Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 14 maggio 2025

Mattia apostolo. È Dio che sceglie

A seguito del tradimento di Giuda, dopo la morte e resurrezione di Gesù gli apostoli ritennero necessario riportare a dodici il loro numero totale, poiché Gesù stesso lo aveva stabilito, profetizzando che i Dodici, alla sua venuta nella gloria, si sarebbero seduti su dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.
Mattia aveva seguito Gesù e ascoltato il suo insegnamento fin dall'inizio della sua predicazione, ed era stato fra i testimoni della resurrezione. Aveva dunque i requisiti indispensabili per entrare a far parte del collegio apostolico.
L'elezione di Mattia, che a un primo sguardo potrebbe sembrare affidata al caso, testimonia in realtà che a scegliere i suoi ministri è Dio stesso. Per questo, diverse chiese hanno mantenuto lungo i secoli un sistema analogo di elezione quando si tratta di scegliere fra candidati egualmente degni a un incarico ecclesiale, come la chiesa copta e quella serba, che ancor oggi affidano all'estrazione effettuata da un bambino bendato la scelta del loro nuovo patriarca.
Non si sa con precisione dove Mattia abbia poi svolto il suo ministero, e neppure dove sia morto. Secondo un'antica tradizione egli portò il vangelo in Etiopia e qui donò la vita per Cristo nel martirio.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Lucida scelta

Lettura

Giovanni 15,9-17

9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Commento

Gesù prepara i discepoli all'evento della sua passione svelandone il senso come segno d'amore supremo. Coloro per i quali egli dona la vita non possono più essere chiamati servi, ma amici (v. 15). L'amicizia autentica è questo: uscire da se stessi per vivere della gioia dell'altro. 

Tesoro prezioso quanto raro la vera amicizia. Quanto è difficile trovare qualcuno disposto a privarsi di qualcosa di veramente essenziale per l'amico? Gesù versa il suo sangue per i suoi amici, ma a noi può risultare difficile donare anche solo un'ora del nostro tempo, tra gli impegni messi in calendario. 

Il vangelo ci esorta a chiederci qual è la nostra "agenda", nel senso etimologico del termine: il nostro programma di vita. Forse non saremo chiamati al martirio morendo per il nome di Cristo, ma certamente siamo chiamati a vivere nel suo nome, il che significa secondo la sua testimonianza (è questo il significato della parola greca "martirio"). 

Restiamo nella sua amicizia facendo ciò che ci ha comandato (v. 14). Perché il suo comandamento è un giogo dolce e un carico leggero (Mt 11,30): "amatevi gli uni gli altri" (v. 17). 

Certo l'amore cristiano non è semplicemente eros, piacere nell'appropriazione dell'altro, che è in definitiva amor proprio, ma è agape, amore oblativo, validato dalla croce, ovvero dal rinnegamento di sé per fare spazio ai bisogni e alla gioia dell'amico. Una vera e propria "eresia" per la religio (la norma di vita) del mondo. 

Eresia ovvero "scelta", ovvero decisione consapevole, lucida, contraria all'ottusità che imperversa nelle regioni dell'ego, ripiegato su di sé in una compulsiva autofagia. 

Eresia anche rispetto all'etica di quella religiosità retributiva incapace di comprendere il dono gratuito o addirittura immeritato. In quanto scelta il comandamento dell'amore richiede il requisito della fede, non dipende dall'emotività ma da un dono soprannaturale.

Gesù ci ha scelti (v. 16), anche noi siamo chiamati a sceglierlo, quando si presenta a noi sotto le vesti del nostro prossimo affamato di amicizia, compassione, amore.

Preghiera

Il privilegio dell'amore che ci hai donato, Signore, ci spinga a farci tuoi imitatori, attenti e generosi verso le necessità del nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 13 maggio 2025

Fermati 1 minuto. La cadenza perfetta

Lettura

Giovanni 10,22-30

22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Commento

"Era d'inverno" (v. 22). C'è qualcosa di malinconico in questa immagine ritratta da Giovanni nel suo Vangelo. Gesù passeggia solitario sotto il portico del Tempio cercando riparo dal vento freddo che proveniva dal deserto.

Sono i giorni della festa della dedicazione (ebr. Hanukkah), all'incirca i primi di dicembre. Mancano circa tre mesi alla crocifissione.

La festa della dedicazione dura otto giorni e si celebra per ricordare la nuova dedicazione dell'altare e la purificazione del tempio da parte del condottiero Giuda Maccabeo nel 164 a.C., in seguito alla sconsacrazione operata dal dominatore siriano Antioco Epifane (Dn 8,13; 9,27), il quale nel 170 a.C. aveva conquistato Gerusalemme e posto un altare pagano al posto dell'altare di Dio.

Simbolicamente Gesù è colui che instaura il nuovo tempio e la vera guida di Israele. Eppure, quasi al termine della sua missione terrena l'incomprensione sulla sua persona è ancora diffusa tra i giudei.

Un gruppo di questi si avvicina e gli chiede "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso?" (v. 24). Vogliono che egli affermi o neghi apertamente se è il Cristo o no, come fece Giovanni Battista.

I giudei che interrogano Gesù non sono mossi da un sincero desiderio di conoscere chi egli sia, ma si attendono una sua professione messianica per contestarla e condannarlo.

Per la loro incredulità Gesù li annovera tra coloro che non fanno parte del suo gregge - "voi non credete, perché non siete mie pecore" ( 26), ma rivolgerà loro un ulteriore appello alla fede poco più avanti: "Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre»" (Gv 10,37-38).

La domanda dei giudei che si sentivano con l'animo sospeso di fronte alla figura di Gesù può attraversare anche le nostre coscienze. Egli ci invita a guardare le sue opere, ma siamo circondati dall'iniquità, dall'ingiustizia, dalla sofferenza. Eppure il vangelo ci annuncia una presenza di vita e di salvezza. La fede è capace di generare Dio nella nostra anima e nel mondo, come un fiore di loto che risplende immacolato su uno stagno. 

Credere alle opere di Dio significa farsi presenza di Cristo nel mondo. Credere, riconoscere le opere di Dio, non è un'attività meramente intellettiva, ma implica il potere fecondo, generativo, della fede, che trova conferma nelle opere stesse che è capace di produrre.

Come il Padre ci ha posto nelle mani di Cristo facendo dipendere la nostra salvezza dal potere sovrano di Dio, al contempo si è messo nelle nostre mani, nella misura in cui, rinati in Cristo, condividiamo con lui la responsabilità per l'intero gregge.

Il termine utilizzato per proclamare l'unità di Gesù con il Padre è neutro e non al maschile: lui e il Padre non sono "uno", ma "una cosa sola". L'unità di Gesù con il Padre è rappresentata dalla perfetta sinergia nella parola e nell'azione.

Anche noi siamo chiamati a non restare con l'animo sospeso ma a entrare nel flusso benedetto di questa sinergia, trovando in Cristo la cadenza perfetta nella sinfonia della nostra vita.

Preghiera

Purifica il tempio del nostro cuore, Signore; affinché possiamo dedicarci al vero culto in spirito e verità, magnificando le tue opere e riconoscendoti come il nostro pastore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 12 maggio 2025

Fermati 1 minuto. La voce del pastore

Lettura

Giovanni 10,1-10

1 «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Commento

La figura allegorica del buon pastore è frequente nell'Antico Testamento per rappresentare Dio (Es 34; Gn 48,15; 49,24; Mic 7,14; Sal 23,1-4; 80,1). Anche il Nuovo Testamento utilizza frequentemente l'immagine delle pecore e del pastore. 

Gesù, vedendo le folle che lo seguivano in giro per i villaggi, "ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore" (Mt 9,36). In occasione della prima moltiplicazione dei pani Gesù "Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore" (Mc 6,34). Preannunciando la sua passione dirà "Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse" (Mc 14,27). Per rappresentare la gioia in cielo per il peccatore convertito annuncia la parabola della pecora smarrita e ritrovata (Lc 15,1-7).  Pietro parla di Cristo come del "pastore e guardiano delle vostre anime" (1 Pt 2,25) e lo definisce il "pastore supremo" dal quale riceveremo la corona di gloria che non appassisce (1 Pt 5,4). Anche la lettera agli Ebrei chiama Gesù "il Pastore grande delle pecore" che il Dio della pace ha fatto tornare dai morti in virtù del sangue di un'alleanza eterna (Eb 13,20). Non è un caso, allora, che questa immagine sia la più diffusa nell'iconografia protocristiana.

Il buon pastore tratta le pecore non semplicemente come un gregge, ma chiama ciascuna per nome. Il suo chiamarci per nome indica un rapporto personale con noi. Il mondo è pieno di ladri e briganti che non ci chiamano per nome ma ci trattano solo come merce di scambio. Altri poi si dimenticano del tutto di noi: è l'esperienza della solitudine, quando nessuno più ci chiama, ci cerca, ci desidera.

Il buon pastore, Gesù, non si dimentica di noi e non ci lascia chiusi nel recinto, ma ci conduce verso pascoli erbosi e acque correnti (Sal 23,2). La fede non è una gabbia, ma la scoperta di nuovi sentieri, improvvisi scorci, vasti orizzonti, in un rapporto di amore e di fiducia con colui che ci guida.

Diversamente dai pastori dell'estremo oriente che guidavano il gregge servendosi anche di cani, i pastori mediorientali utilizzavano soltanto la propria voce. L'immagine diventa così esemplificativa del rapporto intimo tra discepolo e maestro.

Spesso i pastori mediorientali dormivano presso la porta dell'ovile, così Gesù presenta se stesso non solo come il pastore che conduce le pecore al pascolo, ma anche come la porta che custodisce il gregge. 

Il recinto dell'ovile era costituito da un muro privo di copertura. Il termine aulè, indica generalmente nella Bibbia greca dei Settanta il vestibolo dinanzi al tabernacolo del tempio.
Come porta dell'ovile Gesù è dunque il vero Messia mediante il quale accedere alla vita eterna, prima di lui sono venuti molti falsi profeti - e molti ne verranno fino al suo ritorno - ma le pecore non ascoltano la loro voce. Chi è chiamato per nome da Cristo ha la capacità di discernere la via che conduce alla salvezza. Nelle Scritture risuona la sua voce e in esse abbiamo il parametro per verificare se coloro che si propongono come pastori guidati dallo Spirito sono realmente tali.

Il temrine kalós, "buono", non indica semplicemente qualcuno abile a fare qualcosa, ma una persona nobile. Diversamente dai mercenari, che fuggono davanti al pericolo, Gesù dà la vita per le sue pecore. Egli ha dato la vita veramente, non solo in senso figurato. Si è preso cura delle "pecore" che il Padre gli aveva affidato esponendosi alla morte nella sua passione e riscattando l'intero "gregge".
Con la sua risurrezione ci ha aperto la strada verso il sacro recinto della Gerusalemme celeste. La sua voce risuona nelle parole di vita che ci ha lasciato e mediante lo Spirito che ci ha donato.

Preghiera

Signore tu non smetti di chiamarci per nome e di guidarci con la tua grazia; concedici di perseverare sul retto cammino, per giungere nel tuo regno e dilettarci della tua presenza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 11 maggio 2025

Come gli evangelici vedono il primo papa statunitense

- Emily Belz e Franco Iacomini, Christianity Today

Sebbene Leone XIV sia di Chicago, la sua elezione al papato riflette lo spostamento del cristianesimo verso il Sud Globale.

In un sobborgo di Chicago, i docenti evangelici del Northern Theological Seminary erano entusiasti di rivendicare Leo come cittadino di Chicago, secondo un professore locale. Gli evangelici latini negli Stati Uniti hanno dichiarato a Christianity Today di essere felici che Papa Leone XIV abbia tenuto parte del suo primo discorso papale in spagnolo. A Philadelphia, il leader evangelico Shane Claiborne ha sottolineato che il papa ha studiato alla Villanova University, dimostrando così anche legami con la città. In Perù, il presidente ha celebrato Leone come uno dei figli del paese.

Gli evangelici in tutte le Americhe hanno mostrato curiosità verso il nuovo papa, accompagnata da un senso di orgoglio regionale.

Sebbene non lo riconoscano come loro guida ecclesiastica, molti evangelici osservano con interesse l’impatto che il capo della Chiesa cattolica avrà sul dialogo religioso, sulla politica globale e sulla comprensione mondiale degli insegnamenti cristiani.

Leone, 69 anni, precedentemente noto come Robert Prevost, è nato a Chicago ma ha trascorso gran parte della sua vita adulta come frate agostiniano fuori dagli Stati Uniti. È stato missionario in Perù e poi promosso a ruoli di rilievo in Vaticano.

Molti celebrano Leone come il primo papa statunitense, ma potrebbe essere più corretto enfatizzare la sua esperienza latinoamericana, secondo David Kirkpatrick, storico delle religioni alla James Madison University, specializzato nell’evangelicalismo latinoamericano.
«Pur avendo radici negli Stati Uniti, la sua elezione può essere vista come una continuità — un altro papa del Sud Globale dopo Francesco», ha affermato Kirkpatrick. «Lontano da un papato centrato sugli USA o sui potenti, mi aspetto che continui l’attenzione di Francesco verso gli oppressi e gli emarginati del mondo».

Mentre la notizia dell’elezione di Papa Leone XIV si diffondeva giovedì e il mondo scopriva di più sulla sua vita e ministero, molti evangelici si sono sentiti incoraggiati.
«Apprezzo che ci sia un papa che conosce le realtà cristiane latinoamericane e quelle degli immigrati», ha detto Gabriel Salguero, capo della Coalizione Nazionale degli Evangelici Latini. «Ha dichiarato di essere pro-immigrati, pro-famiglia, pro-poveri, punti in comune con la nostra comunità evangelica».

Salguero ha aggiunto che il nome Leone XIV suggerisce che seguirà l’esempio di Leone XIII, noto per aver difeso i lavoratori poveri durante la Rivoluzione Industriale. Leone XIII fondò la Catholic University of America.
«Viviamo tempi interessanti», ha continuato Salguero. «Servono leader religiosi che comprendano l’interconnessione globale».

Francesco, morto il 21 aprile, è stato il primo papa non europeo dopo oltre un millennio. Nel 2023, scelse Prevost, frate agostiniano, come consigliere per le nomine vescovili.
«Questa scelta riflette l’approccio di Francesco: collocare un vescovo da una chiesa periferica — come quella peruviana — al cuore del Vaticano», ha dichiarato lo storico Juan Fonseca, professore all’Universidad del Pacífico di Lima.

Prima della sua ascesa, Prevost «non faceva parte degli alti ranghi della Chiesa», ha spiegato Fonseca. «Di solito, i peruviani che arrivano a quelle posizioni provengono dall’élite e servono in sedi prestigiose come Lima o Arequipa».

In Perù, dove Prevost ha ottenuto la cittadinanza, ha lavorato ai margini.
Arrivato nel 1985 a Chulucanas, una città di 40.000 abitanti al confine con l’Ecuador, lasciò il paese nel 1986 per completare il dottorato al Pontificio Collegio San Tommaso d’Aquino a Roma. Tra il 1988 e il 1999, ricoprì incarichi nella diocesi settentrionale di Trujillo. Tornò a Chicago nel 1999, per ritornare in Sud America solo nel 2014, quando fu nominato amministratore apostolico della diocesi di Chiclayo, una città costiera di 600.000 abitanti. Nel 2015, Francesco lo nominò vescovo. Nel suo primo discorso da papa, Leone ha salutato in spagnolo la sua «amata diocesi di Chiclayo».

«Aveva un approccio pastorale radicato nel legame con gli esclusi», ha detto Rolando Pérez Vela, vicepresidente dell’Associazione Evangelica Pace e Speranza in Perù. «I leader che operano nelle periferie — sacerdoti o pastori evangelici — sono più inclini a denunciare ingiustizie perché le vedono direttamente».

Prevost fece parte della Commissione Episcopale per l’Azione Sociale, l’organo dei vescovi peruviani per i diritti umani. Assunse una posizione critica opponendosi alla grazia del leader Alberto Fujimori, condannato a 25 anni per crimini durante la sua dittatura (1992-2000).
«Le chiese in America Latina hanno il dovere di abbracciare un ministero profetico», ha affermato Pérez. «Devono sfidare il peccato strutturale e l’abuso di potere».

L’elezione di Leone riflette i cambiamenti nel cristianesimo globale, ha osservato Gina Zurlo, docente di cristianesimo mondiale alla Harvard Divinity School.
Nel 1900, il 73% dei cattolici viveva in Europa e Nord America; oggi solo il 25%, con il resto nel Sud Globale. Zurlo si aspetterebbe un papa del Sud Globale, ma il legame con gli USA evidenzia anche il carattere globale del cristianesimo americano, plasmato da migranti e missioni.

Leone parla inglese, spagnolo, italiano, francese e portoghese. Si è sempre definito un «missionario», concetto ribadito nel suo primo discorso papale: «La Chiesa deve essere una chiesa missionaria».

I leader politici di Perù e USA hanno espresso orgoglio. La presidente peruviana Dina Boluarte ha scritto che l’elezione «riempie di orgoglio la nostra nazione», mentre l’ex presidente statunitense Donald Trump l’ha definita un «grande onore».

Sebbene Leone abbia criticato le politiche migratorie di Trump, alcuni evangelici sostenitori di Trump hanno accolto positivamente il suo papato. Samuel Rodriguez, della National Hispanic Christian Leadership Conference, ha parlato di un «momento cruciale» che ricorda come «il Vangelo sia un invito per tutti».

Il nuovo papa ha enfatizzato l’importanza dell’invito, descrivendolo come il primo compito di un leader cristiano:
«Spesso ci preoccupiamo di insegnare la dottrina, ma dobbiamo prima testimoniare la bellezza della fede e la gioia di conoscere Cristo».

Questa visione risuona tra alcuni evangelici.
«Avremo ancora divergenze con Roma», ha detto Matthew Bates, professore del Seminario Northern, «ma vediamo i cattolici come fratelli in Cristo, anche se non riconosciamo Leone come nostra guida».

Cattolici ed evangelici collaborano già su temi sociali come l’accoglienza di migranti. Matthew Soerens di World Relief ha sottolineato come questa collaborazione possa continuare sotto Leone XIV.

La maggior parte degli osservatori vede Papa Leone come un proseguimento della direzione tracciata da Papa Francesco e parla del fatto che Leone segua l’esempio di Francesco.

Shane Claiborne di Red Letter Christians ha gentilmente respinto questa idea.

“Francesco era radicale a causa di Gesù. Non è stato lui a ideare il gesto di lavare i piedi, anche se lo ha fatto per le persone in carcere”, ha affermato Claiborne. “Papa Leone ha lo stesso esempio. La speranza è sempre che il Papa sia una freccia che punta verso Gesù. Gesù è la cura per molte cose che sono state distorte all’interno del cristianesimo”.

9 cose da sapere su papa Leone XIV

- Joe Carter, The Gospel Coalition

L’8 maggio 2025, la Chiesa cattolica ha annunciato l’elezione di un nuovo papa. Il cardinale statunitense Robert Francis Prevost è ora Papa Leone XIV, guida della Chiesa cattolica e leader spirituale di oltre un miliardo di cattolici nel mondo. Come 267° pontefice, eserciterà una notevole influenza, guidando l’insegnamento della Chiesa cattolica e affrontando questioni globali.

Ma perché gli evangelici dovrebbero interessarsi al nuovo papa? Come ha affermato Chris Castaldo: "Che ci piaccia o no, il papa è, in un certo senso (globale), la voce cristiana più significativa al mondo". Ciò che il papa dice e fa influenzerà la percezione globale del cristianesimo, incluso il modo in cui il mondo comprende gli evangelici.

Ecco nove cose da sapere su Papa Leone XIV.

1. Prevost, nato a Chicago, è il primo papa nordamericano

Leone XIV, nato Robert Francis Prevost il 14 settembre 1955 a Chicago, è cresciuto in una famiglia cattolica devota a Dolton, sobborgo di Chicago, frequentando la chiesa con i genitori e due fratelli. La sua elezione segna una prima storica, poiché nessun papa precedente proveniva dagli Stati Uniti o dal Nord America.
Prevost è anche cittadino naturalizzato del Perù, dove ha trascorso gran parte della sua vita adulta e del suo ministero. In seguito è stato vescovo a Chiclayo, in Perù. A 69 anni, è leggermente più giovane dei papi recenti all’inizio del loro pontificato, suggerendo che, se rimarrà in salute, potrebbe servire per molti anni.

2. È membro dell’ordine agostiniano e ne è stato leader

Prevost è un frate ordinato dell’Ordine di Sant’Agostino (OSA), ordine religioso cattolico risalente al XIII secolo e ispirato agli insegnamenti di Agostino d’Ippona. Entrò nel noviziato agostiniano nel 1978, emise i primi voti monastici nello stesso anno e fu ordinato sacerdote nel 1982. I membri agostiniani, detti frati, predicano, evangelizzano e servono i poveri vivendo in povertà.
Prevost salì ai vertici dell’ordine: nel 1999 divenne superiore provinciale degli agostiniani nell’area di Chicago e nel 2001 fu eletto priore generale (capo globale) dell’ordine, ricoprendo due mandati (2001-2013). Questo background fa di Leone XIV il primo frate agostiniano eletto papa in tempi moderni. (L’ordine annovera anche Martin Lutero, che iniziò la vita monastica come agostiniano.)

3. È altamente istruito e poliglotta

Prevost vanta un curriculum accademico impressionante. Dopo una laurea in matematica alla Villanova University (1977), ottenne un master in divinità (MDiv) dalla Catholic Theological Union di Chicago. A 27 anni, l’ordine lo inviò a Roma per studi avanzati, dove conseguì licenza e dottorato in diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum).
Parla fluentemente inglese, spagnolo e italiano e ha insegnato diritto canonico e patristica in seminari in Perù.

4. Papa Francesco fu determinante per la sua ascesa

Leone XIV deve gran parte della carriera a Papa Francesco, sotto cui ha servito negli ultimi anni. Francesco lo nominò prima amministratore apostolico (poi vescovo) di Chiclayo. Nel 2023, lo chiamò a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi, ufficio vaticano che supervisiona la nomina dei vescovi cattolici, ruolo tra i più potenti. Contemporaneamente, divenne presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Francesco lo elevò a cardinale nel 2023, segnando fiducia e indicandolo come potenziale successore.

5. La sua elezione ha rotto un tabù

Il conclave ha superato una regola non scritta: evitare un papa americano, per timore di legami politici con una superpotenza. Il background internazionale di Prevost (cittadinanza peruviana e carriera all’estero) ha mitigato queste preoccupazioni.

6. Ha scelto il nome Leone XIV

Il nome "Leone" non era usato da oltre 120 anni (dall’ultimo Leone XIII, morto nel 1903). La scelta potrebbe riflettere ammirazione per predecessori come Leone XIII (rigore intellettuale e dottrina sociale) e Leone I ("il Grande"), difensore dell’ortodossia e abile negoziatore. Il nome sottolinea continuità con la tradizione papale.

7. È considerato conservatore nella dottrina

Vaticanisti lo descrivono come moderato o centrista, ma tradizionalista su dottrina e morale. Si oppone all’ordinazione femminile dei diaconi e sostiene l’insegnamento cattolico storico, come la devozione mariana. Pur favorendo riforme gestionali (es. inclusione femminile in organi vaticani), non è innovatore dottrinale.

8. Meno progressista di Francesco su temi LGBT+ e ideologia gender

Mentre Francesco ha spinto verso posizioni più liberali sull’etica sessuale, Leone XIV ha criticato l’"ideologia gender" e i media occidentali per promuovere "simpatia per credenze contrarie al Vangelo", citando lo "stile di vita omosessuale" e le famiglie same-sex. In Perù, si oppose all’insegnamento gender nelle scuole, definendolo confusionario e antibiblico.

9. Forte impegno pro-vita

Prevost è noto per l’opposizione pubblica e costante all’aborto. Da vescovo in Perù, sostenne attivamente le Marce per la Vita e condivise messaggi a difesa della vita nascente. Ha anche condannato eutanasia e suicidio assistito, evidenziando i rischi per i vulnerabili e l’erosione della fiducia medico-paziente.

Appendice

Come evangelici di The Gospel Coalition, riconosciamo differenze teologiche significative con la Chiesa cattolica e il papato. Tuttavia, comprendere il background e le convinzioni di Leone XIV aiuta a dialogare con i cattolici e con il cristianesimo globale. Sebbene la sua biografia sia impressionante e il suo impegno pro-vita chiaro, i suoi primi atti da papa ribadiscono distinzioni cattoliche che allontanano Roma dal Vangelo biblico. Il suo pontificato probabilmente continuerà a enfatizzare la devozione mariana e l’autorità romana. Siamo chiamati a proclamare la verità con amore, pregando per chiarezza del Vangelo e fedeltà a Cristo solo, pur cercando di comprendere questo nuovo leader globale.