Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 3 marzo 2020

Intervista a un eremita metropolitano

Cercando la fede. L'eremo in città, sorgente di preghiera e di relazione fra cuori

Pierluigi Calabrese, eremita a Saluzzo: «Senza la dimensione spirituale non c’è profondità della conoscenza. Alla Chiesa mancano silenzio e profezia e cercare il consenso è un suicidio spirituale»

Vai a trovare Pierluigi Calabrese, già ricercatore di filologia medievale a Milano e Torino, da quasi vent’anni 'eremita di città' a Saluzzo e inizia un viaggio sui sentieri della spiritualità. Un viaggio su concreti sentieri di terra, di pietra, di mare che conducono ai luoghi di meditazione al di fuori del suo appartamento cittadino; un viaggio sui sentieri della preghiera e del dialogo fra cuori: il tuo cuore con quello di Gesù, il tuo cuore con quello di chi ti viene incontro. C’è il coro della trecentesca chiesa di San Giovanni a Saluzzo con la pietra del Monviso finemente cesellata dei monumenti funebri al marchese Ludovico II e a sua moglie Margherita di Foix; c’è la strada che conduce alla chiesina dei Servi di Maria a Pian della Regina sulle sorgenti del Po; c’è la diga sul Varaita a Pontechianale; c’è una piccola e isolata grotta sul mare in un angolo poco accessibile dell’isola Palmaria, luogo di antichi eremitaggi, dove si reca nei brevi periodi di vacanza, ospite di parenti in un paese vicino; c’è la vecchia casa dei genitori in campagna che sta faticosamente restaurando con le sue mani nello spirito dell’ora et labora benedettino per farne un luogo di meditazione. E se vuoi immergerti nel significato del suo 'fare preghiera' di ogni istante della propria vita non c’è altro da fare che seguirlo e affidarsi alla sua ospitale mistica del quotidiano. Un viaggio al cuore della vita, capace di mostrare come anche l’ineffabile consapevolezza del Pellegrino russo sia lì alla portata.

La chiesa di San Giovanni a Saluzzo, uno dei luoghi di "deserto" e preghiera di Pierluigi Calabrese
La chiesa di San Giovanni a Saluzzo

Cosa vuol dire pregare?

«È un rapporto d’amore con nostro Signore. È una relazione. Pregare è come quando ci si sente sempre legati alla moglie, al marito, ai genitori, ai figli e si pensa a loro con amore, con senso di ringraziamento, di affetto sincero, di vicinanza. È una relazione fra persone che si vogliono bene. Se la preghiera non è questo è solo illusione. Dio non fa teologia, non fa teoria. Dio si rifà sempre alla vita concreta. E l’amore è una cosa concreta».

Si potrebbe replicare che non può essere concreto l’amore per ciò che non si vede?

«Sei forse capace di dare una misura che renda concreti l’amore che provi per la tua donna e il suo amore che senti per te? Nasce da qui la tentazione razionalista, il pensare che la natura abbia le sue leggi perfette e concrete alle quali affidarsi».

Come possono le leggi della natura costituire una tentazione?

«Bisogna stare attenti a non prenderle come regole di vita. Le Sacre Scritture ci insegnano che anche la natura è stata corrotta dal peccato originale. Nei fatti la natura non è una buona maestra: la sua è la legge del più forte e la croce di Gesù sovverte questa legge. La natura pensata da Dio è quella descritta da Isaia, in cui il lupo dimora insieme all’agnello. Quindi solo la legge dell’amore di Dio va presa come regola di vita».

In un mondo in cui tutti vogliono toccare con mano?

«Sì, perché se manca la dimensione delle preghiera, manca la profondità di comprensione: si resta in superficie. La profondità è ispirata da Dio attraverso i cuori. E Dio tocca il cuore di ciascuno. Nessuno può dire che non gli sia mai successo. Se lo dici è perché cerchi un alibi alla tua mancanza di fede. Se invece ti rendi disponibile, come ha fatto Maria, concepisci il mistero d’amore di Dio; subito comprendi la necessità di una revisione di vita e... non è detto che tu voglia portare questo peso. Se però dici: «vorrei ma non riesco», è Lui che ti aiuta con i doni di grazia e i carismi dello Spirito. Se invece dici: «ho le capacità per fare da solo», sei il superbo che non arriva a niente e lasci al demonio la possibilità di abitare nel tuo cuore».

Quante persone avrà incontrato che le hanno detto di non avere la fede...

«Tante. Ma se vuoi una bistecca la devi chiedere al macellaio e se vuoi la fede la devi chiedere a Dio. Se hai paura che ti venga data, invece, non la chiedi a nessuno, la cerchi nei luoghi e nei modi sbagliati. E la fede vera, quella che si traduce nelle cose della vita, si accompagna sempre alla croce».

Se parli di croce la gente scappa, ma la sofferenza è una dimensione che appartiene a tutti...

«Certo. Ma la croce del cristiano è il dissenso che nasce intorno a te per le tue scelte di fede. Se vivi e mostri la tua fede entri inesorabilmente in contrasto col mondo. La profezia si contrappone alla mondanità. Se ami ti rendi martire facilmente per l’amore. Quella dell’amore è una strada semplice, ricca di gioie, di doni e aperta a tutti. Ma l’amore vero è fedele, totale e questi non sono temi mondani».

Insomma per parlare di fede oggi bisogna raggiungere il cuore delle persone.

«Non oggi, da sempre. E il cuore delle persone si raggiunge solo alla maniera degli innamorati. Purtroppo non è nella logica della Chiesa attuale di avere nei confronti di Dio un’esperienza da innamorati. C’è una sorta di distacco: io qui, tu lì. E tanti teologi hanno avvolto tutto in una sorta di opaco e freddo teologume».

E allora come lo spieghiamo alla gente?

«La strada è nel cuore. Nel mio, nel tuo, in tutti i cuori. Ma la migliore spiegazione è nella Messa. Purtroppo siamo abituati ad andare in chiesa con la stessa disposizione di quando si va a uno spettacolo. Ma in quell’ostia che si spezza c’è Gesù che muore per te. In quel calice c’è il suo sangue versato per te. E se ti relazioni col cuore non puoi fare a meno di domandarti: "Come?! Sangue divino per salvare un verme?". Lì c’è l’amore vero».

Qual è l’utilità di un eremita di città per la Chiesa di oggi?

«Le Sacre Scritture ci insegnano che la Chiesa ha estremo bisogno di silenzio e di profezia. Ho scommesso tutto su silenzio e profezia. E tutti i giorni prego: "Signore se questa è la mia strada dammi tu la forza che non ho. Dammi la forza e la gioia perché non voglio essere introverso e desidero accogliere". Ecco, il silenzio è comunicazione. Ti fa comunicare col tuo cuore, col cuore di Gesù e col cuore delle persone che vengono a cercarti. Senza il silenzio non senti il sussurro che viene dai cuori. Nel baccano non senti la tua coscienza. Spesso nella Chiesa ci si affida al 'fare nel nome di Gesù', ma senza il silenzio non sapremo mai cosa Gesù vuole da noi. Se in principio era la Parola io credo che alla fine sarà il silenzio sacro della conoscenza, dello stupore della gloria di Dio».

E la profezia?

«Se col silenzio entri in dialogo col Cuore e con i cuori, ti rendi conto del contrasto fra il desiderio di Dio e il desiderio del mondo. Se a quel punto non ti schieri è come se perdessi il dono profetico ricevuto col battesimo. La vita è scelta e la profezia è la scelta che conduce a Dio. Oggi la Chiesa deve tornare ad affidarsi al dono della profezia: non si può pensare di restare simpatici a tutti. Cercare il consenso è il pericolo di ogni cristiano e quindi della Chiesa: quello di finire spiritualmente suicidati. Per avere la forza di non finire in questo tranello devi chiedere aiuto nella preghiera. Ogni giorno».

Quante sono le persone che le chiedono preghiere?

«Tante. Anche decine ogni giorno. Ogni mattina alle sei mi alzo per le lodi e poi mi dedico alla preghiera di intercessione e di solito è un impegno che va ben oltre l’ora».

Come prosegue la giornata?

«Passo all’esegesi e alla meditazione personale delle Sacre Scritture. Quindi mi dedico al lavoro come il riadattamento della casa dei miei genitori in eremo di campagna. Pranzo alle 12. Poi ora media e prosecuzione del lavoro. Quando non lavoro vado all’adorazione eucaristica. Poi la Messa il vespro e l’incontro con le persone. Ceno frugalmente solo tre volte a settimana salvo casi eccezionali. Poi il Rosario e compieta. Alla notte mi sveglio per un’ora di meditazione. Poi ci sono le meditazioni che mi concedo alle sorgenti del Po, alla diga di Pontechianale, nella grotta alla Palmaria. Penso alla vita come acqua che sorge, come fiume che scorre, che viene fermato da un ostacolo (la diga) che porta a nuovi incontri e a nuove occasioni di carità, che riprende a scendere per giungere a compimento nel mare e diventare sale della terra...»

- Roberto Zanini, Avvenire, 3 novembre 2019



La vocazione eremitica secondo Thomas Merton

La povertà dell'eremita pervade interamente la sua anima e il suo corpo, così che alla fine tutto il suo patrimonio è l’insicurezza. Sperimenta il dolore e l’indigenza spirituale e intellettuale di chi è davvero povero. Questa è esattamente la vocazione eremitica, una vocazione all’inferiorità. È certo che vi è in essa un pizzico di follia. L’eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce che grida nel deserto, come un segno di contraddizione. Il mondo non lo vuole perché egli non ha niente in sé che appartenga al mondo, e lui non capisce più il mondo. Neanche il mondo lo capisce. Ma questa è la sua missione, essere rifiutato dal mondo che, con quel gesto, rifiuta la spaventosa solitudine di Dio stesso.

Come ogni altro aspetto della vita cristiana, la vocazione alla solitudine può essere compresa solo nella prospettiva della misericordia di Dio verso l’uomo. La vocazione alla solitudine è quindi, nello stesso tempo, una vocazione al silenzio, alla povertà e allo svuotamento. Ma lo svuotarsi è in vista della pienezza: scopo della vita solitaria è, se si vuole, la contemplazione. Ma non la contemplazione nel senso pagano, di un’illuminazione intellettuale, esoterica, raggiunta attraverso una tecnica ascetica. La contemplazione del solitario cristiano è avere gli occhi spalancati sulla misericordia divina, che trasforma ed eleva il suo vuoto e lo converte nella concretezza di un amore perfetto, di una pienezza perfetta.

Vi sono sempre stati, e sempre vi saranno, delle persone che sono sole senza conoscerne bene la ragione. Sono condannate al loro strano isolamento dal temperamento o dalle circostanze, e vi ci sono abituate. Non è di esse che io sto parlando, ma di coloro che, avendo condotto un’esistenza impegnata e multiforme nel mondo, si lasciano alle spalle la loro vita di un tempo per andare nel deserto.
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Una tale vocazione, in genere, non è per i giovani. Non può sgorgare solamente da un fermento di idealismo o da una ribellione adolescenziale, dal semplice disgusto per gli atteggiamenti e i modi convenzionali del vivere. Ma arriva un momento in cui uno è proprio stanco di conservare le finzioni necessariamente presenti nella vita sociale. Capisce che non ne può più. Certo, chiunque sia fornito di buon senso vede, di tanto in tanto, in un momento di chiarezza, la follia e la superficialità dei nostri atteggiamenti convenzionali. Tutti possono sognare la libertà. Ma assumere la disarmata austerità del vivere in completa onestà, senza convenzionalismi e quindi senza sostegno, è tutta un’altra cosa. La vita solitaria è un’arida, aspra purificazione del cuore. Se un solitario dovesse un giorno trovare la propria strada, per grazia e misericordia di Dio, in un luogo deserto dove non è conosciuto, e se gli venisse concesso dalla pietà divina di vivere lì, e di rimanervi sconosciuto, egli forse potrà fare maggiormente del bene all’umanità come solitario, di quanto ne avrebbe mai potuto fare rimanendo prigioniero della società in cui viveva.

Il solitario che non comunica più con gli altri uomini se non per le necessità fondamentali della vita, è un uomo con una vocazione difficile e particolare. Per il resto del mondo egli perde immediatamente ogni valore. Eppure quel valore è grande. San Paolo dice: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-28).

L’eremita ha un ruolo molto significativo in un mondo come il nostro, che ha degradato la persona umana e ha perduto ogni rispetto per la solitudine. Ma in un mondo cosiffatto, la vocazione dell’eremita e più terribile che mai. Agli occhi del nostro mondo l’eremita non è altro che un fallito. Deve essere un fallito: non abbiamo assolutamente bisogno di lui, non c’è posto per lui. È al di fuori di tutti i nostri progetti, programmi, movimenti, assemblee. Lo possiamo tollerare finché rimane una finzione o un sogno. Non appena diviene reale, siamo disgustati dalla sua insignificanza, dalla sua povertà, dalla sua trasandatezza. Anche chi si considera contemplativo, spesso nutre un segreto disprezzo per l’eremita. Perché nella vita dell’eremita non vi è niente di quella nobile sicurezza, di quella profondità intellettuale, di quella finezza artistica, che il contemplativo di professione cerca nella sua confortevole comunità. È la mancanza di utilità dell’eremita, il grande scandalo.

Dobbiamo ricordare che Robinson Crusoe fu uno dei grandi miti della borghesia, della civiltà commerciale del XVIII e XIX secolo: il mito non di una solitudine eremitica, ma di un individualismo pragmatico. Crusoe è una figura simbolica in un’era in cui la casa di ogni uomo era un castello, ma solo perché ogni uomo era un cittadino molto prudente e ingegnoso, che sapeva trarre il massimo da ogni situazione e condurre a proprio vantaggio un affare con qualsiasi concorrente. La solitudine a oltranza del vero eremita assume invece l’aspetto di una sconfitta amara: è un paradiso terrestre solo nell’immaginazione di coloro che sanno fare gli eremiti per alcuni giorni o per alcune ore, non di più. La chiamata alla solitudine perpetua è una chiamata alla sofferenza e all’annientamento.

L’eremita è unicamente e soltanto un uomo di Dio. Ecco perché l’eremita non parla. Compie il suo lavoro ed è paziente, ma ha una grande pace. Non è il genere di pace del mondo. Egli è felice, ma non si diverte mai. Sa dove sta andando, ma non è sicuro della sua strada, lo sa solo andandoci.

Tutto quel che possiamo dire di questa indigenza dell'eremita, non deve però farci dimenticare che egli è felice nella sua solitudine, perché ha persino cessato di considerarsi come un solitario. Egli semplicemente lo è. La sua solitudine è per lui l’ovvia realtà. Quando vi è davvero chiamato, la preferisce a qualsiasi altro paradiso terrestre. L’eremita rimane là per dimostrare, con la sua mancanza di utilità pratica e l’apparente sterilità della sua vocazione, che è un pellegrino, il testimone appartato di un altro regno. Totalmente Altro.

- Tratto da Thomas Merton, Un vivere alternativo,  ed. Qiqajon Comuntà di Bose

La memoria della Passione di Cristo

Abbi dunque la memoria della passione di Gesù sempre nel tuo cuore; riferisci ad essa le tue tribolazioni e avversità e conformati ad essa per quanto puoi. E quando Dio vorrà sottrarti ogni consolazione interna e lasciarti nella desolazione, non devi cercare altro sollievo, ma aspetta con pazienza; rivolgiti al Padre che è nei cieli e metti in lui ogni tuo pensiero e fiducia. Allora, senza dubbio, quanto maggiore sarà la pena interiore o la desolazione, unita con la divina volontà, tanto più sarai simile a Gesù crocifisso e più amato dal Padre celeste; questa infatti è l'ardua prova con cui vengono esaminati i militi arruolati nell'esercito di Cristo. 
Devi inoltre rimettere alla divina misericordia tutte le disgrazie e le avversità, e tenerti libero da ogni eccessiva sollecitudine, come un uomo che è in procinto di lasciare questa terra. Cerca continuamente un asilo e un rifugio nelle piaghe di Gesù, come la colomba nel foro della pietra, poiché in questo luogo trovi in ogni tempo una remissione copiosa dei tuoi peccati, l'abbondanza della grazia e una sicura difesa contro ogni male.

        Ludolfo di Sassonia (+1377), certosino

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lunedì 2 marzo 2020

John Wesley. Fate tutto il bene che potete...finché potrete

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete.» (John Wesley)

Il 2 marzo, la chiesa anglicana e la chiesa luterana celebrano la memoria di John Wesley (Epworth, 28 giugno 1703 – Londra, 2 marzo 1791), teologo inglese fondatore del movimento protestante del metodismo. È commemorato dalla Chiesa anglicana il 3 marzo.

Wesley (Epworth, 28 giugno 1703 – Londra, 2 marzo 1791) nacque nella cittadina di Epworth, 37 km nord-est da Lincoln, figlio di Samuel Wesley, laureato a Oxford e reverendo della Chiesa anglicana, e di Susanna Annesley. John era il quindicesimo di diciannove figli. Nel 1696 Samuel Wesley fu nominato rettore di Epworth dove John nacque.

John Wesley (1703-1791)

All'età di sei anni, John fu salvato dalla canonica in fiamme. Questo fatto suscitò in lui una profonda riflessione. Wesley si laureò in lettere al Christ Church College di Oxford nel 1727. Fu ordinato diacono nel 1725 ed eletto membro del Lincoln College l'anno seguente.

Spinto dalla lettura dell'Imitazione di Cristo a scegliere la vita religiosa, fu nominato pastore nel 1728. Uomo con una forte personalità, dotato di capacità di guida spirituale e di organizzazione, assunse presto la direzione dell'Holy Club fondato dal fratello Charles (il futuro innologo del metodismo e padre del compositore Samuel Wesley) per realizzare una vita di continuo studio della Bibbia e di religione ben regolata. Infatti, a Oxford, dopo aver condotto una vita ben regolata, studiato le Scritture e messo diligentemente in pratica i doveri religiosi, Wesley scoprì la propria pratica per la fede cristiana. L'Holy Club è stato il nucleo su cui si è sviluppato il metodismo. Il nome "metodisti" è stato dato dagli studenti di Oxford per prenderli in giro per le loro abitudini metodiche. A proposito dei giovani era solito dire: "Con i giovani è bene ripetere le cose venti volte: ripetendole solamente diciannove, c'è il rischio di sprecare il fiato".

Il metodismo ha avuto tre tappe fondamentali: la prima all'Università di Oxford con la fondazione del cosiddetto Holy Club (associazione devota), la seconda mentre Wesley era curato nella città statunitense di Savannah, in Georgia, e la terza a Londra dopo il ritorno di Wesley in Inghilterra. Il movimento ha preso forma dopo la terza tappa, intorno al 1740 con Wesley, insieme ad altri, istituendo predicatori locali e le società religiose per la formazione dei fedeli. Questo è stato il primo grande movimento evangelicale della Gran Bretagna. L'organizzazione metodista di Wesley includeva società in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda prima di diffondersi negli altri paesi anglofoni e non solo. Wesley ha diviso le sue società religiose in classi (classes) e gruppi (bands) per garantire istruzione religiosa e assistenza capillare a tutti, in special modo alle classi povere.

I metodisti, sotto la direzione di Wesley, sono diventati promotori di molte iniziative volte a garantire giustizia sociale, incluso la riforma della legge penale e movimenti abolizionistici. Wesley incentrò le sue riflessioni teologiche e spirituali su quella che chiamò perfezione cristiana, o santità del cuore e della vita. Wesley insisteva sul fatto che in questa vita ogni cristiano può giungere a uno stato dell'anima dove l'amore di Dio, o amore perfetto, regna supremo nel cuore di ogni persona. Insisteva continuamente sull'usare i mezzi di grazia (means of grace) quali preghiera, meditazione delle Scritture, Santa Cena, ecc. come mezzi tramite i quali Dio trasforma i credenti. Wesley a un certo punto della sua vita si staccò dalla chiesa anglicana e riteneva che anche il suo movimento avrebbe dovuto farlo.

L'inizio del rinnovamento religioso

Osteggiato in patria, intraprese senza successo missioni negli USA (Georgia) dove conobbe i Fratelli Moravi in un momento particolare; a un certo punto di un viaggio via mare cui Wesley prese parte, un temporale sopraggiunse e ruppe l'albero della nave. Mentre i membri dell'equipaggio furono colti dallo spavento, i Fratelli Moravi cantarono tranquillamente inni e recitarono preghiere. Questa esperienza lo fece riflettere al punto da ritenere che i Moravi possedessero una forza interiore che a lui mancava. Da allora Wesley ebbe molte esperienze di fede che volle annunciare tramite i suoi numerosi sermoni. In uno di essi è rimasta celebre la sua frase sulla dottrina della grazia personale e gratuita per fede, secondo cui essa è "libera in tutto, libera per tutti".

Nel 1738 consultò il medico George Cheyne e ne adottò la dieta vegetariana, affermando in seguito: «Sia ringraziato Dio: da quando ho abbandonato la carne e il vino, sono stato liberato da ogni infermità del corpo». Nello stesso anno, volle approfondire i contatti con la società morava e con il pietismo, recandosi in visita presso la comunità di Herrnhut in Sassonia, il quartier generale dei Moravi in Germania, accogliendone princìpi e metodi per la sua azione. Al suo ritorno in Inghilterra ideò i gruppi (bands) e pubblicò una collezione di inni per loro. Si incontrava spesso con le societas religiose a Londra; dato che molte parrocchie anglicane non lo volevano accogliere per farlo predicare, iniziò la predicazione itinerante all'aperto, attirando l'attenzione soprattutto delle classi umili. Continuò a predicare nelle chiese, all'aperto, nelle cappelle, nei campi, nelle case di campagna (dovunque lui avrebbe trovato un'assemblea riunita per ascoltare la parola di Dio) per 50 anni.

Le fonti della sua teologia

Il pensiero di Wesley può essere approfondito partendo da alcune linee guida delle sue idee, partendo quindi da quello che è noto come il "Quadrilatero".

· Le Scritture, Per Wesley la Bibbia era la fonte primaria della fede e della vita cristiana; essa andava letta, interpretata, studiata, meditata nelle sue storie, nei suoi temi, e quindi era dovere e piacere per ogni cristiano di testimoniare con parole e con azioni la parola di Dio. Wesley metteva la Scrittura al centro della sua vita come pure di quella di ogni cristiano. Le altre fonti erano al servizio dell'interpretazione della Bibbia e dell'applicazione del suo messaggio.

· La tradizione. Wesley era rimasto sempre affascinato leggendo le testimonianze e gli scritti dei cristiani delle epoche precedenti, soprattutto degli albori del cristianesimo, di quella che definiva chiesa dei primi secoli (Primitive Church, o Christian Antiquity). Per questo pubblicò un'opera in 50 volumi chiamata A Christian Library contenente una selezione delle opere dei cristiani vissuti dal II secolo ai suoi giorni.

· La ragione. Tenendo presente che Wesley visse nel XVIII secolo, dove la corrente filosofica dell'Illuminismo aveva avuto un forte impatto nella società europea e britannica, al punto da far nascere correnti filosofiche che mettevano in discussione la religione cristiana, tra cui il deismo. Wesley riteneva che fede e ragione non fossero affatto incompatibili; al contrario, per lui la ragione è uno dei doni di Dio e serve per una corretta interpretazione della Bibbia, per analizzare la tradizione cristiana e per difendersi da due estremi, il fanatismo religioso e il freddo razionalismo. La ragione però non riesce a spiegare tutto. Una delle sue frasi più celebri è: "la religione e la ragione vanno mano nella mano e ogni religione irrazionale è una falsa religione." (A Letter to the Rev. Dr. Rutherforth, 1768)

· L'esperienza. L'esperienza è fondamentale per la vita di un cristiano. Se non si intraprende un percorso di crescita spirituale e interiore, allora non si tratta di fede vissuta. Wesley temeva che dopo l'iniziale entusiasmo dei metodisti, essi avrebbero assopito il fervore religioso rifugiandosi nel ritualismo, nell'ascolto sterile della parola di Dio, nella frequentazione ai culti solo per consuetudine o per "dovere morale". L'esperienza a cui fa riferimento Wesley non è solo quella personale e interiore, ma anche l'esperienza di condivisione e di aiuto al prossimo, tramite il quale l'uomo serve Gesù Cristo.

Cenni sulla teologia wesleyana

L'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio ed è destinato a vivere in armonia con Lui e con gli altri esseri viventi. Ma il peccato tende a separare l'uomo da Dio. Il peccato si manifesta in due modi: come offesa contro Dio; persone che lo disprezzano, che trascurano il culto, la preghiera, la Bibbia. Altri preferiscono attaccarsi ai beni materiali, al denaro, al potere, al piacere, amano più le creature che il Creatore. In questa condizione, il peccato li ha allontanati da Dio e li ha ripiegati su se stessi. Connessa all'offesa contro Dio è l'offesa contro il prossimo. L'uomo pecca quando serba nel suo cuore e nella sua mente sentimenti negativi e distruttivi quali l'invidia, la malizia, la vendetta, l'odio, l'indifferenza, la negligenza. L'uomo che pecca è anche responsabile dei peccati commessi a livello sociale, come per esempio la guerra e l'emarginazione di certe fasce di persone.

Per ovviare a questa condizione di lontananza da Dio, dalla pace interiore Wesley risponde con la grazia divina, il non meritato amore di Dio. La grazia preveniente è un aspetto del suo amore. La grazia è preveniente perché Dio viene a noi per primo. Dio cerca noi prima ancora che siamo noi a cercare Lui. La grazia preveniente (preparatoria, perché ci prepara al perdono di Dio e a una vita santa) ci rende consapevoli della nostra natura di peccatori, e ci rende pronti a ricevere il perdono da Dio e a vivere seguendo la sua parola e amando Lui e il prossimo. Wesley riteneva che ogni uomo e ogni donna potesse ricevere la grazia divina (Wesley era fortemente contrario alla predestinazione) ma al tempo stesso riteneva che l'uomo potesse perdere questo dono qualora non avesse più saputo o voluto accogliere lo Spirito Santo nel suo cuore. La grazia preveniente ci prepara per una nuova vita, una "vita da perfetto cristiano", interrompendo l'azione separatrice del peccato e dandoci libertà. Wesley riprendeva il tema centrale della teologia di Martin Lutero cioè la giustificazione per fede; per le nostre offese contro Dio e contro il prossimo, l'essere umano è ingiusto e non merita l'amore di Dio. L'uomo può quindi accettare l'amore di Dio in modo incondizionato, ma non deve tenerlo per sé, ma deve diffonderlo a tutti gli esseri senzienti e condurre una vita che rispetti tutto ciò che Dio ha creato.

- Fonte: Wikipedia

Agnese di Boemia. L'imperatrice dell'"altissima povertà"

Il 2 marzo del 1282, torna al Padre Agnese di Boemia, nel piccolo monastero che lei stessa aveva fondato sul modello di San Damiano ad Assisi.
Tredicesima figlia del re di Boemia, Agnese era stata a più riprese destinata a sposare potenti principi di altre case reali, secondo il costume del tempo. Problemi politici prima, e poi la morte del padre, avevano vanificato i progetti che altri avevano pensato sulla sua vita.
Ma l'evento decisivo per la futura scelta di Agnese di farsi celibe per il regno dei cieli, fu l'arrivo a Praga nel 1225 dei primi francescani, quando la giovane principessa non aveva ancora quindici anni. Da loro Agnese apprese dell'esperienza di Chiara e delle minori di San Damiano, e ne rimase conquistata. Cominciò così un cammino di abbassamento che la portò a servire i poveri e i bisognosi per le vie della capitale boema.
Per amore della radicalità evangelica che ormai aveva intuito di poter seguire, Agnese ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio che l'avrebbe resa imperatrice e diede inizio nel 1234, in accordo con la stessa Chiara di Assisi, a un convento damianita nel cuore di Praga.
Come Chiara, anche Agnese dovette a lungo lottare per vedere riconosciuto dalla chiesa il diritto a vivere senza nulla di proprio, nell'«altissima e santa povertà».
Ottenuto ciò che aveva pazientemente richiesto e atteso, e dopo aver dato vita a diverse iniziative a favore dei poveri e degli ammalati, Agnese visse gli ultimi anni ritirata nella sua comunità, sottomessa alle sorelle, rifiutando qualsiasi titolo o ruolo che potesse porla al di sopra di esse.

Tracce di lettura

Cristo è lo splendore della gloria eterna, la luminosità della luce senza fine e lo specchio senza macchia. Guarda ogni giorno questo specchio, o regina, sposa di Cristo, e guarda incessantemente in lui il tuo volto, per ornarti tutta intera, interiormente ed esteriormente, avvolgendoti in stoffe variegate, ornandoti altresì dei fiori di tutte le virtù, come conviene alla figlia e alla sposa amatissima dell'unico Sovrano.
In questo specchio risplende la beata povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità, come potrai tu stessa contemplare in esso, per grazia di Dio. Considera il principio dello specchio: la povertà di colui che è stato deposto in una mangiatoia e avvolto in fasce. O mirabile umiltà, stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, riposa in una mangiatoia.
In mezzo allo specchio, considera l'umiltà, la beata povertà, le fatiche innumerevoli che egli ha sopportato per redimere il genere umano. E alla fine del medesimo specchio, contempla l'ineffabile carità con la quale ha voluto soffrire sulla croce e morire la morte più infame di tutte. È questo specchio, appeso al legno della croce, che si rivolge ai passanti indicando loro cosa sia necessario considerare: «O voi tutti che andate per la strada, guardate e vedete se c'è un dolore come il mio dolore».
(Chiara di Assisi, Quarta Lettera ad Agnese)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

domenica 1 marzo 2020

Far tornare a fiorire il deserto

COMMENTO ALLA LITURGIA PER LA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen


Letture

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

Commento

“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.

L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino ob-audere, ovvero prestare ascolto. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.

L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo Testamento. “Ascolta Israele”, Shemà Israel, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: «Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno» (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: «Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.

Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosè era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quarant’anni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.

Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio. Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: «chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete» (Gv 4,14).

Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.

Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso. Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.

In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, ritroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).

- Rev. Dr. Luca Vona