Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 12 aprile 2024

Pietro Valdo, precursore della Riforma

La Chiesa luterana ricorda oggi Pietro Valdo, riformatore. I dati sulla vita di Pietro Valdo sono scarsi o leggendari, ma tuttavia sufficienti a delineare la fisionomia delle chiese originate da Valdo e dai suoi primi compagni, che furono tra i più convinti testimoni del radicalismo evangelico nel medioevo occidentale. Valdo era nato attorno al 1140, aveva una fiorente attività mercantile a Lione e una famiglia numerosa. 
Tutto mutò per lui, secondo gli agiografi, quando fece suo l'appello evangelico a vendere ogni cosa per darla ai poveri e seguire unicamente il Signore. Lasciato ogni bene, compresa la famiglia, Valdo diventò un predicatore povero e itinerante dell'Evangelo. Il suo richiamo alla povertà e alla vita delle prime comunità cristiane gli attirò numerosi compagni, i «poveri di Lione» o «poveri di Cristo», e gli valse il soprannome di Pietro, a memoria del primo tra gli apostoli. Osteggiati da diversi vescovi, i valdesi, a differenza dei coevi francescani, si rifiutarono di dipendere nella predicazione da un preciso dell'autorità ecclesiastica. Valdo era infatti convinto che fosse la Parola a giudicare la chiesa e a costituire tutti i cristiani suoi ministri, e non viceversa. Per questo loro rifiuto, i valdesi furono condannati dal Sinodo di Verona del 1184. Ormai considerati scomunicati, essi subirono una lunga serie di persecuzioni da parte degli altri cristiani, che li condurrà nel XVI secolo ad aderire alla Riforma protestante, entrando in comunione con le chiese riformate di Svizzera e di Francia.
Pietro Valdo morì probabilmente in Boemia, dove era sorta nel frattempo una nutrita comunità di «poveri di Cristo», nel 1217. Attualmente le comunità valdesi, sono presenti soprattutto in Italia e annoverano diverse decine di migliaia di membri.

Tracce di lettura

Poiché la fede, secondo l'apostolo Giacomo, «senza le opere è morta», abbiamo rinunciato al mondo, e ciò che avevamo, come consiglia il Signore, lo abbiamo dato ai poveri per diventare poveri noi stessi, per non preoccuparci del domani. Non accetteremo né oro né argento né altro, salvo il vitto e il vestire quotidiano. Ci siamo impegnati a osservare sia i consigli sia i precetti contenuti nell'Evangelo. (Pietro Valdo, dalla Professione di fede)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Pietro Valdo (1140 – 1206)

Fermati 1 minuto. La primavera del nuovo popolo di Dio

Lettura

Giovanni 6,1-15

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Commento

Il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila uomini è l'unico riportato da tutti e quattro i Vangeli e precede nel Vangelo di Giovanni il discorso di Gesù sul pane di vita.

Il pane moltiplicato miracolosamente ricorda il miracolo della manna nel deserto (oggetto di riflessione durante la Pasqua ebraica) e, oltrepassandolo, indica, allo stesso tempo che il vero cibo dell’uomo è il Logos, la Parola eterna, il senso ultimo dal quale veniamo "sfamati".

La folla segue Gesù per i suoi segni miracolosi (v. 2); nonostante sia mossa da curiosità, egli ne ha compassione e si preoccupa di procurare il cibo necessario. Gesù non respinge una fede ancora debole e immatura, ma la educa e la nutre affinché possa crescere e rafforzarsi.

Il monte in cui avviene questa moltiplicazione dei pani è associato nei Vangeli ad altri importanti eventi: il "discorso della montagna" e la proclamazione delle beatitudini (Mt 5-7); la chiamata dei Dodici (Mc 3,13); l'apparizione di Gesù risorto e il mandato alla missione universale (Mt 28,16).

Filippo era di Betsaida, cittadina di quella regione, e forse per questo Gesù chiede a lui dove poter comprare del cibo per la folla. La domanda che Gesù rivolge a Filippo è una messa alla prova della sua fede. Il discepolo confessa la scarsità delle risorse a disposizione, di fronte a quelle che sarebbero necessarie per sfamare la folla. Un denaro (una moneta d'argento) era normalmente la paga giornaliera di un lavoratore. Duecento denari corrispondevano a circa otto mesi di salario.

Nel brano evangelico viene indicato il numero degli uomini - cinquemila - ma aggiungendo le donne e i bambini, la folla doveva essere composta di circa ventimila persone. Una distesa enorme che, seduta su quel prato verdeggiante, preannunciava la primavera del nuovo popolo di Dio.

Gesù potrebbe produrre i pani e i pesci necessari dal nulla, ma sceglie di moltiplicare i cinque pani e i due pesci che possiede un ragazzino (gr. paidarion). La grazia di Dio non disprezza la nostra povertà ma la trasforma in ricchezza sovrabbondante. Di qui le dodici ceste di pani avanzati dopo che tutta la folla fu saziata.

Nell'esercizio della carità - che non è solo l'elemosina, ma il sapersi donare al prossimo - Gesù ci chiede dunque fiducia e anche un po' l'ingenuità di quel ragazzino, che mise a disposizione la sua merenda per sfamare tutte quelle persone.

Il verbo eucharisteo (esser grato, ringraziare) è lo stesso usato dai Vangeli sinottici nell'ultima cena (che Giovanni non includerà nel suo Vangelo). La gratitudine verso il Padre moltiplica a dismisura gli stessi beni che ci ha donato, in modo da farci ricevere "grazia su grazia" (Gv 1,16).

Di fronte al prodigio compiuto da Gesù la folla non ha dubbi nel riconoscerlo come "il profeta che doveva venire nel mondo" (v. 14), ma non comprende che egli è venuto per dispensare se stesso per la nostra fame.

La folla desidera un Messia politico che liberi il popolo di Israele dall'oppressione romana. Rappresenta così il tipo di coloro che cercano un Cristo che non domandi nulla, ma possa soddisfare le proprie egoistiche richieste. Gesù si sottrae a chi vuole "farlo re" con queste intenzioni. Il suo ritirarsi sulla montagna, "tutto solo" (v. 15) esige che lo raggiungiamo su quelle altezze interiori con un disinteressato atto di fede e di amore.

Preghiera

La nostra anima ha fame, Signore, finché non si sazia di te. Nutrici con la tua parola di vita e soccorrici con la tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 11 aprile 2024

Calinic di Cernica, padre dell'ortodossia rumena

Nel 1868 si spegne nel monastero di cui era stato a lungo igumeno Calinic di Cernica, vescovo di Rimnicul Valcea in Romania. Costantino Antonescu, questo il suo nome di battesimo, era nato a Bucarest nel 1787, e aveva ricevuto una notevole formazione accademica e spirituale nei migliori collegi della città. Destinato a una brillante carriera, Costantino all'età di vent'anni decise invece di ritirarsi nel monastero di Cernica, cui spesso aveva fatto visita fin da bambino.
Assunto il nome monastico di Calinic, egli si mostrò ben presto un uomo umile, amante della preghiera e dotato di una spiritualità integrale. Per questo fu incaricato di importanti missioni per la comunità, ebbe modo di conoscere i grandi monasteri moldavi dell'epoca, e fu nominato a soli 26 anni confessore e padre spirituale del proprio monastero, di cui divenne igumeno attorno ai trent'anni. Nei trentuno anni del suo igumenato il monastero di Cernica conobbe un tempo di straordinaria vitalità, nel quale Calinic guidò la sua comunità seguendo soprattutto gli insegnamenti di Basilio il Grande, che era il padre a lui più caro. Divenuto vescovo di Rimnicul Valcea nel 1850, Calinic si adoperò per risollevare una situazione ecclesiale decadente, riuscendo in pochi anni in un'impresa che pareva disperata. Rientrato a Cernica perché ormai si sentiva molto debole, egli visse nell'attesa dell'incontro definitivo con quel Signore che aveva costituito il centro di tutta la sua vita. Calinic è il santo più amato della Chiesa ortodossa romena.

Tracce di lettura

Non ho accumulato né oro né argento. Non ho voluto avere alcunché di superfluo: né abiti, né una qualsivoglia proprietà.
Non lascio nulla, né per la mia sepoltura, né per essere ricordato: così si vedrà che è in Dio che ho creduto.
Credo infatti che il non lasciare nulla da distribuire alla mia morte, piacerà a Dio più che se dopo che me ne fossi andato si distribuisse grazie a me elemosina su elemosina.
(Calinic di Cernica, Testamento spirituale)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Calinic di Cernica (1787-1868)

Fermati 1 minuto. La grazia è l'inizio della gloria

Lettura

Giovanni 3,31-36

31 Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32 Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; 33 chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. 34 Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. 35 Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36 Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui».

Commento

Non si sa a chi riferire le parole di questo brano evangelico: se a Giovanni Battista, a Gesù o al suo stesso autore. Il loro significato è un profondo richiamo a orientare correttamente la nostra vita.

Gesù aveva parlato a Nicodemo della necessità di "rinascere dall'alto" (Gv 3,3); questa rinascita può realizzarsi proprio mediante l'incontro con colui che "viene dall'alto" (v. 31), il quale "è al di sopra di tutti" e la cui natura è diversa da chi "viene dalla terra". Il termine per riferirsi alla terra non è qui kosmos, "il mondo", che ha un'accezione fortemente negativa nel Vangelo di Giovanni, ma ges e indica la differenza sostanziale tra Gesù, unigenito del Padre, e i profeti che lo hanno preceduto, uomini terreni, sebbene ispirati.

Mentre i profeti dell'Antico Testamento hanno ricevuto lo Spirito secondo l'importanza dei compiti loro assegnati "colui che Dio ha mandato", Cristo, "dà lo Spirito senza misura" (v. 34). Le sue parole sono parole di vita eterna (Gv 6,68) e colui che si abbevera ad esse non avrà più sete, anzi quell'acqua diventerà in lui una sorgente che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14).

Chi crede in Cristo certifica, "pone il sigillo" (gr. sphragizo), sulla sua testimonianza e permette ad altri di avvicinarsi alla vita. Non si tratta soltanto di mettere un sigillo con le labbra, pronunciando una formula di fede, ma di testimoniare con tutto il nostro essere colui che ha sigillato con il sangue le sue parole.

Attestando da dove proviene Gesù il vangelo ci indica anche il nostro destino. Siamo dunque invitati a cercare "le cose di lassù" (Col 3,1), coltivando un misurato distacco dalle cose terrene. Queste, infatti, non solo non placano la nostra sete ma la accrescono nella misura in cui ce ne attacchiamo.

L'ultimo versetto costituisce il culmine di tutto il capitolo, ponendo due alternative: la fede genuina e la disobbedienza, aprirsi o chiudersi alla verità e alla vita. I veri credenti pregustano fin d'ora la vita eterna. La grazia è l'inizio della gloria.

Preghiera

Concedici, Signore, di camminare con lo sguardo rivolto a te, che hai ricevuto dal Padre ogni bene e desideri condividerlo con noi. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 10 aprile 2024

William Law. "Ogni bene in ogni tempo"

La Chiesa d'Inghilterra ricorda oggi il presbitero William Law, animatore di un profondo rinnovamento spirituale nell'Inghilterra del XVIII e XIX secolo.
Nativo di Kings Cliffe, nel Northamptonshire, William frequentò l'Emmanuel College di Cambridge, di cui divenne fellow dopo aver ricevuto l'ordinazione diaconale. La sua brillante carriera universitaria ed ecclesiastica fu però stroncata dall'evoluzione politica del mondo inglese. Egli, infatti, si rifiutò di prestare giuramento al nuovo re Giorgio I, che ad avviso suo e di molti aveva usurpato la corona regale a Giacomo II.
Privato della sua fellowship, William accettò di sottomettersi pienamente alle conseguenze della propria integrità morale, e ordinato presbitero, dedicò il resto della sua vita al rinnovamento della vita spirituale dei suoi parrocchiani. I suoi insegnamenti sulla preghiera e sulla vita spirituale raggiunsero ampi settori della chiesa di quel tempo, grazie soprattutto alle sue opere Una seria chiamata a una vita di preghiera e di santità e Lo spirito di amore. I fratelli Wesley prima, e poi buona parte degli appartenenti al Movimento di Oxford nel secolo successivo, attingeranno abbondantemente all'insegnamento e alla testimonianza evangelica di William Law.
Tornato nel borgo nativo nel 1740, egli vi trascorse gli ultimi vent'anni dedicandosi totalmente ai poveri. Morì in questo giorno, nel 1761.

Tracce di lettura

Dio è sempre stato e sarà sempre la medesima volontà rivolta a ogni bontà. Perciò come è sicuro che egli è il creatore, altrettanto certamente è colui che benedice ogni realtà creata, ed egli non può far altro che benedire, dare il bene e la felicità.
E' questo il fondamento e l'origine dello spirito di amore nella creatura; esso consiste nella volontà di compiere ogni sorta di bene, e tu non potrai dire di possedere lo spirito di amore finché non possederai questa volontà di dare ogni bene in ogni tempo e in ogni occasione.
Lo spirito di amore non sarà in te finché non sarà divenuto lo spirito che anima la tua vita, finché non avrai imparato a vivere liberamente, di buon grado e pienamente secondo tale spirito.
(W. Law, Lo spirito di amore)

Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. "Così"... ci ha amati

Lettura

Giovanni 3,16-21

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Commento

Il "tanto", più precisamente il "così" (gr. outos), con cui è indicato l'amore di Dio per il mondo è un rafforzativo che indica la grandezza del dono del Figlio unigenito per i peccatori.

Il Padre ha inviato Gesù nel mondo per la salvezza, ma la sua venuta provoca il giudizio e alcuni si condannano da soli volgendo le spalle alla luce. Il giudizio futuro non determina ma conferma il destino che ciascuno si è scelto.

Il Padre ha mandato Cristo nel mondo per testimoniare quanto vale la nostra vita. Se il giudizio degli uomini o il nostro stesso giudizio ci considerassero un nulla, nel vangelo troviamo la verità sul valore inestimabile che Dio ci ha assegnato donandoci il suo Figlio unigenito.

Gesù è luce che viene nel mondo. Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi alla luce, perdersi fra le tenebre del mondo. Ma se anche ci rifiutiamo di guardarlo, il sole rimane lì dov'è, la verità di Cristo non cessa di splendere e di donarsi. Solo accogliendola troveremo la verità su noi stessi, la vera libertà, che è il progetto di Dio per la nostra santificazione.

Credere "nel nome" di Gesù implica più che un semplice assenso della ragione al suo vangelo o un trasporto sentimentalistico. Comporta una operosa devozione a Cristo come Signore e Salvatore, il lasciarsi rivestire da lui di una nuova natura.

Cristo è luce che non si compiace nel rivelare la nostra fragilità, ma che si dona per farci germogliare e prosperare nella sua grazia.

Preghiera

Alla tua luce, Signore, vediamo la luce; concedici di riconoscere la verità su noi stessi per aprirci all'azione della tua grazia , crescendo in santità e giustizia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona