Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 26 febbraio 2025

Fermati 1 minuto. Uniti e operosi sotto lo stesso nome

Lettura

Marco 9,38-40

38 Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40 Chi non è contro di noi è per noi.

Commento

Presi dalla discussione su chi sia il più grande (Mc 9,33-37) i discepoli, che poco prima si sono mostrati incapaci di esorcizzare l'epilettico indemoniato (Mc 9,14-29), per bocca di Giovanni pongono a Gesù una domanda che manifesta un atteggiamento escludente nei confronti di un uomo che scaccia efficacemente i demoni nel nome di Gesù, pur non essendo "dei loro" (v. 38).

L'episodio riportato da Marco è probabilmente anche un'eco delle questioni che si pongono i primi cristiani in circostanze simili, in relazione al riconoscimento della vera identità degli inviati di Dio.

Gesù esorta i discepoli a non ostacolare chi opera nel suo nome. Se un albero si riconosce dai frutti (Mt 7,16-20) il vero discepolo accoglie l'amore ovunque esso fiorisca. Anche le chiese particolari sono chiamate a superare gli atteggiamenti settari, coltivando piuttosto il senso di comunione tra coloro che operano nel nome di Gesù. 

L'unica chiesa di Cristo supera i confini visibili stabiliti dalle reciproche scomuniche. L'apostolo Paolo saprà cogliere questo mistero: "Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene" (Fil 1,18).

La risposta data da Gesù a Giovanni si completa con l'affermazione speculare riportata dal Vangelo di Matteo: "Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde" (Mt 12,30). Non c'è spazio per posizioni di neutralità nei confronti di Gesù.

Soltanto non illudiamoci di poter costringere nei rivoli angusti di una religiosità elitaria l'infinita grandezza e libertà dello Spirito di Cristo.

Preghiera

Dona alla tua chiesa, Signore, lo spirito di unità e concordia; affinché possiamo essere radunati nel tuo nome e portare frutti di salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 25 febbraio 2025

Roberto d'Arbissel e i fratelli e le sorelle di Fontevraud

Nel 1116, in Francia, muore Roberto d'Arbrissel, eremita, predicatore itinerante e fondatore dell'Ordine di Fontevraud.
Nato ad Arbrissel, nella diocesi bretone di Rennes, verso la metà dell'XI secolo, Roberto era pienamente partecipe delle contraddizioni al vangelo che caratterizzavano la chiesa del suo tempo. 
Recatosi a Parigi per compiere gli studi, egli fu toccato dall'esigenza di riforma che si andava profilando nella chiesa, e iniziò un autentico cammino di conversione. Fece ritorno in diocesi, ma il suo cambiamento non fu gradito, e fu costretto a ritirarsi in solitudine. Teologo erudito, dotato di un'eloquenza straordinaria, egli visse un tempo di deserto, durante il quale si radunarono attorno a lui numerosi discepoli. Fra essi vi furono soprattutto gli emarginati dalla società e dalla chiesa, come i lebbrosi o le mogli dei parroci abbandonate agli inizi della riforma gregoriana. Roberto diede quindi inizio al suo ministero di predicatore itinerante, trascinando al proprio seguito una folla di uomini e donne di ogni condizione, che accettarono di farsi poveri per Cristo.
Nel 1101 Roberto, ritenuto folle dai vescovi e dai potenti del suo tempo, stimò opportuno dare ai suoi discepoli una dimora permanente, che stabilì nella foresta di Fontevraud, dove suddivise la nuova comunità in quattro nuclei: le donne, i monaci, i penitenti e i lebbrosi. L'Ordine misto che ne scaturì fu un ordine prevalentemente femminile: gli uomini avevano il compito di proteggere le donne, ma la direzione delle comunità era affidata a queste ultime.
Roberto trascorse gli ultimi anni della sua vita continuando a predicare e difendendo ovunque quanti erano vittime di sfruttamento e di sopraffazione.

Tracce di lettura

Roberto fece chiamare l'arcivescovo di Bourges e gli disse: «Signore, tu sei il mio caro padre, il mio arcivescovo. Sai come sempre ti ho amato e ti ho obbedito. Sai anche come, per amor tuo, io sia venuto a stabilirmi in questa regione. Desidero manifestarti la volontà del mio cuore. Non desidero essere sepolto né a Betlemme, né a Gerusalemme, né a Cluny. Non desidero altro luogo che il cimitero di Fontevraud. Ma non ti chiedo affatto di essere sepolto in monastero o nei chiostri, ma in mezzo ai miei fratelli poveri, nel cimitero. Là sono sepolti, infatti, i miei buoni presbiteri e chierici, i miei amati laici e le mie sante vergini. Là riposano i miei poveri lebbrosi, là i compagni del mio pellegrinaggio terreno, coloro che mi hanno seguito per amore di Dio, quanti hanno portato assieme a me stenti e fatiche, miserie e calamità, disfacendosi di ogni loro bene all'udire la mia predicazione. Se sarò sepolto in tale luogo, i viventi lo ameranno di più e su di esso verranno a invocare la misericordia del Signore. (Vita di Roberto d'Arbrissel )

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Robert d'Arbrissel, miniatura del Graduale di Fontevraud, XIII sec.

Fermati 1 minuto. Abbassarsi per ascendere

Lettura

Marco 9,30-37

30 Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31 Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». 32 Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
33 Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». 34 Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. 35 Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». 36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:
37 «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Commento

Gesù è in viaggio verso Gerusalemme, un itinerario non solo geografico ma spirituale come dichiara il secondo annuncio della passione. Le sue parole attestano che è Dio stesso che lo consegna nelle mani di coloro che lo uccideranno. Perciò tutto ciò che accadrà al "Figlio dell'uomo" (la morte e la risurrezione) rientra nel piano provvidenziale stabilito da Dio per il bene di tutti.

I discepoli continuano a non capire la dimensione di sofferenza cui è destinato il Cristo (v. 32) e non osano fare domande, forse per il precedente rimprovero rivolto da Gesù a Pietro che cercava di dissuaderlo dalla sua missione redentrice (Mc 8,33). Marco, dopo ognuno dei tre annunci della passione fa rilevare questa incapacità a comprendere (cfr. Mc 8,31-33; 10,32-34.35-44).

Proprio mentre Gesù parla del suo apparente fallimento i discepoli iniziano a fare progetti di grandezza, discutendo su chi fosse il più grande tra loro (v. 34). Questa è la logica del mondo, che fin dall'infanzia ci insegna a sgomitare per essere migliori, anche prevaricando sugli altri.

I bambini - grandi nell'affidamento, nella gioia, nella spontaneità - sono il simbolo di cui Gesù si serve per sottolineare che i discepoli sono chiamati a svolgere con umiltà la loro missione (v. 35), sull'esempio di Gesù che non è venuto per essere servito ma per servire (Mc 10,45). La volontà di mettersi al servizio del prossimo determina la posizione assunta nel regno di Dio. La nostra ascesa verso il cielo avviene nella misura in cui ci abbassiamo nell'esercizio della carità.

La consacrazione di Gesù nel suo abbassamento fino alla morte di croce dimostra l'amore assoluto di Dio, che si fa prossimo a ogni uomo, anche nelle pagine più buie dell'esistenza, per accompagnarlo verso la gloria della risurrezione.

Preghiera

Donaci lo spirito di umiltà, Signore, affinché possiamo fare spazio al nostro prossimo e renderci simili a te nel dono gratuito di noi stessi. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 24 febbraio 2025

Il re Etelberto e la diffusione del cristianesimo tra gli Angli orientali

Gregorio Magno e Agostino di Canterbury vengono ricordati come gli apostoli degli Angli. Al loro fianco bisogna ricordare anche re Etelberto.
Nato verso il 552, Etelberto ancora in giovane età divenne il più potente sovrano anglo dell’epoca. Verso il 588 sposò Berta, la figlia cattolica del re franco Cariberto. Dando prova di tolleranza, permise alla sua sposa di continuare a professare la sua fede. Ancora più magnanimo egli si mostrò nel 597 quando accolse la delegazione di monaci inviata da papa Gregorio e guidata da Agostino. Egli ascoltò i missionari e concesse loro di stabilirsi presso Canterbury con facoltà di predicare e convertire. Lo stesso Etelberto ricevette il battesimo nel giorno di Pentecoste del 597. Saggio e prudente, non costrinse i sudditi a seguire la sua scelta, ma certo favorì quanti si facevano battezzare. La svolta favorevole al cristianesimo venne consolidata dalla costruzione, non lontano da Canterbury, di un monastero dedicato ai santi Pietro e Paolo. Inoltre il re concesse ad Agostino dei terreni per edificare la sede episcopale di Canterbury e lo sostenne nell’organizzazione di un sinodo cui parteciparono vescovi e dottori dalla vicina regione dei Britanni. 
Nel 601 arrivò in Inghilterra una nuova spedizione di monaci. Tra di loro vi erano Paolino, Mellito e Giusto. Con l’aiuto di Etelberto, diverranno vescovi rispettivamente di York, Londra e Rochester.  Favorevole al cristianesimo, Etelberto rimase un sovrano saggio ed equilibrato che procurò benefici a tutta la sua nazione. Morì il 24 febbraio del 616 dopo un regno di più di 50 anni e venne sepolto accanto alla moglie Berta, anch’ella venerata come santa.


Re Etelberto (560-6161)

Fermati 1 minuto. Come attraverso l'acqua e il fuoco

Lettura

Marco 9,14-29

14 E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro. 15 Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16 Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17 Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. 18 Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19 Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20 E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. 21 Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; 22 anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23 Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24 Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità». 25 Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26 E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
28 Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». 29 Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Commento

Il racconto della guarigione dell'epilettico indemoniato segue immediatamente quello della trasfigurazine di Gesù, avvenuta davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Anche se abita nella gloria, Cristo non trascura di abbassarsi umilmente per prendersi cura delle necessità del suo popolo.

Il verbo greco ekthambeomai, con cui Marco descrive i sentimenti della folla alla vista di Gesù, è associato a paura e stupore. Sembra richiamare il timore del popolo di fronte al volto splendente di Mosè dopo la sua discesa dal Monte Sinai, dove aveva ricevuto da Dio le tavole della legge (Es 34,30).

Gesù trova gli altri nove discepoli che discutono con gli scribi, perché non sono riusciti a liberare un giovane che uno spirito maligno ha reso incapace di parlare. Egli è sorpreso dall'incapacità dei discepoli, avendo conferito loro ogni potere, ma anche dall'incredulità degli scribi e del popolo, che riflette la scarsa accoglienza ricevuta dal suo ministero in Galilea.

L'episodio riportato da Marco attesta che ricevere un mandato missionario da parte di Gesù non assicura il successo se una grande fede a la preghiera fervente non alimentano il ministero apostolico.

Il padre del giovane indemoniato descrive perfettamente l'attitudine anticonservativa instillata dal maligno in esso. Il diavolo odia l'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, e lo spinge verso la morte, innanzitutto tentandolo al peccato, e in casi straordinari attentando alla sua integrità fisica e psichica. A volte Dio permette che lo incontriamo solo dopo essere passati "attraverso l'acqua e il fuoco".

Sebbene alcune volte Gesù guarisca a prescindere dalla fede della persona (Mt 17,20; Lc 17,6), in questo caso sceglie di mostrare il potere della fede, alla quale "tutto è possibile" (v. 23).

L'ammissione dell'imperfezione della propria fede da parte del padre del ragazzo testimonia forse i dubbi generati dai giudizi contrastanti sulla figura di Gesù, ma è soprattuto un atto di umiltà, diverso dall'atteggiamento del popolo e degli scribi che chiedono segni e prodigi come condizione per credere in Gesù. La fede, che è un dono di Dio, può essere accresciuta solo da Dio, ma chiede un cuore aperto per accoglierla. Il padre del giovane indemoniato acquista fiducia in Gesù volgendosi a lui e lasciando in secondo piano le voci confuse della folla.

Il verbo indicativo "io te l'ordino" (v. 25) utilizzato da Gesù rivela l'autorità assoluta che ha ricevuto dal Padre, che si esprime sull'ordine naturale attraverso le guarigioni e sull'ordine soprannaturale mediante gli esorcismi.

L'ultimo attacco sferrato dal maligno al ragazzo sembra letale, dando così al gesto di Gesù il valore di una risurrezione, alla quale alludono anche i verbi greci egeiro e anistemi, termini tecnici usati nel Nuovo Testamento per indicare la risurrezione. È proprio quando incontriamo Cristo che il male viene alla luce in tutta la sua sconvolgente realtà. Di fronte alla gloria di Dio ci sentiamo atterriti. Morire a noi stessi significa prendere consapevolezza del nostro stato di totale impotenza senza la grazia dalla quale proviene ogni bene.

La preghiera, non come formula magica, ma come atto di fiducioso abbandono nelle mani del Signore, ci restituisce la libertà dei figli di Dio.

Preghiera

Vieni a visitarci Signore, e sciogli ogni legame che ci tiene avvinti al male; affinché possiamo testimoniare la potenza del tuo nome in cielo, sulla terra e sotto terra. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 23 febbraio 2025

Perseverare lungo l'inverno

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI SESSAGESIMA 
O SECONDA DOMENICA PRIMA DELLA QUARESIMA

Colletta

Signore Dio, che vedi che non poniamo alcuna fiducia nelle nostre opere, concedici misericordioso che per la tua potenza possiamo essere difesi in ogni avversità. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

2 Cor 11,19-31; Lc 8,4-15

Commento

Il seme delle Scritture resta infruttuoso se non viene seminato nel nostro cuore, e questi rimane sterile se non riceve il Verbo che dà la vita. Dio parla rivolgendosi all'uomo, e l'esistenza umana trova pienezza di senso nell'ascolto fruttuoso della parola di Dio. 

La parabola del seminatore ci insegna che il successo della semina dipende dalla natura e dalla consistenza del suolo. Se non crediamo, il nostro ascolto rimane a livello puramente auricolare. Il seme della Parola non genera salvezza se non incontra la nostra fede. Come il seme che cade lungo la strada viene calpestato, chi ascolta distrattamente la parola di Dio la disprezza. Come il seme che cade sulla pietra e dopo essere germogliato dissecca, così coloro la cui fede è debole soccombono di fronte alle seduzioni e alla disaprovazione del mondo. 

Mentre nella versione della parabola riportata da Matteo e Marco il seme produce messi più o meno abbondanti, qui rende "cento volte tanto" in virtù della perseveranza. Questo termine (gr. hypomonè) non compare mai negli altri Vangeli, mentre è frequente nelle lettere di Paolo e indica la capacità di resistere, il coraggio e la pazienza, soprattutto nelle prove. 

Il Signore non si accontenta di una messe abbondante, vuole che diamo il massimo; e ciò è possibile solo se noi rimaniamo in Cristo e lui in noi (Gv 15,4). Non dobbiamo temere se non vediamo frutti immediati nel nostro percorso di crescita spirituale. Un seme che germoglia anzitempo non è stato seminato in un terreno buono e viene abbattuto dalle intemperie dell'inverno. Ma la Parola che penetra nelle profondità del nostro essere - quelle profondità che restano oscure alla nostra stessa coscienza - fecondandole e venendo assimilata lentamente, porta frutto nella stagione giusta, nella primavera della grazia. 

"Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui" (1 Ts 5,9-10). Cosa dobbiamo fare, dunque, affinché la Parola seminata in noi renda il centuplo? Ascoltare con un cuore umile, come terra morbida e ben dissodata. Ascoltare e custodire, come Maria che "serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). 

Nei lunghi giorni di pioggia, vento, freddo, che separano la semina dal raccolto, non perdiamo la speranza, consapevoli che "né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere" (1 Cor 3,7).

- Rev. Dr. Luca Vona