L'articolo When Did the Reformation End?, pubblicato su History Today (febbraio 2026, Vol. 76, n. 2), presenta un'analisi stimolante della questione più sfuggente della storia religiosa moderna: quando si può dire conclusa la Riforma? Quattro storici di primo piano—Alexandra Walsham, Diarmaid MacCulloch, Alex Ryrie e Bridget Heal—offrono prospettive diverse che scardinano le periodizzazioni tradizionali e rivelano la complessità di un movimento che sfida qualsiasi tentativo di confinarlo entro date precise.
Un verbo, non un sostantivo
Alexandra Walsham propone una rilettura fondamentale: la Riforma non fu un evento da archiviare, ma un impulso permanente. Dovremmo pensarla come un verbo transitivo piuttosto che come un sostantivo, un continuo sforzo di recuperare la purezza originaria della fede cristiana. Questa visione trova conferma nell'esperienza stessa di Lutero: sebbene avesse dato il via al movimento nel 1517, visse i suoi ultimi anni con crescente amarezza, vedendo le sue idee cristallizzarsi in strutture politiche e istituzionali che tradivano lo spirito iniziale. La speranza di un trionfo rapido prima del ritorno di Cristo svanì progressivamente.
Questa sensazione di incompiutezza pervase soprattutto l'Inghilterra, dove i puritani denunciavano una Chiesa "riformata solo a metà", e animò la minoranza cattolica che attendeva invano la fine di quello che considerava un incubo eretico. La Riforma, in questa prospettiva, diventa una tensione irrisolta piuttosto che una conquista definitiva.
Il 1700: dalla ricerca dell'uniformità al pluralismo religioso
Diarmaid MacCulloch individua intorno al 1700 un punto di svolta cruciale. Entro quella data era diventato inequivocabile il fallimento dell'obiettivo originario: creare un ordine cattolico purificato e uniforme nell'intera Chiesa latina occidentale. Al suo posto emerse un panorama frammentato caratterizzato da stati regionali che imponevano confessioni specifiche ai propri sudditi, ma anche da esperimenti di pluralismo di fatto come quello dei Paesi Bassi, dove la scelta individuale iniziò a erodere il principio dell'autorità confessionale imposta.
Verso il 1700, nuovi movimenti intellettuali cominciarono a mettere in discussione le istituzioni disciplinari ereditate dalla Riforma, aprendo interpretazioni inedite della Bibbia che avrebbero preparato il terreno al Risveglio Evangelico del XVIII secolo. In questo senso, la Riforma non finì ma si trasformò, assumendo forme e priorità diverse.
1525 o 1648? La violenza come spartiacque
Alex Ryrie propone una tesi provocatoria: la Riforma potrebbe essere finita già nel 1525, quando la feroce repressione della guerra dei contadini tedeschi distrusse ogni speranza di riconciliazione pacifica. Da quel momento, il movimento si trasformò in una partizione geografica imposta dalla forza militare e politica. Sebbene molti storici indichino la Pace di Vestfalia (1648) come termine convenzionale, Ryrie osserva che già nel 1562, con l'inizio delle guerre civili francesi, i processi dinamici di conversione si erano congelati in fazioni trincerate e irriducibili.
Questa prospettiva evidenzia come la violenza abbia tradito le aspirazioni spirituali originarie, trasformando un movimento di rinnovamento religioso in una serie di conflitti politici e territoriali.
Un inizio celebrato, una fine inesistente
Bridget Heal mette in luce un paradosso significativo: mentre la data d'inizio della Riforma (il 31 ottobre 1517) è celebrata universalmente—persino con gadget commemorativi moderni—non esiste un equivalente punto finale riconosciuto. Se l'obiettivo della Riforma era il rinnovamento spirituale continuo e la ricerca di un rapporto autentico con Dio, allora essa "non è ancora finita". Traguardi legali come la Pace di Augusta (1555) o teologici come la Formula di Concordia (1580) possono segnare tappe istituzionali, ma un movimento fondato sulla trasformazione interiore e sulla lotta perpetua contro il peccato è, per sua stessa natura, infinito.
Conclusioni: ripensare la Riforma
Gli storici concordano su un punto essenziale: la Riforma non può essere ridotta a un periodo storico chiuso tra date precise. Si tratta piuttosto di una trasformazione culturale, spirituale e politica di lunga durata, le cui conseguenze e priorità continuano a evolversi ben oltre i confini del XVI secolo. Che la si consideri conclusa nel sangue del 1525, nell'assestamento istituzionale del 1648, nella svolta del 1700 o mai veramente terminata, la Riforma resta un fenomeno che sfida le nostre categorie storiografiche tradizionali e ci invita a ripensare il rapporto tra storia degli eventi e storia delle mentalità.
- Rev. Dr. Luca Vona