Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 18 febbraio 2025

Il Beato Angelico. Dipingere la bellezza del vangelo

Nel 1455 si spegne, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva, fra' Giovanni di San Domenico, religioso domenicano passato alla storia come il Beato Angelico. Fra' Giovanni, che prima di entrare dai frati domenicani si chiamava Guido di Piero, era nato verso la fine del XIV secolo nei pressi di Firenze, in una famiglia poverissima. Entrato molto giovane nella Compagnia di San Niccolò, una confraternita fiorentina, il giovane Guido si era presto segnalato per le precoci e straordinarie doti di pittore. Stimato dai contemporanei per la dolcezza e la semplicità, Guido avvertì il bisogno di contribuire con tutta la sua vita al rinnovamento evangelico nella chiesa del suo tempo. Egli entrò così nel convento domenicano di Fiesole, appartenente all'ala riformatrice dell'Ordine, e prestò il suo servizio di predicatore discreto e silenzioso, di teologo e di poeta. Ma fu soprattutto grazie ai suoi dipinti che il Beato Angelico seppe realizzare l'armonia tra la nascente arte rinascimentale e la purezza di cuore di un vero cercatore di Dio. Frate domenicano, cercò di saldare i nuovi principi pittorici, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.
Come ebbe a dire Michelangelo, fu la sua opera a fargli «meritare il cielo, per poter contemplare tutta la bellezza da lui raffigurata sulla terra». Dal 1438 fra' Giovanni si stabilì nel convento fiorentino di San Marco, di cui sarà più tardi nominato priore, assieme a tre confratelli pittori. In esso l'Angelico e i suoi compagni ci hanno lasciato una delle espressioni più pure e sobrie dell'arte religiosa rinascimentale.
Chiamato a Roma dai primi papi umanisti, fra' Giovanni morì nel convento del Maestro generale dell'Ordine. Del suo sepolcro marmoreo, un onore eccezionale per un artista a quel tempo, è ancora oggi visibile la lastra tombale, vicino all'altare maggiore.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

lunedì 17 febbraio 2025

Janani Luwum e i martiri dell'Uganda. Il coraggio della parola

Janani Luwum nacque nel 1922 ad Acholi, in Uganda. Figlio della prima generazione di cristiani ugandesi, convertiti dai missionari britannici, da ragazzo aveva fatto, come tutti i suoi fratelli, il pastore delle pecore e delle capre che appartenevano alla sua famiglia di contadini.
Il giovane Janani, tuttavia, mostrò una tale propensione all'apprendimento che gli fu offerta la possibilità di studiare e di diventare insegnante. A 26 anni divenne cristiano, e nel 1956 fu ordinato presbitero della locale chiesa anglicana. Eletto vescovo dell'Uganda settentrionale nel 1969, fu nominato arcivescovo dell'Uganda cinque anni più tardi, quando già infuriava il regime dittatoriale del generale Idi Amin. Luwum cominciò a esporsi pubblicamente, contestando la brutalità della dittatura e facendosi portavoce del malcontento dei cristiani ugandesi e di larghe fasce della popolazione.
Nel 1977, di fronte al moltiplicarsi delle stragi di stato, l'opposizione dei vescovi si fece palese e vibrante. Il 17 febbraio, pochi giorni dopo che Idi Amin aveva ricevuto una dura lettera di protesta firmata da tutti i vescovi anglicani, il regime annunciò che Luwum era stato trovato morto in un incidente d'auto assieme a due ministri del governo ugandese. Alla moglie che insisteva perché non si recasse all'incontro con il dittatore, Luwum aveva detto, poche ore prima di morire: «Sono l'arcivescovo, non posso fuggire. Che io possa vedere in quanto mi accade la mano del Signore».

Tracce di lettura

Un dottore, che aveva visto i corpi delle tre vittime durante il cambio della guardia, confermò che tutti e tre erano stati uccisi. Poi emersero alcuni dettagli sulle ultime ore dell'arcivescovo. Egli era stato preso dal centro di ricerca dello Stato, spogliato e spinto in una grande cella piena di prigionieri condannati a morte. Lo riconobbero, e uno di loro gli chiese la benedizione. Poi i soldati gli restituirono la veste e il crocifisso. Quindi tornò in cella, pregò con i prigionieri e li benedisse. Una grande pace e una grande calma scese su tutti loro, come testimoniò un sopravvissuto. Si dice anche che cercassero di fargli firmare una confessione. Altri hanno testimoniato che egli pregava a voce alta per i suoi carcerieri quando venne ucciso. (Dal racconto di un testimoni)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

I sette fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria

La Chiesa cattolica d'Occidente celebra oggi la memoria dei sette santi fondatori dell'ordine dei Servi di Maria (Frati Serviti). Fiorentini, mercanti di lana, ricchi, i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria erano nati verso la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. Amici fra di loro e appartenenti a un gruppo laico di fedeli che erano particolarmente devoti alla Vergine e che si dedicavano al servizio dei poveri e dei malati, probabilmente verso il 1240 cominciarono a vivere insieme, poco fuori Firenze, nella povertà e nella preghiera, nel desiderio di vivere una vita di penitenza.
Adottarono in seguito la regola di Agostino e, alla ricerca di maggior solitudine, si stabilirono sul monte Senario. Qui la comunità penitenziale divenne ufficialmente l'Ordine dei Servi di Maria, un ordine ispirato al genere di vita narrato nei sommari degli Atti degli Apostoli (cf. At 2,42-47; 4,32-35), con un impegno di radicale povertà, di preghiera e di lavoro. Fra i sette santi i più noti sono Bonfiglio Monaldo, primo priore di Monte Senario, e Alessio Falconieri che morì il 17 febbraio 1310, più che centenario, e fu testimone della costituzione definitiva dell'Ordine dei Servi, avvenuta nel 1304.

Tracce di lettura

Si erano abbassati nell'umiltà: come persone forti tenevano la radice dell'amore nell'impegno che si erano preposto, così che potevano dire con David: «Ti amo, Signore, mia forza». Venivano sollevati dalla speranza delle cose eterne: come persone più forti alzavano nel momento della prova il vessillo della carità, così che potevano esclamare con Giobbe: «Anche se il mio Creatore mi ucciderà, spererò in lui». E infine furono consumati dalla carità: come persone fortissime toccavano l'apice dell'amore, contenti addirittura di essere flagellati: grandissima gioia provavano a soffrire per Cristo.
(Leggenda sull'origine dell'Ordine 39)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Gesù, segno tangibile dell'amore divino

Lettura

Marco 8,11-13

11 Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all'altra sponda.

Commento

Di fronte alle affermazioni messianiche di Gesù i farisei, non soddisfatti dai numerosi miracoli da lui compiuti, chiedono un ulteriore segno, un prodigio di natura astronomica. Gesù, che pure ha compiuto numerosi miracoli, si rifiuta di venire incontro alla loro cecità spirituale. Il segno supremo sarà dato dalla sua risurrezione. 

I farisei non sono esauditi nella loro richiesta per tre ragioni. La loro intenzione non è retta: essi chiedono un segno sperando che Gesù non sia in grado di realizzarlo, al fine di gettare discredito su di lui e dimostrare che egli non è il Messia atteso. In secondo luogo non hanno saputo interpretare i numerosi segni offerti, dal battesimo al Giordano - dove il Padre e lo Spirito hanno reso testimonianza a Cristo - ai numerosi miracoli di guarigione e liberazione. Infine, se anche gli fosse concesso un segno ulteriore e definitivo della messianicità di Gesù i farisei non si accontenterebbero di un segno qualsiasi ma di quello che indichi Gesù come il tipo di Messia che essi aspettano: un restauratore politico di Israele e un legislatore conforme alla loro idea legalistica della religione giudaica. 

Anche noi possiamo essere tentati di chiedere a Dio di agire secondo il nostro volere per accordargli fiducia; rischiamo di chiedere segni che lungi dall'indicarci la volontà di Dio, siano una conferma delle nostre convinzioni e la realizzazione di quello che è, secondo il nostro punto di vista, il miglior bene. Ma Gesù ci ha insegnato a chiedere al Padre che sia fatta la sua volontà e ci invita ad affidarci a lui che si prende cura dell'erba dei campi, degli uccelli del cielo (Mt 6,25-34) e ancor più dei propri figli. 

Davanti all'ostinazione e all'ostilità dei farisei Gesù trae "un profondo sospiro" (v 12), letteralmente geme (gr. anastenaxas) e passa all'altra riva (v.13). È come la prefigurazione di quanto avverrà sulla croce, nel suo passaggio dalla morte alla risurrezione, quando al suo spirare saranno sconvolte le potenze del cielo e della terra (Mt 27 51) e il centurione esclamerà "Davvero costui era Figlio di Dio!" (Mt 27,54).

Preghiera

Signore Gesù Cristo, tu sei segno tangibile dell'amore del Padre. Apri inostri occhi affinché sappiamo riconoscerti per giungere alla vita eterna. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 16 febbraio 2025

Non una passeggiata ma una corsa

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI SETTUAGESIMA

Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltare con favore le preghiere del tuo popolo; affinché noi che siamo giustamente puniti per le nostre offese, possiamo essere misericordiosamente liberati dalla tua bontà, a gloria del tuo Nome: per Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Letture

1 Cor 9,24-27; Mt 20,1-15

Le brevi metafore sportive utilizzate da Paolo nella sua lettera ai credenti di Corinto sono rivolte a lettori che conoscono i ginnasti greci e i giochi istmici, che si tenevano in primavera nei pressi della città, ogni due anni.

Come rappresentato da Paolo, vivere e annunciare il vangelo di Cristo non è una facile passeggiata ma "una corsa", nella quale si può risultare vincitori solo mediante l'abnegazione e lo sforzo continuo, la fatica e il sudore. Se imiteremo Gesù non rischieremo di restare a mezza via.

Paolo presenta il controllo di sé come necessario "per la vittoria"; il suo scopo è di conquistare alla salvezza i destinatari del suo apostolato. Poco prima, infatti, aveva richiamato la scelta di svolgere il suo ministero senza nulla chiedere in cambio (1 Cor 9,12-14) e il suo essersi fatto "servo di tutti" (1 Cor 9,19). Anche il controllo dei suoi impulsi serve a non consentire che essi lo distolgano dall'attività pastorale.

È necessario notare che Paolo non adoperava né flagellazioni, né "macerazioni"; per ridurre il proprio corpo a docile strumento dello Spirito, gli bastavano la sobrietà, il lavoro manuale con cui si manteneva da vivere e le fatiche e privazioni della sua vita missionaria. A tal proposito l'Apostolo afferma nella sua lettera ai Colossesi: "Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste nel mondo, vi lasciate imporre dei precetti quali: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (tutte cose destinate a scomparire con l'uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una reputazione di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne" (Col 2,20-23).

La fatica laboriosa del credente è richiamata nella parabola degli operai mandati nella vigna. La paga di coloro che se ne stavano nella piazza senza far nulla non viene stabilita in anticipo, diversamente dai primi chiamati, ai quali è stato promesso un denaro. Gli operai della parabola che iniziano a lavorare in ritardo si mostrano, dunque, volenterosi, perché accettano l'impiego senza negoziare il proprio compenso.

Quando il padrone della vigna retribuisce i suoi operai comincia dagli ultimi, così che i primi hanno modo di sapere quanto è stato loro dato. Gli operai della prima ora rappresentano l'Israele che si appella alla propria obbedienza alla legge come diritto di ricevere una paga superiore agli "operai dell'ultima ora", cioè ai pagani, ai quali ora è stata estesa la salvezza. 

Tutti ricevono un uguale compenso perché tutti vengono salvati per grazia, e non per le opere della legge. Il padrone della vigna non è ingiusto, ma generoso.

Gesù ci esorta a non restare con le mani in mano, ma a partecipare attivamente alla nuova creazione, e a rallegrarci con lui ogni volta che si aggiungono braccia volenterose nella sua vigna; perché "ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc 15, 7).

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 14 febbraio 2025

Cirillo e Metodio. Tutte le lingue lodino il Signore

Fratelli originari di Tessalonica, Cirillo e Metodio abbracciarono la vita monastica in un monastero della Bitinia.
Nell'862 furono inviati dal patriarca di Costantinopoli a evangelizzare la Moravia e la Pannonia. Essi iniziarono la loro opera traducendo il vangelo e la liturgia in lingua slava e utilizzando, per scriverli, un alfabeto a 38 lettere inventato da Cirillo.
Il papa Adriano II li chiamò allora a Roma, approvò la loro opera di predicazione e nominò Metodio arcivescovo di Moldavia e Pannonia.
Cirillo morì a Roma il 14 febbraio dell'869. Metodio continuò il suo apostolato, subendo la forte pressione delle popolazioni germaniche che cercavano di estendere il loro dominio sui territori orientali e che si opponevano all'uso dello slavo nella liturgia, ma non si scoraggiò mai, anche se dovette, a un certo momento, esercitare il suo apostolato quasi di nascosto.
Egli morì nell'885. Nel 1976 il corpo di Cirillo, sepolto a Roma, è stato restituito alla sua città natale, Tessalonica, e nel 1980 Cirillo e Metodio sono stati proclamati dalla chiesa cattolica patroni d'Europa, insieme a Benedetto da Norcia.

Tracce di lettura

A Venezia, si radunarono contro Cirillo vescovi e preti e monaci, e dicevano: «Noi non conosciamo che tre lingue nelle quali è lecito lodare Dio: l'ebraico, il greco e il latino». Ma egli rispose: «Non vi vergognate di fissare tre sole lingue, decidendo che tutti gli altri popoli e stirpi restino ciechi e sordi?
Ringrazio Dio di parlare più lingue di voi tutti, ma in chiesa preferisco pronunciare cinque parole che esprimono ciò che penso, in modo da istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila in una lingua per loro sconosciuta. Fratelli, ogni lingua deve poter confessare che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre». (Vita di Cirillo 16)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose