Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 20 giugno 2022

Vito Mancuso. Vaticano e rapporti prematrimoniali

L’aveva già intuito la Bibbia ebraica usando il verbo “conoscere” come sinonimo di “unirsi sessualmente”. Si legge infatti in Genesi 4,1: “Adamo conobbe Eva sua moglie che concepì e partorì”. Vale a dire: si giunge a conoscere veramente una persona, al punto da scegliere responsabilmente di volerla compagna di vita per tutta l’esistenza, solo se prima la si conosce nell’integralità del suo corpo e nella completezza del carattere e della personalità quali si rivelano anche nel rapporto sessuale. Niente completezza dei rapporti sessuali, niente completezza della conoscenza. Adamo infatti conobbe Eva non prima del rapporto sessuale, ma “nel” rapporto sessuale. Ed è un vero peccato che questa antica sapienza biblica, trasmessa non solo nel testo citato della Genesi ma anche dal libro del “Cantico dei cantici”, dopo duemilacinquecento anni non sia stata ancora recepita dal Magistero della Chiesa cattolica, come appare nel modo più esplicito e più deludente dal documento vaticano pubblicato ieri, opera del “Dicastero per i laici, la famiglia e la vita”, intitolato “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale” e che rispecchia alla perfezione il pensiero di Papa Francesco.

Il documento si apre con una Prefazione del Pontefice che dichiara lo scopo perseguito: quello di offrire un articolato percorso di preparazione al matrimonio che viene detto “catecumenato”, classico termine del gergo ecclesiastico che tradizionalmente rimanda al periodo di preparazione di coloro che si apprestano a ricevere il battesimo, detti appunto “catecumeni”. La Chiesa già da tempo prevede corsi di preparazione al matrimonio, ma per Papa Francesco non sono sufficienti e per questo intende istituire “un nuovo catecumenato in preparazione al matrimonio”. Secondo il Papa questo nuovo catecumenato è necessario perché a causa dell’attuale preparazione troppo superficiale “le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da sfaldarsi in poco tempo”. Constatazione che, a giudicare dal grande lavoro della Rota Romana che non cessa di dichiarare nulli matrimoni durati anni e soprattutto dal numero impressionante di separazioni e di crisi coniugali, non resta che condividere del tutto. 

Ma per provare ad arginare la frana progressiva dei matrimoni, la scelta di Papa Francesco non è di tipo lassista abbassando il livello di quanto è necessario per dichiararsi sposi cristiani, ma al contrario è all’insegna di un rinnovato e più responsabile impegno. D’ora in avanti chi vorrà sposarsi in chiesa dovrà sottoporsi a un cammino lungo e articolato che prevede tre tappe: 1) un periodo di preparazione remota, prossima e immediata al matrimonio; 2) un particolare modo di celebrare le nozze; 3) un accompagnamento della comunità cristiana nei primi anni di vita coniugale. Insomma: se fino a oggi chi voleva sposarsi in chiesa se la cavava con qualche serata in parrocchia, da domani dovrà prevedere un periodo di preparazione e di accompagnamento di alcuni anni. Si tratta della prospettiva giusta per mettere fine alla diminuzione crescente dei matrimoni in chiesa e all’aumento ancora più crescente delle separazioni e dei divorzi? Ovviamente nessuno lo sa, ma quanto mi sento di dire è che è ammirabile il desiderio di non fare sconti e di rilanciare la preziosità dell’impegno che il matrimonio richiede.

Rimane però, assai grave, l’incapacità della Chiesa cattolica di comprendere la sessualità. Papa Francesco in questo non si distingue dai suoi predecessori, visto che non recepisce per nulla le posizioni più avanzate di alcuni teologi e di alcuni vescovi e soprattutto della Bibbia. Secondo lui “la castità insegna ai nubendi i tempi e i modi dell’amore vero, delicato e generoso”, perché “solo quando un amore è casto, è veramente amore”. Egli ritiene infatti, come scrisse in un documento del 2020 (Patris corde, n. 7) citato dal documento pubblicato ieri, che “l’amore che vuole possedere, alla fine diventa pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici”. Ma è veramente così?

Io non penso che, per risultare eticamente lecito, il sesso debba essere esercitato unicamente all’interno del matrimonio. Penso al contrario che vi possano essere forme di esercizio della sessualità eticamente lecite che prescindono dal vincolo matrimoniale. Qualcuno potrebbe obiettare che pressoché tutte le religioni condannano la sessualità al di fuori del matrimonio, ma la risposta è che esse si sono formate in epoche assai lontane in cui la struttura sociale era molto diversa rispetto a oggi, epoche in cui l’individuo contava ben poco rispetto alla tribù e alla famiglia e in cui i matrimoni non rispondevano a una logica di conoscenza reciproca e di amore personale ma erano piuttosto un evento sociale deciso da altri, non dagli sposi. L’età di costoro inoltre, in particolare delle donne, era molto inferiore rispetto agli usi attuali (la Madonna per esempio aveva dodici, quattordici anni al massimo), così che il matrimonio veniva a coincidere con l’ingresso nella pubertà e con il sorgere del desiderio sessuale. Ne consegue che il sesso al di fuori del matrimonio significava o adulterio o pedofilia, ed è per questo che tutte le tradizioni religiose condannano i rapporti prematrimoniali.

Oggi però la situazione è del tutto mutata, oggi al matrimonio si arriva molto più avanti nell’età, almeno a trenta, più volte a quaranta, e soprattutto con altre attese, date dal fatto che l’individuo non considera più la sua esistenza come totalmente al servizio della struttura familiare, ma come un fine in se stessa. È per questo che oggi risulta insensato condannare i rapporti prematrimoniali. Al contrario, quando esiste un impegno reciproco di due persone che si nutre di affetto, sincerità, stima, desiderio di futuro, è impossibile non considerare quanto l’unione sessuale favorisca la loro conoscenza e intesa reciproca. È questo il vero “catecumenato”: una conoscenza integrale e responsabile dell’altro, di sé, e della qualità dell’armonia fisica, psichica e spirituale che ne scaturisce. - Vito Mancuso, "Vaticano e rapporti prematrimoniali", La Stampa, 16 giugno 2022

Il teologo Vito Mancuso


1 Minute Gospel. The difference between looking and seeing

Reading

Matthew 7:1-5

“Do not judge, or you too will be judged. 2 For in the same way you judge others, you will be judged, and with the measure you use, it will be measured to you.
3 “Why do you look at the speck of sawdust in your brother’s eye and pay no attention to the plank in your own eye? 4 How can you say to your brother, ‘Let me take the speck out of your eye,’ when all the time there is a plank in your own eye? 5 You hypocrite, first take the plank out of your own eye, and then you will see clearly to remove the speck from your brother’s eye.

Comment

Jesus' exhortation not to judge does not consist in not recognizing the errors of others, but in not judging them in an arrogant way, ignoring the fallibility and the very weakness of those who judge. The disciple is therefore called to discernment, with righteousness and prudence. A little further on, in fact, Jesus warns the disciples of false prophets and invites them to judge them by their fruits (Mt 7:15); while in the Gospel of Luke, Jesus reproaches the ability to know how to evaluate the meteorological signs but not to be able to recognize the signs of the times, judging what is right (Lk 12,54-56).

The Greek verb relating to observing the sawdust, blepo, simply indicates "to see", we could say "to look", which is a more superficial action than "to see carefully", indicated by the verb diablepo, in reference to noticing the plank. The capacity for a correct judgment depends on knowing how to discern the human soul in depth. Therefore, Jesus invites us not to judge according to appearances (cf. Jn 7:24), because only God can judge man's heart and deep intentions.

The appellation of "hypocrite", previously addressed to the scribes and Pharisees, is now addressed to the disciple who is concerned about the errors of others, even if small (the sawdust), ignoring his own, much larger ones (the beam). Showing zeal for the correction of others and permissiveness towards oneself puts us out of the mercy of God that will be offered to us in the measure with which we measure our neighbor (v. 1).

Accepting others for what they are and not for what we would like them to be, and recognizing ourselves for what we are, is the starting point for a journey of spiritual growth. Only by starting from the truth of our falls and our wounds will we be able to make room, in ourselves and in others, for the gift of grace that justifies and makes holy in the eyes of God.

Prayer

Give us, o Lord, the humility to recognize the truth of our fragile human condition; so that we can judge with righteousness and mercy. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona



Fermati 1 minuto. La differenza tra guardare e vedere

Lettura

Matteo 7,1-5

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

Commento

L'esortazione di Gesù a non giudicare non consiste nel non riconoscere gli errori degli altri, ma nel non giudicarli in modo arrogante, ignorando la fallibilità e la debolezza stessa di chi giudica. Il discepolo è dunque chiamato al discernimento, con rettitudine e prudenza. Poco più avanti, infatti, Gesù mette in guardia i discepoli dai falsi profeti e li invita a giudicarli dai frutti (Mt 7,15); mentre nel Vangelo di Luca, Gesù rimprovera la capacità di saper valutare i segni metereologici ma di non saper riconoscere i segni dei tempi, giudicando ciò che è giusto (Lc 12,54-56).

Il verbo greco relativo all'osservare la pagliuzza, blepo, indica semplicemente il "vedere", potremo dire il "guardare", che è azione più superficiale del "vedere attentamente", indicato dal verbo diablepo, in riferimento all'accorgersi della trave. La capacità di un retto giudizio dipende dal saper discernere in profondità l'animo umano. Gesù invita, dunque, a non giudicare secondo le apparenze (cfr. Gv 7,24), perché solo Dio può giudicare il cuore e le intenzioni profonde dell'uomo.

L'appellativo di "ipocrita", rivolto in precedenza agli scribi e ai farisei, è indirizzato ora al discepolo che si preoccupa degli errori altrui, anche se piccoli (la pagliuzza), ignorando i propri, ben più grandi (la trave). Mostrare zelo per la correzione degli altri e permissivismo verso se stessi pone fuori dalla misericordia di Dio che ci sarà offerta nella misura con cui misureremo il nostro prossimo (v. 1).

Accettare gli altri per quello che sono e non per quello che vorremmo che fossero, riconoscere noi stessi per quello che siamo, è il punto di partenza per un cammino di crescita spirituale. Solo partendo dalla verità dei nostri inciampi e delle nostre ferite potremo fare spazio, in noi e negli altri, al dono della grazia che giustifica e rende santi agli occhi di Dio.

Preghiera

Donaci, Signore, l'umiltà per riconoscre la verità della nostra fragile condizione umana; affinché possiamo giudicare con rettitudine e misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 18 giugno 2022

L'amore fraterno, principio della comunione con Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, che sei la forza di tutti coloro che ripongono la loro fiducia in te; accetta misericordioso le nostre preghiere; e poiché per la debolezza della nostra natura umana, non possiamo compiere nessuna cosa buona senza di te, concedici l’aiuto della tua grazia, affinché conservando i tuoi comandamenti, possiamo compiacerti con i nostri desideri e la nostra volontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 4,7-21; Lc 16,19-31

Commento

“Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7) afferma l’apostolo Giovanni. L’amore ci fa rinascere da Dio, ripristina la nostra immagine e somiglianza con lui; ci rende possibile conoscerlo, non con l’intelletto, ma per esperienza diretta della sua stessa natura.

A volte pensiamo che Dio sia un enigma da risolvere; per lungo tempo, in passato, si è intavolata un’affascinante discussione circa le “prove” sull’esistenza di Dio. Ma anche quando saremo riusciti a dimostrare la sua esistenza, a cosa ci gioverà se non ne comprenderemo l’essenza e non condivideremo la comunione con la sua natura divina?

Dio non è una conclusione, una costruzione della nostra mente. Nessuno lo ha mai visto (1 Gv 4,12) ma l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre, è colui che l’ha fatto conoscere (Gv 1,18). È Cristo il libro aperto, la parola vivente che ci parla di Dio, con tutta la sua vita. “Mosè […] ha scritto di me” (Gv 5,46) afferma Gesù, e questa fu la fede degli apostoli: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti” (Gv 1,45). 

L’esperienza di Dio non è nemmeno la ricerca del prodigio a tutti i costi. Taluni sono portati a credere che la fede debba scaturire dall’irrompere di fenomeni straordinari nelle nostre vite. Ma l’ammonizione di Abramo al ricco, che si è privato della fonte di ogni bene, è chiara: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti” (Lc 16,31). Anche il Risorto, sulla via di Emmaus, rimprovera ai discepoli di essere insensati e tardi di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno detto (Lc 24,25).

L’ascolto delle Scritture è dunque il primo passo per conoscere Dio e riconoscere Gesù come il Signore. Ma non sono sufficienti l’ascolto e la professione di fede fatta con le labbra. Giovanni ci dice che chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio (1 Gv 4,15). Confessare è qualcosa di più che credere o professare. Significa riflettere con le nostre azioni, testimoniare con la vita ciò in cui crediamo. Chissà quante volte il ricco alle cui porte stava Lazzaro aveva ascoltato le Scritture. Eppure la sua coscienza non fu scalfita dai numerosi richiami a soccorrere il povero che si trovano nella legge mosaica, nei salmi e nei libri profetici.

La carità fraterna è ciò che fa realmente la differenza. Giovanni è molto chiaro nel dire che risiede proprio in essa ciò che realizza la comunione con Dio: “chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16). Senza la fede, che diventa sequela di Cristo, è inutile illuderci di possedere la comunione con Dio, quasi come un automatismo della partecipazione ai sacramenti. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “chiunque mangia di questo pane o beve del calice indegnamente sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore […] poiché chi ne mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore” (1 Cor 11,27.29). Il corpo mistico del Signore è la sua Chiesa, e chi trascura il fratello nel bisogno trascura le membra stesse del corpo del Signore.

Nel racconto del povero Lazzaro vediamo che i cani randagi hanno più pietà di lui di quanta ne mostri il ricco, il quale banchetta senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ma l’abisso di indifferenza che quest’uomo crea nel proprio cuore nel corso della sua vita terrena sarà lo stesso che lo separerà dalla sorte beata di Lazzaro nella vita ultraterrena: “tra noi e voi è posto un grande baratro” (Lc 16,26).

Il salmo 49 paragona “l’uomo che vive nell’onore senza avere intendimento” alle bestie che si avviano, ignare, al macello (Sal 49,12.14.20). L’avidità, l’indifferenza, scavano un abisso nel cuore dell’uomo. Al contrario, l’amore fraterno dilata il cuore e lo riempie dello spirito di Dio. E l’amore caccia anche via la paura (1 Gv 4,18): paura del giudizio di Dio, paura della morte, paura delle nostre cadute. Il discepolo di Gesù, infatti, ama non per accumulare meriti, né per paura del castigo; il suo non è l’amore del servo per il padrone, né quello del mercenario per colui che lo ha ingaggiato. È la risposta all’amore che Dio ci ha donato per primo (1 Gv 4,19). Ed è il tratto distintivo del vero dal falso discepolo: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’autorità e la credibilità nella Chiesa risiedono nella fede in Cristo, e questa è espressa dal principio della carità fraterna.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 15 giugno 2022

1 Minute Gospel. Don't burn in vain

Reading

Matthew 6:1-6.16-18

1 “Be careful not to practice your righteousness in front of others to be seen by them. If you do, you will have no reward from your Father in heaven.
2 “So when you give to the needy, do not announce it with trumpets, as the hypocrites do in the synagogues and on the streets, to be honored by others. Truly I tell you, they have received their reward in full. 3 But when you give to the needy, do not let your left hand know what your right hand is doing, 4 so that your giving may be in secret. Then your Father, who sees what is done in secret, will reward you.
5 “And when you pray, do not be like the hypocrites, for they love to pray standing in the synagogues and on the street corners to be seen by others. Truly I tell you, they have received their reward in full. 6 But when you pray, go into your room, close the door and pray to your Father, who is unseen. Then your Father, who sees what is done in secret, will reward you.
16 “When you fast, do not look somber as the hypocrites do, for they disfigure their faces to show others they are fasting. Truly I tell you, they have received their reward in full. 17 But when you fast, put oil on your head and wash your face, 18 so that it will not be obvious to others that you are fasting, but only to your Father, who is unseen; and your Father, who sees what is done in secret, will reward you.

Comment

Prayer, almsgiving, and fasting are the three great duties of the Christian, who is called not only to abstain from evil but also to do good and to be perfect: "Be perfect, therefore, as your heavenly Father is perfect" (Mt 5:48).

Through prayer we serve God with our souls; fasting we serve Him with our body and doing works of charity, with our goods. Jesus teaches us how we must practice almsgiving, prayer, and fasting, putting us on guard against the attitude of the scribes and Pharisees of all times, who exploit religiosity to obtain praise and consent.

Prayer, works of charity, and penance can open us to God and neighbor if they do not represent the will to save ourselves and the search for admiration. Prayer and pious works done with hypocrisy not only get us nothing from God but become an occasion for sin.

Almsgiving, far from being something "extraordinary", such as to make us proudly sound the trumpet, is an act of natural justice towards the poor, even more than a virtue: it consists in giving them those goods they need and of which we have been constituted by God not as exclusive owners but as simple administrators.

Jesus recognizes the great importance of personal prayer, done in secret. He himself is frequently described in the Gospels as he prays in lonely places. The Pharisees, on the contrary, prefer to pray in synagogues and on street corners, "standing upright": an appropriate position for the Christian (see Mk 11:25 where the use of the Greek word estotes indicates the upright posture), although is to be preferred kneeling for its numerous testimonies in the Gospels (Lk 22:41; Acts 7:60; Eph 3:14).

The standing of the Pharisees indicates their self-confidence before God. Jesus' recommendation not to use too many words when we pray must lead us to a prayer that is animated by trust in the Lord (who knows every our need) and to the full involvement of all our faculties: intellectual, emotional, and spiritual. When we turn to God, a single word that springs from the depths of the heart is worth more than all the words in the world, and the most beautiful words are worth nothing if it is not the heart that speaks. However, Jesus does not condemn repetitions in prayer but only the use of "vain" words, pronounced in a mechanical way. He himself prays in Gethsemane repeating the same words (Mt 26:44). The invitation to the simplicity of prayer is not even in contrast with the perseverance and insistence which Jesus invites us elsewhere (Lk 11:1-8). He himself "went out to a mountainside to pray, and spent the night praying to God" (Lk 6:12). When we pray, then, we are never alone, in fact, "the Spirit helps us in our weakness. We do not know what we ought to pray for, but the Spirit himself intercedes for us through wordless groans" (Rom 8:26).

The words about fasting testify to a practice that was common in late Judaism and is fully part of the Christian's spiritual life. Fasting is amply attested in the New Testament: Anna "never left the temple but worshiped night and day, fasting and praying" (Lk 2:37); the disciples lay their hands on Barnabas and Saul "after they had fasted and prayed" (Acts 13:3). But Jesus warns us not to practice fasting as a mere "physical exercise" with the pretense of demonstrating our justice to men. Fasting of the body is useless and is indeed counterproductive if instead of purifying our soul is the occasion to boast ourselves. We are then called to fast with joy, showing us happy faces and perfuming our heads. On the other hand, what does true fasting represent if we do not give up a part of ourselves to obtain from God that reward which is himself?

Giving alms, praying, and fasting, as Jesus teaches us, far from simply giving "something" (our goods, our affections, our time) means giving ourselves to God, in that "spiritual worship" which the apostle Paul calls us (Rom 12:1). We who are dust in which God has blown his breath of life are called to return to ashes only after having burned with ardor, consuming ourselves for God and for our neighbor; until everything is finished (Jn 19:30).

Prayer

Teach us to give ourselves, o Lord, as a sacrifice pleasing to you; so that we can grow in holiness in your eyes and receive your salvation as a pledge. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona



Fermati 1 minuto. Non bruciare invano

Lettura

Matteo 6,1-6.16-18

1 «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli.
2 Quando dunque fai l'elemosina, non far suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. 3 Ma quando tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, 4 affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. 5 «Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. 6 Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. 16 «Quando digiunate, non abbiate un aspetto malinconico come gli ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. Io vi dico in verità: questo è il premio che ne hanno. 17 Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, 18 affinché non appaia agli uomini che tu digiuni, ma al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

Commento

La preghiera, l'elemosina e il digiuno sono i tre grandi doveri del cristiano, il quale è chiamato non solo ad astenersi dal male ma anche a fare il bene e ad essere perfetto: "Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48). 

Mediante la preghiera serviamo Dio con la nostra anima; digiunando, con il nostro corpo e compiendo le opere di carità, con i nostri beni. Gesù ci insegna come dobbiamo praticare l'elemosina, la preghiera e il digiuno, mettendoci in guardia dall'atteggiamento degli scribi e dei farisei di ogni tempo, i quali strumentalizzano la religiosità per ottenere lodi e consenso. 

La preghiera, le opere di carità e la penitenza possono aprirci a Dio e al prossimo se non rappresentano la volontà di salvarci da soli e la ricerca di ammirazione. La preghiera e le opere di pietà fatte con ipocrisia non solo non ci ottengono nulla da Dio ma diventano occasione di peccato. 

L'elemosina, lungi dall'essere qualcosa di "straordinario", tale da farci suonare orgogliosamente la tromba, è un atto di giustizia naturale verso i poveri, prima ancora che una virtù: consiste infatti nel donare loro quei beni di cui hanno bisogno e dei quali noi siamo stati costituiti da Dio non come proprietari esclusivi ma semplici amministratori.

Gesù riconosce una grande importanza alla preghiera personale, fatta nel segreto. Egli stesso è descritto di frequente nei vangeli mentre prega in luoghi solitrari. I farisei, al contrario, preferiscono pregare nelle sinagoghe e agli angoli delle strade, "stando ritti": una posizione appropriata per il cristiano (si veda Mc 11,25 dove l'utilizzo della prola greca estotes indica la postura eretta), ma alla quale è da preferirsi quella in ginocchio per le sue numerose attestazioni nei Vangeli (Lc 22,41; At 7,60; Ef 3,14).

Lo stare ritti dei farisei indica la loro sicurezza di sé davanti a Dio. La raccomandazione di Gesù a non usare troppe parole quando preghiamo deve portarci a una preghiera che sia animata dalla fiducia nel Signore, che conosce ogni nostra necessità, e a un pieno coinvolgimento di tutte le nostre facoltà: intellettive, affettive e spirituali. Quando ci rivolgiamo a Dio, una sola parola che sgorga dal profondo del cuore vale più di tutte le parole del mondo, e le più belle parole non valgono nulla se non è il cuore a parlare. Tuttavia Gesù non condanna le ripetizioni nella preghiera ma solo l'utilizzo di parole "vane", pronunciate in maniera meccanica. Egli stesso prega nel Getsèmani ripetendo le stesse parole (Mt 26,44). L'invito alla semplicità della preghiera non è nemmeno in contrasto con la perseveranza e l'insistenza cui Gesù ci invita altrove (Lc 11,1-8). Egli stesso "se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione" (Lc 6,12). Quando preghiamo, poi, non siamo mai soli, infatti "lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili" (Rm 8,26).

Le parole sul digiuno testimoniano una pratica che era comune nel tardo giudaismo e rientra pienamente nella vita spirituale del cristiano. Il digiuno è attestato ampiamente nel Nuovo Testamento: Anna "non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere" (Lc 2,37); i discepoli impongono le mani su Barnaba e Saulo "dopo aver digiunato e pregato" (At 13,3). Ma Gesù ci mette in guardia dal praticare un digiuno come mero "esercizio fisico" con la pretesa di dimostrare la nostra giustizia agli uomini. Il digiuno del corpo non serve a nulla, ed è anzi controproducente, se anziché purificare la nostra anima la rende gonfia di sé. Siamo poi chiamati a digiunare con gioia, mostrandoci lieti in volto e profumando il nostro capo. D'altra parte cosa rappresenta il vero digiuno se non rinunciare a una parte di noi stessi per ottenere da Dio quella ricompensa che è egli stesso?

Fare l'elemosina, pregare, digiunare, così come ci insegna Gesù, lungi dal dare semplicemente "qualche cosa" (i nostri beni, i nostri affetti, il nostro tempo) significa dare noi stessi a Dio, in quel "culto spirituale" cui ci chiama l'apostolo Paolo (Rm 12,1). Noi che siamo terra in cui Dio ha soffiato il suo alito di vita siamo chiamati a ritornare cenere solo dopo aver bruciato con ardore, consumandoci per Dio e per il nostro prossimo; finché tutto sarà compiuto (Gv 19,30).

Preghiera

Insegnaci a donarci, Signore, come sacrificio a te gradito; affinché possiamo crescere in santità ai tuoi occhi e ricevere in pegno la tua salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona