Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 3 luglio 2022

Il buon pastore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

Commento

L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva al mondo greco e romano prima dell’avvento del cristianesimo ed era considerata di buon auspicio per i defunti.

Ma l’immagine di Dio come pastore di Israele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: "Dice il Signore, Dio: 'Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre'" (Ez 34,11-12). E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: "Il Signore è il mio pastore" (Sal 23,1).

Il protagonista della parabola del buon pastore si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logica umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?

Dio non ragiona con mentalità di profitto, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo dell’umanità nel suo insieme, ma per la nostra individualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.

Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno, ma ci viene incontro, si affatica nella ricerca e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica portandoci sulle sue spalle. Troviamo così in quest'immagine la passione del Dio incarnato per l'umanità. 

Dio ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.

Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro (1 Pt 5,6); perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma come mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 2 luglio 2022

1 Minute Gospel. The sleep of God

Reading

Matthew 8:23-27

23 Then he got into the boat and his disciples followed him. 24 Suddenly a furious storm came up on the lake, so that the waves swept over the boat. But Jesus was sleeping. 25 The disciples went and woke him, saying, “Lord, save us! We’re going to drown!”
26 He replied, “You of little faith, why are you so afraid?” Then he got up and rebuked the winds and the waves, and it was completely calm.
27 The men were amazed and asked, “What kind of man is this? Even the winds and the waves obey him!”

Comment

Before a powerful manifestation of Christ's divinity, the disciples witness a touching expression of his humanity, as Jesus, weary from his ministry, lies asleep.

In the parallel passage of the Gospel of Mark the initiative to get on the boat is taken by the disciples (Mk 4:36) here instead it is Jesus who gets on first and the disciples follow him. The true disciple is called to follow Christ in danger and difficulties.

The sudden wind is frequent in the Lake of ​​Galilee, which lies 208 meters below sea level. Since the Jordanian trench is one of the hottest places in Palestine, sometimes masses of air rush into it, upsetting the lake suddenly.

Jesus could have prevented the storm from unleashing, but the event represents an opportunity to manifest his glory and to confirm the disciples in the faith.

The episode of the sedated storm can also be read under the ecclesial aspect: the community of disciples is in difficulty in the storms of history if the faith is small and weak (Gr. Oligopistoi, "men of little faith"; v. 26). Only with trust in Christ, Lord of the universe, can salvation be obtained. Jesus 'response to the disciples' call attests that whoever calls on the name of the Lord will be saved (cf. Jl 2:32; Acts 2:21; Rm 10,13).

The act of Jesus calming the storm calls to mind God who controls the rush of the waters (Ps 65:8; 89:10; 93:3-4; 107:29). There is a parallel between the episode of the calmed storm and that of the crossing of the Red Sea narrated in the book of Exodus (Ex 14) during which the Jews raise their cry for help to God and once freed they have faith in Moses. In the Gospel episode, however, Jesus acts as Lord and not as mediator.

While the waters obeyed Moses by his staff, Joshua by the Ark of the Covenant, and Elisha by his cloak, Jesus commands them only by his word. Nothing can get us salvation more effectively than the word of God, which calms the storms of doubt and fear.

The silence, the "sleep" of God that we often see in the adversities that affect the world, the Church, and individuals is often a cause for scandal, which leads some to doubt the existence of God, others of his love for us. Yet it is often man himself who unleashes storms, brings evil to the world, and then condemns that God whom he deliberately ignores. The darkening of our soul thus becomes the cause that triggers the storms of violence and that arouses fear in those who suffer oppression. But the Lord invites us not to be afraid of those who kill the body but have no power to kill the soul (Mt 10:28).

We do not know the ways of the wind (Jn 3:8) and we cannot control it, but he who releases the wind from his storehouses (Ps 135:7) and gathers it in his hand (Pr 30:4) can give us confidence and comfort in the most stormy days. We will be amazed by the ability of God's word to bring peace to our hearts.

Prayer

Wake up, o Lord, and save us from the dangers that threaten us; so that confirmed in the faith we can raise our praise to your glory. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona



Fermati 1 minuto. Il sonno di Dio

Lettura

Matteo 8,23-27

23 Gesù salì sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. 24 Ed ecco si sollevò in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva. 25 E i suoi discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono dicendo: «Signore, salvaci, siamo perduti!» 26 Ed egli disse loro: «Perché avete paura, o gente di poca fede?» Allora, alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. 27 E quegli uomini si meravigliarono e dicevano: «Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?»

Commento

Prima di una potente manifestazione della divinità di Cristo i discepoli assistono a una toccante espressione della sua umanità, mentre Gesù, affaticato dal suo ministero, giace addormentato.

Nel passo parallelo del Vangelo di Marco l'iniziativa di salire sulla barca è presa dai discepoli (Mc 4,36) qui invece è Gesù che sale per primo e i discepoli lo seguono. Il vero discepolo è chiamato a seguire Cristo nei pericoli e nelle difficoltà.

Il vento improvviso è una caratteristica del lago di Tiberiade, che giace a 208 metri sotto il livello del mare. Essendo la fossa giordanica uno dei luoghi più caldi della Palestina, talvolta masse d’aria vi si precipitano sconvolgendo il lago in pochi istanti.

Gesù avrebbe potuto impedire lo scatenarsi della tempesta, ma l'evento rappresenta un'occasione per manifestare la sua gloria e per confermare i discepoli nella fede. 

L'episodio della tempesta sedata può essere letto anche sotto l'aspetto ecclesiale: la comunità dei discepoli è in difficoltà nelle tempeste della storia se la fede è poca e debole (gr. oligopistoi, "uomini di poca fede"; v. 26). Solo con la fiducia in Cristo, Signore dell'universo, si può ottenere la salvezza. La risposta di Gesù all'appello dei discepoli attesta che chi invoca il nome del Signore sarà salvato (cfr. Gl 2,32; At 2,21; Rm 10,13).

L'atto di Gesù che calma la tempesta richiama alla mente Dio che controlla l'impeto delle acque (Sal 65,8; 89,10; 93,3-4; 107,29). C'è un parallelismo tra l'episodio della tempesta sedata e quello dell'attraversamento del Mar Rosso narrato nel libro dell'Esodo (Es 14) durante il quale gli ebrei innalzano il loro grido di aiuto a Dio e una volta liberati hanno fede in Mosè. Nell'episodio evangelico però Gesù agisce come Signore e non come mediatore.

Mentre le acque obbedirono a Mosè mediante il suo bastone, a Giosuè mediante l'Arca dell'alleanza e a Eliseo mediante il suo mantello, Gesù comanda loro soltanto con la sua parola. Nulla può ottenerci la salvezza in modo più efficace della parola di Dio, che calma le tempeste del dubbio e della paura.

Il silenzio, il "sonno" di Dio che spesso costatiamo nelle avversità che colpiscono il mondo, la Chiesa e le singole persone è spesso motivo di scandalo, che porta taluni a dubitare dell'esistenza di Dio, altri del suo amore per noi. Eppure è spesso proprio l'uomo a scatenare le burrasche, a portare il male nel mondo, per poi condannare quel Dio che volutamente ignora. L'oscuramento della nostra anima diviene così la causa che scatena le tempeste della violenza e che suscita la paura in coloro che subiscono la sopraffazione. Il Signore ci invita a non avere paura di quelli che uccidono il corpo ma non hanno potere di uccidere l'anima (Mt 10,28).

Noi non conosciamo le vie del vento (Gv 3,8) e non possiamo controllarlo; ma colui che sprigiona il vento dai suoi depositi (Sal 135,7) e lo raccoglie nel suo pugno (Pr 30,4) può darci fiducia e conforto nei giorni più tempestosi. Resteremo ammirati dalla capacità della parola di Dio di portare pace nei nostri cuori.

Preghiera

Dèstati, Signore, e salvaci dai pericoli che ci minacciano; affinché confermati nella fede possiamo innalzare la nostra lode alla tua gloria. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 1 luglio 2022

1 Minute Gospel. Jesus, doctor and medicine for our souls

Reading

Matthew 9:9-13

9 As Jesus went on from there, he saw a man named Matthew sitting at the tax collector’s booth. “Follow me,” he told him, and Matthew got up and followed him.
10 While Jesus was having dinner at Matthew’s house, many tax collectors and sinners came and ate with him and his disciples. 11 When the Pharisees saw this, they asked his disciples, “Why does your teacher eat with tax collectors and sinners?”
12 On hearing this, Jesus said, “It is not the healthy who need a doctor, but the sick. 13 But go and learn what this means: ‘I desire mercy, not sacrifice.’ For I have not come to call the righteous, but sinners.”

Comment

Among the most despised people in Jewish society in Jesus' day were the tax collectors, because they not only kept part of the sums collected for themselves, but worked directly for the Roman rulers.

Jesus calls Matthew (Mark and Luke refer to this tax collector as Levi) while he is still in sin. The one pronounced by Jesus is a single word, declined to the imperative: «Follow me». Matthew's response is instantaneous, he "got up and followed him". There is no rhetorical artifice in Jesus' call: a single word is capable of persuading and transforming reality, as we see in many of his healings, deliveries from demons, and in the miracles of resurrection (Lazarus and the daughter of Jairus).

His word is an efficace word. The answer of the true disciple is also unconditional: Matthew neither discusses nor goes away saddened like the young man who had asked Jesus what he should have done to obtain eternal life but did not feel like giving away his wealth (Mt 19:22 ). Perhaps Matthew had listened to the preaching of the Baptist or had heard of Jesus, but when Jesus passes in person in front of him and calls him he is immediately fascinated.

After the conversion follows the image of the banquet, probably prepared in the home of Matthew himself, together with other tax collectors. The banquet in the ancient east was a symbol of a deep sharing of souls among the guests. For this reason, the Pharisees murmur and are scandalized by the familiarity that Jesus shows towards sinners. And here the Lord defines sin as a disease, a reality that cannot be simply condemned but must be healed; and implicitly he presents himself as a doctor and medicine.

He asks us for a similar attitude, recalling the words of the prophet Hosea: "I desire mercy, not sacrifice" (Hos 6:6). The banquet following Matthew's conversion recalls what follows the return of the prodigal son in the parable dedicated to him. Jesus promised for those who love him to dine with him (Rev 3:20) and take up residence with him (Jn 14:23); Will his word capture our hearts or find it closed to his mercy?

Prayer

O Lord Jesus Christ who called us from the death of sin to life in grace, grant us to rejoice with you and to share the gift of your salvation with every man. Amen

- Rev. Dr. Luca Vona


Fermati 1 minuto. Gesù, medico e medicina per le nostre anime

Lettura

Matteo 9,9-13

9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Commento

Tra le persone più disprezzate nella società ebraica ai tempi di Gesù vi erano gli esattori delle imposte, perché non solo trattenevano per sé parte delle somme riscosse, ma lavoravano direttamente per i dominatori romani. 

Gesù chiama Matteo (Marco e Luca si riferiscono a questo pubblicano con il nome Levi) mentre egli è ancora nel peccato. Quella pronunciata da Gesù è un'unica parola, declinata all'imperativo: « Seguimi ». La risposta di Matteo è istantanea, "si alzò e lo seguì". Non c'è alcun artificio retorico nella chiamata di Gesù: una sola parola è capace di persuadere e di trasformare la realtà, come vediamo in molte sue guarigioni, liberazioni da demoni e nei miracoli di resurrezione (Lazzaro e la figlia di Giairo). 

La sua parola è parola efficace. La risposta del vero discepolo è altresì incondizionata: Matteo non discute né se ne va rattristato come il giovane che aveva chiesto a Gesù cosa avrebbe dovuto fare per ottenere la vita eterna ma non se la sentiva di dare via le proprie ricchezze (Mt 19,22). Forse Matteo aveva ascoltato la predicazione del Battista o aveva sentito parlare di Gesù, ma quando questi passa di persona davanti a lui e lo chiama egli resta immediatamente affascinato. 

Segue nel Vangelo l'immagine del banchetto, probabilmente preparato a casa di Matteo stesso, insieme ad altri pubblicani. Il banchetto nell'antico oriente era simbolo di una condivisione d'animi profonda tra i commensali. Per questo i farisei mormorano e si scandalizzano per la familiarità che Gesù mostra verso i peccatori. E qui il Signore definisce il peccato come una malattia, una realtà che non può essere semplicemente condannata ma che va guarita; e implicitamente presenta se stesso come medico e medicina. 

A noi chiede un atteggimento simile, richiamando le parole del profeta Osea: "misericordia io voglio e non sacrificio" (Os 6,6). Il banchetto che segue la conversione di Matteo rammenta quello che segue il ritorno del figliol prodigo nella parabola a lui dedicata. Gesù ha promesso per chi lo ama di cenare con lui (Ap 3,20) e prendere dimora presso di lui (Gv 14,23); la sua parola catturerà il nostro cuore oppure lo troverà chiuso alla sua misericordia?

Preghiera

Signore Gesù Cristo che ci hai chiamato dalla morte del peccato alla vita nella grazia, concedici di gioire con te e di condividere con ogni uomo il dono della tua salvezza. Amen

- Rev. Dr. Luca Vona



Mosè l'Etiope. La conversione che matura nel deserto

Nel martirologio romano e nei sinassari bizantini si fa oggi memoria di Mosè l'Etiope, monaco nel deserto di Scete.
Nato in Etiopia verso il 332, ci informa Palladio, Mosè era un uomo di colore, alto, molto robusto, che arrivò alla vita monastica dopo svariate peripezie personali.
Di indole violenta, si macchiò di diversi crimini prima di giungere, forse per sfuggire alla giustizia umana, nel deserto di Scete, ma seppe operare una radicale conversione alla carità evangelica attraverso la vita anacoretica, vissuta con sempre maggiore convinzione sotto la guida dei padri del deserto, soprattutto di Macario il Grande e di Isidoro il Presbitero, e resa ancor più dura dalla sua condizione di straniero dalla pelle nera.
Rendendosi conto di aver ricevuto grande misericordia dal Signore, Mosè divenne per tutti i monaci di Wādī al-Naṭrūn un mirabile esempio di umiltà e di mitezza, come testimoniano i Detti dei padri che narrano di lui. Per Cassiano egli è «il più grande fra tutti i santi», e con lui, secondo Poemen, «a Scete si raggiunse il culmine della santità».
Mosè morì all'età di settantacinque anni, dopo essere stato ordinato presbitero su richiesta dei suoi fratelli. Secondo il sinassario alessandrino, che lo ricorda il 24 di ba'ūnah, corrispondente al nostro 1 luglio, Mosè subì il martirio per mano dei barbari, assieme a sette discepoli, verosimilmente nell'anno 407.
È considerato il primo monaco originario dell'Etiopia.

Tracce di lettura

Un giorno peccò un fratello a Scete; i padri, radunatisi, mandarono a chiamare abba Mosè. Ma, poiché egli non voleva venire, il presbitero gli mandò a dire: «Vieni, la gente ti aspetta!». Egli allora si mosse e venne, portando sulle spalle una cesta forata piena di sabbia. Gli andarono incontro alcuni fratelli e gli chiesero: «Padre, cosa è mai questo?». Disse loro l'anziano: «Sono i miei peccati che scorrono via dietro di me senza che io li veda. E oggi sono venuto qui, per giudicare i peccati degli altri». A queste parole non dissero nulla al fratello che aveva peccato, e gli perdonarono.
(Mosè 2, Detti dei padri del deserto)

Un fratello si recò a Scete dal padre Mosè per chiedergli una parola. L'anziano gli disse: «Va', rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa»:
(Mosè 6, Ibid.)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose