Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 28 ottobre 2026

La meditazione chán dalle radici indiane al confronto con l'Occidente

Dalle origini indiane alla svolta mahāyāna

L'arrivo del buddhismo in Cina, avviatosi gradualmente attorno al I secolo d.C., fu uno dei più vasti processi di acculturazione e di rielaborazione filosofica nella storia dell'Asia orientale. Nelle sue prime fasi la trasmissione passò soprattutto attraverso la traduzione di testi delle scuole non mahāyāna — ciò che la polemica mahāyāna chiamò, con termine svalutativo, Hīnayāna, il «piccolo veicolo». In quell'orizzonte la meditazione aveva un impianto eminentemente terapeutico: l'essere umano appariva come un malato, dominato da brama, avversione e illusione, e l'esercizio mentale come una cura rigorosa, un'ascesi quasi drammatica volta a estirpare le infezioni dello spirito.

Emblematico è il Zuochan sanmei jing (坐禪三昧經, «Sūtra del samādhi della meditazione seduta»), compendio di manuali indiani e centroasiatici tradotto da Kumārajīva agli inizi del V secolo. Vi si prescrivono tecniche distinte secondo la «malattia» da curare: all'avidità si oppone la contemplazione dell'impuro, all'ira la benevolenza, alla confusione la riflessione sulla produzione condizionata, alla dispersione il conteggio del respiro. Contro il desiderio sensuale, ad esempio, il praticante doveva visualizzare il proprio corpo dalla pianta dei piedi ai capelli, scarnificarlo con l'immaginazione fino allo scheletro e contemplarne la disgregazione.

Questa visione, fondata sulla lotta contro le proprie inclinazioni, cambiò profondamente tra il V e il VI secolo, con la diffusione dei grandi sūtra mahāyāna. Il Vimalakīrti Nirdeśa, tradotto più volte e soprattutto da Kumārajīva (406), offrì il linguaggio della non-dualità; il Laṅkāvatāra Sūtra, tradotto da Guṇabhadra nel 443 e poi caro ai primi maestri chán, diede rilievo al tathāgatagarbha, il «grembo» o «embrione» dei Buddha presente in ogni essere. Da queste fonti, e dal trattato apocrifo Risveglio della fede nel Mahāyāna (VI secolo), la scolastica cinese ricavò la dottrina dell'illuminazione originaria (benjue, 本覺), in piena sintonia con l'interesse autoctono per la natura (xing) dell'uomo.

Le premesse ontologiche si rovesciano. L'essere umano non è più una creatura guasta, ma possiede fin dall'origine una natura già illuminata, pura e compiuta. Brame e inganni non intaccano la natura di Buddha: sono offuscamenti avventizi, frutto dell'inconsapevolezza e dell'oblio della propria condizione originaria.

Ne discende una nuova idea della meditazione. Essa smette di essere una battaglia contro se stessi e diventa un processo di acquietamento: lasciar decantare le sovrastrutture mentali, lasciare andare ogni attaccamento concettuale, rinunciare alla tensione ansiosa verso un traguardo. Quando il rumore della mente si placa, la natura di Buddha affiora da sé. Questo sedere quieto, che lascia emergere il fondo luminoso della mente, diventerà l'asse portante del chán cinese e del successivo zen giapponese.

Kanhua chan e mozhao chan: Linji e Caodong in epoca Song

La storia del chán attraversa profonde trasformazioni istituzionali e dottrinali. Sotto i Tang (618–907) il movimento conobbe un'epoca di straordinaria creatività: molteplici lignaggi e maestri coesistevano, e fiorivano interpretazioni eterogenee, talvolta radicali, della pratica. Sotto i Song (960–1279) il panorama si stabilizzò e si codificò. Delle «cinque case» del chán tardo-Tang, solo due giunsero vitali al periodo Song maturo e furono trasmesse in Giappone: la scuola Linji (giapp. Rinzai) e la scuola Caodong (giapp. Sōtō).

Pur riconoscendo la centralità della meditazione, molti maestri temevano che l'assiduità formale degenerasse in esercizio meccanico o in una sottile prigione dell'io. Da questa tensione nacque, nel XII secolo, la controversia tra il kanhua chan (看話禪) di Linji e il mozhao chan (默照禪) di Caodong.

La scuola Linji, istituzionalmente dominante, trovò in Dahui Zonggao (1089–1163) il principale sostenitore del kanhua chan, lo «chán dell'osservazione della frase»: il praticante concentrava tutta l'attenzione sulla parola chiave (huatou) di un gong'an (giapp. kōan), un detto o un aneddoto irriducibile alla logica discorsiva. Il «grande dubbio» così suscitato portava l'intelletto alla saturazione, finché esso si spezzava in un risveglio improvviso (wu, giapp. satori). In questa prospettiva l'illuminazione è un evento puntuale, databile a un giorno e a un'ora. Il paradigma più citato, benché anteriore alla scuola Linji, è quello del maestro tang Xiangyan Zhixian, risvegliatosi al suono di un coccio che, mentre spazzava, colpì una canna di bambù. La meditazione resta qui uno strumento: è la zattera che si lascia una volta raggiunta l'altra sponda.

Sul versante opposto, la scuola Caodong, rinata nell'XI secolo dopo un lungo declino, elaborò con Hongzhi Zhengjue (1091–1157) la dottrina del mozhao chan, l'«illuminazione silenziosa». Per Hongzhi la meditazione non è un mezzo piegato a un risultato futuro, né un'ascesi che infrange l'illusione con un atto di forza. È un processo lento, continuo e senza termine, un silenzio in cui la natura illuminata risplende spontaneamente. Pratica e meta non sono separate: la pratica è la manifestazione concreta e ininterrotta dell'illuminazione. Chi realizza la vera realtà non abbandona la zattera; proprio allora comincia la pratica autentica, libera da scopi e da attese di guadagno spirituale.

La polemica fu in buona parte unilaterale: Dahui accusava il «silenzio» di scivolare nella quiete inerte, mentre i due maestri mantennero rapporti di stima reciproca. Le loro posizioni andrebbero lette meno come scuole chiuse e più come due accentuazioni di una stessa tradizione.

Il paradosso della pratica, il superamento dell'io e il non-dualismo

La riflessione chán sulla pratica svela un paradosso che sorge inevitabilmente quando a meditare è chi non è ancora illuminato. Se l'esercizio è mosso dal desiderio di un beneficio personale — la calma psicofisica, poteri straordinari o l'illuminazione stessa — la meditazione cade in una trappola sottile. Diventa una forma di egoismo spirituale che, anziché dissolvere l'identità individuale, la rafforza.

Per sciogliere questa aporia si può distinguere tra una meditazione propedeutica e una meditazione autentica. La prima, praticata da chi è ancora prigioniero delle proprie attese, è inevitabile ma carica di insidie. La seconda comincia soltanto quando l'io «cade», cioè quando svanisce l'illusione di un soggetto che agisce e consegue. La distinzione si chiarisce alla luce di tre cardini dottrinali: l'assenza di un sé autonomo e permanente (anātman), l'impermanenza (anitya) e la produzione condizionata (pratītyasamutpāda). Se l'individuo non ha un'essenza sostanziale ma è un flusso di aggregati interdipendenti, concepire la meditazione come una via di salvezza privata è un errore di prospettiva.

Lo scarto emerge con nettezza nel confronto tra due ideali. L'arhat delle scuole antiche persegue la propria liberazione dal ciclo delle rinascite. Il bodhisattva del Mahāyāna fonda la propria esistenza su due pilastri inseparabili: la saggezza (prajñā), che penetra la vacuità di ogni fenomeno, e la compassione (karuṇā). Egli rinuncia a entrare definitivamente nel nirvāṇa per restare nel mondo e cooperare alla liberazione di tutti gli esseri, e così l'ascesi si trasforma da ricerca solitaria in atto radicalmente altruistico.

Il culmine di questo orizzonte è il principio della non-dualità (advaya): la realtà ultima non si lascia scomporre in coppie di opposti come puro e impuro, saṃsāra e nirvāṇa, soggetto e oggetto. La scuola Madhyamaka di Nāgārjuna ne diede la formulazione filosofica; il Vimalakīrti Nirdeśa ne offrì l’immagine più celebre. Nel nono capitolo del sūtra alcuni bodhisattva spiegano a turno come si entra nella «porta del non-due», e Mañjuśrī conclude che essa sta al di là di ogni parola. Quando chiede a Vimalakīrti la sua risposta, questi tace: il suo silenzio mostra che la non-dualità non si può spiegare, ma solo realizzare. Il chán giudica il pensiero discorsivo, con le sue opposizioni binarie e il principio di non contraddizione, inadatto a cogliere la natura ultima del reale. Per alludere all'esperienza non-duale i maestri ricorrono a formule volutamente paradossali: le polarità «non sono due, ma neppure una», «non sono uguali, ma neppure diverse». Applicata al rapporto tra pratica e illuminazione, questa dialettica impedisce sia di separarle in un nesso causale nel tempo, sia di appiattirle in un'identità indistinta. Ciò che si chiede è un'intuizione diretta, che oltrepassi le categorie dell'intelletto.

Immanenza del chán e mistica occidentale

Un confronto tra la via del chán e le tradizioni occidentali rivela analogie formali suggestive, ma anche una divergenza ontologica di fondo. Sul piano formale, il chán risuona con alcune correnti della mistica speculativa europea e con l'idea greca, e in particolare platonica, della filosofia come farmaco e cura dell'anima. In entrambi i casi affiora l'idea di una perfezione originaria dimenticata, da ritrovare attraverso un cammino di purificazione o di anamnesi.

La scissione decisiva riguarda però la polarità tra trascendenza e immanenza. La teologia e gran parte della mistica occidentale presuppongono un io consistente, che entra in relazione, in tensione o in unione con un Dio trascendente, personale o comunque altro dal soggetto. Il chán propone invece un percorso rigorosamente immanente: non c'è un Dio esterno da cercare o da invocare, perché la natura di Buddha è già interamente presente nell'individuo e coincide con la realtà ultima di ogni fenomeno.

La distinzione va tuttavia maneggiata con cautela. La mistica apofatica — da Dionigi l'Areopagita a Meister Eckhart, che parla di un «distacco» in cui l'anima si svuota di sé e di un «fondo» comune all'anima e a Dio — tende anch'essa a dissolvere l'io e a superare la dualità tra creatura e Creatore. Proprio per questo Eckhart è stato l'interlocutore privilegiato del dialogo con lo zen, da D.T. Suzuki alla Scuola di Kyōto. Resta però una differenza: nella mistica cristiana lo svuotamento è risposta alla grazia di un Dio che rimane, in ultima istanza, l'Altro.

Da qui discende un'opposta concezione della soggettività. Il pensiero occidentale ha orientato a lungo la propria etica e la propria psicologia verso la conoscenza e il consolidamento del sé, compendiati nel precetto delfico «conosci te stesso». Il chán esige invece la decostruzione dell'ego. Il suo fine non è un soggetto risanato da contrapporre al mondo o alla divinità, ma la comprensione che l'io è un'architettura illusoria, prodotta dal continuo aggregarsi e disgregarsi di fattori condizionati. La meditazione non è dunque uno strumento per affermare o proteggere l'identità personale. È l'esperienza immediata dell'immanenza, della vacuità e dell'interdipendenza di tutto ciò che esiste.

- Rev. Dr. Luca Vona