Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

lunedì 12 giugno 2023

Fermati 1 minuto. Le beatitudini

Lettura

Matteo 5,1-12

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Commento

Gesù proclama le beatitudini "sulla montagna"; si tratta di una connotazione teologica che richiama il monte Sinai, dove Mosè ricevette le tavole della legge (Es 24,12). Mentre però la prima legge fu portata al popolo discendendo dal monte, la legge evangelica è data con l'ascesa di Gesù sul monte; mentre la prima fu data fra tuoni e fulmini, la seconda è proclamata da Cristo con la dolcezza della sua parola; mentre nella promulgazione della prima legge il popolo doveva tenersi a distanza dal monte, qui è invitato ad avvicinarsi.

Si tratta del primo di cinque discorsi che costituiscono una caratteristica del Vangelo di Matteo che, diversamente dall'analogo discorso di Luca (Lc 6,20-49), non è indirizzato solo ai discepoli ma anche alle folle. Le beatitudini sono destinate a tutti.

Il discorso della montagna rappresenta un potente assalto al legalismo farisaico. L'alto standard richiesto da Gesù per l'osservanza della legge è impossibile da conseguire con le sole forze umane e rende completamente dipendenti dalla grazia.

La formula "beati" ricorre nei Salmi e nella letteratura sapienziale, ed è frequente anche nel Nuovo Testamento, in particolare nell'Apocalisse.

Il termine "poveri (gr. ptochos) in spirito" è quello che nel Nuovo Testamento designa frequentemente chi è povero, ma anche emarginato e oppresso, così come nell'Antico Testamento esprimono questa condizione le parole ebraiche ebyion, dal e anawim. L'aggiunta "in spirito" (gr. to pneumati) indica l'umiltà di cuore di chi, qualunque sia il suo ceto sociale, riconosce la sua completa dipendenza da Dio e il suo costitutivo bisogno di lui. L'umiltà di spirito è la prima virtù elencata e rappresenta come le fondamenta per costruire l'edificio della santità: più sono profonde, più l'edificio sarà solido e potrà svilupparsi in altezza.

La consolazione è promessa a "coloro che sono nel lutto" (gr. penthountes), non perché piangono dei morti, ma perché vivono la loro condizione terrena di sofferenza nell'attesa e nella speranza di Dio che verrà a liberarli definitivamente dalle catene del mondo (cfr. Is 61,3).

I miti (gr. praeis) che erediteranno la terra (cfr. Sal 37,11), cioè il regno dei cieli, non sono i mansueti per temperamento, ma coloro che, poveri e umili di cuore, sono diventati docili alla volontà del Signore.

Avere "fame e sete di giustizia" significa porsi in sintonia con l'azione di salvezza di Dio, traducendo coerentemente nella propria vita ciò che essa comporta, vivendo pienamente la propria vocazione cristiana. La giustizia, ovvero il retto agire, proviene dalla stessa azione santificante della grazia.

Misericordioso (gr. eleemon) non è sempicemente chi ha compassione per gli altri, ma chi concretamente, nei rapporti, riproduce il modo di amare di Dio misericordioso. La misericordia è ciò che ci rende più simili a Dio.

Con l'espressione "puri di cuore" (gr. katharoi te kardia) Gesù si riferisce agli uomini giusti secondo Dio, sinceri, semplici e retti nell'agire. A loro è promesso di vedere Dio nel regno che deve venire.

Gli operatori di pace (gr. eirènopoioi) sono innanzitutto coloro che lavorano per dare all'umana convivenza la sua unità e pienezza di relazioni, riconciliando i cuori, appianando i conflitti, creando legami di comunione. La speciale unione in questo sforzo con il disegno di Dio, attuato da Gesù, li innalzerà al rango di figli. Questa virtù attesta anche che Gesù non ha mai inteso diffondere il suo regno con la spada e con il fuoco, mediante uno zelo intemperante.

Come i profeti perseguitati da Israele anche i discepoli di Gesù sono destinati a patire le persecuzioni (gr. dediògmanoi), prima da parte della sinagoga, poi dal potere imperiale romano, più in generale dal "mondo", per agire in conformità al vangelo.

Le ultime frasi di questo discorso di Gesù includono la presenza della croce nella vita del credente, ma invitano alla gioia anche quando le cose diventano difficili. La felicità è l'obiettivo ricercato da ogni essere umano; nelle beatitudini Gesù ci indica la strada per raggiungerla, ma possiamo percorrerla solo guidati e fortificati dal suo Spirito.

Preghiera

Guidaci, Signore, verso la pienezza della felicità; affinché camminando sulle vie delle tue leggi possa risplendere in noi l'opera della tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 11 giugno 2023

L'amore fraterno, principio della comunione con Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, che sei la forza di tutti coloro che ripongono la loro fiducia in te; accetta misericordioso le nostre preghiere; e poiché per la debolezza della nostra natura umana, non possiamo compiere nessuna cosa buona senza di te, concedici l’aiuto della tua grazia, affinché conservando i tuoi comandamenti, possiamo compiacerti con i nostri desideri e la nostra volontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 4,7-21; Lc 16,19-31

Commento

“Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7) afferma l’apostolo Giovanni. L’amore ci fa rinascere da Dio, ripristina la nostra immagine e somiglianza con lui; ci rende possibile conoscerlo, non con l’intelletto, ma per esperienza diretta della sua stessa natura.

A volte pensiamo che Dio sia un enigma da risolvere; per lungo tempo, in passato, si è intavolata un’affascinante discussione circa le “prove” sull’esistenza di Dio. Ma anche quando saremo riusciti a dimostrare la sua esistenza, a cosa ci gioverà se non ne comprenderemo l’essenza e non condivideremo la comunione con la sua natura divina?

Dio non è una conclusione, una costruzione della nostra mente. Nessuno lo ha mai visto (1 Gv 4,12) ma l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre, è colui che l’ha fatto conoscere (Gv 1,18). È Cristo il libro aperto, la parola vivente che ci parla di Dio, con tutta la sua vita. “Mosè […] ha scritto di me” (Gv 5,46) afferma Gesù, e questa fu la fede degli apostoli: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti” (Gv 1,45). 

L’esperienza di Dio non è nemmeno la ricerca del prodigio a tutti i costi. Taluni sono portati a credere che la fede debba scaturire dall’irrompere di fenomeni straordinari nelle nostre vite. Ma l’ammonizione di Abramo al ricco, che si è privato della fonte di ogni bene, è chiara: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti” (Lc 16,31). Anche il Risorto, sulla via di Emmaus, rimprovera ai discepoli di essere insensati e tardi di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno detto (Lc 24,25).

L’ascolto delle Scritture è dunque il primo passo per conoscere Dio e riconoscere Gesù come il Signore. Ma non sono sufficienti l’ascolto e la professione di fede fatta con le labbra. Giovanni ci dice che chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio (1 Gv 4,15). Confessare è qualcosa di più che credere o professare. Significa riflettere con le nostre azioni, testimoniare con la vita ciò in cui crediamo. Chissà quante volte il ricco alle cui porte stava Lazzaro aveva ascoltato le Scritture. Eppure la sua coscienza non fu scalfita dai numerosi richiami a soccorrere il povero che si trovano nella legge mosaica, nei salmi e nei libri profetici.

La carità fraterna è ciò che fa realmente la differenza. Giovanni è molto chiaro nel dire che risiede proprio in essa ciò che realizza la comunione con Dio: “chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16). Senza la fede, che diventa sequela di Cristo, è inutile illuderci di possedere la comunione con Dio, quasi come un automatismo della partecipazione ai sacramenti. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “chiunque mangia di questo pane o beve del calice indegnamente sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore […] poiché chi ne mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore” (1 Cor 11,27.29). Il corpo mistico del Signore è la sua Chiesa, e chi trascura il fratello nel bisogno trascura le membra stesse del corpo del Signore.

Nel racconto del povero Lazzaro vediamo che i cani randagi hanno più pietà di lui di quanta ne mostri il ricco, il quale banchetta senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ma l’abisso di indifferenza che quest’uomo crea nel proprio cuore nel corso della sua vita terrena sarà lo stesso che lo separerà dalla sorte beata di Lazzaro nella vita ultraterrena: “tra noi e voi è posto un grande baratro” (Lc 16,26).

Il salmo 49 paragona “l’uomo che vive nell’onore senza avere intendimento” alle bestie che si avviano, ignare, al macello (Sal 49,12.14.20). L’avidità, l’indifferenza, scavano un abisso nel cuore dell’uomo. Al contrario, l’amore fraterno dilata il cuore e lo riempie dello spirito di Dio. E l’amore caccia anche via la paura (1 Gv 4,18): paura del giudizio di Dio, paura della morte, paura delle nostre cadute. Il discepolo di Gesù, infatti, ama non per accumulare meriti, né per paura del castigo; il suo non è l’amore del servo per il padrone, né quello del mercenario per colui che lo ha ingaggiato. È la risposta all’amore che Dio ci ha donato per primo (1 Gv 4,19). Ed è il tratto distintivo del vero dal falso discepolo: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’autorità e la credibilità nella Chiesa risiedono nella fede in Cristo, e questa è espressa dal principio della carità fraterna.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 9 giugno 2023

Fermati 1 minuto. Lo ascoltava volentieri

Lettura

Marco 12,35-37

35 Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? 36 Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo:
Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi.
37 Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri.

Commento

Gesù sembra non amare troppo il titolo "figlio di Davide", probabilmente perché evoca la figura del Messia trionfante che libera il popolo dal dominio straniero. Queste erano le aspettative degli scribi, che non comprendevano l'insegnamento dell'Antico Testamento relativo alla vera natura del Messia. Anche noi corriamo il rischio di vedere Gesù come colui che viene a instaurare e difendere i nostri piccoli o grandi regni, un Messia al servizio delle nostre limitate aspettative.

Solo agli umili è stata rivelato il vero senso del titolo davidico attribuito a Gesù: Maria nell'annunciazione riceve il messaggio che al figlio che partorirà il Signore darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1,32-33); il cieco Bartimeo griderà a Gesù chiedendo la guarigione riconoscendolo proprio come "figlio di Davide" (Mc 10,46-47); così le folle che accoglieranno festanti Gesù a Gerusalemme a cavallo di un asino, prima della sua passione canteranno "osanna al figlio di Davide (Mt 21,9). Un Messia umile, dunque, che viene a regnare mettendosi al servizio degli ultimi.

Nel salmo citato da Gesù (Sal 110,1) la prima parola utilizata per il Signore è Yahveh, il nome che Dio utilizza nel pronunciare il patto con il suo popolo, mentre la seconda parola, Adonì è una contrazione di Adonai, significa "mio Signore", ed è uno dei nomi di Dio più diffusi nell'Antico Testamento, dove compare 439 volte. Davide, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo raffigura Dio che parla al suo consacrato, chiamandolo suo (di Davide) Signore, con un titolo messianico che è anche un nome divino.

Gesù fa notare che Davide non avrebbe mai chiamato "Signore" uno dei suoi discendenti; per cui il Messia è più che "il figlio di Davide", egli è anche "figlio di Dio". Gesù proclama così la divinità del Messia e, quindi, la propria.

Pietro, testimone della risurrezione vide con chiarezza che Gesù era stato costituito "Signore di Davide" perché "Davide (...) fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi" ma "Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni" (At 2,29-32).

Chi è Gesù? La domanda attraversa tutto il vangelo di Marco, che prima dell'aggiunta, nel secondo secolo, del sommario delle apparizioni del Risorto terminava originariamente con la tomba vuota, lasciandoci in sospeso e chiedendo al lettore di formulare una risposta.

Gesù ci dice di essere di più che il "figlio di Davide", ci invita a spingere oltre il nostro sguardo mediante la fede, animando il nostro presente di fiducia e di speranza. Per questo la folla "lo ascoltava volentieri" (v. 37).

Preghiera

Signore Gesù cristo, illuminati dallo Spirito ti riconosciamo come Signore del cielo e della terra; vieni a regnare sulle nostre vite, affinché possano prosperare delle ricchezze della tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Columba (Colombano) di Iona, santo della chiesa celtica

Il 9 giugno dell'anno 597, poco dopo la mezzanotte, si spegne nella chiesa del suo monastero Columba di Iona, monaco, uomo di cultura e pellegrino per Cristo.
Egli nacque in una potente famiglia irlandese della contea di Donegal, ma riconobbe presto di essere chiamato alla vita monastica piuttosto che a quella di capo e condottiero del suo clan.
Educato alla scuola di alcuni tra i più celebri monaci irlandesi, egli fu presto soprannominato Columcille, «colomba della chiesa», da cui il nome latino di Columba. Columba fu un uomo di grande cultura, molto versato nelle arti monastiche celtiche: egli fondò infatti i monasteri di Derry e Durrow, forse anche quello di Kells, dai quali ci sono giunti i più grandi capolavori della miniatura irlandese; ma seppe apprezzare anche le arti profane, e difese i bardi e i musici del suo tempo da quei monaci che volevano sopprimerne l'attività.
Columba, come molti monaci irlandesi, a un certo punto della sua vita si fece pellegrino per Cristo e divenne un predicatore itinerante assieme ad alcuni compagni. Ovunque lasciò un ricordo straordinario, e il suo ruolo di paciere nelle controversie politiche ed ecclesiali fu unanimemente apprezzato.
Egli finì la sua vita sull'isola di Iona, di fronte alla costa sudoccidentale della Scozia, dove dedicò gran parte del suo tempo alla guida del monastero da lui stesso fondato e alla composizione di inni e carmi di notevole qualità poetica e spirituale.
Columba è considerato assieme a Patrizio di Armagh e a Brigida di Kildare il più importante santo della chiesa celtica.
Columba di Iona (+597)

Tracce di lettura

Columba diede le ultime disposizioni ai suoi discepoli: «Amatevi gli uni gli altri senza finzioni. Siate nella pace. Se seguirete questa via sull'esempio dei santi padri, Dio, che dà forza al buono, vi aiuterà, e io intercederò per voi mentre dimorerò con lui».
La campana suonò per l'ufficio di mezzanotte. Il santo si alzò di corsa e si recò per primo in chiesa, inginocchiandosi in preghiera nei pressi dell'altare. Il fedele servo Diarmait lo seguiva da vicino, e vide l'intera chiesa ricolma di luce che irradiava dal santo. Quando i fratelli raggiunsero la soglia della chiesa, la luce svanì. Camminando nel buio, Diarmait trovò Columba che giaceva davanti all'altare. I monaci gli vennero intorno con le lampade, e cominciarono il lamento sul loro padre morente. Il santo, allora, aprì gli occhi e si guardò intorno. Vi era una meravigliosa gioia sul suo volto. Diarmait gli sostenne la destra per aiutarlo a benedire il coro dei fratelli, ed egli consegnò lo spirito.
(Adomnan, Vita di Columba 3,23).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

giovedì 8 giugno 2023

Fermati 1 minuto. L'imperativo del verbo "amare"

Lettura

Marco 12,28-34

28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Commento

La questione decisiva posta dallo scriba è in che cosa consista il cuore della legge. La risposta di Gesù riassume tutto il suo insegnamento e diventa il modello al quale fare riferimento per la vita. L'amore verso Dio è il primo grande comandamento e il suo naturale riflesso è l'amore verso il prossimo: l'uno e l'altro nel totale dono di sé. 

Dio è unico, ma non è solitario. Dio è comunione, del Figlio con il Padre, nello Spirito Santo. Dio è comunione dei redenti nel Figlio; e la comunione con Dio è il destino della stessa creazione, che "aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). Lo "Shemà, Israel" (Dt 6,4-9) richiamato da Gesù, diventa nel vangelo svelamento dell'intima relazione tra unicità e comunione, definendo il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. 

Il cuore dell'uomo è stato creato per amare e come afferma Agostino d'Ippona (Confessioni, I,1.1) è inquieto finché non riposa in Dio, ovvero nell'Amore. E così si esprime Dio con Caterina da Siena: "L’anima non può vivere senza amore, sempre vuole avere qualche cosa da amare, poiché è costituita d'amore avendola Io per amore creata" (Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, 51). 

L'amore di Dio unifica le nostre facoltà e ne esprime il massimo potenziale; siamo infatti chiamati ad amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le nostre forze (v. 30). Amare Dio significa anche amare tutto ciò che egli ama. 

La prima parola dello "Shemà" - "Ascolta" - attesta che questo amore sovrabbondante può essere riversato nel nostro cuore solo a partire dall'ascolto; non è semplicemente frutto di un nostro sforzo di volontà, ma è lo stesso amore dello Spirito, che ama attraverso di noi e al quale possiamo attingere nella misura in cui il nostro cuore si apre a Dio. 

Il dono di sé è un sacrificio superiore a qualsiasi olocausto, e a questo ci esorta anche l'apostolo Paolo: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale" (Rm 12,1). Siamo chiamati a farci come Cristo altare, oblazione e fuoco sacrificale. A bruciare d'amore in lui. 

Il nuovo comandamento del vangelo supera quello della legge antica: dobbiamo amare il prossimo non solo come noi stessi (Lv 19,18), ma come Gesù ci ha amati (Gv 15,12). Questa è la differenza tra l'essere vicini al regno di Dio ed esserne parte.

Preghiera

Colma i nostri cuori del tuo amore, Signore; affinché possiamo donarci a te e agli uomini come sacrificio a te gradito, nel vincolo dell'unità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Thomas Ken. La pace è superiore ai canoni ecclesiastici

Gli anglicani ricordano oggi Thomas Ken, vescovo di Bath e Wells e innografo della Chiesa d'Inghilterra.
In un'epoca di continui rivolgimenti in seno alla politica e all'episcopato inglesi, Thomas emerse per la mitezza evangelica con cui seppe esercitare il proprio servizio di pastore, e per l'irreprensibilità della sua coscienza, che gli permise di non venir meno alla fedeltà nei riguardi anzitutto del vangelo ma anche delle istituzioni civili del suo paese.
Nato a Berkhamstead nel 1637, Thomas Ken studiò al New College di Oxford. Apprezzato per la sua generosità e il suo equilibrio, egli divenne cappellano reale di re Carlo II e fu quindi consacrato vescovo di Bath e Wells. Il suo rapporto con il sovrano non gli impedì di riprenderlo con franchezza e libertà quando questi si trovò a contraddire la propria fede.
Con l'ascesa al trono del re cattolico Giacomo II, la situazione di Ken divenne precaria; nel 1688 egli fu rinchiuso, in questo stesso giorno, nella torre di Londra, per essersi rifiutato di pubblicare nella propria diocesi l'atto con cui il nuovo sovrano ripristinava le indulgenze. Avendo tuttavia prestato giuramento di fedeltà al re, Thomas si rifiutò in seguito di riconoscere come re il protestante Guglielmo di Orange, a suo avviso illegittimamente asceso al trono d'Inghilterra. Privato della sede episcopale, Thomas visse in povertà e semplicità il resto dei suoi giorni, ritirato nella campagna inglese, dove compose inni tra i più celebri della liturgia anglicana e dove si impegnò per portare la pace fra le molteplici anime della cristianità britannica.
Thomas Ken morì il 19 marzo del 1711.

Tracce di lettura

Se non sarà giudicato opportuno che io e altri vescovi rinunciamo a rivendicare i nostri diritti canonici, suggerirei allora di procedere alla stesura di una lettera circolare da diffondere fra la gente, per sostenere umilmente ma al tempo stesso risolutamente la causa per la quale soffriamo, e dichiarare che la nostra opinione non è cambiata; almeno potremmo far comprendere che rimarremmo nei nostri pubblici uffici solo per obbedienza, e anzitutto perché abbiamo il dovere di ripristinare la pace nella chiesa. La pace è così importante da far passare in secondo piano anche i canoni ecclesiastici, che del resto sono di autorità umana e non divina.
Propongo questa soluzione con sottomissione, e mosso da sincero zelo per il bene della chiesa, chiedendo alla misericordia divina che ci guidi nelle vie della pace, perché possiamo glorificare Dio con un'anima sola e un'unica bocca.
(T. Ken, Lettera a Georges Hickes).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose