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Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto
Ministro della Christian Universalist Association
Ministro della Christian Universalist Association
sabato 31 gennaio 2026
Marcella e il monachesimo domestico
Tracce di lettura
Fermati 1 minuto. Verso un porto sicuro
venerdì 30 gennaio 2026
Fermati 1 minuto. Hai mai colto l'attimo in cui una pianta cresce?
giovedì 29 gennaio 2026
Fermati 1 minuto. Gli abbagli del mondo e la luce di Cristo
martedì 27 gennaio 2026
Angela Merici. Fondatrice della Compagnia di Sant'Orsola
Fermati 1 minuto. Quale famiglia cristiana?
Lettura
Luca 8,19-21
19 Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20 Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». 21 Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Commento
Non sappiamo se i "fratelli" di Gesù menzionati in questo brano fossero figli di Maria o, come accadeva secondo un'usanza semitica, il termine greco adelphos (f. adelphe) va inteso come "cugini", "nipoti", "fratellastri" (vedi ad es. Gn 14,16; 29,15; Lv 10,4). Un'antica e diffusa tradizione patristica afferma la verginità di Maria anche dopo aver partorito Gesù.
Tutto ciò poco conta ai fini dell'interpretazione del racconto di Luca. Ciò che esso ci trasmette è che, senza disprezzare la famiglia naturale, Gesù pone al di sopra di essa la famiglia che egli "si è scelto", quella di coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (v. 21). Il passo evangelico, "ingentilito" rispetto al parallelo di Marco (Mc 3,31-35) - in cui Gesù afferma «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». (Mc 3,33) - riferisce che "non potevano avvicinarlo", "stavano fuori" e "desideravano vederlo", ma tutto ciò gli era impedito dalla folla.
Vi è una distanza, una barriera impenetrabile che si frappone tra Gesù e i suoi familiari. In un passo ancor più "duro" di Marco ci viene riferito che i familiari di Gesù, in altra occasione, "uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé»" (Mc 3,21)". Altrove Gesù afferma: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4).
Gesù relativizza l'istituto familiare; non ne fa "una gabbia", un contesto chiuso e autoreferenziale, ma lo pone in secondo piano rispetto al senso di appartenenza alla famiglia dei credenti. In questo senso, «chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Altrove Gesù afferma: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. (Mt 10,34-35)».
Ma se la parola di Dio è una spada che può recidere i legami familiari, è anche un vincolo che può rafforzarli, arricchirli di una forza di unione soprannaturale. Allora la famiglia diventa qualcosa di più di una sorta di "clan"; diviene il focolare della Parola di Dio, laddove due o tre riuniti nel nome di Gesù lo rendono presente in mezzo a loro; diventa nucleo fecondo per l'evangelizzazione al di fuori di essa.
Preghiera
Custodisci le nostre famiglie, Signore, affinché la tua parola possa rendersi presente in mezzo a noi, per vivificare le nostre relazioni e renderci apostoli del vangelo. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
lunedì 26 gennaio 2026
Tito e Timoteo, collaboratori di Paolo nella missione alle genti
Roberto, Alberico e Stefano, primi abati di Cîteaux
Fermati 1 minuto. Il discernimento che origina dalla purezza del cuore
domenica 25 gennaio 2026
Quando si è conclusa la Riforma protestante?
L'articolo When Did the Reformation End?, pubblicato su History Today (febbraio 2026, Vol. 76, n. 2), presenta un'analisi stimolante della questione più sfuggente della storia religiosa moderna: quando si può dire conclusa la Riforma? Quattro storici di primo piano—Alexandra Walsham, Diarmaid MacCulloch, Alex Ryrie e Bridget Heal—offrono prospettive diverse che scardinano le periodizzazioni tradizionali e rivelano la complessità di un movimento che sfida qualsiasi tentativo di confinarlo entro date precise.
Un verbo, non un sostantivo
Alexandra Walsham propone una rilettura fondamentale: la Riforma non fu un evento da archiviare, ma un impulso permanente. Dovremmo pensarla come un verbo transitivo piuttosto che come un sostantivo, un continuo sforzo di recuperare la purezza originaria della fede cristiana. Questa visione trova conferma nell'esperienza stessa di Lutero: sebbene avesse dato il via al movimento nel 1517, visse i suoi ultimi anni con crescente amarezza, vedendo le sue idee cristallizzarsi in strutture politiche e istituzionali che tradivano lo spirito iniziale. La speranza di un trionfo rapido prima del ritorno di Cristo svanì progressivamente.
Questa sensazione di incompiutezza pervase soprattutto l'Inghilterra, dove i puritani denunciavano una Chiesa "riformata solo a metà", e animò la minoranza cattolica che attendeva invano la fine di quello che considerava un incubo eretico. La Riforma, in questa prospettiva, diventa una tensione irrisolta piuttosto che una conquista definitiva.
Il 1700: dalla ricerca dell'uniformità al pluralismo religioso
Diarmaid MacCulloch individua intorno al 1700 un punto di svolta cruciale. Entro quella data era diventato inequivocabile il fallimento dell'obiettivo originario: creare un ordine cattolico purificato e uniforme nell'intera Chiesa latina occidentale. Al suo posto emerse un panorama frammentato caratterizzato da stati regionali che imponevano confessioni specifiche ai propri sudditi, ma anche da esperimenti di pluralismo di fatto come quello dei Paesi Bassi, dove la scelta individuale iniziò a erodere il principio dell'autorità confessionale imposta.
Verso il 1700, nuovi movimenti intellettuali cominciarono a mettere in discussione le istituzioni disciplinari ereditate dalla Riforma, aprendo interpretazioni inedite della Bibbia che avrebbero preparato il terreno al Risveglio Evangelico del XVIII secolo. In questo senso, la Riforma non finì ma si trasformò, assumendo forme e priorità diverse.
1525 o 1648? La violenza come spartiacque
Alex Ryrie propone una tesi provocatoria: la Riforma potrebbe essere finita già nel 1525, quando la feroce repressione della guerra dei contadini tedeschi distrusse ogni speranza di riconciliazione pacifica. Da quel momento, il movimento si trasformò in una partizione geografica imposta dalla forza militare e politica. Sebbene molti storici indichino la Pace di Vestfalia (1648) come termine convenzionale, Ryrie osserva che già nel 1562, con l'inizio delle guerre civili francesi, i processi dinamici di conversione si erano congelati in fazioni trincerate e irriducibili.
Questa prospettiva evidenzia come la violenza abbia tradito le aspirazioni spirituali originarie, trasformando un movimento di rinnovamento religioso in una serie di conflitti politici e territoriali.
Un inizio celebrato, una fine inesistente
Bridget Heal mette in luce un paradosso significativo: mentre la data d'inizio della Riforma (il 31 ottobre 1517) è celebrata universalmente—persino con gadget commemorativi moderni—non esiste un equivalente punto finale riconosciuto. Se l'obiettivo della Riforma era il rinnovamento spirituale continuo e la ricerca di un rapporto autentico con Dio, allora essa "non è ancora finita". Traguardi legali come la Pace di Augusta (1555) o teologici come la Formula di Concordia (1580) possono segnare tappe istituzionali, ma un movimento fondato sulla trasformazione interiore e sulla lotta perpetua contro il peccato è, per sua stessa natura, infinito.
Conclusioni: ripensare la Riforma
Gli storici concordano su un punto essenziale: la Riforma non può essere ridotta a un periodo storico chiuso tra date precise. Si tratta piuttosto di una trasformazione culturale, spirituale e politica di lunga durata, le cui conseguenze e priorità continuano a evolversi ben oltre i confini del XVI secolo. Che la si consideri conclusa nel sangue del 1525, nell'assestamento istituzionale del 1648, nella svolta del 1700 o mai veramente terminata, la Riforma resta un fenomeno che sfida le nostre categorie storiografiche tradizionali e ci invita a ripensare il rapporto tra storia degli eventi e storia delle mentalità.
- Rev. Dr. Luca Vona
Il ministero della felicità
venerdì 23 gennaio 2026
Menno Simons, i Mennoniti e gli Amish
Dopo la morte di Simons, i mennoniti iniziarono a frammentarsi. I waterlanders, guidati da Hans de Ries, furono attivi nella guerra d’indipendenza olandese, pur mantenendo principi pacifisti sanciti nella loro Confessione di fede del 1577. Il governo olandese li trattò con tolleranza, concedendo esenzioni e privilegi.
Altri gruppi mennoniti si divisero ulteriormente e molti emigrarono verso est, fino in Russia, dove Caterina la Grande garantì loro libertà religiosa ed esenzione militare. Nel 1693, Jakob Amman fondò gli Amish, oggi presenti soprattutto negli Stati Uniti.
Nel XIX secolo, a causa della leva obbligatoria in Prussia e Russia, i mennoniti emigrarono in massa verso gli Stati Uniti, Canada e Sud America, dove si stabilirono e mantennero i loro principi di fede.
Fermati 1 minuto. Plasmati secondo la sua volontà
giovedì 22 gennaio 2026
Una rinascita monastica in America? Il ruolo del monachesimo nell'era post-cristiana
In un dialogo che risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, Padre Patrick Carter dell'Abbazia benedettina di Our Lady of Clear Creek in Oklahoma e un canonico regolare premostratense dell'Abbazia di St. Michael hanno esplorato insieme una domanda cruciale: quale ruolo può svolgere il monachesimo in un'America sempre più post-cristiana? Le loro vesti raccontano storie diverse — i Benedettini vestono di nero in segno di morte al mondo, i Premostratensi di bianco come simbolo di purezza e riforma — eppure entrambi incarnano una medesima vocazione: una vita interamente consacrata alla preghiera, alla liturgia e alla ricerca della santità.
Il monachesimo come custode e creatore di civiltà
La tesi centrale emersa dal dialogo sfida una visione riduttiva del monachesimo: i monasteri benedettini non si sono limitati a "salvare" l'Europa dalle tenebre medievali, ma l'hanno letteralmente plasmata, diventando il grembo da cui è nata la civiltà occidentale. Quando San Benedetto fondò Montecassino nel 529, il suo obiettivo non era quello di un archivista preoccupato di preservare manoscritti antichi, ma piuttosto quello di un padre spirituale intento a creare le condizioni per la santificazione personale e comunitaria.
Eppure, proprio mentre l'Impero Romano si sgretolava e le arti, le scienze e la cultura rischiavano di dissolversi nell'oblio, i monasteri divennero — quasi per conseguenza naturale — depositi di sapere, biblioteche viventi e centri di educazione. La stabilitas loci, il voto di stabilità che lega il monaco a un luogo specifico, creò le condizioni per una continuità culturale altrimenti impossibile. I monaci trascrissero e preservarono testi antichi, sia cristiani che pagani, non per puro collezionismo, ma perché necessari alla loro vita di preghiera e di studio. In questo senso, la cultura fu salvata come "effetto collaterale" della ricerca della santità.
Tra il VII secolo e il XXI: un parallelismo inquietante
Il parallelo tra il tramonto dell'Impero Romano e la nostra epoca postmoderna è tanto evidente quanto inquietante. San Benedetto si trovò ad affrontare un paganesimo ancora radicato nelle campagne e nelle menti; noi oggi ci confrontiamo con un "neopaganesimo" più sottile ma non meno pervasivo, caratterizzato dall'idolatria dell'io, dal culto della tecnologia e dalla dissoluzione del cristianesimo come realtà culturalmente condivisa.
Viviamo in un'epoca di abbondanza materiale senza precedenti, eppure sperimentiamo una povertà spirituale e intellettuale profonda. In questo deserto dell'anima, sempre più persone cercano punti di riferimento autentici, luoghi dove il sacro non sia museificato ma vissuto. I monasteri emergono così come "fari" spirituali, luoghi dove è ancora possibile entrare in contatto con una tradizione viva, dove il tempo non è quello frenetico della produttività ma quello ciclico della preghiera liturgica.
Il srimato dello Spirituale: liturgia e canto gregoriano
A differenza dei monasteri medievali, che preservavano tecniche artigianali e conoscenze agricole andate perdute, i monasteri contemporanei svolgono una funzione diversa ma non meno vitale: testimoniano il primato dello spirituale in una società che ha ridotto tutto a materia e utilità. Questo primato si manifesta in modo particolare attraverso la liturgia e il canto gregoriano.
Il canto gregoriano non è un mero ornamento estetico o un "sottofondo musicale" per turisti in cerca di atmosfere suggestive. È preghiera incarnata, un modo di pregare che trasforma chi lo pratica. Come notano i monaci, il canto crea nell'anima una pace e una profondità che la semplice recitazione non può raggiungere. Per l'uomo moderno, abituato al rumore e alla frammentazione dell'attenzione, imparare a cantare in coro rappresenta una sfida salutare: richiede disciplina, umiltà, capacità di ascolto. È una forma di preghiera insieme virile e contemplativa, che educa l'intero essere umano — corpo, mente e spirito.
L'effetto di irradiazione: oltre le mura del monastero
L'influenza di un monastero si estende ben oltre le sue mura di pietra. Come un fuoco che si propaga, attira a sé altre anime, altre vocazioni, altre famiglie. Il fenomeno che si sta verificando intorno all'Abbazia di Clear Creek in Oklahoma è emblematico: numerose famiglie hanno scelto di trasferirsi nelle vicinanze del monastero, desiderose di crescere i propri figli in un ambiente sano, lontano dall'alienazione urbana e più vicino alla natura, ai sacramenti e a una comunità autenticamente cattolica.
Si viene così a formare spontaneamente una sorta di "villaggio cattolico", una microcultura che offre un'alternativa concreta alla frammentazione della società moderna. Non si tratta di fuga dal mondo o di nostalgia, ma di costruzione paziente di qualcosa di nuovo — o meglio, di antico e sempre attuale. Queste comunità dimostrano che è possibile vivere diversamente, che esistono modi di organizzare l'esistenza che non ruotano intorno al consumo e alla carriera, ma intorno alla preghiera, alla famiglia e al bene comune.
La santità come risposta alla crisi
La crisi che attraversa la Chiesa è stata interpretata in mille modi: crisi di credibilità, crisi strutturale, crisi morale. Eppure, come osservano i due monaci, forse la diagnosi più profonda è anche la più semplice: la Chiesa soffre di una carenza di santi. E i santi non si producono con riforme burocratiche o aggiornamenti pastorali, ma attraverso una vita radicalmente orientata a Dio.
Il monachesimo e la vita canonicale offrono alla Chiesa un dono inestimabile: il frutto abbondante della vita sacramentale. Migliaia di messe celebrate nell'oscurità dell'alba, migliaia di confessioni ascoltate, migliaia di ore di preghiera corale — tutto questo santifica la Chiesa in modo invisibile ma reale, creando una riserva spirituale da cui l'intero Corpo mistico può attingere.
La santità, per sua natura, sfugge a ogni quantificazione. Non può essere misurata, pesata, inserita in un foglio di calcolo o in un rapporto trimestrale. Eppure rimane la realtà più feconda della Chiesa, l'unica che alla fine conta veramente. Un solo santo, come osservava Dostoevskij, può salvare un'intera nazione. Un monastero dove si vive autenticamente la Regola può rigenerare un'intera regione.
Conclusione: semi di rinascita
La speranza espressa da Padre Carter e dal suo confratello premostratense non è utopica ma concreta: che gli Stati Uniti possano conoscere, nei prossimi decenni e secoli, la stessa fioritura monastica che trasformò l'Europa medievale. Non per riprodurre archeologicamente il passato, ma per offrire alla cultura post-cristiana americana ciò di cui ha disperatamente bisogno: luoghi dove il tempo si dilata, dove il silenzio non è vuoto ma gravido di presenza, dove la vita è orientata verso ciò che veramente conta.
I monasteri non risolvono la crisi contemporanea con programmi o strategie, ma semplicemente esistendo, pregando, testimoniando che esiste un modo diverso di vivere. Sono come semi piantati nel terreno della cultura americana: alcuni germoglieranno presto, altri richiederanno decenni. Ma la storia del monachesimo insegna che questi semi, apparentemente fragili, possiedono una vitalità straordinaria. Dalle rovine di Montecassino, distrutto ripetutamente nel corso dei secoli, è sempre rinata la vita monastica. E forse, dalle rovine della cristianità occidentale, sta già rinascendo qualcosa di nuovo, qualcosa che i posteri riconosceranno come l'inizio di una nuova primavera.
Fermati 1 minuto. Lasciare spazio per comprendere
Lettura
Marco 3,7-12
7 Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. 8 Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. 9 Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10 Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo. 11 Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.
Commento
Il ritirarsi di Gesù presso il lago di Gennesaret, che segna il confine con i territori pagani, indica la sua definitiva rottura con la sinagoga e l'apertura del suo messaggio a tutti i popoli. Le folle che lo seguono testimoniano la sua grande fama, nonostante l'ostilità dei farisei e degli erodiani.
La folla è tale che rischia di schiacciare Gesù, le persone si gettano addosso a lui, come indica il verbo greco thlibo, il cui significato è stringere creando un senso di oppressione. Gesù "si difende" salendo su una barca. A volte anche chi ha fede costringe Dio dentro categorie che ne fanno quasi un "idolo", con una devozione che guarda solo alla ricerca del miracolo.
Gesù ha pietà anche di queste folle di uomini "semplici" e afflitti. I mali da cui cercano la guarigione coloro che si gettano addosso a lui sono letteralmente "piaghe" (gr. mastigas), termine con il quale si indicavano diverse patologie, ma che può essere inteso anche con il significato di "correzione, castigo". Come le piaghe inviate agli egiziani e quelle descritte nel libro dell'Apocalisse, si tratta di mali inviati da Dio per sollecitare il ravvedimento.
I demòni riconoscono l'identità di Gesù, ma pur temendola, non si sottomettono ad essa. Dio ci chiama a stabilire una relazione con lui, a crescere nella carità e non solo nella conoscenza intellettuale del suo mistero. Per quanto ricca possa essere la nostra cultura teologica non varrà a niente se l'ortoprassi non sarà all'altezza dell'ortodossia.
Gesù riprende i demòni, intimandogli di non rivelare la sua identità; egli vuole essere accolto dagli uomini non per la testimonianza degli spiriti maligni ma per le proprie opere e per le proprie parole, che proclamano chiaramente chi egli è. Per questo ristabilisce una distanza dalle moltitudini; una distanza piena di sollecitudine, ma in grado di lasciare spazio a una considerazione più attenta e meditata, meno "istintiva", sulla sua persona.
Preghiera
Donaci, Signore, di cercarti con cuore puro; affinché possiamo accoglierti come colui che con le proprie piaghe è venuto a sanare le ferite prodotte in noi dal peccato. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
mercoledì 21 gennaio 2026
Agnese, la mitezza che sconfigge le potenze del mondo
Nella seconda metà del III secolo, il 21 gennaio di un anno a noi ignoto, muore martire a Roma Agnese, appena tredicenne. La sua grande forza d'animo, che le derivava secondo gli agiografi da una fede incrollabile a dispetto della sua fragilità di adolescente e della sua esile figura, ne fecero una delle martiri più famose di tutta la cristianità. La sua Passio, giunta a noi nelle versioni greca, latina e siriaca del V secolo, era già conosciuta da tutti i grandi padri della chiesa. Ambrogio, Agostino, papa Damaso, Girolamo, Massimo di Torino, Gregorio Magno, Beda il Venerabile, Prudenzio, e poi i poeti carolingi, e infine Jacopo da Varagine, offriranno dei ritratti toccanti della giovane Agnese, fondati tutti su una tradizione orale di antichissima memoria. Anche l'iconografia della santa ebbe uno sviluppo enorme. Nelle immagini, soprattutto medievali, Agnese appare con a fianco un agnello, a ricordo del suo nome e del sogno avuto, secondo la leggenda otto giorni dopo la sua morte, dai suoi genitori che la videro insieme ad altre martiri sfilare accanto a un agnello senza macchia (cf. 1 Pt 1,19). Sul luogo della sua deposizione fu edificata, una basilica che, più volte rimaneggiata, fu in seguito ricostruita in stile bizantino e che ancor oggi è una delle principali chiese di Roma. Il nome di Agnese è ricordato nel Canone romano, la principale preghiera eucaristica della chiesa latina.
- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose
Fermati 1 minuto. Non un pugno chiuso ma una mano tesa
Lettura
Marco 3,1-6
1 Entrò di nuovo nella sinagoga. C'era un uomo che aveva una mano inaridita, 2 e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. 3 Egli disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!». 4 Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». 5 Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: «Stendi la mano!». La stese e la sua mano fu risanata. 6 E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.
Commento
Gesù entra nella sinagoga di Cafarnao. Qui trova l'occasione per chiarire ulteriormente il senso del sabato, contro la polemica dei farisei appena avvenuta per le spighe strappate dai discepoli per sfamarsi. La sua predicazione avviene più con le opere che con le parole. Vi è un uomo con una mano paralizzata ed egli lo invita a mettersi nel centro della sala di culto. Quest'uomo è posto di fronte ai farisei quasi come simbolo della loro paralisi dottrinale e del legalismo cui hanno reso soggetto il popolo di Dio.
I dottori della legge non hanno né pietà per il malato, né devozione per colui che può guarirlo, così anziché intercedere stanno a guardare, con occhio malevolo, per accusare Gesù di aver violato il riposo sabbatico.
La domanda di Gesù se sia lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla (v. 4) non può che avere un'unica risposta per colui che è realmente guidato dalla pietà religiosa. Ma nessuno parla, e quel silenzio che spesso è complice dell'ingiustizia, suscita in Gesù indignazione e tristezza. In controluce c'è la durezza di cuore dei farisei (v. 5), il rigore della dottrina che anestetizza ogni emozione.
Gesù guarisce l'uomo dalla mano inaridita con un comando semplice e diretto "Stendi la mano!"; e l'uomo "la stese e la sua mano fu risanata" (v. 5). Cristo, investito di autorità dal Padre, è parola che non ritorna mai a Dio senza effetto (Is 55,11).
Le mani tenute legate dalla Legge, vengono sciolte per poter compiere il bene e coltivare il seme della grazia. I farisei - rappresentanti dell'ortodossia religiosa - e gli erodiani - difensori del potere statale - pur divisi in opposte fazioni, trovano un comune interesse nella volontà di far morire Gesù (v. 6), avvertito come un elemento di sovversione del loro desiderio di prevaricazione politica e religiosa.
Ma il potere sovversivo di Gesù passa attraverso un "depotenziamento", una spoliazione del Figlio di Dio, fino alla morte di croce (Fil 2,8), in modo da aprire, lungo le vie oscure della nostra umanità sofferente, la via per la risurrezione.
Preghiera
Insegnaci, Signore, a non anteporre nulla a te; la nostra fede possa essere non un pugno chiuso per ferire, ma una mano aperta per ricevere la tua grazia e tesa per donare al nostro prossimo. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
martedì 20 gennaio 2026
Eutimio il Grande, testimone nel deserto
Fermati 1 minuto. L'uomo, prima del precetto
Lettura
Marco 2,23-28
23 In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. 24 I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?». 25 Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? 26 Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». 27 E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! 28 Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato».
Commento
Secondo i rabbini quello del riposo del sabato, in onore del giorno in cui Dio si riposò dopo l'opera della creazione (Gen 2,3), è il comandamento più importante: osservarlo correttamente significa compiere tutta la legge. Di conseguenza la violazione del sabato viene considerata alla stregua dei peccati peggiori (idolatria, incesto, omicidio).
Il semplice comandamento contentuto nel libro dell'Esodo (Es 34,21) e nel Deuteronomio (Dt 5,12-15) è stato esteso dai maestri ebrei fino a includere trentanove tipi di lavori proibiti, a loro volta suddivisi in trentanove classi, per un totale di 1521 lavori proibiti. L'opposizione di Gesù è contro questi eccessi della legislazione sabbatica, contro le "dottrine che sono precetti di uomini" (Mt 15,9).
Contrariamente a quanto rimproverato dai farisei, ai viaggiatori che non avevano abbastanza cibo era consentito cibarsi raccogliendo le spighe per strada (Dt 23,24-25). L'opposizione dei farisei è, dunque, non solo maliziosa, ma anche ingiustificata.
L'episodio di Davide che con i suoi compagni mangiò i pani dell'offerta è ripreso dal primo libro di Samuele (1 Sam 21,2-7) e non riguarda la violazione del riposo sabbatico, ma viene qui inserito per dimostrare che la violazione della legge è possibile in quanto gli uomini di Davide, in fuga da Saul, erano senza cibo. I pani dell'offerta erano i dodici pani presentati al Signore nel tempio, sostituiti ogni sabato (Lv 24,5-9) e che potevano essere mangiati solo dai sacerdoti.
La legge del sabato, stabilita da Dio per il riposo del corpo, non può andare contro le necessità del corpo, nostre o del prossimo. Ecco perché Gesù compie molte guarigioni anche in giorno di sabato. Egli riafferma l'intenzione divina del sabato, giorno di riposo "fatto per l'uomo" (v. 27), come beneficio verso Israele, in contrapposizione alla tradizione restrittiva dei farisei nell'interpretare la legge.
L'uomo non è stato fatto per il sabato ma per onorare e servire Dio. Il significato del commento finale, "il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato" (v. 29) è che la violazione del sabato è giustificata in forza dell'autorità stessa di Gesù, che ripristina l'autentica legge di Dio, respingendo le tradizioni umane che rendono schiavo l'uomo e ristabilendo il sabato come giorno di benedizione.
Le restrizioni del sabato vengono meno con la giustificazione operata da Cristo nella sua morte e risurrezione, così che il giorno del Signore, spostato dai cristiani alla domenica, diventerà il giorno in cui celebrare il suo sacrificio di salvezza e rendere a lui onore. Il vangelo della grazia ci libera dal timore della Legge per servire Dio con amore, in risposta alla sollecitudine che egli ha mostrato per noi, nel crearci, custodirci e redimerci nel suo Figlio.
Questo il senso dei "comandamenti": una guida per insegnarci ad amare Dio, non sotto il giogo degli schiavi, ma con responsabilità e sapendo guardare l'uomo e i suoi bisogni prima di ogni precetto.
Preghiera
Signore Dio, che ci hai liberati dalla schiavitù del peccato, insegnaci ad amarti mostrandoci solleciti verso le necessità del nostro prossimo; affinché possiamo giungere al riposo senza fine del tuo sabato eterno. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
lunedì 19 gennaio 2026
Fermati 1 minuto. Digiunare durante le nozze?
Lettura
Marco 2,18-22
18 Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19 Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. 21 Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. 22 E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».
Commento
I discepoli di Giovanni, probabilmente, come i farisei osservavano la pratica in uso ai tempi di Gesù di digiunare due volte a settimana (Lc 18,12); in realtà la legge levitica prevedeva un solo digiuno l'anno nel giorno dell'espiazione (Lv 16,29.31).
L'immagine del banchetto nuziale - nettamente in contrasto con la pratica del digiuno - esprime un nuovo rapporto d'amore tra Dio e il suo popolo nella persona e nella missione terrena di Gesù. Gli invitati a nozze (v. 19) sono qui letteralmente "i figli del talamo", semitismo per indicare gli amici che accompagnano e aiutano lo sposo nei preparativi e nella cerimonia.
Nell'Antico Testamento l'immagine di Dio come sposo è presente nel libro di Isaia (Is 1,21-23; 49,14-16), mentre nella letteratura patristica abbondano le interpretazioni allegoriche del Cantico dei cantici, considerato come dialogo tra Dio e la Chiesa, sua sposa.
Il verbo greco apairomai, in riferimento allo sposo che sarà tolto agli invitati a nozze (v. 20), significa letteralmente "strappare", e preannuncia la fine violenta di Gesù.
La presenza del Messia è un evento così gioioso che non lascia spazio per il digiuno; ma nel tempo della Chiesa ci sarà spazio anche per questo. Gesù offre nel "discorso della montagna" (Mt 5-7) una spiegazione su come dovranno digiunare i suoi discepoli: con discrezione, senza apparire sfigurati in volto, profumandosi il capo, affinché possano essere ricompensati solo dal Padre che vede nel segreto (Mt 6,16-18).
Gesù non disdegna gli inviti alla ricca tavola dei pubblicani e dei peccatori, è infatti per loro che è venuto come medico (Mc 2,15-17); tuttavia, l'episodio della spigolatura (Mc 2,23) e la modalità con cui invia i suoi discepoli a predicare "senza bisaccia" (Lc 10,4) dimostrano l'assunzione di un regime alimentare povero e fiducioso nella provvidenza divina.
Gesù raccomanda il digiuno anche per scacciare gli spiriti malvagi più "resistenti" alla preghiera e agli esorcismi: "Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo se non con il digiuno e la preghiera" (Mc 9,29).
Il digiuno è ormai un "tabù" nelle chiese occidentali, tanto in quella cattolica e ancor più in quelle protestanti. In queste ultime viene generalmente rigettato per il suo - reale - rischio di essere concepito come pratica per "accumulare meriti" e contraria al vangelo della grazia. Tuttavia, non mancano eccezioni: il Book of Common Prayer anglicano prescrive numerosi giorni di digiuno, mentre John Wesley, fondatore del metodismo, digiunava tutti i mercoledi e venerdi dell'anno.
Al di là delle prescrizioni, è venuta meno la pratica diffusa del digiuno, che potrebbe avere una importante valenza pedagogica. Si tratta di riscoprire la sua capacità di farci comprendere che non si può avere tutto e subito, educandoci alle rinunce che la vita, in differenti modi e tante volte, ci chiede.
Ma il vero digiuno è soprattutto condividere il pane con l'affamato, soccorrere l'orfano e la vedova, dare il proprio contributo affinché la giustizia sia ristabilita sulla terra.
Preghiera
Si compiano, Signore, le tue nozze con la Chiesa, tua sposa; affinché possiamo gioire nel banchetto celeste, quando non ci sarà più fame e tu stesso sarai la sorgente della vita. Amen.
- Rev. Dr. Luca Vona
domenica 18 gennaio 2026
Il Signore del tempo ha fatto il suo ingresso nel mondo
COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA
Colletta
Dio onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose in cielo e sulla terra, ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo e concedici la tua pace ogni giorno della nostra vita. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.
Letture
Rm 12,6-16; Mc 1,1-11
Commento
Paolo ci esorta a utilizzare con profitto il dono che la grazia ha elargito a ciascuno di noi. Elenca, così, diverse funzioni che erano presenti nella chiesa primitiva, espressione delle diverse membra della Chiesa, considerata corpo mistico di Cristo. Pur nella diversità dei carismi, tutti sono esortati a non essere "pigri nello zelo", ma "ferventi nello spirito", letteralmente, "a lasciarsi accendere dallo spirito" (gr. to pneumati zeontes).
Alcuni manoscritti anziché "servite il Signore", Kyrios, riportano "servite il tempo", kayros. In questo caso l'invito ai cristiani sarebbe quello di impiegare bene il proprio tempo, facendo fronte alle necessità del momento, o forse in un'ottica escatologica, guardando alla fine dei tempi che si avvicina. Va poi considerato che Cristo è egli stesso il Signore del kairos, il tempo delle cose di Dio, il tempo degli eventi della salvezza, con la loro precisa economia, contrapposto al chronos, il tempo che scorre circolare, "divorando" ogni cosa.
Facendo eco alle parole di Gesù, Paolo esorta a benedire coloro che ci perseguitano e a non farci un'idea troppo alta di noi stessi, letteralmente "non consideratevi sapienti da soli"; perché ogni carisma, donato dallo Spirito suscita una personale vocazione, ma questa va riconosciuta nell'ambito ecclesiale, dalla comunità dei fratelli e sorelle nella fede.
La missione di salvezza del Figlio di Dio, che crea una svolta decisiva nella storia dell'umanità è preparata da Giovanni il Battista, con l'invito alla conversione. Gli ebrei usavano praticare diverse abluzioni rituali, ma in questo caso si tratta di un atto unico di immersione, che normalmente era praticato per i pagani convertiti al giudaismo. Chiaramente il battesimo di per sé non genera la conversione, ma è la conversione che trova un segno esteriore nel battesimo. Giovanni amministra tale battesimo anche ai figli di Israele, come invito al pentimento; è nel "deserto" che possiamo prepararci a ricevere Cristo, in un atteggiamento di distacco interiore dalle cose del mondo e dal nostro ego, là dove risuona l'invito al ravvedimento e dove Dio stesso parla al nostro cuore (Os 2,16).
Marco è l'unico evangelista a utilizzare per il suo scritto la parola euangelion, "buona notizia", laddove Matteo usa "libro" (gr. biblos) e Luca "racconto" (diegesis). Il riferimento alle parole del profeta presente all'inizio del Vangelo di Marco è in realtà un insieme di citazioni tratte da Malachia (Ml 3,1), Isaia (Is 40,3) Esodo (Es 23,20) e più in particolare richiama la fine dell'esilio di Israele in Babilonia. Gesù è colui che libera dalla schiavitù del peccato conseguente all'infedeltà verso Dio; la sua azione di salvezza è più grande di ogni aspettativa, poiché egli non restituisce un territorio in cui abitare, ma inaugura il regno celeste in cui l'uomo sarà riconciliato con Dio.
Il compimento della promessa è attestato dall'aprirsi dei cieli al battesimo di Gesù nel Giordano e dalla voce del Padre, che riconosce il suo "figlio prediletto", nel quale si è compiaciuto, e al quale conferisce l'investitura messianica. Per noi i cieli si sono aperti, per far discendere il dono gratuito di Dio e per farci ascendere a lui mediante la conversione del nostro sguardo e del nostro cuore, una vera e propria metànoia: radicale mutamento nel modo di pensare, di giudicare, di sentire.
- Rev. Dr. Luca Vona