Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 28 novembre 2023

Fermati 1 minuto. La fine e il fine della storia

Lettura

Luca 21,5-11

5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?». 8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». 10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.

Commento

Comincia con questi versetti del Vangelo di Luca il discorso di Gesù sugli ultimi tempi (discorso escatologico). Gli avvenimenti narrati riguardano la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, ma sono di insegnamento anche per la Chiesa, su come dovrà attendere il ritorno di Cristo. 

Israele non ha accolto il messaggio di liberazione spirituale predicato da Gesù e perderà per sempre la propria libertà e i propri fasti. Questo è il rischio che corriamo anche noi se non lasciamo che il vangelo ci liberi dalla "nostalgia" del tempio e dai falsi profeti. 

La nostalgia del tempio è propria di una religiosità che pensa di poter racchiudere Dio dentro la maestosità degli edifici di culto e nell'apparente solidità dell'istituzione clericale. Si tratta di un atteggiamento che spegne lo spirito di profezia, la capacità della fede di essere lievito nel mondo. 

I falsi profeti, per contro, traggono il pretesto dagli eventi dolorosi che attraversano ciclicamente la vita su questa terra per annunciare l'imminenza della fine, prospettando facili vie di fuga, mediante una religiosità disincarnata e settaria.

Molte sono le tribolazioni che gli uomini di ogni tempo dovranno affrontare, ma "non sarà subito la fine" (v. 9). Le prove che siamo chiamati ad attraversare, individualmente e come comunità, rappresentano l'occasione per testare la nostra perseveranza e la nostra solidarietà con gli uomini, nell'attesa di quel fine ultimo della storia in cui Cristo ci attende.

Preghiera

Signore, che attraverso gli avvenimenti della storia ci guidi verso la liberazione e la risurrezione, aiutaci ad attenderti con speranza e operosità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Paisij Veličkovskij, la preghiera esicasta e lo studio dei Padri

Le chiese ortodosse ricordano oggi lo starec Paisij Veličkovskij, maestro di intere generazioni di monaci. Paisij nacque nel 1722 a Poltava, in Ucraina. Desideroso di una profonda vita spirituale, egli entrò nell'Accademia teologica di Kiev. Deluso dai sistemi troppo ispirati alla teologia delle scuole occidentali e poco radicati nella tradizione patristica, egli partì alla volta dell'Athos, dove giunse all'età di 24 anni. Uomo di grande dolcezza, amante della sapienza e capace di utilizzare i moderni metodi scientifici per esplorare il pensiero dei padri, Paisij trovò presto riunita attorno a sé una folta schiera di monaci romeni e slavi. Cominciò allora a organizzare comunità cenobitiche, che strutturava attorno al duplice polo della preghiera di Gesù, da lui appresa al Monte Athos, e dello studio dei padri. Grazie a Paisij e ai suoi compagni furono tradotte per la prima volta in lingua romena e slava moltissime opere patristiche. È a lui che si deve l'edizione in slavone della Filocalia, cioè dell'antologia composta da Nicodemo Aghiorita di testi dei padri orientali sulla preghiera del cuore. Per il suo discernimento e l'enorme numero di discepoli di diverse nazionalità che aveva accolto e saputo riconciliare attorno a sé, Paisij esercitò un profondo influsso sulla vita spirituale di generazioni di cristiani e di monaci. Paisij morì il 15 novembre del 1793 nel monastero romeno di Neamţ, di cui nel 1779 era divenuto starec.

Tracce di lettura

Così si edifica la vita comunitaria dei cenobi: per prima cosa, figli miei occorre che chi presiede sia molto versato in tutte le divine Scritture, in pieno possesso del dono di un vero e retto discernimento, capace di istruire e di guidare i suoi discepoli secondo la potenza delle sante Scritttire. Abbia amore vero e sincero per tutti. Sia mite e molto umile, molto paziente. Sia assolutamente libero dalla collera. In secondo luogo, i discepoli siano nelle sue mani come utensili nelle mani dell'artista, come argilla nelle mani del vasaio, come la pecora nelle mani del pastore. Non posseggano beni particolari, nulla di nulla, nemmeno un ago. Non confidino in se stessi a proposito di nulla, ma solo nel loro padre spirititale.
(P.Veličkovskij, Lettere)

La vera obbedienza consiste in questo: nel non pensare che si servono gli uomini, bensì il Signore. Dall'obbedienza nasce l'umiltà e l'umiltà è il fondamento di tutti i comandamenti, così come l'amore ne è la sommità. Perciò sforzatevi, nei limiti delle vostre possibilità, di compiere tutti i comandamenti del Signore. Umiliatevi l'uno davanti all'altro; preferite l'altro a voi stessi e abbiate amore secondo Dio tra di voi. Allora ci sarà in voi un'unica anima e un unico cuore nella grazia di Cristo.
(P. Veličkovskij, Istruzioni ai monaci)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

lunedì 27 novembre 2023

Fermati 1 minuto. Tutto quel che siamo in ogni cosa che facciamo

Lettura

Luca 21,1-4

1 Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. 2 Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli 3 e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. 4 Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Commento

Gesù alza gli occhi (v. 1) e il suo sguardo vede oltre le apparenze esteriori. Poco prima aveva osservato alcuni ricchi pavoneggiarsi nel fare le proprie offerte al tempio, ora scorge una povera vedova tra la folla e ne trae un insegnamento per i discepoli.

Più volte Luca, nel suo Vangelo, esalta la povertà e il distacco come un modello di vita cristiana. Qui troviamo l'esempio di una vedova che depone nel tesoro del tempio i pochi spiccioli che possiede: il valore venale è minimo, ma il valore morale è altissimo, perché «ha dato tutto quanto aveva per vivere» (v. 4). Gli "spiccioli" (gr. lepta) in rame, erano le più piccole monete in uso. Da ciò si comprende l'estrema povertà della vedova, evidenziata dal termine greco penichros ("misera"), che è più forte di ptochos (per l'appunto, "povero").

La piccola, silenziosa, offerta della vedova - che avrebbe dovuto essere destinataria della carità più che donatrice - crea un evidente contrasto con la pretenziosità dimostrata poco prima dagli scribi (Lc 20,45-47). Donando tutto ciò che aveva per vivere la donna compie un vero sacrificio, a differenza degli scribi che hanno offerto il superfluo, coltivando il proprio orgoglio. Lungi dal giustificarla, l'offerta della vedova testimonia la sua giustizia davanti a Dio.

La vedova non ha semplicemente "messo più di tutti" (v. 3), ma secondo una traduzione letterale del testo greco "ha gettato tutta la vita (gr. bios) che aveva" portando a pieno compimento il comandamento di amare Dio "con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (Lc 10,27). Il gesto della donna ha un senso escatologico: è come se intuisse che sono giunti gli ultimi tempi e non c'è più da preoccuparsi della propria vita. Nel dilagare dell'iniquità e della falsa religiosità il suo gesto di integrità non passa inosservato agli occhi del Figlio di Dio. Il piccolo atto esteriore testimonia un orizzonte interiore totalmente diverso da quello che circonda la vedova e Gesù, che sta per donare la sua vita fino all'estremo della croce, si rispecchia in esso.

Fedeli nelle azioni quotidiane, che spesso passano inosservate, siamo chiamati a mettere tutti noi stessi in tutto quel che facciamo per dare lode a Dio, che per primo è stato generoso con noi, donandoci se stesso. La povera vedova ne era consapevole, perché pur portando pochi spicci nelle proprie tasche custodiva Dio nel proprio cuore.

Preghiera

Aiutaci, Signore, a spogliarci del nostro egoismo e del nostro orgoglio; per fare spazio nel nostro cuore al dono della tua grazia ed essere testimoni della tua bontà in ogni nostra azione quotidiana. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Il culto cristiano del Buddha nella Storia di Barlaam e Iosafat

La Chiesa Cattolica occidentale e la Chiesa maronita celebrano il 27 novembre la memoria di Barlaam e Iosafat.

Barlaam e Iosafat (o Josaphat), anticamente venerati come santi cristiani, sono i protagonisti di un romanzo agiografico, popolarissimo in età medievale, ispirato alla vicenda della conversione del Buddha.

La vita del Buddha venne conosciuta dai cristiani nell'Iran orientale e nell'Asia centrale dove i cristiani vivevano a contatto con i buddisti, con i mazdeisti e i manichei, grazie anche alla diffusione di qualche testo scritto come il Lalitavistara.

La prima redazione del testo, risalente presumibilmente al VI secolo, fu scritta nell'iranica lingua pahlavi, quindi venne tradotto in siriaco e in arabo e da queste derivarono molte altre traduzioni, a partire dal greco. La successiva traduzione in latino, aprì le porte alla diffusione in tutta l'Europa del testo, convertito a sua volta anche in lingue volgari. Il più antico manoscritto che ce la tramanda è del 1021 ed è conservato a Kiev; il suo parente più stretto è al Monte Athos; l'altro del 1064 è ad Oxford.

Il racconto, giunto in Occidente nell'XI secolo ed attribuito a Giovanni Damasceno, conobbe una rapida diffusione e venne ritenuto storico, tanto che i nomi di Barlaam e di Iosafat vennero inseriti nel Martirologio Romano al 27 novembre.

Narra del principe indiano Iosafat al cui padre, pagano, viene predetto che si convertirà al cristianesimo: Iosafat viene quindi tenuto lontano dalle miserie del mondo, in mezzo al lusso ed ai piaceri, ma ciò non gli impedisce di prendere coscienza delle miserie della vita umana (conosce la malattia, la vecchiaia e la morte). Il giovane viene quindi convertito dal santo eremita Barlaam e, divenuto eremita egli stesso, converte al cristianesimo il padre ed i sudditi.

La storia venne in realtà ricalcata sul modello della vicenda della conversione del Buddha (il nome sanscrito Bodhisattva si trasformò in Budasaf e poi in Iosafat; dal nome dell'eremita Balahuar, sdoppiamento del Buddha stesso, si arrivò al nome di Barlaam): venne tradotta in greco e poi in latino, quindi in numerose lingue volgari. Divenne tanto popolare da essere inclusa da Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea e da ispirare alcune opere di Bernardo Pulci e di Lope de Vega, oltre a numerose opere scultoree, come quella nel Battistero di Parma di Benedetto Antelami, miniature e vetrate, nonché alcune immagini sul mosaico di Otranto.

Per approfondire:

Risultati immagini per barlaam e iosafat

domenica 26 novembre 2023

Susciterò a Davide un germoglio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA PRECEDENTE L’AVVENTO

Colletta

Risveglia, ti supplichiamo Signore, la volontà dei tuoi fedeli, affinché essi coltivando i frutti delle opere buone, possano essere da te ricompensati in pienezza. Per Cristo nostro Signore. Amen

Letture

Gr 23,5-8; Mt 9,18-26

Commento

"I giorni vengono" (Gr 23,5), non "i giorni verranno": si tratta di una realtà già in atto nel tempo in cui Geremia profetizza, e di una realtà che si adempie ed è ancora in divenire oggi. Con l'avvento di Cristo, e con la sua morte e risurrezione, la salvezza giunge a compimento, estendendosi oltre i confini di Israele, ma i frutti di questo "germoglio giusto", si dispiegheranno nella storia fino al suo ritorno glorioso.

Se ai tempi del profeta Geremia la salvezza indicava la liberazione di Israele dalla cattività babilonese e la ricostruzione del Tempio, nella prospettiva neotestamentaria questo evento storico diviene prefigurazione della liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze, aperta ora a tutti i popoli. Il tempio che Cristo viene a costruire è egli stesso: "Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!" (Gv 2,19) e "l'ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre" (Gv 4,21).

Il tempio che Gesù viene a costruire è la sua Chiesa, non come istituzione, ma come Corpo mistico in cui lo Spirito vivifica ogni membro e restaura in noi l'uomo in comunione con Dio.
Ecco perchè questo re, discendenza di Davide, sarà chiamato "l'Eterno, nostra giustizia". Il tempio che ricostruisce è l'uomo, giustificandolo dal peccato e rendendolo capace di ricevere lo Spirito santificante.

L'unica condizione richiesta per accedere a questo è la fede. E il Vangelo ci offre grandi esempi di fede. Quello del capo della Sinagoga è davvero tra i più forti, perché quest'uomo crede l'incredibile: che Gesù possa esercitare la propria potenza anche sulla morte, risuscitando la figlia appena defunta: "vieni, metti la mano su di lei, ed ella vivrà".

Mentre Gesù si reca a casa del capo della Sinagoga il Vangelo inserisce un racconto nel racconto, una specie di "cameo" che offre un'altro esempio di fede. Una donna, è affetta da dodici anni da una emorragia e pensa di potere ritrovare la propria salute mediante Gesù. Non osa chiedergli nulla, ma tocca il suo mantello, le cui frange rappresentavano i comandamenti della legge. La donna esprime con il proprio gesto una piena fiducia in Gesù come Salvatore e Santo nel quale la legge è portata a compimento e perfezione. Non è l'atto di toccare il mantello in sé che la guarisce, ma la sua fede, come attestato dalle parole di Gesù: "Fatti animo, figliola; la tua fede ti ha salvata".

Gesù giunge a casa del capo della Sinagoga e qui trova, come era tradizione al tempo, diverse persone che intonano lamenti, accompagnati da strumenti musicali. Forse anche infastidito da una maniera scomposta di celebrare il cordoglio per il defunto, ordina a tutti di ritirarsi, dicendo che la fanciulla non è morta ma dorme. In tal modo si attira le derisioni dei presenti, i quali non comprendono che dal punto di vista di Dio, anche ciò che ci spaventa al di sopra di ogni altra cosa, la morte, è una realtà a lui soggetta. 

Gesù "prese la fanciulla per la mano ed ella si alzò". La parola ebraica qui usata e tradotta con il verbo "alzarsi" è la stessa impiegata per indicare la risurrezione di Cristo. Il Signore ci prende per mano, soccorrendo la nostra impotenza, anche laddove la fede è messa alla prova e conducendoci nelle regioni della grazia, la terra promessa fin dai tempi antichi.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 25 novembre 2023

Assidui e concordi nella preghiera. Commento al Salterio - Salmo 22

Lettura

Salmi 22

1 Salmo. Di Davide.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
2 su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
4 Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
5 Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
6 Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

Commento

Il Salmo 22 è un canto di fiducia. La breve composizione è incentrata sui simboli del pastore (vv. 1-4) e dell'ospite (vv. 5-6). Duplice è, dunque, l'argomento del salmo: sicurezza sotto la guida di Dio e pienezza di vita alla sua mensa.

I "pascoli erbosi" (v. 2) riecheggiano la divina promessa profetizzata da Isaia (Is,49-9-10): "Lungo tutte le strade pascoleranno e in ogni altura troveranno pastura; non avranno fame né avranno sete; non li colpirà arsura né calor di sole, poiché Colui che ha pietà di loro sarà loro guida, e alle sorgenti di acque li condurrà". La promessa è richiamata nel libro dell'Apocalisse (Ap 7,16-17). 

La menzione del nome divino quale mezzo di salvezza (v. 3) ricorre con frequenza nei Salmi (cfr. 24,11; 30,4), come anche nella letteratura profetica (cfr. Is 48,9; Ez 20,44).

Per il semita il pastore non è solo la guida che conduce il gregge al pascolo o all'oasi, ma soprattutto il "compagno di viaggio" che condivide con il gregge pericoli e difficoltà, caldo e sete. Per questo nella Bibbia il simbolo pastorale è applicato spesso a Dio (cfr. Sal 79, Is 40,10-11; 49,10; Ger 23,3-4; 31,10;Ez 34,11-16; Gv 10,11-18), non di rado in polemica con i "pastori" umani: re e capi politico-religiosi. Il Signore è il vero compagno, la vera guida, il vero sostegno del popolo e di ogni fedele. Di qui la frase che fa da centro spirituale del salmo: "perché tu sei con me" (v. 4).

Il Signore guida "sul giusto cammino" (v. 3), sui sentieri più adatti e sicuri della vita, lontani dai pericoli per la nostra anima. Anche quando tocca attraversare una "valle oscura" la sicurezza viene dal sapere che Dio - al quale il salmista si rivolge ora in seconda persona - è sempre al nostro fianco. Il bastone e il vincastro del pastore indicano che la guida del Signore è salda, la sua protezione sicura.

I nemici sotto gli occhi dei quali il Signore prepara una mensa per il suo fedele (v. 5) restano sullo sfondo del salmo, come testimoni dell'amicizia e della generosità di Dio per chi si lascia guidare da lui. I doni di cui il salmista è ricolmato dal Signore sonoo simboleggiati da un calice traboccante.

Il salmo si chiude con la certezza espressa dal salmista di godere per sempre della protezione di Dio e di beneficiare per lunghi anni della divina ospitalità nella sua casa (v. 6). Anche Gesù offrirà l'immagine di Dio che, cintesi le vesti, farà mettere a tavola il servo fedele e passerà a servirlo (Lc 12,37). La promessa culminerà nella realtà storica storica del cenacolo e nella prospettiva escatologica del banchetto celeste. I padri della Chiesa hanno letto le immagini delle acque (v. 2) e della mensa (v. 5) come prefigurazione del battesimo e dell'eucaristia.

La versione testamentaria del Salmo 22 può essere considerata la parabola evangelica del "buon pastore" (Gv 10,11-15), ricordando che l'immagine di Dio "Pastore d'Israele" ricorre con frequenza nella letteratura profetica, la quale con essa descriveva tutta la cura e l'amore di Dio per il suo popolo e per i singoli membri di esso. Gesù è presentato come "guardiano delle anime" e "pastore supremo" nella Prima lettera di Pietro (1 Pt 2,25; 5,4) e "pastore grande delle pecore" nella Lettera agli Ebrei (Eb 13,20).

- Rev. Dr. Luca Vona