Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 19 agosto 2022

Guerrico d'Igny e la generazione del Verbo nell'anima

Il 19 agosto 1157 muore nella propria abbazia Guerrico, abate di Igny.
Nato tra il 1070 e il 1080 a Tournai, in Belgio, Guerrico fu canonico e maestro di teologia in quella stessa città. Amante della solitudine e della preghiera, quando aveva ormai più di quarant'anni egli andò a trovare Bernardo e decise di diventare monaco a Clairvaux. Nel 1138 fu nominato abate di Igny, incarico che assolse con amore paterno e con grande dolcezza fino alla fine dei suoi giorni.
Nelle sue predicazioni, che altro non sono se non una continua ruminazione e un approfondimento dei testi biblici e liturgici meditati nella preghiera comunitaria, Guerrico invita quanti lo ascoltano a lasciare che il Verbo si formi nelle loro anime come nel seno della madre del Signore, attraverso l'assiduità con le Scritture e un'ascesi orientata alla carità.
La sua vita fu più che mai attesa del ritorno del Signore, testimonianza che ricorda ai monaci e alla chiesa tutta il primato della ricerca del regno di Dio e della sua giustizia.

Tracce di lettura

Presta, come dice la Scrittura, un attento ascolto: infatti la fede viene dall'ascolto e l'ascolto è quello della parola di Dio. Contempla l'ineffabile generosità di Dio e insieme la potenza di questo mistero che non si lascia penetrare: colui che ti ha creato, è creato in te e, come se fosse poca cosa che tu lo abbia per Padre, vuole anche che tu gli divenga madre. «Chiunque - dice - fa la volontà del Padre mio, questi è per me fratello, sorella e madre». O anima fedele, allarga il tuo seno, dilata gli affetti, non angustiarti nel tuo cuore, concepisci colui che la creatura non può contenere! Apri alla Parola di Dio il tuo orecchio per ascoltare. Questo è il mezzo per cui lo Spirito fa concepire fin nel profondo del cuore.
(Guerrico d'Igny, Sermone II sull'Annunciazione 4)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

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Guerrico d'Igny (1070/1080-1157)

1 Minute Gospel. The greatest commandment

Reading

Matthew 22:34-40

34 Hearing that Jesus had silenced the Sadducees, the Pharisees got together. 35 One of them, an expert in the law, tested him with this question: 36 “Teacher, which is the greatest commandment in the Law?”
37 Jesus replied: “‘Love the Lord your God with all your heart and with all your soul and with all your mind.’ 38 This is the first and greatest commandment. 39 And the second is like it: ‘Love your neighbor as yourself.’ 40 All the Law and the Prophets hang on these two commandments.”

Comment

After having put Jesus to a test with the dangerous question of whether it was lawful to pay the tribute to Caesar, the Pharisees "return to the attack" by asking him a question that this time does not risk attracting the hostility of the Roman political authorities, but of the different Pharisaic currents, in dispute among themselves over the interpretation of the Scriptures.

Jesus is therefore asked which is the greatest of the precepts of the law. The commandments recognized by the Jewish masters are in all 613, of which 365 are negative (prohibitions) and 248 are positive. It would have been easy, therefore, to offer an answer capable of provoking a dispute and antagonizing those who recognized him as a teacher of the law.

Jesus in his answer goes further and indicates not only what he believes to be the first and greatest commandment, but also the second, similar - the Greek text omoía means "of the same substance" - to this, which is "Love your neighbor as yourself "(v. 39). In these two commandments, Jesus summarizes the two tablets of the Law: the first, with the duties towards God, and the second, with the duties towards the neighbor.

At the same time, he indicates that precepts, abstentions, and ritual actions, only make sense if they are aroused by love. "Love is the fulfillment of the law", the apostle Paul will affirm, faithfully to the Gospel, in his letter to the Romans (Rom 13:10). While John in his first letter clearly highlights the connection between the two commandments: "Whoever claims to love God yet hates a brother or sister is a liar. For whoever does not love their brother and sister, whom they have seen, cannot love God, whom they have not seen" (1 Jn 4:20). The exercise of charity towards man made in the image of God and redeemed by the blood of his Son is the parameter for understanding how great our love for God is.

And yet, despite their complementarity, the two commandments show an important difference: while God is to be loved "with all your heart, with all your soul and with all your mind" (v. 37), your neighbor is to be loved "as yourself "(v. 39). Charity put into practice by the Christian is different from simple social activism, it does not arise from a utopia determined by a purely horizontal vision.

The cross describes the double dimension of the "greatest commandment" (v. 36), declined in the singular but divided into two rules of life. The vertical axis, projected upwards - towards God - allows the horizontal one to embrace a wider panorama, extending the arms of charity towards every man.

Prayer

O God, we know to you an immeasurable debt of love; and since you loved man so much that you gave him your only Son, we commit ourselves to love our brothers and sisters for the glory of your name. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona



Fermati 1 minuto. Il grande comandamento

Lettura

Matteo 22,34-40

34 I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; 35 e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: 36 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Commento

Dopo avere messo alla prova Gesù con la pericolosa domanda se fosse lecito pagare il tributo a Cesare i farisei "tornano all'attacco" ponendogli una questione che non rischia questa volta di attirargli l'ostilità delle autorità politiche romane, ma delle diverse correnti farisaiche, in disputa tra loro per l'interpretazione delle Scritture. 

Viene dunque chiesto a Gesù qual è il più grande dei precetti della legge. I comandamenti riconosciuti dai maestri ebrei sono in tutto 613, di cui 365 negativi (proibizioni) e 248 positivi. Sarebbe stato facile, dunque, offrire una risposta capace di suscitare una disputa e inimicarsi coloro che lo riconoscevano come  maestro della legge. 

Gesù si spinge oltre e indica non solo quello che ritiene essere il primo comandamento e il più grande, ma anche il secondo, simile - nel testo greco omoía, della stessa sostanza - a questo, che è "Ama il tuo prossimo come te stesso" (v. 39). In questi due comandamenti Gesù riassume le due tavole della Legge: la prima, con i doveri verso Dio, e la seconda, con i doveri verso il prossimo. 

Allo stesso tempo indica che precetti, astensioni e azioni rituali hanno senso solo se suscitati dall'amore. "L'amore è l'adempimento della legge", affermerà, fedelmente al vangelo, l'apostolo Paolo nella sua lettera ai romani (Rm 13,10). Mentre Giovanni nella sua prima lettera evidenzia chiaramente il nesso tra i due comandamenti: "Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto" (1 Gv 4,20). L'esercizio della carità, verso l'uomo fatto a immagine di Dio e riscattato dal sangue del suo Figlio, è il parametro  per comprendere quanto è grande il nostro amore verso Dio.

E tuttavia, pur nella loro complementarietà i due comandamenti mostrano un'importante differenza: mentre Dio va amato "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (v. 37), il prossimo va amato "come te stesso" (v. 39). La carità messa in pratica dal cristiano è diversa dal semplice attivismo sociale, non nasce da un'utopia determinata da una visione puramente orizzontale.

La croce descrive la dimesione duplice del "più grande comandamento" (v. 36), declinato al singolare ma articolato in due regole di vita. L'asse verticale, proiettato verso l'alto - verso Dio - consente a quello orizzontale di abbracciare un panorama più ampio, estendendo le braccia della carità verso ogni uomo.

Preghiera

O Dio, noi riconosciamo verso di te un debito di amore senza misura; e poiché hai tanto amato l'uomo da donargli il tuo Figlio unigenito ci impegnamo ad amare i nostri fratelli e le nostre sorelle a gloria del tuo nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 18 agosto 2022

Tornano le beghine?

È curioso che, a fine luglio, un giornale come Le Monde dedichi sei articoli alle beghine, una figura ecclesiale scomparsa da tempo. Eppure l’ultimo articolo (31 luglio) è un reportage da un nuovo beghinaggio a Saint-Martin-du-Lac (Saôn-et-Loire, Francia).

Sette persone (due religiose, quattro laici, compresa una coppia) hanno riconosciuto che la loro forma di vita comunitaria si potesse richiamare alla tradizione beghina: in parte soli/e, in parte di vita comune, senza vincoli istituzionali canonicamente precisi, ma con una forte dimensione spirituale.

Si ritrovano ogni giorno per la preghiera e la meditazione, cura dei rispettivi alloggi e del proprio lavoro, partecipazione al pasto comunitario in alcuni giorni della settimana: una terza via tra matrimonio e vita consacrata, con una spiritualità coltivata, senza legami particolari con il vescovo (ma non contro).

Una trentina di amici di varie provenienze e appartenenza (buddisti compresi) sono coinvolti in alcuni momenti di preghiera e di formazione.

Il ritorno dei beghinaggi va di pari passo con altre identità religiose considerate scomparse e oggi di nuovo presenti come gli eremiti, l’ordine delle vergini, l’ordine delle vedove.

L’interesse della cultura laica risponde alla curiosità di sottolineare il debole legame con l’istituzione – mentre molti e necessari interventi correttivi sono in atto verso le nuove fondazioni ecclesiali –, una spiritualità permeabile rispetto alle confuse domande interiori del presente e l’attenzione al vissuto e al pensiero critico di contro alla cultura oggi egemone. I deboli spezzoni contemporanei rimandano a una ricca storia di centinaia di anni.

Amsterdam, Begijnhof.

Un milione in Europa nel XIII secolo

Il fenomeno delle beghine (e dei begardi) rimonta al XII-XIII secolo. «Di loro sappiamo che si muovevano a “stormi”, veri e propri villaggi incuneati nel tessuto urbano, sfamavano i poveri, curavano i malati, raccoglievano i bambini abbandonati, assistevano i moribondi, davano sepoltura ai condannati a morte. Guadagnavano di che vivere con il proprio lavoro e gestivano i propri soldi in piena autonomia, ma ne facevano uso minimo, limitato a ciò che era strettamente indispensabile. Soprattutto improntavano le loro esistenze alla preghiera continua, a una devozione profonda, a un amore per Dio che era pieno e libero» (R. Salvarani).

«Senza voti solenni, le beghine conservano il loro patrimonio e possono abbandonarlo in ogni momento. Scelgono liberamente di vivere in comunità, di lavorare insegnando, prendendosi cura di altri, esercitando il lavoro di tessitura o di ricamo, con la promessa di castità e di preghiera. Provenienti da ambienti molto diversi, in parte sono ricche di eredità familiare, in parte hanno origini modeste» (Le Monde, 26 luglio).

In un contesto sociale di relativo benessere, pongono il tema del distacco dai soldi e di un cammino di fede e di esperienza mistica. In parallelo a fondazioni come quella cistercense, francescana e domenicana e a fenomeni sociali come i manichei, i catari, gli osservanti, gli albigesi, i pizzoccheri, i flagellanti ecc.

Nati negli ultimi decenni del XII secolo nel contesto fiammingo (Liegi, Bruges) e olandese, i beghinaggi si estendono rapidamente nel Nord Europa. Dopo un secolo, a Strasburgo se ne contano 85 in città, a Bruxelles il grande beghinaggio raccoglie 1.200 beghine, a Parigi le beghine sono 400. In Europa sono stimate circa un milione. Dopo un avvio non privo di sospetti e tensioni.

Approvate nel 1233 da Gregorio IX, il sinodo di Vienna (Clemente V) le condanna come eretiche (1312). Sei anni dopo Giovanni XXIII le reintegra.

Tre le stagioni più creative: quella delle origini, la controriforma cattolica e il periodo successivo alla rivoluzione francese. Ancora negli anni ’60 del ’900 erano attive nelle Fiandre. Nel 2013 è morta quella che era considerata l’ultima beghina, Marcella Pattijin.

«Fine dell’avventura beghinaria? Non è detto. Da qualche anno, luoghi di vita comunitaria, sorta di cenacoli spirituali, si riaprono qua e là in Europa. Beghinaggi dei tempi nuovi, essi riprendono in parte le intuizioni delle fondatrici del Medio Evo, decisamente troppo moderne per la loro epoca» (Le Monde, 25 luglio).

Mistiche e sospette

Piccole città nelle città, i beghinaggi prevedono case singole o comunitarie, con l’abitazione della «gran dama» (sorta di superiora) attorno a territori destinati alla coltivazione degli ortaggi e al lavoro della tessitura (rogge d’acqua), con al centro una chiesa, molto semplice e austera. L’insieme è di proprietà dell’amministrazione cittadina, mentre il vescovo ha il controllo degli indirizzi spirituali. Un’eco del modello è riscontrabile nella progettualità urbana contemporanea delle città-giardino.

Alcuni nomi di queste donne si elevano a veri e propri riferimenti nella storia della Chiesa e della mistica cristiana: da Hadewijch di Anversa a Mectilde di Magdeburgo, da Maria d’Oignies a Cristina l’ammirabile, da Dolcelina a Ludgarda di Treves, da Ida di Nivelles ad Aleydis di Cambrai, fino a Margherita Porete. Quest’ultima, bruciata come eretica a Parigi nel 1310, ci ha lasciato un testo di riferimento, Lo specchio delle anime semplici.

Beghina atipica, forse itinerante o mendicante, condensa nei 140 capitoli del libro un’acuta riflessione spirituale che è agli antipodi della teologia accademica del tempo. Nel suo linguaggio si fondono prosa, poesia, didattica ed elementi della letteratura contemporanea.

Nell’insieme delle opere delle beghine, il loro apporto più caratteristico è di aver tentato la fusione fra mistica dell’amore e mistica dell’essere. L’annullamento dell’io apre all’accoglienza di Dio, alla divinizzazione dell’uomo. Le credenti e i credenti non hanno bisogno di una «stato di vita» (clericale o religioso) per attingere alla divinizzazione. L’esperienza spirituale ed erotica del Cantino dei Cantici accompagna le loro riflessioni ed esperienze mistiche. Non si tratta di una semplice imitazione di Cristo, ma di una piena identificazione con l’umanità fisica e concreta del Dio incarnato.

Due grandi teologi dell’epoca, Meister Eckhart e Ruysbroeck, hanno alimentato le loro straordinarie riflessioni attingendo all’humus beghinale. I due hanno ciascuno connotato i due grandi cammini verso Dio attingendo alle opere delle beghine e al loro vissuto: «Da una parte, la “mistica nuziale” che si sviluppa in Occidente nel XII secolo sotto l’influenza cistercense, si appoggia sulla lettura che san Bernardo fa del Cantico dei Cantici… Essa mette l’accento su un accesso a Dio per la via degli affetti. L’altra, la “mistica dell’essenza”, elaborata nello stesso periodo, riconosce le proprie sorgenti in sant’Agostino e nei Padri greci. Questa mistica dell’essere, che cerca di attingere a una conoscenza intuitiva di Dio per una via più speculativa e intellettuale, corrisponde a quella che Meister Eckhart avrebbe attinto dalle grandi beghine» (Le Monde, 29 luglio).

Romana Guarnieri

Ma c’è stata in casa italiana una straordinaria beghina, Romana Guarnieri (1913-2003). Figlia di padre italiano e di madre olandese, grazie all’incontro con un prete di altissima cultura come Giuseppe De Luca, avvia le Edizioni di storia e letteratura, scopre nella biblioteca vaticana il testo della Porete e ne cura la traduzione e la diffusione, alimenta, in forma discreta, il dibattito teologico e spirituale più avvertito. Emette il voto di castità e fa della ricerca intellettuale lo strumento di santificazione personale. «Essere beghina, per me, significa continuare la scelta delle figure femminili che ho studiato. Essere nel mondo senza essere del mondo. Essere di tutti e di nessuno. O meglio, di Uno solo: ma lui è la libertà assoluta».

Lorenzo Prezzi, Settimana News, 14 agosto 2022

1 Minute Gospel. The right clothes for the wedding

Reading

Matthew 22:1-11

22 Jesus spoke to them again in parables, saying: 2 “The kingdom of heaven is like a king who prepared a wedding banquet for his son. 3 He sent his servants to those who had been invited to the banquet to tell them to come, but they refused to come.
4 “Then he sent some more servants and said, ‘Tell those who have been invited that I have prepared my dinner: My oxen and fattened cattle have been butchered, and everything is ready. Come to the wedding banquet.’
5 “But they paid no attention and went off—one to his field, another to his business. 6 The rest seized his servants, mistreated them and killed them. 7 The king was enraged. He sent his army and destroyed those murderers and burned their city.
8 “Then he said to his servants, ‘The wedding banquet is ready, but those I invited did not deserve to come. 9 So go to the street corners and invite to the banquet anyone you find.’ 10 So the servants went out into the streets and gathered all the people they could find, the bad as well as the good, and the wedding hall was filled with guests.
11 “But when the king came in to see the guests, he noticed a man there who was not wearing wedding clothes. 12 He asked, ‘How did you get in here without wedding clothes, friend?’ The man was speechless.
13 “Then the king told the attendants, ‘Tie him hand and foot, and throw him outside, into the darkness, where there will be weeping and gnashing of teeth.’
14 “For many are invited, but few are chosen.”

Comment

At the beginning of his mission, Jesus sends his disciples recommending that they turn "to the lost sheep of Israel" (Mt 10:6); he expresses the same intention openly to the Canaanite woman who asks for the healing of her daughter tormented by a devil: “I was sent only to the lost sheep of Israel” (Mt 15:24). But we are now in the last days of his earthly existence and in this parable, which precedes the prophetic sermons about the end of time, Jesus definitively takes note of the refusal that the house of Israel has reserved for him. He now fully expresses his own messianic and royal nature.

In this parable, not to be confused with the "great banquet" present in the Gospel of Luke (Lk 14:15-24), it is not an ordinary man who organizes the banquet but a king who prepares the wedding of his son. Here, moreover, the guests do not just refuse the invitation by giving an apology, but some show carelessness while others insult and kill the master's servants. There is a clear reference to the rejection of the gospel by the Jews, who will come to crucify Christ and, subsequently, persecute his disciples.

The destruction of the city by the guests seems a clear allusion to the siege and destruction of Jerusalem by the Romans in 70 AD. and it is significant that, in the parable, it happens before the extension of the invitation to "anyone you find", "bad and good" (vv. 9-10): salvation has now extended beyond the borders of the people of Israel, including the multitude of peoples. The king's entrance, to see the diners, reflects a court custom: the king always entered the dining room last, when the diners had already taken their seats. The allusion is clearly to the judgment at the end of time.

The king sees among the many diners a man without a wedding garment, a symbol of faith, an indispensable requirement to participate in the celestial banquet. Man is thrown into darkness where there is weeping and gnashing of teeth, representing God's judgment at the end of time. The final sentence attests to the call of the "many" or the grace bestowed on the multitudes, but the election that belongs only to those who accepted it.

It is clear that we cannot identify with the indifferent and in those who persecute the king's servants only the Jews who rejected Jesus. Even today among the people and even among the Christians themselves there are many who do not care about the proclamation of the gospel or who they show only external faith.

Let's welcome with joy the invitation to the wedding of Christ with his Church, but let us not be proud to be simply among his guests; each put on the Lord Jesus (Rom 13:14), "examine themselves before eat of the bread and drink from the cup" (1 Cor 11:28).

Prayer

We thank you, o Father, for the invitation to your son's wedding with his Church. Putting on the garment that you yourself have given us, we want to praise your glory forever. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona



Fermati 1 minuto. La veste giusta per le nozze

Lettura

Matteo 22,1-14

1 Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Commento

All'inizio della sua missione, Gesù, manda i suoi discepoli raccomandanosi di rivolgersi "alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 10,6); la stessa intenzione egli esprime apertamente di fronte alla donna cananea che chiede la guarigione della figlia tormentata da un demonio: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele» (Mt 15,24). Ma siamo ora agli ultimi giorni della sua esistenza terrena e in questa parabola, che precede i sermoni profetici sulla fine dei tempi, Gesù prende definitivamente atto del rifiuto che proprio la casa d'Israele gli ha riservato. Egli esprime  in maniera ormai del tutto aperta la propria natura messianica e regale. 

In questa parabola, da non confondere con quella "del gran convito" presente nel Vangelo di Luca (Lc 14,15-24) non è un uomo comune a organizzare il banchetto ma un re che prepara le nozze del suo figlio. Qui, inoltre, gli invitati, non si limitano a rifiutare l'invito adducendo delle scuse, ma alcuni mostrano noncuranza mentre altri oltraggiano e uccidono i servi del padrone. Vi è un chiaro riferimento al rifiuto del vangelo da parte dei giudei, che giungeranno a crocifiggere il Cristo e, successivamente, a perseguitare i suoi discepoli. 

La distruzione della città degli invitati sembra una chiara allusione all'assedio e distruzione di Gerusalemme da parte dei romani nel 70 d.C. ed è significativo che, nella parabola avvenga prima dell'estensione dell'invito a «chiunque troverete», «cattivi e buoni» (v. 9-10): la salvezza è ormai estesa al di fuori dei confini del popolo di Israele, comprendendo la moltitudine delle genti. L'ingresso del re, per vedere i commensali, rispecchia una consuetudine di corte: il re entrava nella sala da pranzo sempre per ultimo, quando i commensali avevano già preso posto. L'allusione è chiaramente al giudizio alla fine dei tempi.

Il re scorge tra i tanti commensali un uomo privo della veste nuziale, simbolo della fede, requisito indispensabile per partecipare al banchetto celeste. L'uomo è gettato nelle tenebre dove vi è pianto e stridore di denti, a rappresentare il giudizio di Dio alla fine dei tempi. La frase finale attesta la chiamata dei "molti" ovvero la grazia elargita alle moltitudini, ma l'elezione che spetta soltanto a coloro che l'hanno accolta.

È chiaro che non possiamo identificare negli indifferenti e in coloro che perseguitano i servitori del re soltanto i giudei che rifiutarono Gesù. Ancora oggi tra le genti e persino tra gli stessi cristiani vi sono tanti che non si curano dell'annuncio dell'evangelo o che mostrano una fede solo esteriore. 

Accogliamo con gioia l'invito alle nozze di Cristo con la sua Chiesa, ma non gloriamoci di essere semplicemente tra i suoi commensali; ciascuno si rivesta del Signore Gesù (Rm 13,14), "esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice" (1 Cor 11,28).

Preghiera

Ti ringraziamo, o Padre, per l'invito alle nozze del tuo figlio con la sua Chiesa. Rivestiti della veste che tu stesso ci hai donato, vogliamo lodare in eterno la tua gloria. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona