Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 16 marzo 2021

Fermati 1 minuto. Non rassegnarti a mendicare

Lettura

Giovanni 5,1-16

1 Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 4 [Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto.] 5 Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. 6 Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7 Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». 8 Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». 9 E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito: «È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina». 12 Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?». 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14 Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio». 15 Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16 Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Commento

Il miracolo riportato in questa pagina del Vangelo di Giovanni si compie in un luogo dai nomi estremamente evocativi: la piscina di Betzaetà, ovvero la "casa della misericordia", presso la "porta delle pecore". Quasi a voler rinviare a quella porta che è Cristo, attraverso la quale dobbiamo passare per ottenere l'abbondanza della sua grazia.

La credenza sui poteri curativi associati all'acqua termale della piscina era dovuta al suo ribollire di tanto in tanto, attribuito - secondo il versetto che alcuni manoscritti antichi non riportano - all'intervento di un angelo. Gesù guarisce un uomo che non è in grado di procurarsi da solo la salvezza gettandosi nella piscina al momento giusto. Quest'uomo diventa il simbolo di quei limiti che non riusciamo a superare da soli nel nostro processo di crescita spirituale. 

È Gesù che prende l'iniziativa; è lui che viene incontro, senza bisogno di altri intermediari. La sua azione però è preceduta da una domanda che potrebbe apparire scontata: "Vuoi guarire?" (v. 6). Gesù vuole capire se quest'uomo desidera uscire dalla sua rassegnazione. La stessa domanda la dobbiamo considerare rivolta a noi, soprattutto di fronte alle nostre infermità spirituali, la peggiore delle quali è rappresentata dal rifugiarsi in una zona confortevole in cui non si va né avanti né indietro, paralizzati dalla mediocrità. Gesù è in grado di restituire alla nostra vita integrità e pienezza di senso. "Alzati... prendi... cammina": la formula imperativa esprime l'autorità ricevuta dal Padre.

La lunga durata della malattia dell'uomo presso la piscina di Betzetà - quasi quarant'anni - rende incontrovertibile il miracolo, ma anziché cercare Gesù per ricevere la sua benedizione i Giudei decidono di perseguitarlo "perché faceva tali cose di sabato" (v. 16). In realtà le Scritture chiedono di santificare il Sabato astenendosi dal lavoro, ma non specificano di più. Fu la tradizione orale a stabilire trentanove attività proibite nel giorno del riposo. 

La legge mosaica non è dunque stata violata né da Gesù né dall'uomo che egli ha guarito. Ma la presupposta ortodossia, la dottrina, è anteposta dai farisei all'ortoprassi, ovvero all'agire rettamente e compiere il bene. 

Il lettuccio che il paralitico sanato - ubbidendo a Gesù - porta con sé, attesta la sua completa guarigione, ma egli lo deporrà per recarsi nel tempio a lodare Dio. Anche noi ci portiamo dietro il ricordo dei nostri sbagli, ma giunge il momento in cui liberarsi da questo fardello per fare spazio alla lode della misericordia di Dio; vi è un momento per chiedere la guarigione, ma anche un momento in cui la nostra preghiera deve diventare adorazione pura, in cui non c'è più spazio per il timore e per il rammarico, ma solo per la lode.

Preghiera

Vieni a visitarci, Signore, quando siamo prostrati nelle nostre infermità; risollevaci con la tua destra, affinché possiamo testimoniare la tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 15 marzo 2021

Fermati 1 minuto. Discendere

Lettura

Giovanni 4,43-54

43 Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea. 44 Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria. 45 Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
46 Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47 Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. 48 Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49 Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50 Gesù gli risponde: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52 S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia. 54 Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

Commento

I galilei hanno seguito Gesù fino a Gerusalemme in occasione della Pasqua per assistere ai suoi miracoli e serbano ancora il ricordo della trasformazione dell'acqua in vino alle nozze in Cana. Hanno custodito nella memoria i suoi prodigi ma la loro accoglienza favorevole è determinata più dalla reputazione di Gesù come guaritore che dal riconoscimento in lui del Messia. 

La sua fama è giunta anche a un funzionario del re Erode che viene da lontano per chiedere la guarigione del proprio figlio gravemente malato. Gesù ha parole di riprensione verso coloro che cercano continuamente segni per credere e in questi segni non sanno scorgere il regno di Dio che si fa presente. Non rifiuta tuttavia di acconsentire alla richiesta del funzionario reale, il quale insiste con umiltà, rinnovando la richiesta. 

Il funzionario regio ha compiuto un viaggio di quasi dieci ore per andare da Cafarnao a Cana a incontrare Gesù. Quanto a lungo è capace di "camminare" la nostra speranza per incontrare la salvezza che si è fatta presente in mezzo a noi? Quanto ci impegnamo nel nostro cammino di fede per allontanarci da ciò che ci tiene lontano da Dio, andando incontro al perdono e alla vita? 

Il funzionario chiede a Gesù due volte di "scendere" (vv. 47, 49)  per raggiungere il figlio prima che questi muoia, ma Gesù, che ha potere sulla vita e sulla morte, compie una guarigione a distanza. Sarà il funzionario a "scendere", in un ritorno verso casa pieno di fede nell'efficacia delle parole di Gesù: "tuo figlio vive" (v. 50). 

Gesù non compie alcuna azione sorprendente, né ha bisogno di recitare una lunga preghiera o di fare alcunché, la sua parola è parola che va sempre ad effetto; nel momento in cui afferma la vita del figlio del funzionario questi è strappato alla morte. 

Tornato a casa, il funzionario si informa sull'ora esatta in cui il figlio è guarito. Maggiore è l'attenzione con la quale consideriamo le opere di Dio e più la nostra fede si accresce. Per questo tutta la sua casa credette (v. 53). Come la parola di Dio, meditata con attenzione, ci aiuta a riconoscere la sua provvidenza, così la sua provvidenza, osservata consapevolmente, ci aiuta a comprendere la sua parola. 

L'esperienza dell'efficacia di una sola parola di Cristo è sufficiente perché egli possa conquistare la nostra anima e farci testimoni della sua grazia.

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che sei sceso verso di noi con la tua incarnazione, restituiscici pienamente alla vita della grazia, affinché possiamo testimoniare con gioia il tuo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

La doppia appartenenza del teologo Paul Knitter: "Senza Buddha non potrei essere cristiano"

Paul Knitter ha conseguito la licenza in teologia nel 1966 alla Pontificia Università Gregoriana e nello stesso anno è stato ordinato sacerdote. Nel 1972 ha ottenuto il dottorato all'università di Marburgo. Nel 1975 ha ottenuto il permesso di abbandonare il sacerdozio e ha sposato Cathy Cornell, da cui ha avuto due figli. Dal 1975 al 2002 Knitter è stato professore alla Xavier University di Cincinnati. Dal 2007 è stato professore all'Union Theological Seminary a New York fino al 2016, anno in cui è diventato professore emerito. Nel corso della sua attività, Knitter si è interessato di questioni riguardanti il pluralismo religioso e la teologia delle religioni, argomenti su cui ha pubblicato diversi libri sia come autore che come curatore editoriale.
Nel suo libro più celebre, Senza Buddha non potrei essere cristiano, racconta in modo autobiografico come il suo studio del buddismo - e la sua pratica Zen - lo abbia aiutato a crescere come cristiano.

Riportiamo qui di seguito una intervista rilasciata a Thomas Fox per il National Catholic Reporter.

Il teologo Paul Knitter

Fox: Ti consideri cristiano?

Knitter: Oh, sicuramente. Sono nato cattolico a Chicago, sono cresciuto e sono entrato in seminario. Mi considero un cristiano, specialmente nella sua forma cattolica romana.

Diresti di essere un cattolico buddista o un buddista cattolico?

Sicuramente il sostantivo è cattolico o cristiano; l'aggettivo è buddista. La mia identità principale è cristiana.

Come teologo cattolico, qual è ufficialmente il tuo rapporto con la chiesa?

Penso di essere un membro piuttosto rispettabile della Catholic Theological Society of America. Sono un cattolico praticante. Il mio rapporto con la chiesa è, per quanto posso giudicare, buono.

Per essere diretto e onesto, ho ricevuto alcune ammonizioni generali da Papa Benedetto quando era il cardinale Joseph Ratzinger. In un libro su come trattare con le altre religioni, mi ha menzionato come una delle persone che rappresentano una tendenza che potrebbe facilmente scivolare nel relativismo. Sto lavorando in un campo che è piuttosto controverso, ovvero come il cristianesimo possa comprendere se stesso alla luce delle altre religioni.

Nel tuo libro parli di "doppia appartenenza". Cosa significa esattamente?

Si parla sempre di più della doppia appartenenza, sia nell'Accademia teologica che nel campo della spiritualità cristiana. Penso che sia il termine usato quando sempre più persone stanno scoprendo che possono essere veramente nutrite da più di una tradizione religiosa, da più della loro tradizione domestica o della loro tradizione nativa.

Quanto è diffusa la doppia appartenenza?

Non direi che è per il consumo generale, ma nelle aree dell'Europa e del Nord America, penso che il numero di persone che si preoccupano seriamente di praticare la loro fede stia scoprendo che un certo grado di doppia appartenenza sta diventando sempre più una parte delle loro vite.

Perché oggi un così vasto interesse per il buddismo tra i cristiani?

Non c'è una risposta. Nel libro cito un mio amico, p. Michael O'Halloran, ex monaco certosino e ora sacerdote qui nell'arcidiocesi di New York. È anche un insegnante Zen. Michael una volta mi ha detto che il cristianesimo è ricco di contenuti ma a corto di metodo e tecnica. Quindi penso che il buddismo stia fornendo ai cristiani pratiche, tecniche, con cui possono entrare in modo più esperienziale nel contenuto di ciò in cui credono.

Quali sono i bisogni tra i credenti cristiani a cui pensi che il buddismo stia dando una risposta?

Spero di non generalizzare troppo qui, ma penso che molto abbia a che fare con l'insoddisfazione che molti cristiani provano per un Dio che è tutto là fuori, un Dio che è totalmente diverso da me, il Dio che sta fuori di me e mi interpella. Penso che stiamo cercando modi per realizzare il mistero del divino di Dio in un modo in cui è più una parte di noi stessi.

Penso che i cristiani stiano cercando di più un modo per sperimentare e comprendere Dio in modo unitivo, o quello che dico nel libro un "modo non duale", in cui Dio diventa una realtà che è certamente diversa da me, ma è parte del mio stesso essere.

Il buddismo non afferma l'esistenza di Dio. È stata descritta come una religione "ateistica". Come può avere un significato per una religione teistica come il cristianesimo?

Dobbiamo stare molto attenti a come usiamo il termine "ateo". Chiaramente il buddismo non afferma l'esistenza di un Dio personale, ma penso che il termine migliore sarebbe "non teistico" piuttosto che "ateo". Non si tratta di negare Dio, ma se posso metterla in questo modo, il Buddha e gran parte del Buddismo sono molto più interessati a sperimentare la realtà ultima piuttosto che a definirla e nominarla.

Quando chiedi a un Buddha: "Di cosa fai parte quando sei illuminato o quando fai esperienza del nirvana?" uno dei termini o delle immagini che vengono utilizzati è sunyata, che significa vuoto. Non è una traduzione molto buona, ma è la parola che usano per identificare che la realtà ultima non è un'entità, un essere, ma piuttosto è ciò che chiamano l'interconnessione di tutto. O come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh usa il termine per la realtà ultima, "interessere".

Il buddismo mi ha aiutato a riscoprire, ad approfondire cosa significa quando, nel Nuovo Testamento - forse è l'unica definizione di Dio che troviamo nel Nuovo Testamento - si dice che "Dio è amore".

Penso che ciò che il buddismo intende per "interessere" mi aiuti ad appropriarmi di ciò che nella nostra terminologia cristiana intendiamo quando diciamo che la realtà divina è amore, e quindi questo pone le basi per me - e penso per molti cristiani - per riappropriarmi di uno dei nostri simboli centrali per Dio, spirito.

Quindi per me ora quando dico la parola Dio, ciò che immagino, ciò che sento, grazie al Buddismo, è lo spirito di interconnessione - questo spirito sempre presente, questa energia di interconnessione sempre presente che non è una persona, ma è molto personale, che questo è il mistero che mi circonda, che mi contiene e con cui sono in contatto nell'Eucaristia, nella liturgia e soprattutto nella meditazione.

Buddha era illuminato; Gesù era divino. Questa è una grande differenza, non è vero?

Sì. È una grande differenza. Quando si guarda, prima di tutto, il linguaggio che noi cristiani usiamo per parlare del mistero di Gesù il Cristo, forse le due parole primarie che usiamo - o le dottrine che attestiamo - sono Gesù è Figlio di Dio e Gesù è il Salvatore. Ora quei due termini, Figlio di Dio, Salvatore, sono credenze. Queste espressioni sono il nostro tentativo di tradurre in parole qual è il mistero di Dio.

Tutte le nostre parole sono i nostri sforzi per cercare di dire a parole ciò che non può mai essere detto completamente a parole. In altre parole, stiamo usando simboli, stiamo usando metafore, stiamo usando analogie. Questo risale direttamente a San Tommaso d'Aquino e al mio maestro, Karl Rahner. Tutto il nostro linguaggio è simbolico.

Quindi quando diciamo che Gesù è venuto a salvarci, non stiamo dicendo proprio questo?

Stiamo dicendo qualcosa di molto vero, qualcosa che cerca di esprimere ciò che abbiamo sperimentato, ma non possiamo mai catturarne la piena realtà in quelle parole. Ancora una volta, per usare l'immagine buddista che viene spesso usata, le nostre parole sono come le dita che puntano alla luna, non la luna stessa. Le parole non possono mai essere completamente identificate con la realtà che stanno indicando.

Scrivi che i cattolici hanno bisogno di un ottavo sacramento. Spiegaci meglio cosa significa.

Questo è stato forse uno degli elementi chiave che io e molti altri abbiamo imparato dal buddismo: l'importanza del silenzio. È in qualche forma di meditazione che riconosciamo che il mistero di Dio è qualcosa che non può essere appropriato semplicemente dal pensiero.

Questo si inserisce nella nostra teologia sacramentale cattolica. Diciamo che ogni sacramento contiene materia e forma. Quindi la materia nel sacramento del silenzio è il nostro respiro, essere consapevoli del nostro respiro, essere tutt'uno con il nostro respiro, non fare nient'altro che respirare.

Molte volte nel libro citi Thich Nhat Hanh, il celebre monaco vietnamita. Scrivi, facendo eco a Nhat Hanh, che per fare la pace, dobbiamo essere pace. Ribaltando l'affermazione di Papa Paolo VI, lei afferma che se vogliamo giustizia, dobbiamo cercare la pace. È giusto?

Mia moglie ed io abbiamo trascorso gran parte degli anni '80 e '90 a lavorare in El Salvador per la pace durante la guerra. Quindi siamo stati attivisti per tutta la vita: attivisti per la pace, attivisti sociali. Ma quando ripenso a quell'attivismo mi rendo conto di quanto spesso le nostre azioni siano state riempite da una certa violenza verbale.

Abbiamo dovuto resistere, abbiamo dovuto affrontare le strutture malvagie. E ci sono strutture malvagie, ma mi mancava qualcosa. Ciò che mancava è stato catturato in un'esperienza che ho avuto nel 1986 o nell'87 quando ho fatto un ritiro Zen con Roshi Bernie Glassman.

Gli ho detto durante questo ritiro che stavamo andando in El Salvador per cercare di fare qualcosa per fermare i terribili squadroni della morte. Ha detto: "Giusto, devi fermare gli squadroni della morte, ma devi anche meditare perché non fermerai mai gli squadroni della morte finché non ti rendi conto della tua unità con loro".

Questa è l'esperienza a cui il buddismo ci chiama, questa profonda esperienza personale della nostra interconnessione con tutti gli esseri, anche quelli a cui dobbiamo opporci come oppressori, come autori del male. Siamo tutt'uno con loro. Questo è ciò che intende Thich Nhat Hanh quando dice che dobbiamo essere pace dentro di noi. Dobbiamo superare il nostro ego e realizzare la nostra connessione con tutti gli esseri.

Hai scritto: "Per i buddisti, l'egoismo non è tanto peccaminoso quanto stupido". Spiegare.

Questo è un aspetto, credo, che è particolarmente apprezzato, o necessario, da molti cristiani. Per il buddismo, e vorrei dire anche per il cattolicesimo, la nostra natura fondamentale è buona. La nostra natura fondamentale è la natura di Buddha, vale a dire che siamo parte dell'intero interconnesso, chiamati ad esserne consapevoli e ad agire per compassione.

Ma il nostro problema è che non ne siamo consapevoli. Poiché non ne siamo consapevoli, poiché pensiamo di essere individui separati piuttosto che parte dell'intero interconnesso, pensiamo di dover proteggere noi stessi. Pensiamo di dover guadagnare qualcosa per stabilire la nostra identità e, quindi, agiamo egoisticamente. Stiamo agendo egoisticamente, non perché siamo caduti, non perché siamo cattivi nella nostra natura, ma perché siamo ignoranti.

Hai scritto che in futuro i cristiani saranno mistici o non lo saranno affatto. Cosa intendi?

Questa è una citazione approssimativa del mio insegnante, Karl Rahner. Quello che intedevo dire era questo: ci sono così tante sfide e così tante difficoltà che dobbiamo affrontare che, a meno che le nostre identità non siano basate sulla nostra esperienza personale di Dio, come parte di loro, di Cristo, come loro stesso essere, non riusciremo a trovare la forza, la resistenza e la saggezza per affrontarle.

Hai scritto che il buddismo ti ha aiutato a scrutare il mistero oltre la morte. Come sarà la vita futura?

Questa è stata forse, per me, la parte più utile, ma forse la più controversa del mio libro. Il buddismo ci dice che qui in questa vita la nostra vera identità, la nostra vera felicità, è andare oltre la nostra individualità. Penso che risuoni con la parola: "A meno che un chicco di grano non cada veramente nel terreno e muoia, non porterà frutto". Il buddismo mi ha portato a guardare più in profondità cosa significa quel passaggio o cosa intende Gesù quando ha detto: "Non ti ritroverai a meno che non ti perdi".

Questo mi ha portato a riconoscere qualcosa che per me sembra essere più soddisfacente, vale a dire che la vita che mi aspetta dopo la morte sarà un'esistenza che andrà oltre la mia esistenza individuale come Paul Knitter. Vivrò, ma probabilmente non vivrò come Paul Knitter. In altre parole, la nostra vita nella vita futura dopo la morte è una forma di esistenza che è al di là dell'individualità. Ciò non significa che siamo annientati; questo non significa che non esistiamo, ma esisteremo in un'esistenza transindividuale totalmente trasformata.

- National Catholic Reporter, 23 giugno 2010

domenica 14 marzo 2021

Il Pastore battista Shaun Lambert e la Mindfulness. La Chiesa dovrebbe tenere a mente la pratica?

Idea, magazine dell'Alleanza Evangelica nel Regno Unito intervista Shaun Lambert

Shaun Lambert è un ministro battista con sede a Stanmore, Londra. A Book of Sparks, pubblicato da Instant Apostle, è una guida per esplorare la pratica della consapevolezza cristiana.

Il pastore battista Shaun Lambert

Come ti sei interessato all'argomento della consapevolezza?

Nel 2006 lavoravo per la Chiesa e studiavo consulenza laica e psicoterapia e sono arrivato a un punto in cui ero molto stressato, ansioso e vicino all'esaurimento nervoso. Durante i miei studi mi sono imbattuto nella mindfulness, una pratica meditativa in cui si coltiva la presenza mentale, ma mi sono anche imbattuto in un opuscolo intitolato The Jesus Prayer di un vescovo anglicano, Rt Revd Simon Barrington-Ward. È un'antica preghiera cristiana consapevole o contemplativa che dice: "Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore". Durante la ricerca ho scoperto che c'era molta sovrapposizione tra ciò che dicevano i pionieri della preghiera di Gesù, le pratiche contemplative cristiane come la Lecto Divina e ciò che dicevano gli psicologi secolari.

Quello che ho scoperto, e questa è la vera sfida per la Chiesa, è che c'è stato un big bang sul mercato in termini di interesse per la meditazione, ma la Chiesa e il cristianesimo non sono affatto presenti. È come se là fuori ci fosse un risveglio su cose spirituali in cui la Chiesa non è presente, anche se abbiamo una ricca storia nell'ambito della preghiera contemplativa.

Quali sono le caratteristiche distintive cristiane della mindfulness?

La consapevolezza cristiana è la consapevolezza di Dio, che non si vede nella psicologia secolare o nel pensiero buddista. Per i cristiani ci sono diverse intenzioni: la meditazione secolare intende passare, ad esempio, dalla depressione al benessere, i cristiani intendono passare dal non essere consapevoli di Dio al venire alla Sua presenza
Nel Salmo 8 la Bibbia parla di Dio che è "consapevole" di noi - il gruppo di parole nella Bibbia che può essere tradotto come "consapevole" è radicato nella parola "ricordare", Dio che ci ricorda e si prende cura di noi e agisce per noi. E poiché realizzati a sua immagine, siamo chiamati ad essere consapevoli. 

Perché la consapevolezza è importante oggi?

Abbiamo sviluppato un'iperattenzione, in cui ci annoiamo facilmente, ci distraiamo facilmente e troviamo difficile concentrarci, il che ha molto a che fare con il nostro uso eccessivo di schermi digitali e mondi online. La consapevolezza può essere utilizzata per riscoprire la capacità di prestare una attenzione profonda alle cose.
È davvero importante guardare il mondo con attenzione profonda. Viviamo in un mondo mediatico basato sulla paura, tutto ci riporta alla paura, spegne il pensiero intelligente, razionale. La consapevolezza ci consente di passare da un luogo di paura a un luogo di amore, compassione e verità.

In che modo la consapevolezza ci aiuta ad allontanarci dalla paura?

La neuroscienza e l'imaging cerebrale ci dicono che il cervello risponde allo stress con la fuga, la lotta o il congelamento: abbiamo un "pregiudizio di negatività" nel nostro cervello, il che significa che siamo tre o quattro volte più sensibili alle informazioni negative. Ad esempio, ricorderemo un insulto su nove complimenti. La maggior parte del nostro pensiero è negativo e vivere in una cultura della paura significa che siamo intrappolati spesso nelle preoccupazioni; la mente razionale quindi si spegne e le persone non sanno come riaccenderla.

La mindfulness ci consente di passare alla consapevolezza cristiana fissando la nostra mente su passaggi biblici come Filippesi 4,8: "tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri". La consapevolezza ci aiuta a pensare a cose vere, nobili, adorabili. La pratica dell'attenzione profonda ci incoraggia a leggere il passo lentamente, a notare quando la mente vaga, per riportalo indietro.

Raccontaci un po 'di più del tuo libro, A Book of Sparks.

Il libro è concepito come un percorso devozionale di 40 giorni, originariamente per la Quaresima ma può essere utilizzato in qualsiasi momento. Prende il libro di Marco come cornice perché la "preghiera di Gesù" è stata modellata su passaggi come quello in cui Bartimeo chiama Gesù dalla strada dicendo: "Figlio di Davide, abbi pietà di me". La preghiera di Gesù è stata impiegata anche per coltivare la vigilanza, che è un tema frequente nel vangelo di Marco.

L'idea del libro è di aiutare a sviluppare il "muscolo dell'attenzione", sviluppando queste capacità per aumentare la nostra consapevolezza della presenza di Dio, delle altre persone, di noi stessi, di ciò che dobbiamo cambiare e di ciò che Dio sta facendo per noi. Lo scopo è quello di spostarci in un luogo in cui possiamo accedere più regolarmente alla presenza di Dio, ascoltarlo, ascoltare ciò che vuole dirci, iniziare la trasformazione di cui si parla in Romani 12,2: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto". Il libro aiuta a vedere come siamo conformi al modello di questo mondo e a iniziare la trasformazione della nostra mente attraverso l'opera della Parola e dello Spirito.

Alcuni cristiani potrebbero diffidare della consapevolezza come pratica, qual è la tua risposta alle loro preoccupazioni?

Sto cercando di rendere le persone ben informate su cosa sia la mindfulness, motivo per cui sto facendo un dottorato di ricerca presso la London School of Theology sulla consapevolezza secolare, la consapevolezza nel vangelo di Marco e la consapevolezza di Dio nella tradizione monastica. Sebbene i buddisti e altre fedi usino la meditazione di consapevolezza e la psicologia secolare abbia sviluppato deliberatamente una versione secolare per coinvolgere persone che non sono religiose, è importante essere chiari su cosa sia la mindfulness cristiana.
Nella psicologia secolare la mindfulness è utilizzata per migliorare lo stato di salute psicologica, ma i tratti distintivi cristiani della pratica della consapevolezza mentale consistono nel coltivare la presenza di Dio e nel prendere coscienza dei bisogni del prossimo - una razionale preoccupazione etica, per prendere decisioni buone e importanti.

Come stai utilizzando la pratica della mindfulness nella tua chiesa?

La mindfulness è un bene per il discepolato. Gestiamo il Mindful Church Café dove riflettiamo sulla consapevolezza e la salute, la consapevolezza e Dio. Ad esempio, abbiamo cercato la pace nelle relazioni a Natale e la pace nella genitorialità. Riceviamo sempre persone esterne alla chiesa a causa del loro interesse per le questioni e le pratiche spirituali. Mark Vernon, un filosofo e giornalista che non è cristiano, dice che c'è un risveglio spirituale nella pratica della mindfulness e la Chiesa dovrebbe essere coinvolta, ma non lo è.
Rappresenta anche un'opportunità per il dialogo interreligioso. Harrow è il quartiere più etnicamente e religiosamente diversificato di Londra, ma poiché tutte le grandi religioni hanno una qualche forma di pratica meditativa è un ottimo punto di contatto tra le fedi.

- Shaun Lambert, Idea magazine, Alleanza Evangelica nel Regno Unito, 22 dicembre 2015

Che cos'è questo per tanta gente?

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Dio Onnipotente, ti supplichiamo, sebbene meritevoli della tua punizione per i nostri peccati, di essere risollevati dal conforto della tua grazia. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen

Letture

Gal 4,21-31; Gv 6,1-15

C’è una contesa in corso tra il figlio della schiava e il figlio della libera, ci spiega Paolo nella sua lettera ai Galati, richiamandosi al racconto della Genesi sui figli di Abramo. Il figlio della schiava è la Gerusalemme di quaggiù, ma il figlio della libera è la Gerusalemme celeste, che è “libera” e “la madre di tutti noi” (Gal 4,26). 

Questa lotta si svolge al tempo stesso nel nostro cuore e nel mondo. Fuori di noi, tra coloro che sono stati rigenerati nella fede e le forze che si oppongono al messaggio liberante del vangelo. Dentro di noi, fra la nostra umanità segnata dalla sua fragilità, dai suoi limiti, e la grazia che ci è donata in Cristo, la quale opera incessantemente per dare alla luce l’uomo nuovo e realizzare quella “rinascita dall’alto” di cui parla Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo (Gv 3,1-21). 

La povertà delle nostre risorse e la fallacia dell’essere umano sono fin troppo evidenti, nelle piccole e grandi sconfitte che subiamo ogni giorno come cristiani che cercano di conformare la propria vita al vangelo; e per questo motivo è in agguato la tentazione di lasciarci andare allo sconforto e alla rinuncia nella ricerca della nostra santificazione e del bene comune. Ma noi come credenti siamo chiamati a credere e sperare oltre ogni speranza che colui il quale ci ha dato la promessa sarà fedele, nonostante le nostre infedeltà. Dio infatti, sa prendere la nostra povertà e trasformarla in abbondanza. 

È questo il senso del miracolo dei pani e dei pesci. Gesù rifugiatosi sul monte e seguito dalle folle, chiede agli apostoli di sfamarle. Ciò che gli apostoli hanno a disposizione è davvero poco, come afferma Filippo, con parole che sembrano velate di ironia: “Duecento denari di pane non basterebbero per loro, perché ognuno possa averne un pezzetto” (Gv 6,7). Andrea, più pragmatico, si da da fare, e trova un ragazzo con “cinque pani d’orzo e due piccoli pesci”; ma deve riconoscere sconfortato: “che cos’è questo per tanta gente?” (Gv 6,9). 

La bontà di Dio è capace di moltiplicare i nostri miseri talenti, saziando tutti coloro che hanno "fame e sete di giustizia" (Mt 5,6), e facendoci tornare a casa addirittura con l'eccedenza: “raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.” (Gv 6, 13). 

Rallegriamoci, dunque, anche se a volte siamo come una sterile che non partorisce nulla; “perché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva marito” (Gal 4,27). Siamo infatti “i figli della promessa” (Gal 4,28) e Dio porterà a compimento la sua opera in noi.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 12 marzo 2021

Fermati 1 minuto. L'imperativo del verbo "amare"

Lettura

Marco 12,28-34

28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Commento

La questione decisiva posta dallo scriba è in che cosa consista il cuore della legge. La risposta di Gesù riassume tutto il suo insegnamento e diventa il modello al quale fare riferimento per la vita. L'amore verso Dio è il primo grande comandamento e il suo naturale riflesso è l'amore verso il prossimo: l'uno e l'altro nel totale dono di sé. 

Dio è unico, ma non è solitario. Dio è comunione, del Figlio con il Padre, nello Spirito Santo. Dio è comunione dei redenti nel Figlio; e la comunione con Dio è il destino della stessa creazione, che "aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). Lo "Shemà, Israel" (Dt 6,4-9) richiamato da Gesù, diventa nel vangelo svelamento dell'intima relazione tra unicità e comunione, definendo il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. 

Il cuore dell'uomo è stato creato per amare e come afferma Agostino d'Ippona (Confessioni, I,1.1) è inquieto finché non riposa in Dio, ovvero nell'Amore. E così si esprime Dio con Caterina da Siena: "L’anima non può vivere senza amore, sempre vuole avere qualche cosa da amare, poiché è costituita d'amore avendola Io per amore creata" (Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, 51). 

L'amore di Dio unifica le nostre facoltà e ne esprime il massimo potenziale; siamo infatti chiamati ad amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le nostre forze (v. 30). Amare Dio significa anche amare tutto ciò che egli ama. 

La prima parola dello "Shemà" - "Ascolta" - attesta che questo amore sovrabbondante può essere riversato nel nostro cuore solo a partire dall'ascolto; non è semplicemente frutto di un nostro sforzo di volontà, ma è lo stesso amore dello Spirito, che ama attraverso di noi e al quale possiamo attingere nella misura in cui il nostro cuore si apre a Dio. 

Il dono di sé è un sacrificio superiore a qualsiasi olocausto, e a questo ci esorta anche l'apostolo Paolo: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale" (Rm 12,1). Siamo chiamati a farci come Cristo altare, oblazione e fuoco sacrificale. A bruciare d'amore in lui. 

Il nuovo comandamento del vangelo supera quello della legge antica: dobbiamo amare il prossimo non solo come noi stessi (Lv 19,18), ma come Gesù ci ha amati (Gv 15,12). Questa è la differenza tra l'essere vicini al regno di Dio ed esserne parte.

Preghiera

Colma i nostri cuori del tuo amore, Signore; affinché possiamo donarci a te e agli uomini come sacrificio a te gradito, nel vincolo dell'unità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona