Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 18 febbraio 2024

Il Beato Angelico. Dipingere la bellezza del vangelo

Nel 1455 si spegne, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva, fra' Giovanni di San Domenico, religioso domenicano passato alla storia come il Beato Angelico. Fra' Giovanni, che prima di entrare dai frati domenicani si chiamava Guido di Piero, era nato verso la fine del XIV secolo nei pressi di Firenze, in una famiglia poverissima. Entrato molto giovane nella Compagnia di San Niccolò, una confraternita fiorentina, il giovane Guido si era presto segnalato per le precoci e straordinarie doti di pittore. Stimato dai contemporanei per la dolcezza e la semplicità, Guido avvertì il bisogno di contribuire con tutta la sua vita al rinnovamento evangelico nella chiesa del suo tempo. Egli entrò così nel convento domenicano di Fiesole, appartenente all'ala riformatrice dell'Ordine, e prestò il suo servizio di predicatore discreto e silenzioso, di teologo e di poeta. Ma fu soprattutto grazie ai suoi dipinti che il Beato Angelico seppe realizzare l'armonia tra la nascente arte rinascimentale e la purezza di cuore di un vero cercatore di Dio. Frate domenicano, cercò di saldare i nuovi principi pittorici, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.
Come ebbe a dire Michelangelo, fu la sua opera a fargli «meritare il cielo, per poter contemplare tutta la bellezza da lui raffigurata sulla terra». Dal 1438 fra' Giovanni si stabilì nel convento fiorentino di San Marco, di cui sarà più tardi nominato priore, assieme a tre confratelli pittori. In esso l'Angelico e i suoi compagni ci hanno lasciato una delle espressioni più pure e sobrie dell'arte religiosa rinascimentale.
Chiamato a Roma dai primi papi umanisti, fra' Giovanni morì nel convento del Maestro generale dell'Ordine. Del suo sepolcro marmoreo, un onore eccezionale per un artista a quel tempo, è ancora oggi visibile la lastra tombale, vicino all'altare maggiore.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

L'ora della prova

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen

Letture

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

Commento

Gesù viene preparato al suo ministero con il battesimo al Giordano, dove riceve la testimonianza del Padre, e con le tentazioni nel deserto, dove viene sospinto dallo Spirito. È questa una tappa obbligata anche per noi; infatti quanto più grandi saranno le manifestazioni della grazia nel nostro cammino spirituale, tanto più forti saranno le prove che seguiranno per mantenerci nell'umiltà. Così ammonisce il libro del Siracide: "Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione" (Sir 2,1). 

Gesù ha accettato di essere tentato facendosi carico della nostra fragilità; ma se il tentatore aveva trionfato sul primo Adamo, è sconfitto da Cristo, il secondo Adamo, che ha liberato l'umanità schiava del peccato. Egli, infatti, "proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,18) e "non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato" (Eb 4,15). 

Vi è un parallelo tra i quaranta giorni di Gesù nel deserto e i quarant'anni di peregrinazioni di Israele prima di entrare nella terra promessa; con il soggiorno di quaranta giorni di Mosè sul Monte Sinai e del profeta Elia - restauratore della Legge - sul Monte Oreb. Gesù è colui che ripara le infedeltà alla prima alleanza, ma anche il legislatore del nuovo patto, esteso all'intera umanità. 

Le tentazioni sono presentate nel Vangelo di Matteo nella forma di una disputa rabbinica; sia il diavolo che Gesù citano passi delle Scritture, il primo in maniera ingannevole, mentre Gesù ne svela il senso autentico. Possiamo difenderci dalle insidie del Maligno con la parola di Dio, ma solo se viene letta con fede, alla presenza di Cristo.

Con la prima tentazione Satana cerca di mettere a repentaglio la relazione dell'uomo con Dio, insinuando che questi non è Padre o non è un Padre che desidera il bene dei suoi figli. Non esorta Gesù a pregare il Padre affinché trasformi le pietre in pane ma affinché le trasformi egli stesso. L'uomo è tentato in questo modo quando rompe la propria relazione con Dio e pensa di poter confidare unicamente in se stesso; ogni volta che cade in una sorta di "pensiero magico", pensando di poter modificare la realtà con l'ideologia, la scienza, la tecnica, gli idoli del suo tempo.

Con la seconda tentazione il diavolo pone Gesù in cima al Tempio di Gerusalemme, il luogo più santo della città santa e lo esorta a chiedere a Dio un prodigio che susciti ammirazione. Ma Gesù rifiuta, perché ha spogliato se stesso della propria potenza divina facendosi simile agli uomini, per insegnare la mansuetudine, l'umiltà, il servizio vicendevole.

Nella terza tentazione Satana offre a Gesù i regni di questo mondo, di cui egli è principe, ma un principe spodestato. Nel tempo che lo separa dal compimento della storia, l'uomo è tentato di disconoscere l'autorità di Dio, sottomettendosi al padre della menzogna. Ma il Maligno è stato vinto dall'incarnazione e dalla croce di Cristo, e il suo potere è limitato a ciò che la volontà di Dio gli concede di fare, fino al giorno in cui il Figlio tornerà sulla terra per prendere possesso del suo regno.

Luogo spaventoso per la sua desolazione, il deserto è luogo in cui ci si può avventurare solo se sospinti dallo Spirito, il quale ci chiama a questa esperienza per educarci alla lotta e metterci davanti alla nostra fragilità. Restando saldi nella fede che Cristo ha sconfitto il nemico e combatte con noi potremo trionfare sulla tentazione e gustare il pane del cielo amministrato dagli angeli.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 17 febbraio 2024

Fermati 1 minuto. La custodia del cuore

Lettura

Matteo 5,27-32

27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
29 Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
31 Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio; 32 ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Commento

Gesù porta alle estreme conseguenze la legge del Decalogo, riconducendola al suo spirito più profondo. Il cristiano non si accontenta di combattere l'atto esteriore dell'adulterio, ma anche il desiderio, che rappresenta già una scelta interiore di infedeltà. Le sue radicali raccomandazioni contro le passioni disordinate (v. 29) non costituiscono un invito all'automutilazione, poiché la lussuria nasce dal cuore, ma indicano la gravi conseguenze del peccato. 

La Geenna era la valle di Hinnom, situata sul lato meridionale del Monte Sion, in cui era stato praticato nell'antichità il culto pagano di Moloch (che prevedeva anche olocausti di bambini); divenne in seguito una discarica, in cui venivano bruciati i rifiuti. Il desiderio disordinato è un fuoco che consuma senza sosta e tiene l'uomo lontano dalla presenza di Dio.

Il vangelo insegna che la sessualità è un linguaggio di amore e la sottoscrizione di un'alleanza, non va dunque banalizzata trasformando gli altri in mero oggetto di piacere.

Radicale è l'atteggiamento di Gesù anche sulla questione del ripudio. Questo è giustificato dalla legge mosaica nel caso sia intervenuto qualcosa di sconveniente (Dt 24,1), ma deve avvenire mediante il rilascio di un attestato scritto per salvaguardare la donna dall'accusa di adulterio. Altrove Gesù afferma che Mosè ha permesso il ripudio per la durezza del cuore degli uomini, ma che "'in principio non fu così'" (Mt 19,1-9). L'atto di ripudio va dunque considerato una condizione a tutela della moglie, non come un precetto ma come una concessione. Gesù è venuto a restaurare la creazione nella purezza delle sue origini.

Il vangelo chiede ai coniugi una piena donazione reciproca. Viene posta l'eccezione nel caso di porneia, che può essere interpretato come "concubinato" (rapporti considerati illegittimi, perché tra parenti prossimi (cfr. Lv 18,6-18), ma anche come adulterio del coniuge. Il rigore di Gesù sulla questione del ripudio è riferito anche dal Vangelo di Marco (Mc 10,11-12) e dal Vangelo di Luca (Lc 16,18). Paolo ribadisce il divieto del ripudio, anche se appronfondisce la questione indicando la possibilità per la moglie di separarsi dal marito, a condizione di rimanere senza sposarsi una seconda volta (1 Cor 7,10-11).

Con le sue raccomandazioni Gesù ci invita a prenderci cura dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, perché le opere malvagie, così come quelle buone, vengono dal di dentro. La nostra mente e il nostro cuore plasmano l'uomo esteriore, ne orientano le azioni e determinano le loro conseguenze. Conserviamo integro il nostro spirito, nello stesso modo in cui ci prendiamo cura del nostro corpo. Esaminare la propria anima, non lasciarsi soggiogare dalle passioni, saper fare una selezione delle continue sollecitazioni che provengono dal mondo è la virtù dell'uomo sapiente e fedele a Dio.

Preghiera

Custodisci la porta del nostro cuore, Signore, affinché possiamo restare fedeli a te e a coloro che ci hai chiamato ad amare. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 16 febbraio 2024

Buddha e Gesù, fratelli spirituali


Il libro di Raffaella Arrobbio, Gotama il Buddha, Gesù il Cristo. Due voci, un’unica esperienza spirituale (Gabrielli editori, 2023), esplora le analogie tra le vite di Siddharta Gotama, il Buddha ("illuminato") e Gesù, il Cristo, identificando punti di contatto significativi che vanno oltre le differenze culturali e storiche. Una delle analogie principali riguarda le tentazioni affrontate da entrambi i maestri spirituali: Gesù nel deserto da Satana e Gotama sotto l'albero dell'Illuminazione da Māra. Entrambi i demoni vengono alla fine sconfitti, simboleggiando la vittoria sulla tendenza egoica e la rinuncia, che porta alla coscienza risvegliata o al Regno dei Cieli.

Altre analogie includono dettagli delle loro infanzie, come concepimenti miracolosi e riconoscimenti della loro eccezionalità da parte di saggi. Entrambi i maestri conducono una vita itinerante, insegnando senza limitazioni di regole o pregiudizi. Tuttavia, non vi sono prove storiche di contatti diretti tra le due figure, sebbene esistano evidenze di scambi culturali tra il buddhismo e la cultura ellenistica.

Secondo l'autrice, Buddha e Cristo sono "maestri archetipi", esempi di potenzialità umana e esperienze simili, anziché trasmettere dottrine organizzate. Entrambi condividono l'esperienza dell'Essere, la Realtà al di là del superficiale divenire, e la potenzialità di trasformazione radicale presente in ogni essere umano.

Il concetto di Nirvana nel Buddhismo e di Regno di Dio nel Cristianesimo indicano lo stesso stato di realizzazione dell'esistenza. Il percorso comune in entrambe le vie spirituali implica l'abbandono dell'io e del distacco da sé, che porta alla libertà dagli attaccamenti e alla compassione universale.

Le emozioni e i desideri non sono da estinguere, ma diventano fonte di sofferenza solo quando sono legati all'egoismo. Il fine ultimo delle due vie spirituali è la trasformazione della coscienza ordinaria in una consapevolezza illuminata, che porta alla creazione di un mondo migliore fondato sull'amore, la compassione e la non violenza.

L'autrice auspica una maggiore conoscenza reciproca tra il Buddhismo e il Cristianesimo, con un focus sull'educazione emotiva e sull'etica dell'amore e della compassione. Non propone la pratica di meditazione disconnessa da un contesto etico, ma enfatizza l'importanza di integrare la meditazione con la pratica di virtù come l'empatia e la tolleranza.

Laureata in Filosofia e Psicologia, Raffaella Arrobbio ha lavorato come psicoterapeuta, integrando la psicoterapia cognitiva con il Training Autogeno, la floriterapia di E. Bach e la visione della logoterapia di V. Frankl. Da molti anni è studiosa e praticante del Buddhadharma, sotto la guida personale di un maestro tibetano della scuola Kagyupa del buddhismo Vajrayana. Nel corso del tempo, ha approfondito il dialogo tra il Buddhismo e il Cristianesimo attraverso lo studio dei testi. L'intervista è stata curata da Giordano Cavallari.

- Rev. Dr. Luca Vona

Fermati 1 minuto. Non c'è digiuno senza condivisione

Lettura

Matteo 9,14-15

14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Commento

Alcuni discepoli di Giovanni insieme ai farisei sono protagonisti di una discussione sul digiuno con Gesù. Poco prima si erano rivolti ai suoi discepoli chiedendogli perché il loro maestro stava prendendo il pasto con pubblicani e peccatori. Adesso si rivolgono a Gesù stesso per riprenderli. Prima avevano cercato di mettere i discepoli contro il maestro, adesso il maestro contro i discepoli. Un modo di agire che non può certo venire dallo Spirito, e che tradisce piuttosto la tendenza a dividere e seminare discordia.

Gesù risponde facendo propria la stessa similitudine che aveva utilizzato Giovanni Battista, il quale si era definito "amico dello sposo" (Gv 3,29). Il digiuno è un segno di lutto e in quel momento di gioia in cui Gesù sta proclamando il regno dei cieli sarebbe inopportuno, proprio come sarebbe fuori luogo in occasione di un pranzo di nozze. Il digiuno è riferito al tempo in cui Gesù non sarà più con i discepoli, che è il tempo della chiesa. 

Gesù ha spiegato il modo in cui si deve digiunare nel suo discorso sul monte (Mt 6,16-18): privatamente, profumandosi la testa e lavandosi il volto, affinché solo il Padre che vede nel segreto possa dare la sua ricompensa. Tale pratica viene così interiorizzata e perde la connotazione legalistica che aveva assunto presso i farisei. Ma quali sono le nozze di cui parla Gesù definendosi "lo sposo"? Sono quelle tra il Salvatore e i peccatori. Matteo, il pubblicano convertito, lo ha compreso in prima persona, organizzando un banchetto per Gesù. 

Il profeta Isaia ci dice qual è il digiuno che Dio valuta di più: "Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato?" (Is 58,7). Cristo è colui che sazia la nostra fame di Dio, il nostro più profondo desiderio di amore, che il mondo con i suoi "cibi" non può soddisfare. Se digiuniamo in certi momenti non è per guadagnare meriti e rispettare dei precetti in maniera farisaica, ma per condividere con Dio e con il prossimo i nostri beni, il nostro affetto, il nostro tempo. 

Dicendo qualche "no" a noi stessi, come l'apostolo Paolo, trattiamo un po' duramente il nostro corpo e il nostro spirito, esercitandoci non come chi corre senza mèta (1Cor 9,24-27), ma ben sapendo che lo scopo di ogni pratica ascetica è di fare spazio a Dio e ai fratelli nel nostro cuore.

Preghiera

La nostra anima ha fame e sete di te Signore. Guarda la nostra povertà e vieni a visitarci con la tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 15 febbraio 2024

Fermati 1 minuto. Rinunciare a sé per trovare Dio

Lettura

Luca 9,22-25

22 «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».
23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. 25 Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?

Commento

In quel "deve" (v. 22) con cui Gesù si riferisce alla sua passione è racchiuso il piano di salvezza di Dio per l'umanità che si attuerà con la sua morte e risurrezione. Gesù si rivolge "a tutti" (v. 23), con un invito universale a seguirlo, rinnegando se stessi, per trovare la propria vita in Dio. 

Il paradosso evangelico è proprio questo: nella misura in cui ci doniamo, la nostra esistenza si arricchisce di senso. Ogni giorno (v. 23) in cui moriamo a noi stessi per fare spazio allo Spirito che ci rinnova e ci rende strumenti della grazia è un giorno trascorso bene. 

Se non tutti siamo chiamati a testimoniare Cristo fino al martirio certamente nessuno può essere suo discepolo senza obbedire ai suoi comandamenti, mettersi al servizio del prossimo e testimoniare il suo nome al momento opportuno e inopportuno (2 Tim 4,2). Solo così potremo dire con Gesù "Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi" (Gv 10,17). 

Il mondo va in direzione completamente opposta: ci spinge a un desiderio bulimico di appropriazione e prevericazione che non sazia mai i nostri bisogni più profondi. Ma Gesù non ci mette in croce contro la nostra volontà, fa appello alla nostra libertà: "Se qualcuno vuol venire dietro a me..." (v. 23) 

La meta finale è la risurrezione; la croce diventa allora da strumento di supplizio via di accesso a un'umanità trasfigurata, che ha riconquistato l'immagine e somiglianza con Dio.

Preghiera

Donaci, Signore, il coraggio di metterci generosamente al servizio tuo e del nostro prossimo; affinché rinunciando a noi stessi possiamo trovare te, che sei l'autore di ogni bene. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona