Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 17 febbraio 2019

La tregua

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SESTA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

O Dio, il cui unico Figlio si è manifestato per distruggere le opere del male e fare di noi i figli di Dio e gli eredi della vita eterna; concedici, ti supplichiamo, mediante questa speranza, di purificare noi stessi come egli stesso è puro; affinché quando apparirà di nuovo con potenza e grande gloria, possiamo essere trasformati come lui nel suo regno glorioso; dove con te, o Padre, e con lo Spirito Santo, vive e regna, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Letture

1 Gv 3,1-8; Mt 24,23-31

La lettura di oggi rivela il senso ultimo della manifestazione di Gesù come il Signore, nonché l’atto finale di questo processo in cui la sua gloria divina si dispiega nella storia, a partire dal mistero dell'incarnazione. Il perché della sua manifestazione lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera: “egli è stato manifestato per togliere via i nostri peccati” (1 Gv 3,5); ma anche “per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”. 

L’atto finale dell'epifania di Cristo si compirà alla fine dei tempi, e ne offre una vivida descrizione Gesù stesso, le cui parole sono riportate da Matteo, che dedica due lunghi capitoli del suo Vangelo al sermone profetico, proposto in parte dalla liturgia odierna.

Scopriamo innanzitutto che la nostra storia ha un senso, una direzione, un polo di attrazione; non è il succedersi di eventi scollegati tra loro, sullo sfondo del ciclico ripetersi delle stagioni, degli anni e degli eventi naturali. I primi teologi cristiani ripresero due vocaboli greci per distinguere due diverse definizioni del tempo: kronos, che indica la dimensione puramente quantitativa del tempo, la scansione delle ore, dei giorni, delle stagioni, degli anni; e kairòs, che indica la dimensione qualitativa del tempo, un qualche cosa di specifico che accade e si sta svolgendo, tra un “già” e un “non ancora”.

Cristo è il Signore del tempo, inteso come kairòs. Colui che ha vinto la morte, ha vinto anche kronos, il tempo divoratore, che consuma ogni cosa. Cristo domina il tempo, conducendone le trame verso lo svolgimento finale della storia umana. Anche per culture come quella greca o quelle dell’estremo oriente, che avevano una visione circolare della storia, intesa come “eterno ritorno”, nel continuo ripetersi di eventi simili, vi era la credenza in un tempo situato “oltre” questa circolarità, che i greci definivano aion. È questo il tempo dell’eternità, e i primi cristiani identificarono in Cristo il Signore che ha gettato un ponte fra queste due dimensioni della temporalità. La storia si chiuderà con il suo ritorno.

Questo secondo Avvento sarà completamente diverso dal primo, perché, ci dice il Vangelo, sarà “come il lampo che esce da levante e sfolgora fino a ponente” (Mt 24,27).

Il monaco inglese Beda il Venerabile, vissuto tra il VII e l'VIII secolo ci ha lasciato nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, il racconto della conversione del potente re Edwin al cristianesimo. La decisione viene presa dal re dopo aver ascoltato i suoi consiglieri, uno dei quali gli offre una parabola molto suggestiva della nostra esistenza, paragonandola a quella di un passero che, durante un temporale, entra da una finestra aperta nella stanza dove il re sta banchettando con i suoi nobili, per fuoriuscire subito da un’altra finestra del salone. In quel breve momento, in cui giunge nella stanza come un lampo, il passero è al riparo dal temporale, ma un attimo dopo ritorna nel freddo e oscuro inverno da cui è venuto. Secondo il consigliere del re, così è la nostra breve ed effimera esistenza: di quel che c’è prima e di quel che c’è dopo non sappiamo nulla e se questa nuova religione ci dà una certezza è giusto seguirla.

Il racconto del consigliere di re Edwin, riferito da Beda e ripreso dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nella sua opera Il Tempo, grande scultore, offre una rappresentazione drammaticamente realistica della nostra vita terrena, ma le letture di oggi ci conducono molto al di là una religiosità vissuta in modo consolatorio. Perché capovolgendo le immagini appena descritte potremmo dire che il mondo e il tempo in cui siamo inseriti rappresentano l’infuriare della tempesta, mentre la presenza di Gesù tra gli uomini durante la sua vita terrena e l’esperienza che facciamo di lui nella fede, rappresenta come un bagliore nella notte. 

L’umanità e la nostra anima trovano in Cristo una tregua dall’infuriare della tempesta del mondo, quel mondo che, ci ricorda Giovanni, ci odia, perché prima ha odiato Gesù (Gv 15,18; 1 Gv 3,1); quel mondo che è nelle mani del nemico. Questi sarà definitivamente “cacciato fuori” (Gv 12,31) nel compimento del tempo presente, quando le sue opere verranno distrutte (1 Gv 8).
È questa speranza che ci purifica e ci rende santi. Non dunque una speranza come puro stato psicologico ed emotivo. Ma una speranza intesa come virtù cristiana, suscitata dallo Spirito Santo, che abbiamo ricevuto nella fede.

L’esperienza di Dio nella fede ci offre di lui una visione furtiva, come un bagliore nel temporale; inafferrabile, come un passero che attraversa la tavola imbandita delle cose caduche di questo mondo. Eppure, il fulmine ci indica uno squarcio, un varco nel cielo; il passero ci indica una direzione, anche se, come lo Spirito, non sai da dove viene e dove va (Gv 3,8).

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 10 febbraio 2019

I tempi e i modi di un Dio mite e paziente

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINTA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

O Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Col 3,12-17; Mt 13,24-30

Commento

Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo presenta Gesù mentre ammaestra le folle, parlando in modo semplice, attraverso parabole. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. 

Dopo tanti secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi. Si tratta di un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scuri e allungati. I discepoli rimangono molto colpiti dalla parabola ma faticano a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a casa, chiedono a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). 

Mediante la parabola della zizzania Gesù offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permette il suo proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi un'epifania negativa, speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt 13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono prima che possa germinare, ma mentre gli uomini dormono getta nel terreno un cattivo seme (Mt 13,25). L’intento del nemico è chiaro: mettere in cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano. All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e propongono la soluzione di estirpare l’erba infestante. 

Ma il padrone del campo ha deciso di lasciare crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba malvagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono. Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare? Questa domanda interpella ogni credente, e se la pone anche l’autore del Salmo 73: “Quasi inciampava il mio piede, vedendo la prosperità dei malvagi. Invano dunque ho purificato il mio cuore. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho considerato la fine di costoro. Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai, disprezzerai la loro vana apparenza”. 

Mentre nella parabola della zizzania il sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano, il nemico era andato a mettere il seme cattivo nel terreno, nel salmo troviamo la curiosa immagine di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo “sonno di Dio” è una metafora, per descrivere il tempo della misericordia del Signore, che ci separa dal tempo del suo giudizio. Perché Dio, che appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,8), non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez 33,2); egli ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione.

Ogni uomo corre il rischio che il cattivo seme prosperi insieme a quello buono nella propria vita. Anche se sappiamo renderci docili alla parola di Dio, dobbiamo guardarci dal cadere addormentati consentendo al nemico di porre in noi il seme del male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella di chi ci circonda, drenando energie da noi stessi e dagli altri.

Affidiamoci a Cristo, buon agricoltore, e rispettiamo i tempi di Dio, per il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), nella certezza che potremo raccogliere una messe abbondante.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 3 febbraio 2019

Senza il timore di sporcarsi le mani


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA IV DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Dio, che sai che ci troviamo in mezzo a molti e grandi pericoli e che per la fragilità della nostra natura umana non possiamo neanche reggerci in piedi; concedici forza e protezione, per trovare supporto in ogni avversità e superare ogni tentazione. Amen.


Letture:

Rm 13,1-7; Mt 8,1-17

Prosegue nel ciclo liturgico annuale la serie delle domeniche denominate “dopo l’Epifania”. Nelle scorse quattro settimane abbiamo ascoltato le letture sulle quattro grandi manifestazioni di Gesù come Dio e Redentore dell’umanità: la nascita a Betlemme, l’adorazione da parte dei Magi, il battesimo al Giordano, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Con la lettura di oggi entriamo in una dimensione un po’ più “quotidiana” e “ordinaria”, dentro la quale irrompe la straordinarietà del Figlio di Dio, con la sua predicazione e con diversi miracoli di guarigione e liberazione. Si tratta di parole e gesti spesso sovversivi nei confronti di alcune prassi della religiosità giudaica; a cominciare proprio dai due miracoli narrati nel Vangelo di oggi: la guarigione del lebbroso e la guarigione, a distanza, del servo del centurione.
Le due narrazioni si collocano subito dopo il lungo discorso sul monte, ai capitoli 6 e 7 del Vangelo di Matteo; discorso che dovrebbe costituire lo regola di vita di ogni cristiano. E sottolineo di ogni cristiano, non di coloro che si consacrano a qualche forma particolare di vita religiosa, ma di ogni cristiano che voglia vivere seriamente la propria fede nella vita di ogni giorno. Quanto poi sia possibile mettere in pratica, con le sole proprie forze, quella regola di vita, è un altro discorso, che merita un approfondimento a sé. Dopo questo lungo sermone, dunque, Gesù scende dalla montagna e comincia subito a mettere in pratica quanto ha predicato. La prima persona in cui si imbatte è un lebbroso; la religiosità giudaica, attenendosi al libro del Levitico, considerava i lebbrosi impuri, e impuro diventava chiunque avesse avuto un contatto fisico con loro. Quest’uomo vive, dunque, non solo uno stato di profonda sofferenza fisica, ma anche morale, determinata dalla solitudine e dall’emarginazione, che spesso anche oggi caratterizzano lo status del malato. Ma il lebbroso è convinto che Gesù possa guarirlo. La sua fede rappresenta la risposta dell’uomo sofferente alla predicazione del Salvatore. La fede, spesso definita un “dono”, che il Signore elargirebbe capricciosamente a chi più a chi meno e a chi niente, diventa invece qui la risposta attiva dell’uomo alla Parola di Dio. Il dono è la parola di Dio, che ci annuncia la salvezza per grazia. La fede è ciò con cui siamo chiamati a rispondere a questo dono. Gesù, di fronte alla fede del lebbroso, che lo riconosce come Signore, adorandolo, e afferma “se vuoi, tu puoi mondarmi” contravviene apertamente alle regole della propria religione; davanti alle “grandi folle” che lo hanno seguito, “distesa la mano” (in segno di benedizione e di salvezza) “lo toccò”. E in quell’istante egli fu guarito. Ecco un’altra Epifania della potenza di Dio, nel quotidiano, nel tempo “ordinario”; Gesù viene riconosciuto come Signore e ci manifesta la natura profonda di Dio: un Dio che non ha timore di toccare con mano la nostra miseria, ma che la raggiunge e la sana con la sua benedizione, con la sua grazia. Così dovremmo agire anche noi con gli altri uomini, senza paura di “sporcarci le mani” per annunciare il Vangelo. Non siamo chiamati a formare “combriccole” di bigotti, ma a raggiungere e lasciarci raggiungere da ogni essere che condivide la nostra natura umana, ferita dal peccato e da mille infermità.
La conferma arriva anche dall’episodio immediatamente successivo, dove un centurione romano, considerato dai giudei un impuro perché pagano, e un nemico perché rappresentante del potere politico e militare che opprimeva la loro nazione, si presenta a Gesù per chiedere la guarigione di un servo che giace in casa paralizzato e soffre grandemente. La risposta di Gesù è ancora una volta sovversiva: “Io verrò e lo guarirò”. Gesù propone di andare a casa stessa del centurione, una azione “scandalosa”, perché contravveniva alle norme religiose che prevedevano il divieto di entrare in casa di un pagano, per di più nemico della nazione. Ma non poteva agire diversamente colui che aveva appena predicato l’amore per i propri nemici e che aveva detto: “Qual è l'uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,9-11). Un altro raggio della rivelazione evangelica squarcia le nubi del timore per l’impurità rituale, manifestando il mistero della paternità universale di Dio; questa, si allarga oltre i confini del popolo eletto, all’intero genere umano, immerso, come ci ricorda la colletta di oggi, “in molti e grandi pericoli”, alla ricerca di “forza, protezione e supporto in ogni avversità e tentazione”.
Il centurione è pienamente consapevole di questo stato di miseria e fragilità che caratterizza la condizione umana, e lo attesta con le parole “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto”; la sua risposta di fede nei confronti della Parola di Dio è altrettanto grande: “di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito”. E così avverrà.
È la Parola di Dio che guarisce, quella parola che la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12) definisce “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli”, capace di penetrare “fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla”; quella parola con cui Dio ha creato il mondo e guidato il suo popolo attraverso il deserto e nella terra dell’esilio.
Dopo secoli in cui il popolo è stato tenuto lontano dalla Bibbia, anche oggi, che disponiamo di eccellenti traduzioni in ogni lingua, l’analfabetismo biblico è fortemente diffuso. Manca, persino tra i protestanti a volte, l’abitudine a confrontarsi abitualmente con la Parola di Dio, ad ascoltare cosa il Signore ha da dirci riguardo i nostri problemi, le nostre paure, i nostri dubbi. Altre volte manca una risposta di fede forte alla Parola, la fiducia nella sua efficacia, nella sua capacità di trasformare realmente la nostra vita.
Impegnamoci a riscoprire la lettura delle Sacre Scritture; non lasciamo la Bibbia a raccogliere polvere in uno scaffale. Ascoltiamola, meditiamola, confrontiamoci con essa nelle cose ordinarie e straordinarie di ogni giorno. La nostra vita personale, ma anche quella collettiva, gli avvenimenti politici, la sottomissione all’autorità, cui ci chiama San Paolo nella lettura di oggi, invitandoci a essere buoni cittadini, devono avvenire mediante l’esercizio di un senso critico, alla luce della Parola di Dio. Allora potranno essere sanate le nostre ferite, individuali e collettive. Dice infatti il Signore, per bocca del profeta Isaia (Is 55,10-11): “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza avere compiuto ciò che desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata”. E così sia.


Rev. Luca Vona


domenica 20 gennaio 2019

La somma non fa il totale

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose nel Cielo e sulla terra; ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo, e concedi la pace ai nostri giorni; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

In queste settimane, dette “dopo l’Epifania”, che ci separano dalla domenica di Septuagesima, la quale segnerà l’inizio di un periodo pre-quaresimale, troviamo tre importanti episodi evangelici, che rappresentano fin dall’antichità, i tre momenti più importanti della manifestazione – “epifania”, appunto – del Signore all’umanità, al di fuori dei confini di Israele, ovvero al di fuori dei confini del “popolo eletto”.
Il primo episodio è quello narrato nel Vangelo per la messa del 6 gennaio, ovvero l’arrivo dei magi a Betlemme. I magi erano appunto sacerdoti e maghi giunti dall’Oriente, i quali scrutando il cielo avevano individuato la nascita del Figlio di Dio, che si recarono ad adorare. Rappresentano i popoli non israelitici, le altre religioni, che riconoscono - o riconosceranno - in Gesù il Salvatore.
Fin dai primi secoli cristiani però l’Epifania è stata associata a due altri importanti eventi, narrati, rispettivamente, nel vangelo di questa domenica e in quello che leggeremo domenica prossima. Questa domenica il primo capitolo del Vangelo di Marco ci offre il racconto del battesimo di Gesù al Giordano, da parte di Giovanni il Battista. Domenica prossima troveremo invece il racconto del miracolo alle Nozze di Cana, dove Gesù trasforma l’acqua in vino, manifestando la sua potenza mediante il suo primo “miracolo pubblico”.
Entrambi gli episodi sono una manifestazione della sua divinità. Al Giordano, infatti, dove egli si sottopone al battesimo penitenziale di Giovanni - non perché avesse peccato, ma per discendere nelle acque e santificarle - i cieli si aprono e la voce del Padre risuona per attestare, anche mediante lo Spirito che appare in forma di colomba, che Gesù è il Cristo, il Figlio prediletto, in cui Dio si è compiaciuto. Abbiamo qui non solo una rivelazione della divinità di Gesù, ma al contempo la manifestazione di Dio come Trinità, mistero alla cui vita siamo chiamati a partecipare. Se il battesimo di Giovanni, infatti, rappresentava un rito sostanzialmente penitenziale, che serviva a rimettere i peccati e a segnare una tappa importante di conversione a Dio in vista della nuova èra messianica, il battesimo cristiano ha una natura diversa e rappresenta una tappa più radicale: in esso veniamo incorporati a Cristo e riceviamo al contempo il dono dello Spirito che ci consente di chiamare Dio “Padre”.
Da qui l’indissolubilità dei riti di iniziazione cristiana – battesimo, crismazione ed eucaristia-, che nell’antichità – e ancora oggi nelle chiese orientali – vengono amministrati insieme e considerati in stretta complemetarietà. Questa prassi risale alla tradizione evangelica attestata da Gv 3, al dialogo in cui Gesù spiega al dotto israelita Nicodemo che è necessario “rinascere dall’alto” per vedere il Regno di Dio, è necessario “nascere da acqua e dallo Spirito”. La crismazione rappresenta proprio il sigillo dello Spirito. È inimmaginabile, infatti, l’incorporazione al Figlio, senza il dono dello Spirito che il Padre riversa su di lui e che il Figlio restituisce al Padre, nella circolarità dell’amore divino. Al tempo stesso, una iniziazione cristiana senza eucaristia sarebbe incompleta. Perché lo Spirito è Colui che ci consente di riconoscerci membra di uno stesso corpo, nei diversi carismi che ci sono stati donati. È ciò che afferma l’apostolo Paolo nel capitolo 12 della lettera ai Romani che abbiamo letto oggi, ma anche nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.
L’eucaristia realizza la comunione con il corpo di Cristo, che si manifesta nella stessa Chiesa, e ci consente di partecipare del dono dello Spirito con tutte le altre membra, di riceverlo e comunicarlo nella fede. In tal modo l’iniziazione cristiana – il battesimo, la crismazione, l’eucaristia – non sono mai fatti privati, che riguardano il singolo credente e la sua stretta cerchia di famigliari, che prendono parte al rito. Sono il mistero unico e tripartito, attraverso il quale la Chiesa ci è rivelata come realtà soprannaturale - molto di più della semplice somma dei credenti -, Corpo mistico di Cristo, edificata con pietre vive e vivificata dallo Spirito.
Nel cristianesimo non c’è spazio per una fede vissuta in maniera puramente individualistica, seguendo il Culto in televisione o meditando in privato qualche pagina della Bibbia. La fede autentica ci trasforma nella nostra relazione con Dio e con il prossimo, perché attraverso di essa il Signore ci rende causa efficiente ed efficace nell’edificazione del suo Regno, per concedere all’umanità giorni di pace autentica, la sua pace, non la pace come la dà il mondo, ma come soltanto lo Spirito di Dio può donare. Allora ogni uomo riacquisterà dignità e l’umanità si scoprirà come qualcosa di più della somma aritmetica dei singoli individui.

Rev. Luca Vona



domenica 13 gennaio 2019

Un sacrificio ragionevole


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Colletta

O Signore, ti supplichiamo, ricordati nella tua misericordia delle preghiere del tuo popolo; concedigli di riconoscere i propri doveri e donagli la grazia e la forza di portarle a compimento. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,1-5; Lc 2,41-52

Il ritrovamento di Gesù al tempio da parte di sua Maria e Giuseppe, dopo tre giorni dalla sua scomparsa, rappresenta una sorta di seconda epifania, poiché egli si fa trovare a discutere con i dottori della legge, di fronte ai quali mostra una sapienza inattesa. Egli, inoltre, afferma anche la sua figliolanza divina, che supera qualsiasi legame familiare terreno. Tale evento è una prefigurazione della sua resurrezione, avvenuta poprio tre giorni dopo la Passione. Il Figlio si mostra come colui che ha la perfetta comprensione del significato della Legge, e che può dunque svelarne i segreti anche ai sapienti di questo mondo.
In questo episodio evangelico, riferito solo da Luca, Gesù è un giovane ragazzo di dodici anni. Certamente la sua precocità nella conoscenza delle Scritture è determinata dalla sua natura di Verbo eterno, Figlio di Dio, ma possiamo forse ravvisare nella figura di Gesù al Tempio quella capacità di vedere il mondo con occhi nuovi, di rimetterlo in discussione, propria di chi ha un cuore giovane. Non che coloro che sono anagraficamente giovani abbiano sempre ragione. Anzi, la nostra società è persino troppo malata di giovanilismo, di genitori che si vestono come i figli, li inseguono nell'utilizzo degli stessi strumenti di comunicazione, cercano di fuggire e nascondere in ogni modo l'avanzare della propria età.
Vi è però la necessità di sapere andare controcorrente, di capovolgere i punti di vista consolidati, gli stereotipi e gli automatismi mentali, che rischiano di impedirci un pieno sviluppo umano, intellettuale e spirituale. Facciamo alcuni esempi: per secoli gli uomini hanno concepito la terra al centro dell'universo; hanno pensato che gettando dall'alto due sfere, l'una più pesante dell'altra, sarebbero cadute al suolo in momenti diversi; hanno creduto che gli uccelli volano per il loro sbattere delle ali. Persino il grande Leonardo da Vinci era incorso in quest'ultimo errore, provando e riprovando senza successo a costruire una macchina che potesse rendere l'uomo padrone dei cieli. Tutto ciò finché qualcuno come Galileo non mise in discussione le teroie consolidate, salì sulla torre di Pisa e gettò due differenti sfere, verificando che cadevano al suolo nello stesso momento. E ci vollero secoli, dal tempo di Leonardo, per comprendere che gli uccelli volano non per il loro sbattere le ali, ma per una particolare conformazione dell'ala e per la loro ossatura quasi cava. Solo così si poté imitare quella conformazione alare, riuscendo a far decollare il primo aeroplano.
Anche a livello morale è così: il mondo ci insegna e ci ripete tante stupidaggini, tante frasi fatte che impariamo a memoria, tanti automatismi di pensiero che ci portano a dare per scontate cose che magari vanno contro l'Evangelo. Ma proprio nell'Evangelo noi cristiani abbiamo la nostra bussola, e per questo l'apostolo Paolo ci invita a non conformarci allo spirito di questo mondo, ma a lasciarci trasformare, mediante un pieno rinnovamente del nostro spirito (Rm 12,2). Egli ci invita poi a conoscere, per esperienza, quale sia la volontà di Dio. La nostra fede non è cieca, anche se non abbiamo veduto, abbiamo ascoltato la parola di Dio, e abbiamo creduto perché abbiamo sperimentato la sua grazia, il suo Spirito. L'importanza dell'esperienza sarà enfatizzata dal fondatore del metodismo, John Wesley, che aggiungerà questo quarto pilastro ai tra dell'anglicanesimo, precedentemente codificati dal teologo Richard Hooker: Le Scritture, la Tradizione e la Ragione.
Dalla nostra esperienza di Dio e della grazia consegue la nostra offerta come sacrificio ragionevole. Questa definizione di Rm 12,1 è ripresa dall'antico canone romano per la liturgia e rimane in presente tanto nella Santa cena anglicana quanto nella liturgia codificata da Wesley per i primi metodisti.
Dopo millenni in cui Israele offriva a Dio capri, vitelli e frutti della terra, Gesù inaugura un'epoca in cui la nostra adorazione avviene in spirito e verità (Gv 4,23). Da cosa muove la nostra adorazione, il nostro sacrificio? Paolo ci dice "per le compassioni di Dio". poiché abbiamo ricevuto la salvezza, poiché abbiamo sperimentato la grazia di Dio, allora compiamo le opere buone che egli ci chiama a fare. Noi ci comportiamo bene e non adoriamo per ottenere la grazia, ma poiché abbiamo ricevuto la grazia cerchiamo di conformarci a Cristo, anziché allo spirito di questo mondo, e adoriamo il Padre.
Per la stessa ragione abbiamo il dovere di amare il nostro prossimo; come potremo infatti comportarci male con coloro che Dio ha salvato? In tal senso, ci sentiamo, ed effettivamente siamo, membra di uno stesso corpo, sebbene con diverse funzioni.
In un tempo, quale quello in cui viviamo, in cui giustamente si rivendicano molti diritti, non possiamo dimenticare la necessità di esercitare anche alcuni doveri. Per la verità, ad ogni diritto corrisponde in maniera speculare un determinato dovere. Il genitore e il maestro hanno il dovere di insegnare, perché il fanciullo e l'alunno hanno dil diritto di imparare; sostentarci con il lavoro e al contempo un nostro diritto e un nostro dovere.
Anche amare Dio è un privilegio che ci è stato concesso per grazia, mediante la liberazione dal peccato. è nostro dovere non sprecare un tale privilegio.

Rev. Luca Vona


domenica 6 gennaio 2019

Riconoscere l'essenziale


COMMENTO ALLA LITURGIA DELL'EPIFANIA 

Colletta

O Dio, che attraverso la guida di una stella hai manifestato il tuo unigenito Figlio ai Gentili, concedi misericordioso a noi che ti conosciamo  mediante la fede, di poter fruire, dopo questa vita della tua gloriosa divinità; per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Ef 3,1-12; Mt 2,1-12

"Dov'è il re dei Giudei"? I magi compirono un lungo viaggio per trovarlo e adorarlo. Dopo più di duemila anni, tanti cristiani ormai solo di nome non si pongono manco più la domanda. Compirebbero un lungo viaggio per visitare un paesaggio esotico, oppure, in maniera meno edonistica, per trovare un lavoro più sicuro e redditizio. Compirebbero il lungo viaggio della vita, che è sempre un batter d'ali, per quanto longevi si possa essere, adorando cose che sono per la maggior parte del tutto inutili, peggio ancora dannose. Perché quando adoriamo la cosa sbagliata ci rendiamo servi, ma non servi come Paolo, che si definisce così perché è con grande umiltà che si riconosce chiamato a far conoscere il mistero della grazia rivolta ai pagani, non servi come Paolo, che si sente libero anche in catene, per avere adempiuto la vocazione cui era stato chiamato. Servire e adorare il mondo significa affaticarsi inutilmente per cosse prive di valore, moltiplicare le nostre preoccupazioni, in una febbrile ansia di accumulo e ostentazione, sottrarre tempo prezioso a ciò per cui siamo stati chiamati all'esistenza: amare i nostri cari, amare ogni altro essere umano in cui possiamo imbatterci nel nostro cammino, amare la creazione che Dio ha fatto per noi.
Ma ci ritroviamo a dedicare la maggior parte del nostro tempo a produrre, consumare, servire e adorare idoli che non possono appagare le nostre preghiere, il nostro desiderio di una felicità piena. Ci viene fatto firmare un contratto di lavoro con il quale vendiamo gran parte del nostro tempo in cambio di una certa quantità di denaro. Noi accettiamo, perché il sistema i cui siamo inseriti, completamente immerso nel peccato, ci chiede denaro, e sempre più denaro, per soddisfare i bisogni primari, ma ancora di più quelli non essenziali, indotti e autoindotti in una società dove il marketing è onnipervasivo.
Invece il Re dei Giudei si manifesta in assoluta umiltà, in un angolo della città di Davide, Betlemme, posto in una mangiatoia alla sua nascita e accudito da sua madre in una casa, quando giungono i magi, una casa che di certo non era un palazzo regale.
Eppure i saggi dell'Oriente, gli angeli e le stesse forze della natura - rappresentate dalla stella che guida i magi - lo riconoscono e adorano come Re.
Chi cerca il Cristo non viene abbandonato da Dio, ma è guidato sapientemente e protetto dai pericoli che il mondo gli pone di traverso. Così i magi non solo giungono dal Messia guidati dalla stella, ma vengono anche avvertiti in sogno di ritornare al loro paese per aver salva la vita , per evitare il pericolo di Erode; i pastori sono guidati dagli angeli; Giuseppe sarà avvisato in sogno di lasciare Betlemme per sfuggire a Erode, che avrebbe ucciso il bambino Gesù vedendo in esso una minaccia al proprio trono.
Nell'Epifania noi adoriamo la manifestazione - è questo il significato del termine - della regalità universale di Gesù, adoriamo in lui il Messia promesso agli antichi profeti di Israele. Ma soprattutto commemoriamo l'apertura del piano salvifico di Dio agli uomini di ogni nazione, lingua, etnia, provenienza culturale, estrazione sociale.
L'antica promessa di una terra ad Israele, una terra di pace in cui scorrono latte e miele, diviene ora la manifestazione del "mistero di Dio", come lo chiama Paolo; un mistero che egli aveva tenuto in serbo fin dalla creazione del mondo e che pure gli angeli contemplano con ammirazione, prendendovi parte. Il mistero della chiamata delle genti a far parte dello stesso corpo di Israele, del corpo mistico di Cristo, non come appendice ma come membra viventi. E mentre veniamo liberati dalla Legge antica, ricevendo la salvezza per grazia, che ci consente di presentarci al Padre così come siamo - "con piena fiducia" dice Paolo - impariamo a liberarci anche da tutto ciò che non è essenziale e costituisce un orpello che ci ci impedisce di spiccare il volo, di godere la natura più profonda dell vita, che è Cristo stesso. In questo modo assisteremo alla manifestazione della sua gloria nelle nostre vite. Ogni "no" che diciamo a ciò che non è conforme all'Evangelo come si manifesta nella vita di Cristo, è un "sì" che diviene sempre più grande nei confronti della salvezza che egli gratuitamente ci dona; e mentre siamo salvati diveniamo sempre più integri - è questo il significato della parola "salvo" - ovvero non dipendenti da qualcosa di più piccolo della gloria di Dio, di più piccolo persino di noi stessi; e allora che diventiamo veramente liberi. Così sia.

Rev. Luca Vona