Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 4 ottobre 2026

Il deserto oltre Dio e il vuoto che non è vuoto: Meister Eckhart e lo Zen

Nel Trecento un predicatore tedesco ripeteva ai suoi fedeli una frase che doveva suonare quasi scandalosa: pregate Dio che vi liberi da Dio. Qualche secolo prima, in Cina, un maestro di nome Linji aveva consigliato ai suoi discepoli di uccidere il Buddha, se lo avessero incontrato per strada. Due provocazioni, due mondi che non si erano mai sfiorati. Eppure, messe una accanto all'altra, sembrano nascere dalla stessa intuizione.

Il predicatore è Meister Eckhart (1260 circa – 1328), domenicano, due volte maestro di teologia a Parigi, guida spirituale di monache e beghine lungo il Reno. Negli ultimi anni fu processato per eresia, e nel 1329, dopo la sua morte, una bolla papale condannò ventotto sue proposizioni. Linji, vissuto nel IX secolo, è invece una delle voci più taglienti della scuola del buddhismo che oggi conosciamo con il nome giapponese "Zen".

Quando l'Occidente, tra Ottocento e Novecento, ha cominciato a leggere seriamente i testi orientali, molti hanno avuto la stessa sensazione: Eckhart suona stranamente familiare. Qualcuno ha chiamato i suoi sermoni le "Upanishad d'Europa". Qualcun altro, tra i divulgatori dello Zen, ha detto che certe sue pagine sembravano scritte da un buddhista. Ma è davvero così? Facciamo un viaggio tra somiglianze e differenze.

Due Dei in uno

Eckhart compie un gesto audace: separa Dio dalla Divinità. Dio è quello che conosciamo dalla fede: personale, Trinità di Padre, Figlio e Spirito, creatore che si volge al mondo. La Divinità è qualcosa di più profondo e più silenzioso: un fondo senza volto, senza nome e senza attributi, da cui lo stesso Dio sgorga. Tra le due, dice, c'è la distanza che separa la terra dal cielo. Nella Divinità non succede nulla, non si agisce, non si nasce. Ed è proprio per questo che è la radice di tutto ciò che accade.

Eckhart la chiama deserto, abisso, silenzio, perfino "Nulla". Non perché non esista, ma perché è troppo grande per le nostre parole: ogni concetto che applichiamo a Dio lo rimpicciolisce. È la via negativa, il parlare di Dio dicendo ciò che non è, che nel cristianesimo ha radici antichissime. Eckhart però la porta all'estremo. Arriva a dire che Dio è "negazione della negazione": ogni cosa si definisce per ciò che non è, ma l'Uno non ha un "altro" fuori di sé, e dunque nega perfino questa negazione. Una formula che sembra un nodo e che vuole dire una cosa semplice: Dio non è una cosa tra le cose.

Un'altra mossa spiazzante riguarda la filosofia. Per Tommaso d'Aquino, il maestro domenicano che lo aveva preceduto, Dio è prima di tutto essere. Eckhart rovescia la prospettiva: Dio esiste perché conosce, non conosce perché esiste. Il primato va all'intelletto, a quella pura trasparenza che precede ogni cosa.

Il vuoto che non è vuoto

Nel buddhismo Mahāyāna, da cui discende lo Zen, esiste un'idea che per noi suona quasi sempre fraintesa: la śūnyatā, il vuoto. Chi la legge come nichilismo ha sbagliato strada. Il vuoto buddhista non dice che nulla esiste, dice che nulla esiste da solo: ogni cosa è intrecciata con tutte le altre, senza un nucleo separato e indipendente. La parola sanscrita richiama l'immagine di qualcosa di gonfio, come un pallone cavo o il ventre di una donna incinta. Vuoto e pieno nello stesso istante: un vuoto fecondo, carico di possibilità.

A questo si affianca la natura di Buddha: l'idea che ogni essere porti già dentro di sé la possibilità del risveglio, come un fondo originario che non va costruito ma scoperto. Il maestro giapponese Dōgen spinge l'idea al massimo: non solo gli esseri viventi, ma anche l'erba, gli alberi, il sole e le stelle sono natura di Buddha.

Il parallelo con Eckhart è evidente, ma va preso con cautela. Gli studiosi più attenti ricordano che concetti che sembrano gemelli, come l'Istigkeit eckhartiana, la "pura essenza" di ciò che è, e la "talità" buddhista, non dicono esattamente la stessa cosa. E la stessa dottrina della natura di Buddha è discussa all'interno del buddhismo, perché sembra stare in tensione con l'idea che nulla abbia una natura propria.

Il fondo dell'anima

Se c'è un'immagine che riassume Eckhart, è quella del fondo. Nel profondo di ciascuno di noi, dice, c'è qualcosa di increato, una scintilla che non appartiene al mondo delle creature. E il punto più sconcertante è che questo fondo coincide con il fondo di Dio: non due realtà che si incontrano, ma una sola, che va semplicemente riconosciuta. Per questo la sua è stata definita una mistica dell'unità più che dell'unione: l'unione presuppone due che si congiungono, qui si tratta di scoprire che non c'erano mai stati due.

Attenzione però a non scambiarlo per un panteista che identifica Dio con la natura. Eckhart sostiene che nulla può esistere fuori da Dio, ma che Dio non si esaurisce nel mondo. Le creature ricevono l'essere in prestito: prese da sole, sono un nulla.

Lo Zen dice una cosa sorprendentemente affine con un altro vocabolario: lo scopo della vita è "vedere la propria natura e diventare Buddha". Il punto d'arrivo è un'esperienza, il satori, un risveglio improvviso che non aggiunge informazioni ma cambia lo sguardo. Chi lo vive non impara qualcosa di nuovo: vede, finalmente, ciò che aveva sempre davanti.

Imparare a lasciare andare

Se il fondo è già lì, perché non lo vediamo? Perché siamo dispersi nel "questo e quello": pensieri, desideri, possessi, l'idea fissa di essere un io separato. Per Eckhart la via passa per il distacco, cioè il lasciar-essere: non volere nulla, non sapere nulla, non avere nulla, nemmeno l'immagine di Dio che ci siamo costruiti. Chi è completamente "nudo" può ricevere il Dio nudo. Il culmine è lo sfondamento, l'oltrepassare ogni immagine di Dio verso il deserto silenzioso dove le distinzioni non sono mai arrivate. Ed è una conoscenza strana, che Eckhart chiama "ignoranza sapiente": non l'ignoranza di chi non sa, ma la semplicità di chi ha attraversato il sapere e lo ha lasciato andare.

Lo Zen parla di non-mente, non-pensiero, "nulla da fare". Ma attenzione: non significa spegnere il cervello o diventare passivi. Significa non aggrapparsi ai pensieri, lasciarli passare come nuvole senza afferrarli. Un pensiero senza pensiero, nel cuore stesso del pensare.

Il sacro nel quotidiano

A questo punto arriva la sorpresa più bella. Dopo tutto questo parlare di abissi e di vuoto, entrambe le tradizioni ci riportano a casa.

Eckhart diffida di visioni, estasi e fenomeni straordinari. Per lui l'unione con Dio non è un evento eccezionale ma un modo diverso di abitare la vita di ogni giorno, un "vivere senza perché", come la rosa che fiorisce senza chiedersi a cosa serva. Il suo commento all'episodio evangelico di Marta e Maria è in controtendenza: la tradizione esaltava Maria, che contempla ai piedi di Gesù, ma lui rivaluta Marta, quella che lavora, perché la sua azione nasce da un cuore già unito a Dio.

Linji, con la sua franchezza ruvida, dice più o meno lo stesso: la Via non richiede imprese speciali. Vestiti, mangia il tuo riso, e quando sei stanco sdraiati. Un detto zen lo riassume benissimo: prima del risveglio le montagne sono montagne, durante il cammino non lo sono più, dopo il risveglio tornano a essere montagne. Il mondo ritorna, ma visto con occhi nuovi.

Contro i rituali (a parole)

Entrambi guardano con sospetto le pratiche esteriori. Eckhart ridimensiona penitenze, devozioni e perfino le opere di carità quando diventano fini a se stesse: sono strumenti, e chi se ne compiace ne resta prigioniero. Lo Zen è ancora più provocatorio. Celebre è la scena dell'imperatore Wu, grande costruttore di templi e sostenitore dei monaci, che chiede a Bodhidharma quanti meriti abbia accumulato e si sente rispondere: nessuno. Linji prende in giro i monaci che si siedono a meditare con l'ossessione di fermare i pensieri, e deride chi si affida ai libri.

Ma è retorica, non cronaca. Nei monasteri zen meditazione, riti e studio dei testi hanno sempre avuto un ruolo enorme. Il paradosso è evidente: una tradizione che si definisce "fuori dalle scritture, senza appoggio su parole e lettere" ha prodotto una delle letterature più vaste della storia religiosa.

Parole che scuotono

Entrambi sanno che il linguaggio non basta. E proprio per questo lo usano in modo sorprendente. Eckhart nei suoi sermoni è un maestro del paradosso: quanto più Dio è nelle cose, tanto più ne è fuori; la libertà è un amo che ci cattura meglio di qualsiasi catena. Le sue frasi non vogliono informare, vogliono scuotere.

Lo Zen ha inventato lo strumento più celebre in questo campo: il kōan, un breve dialogo o aneddoto che non si lascia risolvere con il ragionamento. Un maestro vede un monaco mangiare verdura cruda e gli dice "Proprio come un asino!"; il monaco raglia come un asino; il maestro esclama "Ladro!", e il monaco, ripetendo "Ladro! Ladro!", se ne va. Cosa è successo? Il kōan non vuole farti capire, vuole portarti al limite del pensiero concettuale e farti restare lì.

Una differenza sottile merita attenzione. Il linguaggio paradossale di Eckhart, per quanto imperfetto, continua a indicare qualcosa di reale, anche se inesprimibile. I kōan invece spingono la lingua fino al punto in cui smette di funzionare del tutto.

Dove le strade si dividono

Sarebbe scorretto dire che le due vie coincidono. Il "nulla" di Eckhart è un modo di proteggere la purezza di Dio, che rimane il fondamento di tutto. Il vuoto buddhista è più radicale: non c'è nessun Essere supremo dietro, e non c'è nessun io che si salva. Per Eckhart ogni cosa è divina perché partecipa di Dio; lo Zen guarda la montagna e dice semplicemente: è una montagna. Alcuni dicono che in Eckhart il nulla resta, in fondo, un'affermazione, mentre nello Zen la negazione incessante approda all'affermazione più semplice: l'albero è albero.

E poi ci sono la Trinità, il ruolo di Cristo, la dottrina buddhista dell'assenza di sé: differenze serie, che non si cancellano con un colpo di spugna. Eppure alcune frasi di Eckhart, come quella in cui dice che Dio non è né bontà, né essere, né verità, né uno, ma "puro nulla", sembrano sfiorare da vicino il vuoto assoluto dello Zen.

Perché ci riguarda

Mettere Eckhart accanto a Linji non serve a dimostrare che "tutte le religioni dicono la stessa cosa". È più interessante di così. Serve a notare che persone lontanissime nel tempo e nella cultura, davanti allo stesso limite del pensiero, hanno scelto strade sorprendentemente affini: svuotarsi, lasciar andare, tornare alla vita semplice. E hanno scoperto che chi arriva al fondo non fugge dal mondo, ma lo rivede.

Forse è per questo che queste pagine continuano a parlare anche a chi non è né credente né monaco. Ci dicono che il vuoto non è una minaccia, e che il silenzio, se si ha la pazienza di ascoltarlo, ha moltissimo da dire.

- Rev. Dr. Luca Vona