Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 30 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Inviati a predicare con un bagaglio leggero

Lettura

Luca 10,1-12

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

Sintesi

Seguire Gesù significa partecipare alla sua missione: i settanta sono inviati a due a due, miti come agnelli, senza bagaglio, annunciando pace e regno. Solo sobrietà e fiducia nella provvidenza rendono credibile la predicazione.

Commento

La sequela di Gesù è strettamente legata alla missione evangelizzatrice. Essere scelti da lui significa essere scelti per preparare il terreno alla sua stessa azione salvifica. Egli "designò" i settanta, verbo che indica una formula solenne con cui Gesù, in veste messianica e regale conferisce il mandato ai discepoli. 

In alcuni manoscritti i discepoli sono settanta, in altri, pure autorevoli, sono settantadue. Il numero settanta può essere un richiamo ai settanta uomini radunati da Mosè, sui quali scese lo Spirito di Dio (Num 11,24-25); settanta erano anche i membri del sinedrio. Il numero settantadue è invece il numero delle nazioni dell'umanità secondo il libro della Genesi (Gen 10, nella versione greca dei LXX).

I discepoli sono inviati a due a due; così l'uno può essere di conforto all'altro e forse anche per maggior sicurezza lungo il viaggio. L'annuncio portato da una coppia di discepoli richiama anche il dovere deuteronomico di stabilire il giudizio sulla base di due o tre testimoni (Dt 19,15; richiamato in Mt 18,16; 2 Cor 13,1; Eb 10,28). L'immagine dell'agnello contrapposto al lupo è indice di una predicazione fatta con mitezza, che esporrà i discepoli alla malvagità degli empi. 

L'urgenza della predicazione è testimoniata dalla necessità di pregare affinché altri "operai" possano essere mandati nella "messe". Inoltre i discepoli dovranno viaggiare senza bagaglio - niente borsa, né un secondo paio di sandali - e non fermarsi lungo la strada, neppure per salutare (il saluto comportava nel mondo semitico l'intrattenersi nella conversazione con la persona salutata).

I discepoli sono chiamati a non girovagare di casa in casa e la richiesta di "stabilità" è superiore alle stesse prescrizioni della legge sui cibi puri e impuri: potranno mangiare qualsiasi cosa gli sarà messa davanti. Compito dei discepoli è anche quello di prendersi cura dei malati e di predicare la prossimità del regno di Dio.

Gesù chiede di invocare la pace in qualunque casa i discepoli entreranno: chi accoglierà loro accoglierà egli stesso (Lc 10,16). Chi non li accoglie si espone a un giudizio peggiore a quello di Sodoma - che era il simbolo della città inospitale per quanto descritto nel libro della Genesi (Gen 19,4-5). Se vi sarà "un figlio della pace" la pace resterà su di lui, altrimenti tornerà sui discepoli. 

Nella misura in cui la Chiesa si allontana dal modello di discepolato richiesto da Gesù la messe diventa sterile, la predicazione inefficace, i discepoli vegono più facilmente rifiutati, perché agli occhi del mondo risultano incoerenti con quanto predicato.

Per questo il discepolato, che il vangelo impronta alla sobrietà e al totale affidamento alla provvidenza, deve mettersi al riparo da quella forza "addomesticatrice" che costituisce un pericolo sempre in agguato. Una continua opera di vigilanza e di riforma è necessaria affinché i discepoli operino in conformità al dettato evangelico.

Preghiera

Donaci, Signore il tuo Spirito, affinché possiamo annunciare con semplicità e schiettezza la parola del vangelo, nell'attesa della tua manifestazione a tutte le genti. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 29 settembre 2026

Fermati 1 minuto. L'aratore che si volge indietro

Lettura

Luca 9,57-62

57 Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 58 Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 60 Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio». 61 Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Sintesi

Luca descrive tre modi di seguire Gesù: lo scriba impulsivo, il giovane che rimanda e chi si volta indietro. A ogni battezzato il vangelo chiede una risposta piena, senza esitazioni.

Commento

In questo brano, che ha un parallelo in Matteo (Mt 8,18-22), l'evangelista Luca ci riferisce tre modi diversi di porsi verso la sequela di Gesù. 

Il primo protagonista che entra in scena è un "volontario", che avvicina il Signore mentre questi è per la strada. Matteo ci riferisce che si trattava di uno scriba, dunque di una persona abituata a vivere nell'agiatezza. Nell'offerta precipitosa di sé egli sembra non rendersi conto dei costi del discepolato che, lungi dall'offrire una posizione sociale elevata e sicurezze economiche, espone all'incertezza e a grandi sacrifici. 

Tutta l'attività di Cristo sarà quasi sempre fraintesa dai dottori della legge, i quali si attendevano un Messia che avrebbe instaurato un regno terreno forte e prospero. Per questo egli si scontrerà spesso con l'incomprensione predicando il vangelo e ancora più nell'evento della sua passione. Dal Figlio di Dio, dal Figlio dell'uomo, per utilizzare una espressione messianica (cfr. Dn 7,13-14) che Cristo spesso applica a sé, ci si aspettava una manifestazione di potenza e gloria.

Il secondo aspirante discepolo è un giovane, chiamato direttamente da Gesù («Seguimi»; v. 59). Costui è desideroso di accogliere l'invito ma desidera prima occuparsi del padre, rimandando il discepolato dopo la morte di questi. Le parole del giovane sono infatti un semitismo che non indica certamente la celebrazione del funerale del padre - se fose morto quel giorno il giovane non si sarebbe trovato neanche lì dove stava, essendo obbligatorio per la legge ebraica a celebrare i funerali il giorno stesso della morte - ma significava l'occuparsi del padre anziano fino alla sua  morte. Il giovane dunque, aspettava la morte del padre, e probabilmente anche di riceverne l'eredità. Chiaramente un simile approccio al discepolato non può che trovare la riprovazione del Signore. 

Il terzo "candidato" si offre a Gesù ma chiede di potersi prima congedare dai suoi parenti. Gesù capisce che il cuore di quest'uomo è ancora diviso tra il mondo e le esigenze del regno di Dio: l'aratore che non guarda avanti mentre ara non può che tracciare solchi storti. 

Le parole di questa pagina evangelica non riguardano soltanto chi si consacra a un ministero particolare nella chiesa, ma ogni battezzato, che in quanto tale è rivestito del ministero sacerdotale, regale e profetico di Cristo. Questi non può trovarci esitanti. Accogliere il vangelo significa scoprire in esso la gioia nella semplicità e novità di vita, in cui l'apostolo si rimette completamente nelle mani del Padre celeste.

Preghiera

Rimuovi, Signore, dalle nostre vite e dai nostri cuori, quanto si frappone alla tua grazia e rendici predicatori del Regno, non per spirito mercenario ma per amore del tuo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 27 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Accogliere un Dio che si fa bambino

Lettura

Luca 9,46-50

46 Frattanto sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. 47 Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: 48 «Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande». 49 Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci». 50 Ma Gesù gli rispose: «Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Sintesi

I discepoli discutono su chi sia il più grande, incapaci di capire la passione. Come loro, le chiese si chiudono in sé e si dividono. Gesù respinge il settarismo e indica un bambino: grande è chi dipende dalla grazia.

Commento

Gesù ha appena annunciato l'approssimarsi della sua passione, ma i discepoli non hanno compreso e sono impauriti. (Lc 9,44-45); non riescono a cogliere la grandezza del sacrificio che si sta per compiere e si mettono a discutere tra di loro su chi sia il più grande. 

Capita anche a noi credenti, come individui, e forse ancor più alle chiese, come istituzioni religiose: una tendenza all'autoreferenzialità, a sentirsi depositari della vera ortodossia e ortoprassi. Così l'unica Chiesa di Cristo si è frammentata nei secoli in numerose denominazioni, lacerando il suo Corpo mistico e rinnovando nella storia la sua passione. 

Proprio Giovanni, l'evangelista che più di tutti insiste sulla natura di Dio come amore, pone a Gesù il quesito se sia giusto che uno "che non è con noi tra i tuoi seguaci" scacci i demòni nel nome di Gesù. Ma il Signore, che aveva invitato a giudicare l'albero dai frutti, respinge ogni settarismo. 

Gesù prende un bambino, se lo mette vicino (v. 47) e lo addita come esempio per chi vuole essere grande tra i discepoli. Un bambino è totalmente dipendente dai genitori e così il vero discepolo deve tenere a mente che nulla può fare senza la grazia che opera in lui. 

Gesù, che non considerando un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio si è fatto obbediente fino alla morte (Fil 2,6-8), rivela lo stretto legame tra l'incarnazione e la passione, tra la culla e la croce. 

Il parallelo che egli pone tra la sua natura e quella di un fanciullo mostra un Dio che si fa bisognoso delle nostre cure, per non "scomparire" tra le malvagità del mondo e che ci chiama a custodire il dono fragile e prezioso che abbiamo ricevuto.

Preghiera

Donaci l'umiltà, Signore, per superare le divisioni e operare nel tuo nome contro il male. La tua grazia ci trovi sempre docili all'azione dello Spirito, affinché possiamo crescere in santità e giustizia davanti ai tuoi occhi. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 26 settembre 2026

Prigionieri della legge e prigionieri... nel Signore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIASSETTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Signore, ti supplichiamo affinché la tua grazia possa sempre prevenirci e sostenerci, rendendoci costantemente dediti a ogni opera buona. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 4,1-6; Lc 14,1-11

Sintesi

Gesù guarisce di sabato per mostrare il primato della carità sulla legge. La vera fede non è accumulo di meriti, ma amore gratuito verso Dio e il prossimo, vissuto con umiltà e fiducia nella provvidenza divina.

Commento

Guarendo l’idropico in giorno di sabato, Gesù mette al centro del suo messaggio il primato della carità verso il prossimo, come legge suprema. Egli non controbatte ai farisei negando o sminuendo la legge mosaica. Chiede infatti loro di citare un passo della legge che vieti di guarire in giorno di sabato e domanda se non si affaticherebbero in giorno di sabato per salvare un asino o un bue, ovvero per proteggere le proprie ricchezze.

L'illusione che l'amore di Dio possa essere fatto coincidere semplicemente con l'amore della legge è una forma di riduzionismo idolatra: non si adorano delle divinità straniere, ma si cade nell'errore di credere che lo scrupoloso rispetto delle norme religiose possa di per sé costituire una garanzia di salvezza. Questa tentazione, molto diffusa nel giudaismo contemporaneo a Gesù, può costituire una minaccia anche per il cristianesimo, laddove si affermi la convinzione di potere accumulare meriti attraverso opere buone e preghiere. 

Si tratta di un atteggiamento spiritualmente egocentrico, lontano dall'amore disinteressato per Dio e per il prossimo, da quel senso di gratitudine verso il nostro Creatore e Salvatore, che da solo dovrebbe essere sufficiente per farci agire rettamente.

La seconda parte del racconto evangelico, in cui assistiamo alla disputa tra gli invitati per chi avrebbe dovuto occupare i posti più prestigiosi a tavola, testimonia proprio la difficoltà di superare l'accentramento su di sé, che dovrebbe invece caratterizzare la vera esperienza religiosa.

Paolo, dal canto suo, nella lettera agli Efesini, sottolinea il profondo legame tra la carità fraterna e la necessità di dare una risposta adeguata all'azione salvifica di Dio nei nostri confronti. Noi siamo stati amati e salvati per primi; è nostro dovere amare il prossimo come Dio ci ha amato. E questo dovere è ancora più vincolante nei confronti dei fratelli nella fede, con i quali condividiamo i doni che l'unico Cristo ha distribuito tra il suo popolo. Per questo l'apostolo ci esorta a mantenere la pace nella comunità cristiana.

Per rafforzare le sue parole, Paolo fa leva sul suo essere "prigioniero nel Signore". Non vuole essere compatito, ma vuole sottolineare fino a che punto lo abbia spinto la sua abnegazione per la causa del vangelo. Il credente è capace di individuare anche nelle grandi prove della vita la mano di Dio; per questo Paolo è prigioniero, ma "nel Signore". Nulla accade per circostanze fortuite, e anche laddove ci trovassimo tra le mani di forze malvagie, possiamo avere la certezza che ogni causa seconda agisce perché Dio, la causa prima, glielo consente. 

E ancor più, dobbiamo essere assolutamente certi che qualsiasi cosa ci accada è assolutamente la più perfetta, la più profittevole, la migliore, qui ed ora, per noi, che possa accadere, secondo la sapienza imperscrutabile di Dio. Possiamo dunque ripetere con il salmista, in ogni circostanza della nostra vita: "Nelle sue mani sono le profondità della terra e sue sono le alte vette dei monti" (Sal 95,4).

- Rev. Dr. Luca Vona

Tre chiavi per la trasformazione. Un Insegnamento buddhista sulla Via del Risveglio

1. L'anelito fondamentale e la ricerca della pace interiore

Se osserviamo con attenzione il cuore di ogni essere umano, vi troviamo un desiderio così radicato da sembrare quasi biologico: il desiderio di essere felici e di non soffrire. È un anelito che precede ogni cultura, ogni epoca, ogni condizione sociale, e che accomuna tanto il filosofo quanto la persona più semplice. Il problema non è dunque il desiderio in sé, che è del tutto naturale e persino nobile, quanto piuttosto la direzione in cui, quasi per abitudine, lo orientiamo. Nella vita di tutti i giorni tendiamo infatti a proiettare questa ricerca verso l'esterno, illudendoci che la felicità risieda nell'accumulo di beni materiali, nel riconoscimento sociale, nel potere o nel semplice appagamento dei sensi. Queste condizioni non sono da condannare in sé: possono certamente regalare momenti autentici di piacere e sollievo. Ma la loro natura è per definizione instabile, dipendente da circostanze esterne che sfuggono al nostro controllo, e per questo motivo si rivelano incapaci di offrire una pace che regga nel tempo. Una fortuna può svanire, una reputazione può incrinarsi, un piacere sensoriale si esaurisce non appena lo si tocca. La vera pace, quella che non trema al variare delle circostanze, può nascere soltanto da una trasformazione interiore: un lavoro paziente sul proprio stato mentale, sorretto da un metodo chiaro e applicabile non in un ritiro isolato dal mondo, ma proprio nel cuore della vita ordinaria, tra impegni, relazioni e responsabilità quotidiane.

È in questa prospettiva che il Buddhismo tibetano, e in particolare la sintesi elaborata nel XIV secolo dal maestro Je Tsongkhapa, individua la struttura essenziale di ogni autentico cammino spirituale in tre pilastri interdipendenti: la determinazione a emergere dal ciclo della sofferenza, la mente dell'illuminazione altruistica, conosciuta come bodhicitta, e la corretta visione della realtà, ossia la saggezza che comprende la vacuità. Questi tre elementi non vanno intesi come tappe separate da percorrere una dopo l'altra e poi abbandonare, ma come tre dimensioni che si sostengono e si approfondiscono reciprocamente lungo tutto il cammino, dal principiante fino al praticante più avanzato.

2. La determinazione a emergere: un autentico amore per sé

Il primo aspetto del sentiero viene spesso reso in italiano con il termine "rinuncia", una traduzione che rischia però di fuorviare, evocando immagini di privazione e mortificazione. Il termine tibetano originale, nges-'byung, indica piuttosto una certezza di emergere: la convinzione, maturata attraverso la riflessione e non semplicemente creduta per fede, che sia possibile e desiderabile liberarsi da uno stato di condizionamento. Lungi dall'essere un sacrificio doloroso, questa determinazione rappresenta la forma più elementare e sana di amore per se stessi. Amare se stessi, in questo contesto, non significa assecondare ogni impulso o desiderio immediato, ma sviluppare la capacità di distinguere tra ciò che produce un benessere reale e duraturo e quelle che potremmo chiamare "fregature di felicità": piaceri che nell'immediato appagano, ma che nel lungo periodo lasciano insoddisfazione, dipendenza o sofferenza.

Questa determinazione nasce da un'analisi lucida e paziente di quello che nella tradizione si chiama Samsara, termine che non designa un luogo fisico, un altro mondo o una dimensione separata, ma un ciclo interno di condizionamento mentale in cui tutti, più o meno consapevolmente, siamo immersi. In questo ciclo, l'ignoranza fondamentale — l'incomprensione della vera natura di noi stessi e dei fenomeni — alimenta i cosiddetti veleni mentali: l'egoismo, la rabbia, l'attaccamento, la gelosia, l'orgoglio. Questi stati mentali disturbanti guidano a loro volta le nostre azioni, il karma, che si traducono inevitabilmente in ulteriore sofferenza, generando un circolo che tende ad autoalimentarsi indefinitamente se non viene riconosciuto e interrotto. Per sciogliere questo meccanismo, la tradizione invita a riflettere su alcuni temi che possono apparire scomodi ma che si rivelano straordinariamente liberatori: la rarità e il valore della condizione umana attuale, che offre condizioni uniche per la trasformazione interiore; l'impermanenza di ogni cosa, incluso il nostro stesso corpo e le nostre relazioni; e l'incertezza del momento della morte, che ci ricorda l'urgenza di non rimandare indefinitamente il lavoro su noi stessi. Quando, attraverso questa riflessione, la mente si innamora davvero della pace interiore e sviluppa una passione costante e stabile per la liberazione, non più occasionale o superficiale, questo primo aspetto del sentiero può dirsi pienamente maturato.

3. Bodhicitta: l'evoluzione altruistica dell'amore

Per quanto necessaria, la determinazione a emergere non è sufficiente da sola a condurre al pieno risveglio, poiché resta ancora, in una certa misura, centrata sul proprio benessere individuale. Il secondo aspetto del sentiero consiste nella generazione della bodhicitta, la mente dell'illuminazione: un'espansione naturale e progressiva dell'amore per sé, che una volta compresa a fondo la propria sofferenza e le sue cause, riconosce che ogni altro essere senziente desidera, con altrettanta intensità, essere felice e libero dal dolore.

Se l'egoismo restringe il campo di interesse al proprio piccolo "io", isolandolo dal resto, l'altruismo compie il movimento opposto: riconosce che la felicità e la sofferenza altrui hanno esattamente lo stesso valore delle proprie. Si potrebbe dire, con un'espressione volutamente paradossale, che l'altruismo è l'egoismo giunto a piena maturazione, poiché comprende finalmente ciò che realmente conviene a noi stessi: arrecare danno agli altri, o restare chiusi nell'orizzonte ristretto del proprio interesse, genera inevitabilmente inquietudine e isolamento, mentre includere gli altri nel proprio cerchio di cura apre il cuore, allenta la tensione dell'autoreferenzialità e stabilizza la mente in modo duraturo. La bodhicitta racchiude due aspirazioni inseparabili, spesso descritte come le sue due ali: da un lato l'intenzione altruistica di beneficiare concretamente tutti gli esseri, dall'altro la volontà di raggiungere personalmente lo stato di Buddha, non per vanità o ambizione spirituale, ma perché solo la piena realizzazione offre i mezzi, la saggezza e la capacità effettiva di aiutare gli altri in modo completo. Questa mente non nasce da un giorno all'altro, ma matura attraverso pratiche graduali che coltivano dapprima l'equanimità verso tutti gli esseri, poi il riconoscimento della loro gentilezza, quindi la gratitudine e infine l'amore e la compassione, fino a sfociare in questa aspirazione universale. Alla base vi è sempre l'empatia: il vedere con chiarezza che tutti gli esseri, senza eccezione, sono trascinati dalle medesime correnti di ignoranza e karma, e il riconoscimento della profonda interdipendenza che ci lega, spesso in modi invisibili, a ciascuno di essi.

4. La corretta visione della realtà: interdipendenza e vacuità

Per quanto elevati e trasformativi, i primi due aspetti del sentiero non possono da soli sradicare la causa ultima della sofferenza, se non sono sostenuti dalla saggezza che comprende la vera natura dei fenomeni. Amore e compassione, senza questa saggezza, rischiano di restare aspirazioni nobili ma prive della forza necessaria a recidere l'ignoranza alla radice. La radice del Samsara, infatti, non è semplicemente un cattivo comportamento o una debolezza morale, ma un'ignoranza spontanea e istintiva che ci porta ad aggrapparci a noi stessi e al mondo circostante come se esistessimo in modo autonomo, solido e indipendente da ogni relazione.

La corretta visione smonta pazientemente questa illusione attraverso la comprensione dell'origine interdipendente, in sanscrito pratītyasamutpāda. Questa comprensione si dispiega su livelli progressivamente più sottili. Al livello più immediato, osserviamo come ogni fenomeno composto dipenda da cause e condizioni che lo precedono e lo rendono possibile: nulla sorge da sé, isolato e autosufficiente. A un livello più sottile, notiamo come ogni intero dipenda dalle proprie parti, così che l'idea stessa di un oggetto unitario e indivisibile si riveli, a un'analisi attenta, una costruzione mentale piuttosto che un dato assoluto. Al livello più sottile e sfuggente, infine, si riconosce la dipendenza reciproca tra il soggetto che osserva e l'oggetto osservato, e il modo in cui ogni fenomeno riceve la propria identità attraverso l'attribuzione concettuale di un nome, appoggiata su una semplice base di imputazione, priva di un nucleo essenziale che la sostenga dall'interno.

Poiché ogni fenomeno dipende in questo modo da relazioni, cause e designazioni concettuali, tutti i fenomeni sono privi — vacui — di un'esistenza intrinseca e autonoma. È importante sottolineare, come fa costantemente la tradizione, che la vacuità non equivale al nichilismo né alla negazione dell'esistenza delle cose: significa unicamente l'assenza di un'esistenza indipendente, non l'assenza di esistenza in quanto tale. Le due verità, quella convenzionale e quella ultima, si integrano così senza contraddirsi: l'apparenza, cioè il fatto stesso dell'interdipendenza, elimina l'estremo dell'eternalismo, mostrando che nulla esiste in modo solido, permanente e immutabile; la vacuità, dal canto suo, elimina l'estremo opposto del nichilismo, poiché è proprio l'assenza di un'essenza fissa a rendere possibile, e non impossibile, il movimento di causa ed effetto, il cambiamento, la crescita e persino la trasformazione spirituale stessa. La visione è dunque completa quando la percezione vivida dell'interdipendenza e la realizzazione diretta della vacuità cessano di apparire come due prospettive alternative e si integrano in un solo, unico istante di comprensione.

5. Conclusione: l'integrazione del sentiero nella vita

I tre aspetti principali del sentiero non costituiscono un sistema di teorie astratte riservate agli studiosi, ma una mappa dinamica e concretamente applicabile all'esistenza quotidiana, tanto quella del monaco quanto quella della persona immersa nel lavoro, nella famiglia, nelle relazioni ordinarie. Il processo di trasformazione, secondo la tradizione, attraversa tre fasi complementari: l'ascolto attento delle spiegazioni, che offre le coordinate concettuali necessarie; la comprensione filosofica libera da dubbi, raggiunta attraverso la riflessione critica e personale; e infine la familiarizzazione meditativa prolungata, grazie alla quale questi principi, dapprima soltanto compresi a livello intellettuale, si trasformano progressivamente in reazioni spontanee del cuore e della mente, capaci di orientare naturalmente le nostre scelte quotidiane. Coltivare insieme l'amore per sé, l'amore per gli altri e una visione coerente e non illusoria della realtà significa, in ultima analisi, conferire un significato pieno a ogni singolo momento della vita, trasformando ogni gesto, per quanto piccolo, in un contributo concreto e attivo alla pace nel mondo.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 25 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Il coraggio che viene dalla comprensione delle Scritture

Lettura

Luca 9,43-45

43 E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio.

Mentre tutti erano sbalorditi per tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: 44 «Mettetevi bene in mente queste parole: Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini». 45 Ma essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento.

Sintesi

Gesù annuncia la sua passione: i discepoli non capiscono e temono di chiedere. Solo il Risorto svela il senso dello scandalo della morte, aprendo alla speranza cristiana.

Commento

Gesù si è appena trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni e, disceso dal monte, ha liberato dalle sue sofferenze un epilettico indemoniato. Tutti sono stupiti per la grandezza di Dio che opera in lui. Ma subito vengono "freddati" dalle sue parole: il Figlio di Dio deve soffrire ed essere messo a morte. Per due volte questo breve passo evangelico ci dice che i discepoli "non comprendevano" il senso di queste parole e non solo non comprendevano, ma avevano anche paura a fargli domande in proposito. 

Non vi è scandalo più grande di quello di un Dio che si fa, nella carne, sofferenza, debolezza, morte, in una "disfatta" che nelle ore immediatamente successive alla passione sembrerà definitiva. Solo l'incontro con il Risorto, in cui si imbattono i due discepoli sulla via di Emmaus e apparso agli apostoli, potrà condurre a una piena comprensione degli eventi, nell'ottica di un piano salvifico già presente nelle antiche Scritture: "cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc 24,27); "aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture" (Lc 24,45). 

Anche noi possiamo restare scandalizzati dalla sofferenza e dalla morte, a maggior ragione quando colpiscono il giusto; anche noi, sebbene credenti, possiamo aver paura di affrontare l'argomento. Forse l'intera nostra vita e l'intera storia dell'umanità sono un tentativo di distrazione dal pensiero della morte. Ma la speranza del cristiano è fondata sulla fede nel primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18); colui che ha vinto la morte e restaurerà ogni cosa, quando vi saranno "un cielo nuovo e una nuova terra" (Ap 21,1) ed egli "tergerà ogni lacrima" (Ap 21,4).

Preghiera

Apri le nostre menti, Signore, alla comprensione delle Scritture, affinché possiamo seguirti con coraggio e lodare il tuo disegno di salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 22 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Come riconoscere il vero apostolo di Cristo

Lettura

Luca 9,1-6

1 Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie. 2 E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi. 3 Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. 4 In qualunque casa entriate, là rimanete e di là poi riprendete il cammino. 5 Quanto a coloro che non vi accolgono, nell'uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi». 6 Allora essi partirono e giravano di villaggio in villaggio, annunziando dovunque la buona novella e operando guarigioni.

Sintesi

Gesù invia i dodici apostoli ad annunciare il regno di Dio, guarire e liberare, chiedendo loro semplicità, fiducia nella provvidenza e distacco dai beni materiali.

Commento

Gesù comunica la sua stessa potenza ai dodici apostoli che si è scelto e li manda - questo il significato del termine apostoli: "inviati" - ad annunciare il regno di Dio, a cacciare i demòni e a curare tutte le malattie. Non c'è altro di cui debba occuparsi un apostolo: annunciare il vangelo e confortare gli infermi nell'anima e nel corpo. L'instaurazione del regno di Dio non è opera umana, per questo Gesù chiede ai Dodici di non preoccuparsi di nulla, neanche di ciò che sembra indispensabile, come il pane o un cambio di vestiti.

All'apostolo è richiesta una radicale semplicità di vita e un totale affidamento alla provvidenza di Dio. Da ciò deriva anche il dovere della "stabilità": lungi dal girare di casa in casa, magari per cercare beni e ricompense, gli apostoli dovranno stabilirsi presso una sola casa in ogni città; ma tale stabilità non deve portare a un attaccamento contrario al dovere della predicazione itinerante. 

Essi, dunque, ripartiranno di là, dopo aver proclamato il vangelo a quella città, e andranno altrove a portare il lieto annuncio, liberare e sanare. Se non saranno accolti andranno oltre, rifiutando di portare con sé persino la polvere di quella città; non pronunceranno maledizioni ma compiranno il gesto di una rottura completa con coloro che non credono. 

Da tutti questi segni riconosceremo il vero apostolo: l'annuncio fedele del vangelo, la sobrietà di vita, il disinteresse verso qualsiasi ricompensa per il suo ministero, il sedersi alla mensa di chiunque lo accolga (come fece Gesù anche con i pubblicani e i peccatori), la capacità di un distacco per andare oltre ad annunciare la parola di Dio, la mitezza e al contempo la radicalità di fronte al rifiuto della sua missione.

Preghiera

Donaci, Signore, la gioia dell'annuncio del vangelo, la coerenza espressa nella semplicità di vita e una salda fiducia nella tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 21 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Quale famiglia cristiana?

Lettura

Luca 8,19-21

19 Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20 Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». 21 Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Sintesi

Gesù pone la famiglia dei credenti, chi ascolta e vive la Parola, al di sopra dei legami di sangue: senza disprezzarli, li relativizza in vista di un'appartenenza più profonda.

Commento

Non sappiamo se i "fratelli" di Gesù menzionati in questo brano fossero figli di Maria o, come accadeva secondo un'usanza semitica, il termine greco adelphos (f. adelphe) va inteso come "cugini", "nipoti", "fratellastri" (vedi ad es. Gn 14,16; 29,15; Lv 10,4). Un'antica e diffusa tradizione patristica afferma la verginità di Maria anche dopo aver partorito Gesù. 

Tutto ciò poco conta ai fini dell'interpretazione del racconto di Luca. Ciò che esso ci trasmette è che, senza disprezzare la famiglia naturale, Gesù pone al di sopra di essa la famiglia che egli "si è scelto", quella di coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (v. 21). Il passo evangelico, "ingentilito" rispetto al parallelo di Marco (Mc 3,31-35) - in cui Gesù afferma «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». (Mc 3,33) - riferisce che "non potevano avvicinarlo", "stavano fuori" e "desideravano vederlo", ma tutto ciò gli era impedito dalla folla. 

Vi è una distanza, una barriera impenetrabile che si frappone tra Gesù e i suoi familiari. In un passo ancor più "duro" di Marco ci viene riferito che i familiari di Gesù, in altra occasione, "uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé»" (Mc 3,21)". Altrove Gesù afferma: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4). 

Gesù relativizza l'istituto familiare; non ne fa "una gabbia", un contesto chiuso e autoreferenziale, ma lo pone in secondo piano rispetto al senso di appartenenza alla famiglia dei credenti. In questo senso, «chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Altrove Gesù afferma: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. (Mt 10,34-35)». 

Ma se la parola di Dio è una spada che può recidere i legami familiari, è anche un vincolo che può rafforzarli, arricchirli di una forza di unione soprannaturale. Allora la famiglia diventa qualcosa di più di una sorta di "clan"; diviene il focolare della Parola di Dio, laddove due o tre riuniti nel nome di Gesù lo rendono presente in mezzo a loro; diventa nucleo fecondo per l'evangelizzazione al di fuori di essa.

Preghiera

Custodisci le nostre famiglie, Signore, affinché la tua parola possa rendersi presente in mezzo a noi, per vivificare le nostre relazioni e renderci apostoli del vangelo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 20 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Gesù, medico e medicina per le nostre anime

Lettura

Matteo 9,9-13

9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Sintesi

Gesù chiama Matteo, esattore disprezzato, con una sola parola: "Seguimi". Lui si alza subito e lo segue. Gesù siede a mensa coi peccatori: definisce il peccato malattia e sé stesso medico, chiedendo misericordia.

Commento

Tra le persone più disprezzate nella società ebraica ai tempi di Gesù vi erano gli esattori delle imposte, perché non solo trattenevano per sé parte delle somme riscosse, ma lavoravano direttamente per i dominatori romani. 

Gesù chiama Matteo (Marco e Luca si riferiscono a questo pubblicano con il nome Levi) mentre egli è ancora nel peccato. Quella pronunciata da Gesù è un'unica parola, declinata all'imperativo: «Seguimi». La risposta di Matteo è istantanea, "si alzò e lo seguì". Non c'è alcun artificio retorico nella chiamata di Gesù: una sola parola è capace di persuadere e di trasformare la realtà, come vediamo in molte sue guarigioni, liberazioni da demoni e nei miracoli di risurrezione (Lazzaro e la figlia di Giairo). 

La sua parola è parola efficace. La risposta del vero discepolo è altresì incondizionata: Matteo non discute né se ne va rattristato come il giovane che aveva chiesto a Gesù cosa avrebbe dovuto fare per ottenere la vita eterna ma non se la sentiva di dare via le proprie ricchezze (Mt 19,22). Forse Matteo aveva ascoltato la predicazione del Battista o aveva sentito parlare di Gesù, ma quando questi passa di persona davanti a lui e lo chiama egli resta immediatamente affascinato. 

Segue nel Vangelo l'immagine del banchetto, probabilmente preparato a casa di Matteo stesso, insieme ad altri pubblicani. Il banchetto nell'antico oriente era simbolo di una condivisione d'animi profonda tra i commensali. Per questo i farisei mormorano e si scandalizzano per la familiarità che Gesù mostra verso i peccatori. E qui il Signore definisce il peccato come una malattia, una realtà che non può essere semplicemente condannata ma che va guarita; e implicitamente presenta se stesso come medico e medicina. 

A noi chiede un atteggimento simile, richiamando le parole del profeta Osea: "misericordia io voglio e non sacrificio" (Os 6,6). Il banchetto che segue la conversione di Matteo rammenta quello che segue il ritorno del figliol prodigo nella parabola a lui dedicata. Gesù ha promesso per chi lo ama di cenare con lui (Ap 3,20) e prendere dimora presso di lui (Gv 14,23); la sua parola catturerà il nostro cuore oppure lo troverà chiuso alla sua misericordia?

Preghiera

Signore Gesù Cristo che ci hai chiamato dalla morte del peccato alla vita nella grazia, concedici di gioire con te e di condividere con ogni uomo il dono della tua salvezza. Amen

- Rev. Dr. Luca Vona

Matteo evangelista e Gesù come nuovo Mosè

Oggi le chiese d'oriente e d'occidente ricordano Matteo, apostolo ed evangelista: esattore delle tasse a Cafarnao, lasciò tutto per seguire Gesù. Autore del Vangelo a lui attribuito, predicò forse in Siria o Etiopia.

Levi-Matteo, figlio di Alfeo, era un esattore delle tasse a Cafarnao. Chiamato da Gesù alla sua sequela, egli fu tra coloro che lasciarono tutto - casa, fratelli e sorelle, padre e madre, amici, lavoro e beni - per andare dietro al Signore. Gli evangeli raccontano che Matteo il pubblicano diede un banchetto d'addio per i suoi amici, pubblicani e peccatori come lui, e che Gesù si recò a casa sua e pranzò con loro, mostrando così di essere venuto nel mondo non per i giusti ma per i peccatori. Matteo, secondo la tradizione, è l'autore del Vangelo che porta il suo nome, destinato ai credenti in Gesù Messia venuti dall'ebraismo, e probabilmente scritto a qualche anno di distanza dalla redazione del Vangelo secondo Marco. Quale scriba divenuto discepolo del regno dei cieli, egli fu capace di trarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche, per rispondere ai problemi posti ai suoi interlocutori dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme. Gesù, nell'opera matteana, è presentato come il nuovo Mosè che, con autorità divina, risale alla volontà stessa del Legislatore e porta così a compimento la rivelazione data da Dio sul Sinai. Non sappiamo con certezza in quali regioni Matteo abbia predicato il vangelo. Secondo la tradizione, in Siria o in Etiopia.

Tracce di lettura

Nel chiamare qualcuno, Gesù gli diceva che ormai gli restava una sola possibilità di credere in lui, cioè quella di abbandonare tutto e di andare con il Figlio di Dio fatto uomo. Con questo primo passo colui che si pone alla sequela è messo nella situazione di poter credere. Se non si mette a seguire, se resta indietro, non impara a credere. Colui che è chiamato deve uscire dalla propria situazione, in cui non gli è possibile credere, per entrare nella sola situazione in cui è possibile credere. Questo passo non ha in sé un valore programmatico, è giustificato solo dalla comunione con Gesù Cristo che così viene raggiunta. Finché Levi resta alla dogana o Pietro attende alle reti, essi possono esercitare onestamente la propria professione, possono avere antiche o nuove conoscenze di Dio, ma se vogliono imparare a credere in Dio, devono seguire il Figlio di Dio fatto uomo, devono andare con lui. (D. Bonhoeffer, Sequela)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Caravaggio, San Matteo e l'angelo, Chiesa di San Luigi dei Francesi, 1602

Per mezzo della fede, radicati nell'amore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SEDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Signore, ti supplichiamo, possa la tua continua pietà purificare e difendere la tua Chiesa; e poiché essa non può essere al sicuro senza il tuo soccorso, preservala sempre con il tuo aiuto e la tua bontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 3,13-21; Lc 7,11-17

Sintesi

Gesù, commosso, risuscita il figlio della vedova di Nain: tocca la nostra miseria senza contrarne impurità, vince il peccato e ci dona la sua vita divina.

Commento

Due folle si incontrano: l'una è quella dei discepoli di Gesù e del suo vasto seguito, l'altra quella del funerale dell'unico figlio di una vedova. Nella società patriarcale di quel contesto storico-geografico le vedove erano una categoria particolarmente vulnerabile; possiamo immaginare, dunque, la tragedia per questa donna, di aver perso l'unico figlio maschio. 

Gesù "ne ebbe compassione"; con una traduzione più accurata del verbo greco splanchnizomai, possiamo dire "ne fu commosso nelle viscere". Lo stesso verbo è utilizzato da Luca nella parabola del buon samaritano e in quella del figliol prodigo. Gesù, che si commosse fino a prorompere in pianto davanti alla tomba dell'amico Lazzaro, comprende la nostra miseria di creature soggette alla morte a causa del peccato (cfr. Rm 5,12-14) e compie in questa occasione un gesto che per la legge ebraica rendeva impuri. 

Egli non solo non contrae alcuna impurità, ma è anche in grado di ridare la vita a ciò che si è avviato verso la corruzione. Un gesto semplice e una parola efficace: "Giovinetto, dico a te, alzati!" - quell'"alzati" che nel verbo originale greco egheiro descriverà nello stesso Vangelo di Luca il mistero pasquale. 

Gesù non teme di toccare con mano la nostra miseria. Troppe volte la religione inculca un senso di impurità in chi vorrebbe avvicinarsi ad essa, provocandone il rifiuto. Per paura di perdere consensi, d'altra parte, alcune chiese rimuovono la parola "peccato" dal proprio lessico, disconoscendo che nell'uomo vi è una tendenza al male, all'egoismo, alla prevaricazione. 

Il vangelo ci istruisce sul fatto che tutti abbiamo peccato ma la fede in Cristo ci consente di morire al peccato per risorgere nella grazia. Come i testimoni del giovane riportato in vita, possiamo veramente dire "Dio ha visitato il suo popolo". 

"Per mezzo della fede... radicati nell'amore" conosceremo, afferma Paolo (Ef 3,17-19), la misura dell'amore di Cristo, e saremo "ripieni della pienezza di Dio". Dio, che può fare molto di più di quel che possiamo aspettarci (Ef 3,20) ha mandato il suo Figlio a restaurare la sua immagine nell'uomo; non ci concede solo di vincere la morte, ma di partecipare alla sua stessa vita divina.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 19 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Custodire il seme, far fiorire la vita

Lettura

Luca 8,4-15

4 Poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, disse con una parabola: 5 «Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. 6 Un'altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. 7 Un'altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. 8 Un'altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per intendere, intenda!».
9 I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. 10 Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché
vedendo non vedano
e udendo non intendano.
11 Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. 12 I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. 13 Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno. 14 Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15 Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza.

Sintesi

Gesù spiega la parabola del seminatore: la Parola porta frutto solo se accolta con perseveranza in un cuore buono, superando distrazioni, ostacoli e superficialità.

Commento

Il Vangelo della semina svela una profonda dinamica tra l'operosità di Cristo nel predicare e la risposta del popolo nell'ascoltare. Mentre Gesù percorre le città, una vasta folla si raduna attorno a lui (v. 4): non si limita ad attenderlo, ma lo cerca e lo segue, mostrando un desiderio vivo di istruzione spirituale. In questo contesto, Luca semplifica il racconto per spostare l'accento dall'azione divina alla risposta libera dell'uomo. La parabola svela la straordinaria condiscendenza di un Dio che semina il proprio cibo senza calcolo o parsimonia, diffondendo la sua Parola (v. 11) a piene mani, fiducioso anche davanti alle nostre apparenze più buie.

Il successo di questa semina dipende però dal temperamento del cuore umano. Nel terreno lungo la strada il seme viene non solo calpestato dalla noncuranza di chi chiude le orecchie, ma divorato: qui interviene il diavolo, nemico sottile che sottrae la parola affinché gli uomini non credano e non siano salvati. Sul terreno sassoso c'è un'adesione superficiale: si accoglie il messaggio con gioia, ma la fede priva di radici crolla al sopraggiungere della prova. Tra le spine il germoglio viene soffocato non solo dalle ansie e dalle ricchezze, ma anche dall'amore per l'agio, dall'indolenza e dai piaceri della vita che ne impediscono la maturazione. Infine, la terra buona rappresenta chi custodisce la Parola in un cuore «buono e perfetto» (v. 15), espressione che rieccheggia l'ideale classico dell'uomo nobile e integro. 

Il testo chiarisce che la vera maturità spirituale richiede che il frutto sia portato a perfezione, un cammino naturale che rifiuta il "tutto e subito" e necessita di tempo e attesa. L'esito finale è quindi la sintesi tra l'azione della grazia che fa crescere il seme e la custodia attiva dell'uomo. Luca sintetizza questa chiamata introducendo una parola chiave preziosa: la perseveranza (v. 15). Il termine hypomonē, di matrice paolina, indica la capacità di resistere con coraggio, fermezza e pazienza nelle sofferenze. Gesù ricorda che a chi ascolta con verità sarà dato di comprendere i misteri del Regno (v. 10), esortando tutti a fare attenzione a come si ascolta: la Parola ricevuta non va nascosta sotto un vaso (v. 16), ma fatta risplendere nella vita. L'accorato appello — «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!» (v. 8) — è l'invito a farsi discepoli fedeli, poiché chi ascolta la parola di Dio e la mette in pratica diventa per Cristo il familiare più caro (v. 21). 

Preghiera

Signore, dona al nostro cuore la grazia di essere una terra buona e feconda, capace di accogliere con gioia la tua Parola. Custodiscila in noi con pazienza e perseveranza, affinché non venga soffocata dalle affanni del mondo ma porti frutti abbondanti di vita.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 18 settembre 2026

Teodoro di Tarso, un monaco alla guida della chiesa inglese

Il 19 settembre 690 muore Teodoro, arcivescovo di Canterbury. Teodoro era nato a Tarso, in Cilicia; aveva compiuto gli studi ad Atene e si era fatto monaco in terra ellenica. Giunto a Roma all'età di sessantasei anni forse per motivi di studio, egli fu in breve tempo ordinato diacono e poi vescovo da papa Vitaliano, che gli assegnò la sede vacante di Canterbury. Aiutato dall'ottima salute, malgrado l'età avanzata, Teodoro si diede anima e corpo al ministero episcopale, iniziando anzitutto a viaggiare per tutto il territorio inglese, al fine di conoscere in prima persona la terra e la gente di cui era stato eletto pastore. Egli riorganizzò in profondità la vita della chiesa inglese, indicendo il primo concilio della storia britannica a Hertford nel 673, ricucendo le molte divisioni tra i cristiani di origine celtica e quelli di origine anglosassone, e aprendo a Canterbury una scuola di studi superiori dove vennero insegnate le discipline classiche dell'antichità. Dalla sua scuola usciranno i principali vescovi e rinnovatori del cristianesimo occidentale precarolingio. Teodoro morì a Canterbury quasi novantenne, dopo aver posto le basi della nuova chiesa anglosassone.

Tracce di lettura

Teodoro giunse nella sua chiesa nel secondo anno dopo la consacrazione, e vi trascorse ventun anni, tre mesi e ventisei giorni. Intraprese subito a visitare tutta l'isola, dovunque vi fossero degli Angli, e da tutti era accolto e ascoltato molto volentieri. E poiché era istruito a fondo nelle lettere sia sacre sia profane, diffondeva ogni giorno fiumi di dottrina salutare per irrigare i loro cuori. Le aspirazioni di tutti erano infatti rivolte alle gioie del regno celeste, di cui da poco avevano sentito parlare, e chiunque desiderava essere istruito nella sacra Scrittura aveva a disposizione maestri pronti a insegnare a interpretarla. (Beda il Venerabile, Storia ecclesiastica degli Angli 4,2)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Teodoro di Tarso (ca 602-690)

giovedì 17 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Gesù non ha paura delle donne

Lettura

Luca 8,1-3

1 In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. 2 C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, 3 Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.

Commento

La predicazione del regno di Dio è un'attività itinerante, che Gesù non compie da solo, ma insieme ai suoi discepoli. Egli si sposta di città in città, perché «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Insieme a lui troviamo i Dodici, ma anche un piccolo gruppo di donne, cosa del tutto inconsueta per la cultura religiosa dell'epoca. I rabbini, infatti, non avevano donne come discepoli. Questa ritrosia è evidente nel racconto giovanneo dell'incontro tra Gesù e la samaritana, dove appunto i discepoli di Gesù si stupirono nel vederlo discorrere con una donna presso il pozzo (Gv 4,27). 

«Signore, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete» (Gv 4,15) esclama la samaritana al pozzo; e di quell'acqua sembrano essersi dissetate le tre discepole che seguono Gesù nel suo ministero. Maria, proveniente dalla città di Màgdala, è identificata da una tradizione senza alcun riscontro oggettivo con la donna che in un passo precedente versa il profumo sui piedi di Gesù e ne versa sul suo capo prima della passione; qui si dice semplicemente che fu liberata da sette demòni, ma un'altra tradizione, sempre senza alcun fondamento, ne fa una prostituta. Giovanna e Susanna sono menzionate solo qui. 

Saranno delle donne a seguire Gesù nella sua passione e a sostare sotto la croce, con Maria, la madre di Gesù e Giovanni, il discepolo che egli amava. E sempre delle donne sono le prime testimoni della risurrezione, annunciatrici della lieta notizia ai Dodici stessi. 

Le Scritture presentano un atteggiamento ambivalente sulla donna, a partire dalla progenitrice Eva, mediante la quale il peccato è entrato nel mondo, ai numerosi ammonimenti contenuti nel libro dei Proverbi, in cui l'uomo viene messo in guardia dalla capacità femminile di circuire e far cadere nel peccato. 

Eppure, tutta la storia della salvezza è costellata da figure di donne esemplari e benedette da Dio, a partire da Sara, che concepisce Isacco nella sua vecchiaia e diviene partecipe della promessa, fatta da Dio ad Abramo, di una discendenza più numerosa della sabbia del mare e, dunque, di una redenzione che si estende oltre i confini stessi di Israele; e poi Rachele, sposa di Giacobbe e madre di Giuseppe, che "piange i suoi figli", figura di colei che per Israele intercede presso Dio (Ger 31,15, ripreso da Mt 2,18). Per mezzo di una donna il Verbo di Dio decide di venire in mezzo a noi: Maria, nuova Eva, è lo strumento mediante il quale giungono a compimento le promesse messianiche. 

Sono figure per lo più silenziose le donne dell'Antico e del Nuovo Testamento, ma significative nella storia della salvezza. Il loro silenzio è sempre fecondo.

Preghiera

Concedici, Signore, di essere associati a te nella predicazione della salvezza e il nostro agire, guidato dal tuo Spirito, sia sempre più eloquente delle nostre parole. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 16 settembre 2026

Ildegarda di Bingen e il fuoco del Paraclito

Nel 1179 muore nel monastero di Rupertsberg, presso Bingen, Ildegarda, monaca e mistica.

Nata ottantun anni prima a Bermersheim, nella Renania, Ildegarda fu affidata a otto anni a Jutta di Sponheim, un'anacoreta che viveva legata alle benedettine di Disibodenberg. Intorno alle due donne la comunità crebbe, e alla morte di Jutta, Ildegarda ne assunse la responsabilità.

Essa seppe fare tesoro della propria estrema sensibilità e fragilità fisica per comprendere in profondità le forze fisiche e biologiche della natura e per affinare la propria arte farmacologica e medica, da cui molti trassero grandi benefici.

Attenta lettrice e ruminatrice delle Scritture, fu una donna di temperamento straordinario: predicò il vangelo in modo itinerante, quasi un secolo prima di Francesco d'Assisi, seguendo unicamente la voce interiore che la spingeva a farlo; promosse il rinnovamento spirituale nel monachesimo del suo tempo, e fu sempre pronta a servire i malati e a lenire le loro sofferenze.

In tutto questo, Ildegarda non dimenticò mai le proprie figlie spirituali, ma continuò sino alla fine a seguire a una a una tutte le monache dei monasteri che aveva fondato, con una dolcezza e una sensibilità pari alla forza e alla fermezza che aveva saputo mostrare quando si era trovata ad ammonire e a consigliare i potenti del suo tempo.

Su indicazione di Bernardo di Clairvaux, Ildegarda mise per iscritto il frutto della sua contemplazione visionaria del mondo, lasciando così ai posteri almeno un poco della sapienza che aveva saputo vivere e incarnare nel suo lungo itinerario umano e monastico.

Tracce di lettura

O fuoco dello Spirito Paraclito, vita della vita di ogni creatura, sei santo, tu che vivifichi le forme.

Sei santo, tu che copri con balsami le fratture doloranti, santo, tu che fasci le ferite incancrenite. Soffio di santità, fuoco di amore, dolce gusto nei cuori e pioggia nelle anime, profumato di virtù.

Fontana purissima nella quale si vede Dio, intento a radunare gli stranieri e a cercare gli smarriti.

Corazza della vita, speranza dell'unione di tutti gli uomini, crogiolo della bellezza, salva le tue creature!

Grazie a te le nubi corrono, l'aria plana, le pietre si coprono di umidità, le acque diventano ruscelli e la terra trasuda la linfa verdeggiante.

E sei ancora tu a guidare incessantemente i dotti e a colmarli di gioia mediante l'ispirazione della tua sapienza.

Lode dunque a te, che fai risuonare le lodi e rallegri la via: a te la speranza, l'onore e la forza.

Lode a te che porti a noi la luce. (Ildegarda di Bingen, O fuoco dello Spirito Paraclito)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Ildegarda di Bingen (1098-1179)

Fermati 1 minuto. Un grande perdono genera un grande amore

Lettura

Luca 7,36-50

36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. 39 A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di' pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

Commento

Siamo davanti a un fariseo che mostra verso Gesù un importante gesto di accoglienza, invitandolo a condividere un pasto. L'ingresso in casa della donna durante il convito attesta che si trattava di un grande banchetto, perché in questo caso era consentito, in oriente entrare in casa a curiosare. 

Questo racconto è più un dipinto che una narrazione, per il suo svolgersi quasi completamente in silenzio. Dipinto dai colori contrastanti se confrontiamo il fariseo, che siede a mensa con Gesù e si pone dunque sul suo stesso piano e la donna, accovacciata dietro i suoi piedi; questa non dice una parola, ma mette in atto una serie di gesti, che richiamano le antiche usanze orientali verso gli ospiti: accogliere l'invitato con un bacio, lavargli i piedi, ungergli il capo con olio profumato. 

La tradizione che identifica questa donna con Maria di Magdala è tardiva e priva di fondamento, così come quella secondo la quale si tratterebbe di una prostituta. Il termine usato (gr. hamartolos) indica infatti semplicemente una condizione di peccato sia al maschile che al femminile. Il "lasciar fare" di Gesù nei confronti della donna è occasione di scandalo per il fariseo, che dentro di sé dubita di avere di fronte a sé un profeta: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice» (v. 39). 

Chiaramente il fariseo si considera di "una specie" del tutto differente, degno di stare a tavola con un profeta. La sua sicurezza di sé è in pieno contrasto con l'atteggiamento della peccatrice, che non smette di piangere. 

Contrariamente a quel che pensa il fariseo, Gesù sa benissimo chi è quella donna e sebbene quell'uomo, che si sentiva giusto per la pratica della legge, non abbia il coraggio di esprimere ad alta voce le proprie perplessità, lo anticipa facendogli una domanda. Chi sarà più felice: un uomo a cui vengono condonati cinquanta denari o uno a cui ne vengono condonati cinquecento? Il fariseo dà la risposta giusta, ma la sua giustizia rimane su un piano puramente teorico, legalistico; è lui a non sapere chi ha di fronte, scandalizzandosi, insieme ai commensali, di colui che riconosce semplicemente come Maestro, ma che dichiara di poter rimettere i peccati (v. 49).

La grande fede e l'amore della peccatrice hanno generato il perdono e questo, a sua volta, ha generato un grande amore. Il fariseo si pone al di fuori di questo circolo di fede e di amore, considerandosi giusto davanti a Gesù.

Senza l'umiltà la nostra religiosità è una pratica sterile. Non importa quanto "intimo" possiamo considerare il nostro rapporto con Dio. Chi si mette a tavola con il Signore aspettandosi di essere lodato come giusto o per vantarsi di aver familiarità con lui ne rimarrà deluso, perché non saprà comprendere la vera natura di colui che è venuto a salvare i peccatori e che afferma alla nostra anima «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».


Preghiera

Signore, donaci la pace che il mondo non conosce; noi non confidiamo nella nostra giustizia ma nella tua grande misericordia e ti adoriamo come il Figlio di Dio, venuto nel mondo per salvare i peccatori. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Cipriano e Cornelio. La difesa dell'autonomia e dell'unità della Chiesa

Nel 258 nel corso delle persecuzioni dell'imperatore Valeriano, muore martire a Cartagine il vescovo Cipriano. Nato intorno al 210, Cipriano era un retore pagano che si convertì al cristianesimo dopo aver distribuito tutti i suoi beni ai poveri. A tre anni soltanto dalla conversione fu eletto vescovo di Cartagine. Vissuto in un periodo di grandi divisioni nella chiesa, suscitate dalle diverse posizioni assunte dai cristiani di fronte alla pressione ad apostatare esercitata su di loro dai persecutori, Cipriano optò sempre per un atteggiamento misericordioso verso chi era caduto nell'apostasia. Convinto infatti che il ministero episcopale fosse uno e indivisibile, e che fosse stato lasciato da Cristo alla chiesa per custodirne l'unità attraverso la remissione dei peccati, egli difese l'autorità episcopale sia contro le intromissioni dell'impero sia contro quei cristiani che minavano l'unità della chiesa pretendendo di costituire delle chiese parallele di uomini impeccabili. Anche per questo motivo, Cipriano sostenne contro l'antipapa Novaziano, eletto dalla fazione più rigorista del clero romano, il legittimo papa di Roma Cornelio. Il comune atteggiamento di Cornelio e Cipriano verso chi aveva ceduto di fronte alle violenze dei persecutori e la loro comune morte nel martirio, hanno fatto sì che la chiesa d'occidente li ricordi assieme in questo giorno.

Tracce di lettura

Fratelli, vi sono alcuni che invece di proporre la speranza, insinuano la disperazione e la mancanza di fede sotto il pretesto di offrire la fede. Ma il Signore dice a Pietro: «Io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'inferno non la vinceranno. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli».
Il Signore edifica la sua chiesa sopra uno solo; anche se dopo la sua resurrezione egli conferisce un'eguale potestà a tutti gli apostoli: «Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Ricevete lo Spirito santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi; saranno ritenuti a chi li riterrete». Tuttavia per evidenziare l'unità dispose che l'origine della medesima procedesse da uno solo. Come può credere allora di possedere la fede chi non mantiene l'unità della chiesa?
(Cipriano, L'unità della chiesa cattolica 3-4)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Cipriano e Cornelio (+258), Catacombe di san Callisto

martedì 15 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Generati dalla Sapienza

Lettura

Luca 7,31-35

31 A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? 32 Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!
33 È venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. 34 È venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. 35 Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli».

Commento

Un giudizio duro quello di Gesù sulla sua - e sulla nostra - generazione. Che sarà ribadito, in forma ancora più drastica, poco più avanti nel Vangelo di Luca: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò?»; parole che scuotono, queste ultime, se pensiamo che furono rivolte ai discepoli che non erano riusciti a guarire il figlio indemoniato di un uomo che era ricorso a loro.

Gesù si lamenta con gli scribi e i farisei che non hanno accolto né il ministero ascetico di Giovanni il Battista, né il ministero gioioso di colui che "mangia e beve con i peccatori", annunciando il perdono  e la grazia, "promulgando l'anno di misericordia del Signore" (Is 61,2; Lc 4,19). 

L'atteggiamento di incredulità è considerato un atteggiamento infantile, una mancanza di maturità nella fede. Tale rischio riguarda anche i cristiani quando da un lato ricercano esempi di rigore e di ascetismo, ma non hanno la capacità di comprenderne il richiamo alla conversione; dall'altro faticano ad accettare l'idea di una misericordia "troppo larga di maniche" e mostrano sentimenti di contrarietà, perché il Padre ha cucinato il vitello grasso per festeggiare il ritorno a casa del figliol prodigo, del nostro fratello o della nostra sorella convertiti. Ogni scusa diventa  buona per rifiutare il vangelo.

Così facendo siamo ingiusti, perché non riconosciamo con gratitudine quanto amore Dio ha donato a noi per primo e non siamo capaci, dunque, di rispondere con altrettanto amore, si manifesti esso nella forma di un distacco dal mondo per cercare le cose di lassù (Col 3,1) o nella predicazione della gioia evangelica.

Ma la sapienza, che è il Logos eterno, non è sterile. Essa genera in ogni tempo i suoi figli che le rendono lode e giustizia. Noi saremo generati da lei nella misura in cui essa sarà generata in noi, mediante lo Spirito di Dio.

Preghiera

Signore, noi ci rallegriamo per la tua grazia; aiutaci a maturare frutti di conversione, per annunciare il vangelo della salvezza. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

domenica 13 settembre 2026

Fermati 1 minuto. Guardate a lui e sarete salvi

Lettura

Giovanni 3,13-17

13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Commento

Colui che schioderà Cristo dalla Croce, Nicodemo, riceve anticipatamente da Gesù, in un intimo colloquio notturno, la rivelazione che è il cuore del Vangelo: Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo non perché il mondo venga giudicato, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Nicodemo aveva riconosciuto in Gesù un profeta, ma ora gli viene fatto comprendere che nessun profeta è al pari di Gesù, il Figlio di Dio disceso dal cielo. Mosé ascese sul monte Sinai, ma Cristo è asceso al Padre, per questo è capace di rivelare i misteri di Dio e la sua volontà. Nelle parole di Gesù abbiamo una descrizione della sua duplice natura e del mistero dell'incarnazione: la natura divina, discesa nella carne, e quella umana assunta dalla sua divinità.

Il libro dei Numeri (Nm 21,4-9) narra che Mosè, su ordine di Dio, mise un serpente di rame sopra un'asta per guarire gli israeliti dal morso dei serpenti, che erano stati inviati come castigo per le mormorazioni del popolo durante l'esodo nel deserto. Servendosi del verbo greco hypsoo, "sollevare", che implica la glorificazione, Giovanni richiama l'esaltazione di Gesù nella gloria della sua morte e resurrezione.

Vi è un parallelo tra le parole dette da Dio a Mosè, relativamente al serpente di rame, "Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita" (Nm 21,8) e le parole di Gesù "bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (vv. 14-15). Guardare a Cristo con fede conduce alla salvezza. 

Questo è il primo di diciassette riferimenti alla vita eterna presenti nel Vangelo di Giovanni. L'eternità della vita donata da Cristo non è un riferimento meramente quantitativo ma soprattutto qualitativo, indicando la contemplazione di Dio e la piena santificazione; una realtà che chi crede in Cristo comincia a sperimentare già prima della morte.

Credere nel nome di Gesù (v. 16) implica non solo una adesione intellettuale ma un fiducioso abbandono a Cristo per essere rigenerati da lui. Gesù rivela che l'amore di Dio per il mondo non include solo Israele ma tutti gli esseri umani. Quello di Dio non è un amore in senso puramente sentimentalistico, ma un amore che si fa dono di quanto egli ha di più prezioso, il suo Figlio unigenito.

Il cristiano adora la croce non di per sé, perché adorare la croce senza il redentore sarebbe insensato. Noi siamo chiamati ad adorare colui che ha trasformato uno strumento di supplizio nell'albero della vita, rendendo Dio presente nell'umanità ferita, umiliata, disprezzata, fattasi carico del peccato. Allora la croce, stoltezza per i sapienti di questo mondo, può essere compresa come sapienza e potenza di Dio (1 Cor 1,18).

Preghiera

Attiraci a te, o Cristo, affinché liberi dai rivolgimenti di questo mondo possiamo restare saldi nella tua parola di salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

L'ansia per il mondo e quella per il Regno

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Custodisci, ti supplichiamo, Signore, la tua Chiesa con la tua misericordia; e, poiché per la fragilità umana senza di te non possiamo che cadere, mantienici sempre al riparo da ciò che è dannoso e guidaci verso ciò che è profittevole per la nostra salvezza; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Gal 6,11-18; Mt 6,24-34

Commento

Gesù ci raccomanda di non avere ansia per le ricchezze o per il nostro domani, ma è giusto avere ansia per la nostra salvezza e per la salvezza del prossimo; il cristiano e la Chiesa non devono mai venir meno a tale sollecitudine.

La vita del cristiano non è spensierata e concentrata sul cogliere edonisticamente l'attimo presente. Preghiamo invocando il Regno di Dio e il compimento della sua volontà, sospiriamo come le anime davanti al trono dell'agnello e come il salmista, dicendo "Fino a quando Signore?" (Sal 13,1; Sal 79,5; Ap 6,10).

Il messaggio evangelico non ci chiede di essere anestetizzati, di fuggire il senso di limitatezza e imprevedibilità che caratterizza la nostra esistenza umana in questo mondo. C'è un'ansia da curare e c'è un'ansia che non necessita di cure, perché è semplicemente un richiamo della retta coscienza a lavorare nella vigna che il Signore ci ha affidato, in prossimità del suo ritorno.

Esiste poi un'ansia religiosa contraria alla volontà di Dio. L'apostolo Paolo ci parla nella sua Lettera ai Galati, di coloro che vogliono fare bella figura nella carne e costringono gli altri a farsi circoncidere per non essere perseguitati per la croce di Cristo (Gal 6,12). Costoro sono anche ipocriti, perché "neppure quelli stessi che sono circoncisi osservano la legge, ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare nella propria carne" (Gal 6,13). 

Anche le chiese cristiane rischiano di adottare segni esteriori, atteggiamenti etici e pastorali, nell'ottica del conformismo e alla ricerca del consenso, per evitare le persecuzioni del mondo. Viene persa, così, quella sollecitudine positiva per l'evangelizzazione, per l'annuncio coraggioso del vangelo.

Gesù ci vuole liberare da queste ansie sbagliate, che esprimono un ripiegamento egocentrico e, in definitiva, una vita meschina e sofferente. Ci chiede di spostare il baricentro da noi stessi, liberandoci dalla schiavitù che caratterizza il timore della perdita, l'avversione per ciò che disturba i nostri interessi, il senso di incertezza che paralizza la nostra volontà.

La vita nella grazia è un'esperienza di liberazione da tutte quelle sollecitudini vane, perché legate a ciò che è transitorio, impermanente, imponderabile. Da tutto ciò che è rassicurazione illusoria di essere salvati, come la circoncisione, le questioni di cibo o di bevanda (Rm 14,17), o qualsiasi altro segno "esteriore" di appartenenza religiosa. 

È la riscoperta di un'esistenza centrata in Dio, alimentata dalla fiducia nel Padre, che con amore si prende cura delle sue creature. Egli stesso infatti ci rivestirà di un abito nuovo e splendente, come e più dei gigli del campo; ci donerà un abito di santità, perché “né la circoncisione né l'incirconcisione hanno alcun valore, ma l'essere una nuova creatura” (Gal 6,15).

- Rev. Dr. Luca Vona