Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 6 giugno 2021

L'amore fraterno, principio della comunione con Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO LA TRINITÀ

Colletta

O Dio, che sei la forza di tutti coloro che ripongono la loro fiducia in te; accetta misericordioso le nostre preghiere; e poiché per la debolezza della nostra natura umana, non possiamo compiere nessuna cosa buona senza di te, concedici l’aiuto della tua grazia, affinché conservando i tuoi comandamenti, possiamo compiacerti con i nostri desideri e la nostra volontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 4,7-21; Lc 16,19-31

Commento

“Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7) afferma l’apostolo Giovanni. L’amore ci fa rinascere da Dio, ripristina la nostra immagine e somiglianza con lui; ci rende possibile conoscerlo, non con l’intelletto, ma per esperienza diretta della sua stessa natura.

A volte pensiamo che Dio sia un enigma da risolvere; per lungo tempo, in passato, si è intavolata un’affascinante discussione circa le “prove” sull’esistenza di Dio. Ma anche quando saremo riusciti a dimostrare la sua esistenza, a cosa ci gioverà se non ne comprenderemo l’essenza e non condivideremo la comunione con la sua natura divina?

Dio non è una conclusione, una costruzione della nostra mente. Nessuno lo ha mai visto (1 Gv 4,12) ma l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre, è colui che l’ha fatto conoscere (Gv 1,18). È Cristo il libro aperto, la parola vivente che ci parla di Dio, con tutta la sua vita. “Mosè […] ha scritto di me” (Gv 5,46) afferma Gesù, e questa fu la fede degli apostoli: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti” (Gv 1,45). 

L’esperienza di Dio non è nemmeno la ricerca del prodigio a tutti i costi. Taluni sono portati a credere che la fede debba scaturire dall’irrompere di fenomeni straordinari nelle nostre vite. Ma l’ammonizione di Abramo al ricco, che si è privato della fonte di ogni bene, è chiara: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti” (Lc 16,31). Anche il Risorto, sulla via di Emmaus, rimprovera ai discepoli di essere insensati e tardi di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno detto (Lc 24,25).

L’ascolto delle Scritture è dunque il primo passo per conoscere Dio e riconoscere Gesù come il Signore. Ma non sono sufficienti l’ascolto e la professione di fede fatta con le labbra. Giovanni ci dice che chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio (1 Gv 4,15). Confessare è qualcosa di più che credere o professare. Significa riflettere con le nostre azioni, testimoniare con la vita ciò in cui crediamo. Chissà quante volte il ricco alle cui porte stava Lazzaro aveva ascoltato le Scritture. Eppure la sua coscienza non fu scalfita dai numerosi richiami a soccorrere il povero che si trovano nella legge mosaica, nei salmi e nei libri profetici.

La carità fraterna è ciò che fa realmente la differenza. Giovanni è molto chiaro nel dire che risiede proprio in essa ciò che realizza la comunione con Dio: “chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16). Senza la fede, che diventa sequela di Cristo, è inutile illuderci di possedere la comunione con Dio, quasi come un automatismo della partecipazione ai sacramenti. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “chiunque mangia di questo pane o beve del calice indegnamente sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore […] poiché chi ne mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore” (1 Cor 11,27.29). Il corpo mistico del Signore è la sua Chiesa, e chi trascura il fratello nel bisogno trascura le membra stesse del corpo del Signore.

Nel racconto del povero Lazzaro vediamo che i cani randagi hanno più pietà di lui di quanta ne mostri il ricco, il quale banchetta senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ma l’abisso di indifferenza che quest’uomo crea nel proprio cuore nel corso della sua vita terrena sarà lo stesso che lo separerà dalla sorte beata di Lazzaro nella vita ultraterrena: “tra noi e voi è posto un grande baratro” (Lc 16,26).

Il salmo 49 paragona “l’uomo che vive nell’onore senza avere intendimento” alle bestie che si avviano, ignare, al macello (Sal 49,12.14.20). L’avidità, l’indifferenza, scavano un abisso nel cuore dell’uomo. Al contrario, l’amore fraterno dilata il cuore e lo riempie dello spirito di Dio. E l’amore caccia anche via la paura (1 Gv 4,18): paura del giudizio di Dio, paura della morte, paura delle nostre cadute. Il discepolo di Gesù, infatti, ama non per accumulare meriti, né per paura del castigo; il suo non è l’amore del servo per il padrone, né quello del mercenario per colui che lo ha ingaggiato. È la risposta all’amore che Dio ci ha donato per primo (1 Gv 4,19). Ed è il tratto distintivo del vero dal falso discepolo: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’autorità e la credibilità nella Chiesa risiedono nella fede in Cristo, e questa è espressa dal principio della carità fraterna.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 4 giugno 2021

Fermati 1 minuto. Lo ascoltava volentieri

Lettura

Marco 12,35-37

35 Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? 36 Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo:
Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi.
37 Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri.

Commento

Gesù sembra non amare troppo il titolo "figlio di Davide", probabilmente perché evoca la figura del Messia trionfante che libera il popolo dal dominio straniero. Queste erano le aspettative degli scribi, che non comprendevano l'insegnamento dell'Antico Testamento relativo alla vera natura del Messia. Anche noi corriamo il rischio di vedere Gesù come colui che viene a instaurare e difendere i nostri piccoli o grandi regni, un Messia al servizio delle nostre limitate aspettative.

Solo agli umili è stata rivelato il vero senso del titolo davidico attribuito a Gesù: Maria nell'annunciazione riceve il messaggio che al figlio che partorirà il Signore darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1,32-33); il cieco Bartimeo griderà a Gesù chiedendo la guarigione riconoscendolo proprio come "figlio di Davide" (Mc 10,46-47); così le folle che accoglieranno festanti Gesù a Gerusalemme a cavallo di un asino, prima della sua passione canteranno "osanna al figlio di Davide (Mt 21,9). Un Messia umile, dunque, che viene a regnare mettendosi al servizio degli ultimi.

Nel salmo citato da Gesù (Sal 110,1) la prima parola utilizata per il Signore è Yahveh, il nome che Dio utilizza nel pronunciare il patto con il suo popolo, mentre la seconda parola, Adonì è una contrazione di Adonai, significa "mio Signore", ed è uno dei nomi di Dio più diffusi nell'Antico Testamento, dove compare 439 volte. Davide, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo raffigura Dio che parla al suo consacrato, chiamandolo suo (di Davide) Signore, con un titolo messianico che è anche un nome divino.

Gesù fa notare che Davide non avrebbe mai chiamato "Signore" uno dei suoi discendenti; per cui il Messia è più che "il figlio di Davide", egli è anche "figlio di Dio". Gesù proclama così la divinità del Messia e, quindi, la propria.

Pietro, testimone della risurrezione vide con chiarezza che Gesù era stato costituito "Signore di Davide" perché "Davide (...) fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi" ma "Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni" (At 2,29-32).

Chi è Gesù? La domanda attraversa tutto il vangelo di Marco, che prima dell'aggiunta, nel secondo secolo, del sommario delle apparizioni del Risorto terminava originariamente con la tomba vuota, lasciandoci in sospeso e chiedendo al lettore di formulare una risposta.

Gesù ci dice di essere di più che il "figlio di Davide", ci invita a spingere oltre il nostro sguardo mediante la fede, animando il nostro presente di fiducia e di speranza. Per questo la folla "lo ascoltava volentieri" (v. 37).

Preghiera

Signore Gesù cristo, illuminati dallo Spirito ti riconosciamo come Signore del cielo e della terra; vieni a regnare sulle nostre vite, affinché possano prosperare delle ricchezze della tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 3 giugno 2021

Fermati 1 minuto. L'imperativo del verbo "amare"

Lettura

Marco 12,28-34

28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Commento

La questione decisiva posta dallo scriba è in che cosa consista il cuore della legge. La risposta di Gesù riassume tutto il suo insegnamento e diventa il modello al quale fare riferimento per la vita. L'amore verso Dio è il primo grande comandamento e il suo naturale riflesso è l'amore verso il prossimo: l'uno e l'altro nel totale dono di sé. 

Dio è unico, ma non è solitario. Dio è comunione, del Figlio con il Padre, nello Spirito Santo. Dio è comunione dei redenti nel Figlio; e la comunione con Dio è il destino della stessa creazione, che "aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). Lo "Shemà, Israel" (Dt 6,4-9) richiamato da Gesù, diventa nel vangelo svelamento dell'intima relazione tra unicità e comunione, definendo il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. 

Il cuore dell'uomo è stato creato per amare e come afferma Agostino d'Ippona (Confessioni, I,1.1) è inquieto finché non riposa in Dio, ovvero nell'Amore. E così si esprime Dio con Caterina da Siena: "L’anima non può vivere senza amore, sempre vuole avere qualche cosa da amare, poiché è costituita d'amore avendola Io per amore creata" (Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, 51). 

L'amore di Dio unifica le nostre facoltà e ne esprime il massimo potenziale; siamo infatti chiamati ad amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le nostre forze (v. 30). Amare Dio significa anche amare tutto ciò che egli ama. 

La prima parola dello "Shemà" - "Ascolta" - attesta che questo amore sovrabbondante può essere riversato nel nostro cuore solo a partire dall'ascolto; non è semplicemente frutto di un nostro sforzo di volontà, ma è lo stesso amore dello Spirito, che ama attraverso di noi e al quale possiamo attingere nella misura in cui il nostro cuore si apre a Dio. 

Il dono di sé è un sacrificio superiore a qualsiasi olocausto, e a questo ci esorta anche l'apostolo Paolo: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale" (Rm 12,1). Siamo chiamati a farci come Cristo altare, oblazione e fuoco sacrificale. A bruciare d'amore in lui. 

Il nuovo comandamento del vangelo supera quello della legge antica: dobbiamo amare il prossimo non solo come noi stessi (Lv 19,18), ma come Gesù ci ha amati (Gv 15,12). Questa è la differenza tra l'essere vicini al regno di Dio ed esserne parte.

Preghiera

Colma i nostri cuori del tuo amore, Signore; affinché possiamo donarci a te e agli uomini come sacrificio a te gradito, nel vincolo dell'unità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 2 giugno 2021

Fermati 1 minuto. "Non è un Dio dei morti ma dei viventi!"

Lettura

Marco 12,18-27

18 Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione, e lo interrogarono dicendo: 19 «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello. 20 C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; 21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, 22 e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. 23 Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie». 24 Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? 25 Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26 A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? 27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».

Commento

I pochi testi dell'Antico Testamento che parlano di risurrezione non fanno parte del Pentateuco, il solo gruppo di libri riconosciuto dai sadducei, che rappresentavano la setta ebraica più ricca e aristocratica al tempo di Gesù.

I sadducei presentano a Gesù il caso piuttosto assurdo di una vedova che aveva sposato sette fratelli, defunti l'uno dopo l'altro, e domandano di chi sarebbe stata sposa nella risurrezione dei morti. L'intenzione della legge mosaica del levirato (Dt 25,5-10) è di mantenere i beni del defunto all'interno della sua famiglia.

Il matrimonio è stato stabilito da Dio per la compagnia reciproca tra l'uomo e la donna e la perpetuazione del genere umano sulla terra. Gesù afferma che in cielo non ci saranno relazioni esclusive né rapporti sessuali. I credenti faranno esperienza di una nuova esistenza, in cui saranno pienamente in comunione con ogni altro salvato. I credenti saranno "come angeli" (v. 25) poiché non soggetti alla morte e dunque non sarà necessaria la riproduzione.

Gesù si affida proprio al Pentateuco, unica fonte di rivelazione per i sadducei, per dimostrare il fondamento della fede nella risurrezione dei morti.

Il richiamo particolare al passaggio del libro dell'Esodo sul roveto ardente enfatizza l'uso da parte di Dio del tempo verbale al presente (Es 3,6) e dunque il patto perpetuo e personale che egli ha stabilito con i tre patriarchi. Sebbene Abramo, Isacco e Giacobbe siano morti quando Dio parla a Mosé egli è ancora il loro Dio, come quando erano presenti sulla terra, perché essi sperimentano l'eterna comunione con lui in cielo.

La contesa di Gesù con i sadducei attesta che l'errore in materia di dottrina deriva da una cattiva comprensione delle Scritture - o dal disconoscimento della loro autorità - e dall'incapacità di riconoscere la potenza di Dio.

Anche noi, quando qualche articolo di fede ci risulta oscuro, siamo chiamati a investigare con più attenzione le Scritture e a far memoria delle opere potenti che Dio ha compiuto nella creazione, nella storia della salvezza e nelle nostre vite.

La fede ci introduce nell'eterno presente di Dio, sorgente inesauribile di vita, facendoci eredi di "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo" (1 Cor 2,9) preparate da Dio per coloro che lo amano.

Preghiera

Dio Onnipotente, aiutaci a riconoscere i tuoi prodigi, per partecipare della tua fonte inesauribile di vita e pregustare i beni che hai preparato per coloro che credono in te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 1 giugno 2021

Fermati 1 minuto. Vangelo e bene comune

Lettura

Marco 12,13-17

13 Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. 14 E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». 15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». 16 Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». 17 Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui.

Meditazione

La questione delle tasse all'imperatore di Roma era molto dibattuta al tempo di Gesù. Erodiani e farisei rappresentavano due fazioni opposte; i primi, infatti, riconoscevano lo status quo dell'occupazione romana, mentre i secondi attendevano il messia che avrebbe liberato Israele.

La domanda posta dagli erodiani e dai farisei è tendenziosa. Se Gesù avesse risposto che andava pagato il tributo a Cesare i farisei lo avrebbero accusato di tradire il popolo; se avesse risposto che non era giusto pagarlo gli erodiani lo avrebbero accusato di fomentare la rivolta verso l'autorità politica.
 
Rispondendo che quelli che usano la moneta di Cesare sono tenuti a rifonderlo, Gesù sposta l'attenzione dalla liceità del tributo all'imperatore alla necessità di dare a Dio ciò che gli è dovuto, cioé tutto se stessi. Su di noi è infatti impressa l'immagine di Dio e a lui apparteniamo. Per questo dobbiamo onorarlo con le nostre azioni e a lui rendere lode.

Gesù pone una distinzione tra la sfera politica e quella religiosa, ma al contempo ribadisce la necessità di ricondurre a Dio ogni gesto che si compie. Il suo insegnamento ci chiede di obbedire all'autorità politica, nella misura in cui questa non obbliga alla disobbedienza a Dio.

L'uomo è un "animale sociale" e, dunque, politico. Rendere a Cesare quel che è di Cesare non significa solo pagare le imposte dovute ma riconoscere la legittimità dell'ordinamento politico e dare il proprio contributo per il bene comune. Non può esserci disimpegno per il cristiano, chiamato a essere luce del mondo e sale della terra (Mt 5,13-14). Ogni credente è chiamato a partecipare alla vita politica in una prospettiva che si colloca al di là dell'ideologia, lasciandosi guidare nelle proprie scelte dalla parola liberante del vangelo.

Dobbiamo dunque discernere tra la volontà di Dio e le leggi dello Stato, riconoscendo quest'ultimo come un ordinamento creaturale, con un suo spazio, che non può oltrepassare, in quanto deve rispettare l'ordinamento superiore rappresentato dalla legge divina. Di fatto questa distinzione rappresenta una garanzia contro il culto dello Stato e contro ogni forma di totalitarismo.

Preghiera

Aiutaci, Signore, a essere buoni cittadini della città terrena, senza dimenticare la nostra patria che è nei cieli; affinché riconoscendo la tua immagine impressa in noi possiamo rendere la lode a te dovuta. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona


Giustino martire e i "semi del Verbo"

Cattolici, ortodossi, anglicani, luterani e veterocattolici celebrano oggi la memoria di Giustino.

Attorno all'anno 165, sotto l'imperatore Marco Aurelio, muore martire assieme a sei compagni Giustino, ricordato nella tradizione antica come «il Filosofo».
Nativo di Flavia Neapolis, l'antica Sichem, Giustino era di famiglia pagana. Egli ricevette un'educazione raffinata nell'ambiente ellenistico del suo tempo, e cercò la risposta ai suoi più profondi interrogativi esistenziali aderendo a diverse scuole filosofiche, senza tuttavia trovare la pace a cui anelava.

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Giustino (+ 165 ca)

La sua vita cominciò a cambiare quando incontrò gli scritti dell'Antico Testamento, verosimilmente nell'interpretazione datane dai maestri ebrei di quell'epoca. Attraverso le Scritture ebraiche, Giustino approdò al cristianesimo, probabilmente a Efeso. Decisiva per la sua adesione alla fede cristiana fu la testimonianza di tutti coloro che per Cristo erano disposti a dare la vita fino al martirio.
A Efeso egli decise di vestire il pallio dei filosofi e di iniziare un ministero di predicazione itinerante di quella che era ormai per lui «la vera filosofia». Giunto a Roma sotto Antonino Pio, vi fondò una scuola per diffondere il cristianesimo.
Giustino passò alla storia per la passione e la coerenza con cui difese la fede cristiana dalle accuse dei detrattori. Ciò non gli impedì tuttavia di riconoscere i semi del Verbo presenti al di là dei confini della chiesa visibile, e in tal modo radicò l'annuncio della novità cristiana nella sapienza dei filosofi pagani e dei profeti di Israele.
Giustino morì in un luogo imprecisato, per essersi rifiutato di sacrificare agli dei, dopo aver raggiunto, non senza affrontare molte prove, quella serenità che era stata il fine di tutta la sua ricerca filosofica.

Tracce di lettura

Noi affermiamo che Cristo è nato centocinquant'anni fa sotto Cirino, e ci insegnò quello che noi diciamo, qualche tempo dopo, sotto Ponzio Pilato. Nessuno obietti che tutti gli uomini che vissero prima sarebbero irresponsabili.
Ci è stato insegnato che Cristo è il primogenito di Dio, e abbiamo dimostrato che egli è il Verbo di cui fu partecipe tutto il genere umano. Coloro che vissero secondo il Verbo sono cristiani, anche se furono giudicati atei, come tra i greci Socrate ed Eraclito, e tra i barbari Abramo, Anania, Azaria e Misaele e molti altri. Quanti sono vissuti e vivono secondo il Verbo, sono cristiani, e sono impavidi e imperturbabili.
(Giustino, Apologie 1,46,1-4)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose