Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 13 giugno 2024

Evagrio Pontico. "Se preghi sei veramente teologo"

Nel 399, il giorno dell'Epifania, si spegne Evagrio Pontico, monaco e maestro di vita spirituale nel deserto egiziano.
Era nato attorno al 345 a Ibora, nel Ponto, in una famiglia di alti notabili, e questo gli permise di ricevere una formazione completa e raffinata.
Ordinato lettore da Basilio, egli divenne membro del clero di Cesarea, ove rimase fedele al proprio vescovo fino alla morte di quest'ultimo. Quindi si trasferì a Costantinopoli dall'amico Gregorio di Nazianzo, che lo ordinò diacono e lo volle al proprio fianco nella difficile lotta contro gli ariani.
Quando Gregorio si ritirò, egli trascorse un certo tempo al servizio del nuovo patriarca Nettario, finché una serie di drammatiche circostanze finì, secondo le sue stesse parole, per «esiliare Evagrio nel deserto». Fuggito da Costantinopoli, si recò a Gerusalemme, e quindi raggiunse il deserto egiziano di Nitria attorno al 384. Dopo due anni di vita semianacoretica alla scuola di Macario di Alessandria e di Macario il Grande, egli ottenne un maggiore isolamento nel deserto delle Celle.
La sua lotta nel deserto, non del tutto scelta ma pienamente assunta, non fu vana. Nel deserto Evagrio sviluppò infatti una sintesi di teologia e di monachesimo pratico unica per il suo tempo. La sua sensibilità psicologica, la sua finezza analitica ne fecero uno dei più grandi maestri spirituali dell'antichità, e a lui si ispireranno Massimo il Confessore, Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, per citare solo i padri più famosi.
La condanna di alcune sue affermazioni, avvenuta a quasi due secoli dalla morte e in circostanze non chiare, ha a lungo infangato la memoria di Evagrio, anche se non ha impedito che i suoi scritti, spesso sotto altro nome, giungessero fino a noi. Solo la critica moderna gli ha restituito l'onore che si merita.

Tracce di lettura

La fede è il principio della carità; il fine della carità, la conoscenza di Dio.
(Evagrio, Ai monaci 3)
«Fa', o Signore, che conosca le tue vie, e insegnami i tuoi sentieri». Chi vuole conoscere «le vie del Signore», diventi mite. Si dice infatti: «Ai miti egli insegnerà le sue vie». Sono miti coloro i quali hanno placato nell'anima la lotta indefessa dell'irascibilità e della concupiscenza, nonché la lotta delle passioni da esse suscitate.
(Evagrio, Scholia sui Salmi 24,4)
Nessuna virtù produce la sapienza come la mitezza, a motivo della quale anche Mosè fu lodato, perché era «il più mite di tutti gli uomini».
(Evagrio, Lettere 36,3)
Dimmi, dunque, perché la Scrittura, quando ha voluto esaltare Mosè, ha lasciato da parte tutti i segni mirabili e pensato unicamente alla mitezza? ... Essa infatti dice che egli, nel deserto, stette tutto solo davanti al volto di Dio, quando questi volle annientare Israele, e chiese di essere annientato con i figli del suo popolo. Egli presentò dinanzi a Dio l'amore per gli uomini e la trasgressione dicendo: «Perdona loro, o cancellami dal libro che tu hai scritto». Così parlo il mite! Dio allora preferì perdonare coloro che avevano peccato, piuttosto che far torto a Mosè.
(Evagrio, Lettere 56,6).
Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sei teologo.
(Evagrio, Sulla preghiera 60)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

mercoledì 12 giugno 2024

La riscoperta dell'antico nella quarta ondata dell'evangelicalismo

Negli anni '40, visitare una chiesa battista, presbiteriana o metodista avrebbe rivelato somiglianze e differenze distintive. Le chiese, pur essendo tutte liturgiche, variavano tra "chiesa alta" presbiteriana e metodista e "chiesa bassa" battista e metodista, con una cultura revivalista. I fedeli erano consapevoli delle distinzioni teologiche delle loro denominazioni.

Oggi, le chiese allineate al movimento neo-evangelicale mostrano una sorprendente somiglianza, indipendentemente dall'etichetta denominazionale. Le chiese nondenominazionali, spesso composte da ex battisti e metodisti, presentano una sensibilità carismatica. Le mega chiese metodiste conservatrici e le chiese battiste del Sud somigliano molto alle chiese nondenominazionali. Le differenze teologiche esistono ancora, ma sono meno pronunciate, influenzate da tre onde che hanno trasformato il panorama ecclesiale.

Prima ondata: Culto pieno di Spirito

Il movimento "Spirit-filled" degli anni '60 e '80, nato nel pentecostalismo, ha enfatizzato guarigioni, doni di segni e forme di culto contemporaneo. Questo movimento ha influenzato tutte le denominazioni, anche quelle più tradizionali. Ha minimizzato alcune delle sue peculiarità per abbracciare evangelici desiderosi di una esperienza più profonda dello Spirito. Tuttavia, ha incontrato resistenze, con leader che promuovevano un forte cessazionismo e combatterono le "guerre del culto" negli anni '80 e '90 per fermare il passaggio a forme musicali contemporanee. Oggi, gli effetti di questa onda sono visibili anche nelle chiese che rifiutano il culto carismatico, nel quale si trovano fedeli che pregano in lingue, culto contemporaneo ed espressivo e preghiere potenti di guarigione.

Seconda ondata: Crescita della chiesa "sensibile ai ricercatori"

Negli anni '60 e '70, il movimento di crescita della chiesa ha introdotto modelli "seeker-sensitive" per attrarre persone, rispondendo ai loro "bisogni sentiti". Leader come Bill Hybels e Rick Warren hanno sviluppato modi nuovi di fare chiesa, rendendola comprensibile e conveniente per i non credenti, adattando elementi del movimento "Spirit-filled". Questo modello ha affrontato critiche per l'annacquamento del Vangelo e l'adozione di una visione programmatica della discepolanza. Tuttavia, le sue pratiche sono ampiamente diffuse: segnaletica chiara, accoglienza, caffè nelle aree comuni, culto contemporaneo e predicazione connessa ai problemi della vita. Questa onda ha influenzato come le chiese vedono il loro scopo e giudicano la loro efficacia.

Terza ondata: Centralità del Vangelo

Negli anni 2000 e 2010, il movimento della centralità del Vangelo ha reagito contro le soluzioni pragmatiche e le carenze teologiche dei movimenti precedenti. Ha riportato la chiesa al centro della fede cristiana, focalizzandosi sulla grazia e la misericordia attraverso la croce e la resurrezione di Gesù. Questo movimento, sostenuto da teologi come John Piper e predicatori come Tim Keller, ha risposto a un panorama culturale segnato da domande sul dolore e la sovranità di Dio dopo l'11 settembre 2001. Ha generato critiche per il suo trionfalismo e per l'enfasi sugli indicativi a scapito degli imperativi biblici. Oggi, le tracce di questa onda sono visibili in molte chiese: inni moderni, predicazioni incentrate su Gesù e piccoli gruppi che studiano la teologia classica.

Quarta ondata: Formazione spirituale?

Una nuova onda potrebbe influenzare presto le chiese evangeliche: la formazione spirituale. I frequentatori di chiese, in particolare studenti universitari, stanno mostrando un rinnovato interesse per la formazione spirituale, un'adesione totale a Gesù che richiede una trasformazione delle abitudini personali e delle discipline spirituali.

Questa onda, come le precedenti, è in parte reattiva: la "Spirit-filled" è troppo superficiale, la "seeker-sensitive" troppo programmatica e il movimento centrato sul Vangelo troppo reticente nel sottolineare una regola di vita. Tuttavia, l'accento principale della formazione spirituale è positivo: plasmare la vita secondo pratiche e abitudini che favoriscono la crescita in virtù e sviluppo del carattere.

Un pastore afroamericano di Baltimora ha affermato che i suoi studenti universitari non prendono seriamente la chiesa se non propone una visione morale impegnativa. Libri di successo come quelli di Justin Whitmel Earley e John Mark Comer riflettono questa tendenza. Comer, in particolare, ha una forte influenza tra i giovani, indicando un ritorno all'enfasi sulla formazione spirituale.

Questa onda riprende la visione di Dallas Willard sulla discepolanza e il misticismo evangelico di A.W. Tozer, integrando pratiche antiche della chiesa pre-riformata. A livello corporativo, si allinea con la visione "antico-futuro" di Robert Webber, che promuove l'incorporazione di rituali cristiani antichi nella vita devozionale (preghiere scritte, spazi sacri, digiuni, solitudine) e ritmi di culto che combinano antichi credi e liturgie con stili di culto moderni derivati dall'onda "Spirit-filled".

Perché questa onda sta emergendo ora? Potrebbe essere segno di un rinascimento del metodismo insieme a una teologia riformata centrata sul Vangelo, o una risposta al caos culturale attuale che spinge i giovani a cercare nuove forme di struttura spirituale. Molti giovani sentono una tensione fruttuosa tra la terza e la quarta onda, desiderando più struttura e liturgia e rifiutando l'hype e la performance, mantenendo al contempo il messaggio radicale di grazia e accettazione.

Questa onda comporta rischi: il Vangelo potrebbe essere implicito anziché esplicito, la Scrittura potrebbe passare in secondo piano rispetto all'esperienza, e la chiesa potrebbe diventare secondaria rispetto al percorso individuale. Tuttavia, ogni onda lascia il suo segno nel panorama evangelico, portando sia punti di forza che debolezze.

Forse sbaglio su questa quarta onda, ma sono curioso di vedere se si concretizzerà e quale sarà il suo impatto sulla prossima generazione.

- Trevin Wax, The Gospel Coalition, 23 maggio 2024

Fermati 1 minuto. Il codice dell'amore

Lettura

Matteo 5,17-19

17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Commento

Lo iota è la nona lettera dell'alfbeto greco, corrispondente alla decima dell'alfabeto ebraico (jod), che è la più piccola. Il termine greco keraia, tradotto con "segno", significa "corno", "apice" e indica probabilmente il piccolo segno aggiunto a scopo decorativo a numerose consonanti dell'alfabeto ebraico. Il senso delle parole di Gesù è che nessun particolare della legge potrà essere trascurato, ma dovrà giungere a compimento.

Gesù è un ebreo osservante, ma allo stesso tempo fa nuove tutte le cose: riafferma i dieci comandamenti, ma li arricchisce con il "discorso della montagna"; osserva il Sabato, ma non si esime in quel giorno dal compiere miracoli e guarigioni; difende la purità rituale del Tempio, scacciando venditori e cambiavalute, ma proclama il nuovo culto "in spirito e verità"; celebra la Pasqua ebraica, ma con la sua Croce inaugura la nuova Pasqua, della quale l'antica era solo una prefigurazione.

Il "compimento" di cui si proclama artefice Gesù è il realizzarsi delle profezie antiche; egli non solo porta a perfezione la legge morale ma realizza in se stesso l'incarnazione della legge cerimoniale, simbolo del suo sacrificio pieno, perfetto e sufficiente, realizzato sulla croce.

Il riferimento alla legge e ai profeti è presente, poco più avanti nel Vangelo di Matteo, nell'enunciazione, da parte di Gesù, della "regola d'oro": "'Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti'" (Mt 7,12).

Gesù afferma l'autorità delle Scritture dell'Antico Testamento come parola di Dio. Ciò implica che il Nuovo Testamento non soppianta l'Antico, ma lo completa e ne spiega il significato. La verità nascosta nelle Scritture ebraiche rimane valida e risplende ora alla luce del vangelo.

Natura non facit saltus affermavano gli antichi: la natura non procede per gradini, ma attraverso un piano inclinato, per progressive integrazioni. Così è per alcune pagine dell'Antico Testamento, che possono risultare "scandalose" per l'uomo di oggi, intrise di violenza, inganni, e piene di precetti che fatichiamo a comprendere. Ma c'è una progressività della rivelazione, che conduce fino all'epifania di Cristo.

Coloro che custodiranno e insegneranno la parola di Dio saranno ritenuti grandi nel regno dei cieli (v. 19): "Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (Mt 13,52).

In Gesù abbiamo la pienezza della rivelazione. Egli non si propone come semplice interprete della Legge ma si colloca al di sopra di essa, come sua fonte. Gesù è la Parola che si è fatta carne (Gv 1,14), per farci conoscere il codice dell'amore, il cui giogo è dolce e il carico leggero.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, aiutaci a riconoscerti come norma di vita e a conformarci a te, per progredire nell'amore e testimoniare la tua giustizia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 11 giugno 2024

Fermati 1 minuto. Sale e luce

Lettura

Matteo 5,13-16

13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Commento

Le immagini del sale e della luce attestano chiaramente che Gesù desidera che i suoi discepoli siano capaci di influenzare la realtà toccata dalla loro predicazione e testimonianza di vita. Come "conservante" il "sale" dei discepoli contrasta il decadimento morale del mondo, ma aggiunge anche sapore, rendendo il mondo un posto migliore. Il sale è un rimedio per le pietanze insipide ma non c'è rimedio per il sale insipido.

La lampada serve per illuminare le tenebre e non ha senso nasconderla. I cittadini del regno di Dio sono luce e devono risplendere davanti agli uomini; vedendo le loro buone opere questi saranno mossi ad amare e servire Dio.

Gesù definisce se stesso la luce del mondo (Gv 8,12); i credenti partecipano della sua luce mediante il dono della grazia.

Lungi dal fuggire dal mondo Gesù ci invita alla testimonianza, per contribuire alla gloria di Dio. Testimonianza che può esprimersi con un attivo impegno nella società e nella vita della polis, o che può farsi eloquente silenzio quando nella solitudine contemplativa ci si fa segno vivente di quell'amore per l'unico bene necessario (Mt 19,17).

Preghiera

Confermaci, Signore, nella testimonianza fedele del tuo vangelo di salvezza; affinché il mondo possa santificare il tuo nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 10 giugno 2024

Fermati 1 minuto. Le beatitudini

Lettura

Matteo 5,1-12

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Commento

Gesù proclama le beatitudini "sulla montagna"; si tratta di una connotazione teologica che richiama il monte Sinai, dove Mosè ricevette le tavole della legge (Es 24,12). Mentre però la prima legge fu portata al popolo discendendo dal monte, la legge evangelica è data con l'ascesa di Gesù sul monte; mentre la prima fu data fra tuoni e fulmini, la seconda è proclamata da Cristo con la dolcezza della sua parola; mentre nella promulgazione della prima legge il popolo doveva tenersi a distanza dal monte, qui è invitato ad avvicinarsi.

Si tratta del primo di cinque discorsi che costituiscono una caratteristica del Vangelo di Matteo che, diversamente dall'analogo discorso di Luca (Lc 6,20-49), non è indirizzato solo ai discepoli ma anche alle folle. Le beatitudini sono destinate a tutti.

Il discorso della montagna rappresenta un potente assalto al legalismo farisaico. L'alto standard richiesto da Gesù per l'osservanza della legge è impossibile da conseguire con le sole forze umane e rende completamente dipendenti dalla grazia.

La formula "beati" ricorre nei Salmi e nella letteratura sapienziale, ed è frequente anche nel Nuovo Testamento, in particolare nell'Apocalisse.

Il termine "poveri (gr. ptochos) in spirito" è quello che nel Nuovo Testamento designa frequentemente chi è povero, ma anche emarginato e oppresso, così come nell'Antico Testamento esprimono questa condizione le parole ebraiche ebyiondal anawim. L'aggiunta "in spirito" (gr. to pneumati) indica l'umiltà di cuore di chi, qualunque sia il suo ceto sociale, riconosce la sua completa dipendenza da Dio e il suo costitutivo bisogno di lui. L'umiltà di spirito è la prima virtù elencata e rappresenta come le fondamenta per costruire l'edificio della santità: più sono profonde, più l'edificio sarà solido e potrà svilupparsi in altezza.

La consolazione è promessa a "coloro che sono nel lutto" (gr. penthountes), non perché piangono dei morti, ma perché vivono la loro condizione terrena di sofferenza nell'attesa e nella speranza di Dio che verrà a liberarli definitivamente dalle catene del mondo (cfr. Is 61,3).

I miti (gr. praeis) che erediteranno la terra (cfr. Sal 37,11), cioè il regno dei cieli, non sono i mansueti per temperamento, ma coloro che, poveri e umili di cuore, sono diventati docili alla volontà del Signore.

Avere "fame e sete di giustizia" significa porsi in sintonia con l'azione di salvezza di Dio, traducendo coerentemente nella propria vita ciò che essa comporta, vivendo pienamente la propria vocazione cristiana. La giustizia, ovvero il retto agire, proviene dalla stessa azione santificante della grazia.

Misericordioso (gr. eleemon) non è sempicemente chi ha compassione per gli altri, ma chi concretamente, nei rapporti, riproduce il modo di amare di Dio misericordioso. La misericordia è ciò che ci rende più simili a Dio.

Con l'espressione "puri di cuore" (gr. katharoi te kardia) Gesù si riferisce agli uomini giusti secondo Dio, sinceri, semplici e retti nell'agire. A loro è promesso di vedere Dio nel regno che deve venire.

Gli operatori di pace (gr. eirènopoioi) sono innanzitutto coloro che lavorano per dare all'umana convivenza la sua unità e pienezza di relazioni, riconciliando i cuori, appianando i conflitti, creando legami di comunione. La speciale unione in questo sforzo con il disegno di Dio, attuato da Gesù, li innalzerà al rango di figli. Questa virtù attesta anche che Gesù non ha mai inteso diffondere il suo regno con la spada e con il fuoco, mediante uno zelo intemperante.

Come i profeti perseguitati da Israele anche i discepoli di Gesù sono destinati a patire le persecuzioni (gr. dediògmanoi), prima da parte della sinagoga, poi dal potere imperiale romano, più in generale dal "mondo", per agire in conformità al vangelo.

Le ultime frasi di questo discorso di Gesù includono la presenza della croce nella vita del credente, ma invitano alla gioia anche quando le cose diventano difficili. La felicità è l'obiettivo ricercato da ogni essere umano; nelle beatitudini Gesù ci indica la strada per raggiungerla, ma possiamo percorrerla solo guidati e fortificati dal suo Spirito.

Preghiera

Guidaci, Signore, verso la pienezza della felicità; affinché camminando sulle vie delle tue leggi possa risplendere in noi l'opera della tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Abramo di al-Fayyūm, pastore della Chiesa alla mensa dei poveri

Il 10 giugno del 1914, all'età di ottantacinque anni, dopo trentatré anni di ministero episcopale e quasi settanta di vita monastica, si spegne Abramo, vescovo di al-Fayyūm.
Nativo della provincia copta di al-Minyā e battezzato con il nome di Giuseppe, egli era entrato diciottenne nel monastero della Vergine di al-Muḥarraq, nei pressi di Asyūṭ. Distintosi soprattutto per il suo straordinario impegno in favore dei poveri, che sarà il vero e proprio filo rosso evangelico di tutta la sua vita, Giuseppe divenne a trentasette anni abate del monastero. Da quel momento, moltissimi monaci si fecero suoi discepoli, e la comunità si sviluppò in modo rilevante. Ma con il numero dei discepoli crebbero anche le tensioni all'interno di al-Muḥarraq, e Giuseppe fu costretto ad abbandonare il monastero perché accusato di dissipare i beni della casa a favore dei poveri.
Assieme a quattro compagni, egli fu accolto nel monastero di al-Barāmūs, nel Wādī al-Naṭrūn. L'abate locale, divenuto patriarca, vista la grande qualità spirituale di Giuseppe e dei suoi compagni, li ordinò tutti e cinque vescovi. Giuseppe divenne così nel 1881 il vescovo Abramo di al-Fayyūm. Come pastore, si sentì chiamato innanzitutto a servire i poveri, senza discriminare tra cristiani e non cristiani. A tale servizio egli unì un cammino di spoliazione personale: non volle mai sedere in una mensa differente da quella dei piccoli e degli emarginati, e rifiutò tutti i segni di distinzione esteriori e mondani che pure spettano per tradizione in quasi tutte le chiese a chi è rivestito della dignità episcopale.
Alla sua morte, una folla immensa di cristiani e musulmani accorse a dargli l'ultimo saluto.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Abramo di al-Fayyūm (1829-1914)