COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA III DOMENICA DI QUARESIMA
Colletta
Ti
supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili
servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù
Cristo, nostro Signore. Amen
Letture:
Ef 5,1-14; Lc 11,14-28
Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione
particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né
innalzare a Dio le sue lodi, né invocare il suo nome per chiedere aiuto. Il
protagonista di questa pagina del vangelo di Luca diviene l’immagine di una
separazione radicale da Dio, di uno smarrimento nelle tenebre del mondo e di
uno stato di profonda solitudine. A volte, in effetti, la sofferenza è capace
di prostrare l’uomo al punto da rendergli impossibile persino il conforto della
preghiera, di un dialogo con Dio, nella forma della supplica, dell’invocazione
o fosse anche della protesta.
Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro
e di vincere anche questo genere di demoni.
Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da
una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere
posizioni di neutralità.
Non schierarsi con Cristo significa soccombere al
demonio e condividerne la sorte disastrosa. Gesù è infatti l’”uomo forte”,
capace di scacciare i demoni con il dito di Dio, di custodire la sua casa e
disarmare il nemico antico. Chi non semina con Cristo, chi non sa prendere
posizione dinnanzi all’annuncio del Vangelo, disperde la semina di Dio, cammina
nelle tenebre e mette a rischio la propria vita.
Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo
ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari,
invitandoci a una più profonda solidarietà umana, chiamando a criterio di
discernimento delle relazioni la parola di Dio: “Mia madre e i miei fratelli
sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21),
rispose ai suoi parenti che lo cercavano.
La famiglia, cellula costitutiva così importante della
società, è in fondo spesso idolatrata e strumentalizzata, da gruppi politici di
diverso colore ma anche in ambito religioso, venendo a costituire di volta in
volta, un diritto da rivendicare, una sorta di clan da proteggere, ma
rappresentando spesso una semplice appendice dell’individualismo borghese. La
civiltà cristiana potrà essere ricostruita non semplicemente ponendo la
famiglia come baluardo, ma innanzitutto ponendo come fondamento il messaggio
evangelico.
“Beati coloro che odono la parola di Dio e
l’osservano” (Lc 11,28). La parola di Dio è dunque il modello da seguire; ma la
parola di Dio non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente, Gesù Cristo.
Se Gesù non fosse il Verbo incarnato potremmo
trovare in lui un maestro, un guaritore, un riformatore, un rivoluzionario. Ma
egli non volle essere nulla di tutto ciò. Fuggì sempre da queste gabbie, frutto
dei malintesi che le folle, da un certo punto in poi cominciarono a
manifestare. Nel vangelo di Marco chiede spesso alle persone che guarisce dalle
malattie e libera dai demoni, di mantenere la cosa segreta. Questo per
proteggersi dalle incompresioni riguardo la sua missione e la sua stessa
natura.
Gesù può essere un vero modello di vita proprio
perché è il Verbo di Dio incarnato, la manifestazione visibile e tangibile
dell’Altissimo. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per
definizione separato da tutto, ab-solutus,
ci si rede prossimo e conoscibile. Quel Dio di fronte al quale Mosé ed Elia
dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità nel momento in cui si
riveste della natura umana di Cristo.
L’esortazione di Paolo a essere imitatori di
Cristo, può essere adempiuta considerando l’umanità di Gesù, la sua vita
terrena narrata nei vageli, e la sua presenza sacramentale, come una mappa da
tenere costantemente sotto il nostro sguardo.
Al di là degli elenchi di vizi e di virtù
riportati da Paolo nella Lettera agli Efesini e in altri suoi scritti, non
molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica
dello stesso periodo, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa
prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e
l’esperienza di Dio non sono incentrate su un libro, ma sul Risorto, che
cammina con noi fino alla fine dei tempi, guidandoci nella piena comprensione
delle Scritture, come fece con i due discepoli sulla via di Emmaus (Lc
24,13-35).
Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Rettore Rev. Luca Vona
Venerabile Arcidiacono per l'Italia - Diocesi Anglicana Cattolica di Cristo Redentore
COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA
Colletta
Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità esteriore, e da ogni pensiero malvagio che possa assalirci interiormente. Per Cristo nostro Signore. Amen
Letture
1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28
Commento
Le letture della prima domenica di Quaresima hanno proposto la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero. Nel Vangelo di oggi assistiamo a un altro “ritiro”, questa volta conseguenza dell'incomprensione e del rifiuto: sebbene in molti ancora continuino a seguire Gesù, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non è in grado di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato.
Capita ancora oggi di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza, ma respinto quando viene proposto come colui che redime l'uomo dal peccato, e che lo libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”.
Il regno di Dio è vicino, e il tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù, affaticato dal suo ministero esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Questa regione vicino al mare era una sorta di luogo di villeggiatura dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato prevedevano addirittura il sacrificio di bambini. Motivo per cui le sue genti erano fortemente disprezzate da Israele.
In questo contesto si inserisce la preghiera della donna cananea per la guarigione della propria figlia e il suo atto di fede, speculare all’incredulità manifestata dagli abitanti della Giudea. Anche oggi il vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, rifiuto, in quelle famiglie e in quelle terre che hanno alle spalle generazioni, millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce frutti in alcune periferie geografiche ed esistenziali, in maniera del tutto inattesa.
Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, e così anche noi non dobbiamo temere di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che spesso non comprendono il senso profondo della sua missione. Il regno messianico è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Gesù ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento e non cominciate a dire dentro di voi: "Noi abbiamo Abrahamo per padre", perché io vi dico che Dio può suscitare dei figli ad Abrahamo anche da queste pietre.” (Luca 3,8).
È sorprendente il modo in cui la donna cananea si rivolge a Gesù; impiega, infatti, il titolo dal chiaro significato messianico “Figlio di Davide”, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù: inizialmente si mostra distaccato, poi spiega che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra.
Gesù utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici”, ma si lascia convincere dall’insistenza della donna, dalla sua fede (la prostrazione sembra un atto di riconoscimento della natura divina di Cristo) e dalla sua umiltà, nel momento in cui chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato.
E noi di quali idoli siamo schiavi? Quali sono i demoni che ci tormentano? La rabbia? L’avidità? La paura? Il clima penitenziale della Quaresima ci spinge a interrogarci e a ricercare il nostro affrancamento in Gesù, colui nel nome del quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, per proclamarlo come unico Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11).
COMMENTO ALLA LITURGIA PER LA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA
Colletta
O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen
Letture
2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11
Commento
“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.
L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino ob-audere, ovvero prestare ascolto. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.
L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo Testamento. “Ascolta Israele”, Shemà Israel, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: «Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno» (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: «Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.
Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosè era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quarant’anni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.
Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio. Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: «chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete» (Gv 4,14).
Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.
Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso. Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.
In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, ritroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).
COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SESTA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA
Colletta
O Dio, il cui unico Figlio si è manifestato per distruggere le opere del male e fare di noi i figli di Dio e gli eredi della vita eterna; concedici, ti supplichiamo, mediante questa speranza, di purificare noi stessi come egli stesso è puro; affinché quando apparirà di nuovo con potenza e grande gloria, possiamo essere trasformati come lui nel suo regno glorioso; dove con te, o Padre, e con lo Spirito Santo, vive e regna, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.
Letture
1 Gv 3,1-8; Mt 24,23-31
La lettura di oggi rivela il senso ultimo della manifestazione di Gesù come il Signore, nonché l’atto finale di questo processo in cui la sua gloria divina si dispiega nella storia, a partire dal mistero dell'incarnazione. Il perché della sua manifestazione lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera: “egli è stato manifestato per togliere via i nostri peccati” (1 Gv 3,5); ma anche “per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”.
L’atto finale dell'epifania di Cristo si compirà alla fine dei tempi, e ne offre una vivida descrizione Gesù stesso, le cui parole sono riportate da Matteo, che dedica due lunghi capitoli del suo Vangelo al sermone profetico, proposto in parte dalla liturgia odierna.
Scopriamo innanzitutto che la nostra storia ha un senso, una direzione, un polo di attrazione; non è il succedersi di eventi scollegati tra loro, sullo sfondo del ciclico ripetersi delle stagioni, degli anni e degli eventi naturali. I primi teologi cristiani ripresero due vocaboli greci per distinguere due diverse definizioni del tempo: kronos, che indica la dimensione puramente quantitativa del tempo, la scansione delle ore, dei giorni, delle stagioni, degli anni; e kairòs, che indica la dimensione qualitativa del tempo, un qualche cosa di specifico che accade e si sta svolgendo, tra un “già” e un “non ancora”.
Cristo è il Signore del tempo, inteso come kairòs. Colui che ha vinto la morte, ha vinto anche kronos, il tempo divoratore, che consuma ogni cosa. Cristo domina il tempo, conducendone le trame verso lo svolgimento finale della storia umana. Anche per culture come quella greca o quelle dell’estremo oriente, che avevano una visione circolare della storia, intesa come “eterno ritorno”, nel continuo ripetersi di eventi simili, vi era la credenza in un tempo situato “oltre” questa circolarità, che i greci definivano aion. È questo il tempo dell’eternità, e i primi cristiani identificarono in Cristo il Signore che ha gettato un ponte fra queste due dimensioni della temporalità. La storia si chiuderà con il suo ritorno.
Questo secondo Avvento sarà completamente diverso dal primo, perché, ci dice il Vangelo, sarà “come il lampo che esce da levante e sfolgora fino a ponente” (Mt 24,27).
Il monaco inglese Beda il Venerabile, vissuto tra il VII e l'VIII secolo ci ha lasciato nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, il racconto della conversione del potente re Edwin al cristianesimo. La decisione viene presa dal re dopo aver ascoltato i suoi consiglieri, uno dei quali gli offre una parabola molto suggestiva della nostra esistenza, paragonandola a quella di un passero che, durante un temporale, entra da una finestra aperta nella stanza dove il re sta banchettando con i suoi nobili, per fuoriuscire subito da un’altra finestra del salone. In quel breve momento, in cui giunge nella stanza come un lampo, il passero è al riparo dal temporale, ma un attimo dopo ritorna nel freddo e oscuro inverno da cui è venuto. Secondo il consigliere del re, così è la nostra breve ed effimera esistenza: di quel che c’è prima e di quel che c’è dopo non sappiamo nulla e se questa nuova religione ci dà una certezza è giusto seguirla.
Il racconto del consigliere di re Edwin, riferito da Beda e ripreso dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nella sua opera Il Tempo, grande scultore, offre una rappresentazione drammaticamente realistica della nostra vita terrena, ma le letture di oggi ci conducono molto al di là una religiosità vissuta in modo consolatorio. Perché capovolgendo le immagini appena descritte potremmo dire che il mondo e il tempo in cui siamo inseriti rappresentano l’infuriare della tempesta, mentre la presenza di Gesù tra gli uomini durante la sua vita terrena e l’esperienza che facciamo di lui nella fede, rappresenta come un bagliore nella notte.
L’umanità e la nostra anima trovano in Cristo una tregua dall’infuriare della tempesta del mondo, quel mondo che, ci ricorda Giovanni, ci odia, perché prima ha odiato Gesù (Gv 15,18; 1 Gv 3,1); quel mondo che è nelle mani del nemico. Questi sarà definitivamente “cacciato fuori” (Gv 12,31) nel compimento del tempo presente, quando le sue opere verranno distrutte (1 Gv 8).
È questa speranza che ci purifica e ci rende santi. Non dunque una speranza come puro stato psicologico ed emotivo. Ma una speranza intesa come virtù cristiana, suscitata dallo Spirito Santo, che abbiamo ricevuto nella fede.
L’esperienza di Dio nella fede ci offre di lui una visione furtiva, come un bagliore nel temporale; inafferrabile, come un passero che attraversa la tavola imbandita delle cose caduche di questo mondo. Eppure, il fulmine ci indica uno squarcio, un varco nel cielo; il passero ci indica una direzione, anche se, come lo Spirito, non sai da dove viene e dove va (Gv 3,8).
O
Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità
della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste
possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Amen.
Letture:
Col 3,12-17; Mt 13,24-30
Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo ci mostra
Gesù che ammaestra le folle, seduto in riva al mare, creando per loro delle
splendide parabole, delle quali oggi, la liturgia, ci offre quella del grano e
della zizziania. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che
attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare
la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. Dopo tanti
secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle
parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità
post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi, per lo più
lavoratori dei campi, abitanti di contesti rurali, o studenti di botanica. Questa
pianta è un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile
distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scurie
allungati. I discepoli rimasero molto colpiti da questa parabola, della quale
faticarono a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a
casa, chiesero a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). La parabola di oggi ci
offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permetta il suo
proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso
campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi una epifania negativa,
speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che
San Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi
copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt
13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono
prima che possa germinare (Mt 13,4.19), ma mentre gli uomini dormono (Mt 13,25)
getta nel terreno un cattivo seme. L’intento del nemico è chiaro: mettere in
cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano.
All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore,
non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e proporranno la
soluzione di estirpare l’erba infestante. Ma il padrone decide di lasciare
crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba
malviagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono.
Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare?
Questa domanda viene rivolta spesso a noi credenti, e in verità se la era posta
già tanti secoli fa l’autore del salmo 73, il quale affermava: “quasi
inciampava il mio piede… perché portavo invidia ai vanagloriosi, vedendo la
prosperità dei malvagi… Ecco costoro sono empi, eppure sono sempre tranquilli… Invano
dunque ho purificato il mio cuore… Perché sono colpito tutto il giorno e
castigato ogni mattina. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi
è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho
considerato la fine di costoro. Certo tu li metti in luoghi sdrucciolevoli…
Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai,
disprezzerai la loro vana apparenza”. Mentre nella parabola della zizzania il
sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano il nemico era
andato a mettere il seme cattivo nel terreno, qui abbiamo la curiosa immagine
di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo
“sonno di Dio” è una metafora accattivante, per descrivere il tempo della misericordia
del Signore, che ci separa dal tempo del suo suo Giudizio. Perché Dio, che
appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal
103,8), egli che non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez
33,2) ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione. Ecco perché
consente al male di prosperare insieme al bene, non solo nel mondo, ma purtropo
anche nelle nostre vite. Molti vorrebbero che Dio eliminasse tutto il male
subito. Come è possibile che possa tollerare la vita di esseri umani capaci di
diffondere sofferenza e morte? Ma se dovesse sposare le nostre agitazioni
interventiste dove si dovrebbe fermare la mano di Dio? Dove si dovrebbe fermare
la mano di un Dio infinitamente puro, infinitamente buono, l’unico di cui possa
essere predicata in modo assoluto e veritiero la bontà? Dovrebbe Dio togliere
di mezzo l’uomo che ha ordinato lo sterminio di milioni di altri uomini? O
basterebbe uccidere un solo uomo per meritare la morte da parte di Dio? E la
mole di ingiustizie, indifferenza, superficialità, quel male silenzioso e apparerentemente
“banale” che provoca immense sofferenze a tanti esseri umani? Non dovrebbe
essere punito anche quello? A dire il vero basta esaminare le nostre coscienze,
senza lanciarsi in grandi analisi geopolitiche e sociali, per vedere quanto
grano e quanta zizzania ci siano nelle nostre singole vite, nel nostro cuore.
Un’altra domanda pressante è infatti: perché, nonostante la grazia e la parola
di Dio che operano in me sono ancora tanto imperfetto? Siamo capaci di renderci
docili alla parola di Dio e di consentire a questa di portare buoni frutti, ma
cadiamo spesso addormentati e consentiamo al nemico di seminare e far germinare
in noi il male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella
di chi ci circonda, drenando energie a noi stessi e agli altri, ostacolando il
benessere e la crescita spirituale, il fruttificare della parola di Dio in noi
e nel mondo. Meno male, allora, che Dio è misericordioso; i suoi tempi sono i
tempi dell’agricoltore paziente, non quelli del broker spietato, alla ricerca di utili immediati.
Per questo il Signore, che nel battesimo ci ha
donato la sua luce e la sua grazia, conoscendo la nostra fragilità, ha
predisposto il sacramento della penitenza, invitandoci a confessare i nostri
peccati, a lui, e l’un l’altro, per ottenere l’annuncio del suo perdono. E
mentre il battesimo può essere dato una volta sola, la penitenza può essere
reiterata più volte, come una medicina, che assumo ogni volta che mi ammalo.
Per questo la nostra chiesa Anglicana, pur riformando la prassi penitenziale ed
eliminando alcuni abusi che si erano andati affermando nel corso dei secoli, ha
mantenuto la pratica della confessione, sia quella pubblica e generale, durante
la liturgia, sia quella privata, con il sacerdote. Sebbene per quest’ultima non
esista un formulario preciso nel Book of
Common Prayer, troviamo in esso numerose formule di confessione e anche
alcune formule di assoluzione di tipo deprecativo, nelle quali, cioè il
sacerdote chiede a Dio il perdono dei peccati per il penitente. Queste erano la
forma comune di assoluzione nell’alto medioevo e solo in maniera piuttosto
tardiva è comparsa la formula indicativa “Io ti assolvo”.
Il ministero delle chiavi, che il Signore ha concesso
ai suoi apostoli, conferendogli il potere di legare e di sciogliere i peccati
sulla terra, facendo sì che fossero legati e sciolti anche in Cielo, non deve
farci dimenticare chi è l’autore del perdono e della grazia. Deve farci
desistere, non solo i saccerdoti, ma noi tutti come credenti, dalla tentazione
di esercitare una giustizia preventiva e sommaria. Deve farci desistre dalla
smania di “fare pulizia” di tutto il male e subito, tutt’intorno a noi. Ci
vuole una grande pazienza, con il nostro prossimo e con noi stessi, per gungere
a un buon raccolto.
Il profeta Elia era pieno di zelo per il Signore e
aveva sterminato tutti i profeti di Baal, una divinità pagana che avevano
iniziato ad adorare anche gli Israeliti. Fuggito sul monte Horeb, Dio, che era
apparso in precedenza a Mosé nel fuoco e nel tuono, si manifestò a Elia, dopo
una serie di sconvolgimenti naturali: prima un vento impetuoso, poi un
terremoto, poi un incendio devastante; infine, una brezza leggera, “una voce,
come un dolce sussurro” (1 Re 19, 12); ed egli si coprì il volto perché
comprese che proprio in quella era presente il Signore.
Rispettiamo, dunque i modi e i tempi di Dio, per
il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), e obbediamo alla sua
volontà, lasciando che grano e la zizzania maturino insieme. Allora i suoi
servi li separeranno. Il radicalismo esasperato, la fretta di giungere subito
al risultato finale, può arrecare grossi danni alla nostra e alla altrui vita
spirituale, stroncandola sul nascere; può portare anche a grandi disastri nella
società e nel mondo, per il desiderio di intervenire contro il “nemico” di
turno. Ma il nemico è innanzitutto interno e soprattutto, spirituale e
invisibile. Dobbiamo vincerlo vegliando e pregando, senza stancarci (Lc 18,1;
Lc 21,36; 1 Ts 5,17); meditando e custodendo la Parola di Dio nel nostro cuore,
come una brezza leggera che accarezza un terreno fertile.
O Dio,
che sai che ci troviamo in mezzo a molti e grandi pericoli e che per la
fragilità della nostra natura umana non possiamo neanche reggerci in piedi;
concedici forza e protezione, per trovare supporto in ogni avversità e superare
ogni tentazione. Amen.
Letture:
Rm 13,1-7; Mt 8,1-17
Prosegue nel ciclo liturgico anglicano la serie
delle domeniche denominate “dopo l’Epifania”. Alcune chiese occidentali, tra
cui quella cattolica romana, introducendo alcune modifiche nella seconda metà
del ventesimo secolo, hanno ridefinito questo periodo “Tempo ordinario”,
cambiando anche il lezionario; per tale motivo le letture della liturgia non
coincidono più tra loro tra le diverse chiese occidentali. Troviamo, però, un
certo “sentire comune”. Nelle scorse quattro settimane abbiamo ascoltato le
letture sulle quattro grandi manifestazioni di Gesù come Dio e Redentore
dell’umanità: la nascita a Betlemme, l’adorazione da parte dei Magi, il
battesimo al Giordano, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana.
Con la lettura di oggi entriamo in una dimensione un po’ più “quotidiana” e
“ordinaria”, dentro la quale irrompe la straordinarietà del Figlio di Dio, con
la sua predicazione e con diversi miracoli di guarigione e liberazione. Si
tratta di parole e gesti spesso sovversivi nei confronti di alcune prassi della
religiosità giudaica; a cominciare proprio dai due miracoli narrati nel Vangelo
di oggi: la guarigione del lebbroso e la guarigione, a distanza, del servo del
centurione.
Le due narrazioni si collocano subito dopo il
lungo discorso sul monte, ai capitoli 6 e 7 del Vangelo di Matteo; discorso che
dovrebbe costituire lo regola di vita di ogni cristiano. E sottolineo di ogni
cristiano, non dei preti, dei consacrati o dei monaci, ma di ogni cristiano che
voglia vivere seriamente la propria fede nella vita di ogni giorno. Quanto poi
sia possibile mettere in pratica, con le sole proprie forze, quella regola di
vita, è un altro discorso, che merita un approfondimento a sé. Dopo questo
lungo sermone, dunque, Gesù scende dalla montagna e comincia subito a mettere
in pratica quanto ha predicato. La prima persona in cui si imbatte è un
lebbroso; la religiosità giudaica, attenendosi al libro del Levitico, considerava
i lebbrosi impuri, e impuro diventava chiunque avesse avuto un contatto fisico
con loro. Quest’uomo vive, dunque, non solo uno stato di profonda sofferenza
fisica, ma anche morale, determinata dalla solitudine e dall’emarginazione, che
spesso anche oggi caratterizzano lo status
del malato. Ma il lebbroso è convinto che Gesù possa guarirlo. La sua fede
rappresenta la risposta dell’uomo sofferente alla predicazione di Gesù. La
fede, spesso definita un “dono”, che il Signore elargirebbe capricciosamente a
chi più a chi meno e a chi niente, diventa invece qui la risposta attiva
dell’uomo alla Parola di Dio. Il dono è la parola di Dio. La fede è ciò con cui
siamo chiamati a rispondere a questo dono. Gesù, di fronte alla fede del
lebbroso, che lo riconosce come Signore, adorandolo, e afferma “se vuoi, tu
puoi mondarmi” contravviene apertamente alle regole della propria religione; davanti
alle “grandi folle” che lo hanno seguito, “distesa la mano” (in segno di
benedizione) “lo toccò”. E in quell’istante egli fu guarito. Ecco un’altra
Epifania della potenza di Dio, nel quotidiano, nel tempo “ordinario”; Gesù
viene riconosciuto come Signore e ci manifesta la natura profonda di Dio: un
Dio che non ha timore di toccare con mano la nostra miseria, ma che la
raggiunge e la sana con la sua benedizione, con la sua grazia. Così dovremmo agire
anche noi con gli altri uomini, senza paura di “sporcarci le mani” per
annunciare il Vangelo. Non siamo chiamati a formare “combriccole” di bigotti,
ma a raggiungere e lasciarci raggiungere da ogni essere che condivide la nostra
natura umana, ferita dal peccato e da mille infermità.
La conferma arriva anche dall’episodio
immediatamente successivo, dove un centurione romano, considerato dai giudei un
impuro perché pagano, e un nemico perché rappresentante del potere politico e
militare che opprimeva la loro nazione, si presenta a Gesù per chiedere la
guarigione di un servo che “giace in casa paralizzato e soffre grandemente”. La
risposta di Gesù è ancora una volta sovversiva: “Io verrò e lo guarirò”. Gesù
propone di andare a casa stessa del centurione, una azione “scandalosa”, perché
contravveniva alle norme religiose che prevedevano il divieto di entrare in
casa di un pagano, per di più nemico della nazione. Ma non poteva agire
diversamente colui che aveva appena predicato l’amore per i propri nemici e che
aveva detto: “Qual è l'uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un
pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se
dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto
più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele
domandano!” (Mt 7,9-11). Un altro raggio della rivelazione evangelica squarcia
le nubi del timore per l’impurità rituale, manifestando il mistero della
paternità universale di Dio; questa, si allarga oltre i confini del popolo
eletto, all’intero genere umano, immerso, come ci ricorda la colletta di oggi,
“in molti e grandi pericoli”, alla ricerca di “forza, protezione e supporto in
ogni avversità e tentazione”.
Il centurione è pienamente consapevole di questo
stato di miseria e fragilità che caratterizza la condizione umana, e lo attesta
con le parole che ripetiamo ogni volta prima della comunione eucaristica
“Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto”. E la sua risposta
di fede nei confronti della Parola di Dio è altrettanto grande: “di’ soltanto
una parola, e il mio servo sarà guarito”. E così avverrà.
È la Parola di Dio che guarisce, quella parola che
la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12) definisce “vivente ed efficace, più affilata di
qualunque spada a due tagli”, capace di penetrare “fino alla divisione
dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla”; quella parola con
cui Dio ha creato il mondo e guidato il suo popolo attraverso il deserto e
nella terra dell’esilio.
Dopo secoli in cui il popolo è stato tenuto
lontano dalla Bibbia, anche oggi, che disponiamo di eccellenti traduzioni in
ogni lingua, l’analfabetismo biblico è fortemente diffuso. Manca, persino tra i
protestanti a volte, l’abitudine a confrontari abitualmente con la Parola di
Dio, ad ascoltare cosa il Signore ha da dirci riguardo i nostri problemi, le
nostre paure, i nostri dubbi. Altre volte manca una risposta di fede forte alla
Parola, la fiducia nella sua efficacia, nella sua capacità di trasformare
realmente la nostra vita.
Impegnamoci a riscoprire la lettura delle Sacre
Scritture; non lasciamo la Bibbia a raccogliere polvere in uno scaffale.
Ascoltiamola, meditiamola, confrontiamoci con essa nelle cose ordinarie e
straordinarie di ogni giorno. La nostra vita personale, ma anche quella
collettiva, gli avvenimenti politici, la sottomissione all’autorità, cui ci
chiama San Paolo nella lettura di oggi, invitandoci a essere buoni cittadini,
devono avvenire mediante l’esercizio di un senso critico, alla luce della
Parola di Dio. Allora potranno essere sanate le nostre ferite, individuali e
collettive. Dice infatti il Signore, per bocca del profeta Isaia (Is 55,10-11):
“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere
annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da
dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita
dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza avere compiuto ciò che
desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata”. E così sia.