Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 12 novembre 2023

La nostra cittadinanza è nei cieli

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

O Dio, nostro rifugio e forza, che sei l’autore di ogni cosa buona; sii pronto, ti supplichiamo, ad ascoltare le devote preghiere della tua Chiesa; e concedici che le cose che chiediamo con fede possiamo ottenerle con efficacia. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Fil 3,17-21; Mt 22,15-22

Commento

Era una convinzione rabbinica che colui che coniava la moneta di un paese ne fosse il dominatore. Secondo questa teoria, null'altro occorreva che di accertare quale fosse la moneta corrente in Giudea a quel tempo, per ottenere una risposta concludente alla domanda che era stata posta a Gesù: "È lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17).

La moneta romana circolava liberamente nel paese e i giudei non esitavano ad usarla in ogni affare e contrattazione. Se, come nazione si fossero astenuti dall'impiegarla, ci sarebbe potuto essere almeno un pretesto per mettere in dubbio la legittimità del tributo richiesto dal governo romano; ma vivendo, come facevano, sotto la protezione delle leggi dell'imperatore, e facendo ogni giorno uso della moneta di Roma, lo riconoscevano di fatto come l'autorità sovrana del Paese. La legge sacra consentiva, infatti, ad Israele di scegliersi il proprio governo, vincolandolo unicamente a continuare a corrispondere il tributo al tempio.

Come "le cose di Cesare" implicavano, nei fatti, più del semplice testatico (il tributo all'imperatore), "le cose di Dio", cui fa riferimento Gesù, significano di più che non semplicemente il tributo del tempio: includono il cuore con le sue affezioni, la coscienza, la volontà, le ricchezze individuali, in una parola la consacrazione a Dio di tutto intero l'uomo, del corpo non meno che dello spirito.

La risposta di Gesù non separa, ma unisce i doveri politici e quelli religiosi dei cristiani. Colui che è interamente votato a Dio, infatti, non può disinteressarsi della polis, del consesso umano in cui vive e nel quale è chiamato a esprimere la carità cristiana. Diversamente, il cristianesimo si ridurrebbe a sterile devozionalismo più che a quell'opera di trasformazione radicale e sostanziale del credente di cui parla Paolo nel capitolo terzo della sua lettera ai Filippesi.

Paolo afferma che "la nostra cittadinanza è nei cieli" (Fil 3,20), ma è qui sulla terra che già si misura il progresso nella santificazione che Cristo stesso compie in noi, "secondo la sua potenza che lo rende in grado di sottoporre a sé tutte le cose" (Fil 3,21).

Se il dominio di Cesare, il cui volto era impresso nel denaro, è infatti puramente convenzionale e soggetto alla volontà di Dio, il dominio di Cristo sulle nostre vite, in virtù del segno impresso nelle anime dalla fede battesimale, è l'esercizio di una sovranità reale. A ben vedere, non vi è cosa, nel cosmo, che non rechi impressa in sé il marchio del suo Creatore e che, dunque, non vada a lui ricondotta. Tutto è da Dio e tutto è per la lode e gloria di Dio.

Cristo, dimorando in noi, riproduce nella nostra vita la propria fisionomia morale; questa conformità sarà completata nei cieli dove "il nostro umile corpo sarà reso conforme al suo corpo glorioso" (Fil 3,21).

La garanzia che rende certa questa trasformazione è la sua potenza illimitata, il suo impero universale. Noi siamo popolo del suo pascolo (Sal 95,7). E nostra è la sua grazia; nostra la sua carità, che deve passare in abbondanza come moneta corrente tra le nostre mani.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 11 novembre 2023

Martino di Tours. "Rivestitevi del Signore Gesù Cristo"

La Chiesa cattolica d'occidente, gli anglicani, i luterani, e diverse chiese orientali celebrano oggi la memoria di Martino di Tours, monaco e pastore.

Martino nacque nel 317 in Pannonia, l'odierna Ungheria, ed era figlio di un soldato romano. Tutto ciò che si conosce di lui è dovuto al suo biografo, Sulpicio Severo, che lo fece amare in tutto l'Occidente. Costretto dal padre ad arruolarsi nell'esercito imperiale, nei venticinque anni di servizio prestato all'imperatore, Martino ebbe modo di incontrare e di accogliere la fede cristiana. La leggenda vuole che la svolta decisiva della sua vita avvenisse alle porte di Amiens, quando il giovane soldato, ancora catecumeno, donò a un povero la metà del proprio mantello, dopo averlo tagliato in due con la spada. La notte successiva, Martino vide in sogno che il Cristo stesso era rivestito del mantello che egli aveva offerto a quel mendicante. Lasciato l'esercito, Martino si diede alla vita monastica, fondando a Ligugé, assieme a Ilario, il primo monastero della Gallia. Eletto vescovo di Tours, egli restò fedele alla sua vocazione monastica, e fondò a Marmoutiers un cenobio che rimase fino alla fine la sua dimora. Per questo suo genere di vita, fondato sulla comunione fraterna, la condivisione dei beni, la preghiera comune e la predicazione, Sulpicio lo definì «Uomo veramente simile agli apostoli». Martino si prodigò fino all'ultimo dei suoi giorni per annunciare il vangelo nelle campagne, creando le prime parrocchie rurali. Morì a Candes, nei pressi di Tours, l'8 novembre del 397, e fu il primo santo che non aveva subito il martirio a essere ricordato nella chiesa indivisa.

Tracce di lettura

Un giorno il diavolo, dopo essersi fatto precedere da una luce abbagliante, avvolto in essa per trarre più facilmente in inganno Martino grazie alla luminosità dello splendore che aveva assunto, vestito con abiti regali, coronato di un diadema di gemme e d'oro, con calzari ricamati in oro, il volto disteso e l'espressione lieta, si presentò a Martino che pregava nella sua cella. Non appena lo vide, Martino rimase di sasso: tutti e due osservarono a lungo un silenzio assoluto. Poi il diavolo per primo disse: «Riconosci, Martino, colui che vedi. Io sono il Cristo. In procinto di ritornare sulla terra, ho deciso di manifestarmi dapprima a te». Martino rispose: «Per quanto mi riguarda, io non crederò che Cristo sia venuto se non in quella veste e con quell'aspetto in cui subì la passione, se non porterà i segni della croce».
(Sulpicio Severo, Vita di Martino 24,4-7)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità Monastica di Bose

Tempera all’uovo su tavola (particolare dell’icona dei Pastori d’oriente e d’occidente
Martino di Tours (317-397)

Assidui e concordi nella preghiera. Commento al Salterio - Salmo 21,1-23

Lettura

Salmi 21,1-23

1 Al maestro del coro. Sull'aria: «Cerva dell'aurora».
Salmo. Di Davide.

2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
4 Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
5 In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati;
6 a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.
7 Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8 Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
9 «Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
12 Da me non stare lontano,
poiché l'angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
13 Mi circondano tori numerosi,
mi assediano tori di Basan.
14 Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.
15 Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
16 È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
17 Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
18 posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
19 si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
20 Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
21 Scampami dalla spada,
dalle unghie del cane la mia vita.
22 Salvami dalla bocca del leone
e dalle corna dei bufali.
23 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.

Commento

Il Salmo 21 è particolarmente caro alla tradizione cristiana perché con le sue parole iniziali, nella versione aramaica, Gesù pronunciò la sua supplica sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46; Mc 15,34). L'interpretazione messianica appare non solo nelle formali citazioni degli evangelisti ma dall'unanime commento dei padri della chiesa e dalla coscienza cristiana di tutti i tempi. Anche i commentari rabbinici medievali, noti come Yalkut, assegnano al Salmo una valenza messianica.

Ma per comprendere bene la citazione di Cristo bisogna tener presente che il componimento, pur essendo dominato da una potente lamentazione (vv. 2-22) comprende anche un ringraziamento gioioso, in cui si loda Dio, che si è schierato dalla parte delle vittime (vv. 23-27). La parte finale (vv. 28-32) è un inno in onore del Signore, re universale.

Il grido angosciato con cui si apre il Salmo è segnato dal silenzio di Dio e sul senso della sua lontananza. Memore della rassicurante presenza del Signore in mezzo al suo popolo (vv. 4-6) e dei segni della sua materna protezione verso di lui (vv. 10-11), il salmista non sa spiegarsi perché in un momento di grande prova fisica e morale, Dio non gli sia vicino a sostenerlo, tanto da farlo sentire "abbandonato" (v. 2).

Il senso di abiezione, abbandono ed esclusione dal consesso umano che il salmista vuol comunicare è ben espresso dalle parole con cui egli si contrappone ai padri di Israele che sperarono in Dio e furono liberati: «ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» (v. 7). Le parole richiamano le sofferenze del servo di JHWH (Is 53,3) e del profeta Geremia (Ger 15,15; 18,20; 20,8; 49,15). I nemici del salmista lo scherniscono, sfidando persino Dio a venirgli in soccorso, per dimostrare la sua benevolenza verso di lui (v. 9).

A questo quadro desolante fa da contrasto la tenerezza di Dio (v. 10): chi ha ricevuto da lui tante materne cure fin dalla nascita non può ora essere lasciato solo in tanta sventura. Per questo, nonostante sia sfinito e ridotto allo stremo, il  povero del Signore riesce ancora a chiamare Dio «mia forza».

I nemici del salmista vengono poi raffigurati con sembianze di animali: tori (vv. 14.22), cani (vv. 17.21), bufali (v. 22), per simboleggiare la ferocia con cui si accaniscono contro di lui. 

Il Salmo prosegue con un senso di impotenza e angoscia assoluta che pervade l'animo del salmista di fronte all'inarrestabile avanzata dei "nemici" (la  malattia, il dolore, le avversità, l'odio dei malvagi). Ma diversamente che in altri salmi, qui non c'è ribellione né richiesta di vendetta. A Dio, che lo sta così duramente provando ("su polvere di morte mi hai deposto"; v. 16) egli si rivolge soltanto con la preghiera di non stargli lontano (vv. 12.20).

I vv. 17-19 ("hanno forato le mie mani e i miei piedi"; "si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte") sono richiamati nella descrizione della passione di Gesù fatta dai Vangeli (Mt 27,35; Mc 15,24; Lc 23,34; Gv 19,24.37).

Come uno scorcio di luce che si apre nel cielo, fa poi la comparsa il tema della lode (v. 23). Fiducioso della salvezza che otterrà da Dio il salmista si propone di ringraziarlo nell'assemblea liturgica pubblica, per diffondere il messaggio della benevolenza ottenuta.

- Rev. Dr. Luca Vona  


venerdì 10 novembre 2023

Fermati 1 minuto. Far quadrare i conti

Lettura

Luca 16,1-8

1 Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Commento

Quanti beni ci ha dato Dio da amministrare? Qual è la porzione della grazia che abbiamo ricevuto? E cosa ne abbiamo fatto? «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,48)

Verrà il giorno, alla sera della nostra vita, in cui ci verrà chiesto conto della nostra "amministrazione", una vera "resa dei conti", un redde rationem, che non potrà che trovare noi, "servi inutili" (Lc 17,10) in difetto verso il padrone di casa. Ma il protagonista di questa parabola più che "disonesto" è scaltro: questo il significato della parola greca phrónimos. 

Nell'agire per conto del proprio padrone, nel medio-oriente antico era consentito agli amministratori praticare forme di usura. L'amministratore scaltro sembra rinunciare al proprio profitto per ingraziarsi i debitori, in vista di un suo probabile bisogno futuro. 

La parabola assume così un valore escatologico e rimanda alla fine dei tempi, quando i nostri debiti saranno rimessi nella proporzione in cui li abbiamo rimessi ai nostri debitori: «Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui» (Mt 5,25). 

Siamo chiamati a imitare nelle cose spirituali il modo di agire dell'amministratore scaltro in quelle materiali. Rinunciamo alla nostra parte di guadagno e facciamo "quadrare i conti" finché abbiamo tempo.

Preghiera

Signore, che hai riversato su di noi i tesori della tua grazia, insegnaci ad amministrarli con giustizia e ad agire con misericordia verso i nostri debitori. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Leone Magno. In piedi sulle rovine dell'Impero

Il 10 novembre, i cattolici d'occidente, gli anglicani e i luterani celebrano la memoria di Leone Magno.

Nell'anno 461 muore a Roma papa Leone I, chiamato dai posteri «Magno» per l'ampio respiro della sua azione pastorale e dei suoi pronunciamenti teologici. Originario di Roma, o forse dell'Etruria, Leone visse in un periodo di gravi conflitti e di forti instabilità politiche in Oriente come in Occidente. Eletto diacono della chiesa di Roma, egli fu spesso chiamato a ricomporre contese e divisioni di ogni sorta, e la sua opera di pace gli valse l'elezione a papa nel 440 da parte del clero e del popolo della città. Predicatore sapiente ed esigente, Leone seppe intervenire nelle controversie teologiche cercando sempre vie di riconciliazione e riconducendo al vangelo le fazioni contrapposte. Fu coinvolto negli animati dibattiti cristologici del V secolo, seguiti alla condanna degli insegnamenti di Nestorio, e i suoi pronunciamenti, scritti sotto forma di lettera al patriarca di Costantinopoli Flaviano, divennero la base della fede proclamata dai padri riuniti in concilio a Calcedonia nel 451. In essi Leone parlò con semplicità e franchezza evangeliche dell'umiltà di Gesù, vero Dio fattosi vero uomo a motivo della sua compassione per le sue creature. Negli scritti di Leone Magno emerge un costante annuncio gioioso della salvezza cristiana attraverso la partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Nessun uomo, afferma Leone, deve sentirsi escluso dalla vocazione a entrare nella nuova umanità escatologica di cui Cristo è la primizia. Negli ultimi anni del suo pontificato egli difese Roma dagli Unni, trattando personalmente con il re Attila, e ottenne dai Vandali, entrati ormai nell'Urbe, che non incendiassero la città e non uccidessero i suoi abitanti.

Tracce di lettura

Ringraziamo, o amatissimi, Dio Padre mediante il suo Figlio nello Spirito santo, lui che, «per la grande carità con cui ci ha amati, ha avuto compassione di noi, e mentre eravamo morti a causa del peccato, ci ha fatti rinascere in Cristo», per essere in lui una nuova creatura e da lui nuovamente plasmati. «Spogliamoci perciò dell'uomo vecchio con le sue azioni», e una volta divenuti partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne.
Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, divenuto partecipe della natura divina, non voler ricadere nell'antica abiezione con una vita indegna. Ricordati del tuo capo e di quale corpo tu sei membro. Rammentati che tu, strappato dal potere delle tenebre, sei stato inserito nella luce e nel regno di Dio. Mediante il sacramento del battesimo sei divenuto tempio dello Spirito santo: non cacciar via da te con azioni perverse un ospite tanto grande. (Leone Magno, Sermone I sul Natale del Signore 3,1-3)

- Dal martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 9 novembre 2023

Fermati 1 minuto. Pietre vive

Lettura

Giovanni 2,13-22

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Commento

Giovanni utilizza questa sezione sulla purificazione del Tempio per rafforzare il tema principale del suo Vangelo: la presentazione di Gesù come il Messia promesso e Figlio di Dio. Troviamo qui la prima delle tre festività di Pasqua presentate dall'evangelista.

La Pasqua ebraica si celebrava il quattordicesimo giorno del mese lunare di Nisan (che cade tra fine Marzo e inizio Aprile), come memoriale della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. In quell'occasione l'angelo della morte, inviato a punire gli oppressori, passò oltre le case dei giudei, segnate con il sangue di un agnello.

La partecipazione di Gesù alla Pasqua nella città di Gerusalemme rientrava tra gli obblighi per ogni ebreo maschio devoto, dai dodici anni in su. Ebrei da tutto Israele e dalle province romane giungevano a Gerusalemme ogni anno per la celebrazione di questa festività; era dunque disagevole per molti condurre con sé gli animali per il sacrificio, che venivano venduti da diversi mercanti nel cortile esterno del Tempio, probabilmente con considerevole profitto.

Buoi, pecore e colombe erano gli animali utilizzati per i sacrifici. Le colombe erano offerte dalle persone più povere.

I cambiavalute lucravano sullo scambio delle monete straniere con la valuta di Tiro, affinché i pellegrini potessero pagare la tassa dovuta al Tempio da tutti gli ebrei maschi dai diciannove anni in su (Es 30,11-16; Ne 10,33).

La speculazione commerciale che si era creata intorno alla festività della Pasqua sucita il duro rimproverò di Gesù, che apostrofa venditori e cambiavaluti definendoli "spelonca di ladri" (Mt 22,13).  Come ammonirà Paolo nella sua lettera a Timoteo (1 Tim 6,5-10) la chiesa cristiana non è esente dal rischio di corrompersi per amore del denaro.

La purificazione del culto di Israele è attribuita al Messia in diversi testi profetici dell'Antico Testamento (Mal 3,1-3; Zc 14,20-21). L'autorità divina di Gesù è espressa dal suo riferirsi a Dio come "Padre mio" (v. 16).

Il verbo utilizzato per indicare lo zelo è letteralmente "mi divorerà" (gr. kataphegetai). Il futuro, che non si trova nel Salmo 69 cui il versetto allude, probabilmente si riferisce all'ostilità che si verrà a creare tra Gesù e i giudei (Mt 5,16-18), ma anche della frattura che si verificherà tra la comunità cristiana e la Sinagoga. La seconda parte dello stesso versetto del salmo 69 - "gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me" - è citata da Paolo (Rm 15,3) e testimonia il carattere messianico che a esso era attribuito dalla chiesa primitiva.

L'affermazione di Gesù sulla ricostruzione del tempio dopo tre giorni è un riferimento alla risurrezione e alla comunità che viene a formarsi intorno a lui dopo la Pasqua. La gloria di Dio che nell'antica alleanza risiedeva nel santuario del Tempio dimora adesso nel corpo di Cristo. La natura divina di Gesù è rimarcata dal fatto che nel Vangelo di Giovanni egli ha da sé il potere di risorgere (v. 19), mentre negli altri testi del Nuovo Testamento è Dio che lo fa risorgere.

Il ricordare (gr. mimneskomai) dei discepoli (v. 17) è un termine che indica nel Vangelo di Giovanni il processo attraverso il quale la comunità, dopo la risurrezione, giunge a vedere in Cristo il compimento delle Scritture.

L'annuncio del nuovo tempio in Cristo risorto attesta che ogni persona umana, abitata da Dio, è sacra e non può diventare oggetto di mercimonio o strumento di profitto.

Gesù, che ha compiuto come primo atto pubblico della sua missione la purificazione del Tempio si attende che chi va a lui si adoperi prima di tutto nel riformare la propria vita e il proprio cuore, affinché ciascuno possa diventare pietra viva del vero tempio di Dio, che non è un edificio, ma la Chiesa come corpo mistico del Cristo risorto.

Preghiera

Purifica i nostri cuori, Signore, affinché possiamo accogliere il tuo Spirito e prendere parte all'edificazione del tempio spirituale della Chiesa. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona