come una minaccia alla propria stabilità. Questa sete di risposte rapide ci rende vulnerabili a notizie false e superficiali, poiché preferiamo consumare qualsiasi informazione pur di non affrontare l'incertezza della comprensione lenta. Al contrario, la vera pazienza richiede la capacità di resistere a questo impulso dell'io di voler "mordere" e bruciare il tempo, di esigere che la realtà si conformi ai nostri ritmi invece di imparare a danzare con i suoi.

Il paradosso della nostra epoca è che, pur disponendo di strumenti tecnologici che potrebbero amplificare le nostre capacità di apprendimento e connessione, spesso li utilizziamo per accelerare ulteriormente un processo già frenetico, perdendo di vista il fatto che certe trasformazioni richiedono tempo biologico, psicologico, spirituale — un tempo che non può essere compresso senza perdere sostanza.

Le tre dimensioni della pazienza

La dottrina buddista descrive la Kṣānti attraverso tre dimensioni fondamentali che toccano ogni aspetto dell'esperienza umana:

1. La capacità di sopportare le difficoltà personali, rivolta verso l'interno. Questa prima dimensione riguarda la nostra relazione con il dolore fisico, con la malattia, con l'invecchiamento, con le limitazioni del corpo e della mente. Non si tratta di un'accettazione passiva o masochistica, ma di una presenza vigile che riconosce la realtà senza aggiungere strati di resistenza mentale che amplificano la sofferenza. Quando il corpo duole, il dolore è inevitabile; la sofferenza aggiuntiva nasce dal nostro rifiuto mentale di quella condizione, dal nostro lamentarci che "non dovrebbe essere così".

2. La tolleranza e l'accettazione verso gli altri, che ci permette di non farci influenzare negativamente dalle circostanze esterne e dai comportamenti altrui. Questa dimensione è forse la più difficile nella vita relazionale contemporanea, dove siamo costantemente esposti a opinioni divergenti, comportamenti irritanti, incomprensioni e conflitti. La Kṣānti in questo contesto non significa tollerare passivamente ogni comportamento, ma sviluppare la saggezza di distinguere ciò che merita una risposta da ciò che può essere lasciato andare, riconoscendo che ogni essere umano agisce dalla propria limitata prospettiva e condizionamento.

3. L'accettazione della verità, a partire dalla consapevolezza della sofferenza (Dukkha) come parte integrante della vita. Questa dimensione filosofica e contemplativa richiede il coraggio di guardare in faccia le Quattro Nobili Verità del buddismo: la realtà della sofferenza, la sua origine nel desiderio e nell'attaccamento, la possibilità della sua cessazione, e il sentiero che conduce a tale liberazione. Accettare queste verità non significa rassegnarsi, ma smettere di combattere contro la struttura fondamentale dell'esistenza condizionata.

È fondamentale distinguere la vera pazienza da quella che potremmo definire "impazienza mascherata". Molti credono di essere pazienti solo perché attendono che il futuro porti un cambiamento, ma questa è una forma di calcolo temporale, non di vera presenza: la vera pazienza risiede esclusivamente nel momento presente, senza l'attesa ansiosa di qualcosa che verrà.

Essere pazienti significa dimorare nel presente, entrarvi pienamente anziché saltare continuamente tra il rimpianto del passato e l'aspettativa del futuro. È la differenza tra chi attende il treno guardando ossessivamente l'orologio e lamentandosi del ritardo, e chi usa quel tempo per osservare, respirare, essere semplicemente lì dove si trova. In entrambi i casi il treno arriverà quando arriverà, ma la qualità dell'esperienza vissuta è radicalmente diversa.

Affrontare la sofferenza senza fuggire

Il rapporto con la sofferenza è il banco di prova della Kṣānti. Spesso reagiamo alle difficoltà con un'accettazione passiva che è in realtà rassegnazione, o con il desiderio di fuga attraverso distrazioni, sostanze, o l'immersione compulsiva nel lavoro o nell'intrattenimento. Ma nel buddismo Zen la via per uscire dalla sofferenza non passa attraverso l'evasione.

Fuggire dalla sofferenza è inutile, poiché essa si ripresenterà inevitabilmente con volti diversi, essendo intrinsecamente legata al nostro modo di vivere l'Ego e di costruire un sé separato che desidera, teme, si attacca e respinge. Come insegna il Buddha nel Dhammapada, "il dolore è inevitabile, la sofferenza è una scelta" — ciò che possiamo modificare non è l'esistenza del dolore nella vita umana, ma il nostro rapporto con esso.

Una metafora efficace descrive l'essere umano immerso nelle fiamme della sofferenza: se giriamo le spalle per fuggire, ci congeliamo perdendo la nostra natura vitale e autentica; se restiamo dentro senza consapevolezza, veniamo bruciati e distrutti dal dolore. La soluzione risiede nello sviluppare uno stato di consapevolezza lucida restando "dentro" la situazione, poiché solo la conoscenza profonda di ciò che muove il nostro dolore permette di risolverlo alla radice.

Questa pratica richiede un coraggio particolare: il coraggio di non distogliere lo sguardo quando la vita diventa difficile, di non cercare immediatamente una soluzione o una via di fuga, ma di sostare nell'esperienza abbastanza a lungo da comprenderla veramente. È attraverso questa sostenuta presenza che possiamo scoprire che molte delle nostre sofferenze sono amplificate dalla nostra resistenza, dalle nostre narrative mentali, dal nostro bisogno di controllare ciò che non può essere controllato.

Come suggerito da alcune visioni filosofiche esistenzialiste, l'inferno non è necessariamente "gli altri" come sosteneva Sartre, ma è spesso qualcosa che creiamo noi stessi attraverso i nostri schemi mentali rigidi, le nostre aspettative irrealistiche, i nostri giudizi implacabili — e di cui poi incolpiamo il mondo esterno. Riconoscere questa verità è già un primo passo verso la liberazione, perché ciò che abbiamo creato possiamo anche dis-crearlo attraverso la pratica e la trasformazione interiore.

La meditazione come strumento di presenza

La pratica della meditazione Zen (Zazen) è il metodo principale per coltivare questa capacità di presenza paziente, poiché ci insegna a "darci tempo" e a conoscere il tempo dell'accadere, il ritmo naturale con cui le cose sorgono e svaniscono nella coscienza. Meditare non significa svuotare la mente come se fosse un contenitore da ripulire, ma essere presenti con tutto ciò che emerge — pensieri, emozioni, sensazioni fisiche, suoni — imparando a suonare correttamente lo strumento della propria coscienza.

Nella pratica dello Zazen, seduti in silenzio, sperimentiamo direttamente cosa significa essere pazienti: osserviamo il dolore fisico nelle gambe senza immediatamente muoverci, notiamo l'insorgere di pensieri ossessivi senza seguirli, sentiamo l'impazienza stessa emergere come un'energia nel corpo e nella mente. Attraverso questa osservazione ripetuta, gradualmente sviluppiamo una capacità di testimoniare che non è indifferenza ma presenza equanime.

Attraverso questa disciplina quotidiana, è possibile cogliere momenti di estrema lucidità e di profonda relazione con l'universo, esperienze che i maestri Zen chiamano "kenshō" o "satori" — intuizioni improvvise della natura della realtà che superano le barriere dello spazio e del tempo. Ma anche senza queste esperienze culminanti, la pratica regolare trasforma gradualmente il nostro modo di essere nel mondo, rendendoci più stabili, meno reattivi, più capaci di rispondere con saggezza invece che reagire con impulsi condizionati.

La meditazione ci insegna anche che la pazienza non è statica ma dinamica: non è una virtù che si possiede una volta per tutte, ma una qualità che va coltivata momento per momento, respiro dopo respiro. Ogni sessione di meditazione è un nuovo inizio, un'altra opportunità di praticare il non-fare, il non-afferrare, il semplice essere presenti a ciò che è.

Kṣānti nel mondo contemporaneo: sfide e applicazioni

Nel contesto della vita moderna, la pratica della Kṣānti assume forme specifiche che meritano attenzione. Nel lavoro, dove siamo costantemente sotto pressione per produrre risultati immediati, la pazienza diventa la capacità di rispettare i tempi naturali di maturazione di un progetto, di non forzare soluzioni premature, di permettere che la creatività emerga secondo il suo ritmo organico.

Nelle relazioni, dove la cultura della gratificazione immediata ha reso le persone sempre più intolleranti verso le difficoltà relazionali, la Kṣānti si manifesta come la capacità di attraversare i momenti di crisi senza fuggire, di dare tempo all'altro di crescere e cambiare, di non pretendere che le persone care soddisfino immediatamente ogni nostro bisogno emotivo.

Nell'educazione dei figli, la pazienza significa resistere alla tentazione di rimuovere ogni ostacolo dal loro cammino, permettendo invece che incontrino difficoltà appropriate alla loro età e sviluppino così la propria resilienza. Significa anche avere la pazienza di ripetere insegnamenti che sembrano non essere stati ascoltati, confidando che il seme piantato germoglierà a suo tempo.

Nel rapporto con la tecnologia e i media digitali, praticare la Kṣānti significa creare spazi di disconnessione, resistere all'impulso di controllare continuamente notifiche e messaggi, coltivare la capacità di annoiarsi senza immediatamente cercare uno stimolo. Significa riconoscere che non tutto richiede una risposta immediata e che alcuni processi — come la comprensione profonda, la creatività autentica, la trasformazione personale — hanno bisogno di spazio e tempo per dispiegarsi.

La pazienza come forza trasformativa

In conclusione, la pazienza non è un atto eroico o stoico di resistenza, ma una forza trasformativa che permette a ogni barriera spirituale di cedere naturalmente. Non è debolezza ma la più grande delle forze, come insegnava Lao Tzu quando parlava dell'acqua che con il tempo scava la roccia più dura.

Che si tratti di accettare l'invecchiamento come una forma di bellezza fuori dalla comparazione temporale, riconoscendo la dignità delle rughe come mappe di una vita vissuta, o di permettersi di riconoscere un istante di gioia improvvisa senza immediatamente chiedersi quanto durerà, la Kṣānti ci invita a non girare la testa dall'altra parte di fronte alla verità della nostra esistenza.

Sviluppare la pazienza significa, in ultima analisi, avere il coraggio di cambiare noi stessi attraverso l'accettazione onesta di ciò che siamo in ogni singolo istante — non un'accettazione rassegnata, ma un riconoscimento lucido che diventa la base per ogni autentica trasformazione. Perché solo quando smettiamo di combattere contro ciò che è, solo quando ci permettiamo di essere pienamente dove siamo, possiamo finalmente muoverci verso dove vogliamo andare.

La via della Kṣānti non promette soluzioni rapide né stati permanenti di beatitudine, ma offre qualcosa di più profondo: la possibilità di vivere in pace con l'impermanenza, di danzare con il cambiamento invece che resistergli, di trovare una stabilità non nella fissità ma nel flusso stesso della vita. È un cammino che richiede tempo — tutto il tempo di una vita — ma che inizia sempre qui, in questo momento presente, con un singolo respiro consapevole.

- Rev. Dr. Luca Vona

Serafino di Sarov. Farsi cosa tra le cose, per ricapitolare l'intera creazione in Dio

Nel 1759 nasce a Kursk, in Russia, Prochor Mošnin, diventato più tardi uno dei più amati monaci russi e canonizzato dal Patriarcato di Mosca il 19 luglio del 1903 con il nome di Serafim di Sarov. Recatosi diciottenne in pellegrinaggio alle Grotte di Kiev, Prochor fu indirizzato dallo starec Dositeo all'eremo di Sarov, dove intraprese con tale convinzione la vita monastica da ricevere alla professione il nome di Serafim, «l'ardente». 
Serafino di Sarov è il santo più amato e venerato, con san Sergio di Radonez, tra tutti i santi russi; egli è una vera e propria «icona della spiritualità russa» (Pavel Evdokimov), una delle sue espressioni più mature e consapevoli. Serafino è il santo serafico, dolce e mite di cuore, uno dei volti più luminosi di tutta la tradizione ortodossa; ma vi è in lui anche un’eccedenza che trascende questa stessa tradizione che lo ha nutrito. Proprio perché egli ne incarna fino in fondo le radici, il suo messaggio ha una portata universale, per tutte le Chiese e per tutti gli uomini.
Prokhor Moshnin, il futuro starec Serafino, nacque a Kursk, nel governatorato di Tambov, il 19 luglio 1759, da una famiglia di mercanti. Il padre Isidoro (Sidor) morì quando Procoro aveva solo tre anni; la madre Agathia gli trasmise una grande eredità di fede e di preghiera. Già le Vite più antiche narrano come a sette anni rimase illeso cadendo dalle impalcature della chiesa, dedicata a san Sergio, che l’impresa di famiglia stava costruendo: la madre vi lesse un intervento miracoloso della Madre di Dio.
Sin da ragazzo, Procoro imparò a leggere assiduamente i Salmi e i Vangeli. A diciassette anni si recò in pellegrinaggio a Kiev, per interrogare e ascoltare il celebre recluso Dosifej, che lo indirizzò all’eremo di Sarov. Il 20 novembre 1779, vigilia della Presentazione al Tempio della Madre di Dio, il giovane Procoro iniziò il suo noviziato, lavorando per obbedienza prima come fornaio, poi come falegname. In questi anni conobbe gli scritti dei Padri sulla vita spirituale e iniziò a praticare la preghiera di Gesù. Fu allora che una misteriosa e lunga malattia lo colpì, costringendolo a letto per diciotto mesi. Al superiore di Sarov, lo starec Pacomio, preoccupato per la vita del giovane, egli confidò: «Ho consegnato me stesso ai veri medici delle anime e dei corpi: il Signore nostro Gesù Cristo e la sua purissima Madre, la benedetta Vergine Maria». E la Madre di Dio visitò il novizio Procoro, risanandolo.
Questo episodio ha un valore emblematico. Molti anni dopo, quando dei briganti assalirono Serafino che si era ritirato nella solitudine della foresta di Sarov, lasciandolo in fin di vita, la Madre di Dio ritornò a manifestarsi a lui, accompagnata dagli apostoli Pietro e Giovanni, ai quali avrebbe detto: «Costui è della nostra stirpe». Come san Sergio di Radonez, come san Francesco di Assisi in Occidente, Serafino appartiene a una particolare “qualità” di testimoni nella storia della Chiesa: alla nuvola degli ermeneuti, dei narratori dell’agape, della dolcezza, della tenerezza; coloro che sperimentano e quindi affermano che Dio è soltanto amore (cfr. 1Gv 4, 8), quelli che conservano le parole nel proprio cuore (Lc 2, 51) piuttosto che predicarle con la bocca, coloro che fanno di ogni giorno un’alba in cui correre pieni di fuoco verso il sepolcro per contemplare la Risurrezione. Maria, la Madre del Signore, Pietro, Giovanni: meravigliosa e bruciante costellazione che attraversa la storia nel segno dell’accoglienza reciproca, nel ridirsi costantemente madre e figlio (cfr. Gv 19, 26-27), nel consumarsi di amore per l’incontro con l’Amato, nel rallegrarsi per la risurrezione di Cristo! Che cosa possono ridire incessantemente questi testimoni dei primi giorni se non che «Cristo è risorto!»? Serafino, anch’egli della stessa stirpe di questi santi agapici, quando incontrava un fratello lo salutava con l’augurio pasquale in ogni tempo dell’anno: «Radost’ moja, Christos voskrese! [Mia gioia, Cristo è risorto!]». Leggendo la sua vita non possiamo che acconsentire alle parole pronunciate dalla Madre di Dio su di lui, non possiamo che cogliere il fiammeggiante tra i fiammeggianti, i serafini neotestamentari che hanno vissuto di amore.
«Il 13 agosto 1786, con l’autorizzazione del Santo Sinodo, Procoro fu tonsurato monaco dal superiore, lo ieromonaco Pacomio, e gli fu imposto il nome di Serafino. Accolto il nuovo nome angelico, egli distolse gli occhi dalle cose vane e, convertitosi con la conversione voluta da Dio, diresse il proprio cammino, nell’attenzione interiore e con la mente immersa nella contemplazione di Dio, verso l’eterno sole di verità, Cristo Dio, il nome del quale egli portava sempre nel cuore e sulle labbra». Così è raccontato l’inizio del cammino monastico di Serafino in una delle prime Vite. Ancora diacono, durante la liturgia ebbe la visione del Cristo veniente nella gloria. Nel 1793 fu ordinato prete dal vescovo di Tambov; dopo la morte del superiore Pacomio nel 1794, chiese al suo successore Isaia il permesso di condurre vita solitaria. Ritiratosi in un’isba nella foresta, che chiamerà «il Piccolo deserto lontano», si diede a una vita ascetica contraddistinta da lunghi digiuni, frequenti veglie e dal lavoro in un orticello da cui traeva il sostentamento. Tornava in monastero solo la domenica per la liturgia comune e per comunicare all’eucaristia.
Teso a rivivere la vita di Cristo, Serafino diede al suo deserto i nomi della terra dell’incarnazione del Signore, per averne una memoria incessante. Un angolo della foresta è chiamato Nazareth, un altro Betania, la cima di una collina è indicata come Monte delle Beatitudini, una grotta è chiamata Getsemani. Ogni settimana leggeva per intero il Nuovo Testamento e le Regole di Pacomio, si esercitava nell’ininterrotta memoria di Dio praticando la preghiera del cuore, apprendeva e metteva in pratica gli scritti dei grandi padri monastici, e soprattutto continuava il suo sforzo di purificazione su cammini spirituali di cui purtroppo molti uomini ignorano l’esistenza.
Ma qui, nel deserto della solitudine e della lotta contro le passioni e i pensieri ispirati dal demonio, Serafino conosce la sua “discesa agli inferi”. Ogni credente sa che prima o poi, nel suo cammino spirituale, interviene un’ora cattiva, di prova, di lotta indicibile e mai raccontabile agli altri. È l’ora in cui Dio sembra consegnare il suo servo alle potenze infernali, a quelle dominanti nascoste che si mostrano coabitanti nell’uomo, così che l’uomo di preghiera si trova gettato in un faccia a faccia spaventoso e disperato con il male. Anche Mosè, servo di Dio, conobbe quest’ora quando «il Signore gli andò incontro e cercò di farlo morire» (Es 4, 24). Ogni cristiano che ha ricevuto un grado di fede elevato e una missione particolare da Dio, prima o poi conosce questa notte oscura, che ci visita nella malattia fisica, o nella malattia psichica, o nell’esperienza del peccato più devastante. È sempre un’ora misteriosa di cui più tardi neanche il protagonista sa riconoscere l’inizio e la fine, come sia avvenuta la discesa e la risalita, la morte e la risurrezione. Battezzato nella morte di Cristo, colui che è impegnato in una reale sequela deve scendere con Lui negli inferi prima di essere nuova creatura. Sovente questa discesa è la garanzia di un’assunzione seria e decisiva della propria vocazione, di una chiara coscienza di sé quale peccatore perdonato, un salvato da Dio.
Serafino aveva già sperimentato questo abitare nell’ombra della morte nella lunga malattia da novizio, ma negli anni del suo apprendistato della vita eremitica vive quella che sarà la sua esperienza ascetica, il suo podvig più radicale. Come gli antichi stiliti del deserto, Serafino trascorre tre anni, mille giorni e mille notti in preghiera, inginocchiato di giorno su una pietra nella sua cella, e di notte sopra una roccia della foresta, le mani levate al cielo, gridando incessantemente: «Signore, abbi pietà di me, peccatore!». Serafino conosce la discesa all’inferno attraverso le degradazioni dell’essere creato, dall’umano all’animale al vegetale fino a farsi cosa tra le cose, roccia e vento, ricapitolando così tutto il passato cosmico, assumendo nel suo corpo e nel suo modo di vivere la preghiera e il gemito di ogni creatura, divenendo così voce e invocazione di misericordia non solo per tutti gli uomini peccatori, ma per la creazione intera, che geme e soffre in attesa della propria redenzione.
Per tre anni, forse tra il 1807 e il 1810, Serafino osserva il silenzio più assoluto. Dio lo ha reso muto, agnello afono come il Cristo nella passione. Che cosa accadde? Perché quest’ascesi estrema, questo totale estraniamento dalla comunità degli uomini? Non lo sapremo mai! Forse quest’assenza di parola è anch’essa, paradossalmente, una profezia: il silenzio è il linguaggio delle realtà inanimate, ma è anche il linguaggio del mondo futuro. Il comportamento di questo eremita doveva però apparire a molti bizzarro o incomprensibile. Il nuovo superiore Nifonte richiama Serafino dal suo “Piccolo deserto lontano” chiedendogli di ritornare a vivere in monastero. Serafino obbedisce, il Signore sembra chiamarlo a una nuova tappa nel suo cammino di trasfigurazione a immagine di Cristo.
Ritornato a Sarov, Serafino visse per alcuni anni in completa reclusione nella sua cella. Un’icona della Madre di Dio, che egli chiama «gioia di tutte le gioie», è la testimone silenziosa della sua preghiera incessante. Sono ormai passati più di trent’anni dalla sua entrata in monastero. Il lungo tempo della preparazione è terminato, la metamorfosi pneumatica si è compiuta, i demoni sono vinti, e Serafino partecipa ormai delle condizioni del Risorto. Nel 1813 attenua il rigore della reclusione e comincia ad accogliere ospiti e pellegrini ai quali dà i suoi consigli, quale starec ormai pervenuto al discernimento, alla pace interiore. Questo rinnovato incontro con i fratelli nella luce mostra che Serafino non aveva fuggito gli uomini, bensì il mondo; disceso agli inferi con Cristo, con il Cristo risorto dai morti può ora annunciare con gioia e autorevolezza la vittoria definitiva di Cristo sulla morte.
La luce ormai ardente non può restare nascosta. Nel 1825, per un’ispirazione della Tutta Santa, la Madre di Dio, Serafino esce dalla sua cella. Inizia qui l’ultima tappa della sua vita, la sua epifania. Serafino risuscitato, rialzato, risollevato dalla potenza di Dio che lo ha chiamato alla divinizzazione, incontra i contadini, i poveri, gli ultimi, di cui si fa padre e pastore. Consola, esorta e guarisce, mostrando l’icona della Madre di Dio «gioia di tutte le gioie», e con gli occhi pieni di Dio saluta ogni volto che incontra riconoscendovi il volto dell’Amato: «Mia gioia, Cristo è risorto!».
Nel suo ministero di padre spirituale Serafino opera il discernimento degli spiriti su quanti gli chiedono una parola di consolazione o di illuminazione, cura e guarisce i sofferenti, ascolta a lungo le confessioni di uomini e donne pieni di vergogna per i loro peccati, mostra di comprendere il loro smarrimento con la tenerezza di una madre, e infiamma tutti di quella carità infinita capace di amare tutte le creature, animate e inanimate, coscienti e incoscienti, intelligenti e sceme, buone e malvagie. «Dio è fuoco che brucia e infiamma il cuore e le viscere», scrive nei suoi Insegnamenti. Folle di pellegrini accorrono a lui: il “misero Serafino” resta però umile e gioioso, rifugiandosi sovente nella foresta per conservare la pace e vivere la santa esichia (bezmolvie), la quiete interiore dell’uomo che sa comunicare con Dio e con i fratelli.
Non poteva essere altrimenti: chi si è fatto stavroforo (portatore della croce) con Cristo, è fatto da Dio pneumatoforo (portatore dello Spirito)! «Fin da ora, già adesso e qui», insiste Serafino, «occorre vivere la gioia del Regno, la comunione con il Signore, occorre acquisire il dono dello Spirito Santo», il Consolatore che fa di ciascuno l’abitazione di Dio. Serafino aveva imparato a farsi obbediente soltanto allo Spirito, che in lui parlava senza ostacoli: «Il primo pensiero che mi si affaccia alla mente, ritengo sia Dio a inviarmelo, così parlo senza sapere che cosa sta succedendo nell’anima del mio interlocutore, ma con la certezza che questa è la volontà di Dio ed è per il suo bene. Ma a volte accade ch’io risponda a una qualche questione senza affidarla alla volontà di Dio, fidandomi della mia ragione, pensando sia possibile risolverla senza ricorrere a Dio. Ma in quei casi commetto sempre degli errori». Così il santo parla candidamente del suo discernimento. Egli non andava dall’uomo a Dio, ma da Dio all’uomo.
Di questa sua docilità allo Spirito Santo ci hanno lasciato una commovente testimonianza le sorelle della “Comunità del Mulino” di Diveevo, la comunità monastica femminile che Serafino aveva seguito dalla fondazione e alla quale aveva preposto come responsabile Elena Manturova, una giovane monaca di Diveevo che lo stesso Serafino aveva preparato sin da ragazza a questo compito. Egli desiderava predisporre tutto per una integrale formazione spirituale e umana per queste giovani in ricerca di un autentico cammino monastico: la sua sapiente e amorevole guida paterna seppe dare alla fragile comunità di sorelle quegli strumenti spirituali che permisero loro di continuare nella fedeltà alla vocazione ricevuta, nonostante le difficoltà e le divisioni, nonostante le prove e le sofferenze, soprattutto dopo la rivoluzione del 1917, quando la comunità fu dispersa e perseguitata.
Oggi il monastero di Diveevo è ricostruito, è ancora meta di fedeli, luogo di preghiera e di invocazione della misericordia di Dio sulla Russia e sul mondo. Quando nel 1991 le reliquie di san Serafino furono ritrovate nel deposito del Museo dell’ateismo (oggi di nuovo la Cattedrale della Madre di Dio di Kazan’ a San Pietroburgo), un’incredibile folla seguì la loro traslazione a Diveevo: lo spirito di amore e di perdono che san Serafino aveva saputo discernere e accogliere nella sua vita si era rivelato ancora una volta più forte dell’odio e della distruzione che gli uomini sono capaci di operare.
Nella trasfigurazione del Signore sul monte Tabor i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni riuscirono a vedere il Cristo trasfigurato poiché erano stati essi stessi trasfigurati in quella medesima luce. Così avvenne anche per san Serafino e per quanti ebbero la grazia di incontrarlo. La trasfigurazione non è evento che si chiude sul trasfigurato, ma è evento che trasfigura quelli che ne sono i testimoni, quelli che sperimentano il privilegium amoris di vivere accanto a Lui, come accanto a Serafino vissero Elena Vasilievna Manturova e suo fratello Michail, le povere orfanelle della Comunità del Mulino e il giovane Nikolaj Motovilov, che san Serafino guarì da una grave paralisi. È a quest’ultimo che il santo si mostrò mentre la luce divina gli trasfigurava il volto. Gli appunti di Motovilov purtroppo andarono perduti con la dispersione degli archivi di Diveevo, ma nel 1903, l’anno della canonizzazione di Serafino, il noto pubblicista Sergej Nilus ne aveva pubblicato una parte col titolo di Dialogo dello starec Serafino con A. N. Motovilov sul fine della vita cristiana. Grazie a questa pubblicazione, ben presto tradotta in tutte le lingue, nel XX secolo il messaggio di san Serafino ebbe una grandissima diffusione anche in Occidente. Il fine della vita cristiana, rivela Serafino al suo amico, è l’acquisizione dello Spirito Santo, quello spirito di amore che Cristo visse fino all’estremo.
Il 2 gennaio 1833, inginocchiato davanti all’icona della Madre di Dio, «gioia di tutte le gioie», Serafino incontrò Colui che egli aveva tanto cercato, il Cristo umile, dolce e misericordioso. Lo Spirito Santo, da lui acquisito con la sua vita monastica, lo aveva guidato, donando sempre alla sua lampada l’olio dell’amore gioioso, frutto dello Spirito. San Serafino non fu mai preoccupato del rigorismo dell’osservanza, non disdegnò mai la tavola dei peccatori, fu un padre materno, sognò e cantò la Risurrezione, non vide mai un fratello all’inferno, non accettò mai che un uomo fosse nella tristezza.
Si narra nei detti dei Padri del deserto che abba Giuseppe di Panefisi ricevette il monaco Lot, che gli chiese: «Abba, io celebro come posso la mia liturgia, faccio digiuno, prego, medito, vivo nel raccoglimento, cerco di essere puro nei pensieri. Che cosa devo fare ancora?». Il vecchio, alzatosi, aprì le braccia verso il cielo e le sue dita divennero come fiamme: «Se vuoi», gli disse, «diventa tutto di fuoco».
Serafino è un monaco diventato tutto di fuoco, fuoco agapico, universale, cosmico. Ora egli, nella comunione dei santi del cielo, accelera la comunione dei santi della terra che guardano a lui come a un testimone dell’amore universale, un ermeneuta dello Spirito Santo.

- Enzo Bianchi, 30Giorni, n. 5, 2009

Fermati 1 minuto. Non il timore degli schiavi ma la maturità dei figli di Dio

Lettura

Marco 1,40-45

40 Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va', presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

Commento

Fino a questo momento Gesù aveva manifestato solo in privato il suo atteggiamento critico nei confronti della legge; ora invece si mette apertamente contro di essa, toccando il lebbroso per sanarlo. Questa "rottura" è possibile perché con lui si inaugura il regno di Dio e la schiavitù della legge è sostituita dal nuovo patto tra Dio e l'uomo nella grazia. 

Inginocchiandosi, il lebbroso mostra la sua umiltà verso Cristo, e proclama la certezza di poter essere guarito, mostrando una fiducia salda, che gli farà ottenere proprio ciò in cui spera. La compassione di Gesù, letteralmente la sua "commozione" (gr. splenchnizomai) si trova solo nei sinottici e indica la sua umanità, immagine perfetta della misericordia divina.

Gesù nel guarire il lebbroso non ha bisogno di rivolgere una preghiera di supplica a Dio ma parla con autorità: «Lo voglio, guarisci!»; ciò testimonia la sua investitura messianica e il suo agire in sinergia con il Padre. Il verbo utilizzato per "guarire" è il greco katharizo, il cui significato proprio è quello di "purificare". L'azione di Cristo non solo guarisce il corpo, ma rigenera lo spirito. 

Una volta guarito il lebbroso, Gesù "lo rimandò" (v. 43), perché il tocco della sua mano risanatrice ci restituisce la libertà dei figli di Dio. Dirà Paolo, nella lettera ai Romani: "voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi" (Rm 8,15). La vera religione non è dipendenza psicologica, alienazione, ma maturazione della nostra persona, che si apre a una dimensione di gratitudine verso Dio e generosità verso il prossimo. 

Il comando di Gesù di non dir niente a nessuno è volto ad evitare che la folla e i curiosi siano attratti unicamente dalle sue guarigioni. Ma nonostante questo divieto il lebbroso sanato comincia a "proclamare e divulgare il fatto" (v. 45); è difficile nascondere un evento così clamoroso. D'altra parte anche recandosi al tempio per un sacrificio di ringraziamento, il lebbroso sanato avrebbe generato grande stupore, poiché in tutta la Bibbia troviamo solo due casi in cui Dio guarisce un lebbroso (Nm 12,10-15; 2 Re 5,1-14). 

Dopo aver compiuto miracoli e predicato, Gesù torna alla ricerca di luoghi deserti, per dedicarsi alla preghiera. È questo il duplice movimento del Figlio, inviato dal Padre, che si affaccia sul mondo, e al Padre ritorna, per celebrarne la gloria.

Preghiera

Purifica le nostre anime e i nostri corpi, Signore, affinché possiamo essere sacrificio a te gradito, proclamando nel mondo la tua lode. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 14 gennaio 2026

Fermati 1 minuto. I due movimenti del cuore del cristiano

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Marco 1,29-39

29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. 32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Commento

Quello compiuto per la suocera di Pietro è il primo miracolo di guarigione di Gesù, che limitandosi a toccare a sollevare la donna prendendola per mano sottolinea la differenza tra il suo modo di agire e i gesti magici dei guaritori. 

Appena liberata dalla febbre la suocera di Pietro si mette a servire Gesù e i suoi discepoli. Quando il Signore sana le nostre infermità scopriamo in noi un rinnovato spirito di diaconìa, la volontà di metterci al servizio dei fratelli e delle sorelle. 

Le folle - "tutta la città" - si accalcano davanti alla porta della casa in cui Gesù si trova, dopo il tramonto del sole, ovvero al termine del riposo sabbatico (v. 32). Gesù guarisce numerosi malati e libera diversi posseduti. Che si tratti di veri e propri casi di possessione diabolica lo si inferisce dal fatto che Gesù ordina ai demòni di tacere (v. 34), cosa che non avrebbe fatto nei confronti di una malattia. Pur riconoscendo la verità che Gesù è il Cristo i demoni la rifiutano. 

Dopo aver beneficato le tante persone accorse a lui Gesù sente il bisogno di una sosta per il suo spirito (v. 35); il ritirarsi in preghiera è uno dei momenti caratteristici della sua vita. Non esistendo deserti nei pressi di Cafarnao, qui la parola eremos è da intendere semplicemente come luogo solitario. Gesù, vero Dio, adorato e glorificato dagli angeli fin dall'eternità, è anche vero uomo e come tale prega il Padre, dedicando a questo servizio la primizia delle ore del giorno. Il suo impegnativo ministero di predicazione e guarigione non gli impedisce di trovare il tempo e il luogo adatto per la preghiera. Egli prega come ci ha insegnato, non ritto nelle piazze come gli ipocriti (Mt 6,5), ma in luogo appartato, nel segreto. 

Nell'affermare la volontà di estendere il proprio ministero ai villaggi circostanti Gesù utilizza il verbo greco exerchomai che è forse da riferirsi in questo passo del Vangelo di Marco non tanto all'uscire di casa, ma al venire dal Padre come suo messaggero. L'urgenza di predicare la buona notizia e la necessità di una intensa vita contemplativa sono il movimento diastolico e sistolico del cuore del cristiano, l'inspirazione e l'espirazione della sua anima, secondo il modello di colui che è venuto dal Padre e ritorna al Padre, dopo aver raccolto una messe abbondante.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che sei venuto a sanare ogni genere di malattie e a liberarci da potere del maligno, concedici di contemplare la tua gloria e di annunciarla con sollecitudine. Amen.

Rev. Dr. Luca Vona