Śīla, la seconda delle Pāramitā o "grandi pratiche" dirette al raggiungimento della "riva opposta", è definita come virtù, etica, moralità e condotta appropriata. Queste pratiche sono state concepite per ispirare, incoraggiare e illuminare la responsabilità etica del bodhisattva, colui che si impegna a raggiungere uno stato di coscienza insuperabile e perfetto per il benessere di tutti gli esseri viventi.
Il termine sanscrito Śīla deriva dalla radice śīl, che significa "comportarsi", "agire secondo una regola", ma anche "natura" o "carattere". Questa etimologia rivela la profondità del concetto: non si tratta semplicemente di seguire precetti esterni, ma di coltivare una disposizione interiore che si manifesta spontaneamente in azioni virtuose. Śīla rappresenta quindi l'armoniosa integrazione tra la nostra natura profonda e la nostra condotta esteriore.
L'immersione nella pratica e le due verità
Per abbracciare Śīla non è sufficiente uno studio esteriore, ma è necessario immergersi totalmente in essa, un po' come si fa per apprendere una nuova lingua recandosi nel paese dove è parlata. Questo donarsi completo alla Pāramitā è un passo fondamentale verso la realizzazione. La pratica non può rimanere teoria astratta o intellettualizzazione del dharma: deve permeare ogni aspetto della nostra esistenza, trasformando gradualmente il nostro modo di essere nel mondo.
La comprensione di Śīla richiede di muoversi all'interno della dottrina delle due verità (saṃvṛti-satya e paramārtha-satya): la verità convenzionale (o relativa) e la verità ultima (o assoluta). Questa distinzione, fondamentale nel buddismo mahāyāna, non rappresenta una dicotomia rigida ma piuttosto due livelli complementari di comprensione della realtà.
La verità convenzionale si riferisce alla nostra comprensione quotidiana, al mondo fenomenico così come appare ai sensi e alla mente concettuale. Da questo punto di vista, la pratica etica si concentra sul fare il bene e non il male, sul distinguere tra azioni abili (kuśala) e non abili (akuśala). Essere radicati nel significato convenzionale dei precetti è assolutamente necessario per evitare l'isolamento in un "io illuminato" teorico, quella trappola spirituale che separa la realizzazione interiore dalla responsabilità verso il mondo.
Tuttavia, pur essendo indispensabile, l'adesione alla sola verità convenzionale non è sufficiente per realizzare il significato ultimo dei precetti. La verità assoluta rivela la natura vuota (śūnyatā) di tutti i fenomeni, inclusi l'io, le azioni e i loro frutti. A questo livello di comprensione, non esistono né peccatore né peccato, né virtù né vizio come entità sostanziali e indipendenti. La pratica di Śīla, infatti, trascende la realtà convenzionale ed è un mezzo per raggiungere quella condizione di conoscenza profonda e di illuminazione. Praticare la convenzionalità e il relativo è, paradossalmente, la via che porta alla condizione assoluta: è attraverso l'impegno etico nel mondo delle apparenze che si realizza la loro natura ultima.
La funzione liberatrice di Śīla e il non-io
Śīla è una qualità liberatrice del cuore e della mente che armonizza la nostra vita interiore, la nostra crescita spirituale e la nostra esistenza quotidiana. Essa apporta pace a noi stessi e libertà dalla paura. Quando la condotta è in armonia con i nostri valori più profondi, sorge naturalmente uno stato di "non-rimorso" (avipratisāra), che costituisce la base per la concentrazione meditativa e la saggezza.
La pratica dell'integrità etica segue e si manifesta attraverso la pratica di Dāna (generosità), poiché purifica sia chi dona sia chi riceve. Le due Pāramitā sono strettamente connesse e si sostengono reciprocamente: Dāna implica l'abbandono dell'ego attraverso il gesto del dare senza aspettative, mentre Śīla ne è la manifestazione etica continua, l'espressione naturale di un cuore che ha compreso la non-separazione. Senza Dāna, Śīla rischia di diventare rigida osservanza di regole; senza Śīla, Dāna può degenerare in gesto vuoto o manipolativo.
A livello pratico, Śīla aiuta a estirpare i cosiddetti comportamenti non abili o tre veleni (trivisa o triviṣa) del buddismo classico: avidità (lobha o rāga), odio (dosa o dveṣa) e illusione (moha). Questi veleni, conosciuti anche come rabbia, cupidigia e ignoranza, costituiscono la base per la costruzione dell'ego e impediscono la realizzazione della nostra vera natura. Sono le radici dell'azione karmica che perpetua il ciclo di sofferenza (saṃsāra).
L'etica consapevole aiuta a sollevarsi da queste emozioni disturbanti (kleśa), non attraverso la soppressione o la repressione, ma mediante la trasformazione profonda della coscienza. I tre veleni possono essere compresi attraverso le loro funzioni distruttive nella relazione con il sé:
1. Cupidigia
Si manifesta come attaccamento, passione o desiderio di controllare, possedere o manipolare. Oggi è spesso identificata con il narcisismo imperante, l'abbandonarsi al compiacimento del proprio io e l'esigenza di rafforzare un'identità fragile, alimentata dalla paura di non avere a sufficienza. Questa modalità si esprime nel consumismo ossessivo, nell'accumulo compulsivo, nella dipendenza dall'approvazione altrui, nel bisogno costante di gratificazione. La cupidigia non è semplicemente desiderio di oggetti materiali, ma la tensione fondamentale verso ciò che può confermare e consolidare l'illusione di un io separato e permanente.
2. Odio
È la mente che vede nemici ovunque, sentendosi minacciata da qualsiasi cosa accada nel mondo. Questa condizione, spesso la causa di maggiore sofferenza nell'umanità, si basa sull'illusione di un pericolo esterno che attacca l'io. L'odio si manifesta non solo nelle forme evidenti di rabbia e violenza, ma anche nelle modalità più sottili di giudizio costante, critica distruttiva, risentimento cronico e chiusura difensiva. Per superare questo veleno, è necessario riconoscere che siamo noi stessi a creare quel pericolo attraverso i nostri pensieri e atteggiamenti, attraverso la proiezione delle nostre paure sull'altro. L'odio è, in ultima analisi, paura mascherata, un tentativo disperato di proteggere un io che in realtà non esiste come entità separata.
3. Ignoranza/illusione
Questo è l'atteggiamento di indifferenza, che è inevitabilmente egoista e rappresenta forse il veleno più insidioso perché si maschera da neutralità o distacco. Si fonda sull'ignorare la nostra natura di esseri interconnessi, non monadi autonome. L'ignoranza fondamentale (avidyā) è il non riconoscere la vera natura della realtà, l'illusione di un io separato e indipendente. Siamo parte del tutto e tutto ci riguarda, proprio come un'onda, pur formandosi individualmente, non è mai separata dalla totalità del mare e ne crea il movimento. Questa interconnessione (pratītyasamutpāda) è la legge fondamentale dell'esistenza: ogni fenomeno sorge in dipendenza da cause e condizioni, nulla esiste in modo isolato e autonomo.
I cinque precetti come fondamento della pratica
La tradizione buddista offre i cinque precetti (pañcaśīla) come fondamento della pratica etica, applicabili a tutti i praticanti, laici o monaci. Questi precetti non sono comandamenti imposti dall'esterno, ma linee guida per una vita che minimizza il danno e massimizza il benessere:
- Astenersi dall'uccidere esseri viventi (prāṇātipāta): coltivare il rispetto per la vita in tutte le sue forme
- Astenersi dal prendere ciò che non è dato (adattādāna): praticare la generosità e il rispetto della proprietà altrui
- Astenersi da condotta sessuale scorretta (kāmamithyācāra): coltivare relazioni basate sul rispetto, la chiarezza e il consenso
- Astenersi dalla parola falsa o dannosa (mṛṣāvāda): praticare la comunicazione veritiera, gentile e utile
- Astenersi da sostanze intossicanti che offuscano la mente (surāmerayamajjapamādaṭṭhāna): mantenere la lucidità e la consapevolezza
Questi precetti possono essere compresi sia nella loro dimensione negativa (astenersi da) sia in quella positiva (coltivare): astenersi dall'uccidere significa coltivare la compassione; astenersi dal rubare significa praticare la generosità; e così via. La pratica matura quando i precetti non sono più vissuti come restrizioni ma come espressioni naturali di un cuore risvegliato.
Śīla nella vita contemporanea
Nel contesto della modernità, caratterizzato da complessità crescente, interconnessione globale e crisi ecologica, la pratica di Śīla assume dimensioni nuove e urgenti. L'etica buddista non può rimanere confinata alla sfera individuale ma deve estendersi alle dimensioni sociali, economiche e ambientali dell'esistenza.
La comprensione dell'interconnessione ci porta a riconoscere che le nostre scelte quotidiane – cosa consumiamo, come lavoriamo, come ci relazioniamo con l'ambiente – hanno conseguenze che si propagano attraverso l'intera rete dell'esistenza. L'indifferenza non è più un'opzione quando comprendiamo che la sofferenza del mondo e la nostra sofferenza personale sono intimamente connesse.
Śīla nella contemporaneità richiede di sviluppare quella che potremmo chiamare un'etica ecologica e sistemica: riconoscere che il danno inferto all'ambiente è danno inferto a noi stessi e alle generazioni future; comprendere che lo sfruttamento economico, l'ingiustizia sociale e la violenza strutturale sono manifestazioni collettive dei tre veleni.
Conclusione: la coltivazione della consapevolezza
La pratica dell'integrità etica purifica e sviluppa il nostro essere, rimuovendo le "erbacce dalla mente e dal cuore" per far fiorire le virtù interiori. Śīla non consiste nel seguire dettami per controllare gli stati di coscienza, ma nel coltivare la consapevolezza (sati) e l'intenzione corretta (sammā-saṅkappa). L'azione etica e le parole pronunciate dovrebbero essere abili, a favore di tutti gli esseri e del proprio percorso di liberazione.
Il praticante deve sempre riflettere onestamente sulle proprie azioni e porsi continuamente la domanda: "Perché sta accadendo?". Questa interrogazione costante non è autocritica distruttiva ma indagine gentile e coraggiosa sulle motivazioni profonde che guidano le nostre scelte. È l'esercizio dell'attenzione consapevole applicata alla dimensione etica dell'esistenza.
La maturazione della pratica porta a quello che la tradizione chiama śīla-sampatti (perfezione della condotta etica), uno stato in cui la virtù fluisce spontaneamente, senza sforzo, come espressione naturale della saggezza realizzata. A questo livello, non c'è più separazione tra meditazione formale e vita quotidiana, tra pratica sul cuscino e pratica nel mondo: ogni momento diventa opportunità di manifestare il dharma.
Śīla è dunque la manifestazione dell'etica del non-io (anātman), l'atto di agire nel relativo (convenzionale) con la consapevolezza dell'assoluto, trasformando le emozioni disturbanti in amore (maitrī), compassione (karuṇā) e gioia (muditā). È il ponte vivente tra la comprensione della vacuità e l'impegno compassionevole nel mondo, la dimostrazione che realizzazione interiore e responsabilità etica non sono in contraddizione ma si compenetrano e si sostengono reciprocamente. Nella pratica di Śīla, il bodhisattva realizza che la liberazione personale e la liberazione di tutti gli esseri sono, in ultima analisi, inseparabili.
- Rev. Dr. Luca Vona