Il Salmo 36 affronta uno dei nodi più universali dell'esperienza umana: lo sconcerto di fronte al successo di chi agisce con disonestà e alla contemporanea sofferenza di chi cerca di vivere rettamente (vv. 1-2). Nella nostra quotidianità ci capita spesso di osservare persone prepotenti o manipolatrici che sembrano ottenere continui trionfi, mentre chi fatica ogni giorno per mantenere l'onestà e seguire le vie del Signore sembra collezionare soltanto insuccessi. Il testo si rivolge direttamente a varie categorie di credenti (gli umili, i miseri, i buoni) che qui si identificano nella figura del «giusto» (ṣaddîq), posto in continuo contrasto con l'«empio» (rāšā‘), figura sempre presente per ricordarci la lotta spirituale della vita (vv. 1, 12).
Dinanzi a questa apparente ingiustizia, il Salmo non propone una teoria astratta, ma offre la saggezza di un anziano credente che invita a cambiare prospettiva e a guardare oltre l'apparente nascondimento di Dio (v. 25). Il testo ci esorta a non fermarci al singolo fotogramma del presente e a superare l'agitazione o il risentimento (vv. 7-8). L'apparente trionfo del malvagio è solo un'illusione destinata a svanire rapidamente come l'erba al sole, come la vegetazione dei campi arsa dal calore estivo o come una bolla di fumo che si dissolve nel nulla (vv. 2, 20). La vera risposta del credente risiede nella pazienza e nel silenzio fiducioso davanti a Dio, un silenzio che non è rassegnazione passiva ma profondo affidamento e operosità nel bene (v. 7).
Il cuore del messaggio biblico sta nell'invito a cercare la gioia nel Signore, lasciando che sia Lui a purificare ed esaudire i desideri del nostro cuore (v. 4). L'espressione «vivi con fede» (v. 3) può essere resa anche come un invito a «vivere tranquillo» o a «godere di pascoli sicuri», custoditi dalla fedeltà divina. Dio garantisce che la giustizia del credente brillerà come la luce del meriggio (v. 6) e che la Sua cura paternale non verrà mai meno, persino nei momenti di caduta o nei «giorni della fame», in cui il giusto sperimenterà un'abbondanza provvidenziale (vv. 19, 24).
Questa promessa troverà poi un'eco profonda nelle parole di Gesù, quando proclamerà beati i miti assicurando loro l'eredità della terra (v. 11). La terra promessa dal Salmo non è un semplice possesso materiale, bensì il dono della pace interiore (šālôm), intesa come autentica prosperità e piena comunione con Dio, una condizione che la ricchezza disonesta non potrà mai comprare (vv. 11, 16). L'atteggiamento minaccioso dell'empio, che sguaina la spada e digrigna i denti contro l'innocente (vv. 12, 14), viene completamente ridimensionato dal Signore che «ne ride», poiché vede già giungere il giorno della resa dei conti in cui le armi del male si ritorceranno contro chi le ha impugnate (vv. 13, 15).
Guardando all'intera esistenza, il Salmista testimonia con gratitudine che chi confida nel Signore non viene mai svergognato né abbandonato (v. 25). Più che un uomo semplicemente "buono", l'uomo di fede è una persona "integra" (tāmîm) la cui autentica ricchezza risiede nel sostegno divino, una certezza incrollabile in ogni momento del cammino (vv. 17, 18). La benedizione di chi vive nella rettitudine e nella generosità si trasforma in un bene sovrabbondante, capace di soccorrere il prossimo e di riversarsi sulle generazioni future (vv. 21, 26). Per questo, anche nei periodi di prova, siamo chiamati a continuare a fare il bene con fiducia (v. 3), certi che il Signore sostiene con amore la vita del giusto e ne guida i passi verso una salvezza definitiva (vv. 23-24).
- Rev. Dr. Luca Vona