Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 11 novembre 2021

Fermati 1 minuto. Attraverso le buie strade della storia

Lettura

Luca 17,20-25

20 Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: 21 «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!». 22 Disse ancora ai discepoli: «Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. 23 Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. 24 Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. 25 Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione.

Commento

I farisei credono che il trionfo del Messia sarà immediato. Essi lo attendono come colui che capolvolgerà l'impero dei dominatori romani, per stabilire il suo regno millenario. Anche i primi cristiani attendevano il ritorno di Cristo e rimasero turbati dal suo ritardo, mentre infuriavano le persecuzioni da parte dei romani e dei giudei. 

Ma il programma di Cristo è completamente differente. Egli inaugura un'era in cui Dio governerà sui cuori mediante la fede. Tale regno non sarà confinato a una particolare area geografica, né visibile direttamente agli occhi umani. Verrà silenziosamente, invisibilmente, attraverso le strade buie e tormentate della storia, senza la grandiosità associata all'instaurazione di un re terreno.

«Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36), afferma Gesù. Il suo potere è sulle coscienze e  provoca una rivoluzione nei cuori, prima ancora che nella società civile.

Il regno di Dio è dentro e tra di noi. Non dobbiamo guardare a tempi lontani o luoghi remoti: è adesso, in mezzo a noi; è un regno spirituale, un principio interiore. 

Il regno di Dio si manifesta nella totale resa dell'uomo alla volontà del Padre, con la "nuda fede" nella sua azione salvifica, che squarcia con la sua luce le tenebre del peccato. A volte anche noi possiamo essere scoraggiati perché non vediamo segni di progresso "eclatanti" nella nostra vita spirituale. Ma nella croce di Cristo, che egli richiama in questo discorso, sappiamo che egli ha lavato i nostri peccati nel suo sangue e ha vinto per sempre il principe di questo mondo. 

Possiamo a ragione innalzare un inno di lode: "hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra»" (Ap 5,9-10).

Preghiera

Signore, noi ti offriamo i nostri cuori affinché tu possa renderci partecipi della crescita silenziosa del tuo regno in mezzo a noi. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 10 novembre 2021

Leone Magno. In piedi sulle rovine dell'Impero

Il 10 novembre, i cattolici d'occidente, gli anglicani e i luterani celebrano la memoria di Leone Magno.

Nell'anno 461 muore a Roma papa Leone I, chiamato dai posteri «Magno» per l'ampio respiro della sua azione pastorale e dei suoi pronunciamenti teologici. Originario di Roma, o forse dell'Etruria, Leone visse in un periodo di gravi conflitti e di forti instabilità politiche in Oriente come in Occidente. Eletto diacono della chiesa di Roma, egli fu spesso chiamato a ricomporre contese e divisioni di ogni sorta, e la sua opera di pace gli valse l'elezione a papa nel 440 da parte del clero e del popolo della città. Predicatore sapiente ed esigente, Leone seppe intervenire nelle controversie teologiche cercando sempre vie di riconciliazione e riconducendo al vangelo le fazioni contrapposte. Fu coinvolto negli animati dibattiti cristologici del V secolo, seguiti alla condanna degli insegnamenti di Nestorio, e i suoi pronunciamenti, scritti sotto forma di lettera al patriarca di Costantinopoli Flaviano, divennero la base della fede proclamata dai padri riuniti in concilio a Calcedonia nel 451. In essi Leone parlò con semplicità e franchezza evangeliche dell'umiltà di Gesù, vero Dio fattosi vero uomo a motivo della sua compassione per le sue creature. Negli scritti di Leone Magno emerge un costante annuncio gioioso della salvezza cristiana attraverso la partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Nessun uomo, afferma Leone, deve sentirsi escluso dalla vocazione a entrare nella nuova umanità escatologica di cui Cristo è la primizia. Negli ultimi anni del suo pontificato egli difese Roma dagli Unni, trattando personalmente con il re Attila, e ottenne dai Vandali, entrati ormai nell'Urbe, che non incendiassero la città e non uccidessero i suoi abitanti.

Tracce di lettura

Ringraziamo, o amatissimi, Dio Padre mediante il suo Figlio nello Spirito santo, lui che, «per la grande carità con cui ci ha amati, ha avuto compassione di noi, e mentre eravamo morti a causa del peccato, ci ha fatti rinascere in Cristo», per essere in lui una nuova creatura e da lui nuovamente plasmati. «Spogliamoci perciò dell'uomo vecchio con le sue azioni», e una volta divenuti partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne.
Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, divenuto partecipe della natura divina, non voler ricadere nell'antica abiezione con una vita indegna. Ricordati del tuo capo e di quale corpo tu sei membro. Rammentati che tu, strappato dal potere delle tenebre, sei stato inserito nella luce e nel regno di Dio. Mediante il sacramento del battesimo sei divenuto tempio dello Spirito santo: non cacciar via da te con azioni perverse un ospite tanto grande. (Leone Magno, Sermone I sul Natale del Signore 3,1-3)

- Dal martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Consacrati nella verità

Lettura

Giovanni 17,11-19

11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
12 Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.

Commento

La morte di Gesù esporrà i discepoli alla tentazione e all'odio del mondo, ma essi saranno custoditi da Dio e potranno sperimentare la stessa unità che rappresenta la vita trinitaria (v. 11).

Gesù chiede al Padre per i suoi discepoli la pienezza della gioia (v. 13). Il credente gioisce in Cristo di una gioia duratura, che non appassice come la gioia che dà il mondo.

Vi è una chiara somiglianza tra la richiesta di Gesù al Padre, in questa preghiera, di custodire i discepoli dal maligno (v. 15) e l'ultima petizione del Padre nostro.

L'idea della consacrazione (v. 17) rappresenta il mettere a parte qualcosa per un uso specifico. I credenti sono messi a parte da Dio per diventare annunciatori del vangelo. La santificazione non comporta l'isolamento dei discepoli dal mondo ma la loro missione verso il mondo. Gesù santifica se stesso (v. 19) compiendo totalmente la volontà del Padre.

I ministri dell'antico patto, i sacerdoti leviti, erano santificati con il sangue di tori e di capri, ma i ministri del vangelo sono consacrati dal sacrificio di Cristo (Ap 5,9-10).

Sapere che Gesù intercede per noi, che siamo presenti nella sua preghiera, ci fa vivere con la consapevolezza di essere custoditi dal suo amore. Custodire è diverso da possedere. Dio non soffoca la nostra libertà, ma ci accompagna, tra le difficoltà del mondo, in una relazione di amore, ponendo il nostro agire nella quotidianità sotto la sua benedizione.

Preghiera

Signore Gesù, incorporati per fede nel tuo sacrificio di salvezza, ci hai resi sacerdoti per il nostro Dio; la nostra vita sia trasformata in un dono prezioso mediante la tua benedizione. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 9 novembre 2021

Fermati 1 minuto. Pietre vive

Lettura

Giovanni 2,13-22

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Commento

Giovanni utilizza questa sezione sulla purificazione del Tempio per rafforzare il tema principale del suo Vangelo: la presentazione di Gesù come il Messia promesso e Figlio di Dio. Troviamo qui la prima delle tre festività di Pasqua presentate dall'evangelista.

La Pasqua ebraica si celebrava il quattordicesimo giorno del mese lunare di Nisan (che cade tra fine Marzo e inizio Aprile), come memoriale della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. In quell'occasione l'angelo della morte, inviato a punire gli oppressori, passò oltre le case dei giudei, segnate con il sangue di un agnello.

La partecipazione di Gesù alla Pasqua nella città di Gerusalemme rientrava tra gli obblighi per ogni ebreo maschio devoto, dai dodici anni in su. Ebrei da tutto Israele e dalle province romane giungevano a Gerusalemme ogni anno per la celebrazione di questa festività; era dunque disagevole per molti condurre con sé gli animali per il sacrificio, che venivano venduti da diversi mercanti nel cortile esterno del Tempio, probabilmente con considerevole profitto.

Buoi, pecore e colombe erano gli animali utilizzati per i sacrifici. Le colombe erano offerte dalle persone più povere.

I cambiavalute lucravano sullo scambio delle monete straniere con la valuta di Tiro, affinché i pellegrini potessero pagare la tassa dovuta al Tempio da tutti gli ebrei maschi dai diciannove anni in su (Es 30,11-16; Ne 10,33).

La speculazione commerciale che si era creata intorno alla festività della Pasqua sucita il duro rimproverò di Gesù, che apostrofa venditori e cambiavaluti definendoli "spelonca di ladri" (Mt 22,13).  Come ammonirà Paolo nella sua lettera a Timoteo (1 Tim 6,5-10) la chiesa cristiana non è esente dal rischio di corrompersi per amore del denaro.

La purificazione del culto di Israele è attribuita al Messia in diversi testi profetici dell'Antico Testamento (Mal 3,1-3; Zc 14,20-21). L'autorità divina di Gesù è espressa dal suo riferirsi a Dio come "Padre mio" (v. 16).

Il verbo utilizzato per indicare lo zelo è letteralmente "mi divorerà" (gr. kataphegetai). Il futuro, che non si trova nel Salmo 69 cui il versetto allude, probabilmente si riferisce all'ostilità che si verrà a creare tra Gesù e i giudei (Mt 5,16-18), ma anche della frattura che si verificherà tra la comunità cristiana e la Sinagoga. La seconda parte dello stesso versetto del salmo 69 - "gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me" - è citata da Paolo (Rm 15,3) e testimonia il carattere messianico che a esso era attribuito dalla chiesa primitiva.

L'affermazione di Gesù sulla ricostruzione del tempio dopo tre giorni è un riferimento alla risurrezione e alla comunità che viene a formarsi intorno a lui dopo la Pasqua. La gloria di Dio che nell'antica alleanza risiedeva nel santuario del Tempio dimora adesso nel corpo di Cristo. La natura divina di Gesù è rimarcata dal fatto che nel Vangelo di Giovanni egli ha da sé il potere di risorgere (v. 19), mentre negli altri testi del Nuovo Testamento è Dio che lo fa risorgere.

Il ricordare (gr. mimneskomai) dei discepoli (v. 17) è un termine che indica nel Vangelo di Giovanni il processo attraverso il quale la comunità, dopo la risurrezione, giunge a vedere in Cristo il compimento delle Scritture.

L'annuncio del nuovo tempio in Cristo risorto attesta che ogni persona umana, abitata da Dio, è sacra e non può diventare oggetto di mercimonio o strumento di profitto.

Gesù, che ha compiuto come primo atto pubblico della sua missione la purificazione del Tempio si attende che chi va a lui si adoperi prima di tutto nel riformare la propria vita e il proprio cuore, affinché ciascuno possa diventare pietra viva del vero tempio di Dio, che non è un edificio, ma la Chiesa come corpo mistico del Cristo risorto.

Preghiera

Purifica i nostri cuori, Signore, affinché possiamo accogliere il tuo Spirito e prendere parte all'edificazione del tempio spirituale della Chiesa. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 8 novembre 2021

Elisabetta della Trinità. "Rimanete in me" comanda il Verbo

La chiesa cattolica ricorda oggi Élisabeth Catez, meglio conosciuta come Elisabetta della Trinità. Nata nel 1880 ad Avor, nei pressi di Bourges, in Francia, Elisabetta trascorse l'infanzia a Digione. Donna dal carattere difficile, profondamente segnata dalla scomparsa del padre quand'era ancora bambina, essa ebbe una gioventù tormentata. In conflitto con la madre che contrastava la sua vocazione religiosa, la ragazza divenne un'eccellente pianista e frequentò gli ambienti dell'alta società, pur custodendo un profondo amore per la vita interiore. 
A ventun anni Elisabetta entrò nel Carmelo, per vivere radicalmente la chiamata a rientrare in quella che lei stessa chiama «la cella del cuore», destinata a divenire dimora della Trinità. La sua vita monastica non fu altro che ricerca dell'inabitazione di Dio nel cuore e nella propria coscienza; Elisabetta cercò di offrire uno spazio materno perché lo Spirito potesse generare in lei il Verbo. Colpita da una grave forma di tubercolosi, visse l'ultimo anno della propria vita sopportando sofferenze atroci. Ma Elisabetta ritrovò proprio nel momento più difficile e angosciante la pace a cui aveva a lungo anelato. Grazie all'assiduità con le Scritture, soprattutto con i testi di san Paolo, essa riuscì a fare della sua croce un cammino di amore senza riserve, come testimoniano i testi dei suoi Ritiri, scritti poco prima di morire. Elisabetta morì l'8 novembre del 1906, appena ventiseienne, dicendo: «Vado alla luce, all'amore, alla vita».

Tracce di lettura

Rimanete in me. È il Verbo di Dio che dà quest'ordine, che esprime questa volontà. Rimanete in me non per alcuni istanti, alcune ore che devono passare, ma rimanete ... stabilmente, abitualmente. Rimanete in me, soffrite in me, lavorate, agite in me. Rimanere in me per donarvi a ogni persona e a ogni cosa, penetrate sempre più in questa profondità. È proprio questa la solitudine in cui Dio vuole attirare l'anima per parlarle. Ma per comprendere questa parola così misteriosa è necessario non fermarsi alla superficie: bisogna penetrare sempre più nell'Essere divino con il raccoglimento. «Mi lancio verso la meta», esclamava Paolo. Così noi dobbiamo discendere ogni giorno in questo sentiero dell'abisso che è Dio, lasciandoci scivolare con fiducia e amore. «L'abisso chiama l'abisso»: laggiù avrà luogo l'impatto divino; è laggiù che l'abisso del nostro nulla, della nostra miseria, incontrerà l'abisso della misericordia, dell'immensità del tutto. È laggiù che troveremo la forza di morire a noi stessi e che, perdendo le nostre sembianze, saremo trasformati in amore. «Beati i morti che muoiono nel Signore». - Elisabetta della Trinità, Il cielo nella fede

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Responsabili e pronti al perdono

Lettura

Luca 17,1-6

1 Disse ancora ai suoi discepoli: «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. 2 È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 4 E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai». 5 Gli apostoli dissero al Signore: 6 «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

Commento

La possibilità di recare scandalo, ovvero di turbare la fede degli altri credenti, è insita nella fragilità della nostra stessa fede. Prima ancora che aver paura di essere noi scadalizzati Gesù ci ammonisce di fare attenzione di non essere scandalo per gli altri: "State attenti a voi stessi!" (v. 3). Le nostre azioni, buone o malvagie, non riguardano semplicemente il nostro rapporto personale con Dio, ma hanno una ricaduta sulla comunità.

A questa ammonizione e al «guai» che la accompagna, Gesù fa seguire subito una raccomandazione sulla pronta disponibilità al perdono, che deve essere illimitata: questo il significato simbolico del numero sette. Gesù invita a rimproverare il fratello e la sorella che sbagliano (Mt 18,15-17), ma chiede di essere sempre pronti al perdono: «se ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai» (vv. 3-4). La correzione e il perdono sono collocati nel discorso della montagna nella prospettiva di un amore preveniente: «amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,44).

L'alto standard richiesto da Gesù per i suoi discepoli li porta a chiedere un accrescimento della loro fede (v. 6). Il perdono, sebbene debba essere frutto di una gratuità istruita dalla stessa grazia di Dio, implica un nostro intimo anelito alla conversione. Gesù ci esorta a aver fede, perché solo la fede, per quanto piccola, può consentirci di superare le tendenze contrarie al vangelo radicate saldamente nel terreno della nostra coscienza.

Preghiera

Signore, accresci la nostra fede; affinché possiamo essere come piante rigogliose piantate presso corsi d'acqua, orientate verso la tua luce, nutrite dal tuo Spirito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona