Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 7 maggio 2023

Ricevete con mansuetudine la parola che è stata piantata in voi

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che solo puoi governare la volontà e le affezioni disordinate degli uomini peccatori; concedi al tuo popolo, di amare ciò che comandi e desiderare quanto hai promesso; affinché attraverso i molteplici rivolgimenti del mondo, i nostri cuori possano restare fissi laddove la vera gioia può essere trovata. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Gc 1,17-21; Gv 16,5-15

Commento

Il dono dello Spirito è il soggetto delle letture proposte dalla liturgia di oggi, che precede le festività dell'Ascensione e della Pentecoste.

Le parole di Gesù indicano che il suo sottrarsi a noi non è privo di frutti. Egli ci lascia, per un breve tempo, per fare ritorno al Padre, affinché possa donarci lo Spirito che ci guiderà alla verità tutta intera (Gv 16,13). Per questo l'apostolo Giacomo, nella sua lettera ci dice che "ogni buona donazione e ogni dono perfetto vengono dall'alto" (Gc 1,17).

La parola di Dio, che troviamo nelle Scritture, deve essere al centro della vita cristiana. Ma la parola di Dio non è lettera morta, la nostra non è la religione del libro. L'ascolto delle Scritture passa innanzitutto attraverso la liturgia, dove Gesù è presente in mezzo a noi e ci parla, non da un lontano passato ma con parole vive che si confrontano con la realtà di oggi. 

Quando ci parla Dio ci dà sempre del “tu”. Così la Parola di Dio trascende la vicenda del Gesù storico e si presenta come Logos eterno, ma non distaccato dalla nostra vicenda terrena; capace, anzi, di trascendere gli inevitabili limiti spaziali e temporali cui è stata soggettà la predicazione di Gesù.

L'immagine evocata dalla colletta della liturgia odierna - che chiede a Dio di tenerci saldi tra i rivolgimenti del mondo - sembra mutuata diretamente dal motto dell'ordine certosino: "Stat crux dum volvitur orbis" ("La croce resta salda mentre il mondo gira"). Non è improbabile, perché l'Arcivescovo Thomas Cranmer, che è l'autore diretto di questa preghiera, possedeva nella sua biblioteca una vita di San Bruno, fondatore dell'Ordine certosino, nonché un commento ai Salmi del certosino Ludolfo di Sassonia.

Anche Giacomo nella sua lettera ci ricorda che nel Padre "non vi è mutamento né ombra di rivolgimento" (Gc 1,17). È questo il dono dello Spirito: una parola capace di governare le nostre anime, che diversamente sarebbero come imbarcazioni prive di timone e in balìa della tempesta. Sono immagini che richiamano alla mente l'episodio evangelico in cui Gesù sgrida i venti e comanda le acque, riportando la bonaccia, dopo che i discepoli avevano temuto il naufragio.

Accostiamoci dunque con fede alla parola di Dio affinché lo Spirito ci conduca al porto sicuro della vita nella grazia.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 5 maggio 2023

Fermati 1 minuto. La verità è un cammino

Lettura

Giovanni 14,1-6

1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Commento

Con questo discorso di commiato, che si svolge nella stanza in cui si è consumata l'ultima cena, mentre Giuda si è già allontanato, Gesù incoraggia i discepoli in vista della sua passione che sta per compiersi.

Al turbamento dei discepoli espresso dal verbo greco tarasso - lo stesso usato da Gesù alla morte di Lazzaro - viene contrapposta la fede che vince il mondo (1 Gv 5,4). Uniti a Gesù i discepoli ricevono la forza per sconfiggere la paura e perseverare con coraggio nelle prove fino alla vittoria finale.

Gesù non chiede ai discepoli di anestetizzare le proprie emozioni, di non provare tristezza o dolore per quanto sta per accadere, ma di non lasciarsi "travolgere" da esse. La fede rappresenta un'àncora nelle tempeste del mondo. Se anche l'esteriorità dell'anima è provata, il suo fondo resta nella quiete.

La "casa del Padre" è nell'Antico Testamento il Tempio, ma successivamente venne a rappresentare nella cultura ebraica la casa stabilita nei cieli, nella quale si trovano le dimore dei giusti.

Gesù annuncia chiaramente il suo ritorno alla fine dei tempi per portare in cielo i giusti, insegnamento presente anche in Matteo (Mt 24,36-44) e ripreso da Paolo (1 Cor 15,51-54; 1 Ts 4,13-18).

La "via" cui si riferisce Gesù, è egli stesso, il vangelo impartito con le sue parole e con la sua vita. Il termine "la via" verrà a contraddistinguere lo stesso cristianesimo nell'età apostolica, come testimoniato dal libro degli Atti (At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22).

Gesù non è semplicemente una guida che conduce alla salvezza ma è la verità e la vita (v. 6), Parola che procede dal Padre, per mezzo della quale tutte le cose sono state create (Gv 1,3) e che ha il potere di far diventare figli di Dio quanti la accolgono (Gv 1 12).

L'essere "via" di Gesù implica che la verità e la vita rappresentano un cammino, prima ancora che una meta. Il viaggio stesso della vita del credente è crescita nell'esperienza di Dio.

C'è una dimora in cielo che attende coloro che in questa vita "hanno lasciato casa a causa del vangelo" (Mc 10,29). Il Risorto non solo prepara una casa per noi ma prepara anche noi per questa casa, assistendoci con la sua grazia nel percorso che conduce al Padre.

Preghiera

Signore, che hai avuto misericordia del peregrinare dell'uomo su questa terra, tu hai tracciato per noi la strada che conduce alla pienezza della vita. Il tuo Spirito ci assista affinché possiamo essere trovati da te sul retto cammino quando ci verrai incontro. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 4 maggio 2023

I martiri inglesi dell'epoca della Riforma (XIV-XVII sec.)

La Chiesa d'Inghilterra fu insanguinata tra il XIV e il XVII secolo da una lunga serie di conflitti intestini. Sia le lotte di natura ecclesiale, sia quelle motivate dall'inestricabile connubio tra potere politico e religione, furono una grave contraddizione all'insegnamento di Gesù su come si debba esercitare l'autorità nelle comunità cristiane.
La violenza esplose soprattutto nel corso del XVI secolo: la fazione ecclesiale che di volta in volta deteneva il potere non risparmiò a chiunque la pensasse diversamente ogni sorta di angheria e persecuzione. Con il sangue pagarono Thomas More, John Fisher, Thomas Cranmer, Edmund Campion e moltissimi altri che non conobbero l'onore degli altari, ma che furono vittime della convinzione che l'intera verità fosse appannaggio di un solo gruppo sociale o ecclesiale.
Per questa ragione, nel mutato clima tra le chiese e per non dimenticare a quali contraddizioni all'Evangelo può portare il connubio tra l'intolleranza verso il diverso e la confusione fra autorità religiosa e potere politico, gli anglicani ricordano oggi tutti i martiri, di ogni confessione cristiana, che in tale periodo subirono il martirio in odio a quella fede che ciascuno riteneva nella propria coscienza pienamente conforme agli insegnamenti di Cristo.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Why are so many Catholics embarrassed by the English martyrs ...

Fermati 1 minuto. Un cuore grande per donare e ricevere

Lettura

Giovanni 13,16-20

16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. 17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. 18 Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. 19 Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20 In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Commento

Gesù ha appena lavato i piedi ai suoi discepoli, mentre si approssima l'ora della sua passione. Quel chinarsi di fronte a coloro che ha amato fino alla fine prefigura l'abbassamento di Dio nel profondo della miseria e della sofferenza umana, il suo rendersi presente nella nostra fragile natura.

Come uno schiavo non ha maggiori privilegi del padrone e un ambasciatore non ha maggiore importanza di colui che l'ha inviato, i discepoli sono chiamati all'umiltà, per obbedire alla parola di Dio e porsi a servizio del prossimo. Ma lungi dalla mortificazione fine a se stessa, troveranno in questo atteggiamento la vera beatitudine. Perché quando siamo una cosa sola con l'altro la sua gioia è la nostra gioia.

Gesù parla del suo tradimento imminente utilizzando le parole del Salmo 41: "colui che mangiava il mio pane alza contro di me il calcagno" (Sal 40,10). Mostrare a qualcuno il calcagno era un segno di disprezzo e ostilità. Nel contesto del Salmo è richiamato il tradimento di Davide da parte di Achitofel, che finì con l'impiccarsi, prefigurando il triste esito del tradimento del "grande Davide" - Gesù - da parte di Giuda (cfr. 2 Sam 16,20-22; 17,23). Il richiamo alle Scritture da parte di Gesù indica che ciò che sta per accadere si situa all'interno del progetto di salvezza del Signore e che la sua divinità si rivela anche nell'umiliazione della croce. "Io sono" (v. 19), infatti è un rimando al nome con cui Dio rivela se stesso (Es 3,14).

La profezia di Gesù ha come scopo quello di accrescere la fede dei discepoli nella sua divinità, sovranità e onniscenza una volta che si sarà adempiuta (v. 19). Questo essere confermati nella fede si realizzerà non mediante il semplice sforzo umano, ma per il Consolatore, lo Spirito che Gesù invierà dopo la sua ascensione, affinché guidi i suoi discepoli verso la verità tutta intera (Gv 16,13). L'autorità degli apostoli risiede in colui che li ha mandati e confermati; di conseguenza, chiunque riceve coloro che che Cristo ha inviato riceve Cristo stesso.

Con le parole che accompagnano il gesto della lavanda dei piedi Gesù ci invita a liberarci dalla logica del mondo, che porta l'uomo a considerare il prossimo come semplice strumento per raggiungere i propri scopi. Il risultato dell'egoismo è una felicità sterile, che impoverisce innanzitutto chi la persegue. Solo vivendo una spiritualità di comunione riusciremo a scoprirci dono per gli altri e a scoprire nel prossimo un dono per noi, al quale fare spazio. Un cuore grande è capace di donare tanto, ma riceve nella proporzione in cui si dona.

Preghiera

Purificaci nel lavacro della tua misericordia, Signore, e dilata il nostro cuore affinché possiamo accogliere ogni uomo e ogni donna come fratello e sorella da servire, nello spirito delle beatitudini che hai proclamato. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona


martedì 2 maggio 2023

Fermati 1 minuto. La cadenza perfetta

Lettura

Giovanni 10,22-30

22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Commento

"Era d'inverno" (v. 22). C'è qualcosa di malinconico in questa immagine ritratta da Giovanni nel suo Vangelo. Gesù passeggia solitario sotto il portico del Tempio cercando riparo dal vento freddo che proveniva dal deserto.

Sono i giorni della festa della dedicazione (ebr. Hanukkah), all'incirca i primi di dicembre. Mancano circa tre mesi alla crocifissione.

La festa della dedicazione dura otto giorni e si celebra per ricordare la nuova dedicazione dell'altare e la purificazione del tempio da parte del condottiero Giuda Maccabeo nel 164 a.C., in seguito alla sconsacrazione operata dal dominatore siriano Antioco Epifane (Dn 8,13; 9,27), il quale nel 170 a.C. aveva conquistato Gerusalemme e posto un altare pagano al posto dell'altare di Dio.

Simbolicamente Gesù è colui che instaura il nuovo tempio e la vera guida di Israele. Eppure, quasi al termine della sua missione terrena l'incomprensione sulla sua persona è ancora diffusa tra i giudei.

Un gruppo di questi si avvicina e gli chiede "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso?" (v. 24). Vogliono che egli affermi o neghi apertamente se è il Cristo o no, come fece Giovanni Battista.

I giudei che interrogano Gesù non sono mossi da un sincero desiderio di conoscere chi egli sia, ma si attendono una sua professione messianica per contestarla e condannarlo.

Per la loro incredulità Gesù li annovera tra coloro che non fanno parte del suo gregge - "voi non credete, perché non siete mie pecore" ( 26), ma rivolgerà loro un ulteriore appello alla fede poco più avanti: "Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre»" (Gv 10,37-38).

La domanda dei giudei che si sentivano con l'animo sospeso di fronte alla figura di Gesù può attraversare anche le nostre coscienze. Egli ci invita a guardare le sue opere, ma siamo circondati dall'iniquità, dall'ingiustizia, dalla sofferenza. Eppure il vangelo ci annuncia una presenza di vita e di salvezza. La fede è capace di generare Dio nella nostra anima e nel mondo, come un fiore di loto che risplende immacolato su uno stagno. 

Credere alle opere di Dio significa farsi presenza di Cristo nel mondo. Credere, riconoscere le opere di Dio, non è un'attività meramente intellettiva, ma implica il potere fecondo, generativo, della fede, che trova conferma nelle opere stesse che è capace di produrre.

Come il Padre ci ha posto nelle mani di Cristo facendo dipendere la nostra salvezza dal potere sovrano di Dio, al contempo si è messo nelle nostre mani, nella misura in cui, rinati in Cristo, condividiamo con lui la responsabilità per l'intero gregge.

Il termine utilizzato per proclamare l'unità di Gesù con il Padre è neutro e non al maschile: lui e il Padre non sono "uno", ma "una cosa sola". L'unità di Gesù con il Padre è rappresentata dalla perfetta sinergia nella parola e nell'azione.

Anche noi siamo chiamati a non restare con l'animo sospeso ma a entrare nel flusso benedetto di questa sinergia, trovando in Cristo la cadenza perfetta nella sinfonia della nostra vita.

Preghiera

Purifica il tempio del nostro cuore, Signore; affinché possiamo dedicarci al vero culto in spirito e verità, magnificando le tue opere e riconoscendoti come il nostro pastore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 1 maggio 2023

Fermati 1 minuto. Il paradosso del pastore

Lettura

Giovanni 10,11-18

11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12 Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13 egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

Commento

La definizione che Gesù dà di se stesso, "io sono il buon pastore", può essere collocata tra le "formule di rivelazione", che il Vangelo di Giovanni introduce sempre con l'espressione "Io sono" (presente sette volte nel suo Vangelo). Il termine "buono" non indica semplicemente qualcuno abile a fare qualcosa, ma una persona nobile, esemplare. Cristo è il pastore più esperto, fedele e premuroso nel custodire le anime dei suoi fedeli.

L'immagine del pastore è radicata nella Bibbia e nel mondo antico, dove i re erano chiamati "pastori di popoli". Tuttavia nei libri biblici sono pochi i testi in cui a Dio viene dato questo titolo; è più frequente l'uso di verbi e di espressioni che applicano a Dio le prerogative del pastore: "guidare", "condurre", "radunare", "difendere", "dissetare" (vedi Sal 23; Ger 23,3-4; Ez 34; Zac 11,4-7).

Gesù ha acquistato le pecore con il proprio sangue, diversamente dai mercenari, ai quali le pecore non appartengono (v. 12) e che fuggono davanti al pericolo, perché amano il proprio guadagno più del proprio lavoro, la propria sicurezza più del proprio dovere. Gesù infatti "offre la vita" per le pecore, espressione tipicamente giovannea (Gv 13,37; 15,13; 1 Gv 3,16), corrispondente al "dare la vita" del Vangelo di Marco (Mc 10,45). Diversamente dai Vangeli sinottici, in cui il Padre "consegna" il Figlio, in Giovanni è il Figlio stesso che si dona. Allo stesso modo, mentre nel libro degli Atti (At 2,24; 4,10) e nella Lettera ai Romani (Rm 1,4; 4,24) viene affermato che il Padre ha restituito la vita a Gesù, qui è il Figlio stesso che ha il potere di riprenderla (v. 18). L'opera della redenzione è realizzata dalla Trinità delle Persone divine.

Conoscere (gr. ginosko) le pecore (v. 14) significa qui curarsi di loro, amarle. Le "altre pecore" sono da intendersi come i pagani, ma è probabile un'allusione anche alle "pecore perdute della casa di Israele" (Mt 15,24), riunite con i pagani convertiti in un'unica nazione: la Chiesa, corpo mistico dei salvati in Cristo.

Gesù non si accontenta di guidare il suo gregge con la voce, dà letteralmente la vita per i suoi, nella piena libertà dell'amore. In un paradosso che solo la fede in un amore senza misura può spiegare, Cristo da pastore si fa agnello sacrificale, mentre sul suo esempio, riunite in un solo gregge, le sue pecore si fanno sacramento di salvezza per il mondo.

Preghiera

Rendici docili alla tua parola, Signore, affinché possiamo venire a te; e se siamo troppo lontani vienici a cercare nel nostro errare per il mondo, affinché possiamo riposare in te Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona