Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 20 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. L'amministratore fedele e saggio

Lettura

Luca 12,39-48

39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». 41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Sintesi

Gesù chiede un’attesa operosa: i doni ricevuti vanno condivisi. Il ritardo del padrone è tempo di misericordia; il servo fedele riceve più responsabilità, perché c’è più gioia nel dare.

Commento

Tenersi pronti, ma in maniera operosa. Questo il senso dell'ammonizione di Gesù. A chi sono rivolte le sue parole? A noi, suoi servi, che abbiamo ricevuto ogni bene da lui, ma non per trattenerlo, quanto per amministrarlo e condividerlo con gli altri servi. 

L'attesa diventa allora un tendere all'altro da sé, un tempo di sollecitudine verso il nostro prossimo. Il servo fedele sarà beato e verrà chiamato a regnare con Cristo.

Il "ritardo del padrone" (v. 45) indica il mutare delle aspettative dei primi cristiani riguardo la venuta imminente di Gesù. Luca si serve della copia di termini greci pais e paidiske, servi e serve, non trascurando l'elemento femminile presente nella comunità cristiana. Luca diffida i suoi lettori dall'interpretare in maniera erronea questo ritardo, che rappresenta il tempo della paziente misericordia del Signore.

La ricompensa del Signore per il servo fedele è un lavoro maggiore, una maggiore responsabilità (v. 44). Infatti, chi è il più grande tra i discepoli si farà servitore (Mc 10,43): è in questa capacità di donarsi che si trova la vera beatitudine, perché "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35).

Il servo che attende irresponsabilmente il ritardo del padrone sarà sorpreso come da un ladro nella notte e verrà spogliato di ogni bene: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29). Ciascuno dovrà rendere conto a Dio in proporzione ai doni ricevuti (v. 48).

Gesù invita ogni discepolo a esercitare una speranza operosa, nel riconoscimento delle potenzialità che ogni vita, visitata dalla grazia, racchiude in sé. Ciascuno è chiamato a interrogare la propria coscienza, per ricercare nella quotidianità la volontà di Dio, Signore del tempo, e per offrire una risposta generosa verso di lui e verso l'umanità.

Preghiera

Noi invochiamo il tuo ritorno, Signore, ti attendiamo come la sentinella attende l'aurora. Il tuo Spirito ci renda operosi nella tua vigna, nella consapevolezza che sei esigente con gli amministratori dei tuoi beni.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 19 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Un'attesa laboriosa

Lettura

Luca 12,35-38

35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!

Sintesi

In attesa del suo ritorno, Gesù chiede vesti cinte e lampade accese: operosità, vigilanza e fede. Ogni giorno bussa alla nostra porta: sta a noi aprirgli subito. Lui, il Signore, si fa nostro servo.

Commento

Parlando della fine dei tempi e del ritorno di Gesù, Luca sottolinea per i suoi lettori l'importanza di seguire fedelmente le sue istruzioni nel periodo che precede la parusìa (il suo ritorno glorioso).

Essendo le vesti degli ebrei molto ampie, quando si mettevano in viaggio, lavoravano o andavano in guerra, usavano portare cinture per muoversi più liberamente. La cintura ai fianchi (v. 35) diventa così simbolo dell'operosità del discepolo di Gesù. 

La veste stretta ai fianchi era anche l'abbigliamento prescritto per la cena pasquale, in previsione dell'esodo nel deserto, verso il quale il popolo di Dio stava per partire (Es 12,11). Non a caso Gesù pronuncia queste parole nell'imminenza della sua passione, dopo aver indurito il suo volto per camminare verso Gerusalemme (Lc 9,51). Siamo chiamati anche noi ad attraversare il deserto delle prove che attendono ogni credente in questa vita, ad essere associati all'evento pasquale rappresentato dalla passione di Cristo, perchè «certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo» (2 Tim 2,11-12).

Le vesti cinte ai fianchi ci consentono di procedere speditamente, senza sostare nelle nostre fragili sicurezze, e ci impediscono di inciampare nel peccato. Mediante la fede possiamo così superare gli intralci delle nostre barriere mentali.

Le lampade accese rappresentano l'essere in vigile attesa, mediante la fede e la custodia del cuore. Attendere svegli, nelle notti della prova, costa fatica; occorre pazienza, per evitare l'intorpidimento.

Gesù bussa alla nostra porta ogni giorno («Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me»; Ap 3,20) e ogni giorno va da noi accolto con gratitudine, stupore e un'esistenza laboriosa. Il tempo dell'attesa diventa così tempo fecondo e gravido di speranza.

Le parole di Gesù evidenziano la nostra responsabilità personale nell'accoglierlo o nel rifiutarlo. Non è lui ad aprire la porta, ma il servo stesso sceglie se aprirgli o rifiutarlo, quand'egli arriva e bussa. Siamo chiamati ad aprire «subito» (v. 36) al Signore quando viene a visitarci, nel corso della nostra vita o al momento della nostra morte.

Gesù annuncia una beatitudine per coloro che lo troveranno svegli al suo ritorno (v. 37). Il padrone che si cinge le vesti è immagine di Dio che si fa servo dell'uomo (cfr. Lc 22,27; Gv 13,1-20; Fil 2,6-8; Ap 19,9). Gesù afferma che «il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Mt 20,28). Ma quando tornerà troverà la fede sulla terra? (Lc 18,8).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 18 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Solo l'amore resta

Lettura

Luca 12,13-21

13 Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». 14 Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15 E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 16 Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17 Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18 E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20 Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21 Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Sintesi

Gesù rifiuta di arbitrare dispute terrene e condanna la cupidigia: il ricco della parabola, chiuso in sé, accumula beni ma non si arricchisce davanti a Dio. Liberati dall’avidità, i beni servono all’amore.

Commento

Essendo considerato un "maestro" Gesù è chiamato a dirimere non solo questioni religiose, ma anche civili. Egli rifiuta questo ruolo, non perché non abbia il potere di giudicare ma perché rifiuta di essere arbitro di dispute meramente terrene. 

Gesù va alla radice del problema condannado la cupidigia e presentando una parabola. Il protagonista di quest'ultima è un uomo il cui lavoro è stato benedetto da Dio con un abbondante raccolto. Il suo desiderio è un po' quello che abbiamo tutti: godersi il prorpio benessere con una vita gioiosa e tranquilla. Ciò che gli viene rimproverato non è il modo in cui si è arricchito, del tutto onesto, ma la totale assenza di Dio e dei bisogni del prossimo dalla sua prospettiva esistenziale. 

Ogni interesse dell'uomo della parabola è rivolto a sé e ai suoi beni; ha accumulato ricchezze in terra ma non è arricchito davanti a Dio. La povertà della sua vita interiore, incapace di innalzare uno sguardo di gratitudine al cielo e di gioire nella condivisione della sua ricchezza materiale, sarà palesata dal sopraggiungere improvviso della morte, che lo separerà definitivamente da quanto ha accumulato nel granaio. 

Gesù condanna ogni forma di cupidigia «perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (v. 15). L'uomo descritto da Gesù fa dipendere la propria sicurezza e felicità dalle ricchezze terrene, ne diventa schiavo, incapace di arricchirle di senso nella condivisione. Ma la carità necessita di un "altro" come destinatario del proprio amore, mentre l'uomo arricchito è chiuso in un monologo con se stesso. Di lui possiamo dire con il salmista: "come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga" (Sal 39,7). 

I nostri beni, di qualsiasi natura, possono diventare una barriera verso Dio e verso il prossimo, ma liberati dalla nostra cupidigia possono essere messi al servizio di ciò che è forte come la morte (Ct 8,6): l'amore.

Preghiera

Il tuo Spirito, Signore, riempia i nostri cuori di gratitudine per i beni che ci elargisci e ci renda generosi nel condividerli con il nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

La seconda freccia. Il buddhismo e la trasformazione della sofferenza

Dukkha, filtri mentali e interdipendenza nella prospettiva buddhista

Ogni essere vivente condivide una dinamica elementare: tende verso ciò che è piacevole e rifugge ciò che è doloroso. La psicologia buddhista descrive questo meccanismo con precisione quasi analitica. Dal contatto (phassa) tra un organo di senso, mente inclusa, e il suo oggetto sorge una tonalità affettiva (vedanā) piacevole, spiacevole o neutra. Da essa scaturisce la sete (taṇhā), che ci spinge ad afferrare, respingere o ignorare. Visioni, suoni, ricordi, giudizi e proiezioni attivano questa catena in ogni istante. La vera questione non è se desiderare la felicità, perché tutti la desiderano, ma dove la cerchiamo e come comprendiamo l’origine del dolore.

Due paradigmi: guardare fuori o guardare dentro

Nell’esperienza quotidiana si confrontano due visioni del mondo. La prima, che potremmo chiamare illusione materialista, attribuisce il malessere soprattutto a cause esterne. È la casistica elencata dal Buddha nel primo discorso di Sarnath: soffrire perché non si ottiene ciò che si vuole, perché si è uniti a ciò che non si ama, perché ci si separa da ciò che si ama. Chi ragiona così attende che il mondo si conformi alle proprie aspettative. Ma tutto ciò che è condizionato è impermanente (anicca): ciò che inizia è destinato a finire, e inseguire la felicità all’esterno alimenta un ciclo inesauribile di insoddisfazione. Śāntideva, maestro indiano dell’VIII secolo, offre un’immagine celebre: non potremmo mai ricoprire di cuoio tutta la terra per non ferirci, ma basta proteggere le piante dei piedi. Allo stesso modo non possiamo controllare il mondo, ma possiamo trasformare la mente.

La visione spirituale rovescia la prospettiva: le cause primarie del benessere e del dolore risiedono nell’individuo. Non a caso il Dhammapada si apre affermando che tutti i fenomeni sono preceduti, guidati e plasmati dalla mente.

Dukkha: una diagnosi, non pessimismo

Le Quattro Nobili Verità ricalcano il modello della medicina indiana antica: sintomo, causa, guarigione, terapia. Riconoscere dukkha, termine che indica insoddisfazione e instabilità più che “dolore” in senso stretto, è il primo passo di una diagnosi: chiarire che cosa si vuole evitare e dove orientare le energie. La tradizione distingue tre forme di dukkha.

1. La sofferenza della sofferenza (dukkha-dukkhatā). È il dolore manifesto, riconoscibile da chiunque, articolabile su quattro livelli. Quello materiale riguarda la mancanza di beni primari, ma nelle società del benessere si presenta soprattutto come confusione tra desideri e reali necessità. Quello fisico è legato a malattia, invecchiamento e dolore corporeo. Quello sociale nasce dalle relazioni, quando ci rapportiamo all’immagine idealizzata che proiettiamo sull’altro anziché alla persona reale. Quello mentale (ansia, paura, tristezza, rancore) è il più profondo.

Il Sallatha Sutta offre qui una chiave decisiva. Chi viene colpito da una freccia spesso non si limita al dolore, ma ne aggiunge una seconda: lamento, avversione, rimuginio. La prima freccia è inevitabile; la seconda è opera nostra. Eppure la società cerca spesso rimedi nel posto sbagliato, come chi, in un noto aneddoto, cerca le chiavi perdute sotto il lampione solo perché lì c’è luce. Distrazione e accumulo nascondono il dolore sotto il tappeto senza risolverlo. Come quello fisico, anche il dolore mentale è un segnale d’allarme che indica una disarmonia nello stile di vita o nell’interpretazione della realtà: va indagato, non soffocato. Occorre inoltre abbandonare il vittimismo. «Il sé è il protettore del sé», ricorda il Dhammapada: le azioni altrui hanno una responsabilità reale, ma il modo in cui elaboriamo un evento nel presente dipende primariamente da noi.

2. La sofferenza del cambiamento (vipariṇāma-dukkhatā). Riguarda le esperienze piacevoli, che contengono il seme della delusione perché non possono durare. La tradizione elenca otto preoccupazioni mondane (lokadhamma): guadagno e perdita, fama e discredito, lode e biasimo, piacere e dolore. Beni materiali, riconoscimento e piaceri sensoriali danno appagamenti temporanei che richiedono dosi crescenti per la stessa gratificazione, ciò che la psicologia contemporanea chiama adattamento edonico. Cercarvi la felicità è come spruzzare profumo su qualcosa che emana cattivo odore, o vivere su un’altalena che oscilla tra euforia e caduta.

3. La sofferenza che tutto permea (saṅkhāra-dukkhatā). È la forma più sottile: deriva dal fatto che la nostra stessa percezione è condizionata da una mente non ancora purificata. Non si può fuggire da sé, perché ovunque andiamo portiamo con noi la mente. La realtà ci giunge attraverso sei filtri: il patrimonio genetico e la memoria ancestrale; le predisposizioni sedimentate dalle esperienze passate, che la tradizione chiama impronte karmiche (vāsanā); la cultura e le informazioni ricevute; le esperienze dei primi anni di vita; lo stato del corpo; il contesto ambientale. Quando questi filtri sono impregnati dei tre veleni, attaccamento (rāga), avversione (dveṣa) e ignoranza (moha), l’intera esperienza risulta distorta.

Gli antidoti e lo spazio interiore

Per dissolvere l’oscurità non serve combatterla: basta introdurre la luce. La pratica buddhista coltiva antidoti specifici per ogni afflizione, anzitutto i quattro “incommensurabili” (brahmavihāra): amore benevolo (mettā), compassione (karuṇā), gioia partecipe (muditā) ed equanimità (upekkhā), cui si affiancano gratitudine e stabilità.

Questa trasformazione passa per l’esplorazione dello spazio interiore, inteso come assenza di ostruzioni mentali ed emotive che lascia emergere consapevolezza e pace. La meditazione unisce due movimenti: la calma (śamatha), che riduce agitazione e stimoli, e la visione profonda (vipaśyanā), che osserva l’universo soggettivo di ricordi, proiezioni e sentimenti che condiziona il comportamento quotidiano. Osservati con attenzione, questi contenuti si rivelano processi transitori, non un sé fisso: è l’insegnamento del non-sé (anattā).

Interdipendenza: accettare il presente, creare il futuro

Il fondamento di questa visione è l’origine interdipendente (paṭicca-samuppāda), sintetizzata nella formula canonica: «essendo questo, quello è; sorgendo questo, quello sorge». Nulla esiste in modo autonomo: ogni evento scaturisce da una rete di cause e condizioni. La scuola cinese Huayan la raffigura come la rete di Indra, in cui ogni gemma riflette tutte le altre, mentre Nāgārjuna identifica l’interdipendenza con la vacuità (śūnyatā): le cose sono prive di esistenza indipendente proprio perché sorgono in relazione. Come una foglia cade esattamente nel punto determinato dal vento, dalla pressione atmosferica e dalla storia dell’albero, il momento presente è il risultato di tutto ciò che lo ha preceduto.

Da questa comprensione nascono due atteggiamenti. Il primo è l’accettazione profonda del presente: opporsi a ciò che già è significa scagliare la seconda freccia. Il secondo è la piena responsabilità verso il futuro, perché il presente è anche causa. È il vero senso del karma, che il Buddha definisce come intenzione (cetanā), non come destino: ogni azione, parola e pensiero intenzionale lascia un’impronta. Superando le reazioni impulsive, si può vivere il presente non come mera conseguenza del passato, ma come causa consapevole del futuro che desideriamo.

- Rev. Dr. Luca Vona

Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14

Sintesi

La parabola delle nozze annuncia il passaggio da Israele a tutti i popoli: la salvezza è offerta per grazia, ma ciascuno è chiamato ad accogliere Cristo e a rivestirsi della giustizia di Dio.

Commento

La parabola degli invitati a nozze riportata da Matteo si divide in due parti: la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", si riferisce al giudizio individuale, e non è presente negli altri Vangeli.

Troviamo un racconto analogo nel Vangelo di Luca: quello del "gran convito" (Lc 14,15-24), dove il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola assume in Matteo un maggiore significato messianico e prefigura le persecuzioni e gli oltraggi che non solo i profeti dell'Antico Testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, subiscono per il suo nome.

Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mandò i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico (Gerusalemme verrà distrutta dai romani pochi decenni dopo la morte di Gesù).  Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosè chiamando Israele "il tuo popolo" e non più "il mio popolo" (Es 32,7).

A questo punto della vicenda terrena di Gesù vi è un cambio di rotta decisivo, rappresentato dalle parole del re ai suoi servitori: "andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti.

A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,10). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data per grazia è chiaro nella descrizione dei nuovi invitati nel Vangelo di Luca: i "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" (Lc 14,21) rappresentano la nostra natura umana, segnata dalle ferite e dalla cecità del peccato, che ci impediscono di pervenire da soli alla salvezza.

Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11). L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo. Egli entra quando tutti gli invitati sono seduti a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente.

La fede necessaria per presentarsi al convito è simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati è sprovvisto. Era abitudine in Oriente che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana di accogliere il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.

Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: "Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli" (Is 61,10).

Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo nella condizione in cui si trovano e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), Paolo riconosce che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio" (Ef 1,6), del quale siamo chiamati a rivestirci.

- Rev. Dr. Luca Vona

           

giovedì 15 ottobre 2026

Teresa d'Avila e il castello interiore

Oggi le Chiese cattolica e anglicana ricordano Teresa d'Avila (1515-1582), riformatrice del Carmelo e Dottore della Chiesa. Le sue opere mistiche ne fanno una guida fondamentale della vita interiore.

Teresa de Cepeda y Ahumeda nacque nel 1515 ad Avila, in una famiglia della nobiltà spagnola. Donna di temperamento ardente, grande sognatrice, a vent'anni entrò nel Carmelo locale, affrontando la viva opposizione del padre. 

Trasferita ogni passione nella vita interiore, Teresa conobbe una profonda intimità con il Signore, ma conobbe anche l'aridità, la «notte dei sensi». A quarant'anni, grazie a quelle che descriverà nei suoi scritti come esperienze mistiche, essa trovò una certa stabilità spirituale, pur nella malferma salute del suo fisico, segnato in modo indelebile dalle precarie condizioni di vita dei monasteri del suo tempo. Sotto la guida di Francesco Borgia e Pietro di Alcántara, e poi di Giovanni della Croce, Teresa cominciò a fondare piccole comunità carmelitane in tutta la Spagna per consentire alle monache un'intensa vita di preghiera. È l'inizio della riforma del Carmelo, che coinvolgerà di lì a poco anche il ramo maschile.

Giunta a una profonda conoscenza di se stessa e della presenza di Dio nella propria anima, Teresa lasciò ai posteri, su indicazione del proprio padre spirituale, trattati sulla preghiera e sulla vita interiore che le hanno valso il titolo di dottore della chiesa, conferitole da Paolo VI nel 1970.

Teresa morì il 4 ottobre 1582, ma è ricordata il 15 perché proprio in quel giorno la chiesa d'occidente passò dal calendario giuliano a quello gregoriano.

Tracce di lettura

Possiamo considerare la nostra anima come un castello, fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi sono molte dimore, come molte ve ne sono in cielo. Alcune sono in alto, altre in basso, altre ancora laterali; e nel centro, al cuore di tutte, si trova la stanza più importante, dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l'anima.

Non dovete immaginarvi queste dimore una dopo l'altra, come un'infilata di stanze, ma fissate lo sguardo sul centro che è la stanza o il palazzo del Re. Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l'orazione e la meditazione.

Le cose dell'anima devono sempre esser considerate con larghezza, vastità e grandezza, senza paura di esagerare, perché l'anima è molto più capace di quanto possiamo immaginare e in tutte le sue parti si espande la luce del Sole che risiede nel mezzo.

(Teresa di Gesù, Castello interiore, Prime mansioni 1 e 2)

Teresa d'Avila (1515-1582)

Fermati 1 minuto. Cristo, parola attuale

Lettura

Luca 11,47-54

47 Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48 Così voi date testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri. 49 Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; 50 perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo, 51 dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52 Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito». 53 Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, 54 tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Sintesi

La vera religione non si limita a celebrare i profeti del passato, ma accoglie la Parola che trasforma e riconosce Cristo nei poveri, nei sofferenti e negli ultimi.

Commento

L'incapacità di accogliere la parola profetica, rende responsabili "in solido" i farisei con i loro padri che perseguitarono e uccisero gli inviati di Dio. Anziché aprirsi all'appello alla conversione i farisei si chiudono nella celebrazione "monumentale" del passato: costruendo tombe ai profeti, attestano una religiosità esteriore, che non sa riconoscere il farsi attuale del loro messaggio nella predicazione e nella vita di Cristo.

Anche nella storia del cristianesimo, in alcuni momenti, l'"autorità ecclesiastica", non solo ha trascurato lo spirito profetico del vangelo, ma ha impedito al popolo di comprendere le Scritture e di coltivare attraverso di esse una relazione diretta con Dio. 

Cristo è la Sapienza stessa, che mette le proprie parole sulla bocca dei profeti di ogni tempo e che è venuta nel mondo per illuminare ogni uomo. Quella "lucerna che illumina con il suo bagliore" (Lc 11,36) di cui parla Gesù proprio subito prima di questa invettiva contro i farisei e i dottori della legge. 

Considerare attuale la parola dei profeti e la voce del Cristo-Sapienza significa innanzitutto considerarle rivolte a noi. È facile, infatti, sentirsi "giusti" lodando Dio e i suoi messaggeri, ma è più difficile lasciarsi trasformare dalla sua Parola. Quest'ultimo è il fine della vera religione, il superamento (non il rinnegamento) della religione stessa - intesa come insieme di norme e di riti - nell'incontro con Dio che ci interpella personalmente e ci chiama ad essere simili a lui. 

Tale incontro si realizza anche nel riconoscimento dei poveri, dei sofferenti, degli ultimi, essi stessi segno profetico di Dio, immagine del volto di Cristo, il quale afferma: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

Preghiera

Signore, la tua grazia ci conceda non solo di celebrarti ma anche di accoglierti come luce capace di trasformare le nostre vite e di risplendere nel mondo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 12 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Purificati dall'amore

Lettura

Luca 11,37-41

37 Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. 38 Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39 Allora il Signore gli disse: «Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. 40 Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? 41 Piuttosto date in elemosina quel che c'è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo.

Sintesi

Gesù rompe le regole rituali e accusa i farisei di formalismo vuoto. Le norme senza carità perdono senso: l’elemosina e l’amore per il prossimo purificano il cuore e ogni cosa.

Commento

In questo brano di Luca vediamo Gesù rompere l'osservanza delle regole religiose giudaiche, provocando una reazione di meraviglia, probabilmente di sdegno, nel fariseo che lo ha invitato a pranzo. Il Signore - così è chiamato qui Gesù, forse a sottolineare la sua signoria sulla stessa Legge - si siede direttamente a tavola, senza fare le abluzioni rituali. 

La reazione del fariseo diventa occasione per una dura accusa di Gesù verso un'intera classe religiosa, alla quale egli rimprovera di essere tanto attenta alla "norma" quanto vuota spiritualmente. L'appellativo di "stolti" richiama la letteratura sapienziale, in cui ricorre frequentemente per indicare l'uomo che si rifiuta di orientare la propria vita a Dio e che assume un atteggiamento di presunzione e di disprezzo. Un atteggiamento che ricorre spesso nei farisei descritti dai Vangeli ma che può costituire una tentazione anche per i cristiani. 

Quando il diritto canonico, le rubriche liturgiche, il catechismo, diventano fine a se stessi, viene a mancare l'essenziale, ovvero la carità che muove a misericordia verso il prossimo e dà senso a ogni norma religiosa. Nello specifico è qui raccomandata l'elemosina, pratica del tutto estranea al mondo pagano e ritenuta capace di esporre all'impurità - nel contatto con la gente bisognosa - in quello giudaico. 

"Tutto sarà mondo" (v. 41) per chi si apre alle necessità del prossimo. Un'affermazione del genere è rivoluzionaria. In un ambiente religioso sovraccarico di leggi e prescrizioni - spesso di natura puramente umana - e ossessionato dal timore per l'impurità, Gesù proclama la capacità dell'amore e della generosità di purificare il cuore dell'uomo e ogni cosa che lo circonda. 

L'affermazione di Gesù è ribadita da Paolo, la cui influenza è rilevante sul corpus degli scritti di Luca (Vangelo e Atti degli Apostoli): "Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro; sono contaminate la loro mente e la loro coscienza" (Tt 1,15). Solo attraverso la carità potremo custodire l'integrità del nostro corpo e del nostro spirito.

Preghiera

Crea in noi, Signore, un cuore puro; liberaci dal cuore di pietra e donaci un cuore di carne. Affinché animati dalla tua carità possiamo essere solleciti verso i bisogni del nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 11 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Segni

Lettura

Luca 11,29-32

29 Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. 30 Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31 La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. 32 Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui.

Sintesi

Gesù è il vero segno: come Giona riemerse dal pesce dopo tre giorni, egli muore e risorge per salvarci. Più grande di Giona e di Salomone, annuncia la salvezza e ci chiama alla conversione per amore, non per timore.

Commento

La folla pretende di vedere continuamente dei "segni" da parte di Gesù: prodigi, guarigioni, esorcismi. Ma la sua risposta spazza via ogni falsa attesa, richiamando la gente che lo segue al senso profondo di ciò che sente e ascolta. Non sono, in realtà, dei "segni" che essa deve aspettare, perché il "segno" vero è lui stesso: la sua persona, la sua parola e la sua testimonianza. Questo "segno" va accolto attraverso un impegno di conversione, l'unico capace di far riconoscere la grandezza di Gesù e del suo insegnamento, che si innalza ben sopra quella di Salomone. 

Il "segno di Giona" è interpretato da Gesù in relazione alla sua morte e risurrezione. Come Giona fu gettato dalla barca per salvare la vita dell'equipaggio minacciato dalla tempesta, così Gesù è stato gettato fuori da questo mondo nella sua passione per salvarci dalla tempesta del peccato; e come Giona riemerse dal ventre del pesce dopo tre giorni e tre notti, così Gesù risorge il terzo giorno, liberandoci dal potere della morte. 

Gli abitanti di Ninive risposero alla predicazione di Giona, che minacciava la distruzione della città da parte di Dio, cospargendosi di cenere e facendo quaranta giorni di penitenza. Anche noi siamo chiamati al ravvedimento, dalla persona di Gesù, che è molto più grande di Giona. Ma mentre quest'ultimo predicava l'imminente castigo di Dio, Gesù annuncia la buona notizia della salvezza, che ci spinge a conformarci alla volontà di Dio non per timore, ma in risposta al suo gratuito atto d'amore. 

Il sorgere (v. 31) della regina del sud, insieme agli abitanti di Ninive, nel giorno del giudizio, indica la loro risurrezione, ma anche la loro accusa contro la generazione incredula. La sapienza di cui Dio aveva rivestito Salomone diventa fulgida manifestazione della misericordia divina nel volto di Gesù, disprezzato, flagellato, crocifisso per essersi fatto carico dei nostri peccati: "Ecco l'uomo!" (Gv 19,5); ecco il Figlio di Dio che viene a visitarci come amore disarmato e come tale ci chiede di accoglierlo.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che ti sei fatto peccato in nostro favore, perché diventassimo giusti davanti a Dio, concedici di conformarci sempre più a te, segno vivente dell'amore del Padre. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 10 ottobre 2026

Coraggio, alzati

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE

Colletta

O Dio, poiché senza di te non siamo capaci di compiacerti; concedi, misericordioso, ai nostri cuori, di essere guidati dal tuo Santo Spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Ef 4,17-32; Mt 9,1-8

Sintesi

In Cristo la fede è rinascita e guarigione: come il paralitico, perdonato e risanato, siamo chiamati a rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio, che solo Gesù, con autorità divina, può operare in noi.

Commento

La vita nella fede è un'esperienza di rinascita e di guarigione radicale. L'aspetto di rinascita, predicato da Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo, è approfondito da Paolo nella sua lettera agli Efesini, nell'ottica di un'esortazione che va oltre il senso semplicemente morale del discorso, facendosi descrizione di ciò che Dio opera nel credente.

Il passo del Vangelo di Matteo, che in maniera più sintetica dei paralleli di Marco e di Luca descrive la guarigione del paralitico, offre una lettura dell'esperienza cui conduce l'incontro con Cristo, il quale ha autorità di rimettere i peccati sulla terra, sanando radicalmente la nostra natura umana.

La sottolineatura della capacità di Gesù di rimettere i peccati in terra indica la chiara proclamazione della sua natura messianica. Fino ad allora, infatti, i credenti israeliti avevano confidato in una remissione dei peccati in cielo, da parte di Dio, che solo poteva operarla efficacemente.

Il racconto ci fa intendere che molti dei presenti non mancano di individuare la potenza divina in questo miracolo, ma gli sfugge il fatto che Cristo stesso l'ha operato nel proprio nome: "Io ti dico" riferiscono i passi paralleli di Marco e Luca. È in questo "Io", in questa formula indicativa, che si esprime la novità radicale del messaggio evangelico. Gesù non è semplicemente un profeta, un riformatore religioso, un guaritore, ma il Messia pienamente investito di autorità divina, l'Emmanuele annunciato dai profeti dell'Antico Testamento.

Gesù comanda al paralitico non solo di alzarsi in piedi ma anche di tornare a casa sua portando via il suo lettino. Il segno della malattia che lo ha costretto per lungo tempo all'immobilità, rimane come testimonianza della radicale svolta che l'incontro di Cristo ha determinato nella sua vita. Gesù rimette i nostri peccati ma non cancella in noi il ricordo di essi, affinché possiamo avere sempre davanti ai nostri occhi il prevalere della sua grazia. 

Esaminando il racconto di questo miracolo, non bisogna sorvolare sul ruolo importante degli amici, che intercedono per il paralitico (nel passo parallelo di Marco e Luca fino ad arrampicarsi sul tetto della casa in cui sta predicando Gesù, per aprire un varco e calare il malato al centro della stanza). La carità fraterna ha un ruolo importante nel muovere a compassione Gesù.

Paolo esorta "nel nome del Signore" (Ef 4,17), ovvero con autorità, con l'autorità che deriva da Cristo stesso e dal suo vangelo, a non camminare nella vanità della propria mente; letteralmente "nella vacuità ed estranei alla vita di Dio". La vita "pagana" è vita che si aggrappa a ciò che è vuoto, impermanente e che offusca la ragione. L'estraneità alla vita di Dio non è semplicemente il non condurre una vita da "persone per bene", ma il privarsi di un'esistenza vissuta in pienezza.

La vita di Dio è la vita - come dice Teodoro di Beza - qua Deus vivit in suis (che Dio vive in se stesso); la vita spirituale accende nei credenti la vita stessa di Dio. La vita di Dio non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che viene dall'alto, la rinascita per opera dello Spirito Santo, che porta con sé il germe della pace, della gioia, dell'eternità.

Paolo ci esorta a essere rinnovati "per rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio". Questa identità nuova, questo rinnovamento non solo della personalità ma dell'intera natura umana, non è opera dell'uomo: è una creazione, un'opera di Dio (Ef 4,24).

Gesù viene in nostro soccorso e ci consente di levarci dal nostro giaciglio, di lasciarci guarire, rinnovare, creare a immagine di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 8 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Una mite intransigenza

Lettura

Luca 11,15-26

15 Ma alcuni dissero: «È in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16 Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17 Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull'altra. 18 Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. 19 Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. 20 Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. 21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. 23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. 24 Quando lo spirito immondo esce dall'uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. 25 Venuto, la trova spazzata e adorna. 26 Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell'uomo diventa peggiore della prima».

Sintesi

Accusato di fare il bene per opera del maligno, Gesù mostra l’assurdità dell’accusa: anche il male ha una sua unità. Chi cerca segni non guarda ai frutti. Chi è con lui libera dal male; chi è contro di lui disperde.

Commento

Fare il bene per opera del maligno. Questa l'accusa che "alcuni" - non si specifica qui se si tratta di farisei e dottori della legge - muovono a Gesù. Qui si invera il salmo 108: "Mi rendono male per bene e odio in cambio di amore". Ma Gesù, che conosce i loro pensieri, afferma l'assurdità dell'accusa rivolta dai suoi oppositori: perché vi è una gerarchia, una "unità" anche nel dominio del male. 

Satana porta divisione, ma anch'egli possiede un regno con una unità di scopo: distruggere l'opera salvifica di Cristo e lo stesso genere umano. Gesù ha attestato in tante occasioni che la sua opera porta guarigione e liberazione. Ma la cecità dei suoi avversari chiede "un segno dal cielo". Essi non guardano ai frutti per giudicare l'albero (Mt 7,20); la loro incredulità ha bisogno di segni e prodigi. Un rischio che corre anche il cristiano, quando non gli è sufficiente l'esperienza salvifica che si realizza in chi accoglie l'evangelo ma ricerca a tutti i costi l'evento miracoloso, sul quale far poggiare una fede vacillante. 

Il Verbo incarnato è capace di "strappare l'armatura" del nemico; siamo però messi in guardia di vigilare perché quest'ultimo si accanirà contro la nostra "casa spazzata e adorna" più di prima (vv. 25-26). Gesù opera "con il dito di Dio", ovvero con la potenza del Padre, e chi è con lui è rivestito della stessa capacità di liberare le anime dal male. Ma chi è contro di lui "disperde", perché la sua opera, lungi dal portare a una messe abbondante, è come il seme caduto lungo la strada (Mt 13,1-9). 

In un altro passaggio evangelico, Marco riporta che l'apostolo Giovanni si rivolse a Gesù dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri»; Ma Gesù rispose: «Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,38-40; vedi anche Luca 9,50). Sono parole solo in apparente contraddizione con quanto riportato da Matteo: «Chi non è con me, è contro di me» (v. 23). L'importante, infatti, è muoversi nel perimetro tracciato dal vangelo. Qui sta la mite "intransigenza" di Gesù. Allora raccoglieremo frutti di salvezza, e raccoglieremo in abbondanza, come strumenti della sua stessa grazia.

Preghiera

Signore, noi riconosciamo la tua parola, come parola di vita e liberazione; concedici di custodirla per essere liberi dagli assalti del Maligno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Tichon di Mosca. Una luce per la cristianità perseguitata

Tichon (1865-1925), vescovo a Lublino e in America, uomo di dialogo ecumenico, divenne patriarca di Mosca nel 1917; perseguitato dai sovietici, fu segno di speranza per i cristiani russi.

La notte del 7 aprile 1925 cessa di battere il cuore malato di Tichon, patriarca di Mosca e di tutta la Russia. È l'epilogo di una vicenda umana tragica e straordinaria nello stesso tempo.

Figlio di un parroco di provincia, Vasilij Bellavin nacque nel 1865 a Toropec, nei, pressi di Pskov. Dopo gli studi, dovendo scegliere tra il matrimonio e la vita monastica prima dell'ordinazione presbiterale, optò per la seconda assumendo il nome di Tichon.

Uomo di grandi doti umane, Tichon fu consacrato vescovo di Lublino a soli 32 anni. A Lublino, come in tutte le sedi in cui eserciterà il ministero episcopale, egli fu uomo di ascolto e di grande equilibrio, capace di dialogare con cattolici e protestanti, fino a desiderare e progettare cammini di unità, che con la chiesa anglicana giungerà molto prossima al compimento.

Costretto dalla potente influenza di un'igumena locale ad abbandonare la diocesi di Lublino, Tichon fu mandato come vescovo nella missione ortodossa d'America. In America egli poté esprimere tutta la sua larghezza d'animo, divenendo riferimento di tutti gli ortodossi del Nuovo continente e gettando le basi per un'unica chiesa ortodossa americana, che mai sarà realizzata.

Trasferito nel 1907 a Vilnius, poi a Jaroslavl', nel 1917 divenne metropolita di Mosca e presiedette il Concilio della Chiesa russa, che ripristinò il titolo di patriarca, conferendolo allo stesso Tichon nel dicembre di quel medesimo anno.

Benché si fosse tenuto al di fuori della politica e cercasse unicamente di confortare i fedeli santificando con la sua intercessione una chiesa ormai votata al martirio, il suo fu un lento calvario. Deposto nel 1923, arrestato, confinato e recluso, Tichon seppe illuminare con la luce interiore del suo cuore l'estrema solitudine dei cristiani russi, ponendo così un segno di quella speranza escatologica che costituisce da sempre l'anima più vera del cristianesimo russo.

Tracce di lettura

Figli miei! Anche se ad altri sembrerà debolezza questa santa mitezza della chiesa, questi nostri appelli alla paziente sopportazione dell'inimicizia contro i cristiani e della cattiveria, questa contrapposizione degli ideali cristiani alle prove, e alla normale inclinazione umana ai beni della terra e alle comodità della vita mondana; e anche se alla mentalità mondana sembrerà «insopportabile» e «crudele» la gioia che trova la sua sorgente nella sofferenza a causa di Cristo, noi preghiamo voi, per tutti i nostri figli ortodossi, di non abbandonare questa disposizione cristiana, l'unica che porta alla salvezza; di non deviare dal cammino della croce, che Dio ci ha mandato dall'alto, per il cammino mondano della violenza e della vendetta. Non adombrate questa vostra eroica saldezza cristiana con il ritorno a un'idea della difesa del bene ecclesiale, che svilirebbe la chiesa e abbasserebbe voi al livello delle azioni di coloro che la bestemmiano. Signore, proteggi la nostra Russia ortodossa da un tale orrore! (Tichon di Mosca, Lettere ai fedeli )

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Tichon di Mosca (1865-1925)

martedì 6 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Imparare a pregare

Lettura

Luca 11,1-4

1 Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2 Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

Padre, sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno;

3 dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

4 e perdonaci i nostri peccati,

perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,

e non ci indurre in tentazione».

Sintesi

Gesù non offre tecniche di preghiera, ma nel Padre nostro ci dà i contenuti e l'atteggiamento giusto: rivolgerci a Dio con la fiducia dei figli, mettendoci alla sua scuola.

Commento

Era di uso comune, nel mondo giudaico antico, che i rabbini componessero delle preghiere da recitare per i propri discepoli; non sorprende dunque la domanda fatta dai discepoli a Gesù e il richiamo a Giovanni Battista e ai suoi seguaci. 

Avendo visto Gesù molte volte pregare in disparte, i discepoli mostrano la loro umiltà, riconoscendosi bisognosi di imparare a pregare. Anche noi spesso non sappiamo bene come rivolgerci a Dio: meglio recitare alcuni salmi? Oppure sostare in un silenzio contemplativo? O ancora utilizzare tante preghiere "prefabbricate" dagli uomini, piuttosto che optare per la spontaneità di quel che il nostro cuore mette sulle nostre labbra in un dato momento? 

Gesù non entra in questi dettagli, relativi alle "tecniche" di preghiera; ma nel Padre nostro offre una sintesi dei contenuti che deve possedere la nostra orazione e dell'atteggiamento che dobbiamo avere davanti a Dio mentre preghiamo. Non a caso l'evangelista Matteo trasmette il Padre nostro al termine del discorso della montagna - grande sintesi dottrinale del vangelo - mentre Luca lo pone in un momento in cui Gesù si trova in disparte con i suoi discepoli. 

Il Padre nostro è il nucleo centrale di tutto l'evangelo. Innanzitutto ci insegna a rivolgerci a Dio in modo filiale, non come a un tiranno o come a un padre-padrone, ma come a un padre amorevole quale è quello, ad esempio, che troviamo rappresentato nella parabola del figliol prodigo. Un padre che fa splendere il sole suoi buoni e sui malvagi, perché non desidera che il peccatore perisca, ma che si converta e viva (Ez 33,11). 

Per questo santifichiamo il suo nome, ovvero il suo modo amorevole di "essere-con-noi" sebbene "nei cieli". Con questa espressione, che manca nella versione di Luca, è indicata la patria in cui siamo chiamati a fare ritorno, proprio come il figliol prodigo e come indicato dall'apostolo Paolo: "Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli" (2 Cor 5,1). 

Gesù ci esorta poi a invocare il Regno di Dio, ovvero la restaurazione del mondo, che ora geme nel peccato e nella sofferenza. 

Il pane che chiediamo è per l'oggi. Gesù ci insegna a non preoccuparci troppo del domani «perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34).

I peccati poi chiediamo che ci vengano perdonati perché noi li perdoniamo ai nostri debitori; Gesù insegna: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).

E infine chiediamo di essere liberati dalla tentazione; come ancora esorterà a fare Gesù nel giardino degli ulivi, prima dello "scandalo" della sua Passione: «Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41).

Nella versione del Padre nostro riportata da Matteo troviamo in conclusione la richiesta di essere liberati dal maligno, perché come ammonisce Pietro nella sua prima lettera: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede» (1 Pt 5,8-9). 

Anche noi siamo chiamati a metterci alla "scuola di preghiera" di Gesù, pregando con parole conformi al messaggio evangelico e, in modo particolare, con quelle che Gesù stesso ci ha insegnato.

Preghiera

Signore, noi siamo consapevoli di dover imparare a pregare; ci mettiamo alla tua scuola, riconoscendoti come maestro e unico mediatore presso il Padre. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Bruno e la pace che il mondo non conosce

Oggi i cattolici d'occidente ricordano Bruno di Colonia (1030-1101). Dopo gli studi a Reims lasciò tutto per la vita eremitica, fondando la Certosa a Grenoble e poi l'eremo di Serra in Calabria, dove morì.

Nel 1101 muore nel romitorio di Serra, in Calabria, Bruno, fondatore della Certosa. Nato a Colonia intorno al 1030, egli aveva dapprima compiuto gli studi nella celebre scuola cattedrale di Reims, fino a diventarne in giovanissima età scholasticus, cioè maestro di teologia.

Dopo aver posto mano alla stesura di un commento sui Salmi e averne intrapreso un altro sulle epistole paoline, Bruno visse anni difficili al servizio del vescovo Manasse, notoriamente simoniaco. Maturato un certo disgusto per la mondanità della chiesa di quel tempo, Bruno rifiutò, alla deposizione di Manasse, l'elezione ad arcivescovo di Reims, e iniziò a pensare a una forma di vita conforme al suo desiderio di ricerca del Signore nella solitudine e nel silenzio.

Dopo un tempo trascorso vicino a Molesme, decise infine di ritirarsi nei pressi di Grenoble, sul massiccio della Chartreuse, da cui prenderà il nome l'Ordine certosino, dando così inizio a una forma di vita fortemente eremitica.

Chiamato da papa Urbano II, suo antico discepolo, Bruno dovette lasciare i propri compagni per recarsi a Roma al suo servizio. Ma di fronte ai dissidi tra il pontefice e l'impero, egli prese la decisione di ritirarsi definitivamente in Calabria, dando vita all'eremo di Serra.

Animo vigilante, uomo di desideri e di amore ardente per il Signore, egli poté così dedicarsi all'ascolto della parola di Dio e all'attesa del suo Regno nella preghiera. È la preghiera, secondo Bruno, che porta l'uomo a consolidare la propria umanità nella lotta che silenziosamente ha luogo nel cuore, giorno dopo giorno.

Tracce di lettura

Io abito in un eremo, da ogni lato molto distante dalle abitazioni degli uomini, nelle lontane regioni della Calabria insieme a dei fratelli che conducono vita monastica - alcuni dei quali sono ben istruiti - e che, perseverando con saldezza nei loro posti di sentinella nelle cose di Dio, attendono il ritorno del loro Signore per aprirgli subito appena busserà.
Quanta utilità e gioia divina, poi, la solitudine e il silenzio dell'eremo apportino a coloro che li amano, lo sanno solo coloro che ne hanno fatto l'esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito ritornare in se stessi e abitare con se stessi quanto a loro piace, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e cibarsi con beatitudine dei frutti del paradiso. Qui si acquista quell'occhio dal cui sereno sguardo d'amore è colpito lo Sposo e attraverso il quale, se senza macchia e puro, si vede Dio. Qui si celebra una tranquillità solerte e si gusta il riposo mediante un quieto agire. Qui Dio dispensa ai suoi atleti, per la fatica della lotta, la ricompensa desiderata, cioè quella pace che il mondo non conosce, e la gioia nello Spirito santo. (Bruno, Lettera a Rodolfo il Verde 6)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


lunedì 5 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Gesù consacra il tempo della sosta

Lettura

Luca 10,38-42

38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Sintesi

Gesù ospite da Marta e Maria mostra l'equilibrio tra servizio e ascolto: servire con le mani, ma ascoltare con le orecchie. L'apostolato non deve annullare la contemplazione: il discepolato è armonia tra fare e pregare.

Commento

Lungo il cammino Gesù decide di fare una sosta a casa di Marta e Maria, sorelle del suo amico Lazzaro. Le due donne mostrano atteggiamenti contrapposti, ma entrambi importanti nella Chiesa: Marta, con il suo servizio attivo mostra la diakonìa, il prendersi cura del Signore, presente in ogni persona bisognosa; Maria è l'esemplare della discepola dedita all'ascolto di Dio. Degna di nota è la posizione assunta da quest'ultima, seduta davanti a Gesù, tipica del discepolo e a quei tempi del tutto inusuale per una donna. 

Il Signore non rimprovera a Marta il suo servizio, ma il suo essere "tutta presa"; letteralmente "assorbita" (gr. periestàto) per il grande servizio. Gesù consacra il tempo della sosta, dedicato al suo ascolto. Se non esita di compiere miracoli e guarigioni in giorno di sabato, al tempo stesso porta la sacralità del riposo sabbatico nel quotidiano. Non c'è attività così importante che possa distoglierci da una pausa per ascoltare la sua parola. 

Gesù rimprovera a Marta di preoccuparsi e agitarsi per troppe cose. Innanzitutto, qualsiasi opera di servizio deve essere da noi svolta con una azione quieta: con le mani dobbiamo servire, ma con le orecchie dobbiamo ascoltare la voce del Cristo.

Quando Gesù vuole essere accolto nelle nostre vite non ci chiede di "strafare". L'apostolato, il servizio di Cristo nel nostro prossimo, non può schiacciare e annullare lo spazio indispensabile riservato alla contemplazione, e alla lode di Dio, vero nutrimento e ristoro dell'anima.

Cammino e sosta, scandiscono la vita di Gesù, come una melodia in cui le pause sono importanti quanto le note. Egli ci esorta alla semplificazione della nostra vita esteriore ed interiore; ci libera dagli affanni chiamandoci alla semplicità e alla gioia del discepolato, che è sapiente equilibrio tra il fare e l'ascoltare, il servizio e l'adorazione: faremo così una cosa senza trascurare l'altra, compiendo "la giustizia e l'amore di Dio" (Lc 11,42).

Preghiera

Signore, noi ti adoriamo, in ascolto, seduti ai tuoi piedi. La tua parola alimenti in noi l'amore contemplativo e l'ardore per la vita apostolica; senza che mai perdiamo l'attenzione verso la tua presenza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 4 ottobre 2026

Fermati 1 minuto. Chiamati ad essere prossimo

Lettura

Luca 10,25-37

25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». 29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso».

Sintesi

Il buon samaritano insegna che né la conoscenza della legge né il culto bastano: serve la pratica concreta. Prossimo è chiunque abbia bisogno, senza distinzioni. Cristo cura le nostre ferite; la Chiesa è chiamata anch'essa a farlo.

Commento

La parabola del buon samaritano ci insegna che né la conoscenza della legge né il culto liturgico sono sufficienti per ottenere la salvezza: è infatti necessario passare dal "discorso su Dio" e dall'adorazione di Dio alla concreta pratica di vita, mettendo a frutto i talenti che egli ci ha dato: quei talenti che il samaritano compassionevole lascia all'albergatore affinché si prenda cura dell'uomo ferito.

Se per i dottori della legge il "prossimo" era colui che apparteneva a Israele o lo straniero che abitava tra gli ebrei, insomma il prossimo era colui che si trovava "vicino" a Israele, Gesù ribalta questa impostazione teologica, affermando che prossimo deve essere ogni credente verso chi ha bisogno, a prescindere dalla su etnìa, religione e cultura: infatti sull'identità dell'uomo ferito non ci viene detto nulla. In tale ottica anche un samaritano, che era considerato dagli ebrei un eretico idolatra, può diventare con la sua compassione prossimo di chi è nel bisogno, prossimo dell'uomo che è immagine di Dio, adempiendo il grande comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo... e il prossimo tuo...».

Chi, se non Cristo stesso, è colui che senza badare a chi siamo, cosa ci meritiamo, si prende cura delle nostre ferite? Sul suo esempio siamo chiamati a passare dal "cosa c'è scritto" della legge al "fa'" del suo comandamento. Non perché siamo capaci, da noi stessi, di compiere opere tali da meritarci la nostra giustificazione; ma perché la sua grazia ci dona i talenti per farle.

Al contempo siamo anche il locandiere, al quale il Signore chiede di prendersi cura di colui che è nel bisogno, pagandogli i due denari e promettendogli di rifondere al suo ritorno il "di più" che spenderà. La Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione e misericordia.

Preghieria

Signore Gesù Cristo, che purifichi le ferite della nostra anima con il tuo sangue e ci ridoni vigore con l'olio della tua grazia, fa' che siamo sempre solleciti verso coloro che sono nella necessità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Il deserto oltre Dio e il vuoto che non è vuoto: Meister Eckhart e lo Zen

Nel Trecento un predicatore tedesco ripeteva ai suoi fedeli una frase che doveva suonare quasi scandalosa: pregate Dio che vi liberi da Dio. Qualche secolo prima, in Cina, un maestro di nome Linji aveva consigliato ai suoi discepoli di uccidere il Buddha, se lo avessero incontrato per strada. Due provocazioni, due mondi che non si erano mai sfiorati. Eppure, messe una accanto all'altra, sembrano nascere dalla stessa intuizione.

Il predicatore è Meister Eckhart (1260 circa – 1328), domenicano, due volte maestro di teologia a Parigi, guida spirituale di monache e beghine lungo il Reno. Negli ultimi anni fu processato per eresia, e nel 1329, dopo la sua morte, una bolla papale condannò ventotto sue proposizioni. Linji, vissuto nel IX secolo, è invece una delle voci più taglienti della scuola del buddhismo che oggi conosciamo con il nome giapponese "Zen".

Quando l'Occidente, tra Ottocento e Novecento, ha cominciato a leggere seriamente i testi orientali, molti hanno avuto la stessa sensazione: Eckhart suona stranamente familiare. Qualcuno ha chiamato i suoi sermoni le "Upanishad d'Europa". Qualcun altro, tra i divulgatori dello Zen, ha detto che certe sue pagine sembravano scritte da un buddhista. Ma è davvero così? Facciamo un viaggio tra somiglianze e differenze.

Due Dei in uno

Eckhart compie un gesto audace: separa Dio dalla Divinità. Dio è quello che conosciamo dalla fede: personale, Trinità di Padre, Figlio e Spirito, creatore che si volge al mondo. La Divinità è qualcosa di più profondo e più silenzioso: un fondo senza volto, senza nome e senza attributi, da cui lo stesso Dio sgorga. Tra le due, dice, c'è la distanza che separa la terra dal cielo. Nella Divinità non succede nulla, non si agisce, non si nasce. Ed è proprio per questo che è la radice di tutto ciò che accade.

Eckhart la chiama deserto, abisso, silenzio, perfino "Nulla". Non perché non esista, ma perché è troppo grande per le nostre parole: ogni concetto che applichiamo a Dio lo rimpicciolisce. È la via negativa, il parlare di Dio dicendo ciò che non è, che nel cristianesimo ha radici antichissime. Eckhart però la porta all'estremo. Arriva a dire che Dio è "negazione della negazione": ogni cosa si definisce per ciò che non è, ma l'Uno non ha un "altro" fuori di sé, e dunque nega perfino questa negazione. Una formula che sembra un nodo e che vuole dire una cosa semplice: Dio non è una cosa tra le cose.

Un'altra mossa spiazzante riguarda la filosofia. Per Tommaso d'Aquino, il maestro domenicano che lo aveva preceduto, Dio è prima di tutto essere. Eckhart rovescia la prospettiva: Dio esiste perché conosce, non conosce perché esiste. Il primato va all'intelletto, a quella pura trasparenza che precede ogni cosa.

Il vuoto che non è vuoto

Nel buddhismo Mahāyāna, da cui discende lo Zen, esiste un'idea che per noi suona quasi sempre fraintesa: la śūnyatā, il vuoto. Chi la legge come nichilismo ha sbagliato strada. Il vuoto buddhista non dice che nulla esiste, dice che nulla esiste da solo: ogni cosa è intrecciata con tutte le altre, senza un nucleo separato e indipendente. La parola sanscrita richiama l'immagine di qualcosa di gonfio, come un pallone cavo o il ventre di una donna incinta. Vuoto e pieno nello stesso istante: un vuoto fecondo, carico di possibilità.

A questo si affianca la natura di Buddha: l'idea che ogni essere porti già dentro di sé la possibilità del risveglio, come un fondo originario che non va costruito ma scoperto. Il maestro giapponese Dōgen spinge l'idea al massimo: non solo gli esseri viventi, ma anche l'erba, gli alberi, il sole e le stelle sono natura di Buddha.

Il parallelo con Eckhart è evidente, ma va preso con cautela. Gli studiosi più attenti ricordano che concetti che sembrano gemelli, come l'Istigkeit eckhartiana, la "pura essenza" di ciò che è, e la "talità" buddhista, non dicono esattamente la stessa cosa. E la stessa dottrina della natura di Buddha è discussa all'interno del buddhismo, perché sembra stare in tensione con l'idea che nulla abbia una natura propria.

Il fondo dell'anima

Se c'è un'immagine che riassume Eckhart, è quella del fondo. Nel profondo di ciascuno di noi, dice, c'è qualcosa di increato, una scintilla che non appartiene al mondo delle creature. E il punto più sconcertante è che questo fondo coincide con il fondo di Dio: non due realtà che si incontrano, ma una sola, che va semplicemente riconosciuta. Per questo la sua è stata definita una mistica dell'unità più che dell'unione: l'unione presuppone due che si congiungono, qui si tratta di scoprire che non c'erano mai stati due.

Attenzione però a non scambiarlo per un panteista che identifica Dio con la natura. Eckhart sostiene che nulla può esistere fuori da Dio, ma che Dio non si esaurisce nel mondo. Le creature ricevono l'essere in prestito: prese da sole, sono un nulla.

Lo Zen dice una cosa sorprendentemente affine con un altro vocabolario: lo scopo della vita è "vedere la propria natura e diventare Buddha". Il punto d'arrivo è un'esperienza, il satori, un risveglio improvviso che non aggiunge informazioni ma cambia lo sguardo. Chi lo vive non impara qualcosa di nuovo: vede, finalmente, ciò che aveva sempre davanti.

Imparare a lasciare andare

Se il fondo è già lì, perché non lo vediamo? Perché siamo dispersi nel "questo e quello": pensieri, desideri, possessi, l'idea fissa di essere un io separato. Per Eckhart la via passa per il distacco, cioè il lasciar-essere: non volere nulla, non sapere nulla, non avere nulla, nemmeno l'immagine di Dio che ci siamo costruiti. Chi è completamente "nudo" può ricevere il Dio nudo. Il culmine è lo sfondamento, l'oltrepassare ogni immagine di Dio verso il deserto silenzioso dove le distinzioni non sono mai arrivate. Ed è una conoscenza strana, che Eckhart chiama "ignoranza sapiente": non l'ignoranza di chi non sa, ma la semplicità di chi ha attraversato il sapere e lo ha lasciato andare.

Lo Zen parla di non-mente, non-pensiero, "nulla da fare". Ma attenzione: non significa spegnere il cervello o diventare passivi. Significa non aggrapparsi ai pensieri, lasciarli passare come nuvole senza afferrarli. Un pensiero senza pensiero, nel cuore stesso del pensare.

Il sacro nel quotidiano

A questo punto arriva la sorpresa più bella. Dopo tutto questo parlare di abissi e di vuoto, entrambe le tradizioni ci riportano a casa.

Eckhart diffida di visioni, estasi e fenomeni straordinari. Per lui l'unione con Dio non è un evento eccezionale ma un modo diverso di abitare la vita di ogni giorno, un "vivere senza perché", come la rosa che fiorisce senza chiedersi a cosa serva. Il suo commento all'episodio evangelico di Marta e Maria è in controtendenza: la tradizione esaltava Maria, che contempla ai piedi di Gesù, ma lui rivaluta Marta, quella che lavora, perché la sua azione nasce da un cuore già unito a Dio.

Linji, con la sua franchezza ruvida, dice più o meno lo stesso: la Via non richiede imprese speciali. Vestiti, mangia il tuo riso, e quando sei stanco sdraiati. Un detto zen lo riassume benissimo: prima del risveglio le montagne sono montagne, durante il cammino non lo sono più, dopo il risveglio tornano a essere montagne. Il mondo ritorna, ma visto con occhi nuovi.

Contro i rituali (a parole)

Entrambi guardano con sospetto le pratiche esteriori. Eckhart ridimensiona penitenze, devozioni e perfino le opere di carità quando diventano fini a se stesse: sono strumenti, e chi se ne compiace ne resta prigioniero. Lo Zen è ancora più provocatorio. Celebre è la scena dell'imperatore Wu, grande costruttore di templi e sostenitore dei monaci, che chiede a Bodhidharma quanti meriti abbia accumulato e si sente rispondere: nessuno. Linji prende in giro i monaci che si siedono a meditare con l'ossessione di fermare i pensieri, e deride chi si affida ai libri.

Ma è retorica, non cronaca. Nei monasteri zen meditazione, riti e studio dei testi hanno sempre avuto un ruolo enorme. Il paradosso è evidente: una tradizione che si definisce "fuori dalle scritture, senza appoggio su parole e lettere" ha prodotto una delle letterature più vaste della storia religiosa.

Parole che scuotono

Entrambi sanno che il linguaggio non basta. E proprio per questo lo usano in modo sorprendente. Eckhart nei suoi sermoni è un maestro del paradosso: quanto più Dio è nelle cose, tanto più ne è fuori; la libertà è un amo che ci cattura meglio di qualsiasi catena. Le sue frasi non vogliono informare, vogliono scuotere.

Lo Zen ha inventato lo strumento più celebre in questo campo: il kōan, un breve dialogo o aneddoto che non si lascia risolvere con il ragionamento. Un maestro vede un monaco mangiare verdura cruda e gli dice "Proprio come un asino!"; il monaco raglia come un asino; il maestro esclama "Ladro!", e il monaco, ripetendo "Ladro! Ladro!", se ne va. Cosa è successo? Il kōan non vuole farti capire, vuole portarti al limite del pensiero concettuale e farti restare lì.

Una differenza sottile merita attenzione. Il linguaggio paradossale di Eckhart, per quanto imperfetto, continua a indicare qualcosa di reale, anche se inesprimibile. I kōan invece spingono la lingua fino al punto in cui smette di funzionare del tutto.

Dove le strade si dividono

Sarebbe scorretto dire che le due vie coincidono. Il "nulla" di Eckhart è un modo di proteggere la purezza di Dio, che rimane il fondamento di tutto. Il vuoto buddhista è più radicale: non c'è nessun Essere supremo dietro, e non c'è nessun io che si salva. Per Eckhart ogni cosa è divina perché partecipa di Dio; lo Zen guarda la montagna e dice semplicemente: è una montagna. Alcuni dicono che in Eckhart il nulla resta, in fondo, un'affermazione, mentre nello Zen la negazione incessante approda all'affermazione più semplice: l'albero è albero.

E poi ci sono la Trinità, il ruolo di Cristo, la dottrina buddhista dell'assenza di sé: differenze serie, che non si cancellano con un colpo di spugna. Eppure alcune frasi di Eckhart, come quella in cui dice che Dio non è né bontà, né essere, né verità, né uno, ma "puro nulla", sembrano sfiorare da vicino il vuoto assoluto dello Zen.

Perché ci riguarda

Mettere Eckhart accanto a Linji non serve a dimostrare che "tutte le religioni dicono la stessa cosa". È più interessante di così. Serve a notare che persone lontanissime nel tempo e nella cultura, davanti allo stesso limite del pensiero, hanno scelto strade sorprendentemente affini: svuotarsi, lasciar andare, tornare alla vita semplice. E hanno scoperto che chi arriva al fondo non fugge dal mondo, ma lo rivede.

Forse è per questo che queste pagine continuano a parlare anche a chi non è né credente né monaco. Ci dicono che il vuoto non è una minaccia, e che il silenzio, se si ha la pazienza di ascoltarlo, ha moltissimo da dire.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 3 ottobre 2026

Fedele è Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIOTTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

Signore, ti supplichiamo, concedi al tuo popolo la grazia di superare le tentazioni del mondo, della carne e del demonio; e di seguire con mente e cuore puri te, che sei l’unico Dio. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Cor 1,4-8; Mt 22,34-46

Sintesi

Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi è il vertice della Legge. Cristo lo compie sulla croce e con lo Spirito rende la Chiesa capace di viverlo, in attesa del suo ritorno: Dio è fedele.

Commento

Amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come noi stessi. Così Gesù riassume i 613 precetti presenti nella Torah. Questo comandamento bipartito, che rappresenta le due facce della stessa medaglia, è non solo un sommario, ma il vertice stesso della legge mosaica.

Dio va amato al di sopra di ogni altra cosa, e in tal modo è fugato il peccato più grande: quello dell'idolatria, che ci svilisce facendoci ripiegare su cose morte, incapaci di appagare completamente il nostro cuore. E proprio perché il nostro cuore può essere colmato solo da Dio, questi va amato con la nostra persona nella sua interezza, con tutte le nostre potenze e affetti. Il cuore indica soprattutto la forza e la volontà dell'uomo. Dio ci chiede di amarlo perché i nostri cuori ne sono capaci; non ci impone una cosa che non possiamo fare, che non è alla nostra portata. Al tempo stesso, la sua grazia opera in noi per portare a compimento il precetto, ma senza esercitare violenza sulla nostra libertà.

La seconda parte del comandamento è simile alla prima (Mt 22,39): Ama il tuo prossimo come te stesso. Se l'amore supremo verso Dio sintetizza la prima tavola della legge, l'amore verso il prossimo è un sommario della seconda tavola. Dio ama il mio prossimo: come posso amare Dio se anche io non amo il mio fratello? Così infatti ammonisce l'apostolo Giovanni: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1 Gv 4,20-21).

Se l'amore per Dio deve essere al di sopra di ogni altra cosa, la norma che ci è posta dinnanzi per l'amore del prossimo è quella prescritta per l'amore di noi stessi. Amare noi stessi infinitamente ci è proibito perché non è compatibile con l'amore supremo dovuto a Dio. Ma anche amare il prossimo meno di noi stessi ci è proibito, perché rappresenterebbe un venir meno della fede nel corpo mistico di Cristo, del quale ciascuno di noi è membro.

Chi è il nostro prossimo? Nel passo parallelo del Vangelo di Luca, al capitolo 10, Gesù risponde alla domanda del fariseo con la parabola del buon samaritano. Il mio prossimo è colui che si trova nel bisogno e con il quale la mia strada si incrocia, al di là di ogni pregiudizio identitario o di false priorità.

Gesù non solo ci insegna a comprendere il senso ultimo della Legge, ma la porta a compimento sulla sua stessa carne, facendosi libro aperto sulla croce, per illuminare e guidare l'umanità verso la salvezza. E vi è un intimo legame tra il suo ruolo profetico e quello sacerdotale, nella misura in cui non solo egli ci mostra la strada da percorrere, ma ci guida e ci accompagna in essa, in quanto Figlio di Dio, il solo che possa riscattare l'umanità, rendendola capace di adempiere un comandamento così sublime.

Dio stesso, dunque, opera in noi, vivificando la sua Chiesa con il dono dello Spirito. Per questo Paolo coltiva un rapporto di intima comunione con Dio, in un continuo rendimento di grazie (1 Cor 1,4). Al di là dei difetti e delle mancanze, presenti in ogni comunità cristiana, Paolo sa discernere quanto di buono Dio opera in essa, riconoscendo l'abbondanza di doni e di carismi che Cristo stesso diffonde nel suo corpo mistico (1 Cor 1,5).

I frutti della grazia nella vita dei cristiani sono la migliore prova, per i credenti e per gli increduli, della verità del vangelo. Una vita consacrata a Dio è di per se stessa una testimonianza vivente dell'opera dello Spirito Santo.

Paolo descrive una tensione escatologica verso il ritorno di Cristo, che richiama il perfezionamento definitivo della Chiesa e la testimonianza ultima della fedeltà di Dio nei nostri confronti: "non vi manca alcun dono mentre aspettate la manifestazione del Signor nostro Gesù Cristo, il quale vi confermerà fino alla fine, affinché siate irreprensibili nel giorno del nostro Signore Gesù Cristo" (1 Cor 1,8). È Dio che ci rende immacolati, che ci dona una veste nuova, per presentarci davanti a lui nell'ultimo giorno.  Così assicura l'Apostolo, proseguendo la sua lettera ai Corinzi: "Fedele è Dio dal quale siete stati chiamati" (1 Cor 1,9).

- Rev. Dr. Luca Vona