Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 19 gennaio 2021

Fermati 1 minuto. L'uomo, prima del precetto

Lettura

Marco 2,23-28

23 In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. 24 I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?». 25 Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? 26 Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». 27 E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! 28 Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato».

Commento

Secondo i rabbini quello del riposo del sabato, in onore del giorno in cui Dio si riposò dopo l'opera della creazione (Gen 2,3), è il comandamento più importante: osservarlo correttamente significa compiere tutta la legge. Di conseguenza la violazione del sabato viene considerata alla stregua dei peccati peggiori (idolatria, incesto, omicidio). 

Il semplice comandamento contentuto nel libro dell'Esodo (Es 34,21) e nel Deuteronomio (Dt 5,12-15) è stato esteso dai maestri ebrei fino a includere trentanove tipi di lavori proibiti, a loro volta suddivisi in trentanove classi, per un totale di 1521 lavori proibiti. L'opposizione di Gesù è contro questi eccessi della legislazione sabbatica, contro le "dottrine che sono precetti di uomini" (Mt 15,9). 

Contrariamente a quanto rimproverato dai farisei, ai viaggiatori che non avevano abbastanza cibo era consentito cibarsi raccogliendo le spighe per strada (Dt 23,24-25). L'opposizione dei farisei è, dunque, non solo maliziosa, ma anche ingiustificata. 

L'episodio di Davide che con i suoi compagni mangiò i pani dell'offerta è ripreso dal primo libro di Samuele (1 Sam 21,2-7) e non riguarda la violazione del riposo sabbatico, ma viene qui inserito per dimostrare che la violazione della legge è possibile in quanto gli uomini di Davide, in fuga da Saul, erano senza cibo. I pani dell'offerta erano i dodici pani presentati al Signore nel tempio, sostituiti ogni sabato (Lv 24,5-9) e che potevano essere mangiati solo dai sacerdoti. 

La legge del sabato, stabilita da Dio per il riposo del corpo, non può andare contro le necessità del corpo, nostre o del prossimo. Ecco perché Gesù compie molte guarigioni anche in giorno di sabato. Egli riafferma l'intenzione divina del sabato, giorno di riposo "fatto per l'uomo" (v. 27), come beneficio verso Israele, in contrapposizione alla tradizione restrittiva dei farisei nell'interpretare la legge. 

L'uomo non è stato fatto per il sabato ma per onorare e servire Dio. Il significato del commento finale, "il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato" (v. 29) è che la violazione del sabato è giustificata in forza dell'autorità stessa di Gesù, che ripristina l'autentica legge di Dio, respingendo le tradizioni umane che rendono schiavo l'uomo e ristabilendo il sabato come giorno di benedizione. 

Le restrizioni del sabato vengono meno con la giustificazione operata da Cristo nella sua morte e risurrezione, così che il giorno del Signore, spostato dai cristiani alla domenica, diventerà il giorno in cui celebrare il suo sacrificio di salvezza e rendere a lui onore. Il vangelo della grazia ci libera dal timore della Legge per servire Dio con amore, in risposta alla sollecitudine che egli ha mostrato per noi, nel crearci, custodirci e redimerci nel suo Figlio. 

Questo il senso dei "comandamenti": una guida per insegnarci ad amare Dio, non sotto il giogo degli schiavi, ma con responsabilità e sapendo guardare l'uomo e i suoi bisogni prima di ogni precetto.

Preghiera

Signore Dio, che ci hai liberati dalla schiavitù del peccato, insegnaci ad amarti mostrandoci solleciti verso le necessità del nostro prossimo; affinché possiamo giungere al riposo senza fine del tuo sabato eterno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 18 gennaio 2021

Fermati 1 minuto. Digiunare durante le nozze?

Lettura

Marco 2,18-22

18 Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19 Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. 21 Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. 22 E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Commento

I discepoli di Giovanni, probabilmente, come i farisei osservavano la pratica in uso ai tempi di Gesù di digiunare due volte a settimana (Lc 18,12); in realtà la legge levitica prevedeva un solo digiuno l'anno nel giorno dell'espiazione (Lv 16,29.31). 

L'immagine del banchetto nuziale - nettamente in contrasto con la pratica del digiuno - esprime un nuovo rapporto d'amore tra Dio e il suo popolo nella persona e nella missione terrena di Gesù. Gli invitati a nozze (v. 19) sono qui letteralmente "i figli del talamo", semitismo per indicare gli amici che accompagnano e aiutano lo sposo nei preparativi e nella cerimonia. 

Nell'Antico Testamento l'immagine di Dio come sposo è presente nel libro di Isaia (Is 1,21-23; 49,14-16), mentre nella letteratura patristica abbondano le interpretazioni allegoriche del Cantico dei cantici, considerato come dialogo tra Dio e la Chiesa, sua sposa. 

Il verbo greco apairomai, in riferimento allo sposo che sarà tolto agli invitati a nozze (v. 20), significa letteralmente "strappare", e preannuncia la fine violenta di Gesù.

La presenza del Messia è un evento così gioioso che non lascia spazio per il digiuno; ma nel tempo della Chiesa ci sarà spazio anche per questo. Gesù offre nel "discorso della montagna" (Mt 5-7) una spiegazione su come dovranno digiunare i suoi discepoli: con discrezione, senza apparire sfigurati in volto, profumandosi il capo, affinché possano essere ricompensati solo dal Padre che vede nel segreto (Mt 6,16-18). 

Gesù non disdegna gli inviti alla ricca tavola dei pubblicani e dei peccatori, è infatti per loro che è venuto come medico (Mc 2,15-17); tuttavia, l'episodio della spigolatura (Mc 2,23) e la modalità con cui invia i suoi discepoli a predicare "senza bisaccia" (Lc 10,4) dimostrano l'assunzione di un regime alimentare povero e fiducioso nella provvidenza divina. 

Gesù raccomanda il digiuno anche per scacciare gli spiriti malvagi più "resistenti" alla preghiera e agli esorcismi: "Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo se non con il digiuno e la preghiera" (Mc 9,29). 

Il digiuno è ormai un "tabù" nelle chiese occidentali, tanto in quella cattolica e ancor più in quelle protestanti. In queste ultime viene generalmente rigettato per il suo - reale - rischio di essere concepito come pratica per "accumulare meriti" e contraria al vangelo della grazia. Tuttavia, non mancano eccezioni: il Book of Common Prayer anglicano prescrive numerosi giorni di digiuno, mentre John Wesley, fondatore del metodismo, digiunava tutti i mercoledi e venerdi dell'anno. 

Al di là delle prescrizioni, è venuta meno la pratica diffusa del digiuno, che potrebbe avere una importante valenza pedagogica. Si tratta di riscoprire la sua capacità di farci comprendere che non si può avere tutto e subito, educandoci alle rinunce che la vita, in differenti modi e tante volte, ci chiede.

Ma il vero digiuno è soprattutto condividere il pane con l'affamato, soccorrere l'orfano e la vedova, dare il proprio contributo affinché la giustizia sia ristabilita sulla terra.

Preghiera

Si compiano, Signore, le tue nozze con la Chiesa, tua sposa; affinché possiamo gioire nel banchetto celeste, quando non ci sarà più fame e tu stesso sarai la sorgente della vita. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 17 gennaio 2021

Il Signore del tempo ha fatto il suo ingresso nel mondo

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose in cielo e sulla terra, ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo e concedici la tua pace ogni giorno della nostra vita. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

Commento

Paolo ci esorta a utilizzare con profitto il dono che la grazia ha elargito a ciascuno di noi. Elenca, così, diverse funzioni che erano presenti nella chiesa primitiva, espressione delle diverse membra della Chiesa, considerata corpo mistico di Cristo. Pur nella diversità dei carismi, tutti sono esortati a non essere "pigri nello zelo", ma "ferventi nello spirito", letteralmente, "a lasciarsi accendere dallo spirito" (gr. to  pneumati zeontes). 

Alcuni manoscritti anziché "servite il Signore", Kyrios, riportano "servite il tempo", kayros. In questo caso l'invito ai cristiani sarebbe quello di impiegare bene il proprio tempo, facendo fronte alle necessità del momento, o forse in un'ottica escatologica, guardando alla fine dei tempi che si avvicina. Va poi considerato che Cristo è egli stesso il Signore del kairos, il tempo delle cose di Dio, il tempo degli eventi della salvezza, con la loro precisa economia, contrapposto al chronos, il tempo che scorre circolare, "divorando" ogni cosa. 

Facendo eco alle parole di Gesù, Paolo esorta a benedire coloro che ci perseguitano e a non farci un'idea troppo alta di noi stessi, letteralmente "non consideratevi sapienti da soli"; perché ogni carisma, donato dallo Spirito suscita una personale vocazione, ma questa va riconosciuta nell'ambito ecclesiale, dalla comunità dei fratelli e sorelle nella fede. 

La missione di salvezza del Figlio di Dio, che crea una svolta decisiva nella storia dell'umanità è preparata da Giovanni il Battista, con l'invito alla conversione. Gli ebrei usavano praticare diverse abluzioni rituali, ma in questo caso si tratta di un atto unico di immersione, che normalmente era praticato per i pagani convertiti al giudaismo. Chiaramente il battesimo di per sé non genera la conversione, ma è la conversione che trova un segno esteriore nel battesimo. Giovanni amministra tale battesimo anche ai figli di Israele, come invito al pentimento; è nel "deserto" che possiamo prepararci a ricevere Cristo, in un atteggiamento di distacco interiore dalle cose del mondo e dal nostro ego, là dove risuona l'invito al ravvedimento e dove Dio stesso parla al nostro cuore (Os 2,16). 

Marco è l'unico evangelista a utilizzare per il suo scritto la parola euangelion, "buona notizia", laddove Matteo usa "libro" (gr. biblos) e Luca "racconto" (diegesis). Il riferimento alle parole del profeta presente all'inizio del Vangelo di Marco è in realtà un insieme di citazioni tratte da Malachia (Ml 3,1), Isaia (Is 40,3) Esodo (Es 23,20) e più in particolare richiama la fine dell'esilio di Israele in Babilonia. Gesù è colui che libera dalla schiavitù del peccato conseguente all'infedeltà verso Dio; la sua azione di salvezza è più grande di ogni aspettativa, poiché egli non restituisce un territorio in cui abitare, ma inaugura il regno celeste in cui l'uomo sarà riconciliato con Dio. 

Il compimento della promessa è attestato dall'aprirsi dei cieli al battesimo di Gesù nel Giordano e dalla voce del Padre, che riconosce il suo "figlio prediletto", nel quale si è compiaciuto, e al quale conferisce l'investitura messianica. Per noi i cieli si sono aperti, per far discendere il dono gratuito di Dio e per farci ascendere a lui mediante la conversione del nostro sguardo e del nostro cuore, una vera e propria metànoia: radicale mutamento nel modo di pensare, di giudicare, di sentire.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 16 gennaio 2021

Il Qohelet: un saggio della Bibbia tra realismo e fede

di Luca Mazzinghi* 

10 gennaio 2021 

Il Qohelet fa parte di quel gruppo di libri biblici che chiamiamo “sapienziali”, assieme ai Proverbi, Giobbe, Siracide e Sapienza. Libri di carattere educativo, in realtà non molto letti, destinati ai giovani per aprire il cuore e la mente all’arte del vivere. La sapienza, per la Bibbia, non è una questione di nozioni da apprendere, ma di esperienza da mettere a frutto; un cammino di ricerca nel quale rientra anche la fede in un Dio che si fa cercare e trovare presente nel mondo.

Qoelet, Gustave Doré, 1866

“Qohelet” è un termine ebraico connesso con la “assemblea” (in ebraico qahal) e rimanda a un nome fittizio, a un maestro che parla in pubblico; opera di un saggio che si nasconde dietro alla maschera del grande re biblico Salomone. L’autore mostra con molta ironia come il progetto salomonico di un re saggio, ricco e felice, sia in realtà un progetto fallito; si veda in particolare tutto il capitolo 2. L’opera è stata composta quasi certamente verso la metà del III secolo a.C., quando Israele era ormai venuto a contatto con la cultura ellenistica. Da questa nuova cultura, così diversa dalla propria, il Qohelet si lascia provocare, rileggendo criticamente la tradizione ebraica, pur restandone allo stesso tempo profondamente ancorato. 

Il metodo seguito dal Qohelet è quello proprio dei saggi di Israele, ovvero l’esperienza critica della realtà; si veda il testo programmatico di 1,13-15: «ho cercato e ho esplorato con sapienza tutto ciò che si fa sotto il cielo…». L’autore dell’epilogo, probabilmente un discepolo fedele, aggiungerà che il Qohelet «ascoltò, ricercò e compose molti proverbi» (12,9). Il Qohelet è tuttavia ben consapevole dei limiti dell’esperienza, il primo dei quali è il mistero dell’agire di Dio che nessuno è in grado di penetrare; se infatti ci fosse un saggio che dicesse di sapere, neppure lui ha davvero compreso (Qo 8,16-17); eppure proprio «cercare e esplorare» è il compito che Dio ha affidato all’uomo, pur se si tratta di un brutto compito, perché più l’essere umano cerca, più scopre i propri limiti (cf. ancora Qo 1,13 e 3,10-11). 

Il primo risultato della ricerca del Qohelet è infatti negativo: il libro si apre con un celebre ritornello: «assoluto soffio, dice il Qohelet, assoluto soffio, tutto è un soffio». 

La maggior parte delle traduzioni moderne, cominciando dalla Bibbia CEI, tradisce il testo del Qohelet, insistendo a seguire la traduzione latina di Girolamo che intedeva il termine ebraico hebel (“soffio”) come “vanità”, moralizzando così il messaggio del Qohelet: «vanità delle vanità, tutto è vanità». La realtà è per il Qohelet un soffio: transitoria, effimera, inconsistente, persino assurda. In particolare, emerge tutta l’assurdità della violenza (4,1-2), dell’avidità e della ricerca del denaro (5,9-10) e del potere (5,7-8). Anche la natura e la storia sembrano almeno a prima vista un movimento privo di senso; si vedano i bei poemi di 1,4-11 e 3,1-9: “non c’è niente di nuovo sotto il sole!” (Qo 1,9). Ma è soprattutto la morte ciò che toglie agli esseri umani ogni illusione; su questo punto, il Qohelet ha parole molto dure; non c’è differenza tra esseri umani e bestie, perché tutti muoiono allo stesso modo e tutti vanno nello stesso luogo (Qo 3,18-21); c’è un’unica sorte per tutti e alla fine la morte livella ogni differenza (cf. Qo 9,1-6). La morte mette soprattutto in discussione l’idea tradizionale che Dio premi i giusti e condanni i malvagi; ciò non avviene né in questa vita (8,11-12) né in un ipotetico aldilà che per il Qohelet non esiste affatto (9,2-3). 

Nel passato gli interpreti del Qohelet si sono fermati quasi esclusivamente su questo aspetto negativo del libro, che è senz’altro ciò che più colpisce il lettore. La tradizione cristiana antica, di fronte a queste critiche così radicali, ha cercato di salvare il Qohelet, specialmente a partire dal suo traduttore latino, Girolamo, facendone un cantore della vanità di tutte le cose e della fuga mundi. Il Qohelet si è così trasformato in una sorta di monaco ante litteram che esorta a fuggire i beni effimeri di questo mondo in vista dei beni eterni. I commentatori moderni, invece, ne hanno per lo più sottolineato il pessimismo radicale, facendone così uno scettico e non di rado persino un ateo. In ogni caso, il Qohelet è un realista che smaschera ogni umana illusione di onnipotenza, ricordandoci che la morte sta sempre di fronte a noi. Grande lezione, in questo tempo di pandemia. 

C’è tuttavia nel libro del Qohelet un polo positivo, un secondo tema che lo percorre per intero e che spesso viene trascurato dai commentatori: quello della gioia, che viene affermata con forza in sette testi, posti sempre dopo uno sviluppo negativo (2,24-26; 3,13-14; 3,22; 5,17-19; 8,15; 9,7-10; 11,7-12,8; cf. anche 7,14). In una vita apparentemente priva di senso è possibile per il Qohelet trovare frammenti di una gioia reale, semplice, ma concreta («mangiare e bere»), purché tale gioia sia vista come una “parte” data all’essere umano da Dio, come un suo “dono” e non come una conquista da parte dell’umanità. E così, scrive il Qohelet, «Ecco ciò che io ritengo buono, che è appropriato mangiare, bere e godersi il frutto del proprio lavoro faticoso per il quale ci si affatica sotto il sole, nei giorni contati della propria vita, che Dio concede all’essere umano: questa infatti è la parte che a lui spetta. Poi, ogni essere umano al quale Dio abbia dato ricchezza e sostanze e il potere di servirsene, di prendere la propria parte e gioire della propria fatica, tutto questo è dono di Dio» (5,17-18). 

Ma perché tale gioia sia possibile, ecco emergere il terzo grande tema del libro, la figura di Dio, che mai il Qohelet chiama con il suo nome sacro di YHWH, il Signore; sono anche assenti temi biblici centrali come quelli dell’alleanza, della benedizione, della salvezza. Del culto egli parla solo in 4,17-5,6, in modo critico. E tuttavia Dio (in ebraico ’elohîm) è menzionato nel libro ben quaranta volte; in un solo caso con un suffisso personale: «il tuo creatore» (12,1). Dio è soggetto per ben undici volte del verbo “fare” e per sette volte del verbo “dare”; è un Dio che «fa tutto» (11,5), senza però che l’essere umano possa in alcun modo giudicarlo (7,13; cf. anche 6,10-12). E tuttavia è un Dio che “da” all’uomo la vita, pur se breve (9,10), e la gioia, come si è visto (3,14). Su questi doni non goduti Dio chiederà conto ad ogni essere umano (11,9). 

Il Qohelet si propone come una sorta di sentinella critica, che ci toglie ogni pretesa di poter racchiudere Dio nei nostri schemi, fossero pur quelli di una tradizione venerabile. Allo stesso tempo, il Qohelet propone ancora oggi un sano realismo; egli non accetta facili soluzioni che portino i credenti a rifugiarsi in un futuro ideale e illusorio, ma lontano dalla vita quotidiana. Per il Qohelet, l’unico atteggiamento possibile nei confronti di un tale Dio è il “temerlo”; si vedano 3,14; 5,6; 7,15-18; 8,11-14; 12,13-14. L’umanità deve riconoscere il mistero dell’agire di Dio e accettarlo nella sua radicale incomprensibilità, scoprendo però allo stesso tempo che un tale Dio continua ad essere presente nelle piccole gioie che, nonostante tutto, la vita è in grado di offrire. 

*Don LUCA MAZZINGHI, parroco di San Romolo a Bivigliano (Fi), già Presidente della Associazione Biblica Italiana, è docente alla Pontificia Università Gregoriana Ha pubblicato numerosissimi articoli e libri nel campo degli studi biblici. 

-Fonte: Il Quotidiano del Molise

venerdì 15 gennaio 2021

Fermati 1 minuto. Lasciare andar via

Lettura

Marco 2,1-12

1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.
3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».
8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua». 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Commento

Il miracolo compiuto da Gesù per guarire il paralitico di Cafarnao mostra il ruolo della fede nell'attivare il potere di guarigione del Signore. L'utilizzo del verbo greco aphiemi, "lasciare andar via", indica che la remissione dei peccati operata da Gesù è un atto di liberazione integrale della persona sofferente. 

Come narrato dall'evangelista Marco la remissione dei peccati è attribuita direttamente a Gesù, per questa ragione egli viene accusato di bestemmia. L'accusa contro di lui viene dai dottori della legge e non dal popolo. Spesso proprio coloro che dovrebbero fare da guida confondono la luce con le tenebre.

Gesù non si limita a predicare nella sinagoga, ma utilizza ogni tempo e luogo per ammaestrare le folle e sanare gli ammalati, come una semplice casa, in un giorno feriale. Dall'avvento di Cristo, il regno di Dio è tra noi, il Risorto e lo Spirito che ci ha donato agiscono anche oltre i confini dei luoghi istituzionali di culto. 

Il fatto che il paralitico sia portato su un lettino indica la severità del suo stato di salute; egli è probabilmente tetraplegico. Il modo "rocambolesco" con cui gli amici del paralitico cercano di condurre questi a Gesù attesta non solo la loro fede ma anche la grande compassione per l'amico malato. Il loro gesto testimonia la potenza dell'intercessione dei credenti. 

Gesù rimette i peccati al paralitico anziché compiere un gesto diretto di guarigione, attestando che la radice da cui scaturisce ogni male è il peccato, non necessariamente quello individuale (come dimostra il racconto di Giobbe), ma quello che rende l'umanità responsabile "in solido" e che è entrato nel mondo per opera del Maligno. Gesù cura l'effetto, che è la malattia, allontanando la causa, che è il peccato.

Rimettendo il peccato e compiendo la guarigione con una formula indicativa ("Ti sono rimessi"... "Io ti dico...") Gesù dichiara implicitamente la propria autorità divina, testimoniata anche dal prodigio dell'immediato recupero della salute del paralitico. 

Il comandamento di allontanarsi con il suo lettuccio all'uomo risanato attesta che, sebbene egli porti con sé il segno della sua pregressa malattia, ha recuperato appieno le sue forze ed è pronto per rimettersi in cammino compiendo la volontà di Dio. Il peccato può lasciare in noi cicatrici profonde, ma per la grazia che ci è donata in Cristo dobbiamo guardarle lasciando andare via il timore, per esprimere amore e gratitudine verso colui che si è preso cura delle nostre ferite.

Preghiera

Rendici, Signore, consapevoli del bisogno di essere da te guariti e liberati dai lacci del peccato; affinché possiamo riprendere, con rinnovato vigore, la corsa verso la gloria del tuo regno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Serafino di Sarov. Farsi cosa tra le cose, per ricapitolare l'intera creazione in Dio

Nel 1759 nasce a Kursk, in Russia, Prochor Mošnin, diventato più tardi uno dei più amati monaci russi e canonizzato dal Patriarcato di Mosca il 19 luglio del 1903 con il nome di Serafim di Sarov. Recatosi diciottenne in pellegrinaggio alle Grotte di Kiev, Prochor fu indirizzato dallo starec Dositeo all'eremo di Sarov, dove intraprese con tale convinzione la vita monastica da ricevere alla professione il nome di Serafim, «l'ardente». 
Serafino di Sarov è il santo più amato e venerato, con san Sergio di Radonez, tra tutti i santi russi; egli è una vera e propria «icona della spiritualità russa» (Pavel Evdokimov), una delle sue espressioni più mature e consapevoli. Serafino è il santo serafico, dolce e mite di cuore, uno dei volti più luminosi di tutta la tradizione ortodossa; ma vi è in lui anche un’eccedenza che trascende questa stessa tradizione che lo ha nutrito. Proprio perché egli ne incarna fino in fondo le radici, il suo messaggio ha una portata universale, per tutte le Chiese e per tutti gli uomini.
Prokhor Moshnin, il futuro starec Serafino, nacque a Kursk, nel governatorato di Tambov, il 19 luglio 1759, da una famiglia di mercanti. Il padre Isidoro (Sidor) morì quando Procoro aveva solo tre anni; la madre Agathia gli trasmise una grande eredità di fede e di preghiera. Già le Vite più antiche narrano come a sette anni rimase illeso cadendo dalle impalcature della chiesa, dedicata a san Sergio, che l’impresa di famiglia stava costruendo: la madre vi lesse un intervento miracoloso della Madre di Dio.
Sin da ragazzo, Procoro imparò a leggere assiduamente i Salmi e i Vangeli. A diciassette anni si recò in pellegrinaggio a Kiev, per interrogare e ascoltare il celebre recluso Dosifej, che lo indirizzò all’eremo di Sarov. Il 20 novembre 1779, vigilia della Presentazione al Tempio della Madre di Dio, il giovane Procoro iniziò il suo noviziato, lavorando per obbedienza prima come fornaio, poi come falegname. In questi anni conobbe gli scritti dei Padri sulla vita spirituale e iniziò a praticare la preghiera di Gesù. Fu allora che una misteriosa e lunga malattia lo colpì, costringendolo a letto per diciotto mesi. Al superiore di Sarov, lo starec Pacomio, preoccupato per la vita del giovane, egli confidò: «Ho consegnato me stesso ai veri medici delle anime e dei corpi: il Signore nostro Gesù Cristo e la sua purissima Madre, la benedetta Vergine Maria». E la Madre di Dio visitò il novizio Procoro, risanandolo.
Questo episodio ha un valore emblematico. Molti anni dopo, quando dei briganti assalirono Serafino che si era ritirato nella solitudine della foresta di Sarov, lasciandolo in fin di vita, la Madre di Dio ritornò a manifestarsi a lui, accompagnata dagli apostoli Pietro e Giovanni, ai quali avrebbe detto: «Costui è della nostra stirpe». Come san Sergio di Radonez, come san Francesco di Assisi in Occidente, Serafino appartiene a una particolare “qualità” di testimoni nella storia della Chiesa: alla nuvola degli ermeneuti, dei narratori dell’agape, della dolcezza, della tenerezza; coloro che sperimentano e quindi affermano che Dio è soltanto amore (cfr. 1Gv 4, 8), quelli che conservano le parole nel proprio cuore (Lc 2, 51) piuttosto che predicarle con la bocca, coloro che fanno di ogni giorno un’alba in cui correre pieni di fuoco verso il sepolcro per contemplare la Risurrezione. Maria, la Madre del Signore, Pietro, Giovanni: meravigliosa e bruciante costellazione che attraversa la storia nel segno dell’accoglienza reciproca, nel ridirsi costantemente madre e figlio (cfr. Gv 19, 26-27), nel consumarsi di amore per l’incontro con l’Amato, nel rallegrarsi per la risurrezione di Cristo! Che cosa possono ridire incessantemente questi testimoni dei primi giorni se non che «Cristo è risorto!»? Serafino, anch’egli della stessa stirpe di questi santi agapici, quando incontrava un fratello lo salutava con l’augurio pasquale in ogni tempo dell’anno: «Radost’ moja, Christos voskrese! [Mia gioia, Cristo è risorto!]». Leggendo la sua vita non possiamo che acconsentire alle parole pronunciate dalla Madre di Dio su di lui, non possiamo che cogliere il fiammeggiante tra i fiammeggianti, i serafini neotestamentari che hanno vissuto di amore.
«Il 13 agosto 1786, con l’autorizzazione del Santo Sinodo, Procoro fu tonsurato monaco dal superiore, lo ieromonaco Pacomio, e gli fu imposto il nome di Serafino. Accolto il nuovo nome angelico, egli distolse gli occhi dalle cose vane e, convertitosi con la conversione voluta da Dio, diresse il proprio cammino, nell’attenzione interiore e con la mente immersa nella contemplazione di Dio, verso l’eterno sole di verità, Cristo Dio, il nome del quale egli portava sempre nel cuore e sulle labbra». Così è raccontato l’inizio del cammino monastico di Serafino in una delle prime Vite. Ancora diacono, durante la liturgia ebbe la visione del Cristo veniente nella gloria. Nel 1793 fu ordinato prete dal vescovo di Tambov; dopo la morte del superiore Pacomio nel 1794, chiese al suo successore Isaia il permesso di condurre vita solitaria. Ritiratosi in un’isba nella foresta, che chiamerà «il Piccolo deserto lontano», si diede a una vita ascetica contraddistinta da lunghi digiuni, frequenti veglie e dal lavoro in un orticello da cui traeva il sostentamento. Tornava in monastero solo la domenica per la liturgia comune e per comunicare all’eucaristia.
Teso a rivivere la vita di Cristo, Serafino diede al suo deserto i nomi della terra dell’incarnazione del Signore, per averne una memoria incessante. Un angolo della foresta è chiamato Nazareth, un altro Betania, la cima di una collina è indicata come Monte delle Beatitudini, una grotta è chiamata Getsemani. Ogni settimana leggeva per intero il Nuovo Testamento e le Regole di Pacomio, si esercitava nell’ininterrotta memoria di Dio praticando la preghiera del cuore, apprendeva e metteva in pratica gli scritti dei grandi padri monastici, e soprattutto continuava il suo sforzo di purificazione su cammini spirituali di cui purtroppo molti uomini ignorano l’esistenza.
Ma qui, nel deserto della solitudine e della lotta contro le passioni e i pensieri ispirati dal demonio, Serafino conosce la sua “discesa agli inferi”. Ogni credente sa che prima o poi, nel suo cammino spirituale, interviene un’ora cattiva, di prova, di lotta indicibile e mai raccontabile agli altri. È l’ora in cui Dio sembra consegnare il suo servo alle potenze infernali, a quelle dominanti nascoste che si mostrano coabitanti nell’uomo, così che l’uomo di preghiera si trova gettato in un faccia a faccia spaventoso e disperato con il male. Anche Mosè, servo di Dio, conobbe quest’ora quando «il Signore gli andò incontro e cercò di farlo morire» (Es 4, 24). Ogni cristiano che ha ricevuto un grado di fede elevato e una missione particolare da Dio, prima o poi conosce questa notte oscura, che ci visita nella malattia fisica, o nella malattia psichica, o nell’esperienza del peccato più devastante. È sempre un’ora misteriosa di cui più tardi neanche il protagonista sa riconoscere l’inizio e la fine, come sia avvenuta la discesa e la risalita, la morte e la risurrezione. Battezzato nella morte di Cristo, colui che è impegnato in una reale sequela deve scendere con Lui negli inferi prima di essere nuova creatura. Sovente questa discesa è la garanzia di un’assunzione seria e decisiva della propria vocazione, di una chiara coscienza di sé quale peccatore perdonato, un salvato da Dio.
Serafino aveva già sperimentato questo abitare nell’ombra della morte nella lunga malattia da novizio, ma negli anni del suo apprendistato della vita eremitica vive quella che sarà la sua esperienza ascetica, il suo podvig più radicale. Come gli antichi stiliti del deserto, Serafino trascorre tre anni, mille giorni e mille notti in preghiera, inginocchiato di giorno su una pietra nella sua cella, e di notte sopra una roccia della foresta, le mani levate al cielo, gridando incessantemente: «Signore, abbi pietà di me, peccatore!». Serafino conosce la discesa all’inferno attraverso le degradazioni dell’essere creato, dall’umano all’animale al vegetale fino a farsi cosa tra le cose, roccia e vento, ricapitolando così tutto il passato cosmico, assumendo nel suo corpo e nel suo modo di vivere la preghiera e il gemito di ogni creatura, divenendo così voce e invocazione di misericordia non solo per tutti gli uomini peccatori, ma per la creazione intera, che geme e soffre in attesa della propria redenzione.
Per tre anni, forse tra il 1807 e il 1810, Serafino osserva il silenzio più assoluto. Dio lo ha reso muto, agnello afono come il Cristo nella passione. Che cosa accadde? Perché quest’ascesi estrema, questo totale estraniamento dalla comunità degli uomini? Non lo sapremo mai! Forse quest’assenza di parola è anch’essa, paradossalmente, una profezia: il silenzio è il linguaggio delle realtà inanimate, ma è anche il linguaggio del mondo futuro. Il comportamento di questo eremita doveva però apparire a molti bizzarro o incomprensibile. Il nuovo superiore Nifonte richiama Serafino dal suo “Piccolo deserto lontano” chiedendogli di ritornare a vivere in monastero. Serafino obbedisce, il Signore sembra chiamarlo a una nuova tappa nel suo cammino di trasfigurazione a immagine di Cristo.
Ritornato a Sarov, Serafino visse per alcuni anni in completa reclusione nella sua cella. Un’icona della Madre di Dio, che egli chiama «gioia di tutte le gioie», è la testimone silenziosa della sua preghiera incessante. Sono ormai passati più di trent’anni dalla sua entrata in monastero. Il lungo tempo della preparazione è terminato, la metamorfosi pneumatica si è compiuta, i demoni sono vinti, e Serafino partecipa ormai delle condizioni del Risorto. Nel 1813 attenua il rigore della reclusione e comincia ad accogliere ospiti e pellegrini ai quali dà i suoi consigli, quale starec ormai pervenuto al discernimento, alla pace interiore. Questo rinnovato incontro con i fratelli nella luce mostra che Serafino non aveva fuggito gli uomini, bensì il mondo; disceso agli inferi con Cristo, con il Cristo risorto dai morti può ora annunciare con gioia e autorevolezza la vittoria definitiva di Cristo sulla morte.
La luce ormai ardente non può restare nascosta. Nel 1825, per un’ispirazione della Tutta Santa, la Madre di Dio, Serafino esce dalla sua cella. Inizia qui l’ultima tappa della sua vita, la sua epifania. Serafino risuscitato, rialzato, risollevato dalla potenza di Dio che lo ha chiamato alla divinizzazione, incontra i contadini, i poveri, gli ultimi, di cui si fa padre e pastore. Consola, esorta e guarisce, mostrando l’icona della Madre di Dio «gioia di tutte le gioie», e con gli occhi pieni di Dio saluta ogni volto che incontra riconoscendovi il volto dell’Amato: «Mia gioia, Cristo è risorto!».
Nel suo ministero di padre spirituale Serafino opera il discernimento degli spiriti su quanti gli chiedono una parola di consolazione o di illuminazione, cura e guarisce i sofferenti, ascolta a lungo le confessioni di uomini e donne pieni di vergogna per i loro peccati, mostra di comprendere il loro smarrimento con la tenerezza di una madre, e infiamma tutti di quella carità infinita capace di amare tutte le creature, animate e inanimate, coscienti e incoscienti, intelligenti e sceme, buone e malvagie. «Dio è fuoco che brucia e infiamma il cuore e le viscere», scrive nei suoi Insegnamenti. Folle di pellegrini accorrono a lui: il “misero Serafino” resta però umile e gioioso, rifugiandosi sovente nella foresta per conservare la pace e vivere la santa esichia (bezmolvie), la quiete interiore dell’uomo che sa comunicare con Dio e con i fratelli.
Non poteva essere altrimenti: chi si è fatto stavroforo (portatore della croce) con Cristo, è fatto da Dio pneumatoforo (portatore dello Spirito)! «Fin da ora, già adesso e qui», insiste Serafino, «occorre vivere la gioia del Regno, la comunione con il Signore, occorre acquisire il dono dello Spirito Santo», il Consolatore che fa di ciascuno l’abitazione di Dio. Serafino aveva imparato a farsi obbediente soltanto allo Spirito, che in lui parlava senza ostacoli: «Il primo pensiero che mi si affaccia alla mente, ritengo sia Dio a inviarmelo, così parlo senza sapere che cosa sta succedendo nell’anima del mio interlocutore, ma con la certezza che questa è la volontà di Dio ed è per il suo bene. Ma a volte accade ch’io risponda a una qualche questione senza affidarla alla volontà di Dio, fidandomi della mia ragione, pensando sia possibile risolverla senza ricorrere a Dio. Ma in quei casi commetto sempre degli errori». Così il santo parla candidamente del suo discernimento. Egli non andava dall’uomo a Dio, ma da Dio all’uomo.
Di questa sua docilità allo Spirito Santo ci hanno lasciato una commovente testimonianza le sorelle della “Comunità del Mulino” di Diveevo, la comunità monastica femminile che Serafino aveva seguito dalla fondazione e alla quale aveva preposto come responsabile Elena Manturova, una giovane monaca di Diveevo che lo stesso Serafino aveva preparato sin da ragazza a questo compito. Egli desiderava predisporre tutto per una integrale formazione spirituale e umana per queste giovani in ricerca di un autentico cammino monastico: la sua sapiente e amorevole guida paterna seppe dare alla fragile comunità di sorelle quegli strumenti spirituali che permisero loro di continuare nella fedeltà alla vocazione ricevuta, nonostante le difficoltà e le divisioni, nonostante le prove e le sofferenze, soprattutto dopo la rivoluzione del 1917, quando la comunità fu dispersa e perseguitata.
Oggi il monastero di Diveevo è ricostruito, è ancora meta di fedeli, luogo di preghiera e di invocazione della misericordia di Dio sulla Russia e sul mondo. Quando nel 1991 le reliquie di san Serafino furono ritrovate nel deposito del Museo dell’ateismo (oggi di nuovo la Cattedrale della Madre di Dio di Kazan’ a San Pietroburgo), un’incredibile folla seguì la loro traslazione a Diveevo: lo spirito di amore e di perdono che san Serafino aveva saputo discernere e accogliere nella sua vita si era rivelato ancora una volta più forte dell’odio e della distruzione che gli uomini sono capaci di operare.
Nella trasfigurazione del Signore sul monte Tabor i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni riuscirono a vedere il Cristo trasfigurato poiché erano stati essi stessi trasfigurati in quella medesima luce. Così avvenne anche per san Serafino e per quanti ebbero la grazia di incontrarlo. La trasfigurazione non è evento che si chiude sul trasfigurato, ma è evento che trasfigura quelli che ne sono i testimoni, quelli che sperimentano il privilegium amoris di vivere accanto a Lui, come accanto a Serafino vissero Elena Vasilievna Manturova e suo fratello Michail, le povere orfanelle della Comunità del Mulino e il giovane Nikolaj Motovilov, che san Serafino guarì da una grave paralisi. È a quest’ultimo che il santo si mostrò mentre la luce divina gli trasfigurava il volto. Gli appunti di Motovilov purtroppo andarono perduti con la dispersione degli archivi di Diveevo, ma nel 1903, l’anno della canonizzazione di Serafino, il noto pubblicista Sergej Nilus ne aveva pubblicato una parte col titolo di Dialogo dello starec Serafino con A. N. Motovilov sul fine della vita cristiana. Grazie a questa pubblicazione, ben presto tradotta in tutte le lingue, nel XX secolo il messaggio di san Serafino ebbe una grandissima diffusione anche in Occidente. Il fine della vita cristiana, rivela Serafino al suo amico, è l’acquisizione dello Spirito Santo, quello spirito di amore che Cristo visse fino all’estremo.
Il 2 gennaio 1833, inginocchiato davanti all’icona della Madre di Dio, «gioia di tutte le gioie», Serafino incontrò Colui che egli aveva tanto cercato, il Cristo umile, dolce e misericordioso. Lo Spirito Santo, da lui acquisito con la sua vita monastica, lo aveva guidato, donando sempre alla sua lampada l’olio dell’amore gioioso, frutto dello Spirito. San Serafino non fu mai preoccupato del rigorismo dell’osservanza, non disdegnò mai la tavola dei peccatori, fu un padre materno, sognò e cantò la Risurrezione, non vide mai un fratello all’inferno, non accettò mai che un uomo fosse nella tristezza.
Si narra nei detti dei Padri del deserto che abba Giuseppe di Panefisi ricevette il monaco Lot, che gli chiese: «Abba, io celebro come posso la mia liturgia, faccio digiuno, prego, medito, vivo nel raccoglimento, cerco di essere puro nei pensieri. Che cosa devo fare ancora?». Il vecchio, alzatosi, aprì le braccia verso il cielo e le sue dita divennero come fiamme: «Se vuoi», gli disse, «diventa tutto di fuoco».
Serafino è un monaco diventato tutto di fuoco, fuoco agapico, universale, cosmico. Ora egli, nella comunione dei santi del cielo, accelera la comunione dei santi della terra che guardano a lui come a un testimone dell’amore universale, un ermeneuta dello Spirito Santo.

- Enzo Bianchi, 30Giorni, n. 5, 2009