Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 5 luglio 2025

Il buon pastore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

Commento

L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva al mondo greco e romano prima dell’avvento del cristianesimo ed era considerata di buon auspicio per i defunti.

Ma l’immagine di Dio come pastore di Israele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: "Dice il Signore, Dio: 'Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre'" (Ez 34,11-12). E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: "Il Signore è il mio pastore" (Sal 23,1).

Il protagonista della parabola del buon pastore si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logica umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?

Dio non ragiona con mentalità di profitto, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo dell’umanità nel suo insieme, ma per la nostra individualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.

Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno, ma ci viene incontro, si affatica nella ricerca e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica portandoci sulle sue spalle. Troviamo così in quest'immagine la passione del Dio incarnato per l'umanità. 

Dio ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.

Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro (1 Pt 5,6); perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma come mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 3 luglio 2025

Tommaso apostolo. Toccare con mano il Risorto

Di Tommaso, detto Didimo, parla soprattutto il Vangelo di Giovanni, nel quale egli appare spesso in connessione con i grandi misteri della glorificazione di Cristo.
Uomo capace di grande slancio nella sua adesione al Signore, come quando nell'ora della morte di Lazzaro esorta gli altri discepoli ad andare tutti insieme a morire con Gesù, Tommaso è rappresentato altresì come tipo dell'incredulità del credente, il cui cammino verso la pienezza della fede può compiersi soltanto ascoltando e aderendo assiduamente alla testimonianza della comunità.
La sua domanda: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?» dà occasione a Gesù di formulare una delle più alte rivelazioni cristologiche del Nuovo Testamento: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6); ma nonostante la grandezza della rivelazione ricevuta, dopo la resurrezione Tommaso non crede alla testimonianza degli altri discepoli, ed esige di vedere ciò che i suoi orecchi hanno udito. Solo mediante un nuovo intervento del Signore, che accondiscende alla sua debolezza e gli mostra il permanere dei segni della passione nel proprio corpo risorto, Tommaso giungerà alla confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). A tale confessione, Gesù risponde proclamando la vera beatitudine dei credenti, che è quella di coloro che «pur non avendo visto, crederanno» (Gv 20,29).
Secondo Eusebio di Cesarea, Tommaso evangelizzò la Persia, mentre un'antichissima tradizione lo vuole apostolo delle coste occidentali dell'India; i cristiani del Malabar lo considerano per questo motivo il fondatore della loro chiesa. Sempre secondo la tradizione, morì martire in India, per mano di un re locale.

Tracce di lettura

O paradossale prodigio,
la paglia ha toccato il fuoco ed è stata salvata,
Tommaso ha messo la mano nel fianco ardente di Gesù Cristo
e non è stato consumato dal contatto:
esso ha mutato l'incredulità della sua anima in una fede piena;
con fervore è sorto un grido dal profondo del suo cuore:
Mio Signore e mio Dio,
o Risorto dai morti, gloria a te!
(Liturgia bizantina, Quarto ichos dei Grandi vespri per la domenica di Tommaso).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Tempera all’uovo su tavola telata e gessata cm 32x40 (particolare) - stile italico
Tommaso tocca il costato di Gesù, icona di Bose

Fermati 1 minuto. Beati loro!

Lettura

Giovanni 20,24-29

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Commento

Tommaso vuole "toccare con mano" per credere alla risurrezione di Gesù. La sua incredulità viene sanata proprio dalle piaghe di Cristo; quelle piaghe dalle quali, come afferma Pietro "siamo stati guariti" (1Pt 2,25). 

Il Signore entra a porte chiuse là dove gli apostoli si sono riuniti - manifestandosi nel segreto di quella stanza nella quale aveva invitato a compiere la preghiera intima al Padre («quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto»; Mt 6,6) - forse anche impauriti dalle possibili persecuzioni da parte dei capi della sinagoga. Gesù viene a portare la pace, in queste ore di tribolazione per gli apostoli.

«Beati loro!» affermiamo spesso; ma riguardo a chi? Quante volte lo diciamo a sproposito, per chi ha ereditato una bella casa, ha avuto una raccomandazione per un posto di lavoro o ha tratto simili vantaggi dalle cose di questo mondo? 

Gesù, che aveva proclamato otto beatitudini sul Monte, riguardo i miti, i poveri, gli afflitti, (Mt 5,1-11) qui ne proclama una nuova: «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Beati perché, come aveva affermato il Signore nella sua predicazione: «chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). Compiere le opere di Gesù significa acquisire la capacità di amare donandosi senza riserve, come attestano i segni della sua passione, che egli ha voluto impressi per sempre sul suo corpo risorto.

Preghiera

Concedici, Signore, di contemplare il tuo mistero di salvezza, per vivere in pienezza la nostra vita, secondo lo spirito delle beatitudini che hai proclamato. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

mercoledì 2 luglio 2025

Fermati 1 minuto. La differenza tra riconoscere e amare

Lettura

Matteo 8,28-34

28 Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».
30 A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

Commento

L'episodio dei due indemoniati gadareni mostra che anche gli spiriti maligni conoscono Gesù come Figlio di Dio. Così è anche tra gli uomini: vi è chi riconosce la vera identità di Cristo, ma non si decide a stare dalla sua parte. Una cosa è conoscere la verità, altra cosa amarla.

I demòni "rimproverano" a Gesù di essere venuto a tormentarli "prima del tempo" (v.29). Era credenza diffusa tra i giudei che gli spiriti maligni avrebbero avuto potere sull'umanità fino all'instaurazione del regno di Dio; qui abbiamo la dimostrazione che esso ha già cominciato a farsi strada nel mondo.

L'allevamento dei maiali, considerati impuri dalla legge giudaica, sta a indicare che ci troviamo in un ambiente di non ebrei. Ai demòni non è concesso di uccidere l'uomo, ma possono, con il permesso di Dio, attaccare i suoi beni, privarlo della libertà, escluderlo dal consesso sociale (come testimonia il libro di Giobbe). Così è nel caso della richiesta dei demòni che tormentano i due uomini di Gadara, che chiedono a Gesù di poter entrare nel gregge di maiali (v. 31) e ottengono il suo consenso.

I Gadareni chiedono a Gesù di allontanarsi dal loro territorio (v. 34), perché la preoccupazione della perdita economica subìta è maggiore del riconoscimento della sua potenza e della gratitudine per la liberazione dei due uomini indemoniati. Abbiamo qui la rappresentazione del prevalere degli interessi personali sul riconoscimento di Cristo come salvatore e sul senso di solidarietà umana con i sofferenti. 

Gesù ha il potere di liberare l'uomo dal male, ma all'uomo è lasciata la capacità di accoglierlo o di respingerlo. Dio non si impone ma rispetta la nostra libertà. Lasciamolo entrare nel territorio delle nostre vite.

Preghiera

Signore del Cielo e della terra, liberaci dai lacci del maligno; affinché possiamo accoglierti come nostro personale salvatore e lodare la potenza del tuo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 1 luglio 2025

Fermati 1 minuto. Il sonno di Dio

Lettura

Matteo 8,23-27

23 Gesù salì sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. 24 Ed ecco si sollevò in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva. 25 E i suoi discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono dicendo: «Signore, salvaci, siamo perduti!» 26 Ed egli disse loro: «Perché avete paura, o gente di poca fede?» Allora, alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. 27 E quegli uomini si meravigliarono e dicevano: «Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?»

Commento

Prima di una potente manifestazione della divinità di Cristo i discepoli assistono a una toccante espressione della sua umanità, mentre Gesù, affaticato dal suo ministero, giace addormentato.

Nel passo parallelo del Vangelo di Marco l'iniziativa di salire sulla barca è presa dai discepoli (Mc 4,36) qui invece è Gesù che sale per primo e i discepoli lo seguono. Il vero discepolo è chiamato a seguire Cristo nei pericoli e nelle difficoltà.

Il vento improvviso è una caratteristica del lago di Tiberiade, che giace a 208 metri sotto il livello del mare. Essendo la fossa giordanica uno dei luoghi più caldi della Palestina, talvolta masse d’aria vi si precipitano sconvolgendo il lago in pochi istanti.

Gesù avrebbe potuto impedire lo scatenarsi della tempesta, ma l'evento rappresenta un'occasione per manifestare la sua gloria e per confermare i discepoli nella fede. 

L'episodio della tempesta sedata può essere letto anche sotto l'aspetto ecclesiale: la comunità dei discepoli è in difficoltà nelle tempeste della storia se la fede è poca e debole (gr. oligopistoi, "uomini di poca fede"; v. 26). Solo con la fiducia in Cristo, Signore dell'universo, si può ottenere la salvezza. La risposta di Gesù all'appello dei discepoli attesta che chi invoca il nome del Signore sarà salvato (cfr. Gl 2,32; At 2,21; Rm 10,13).

L'atto di Gesù che calma la tempesta richiama alla mente Dio che controlla l'impeto delle acque (Sal 65,8; 89,10; 93,3-4; 107,29). C'è un parallelismo tra l'episodio della tempesta sedata e quello dell'attraversamento del Mar Rosso narrato nel libro dell'Esodo (Es 14) durante il quale gli ebrei innalzano il loro grido di aiuto a Dio e una volta liberati hanno fede in Mosè. Nell'episodio evangelico però Gesù agisce come Signore e non come mediatore.

Mentre le acque obbedirono a Mosè mediante il suo bastone, a Giosuè mediante l'Arca dell'alleanza e a Eliseo mediante il suo mantello, Gesù comanda loro soltanto con la sua parola. Nulla può ottenerci la salvezza in modo più efficace della parola di Dio, che calma le tempeste del dubbio e della paura.

Il silenzio, il "sonno" di Dio che spesso costatiamo nelle avversità che colpiscono il mondo, la Chiesa e le singole persone è spesso motivo di scandalo, che porta taluni a dubitare dell'esistenza di Dio, altri del suo amore per noi. Eppure è spesso proprio l'uomo a scatenare le burrasche, a portare il male nel mondo, per poi condannare quel Dio che volutamente ignora. L'oscuramento della nostra anima diviene così la causa che scatena le tempeste della violenza e che suscita la paura in coloro che subiscono la sopraffazione. Il Signore ci invita a non avere paura di quelli che uccidono il corpo ma non hanno potere di uccidere l'anima (Mt 10,28).

Noi non conosciamo le vie del vento (Gv 3,8) e non possiamo controllarlo; ma colui che sprigiona il vento dai suoi depositi (Sal 135,7) e lo raccoglie nel suo pugno (Pr 30,4) può darci fiducia e conforto nei giorni più tempestosi. Resteremo ammirati dalla capacità della parola di Dio di portare pace nei nostri cuori.

Preghiera

Dèstati, Signore, e salvaci dai pericoli che ci minacciano; affinché confermati nella fede possiamo innalzare la nostra lode alla tua gloria. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Mosè l'Etiope. La conversione che matura nel deserto

Nel martirologio romano e nei sinassari bizantini si fa oggi memoria di Mosè l'Etiope, monaco nel deserto di Scete.
Nato in Etiopia verso il 332, ci informa Palladio, Mosè era un uomo di colore, alto, molto robusto, che arrivò alla vita monastica dopo svariate peripezie personali.
Di indole violenta, si macchiò di diversi crimini prima di giungere, forse per sfuggire alla giustizia umana, nel deserto di Scete, ma seppe operare una radicale conversione alla carità evangelica attraverso la vita anacoretica, vissuta con sempre maggiore convinzione sotto la guida dei padri del deserto, soprattutto di Macario il Grande e di Isidoro il Presbitero, e resa ancor più dura dalla sua condizione di straniero dalla pelle nera.
Rendendosi conto di aver ricevuto grande misericordia dal Signore, Mosè divenne per tutti i monaci di Wādī al-Naṭrūn un mirabile esempio di umiltà e di mitezza, come testimoniano i Detti dei padri che narrano di lui. Per Cassiano egli è «il più grande fra tutti i santi», e con lui, secondo Poemen, «a Scete si raggiunse il culmine della santità».
Mosè morì all'età di settantacinque anni, dopo essere stato ordinato presbitero su richiesta dei suoi fratelli. Secondo il sinassario alessandrino, che lo ricorda il 24 di ba'ūnah, corrispondente al nostro 1 luglio, Mosè subì il martirio per mano dei barbari, assieme a sette discepoli, verosimilmente nell'anno 407.
È considerato il primo monaco originario dell'Etiopia.

Tracce di lettura

Un giorno peccò un fratello a Scete; i padri, radunatisi, mandarono a chiamare abba Mosè. Ma, poiché egli non voleva venire, il presbitero gli mandò a dire: «Vieni, la gente ti aspetta!». Egli allora si mosse e venne, portando sulle spalle una cesta forata piena di sabbia. Gli andarono incontro alcuni fratelli e gli chiesero: «Padre, cosa è mai questo?». Disse loro l'anziano: «Sono i miei peccati che scorrono via dietro di me senza che io li veda. E oggi sono venuto qui, per giudicare i peccati degli altri». A queste parole non dissero nulla al fratello che aveva peccato, e gli perdonarono.
(Mosè 2, Detti dei padri del deserto)

Un fratello si recò a Scete dal padre Mosè per chiedergli una parola. L'anziano gli disse: «Va', rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa»:
(Mosè 6, Ibid.)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose