Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 3 maggio 2024

Fermati 1 minuto. Ciò che basta

Lettura

Giovanni 14,6-14

6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. 12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Commento

L'enfasi su Gesù incarnato come manifestazione del Padre è propria del Vangelo di Giovanni. Dio, "luce inaccessibile" (1 Tim 6,16) si rivela velandosi dell'umanità del Cristo. Il "dio ignoto" dei sapienti greci (At 17,23), nel cui altare si imbatté Paolo ad Atene, si rende presente e conoscibile all'uomo, senza far venir meno il proprio mistero, ma portando l'infinito nel finito, caricando di un significato inesauribile le parole e le azioni del Figlio incarnato.

Se Filippo fatica ancora a capire, al termine del ministero di Gesù, chiedendogli una teofania, Giovanni, dopo il compiersi dell'evento pasquale, non avrà più dubbi: "Dio è amore" (1 Gv 4,16). Colui che si è donato rendendosi presente tramite il Figlio per condividere la nostra condizione fino alla sofferenza e alla morte, questi è non soltanto l'essere sopra il quale nulla può essere pensato, come avevano intuito i filosofi; in lui coincidono essere e amore: pienezza di vita che si dona al di fuori di sé.

Non c'è opera più grande che la conversione alla conoscenza di questo mistero: "convertirsi" è volgere lo sguardo verso Gesù, immagine del Padre. Non c'è opera più grande perché, come afferma Filippo: "mostraci il Padre e ci basta" (v. 8). Scoprirci figli nel Figlio, amati dal Padre, è la pienezza della grazia.

Gesù ci invita a chiedere nel suo nome, il che non significa semplicemente aggiungere una formula alle nostre preghiere. Significa che la preghiera del credente deve essere in accordo con le necessità del regno di Dio, ovvero con la volontà del Padre; deve inoltre fondarsi sui meriti di Cristo, che soli possono esaudirla. Significa, in definitiva, partecipare alla comunione del Padre con il Figlio, glorificandoli nello Spirito Santo. Così anche nella nostra preghiera Dio si rivela come relazione e, dunque, amore.

Preghiera

Mostraci il tuo volto, Dio onnipotente, aprendoci alla compresione dei misteri rivelati nel tuo Figlio; affinché la nostra vita sia un inno di lode alla tua gloria. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 2 maggio 2024

I 50 anni dell'Alleanza Evangelica Italiana. Una prospettiva storica (Parte IV)

Il primo decennio dell'Alleanza Evangelica Italiana (AEI) si caratterizza per la vitalità e la diversità delle sue attività. Fondata con l'obiettivo di promuovere un'identità evangelica senza essere né neo-fondamentalista né ecumenica, l'AEI ha iniziato fin dai primi anni a diffondere informazioni tramite il periodico trimestrale "Idea", che ha rappresentato un caso unico nel panorama evangelico italiano per il suo respiro internazionale.

Il presidente fondatore, Elio Milazzo, ha svolto un ruolo determinante nella promozione del periodico, ma con le sue dimissioni nel 1986, "Idea" ha subito un progressivo declino fino alla sua chiusura nel 1988. Questo periodo è caratterizzato da eventi significativi come le prime Giornate Teologiche del 1978, che hanno affrontato tematiche ermeneutiche bibliche, e l'organizzazione di convegni e iniziative culturali che hanno contribuito a definire l'identità evangelica dell'AEI.

L'Alleanza si è distinta per il suo impegno nell'organizzazione di eventi evangelistici, la creazione di centri giovanili come l'Arca, marce e radio evangeliche, convegni missionari e iniziative musicali. Ha sostenuto movimenti di preghiera e si è impegnata in opere umanitarie, come la raccolta di offerte per il terremoto in Irpinia e Basilicata nel 1980.

Nel 1983, in occasione del centenario della nascita di Martin Lutero, l'AEI ha promosso eventi culturali diffusi sul territorio. Nonostante le sfide interne e la condizione di minoranza, l'AEI ha contribuito a frenare il rischio di compromesso con il cattolicesimo romano da parte dell'evangelismo mondiale, denunciando le criticità attraverso la Commissione teologica dell'Alleanza evangelica mondiale nel 1986.

Tuttavia, il primo decennio si conclude con una crisi istituzionale, segnata dalla perdita di consenso interno nei confronti della leadership di Milazzo e da una condizione di stallo che richiede un riesame delle infrastrutture dell'AEI. Questa fase apre a un periodo di incertezza nella vita dell'Alleanza, che dovrà affrontare sfide e ridefinire il proprio ruolo nel panorama evangelico italiano.

(continua)

Atanasio di Alessandria. "Cristo divenne uomo affinché fossimo deificati"

Atanasio, patriarca di Alessandria, é detto «l'Apostolico» a motivo delle grandi fatiche che dovette affrontare per tutta la vita nel suo ministero di pastore.
Egli nacque in Egitto verso il 295. Soggiornò nel deserto, dove forse fu discepolo di Antonio, il padre dei monaci, di cui più tardi narrerà la vita, diffondendo l'ideale monastico sia in oriente che in occidente.
Nel 325 Atanasio accompagnò come segretario il vescovo Alessandro al primo concilio ecumenico. Tre anni più tardi fu chiamato a succedergli sulla cattedra patriarcale di Alessandria, e tutta la sua vita fu una lunga lotta per difendere la divinità del Verbo incarnato, secondo il dettato del concilio di Nicea. Per Atanasio, infatti, negare l'incarnazione avrebbe voluto dire negare la salvezza degli uomini.
Anche se a Nicea era stato decisivo il ruolo avuto dall'impero, Atanasio tuttavia non coltivò mai illusioni riguardo al rapporto tra vescovi e imperatori, e seppe discernere i pericoli cui andava incontro una comunità ecclesiale sempre più identificata con il regime della cristianità.
Atanasio conobbe cinque volte l'esilio per il suo coraggio e la sua fedeltà alla fede trasmessa dagli apostoli. Egli trascorse così diciassette anni in occidente o presso i suoi amici monaci nel deserto della Tebaide, trovando sempre rifugio e sostegno. Basilio vedeva in lui l'unico vescovo capace di ristabilire l'unità delle chiese e di riconciliare oriente e occidente.
Rientrato nella sua sede di Alessandria dopo numerose peripezie, nella notte tra il 2 e il 3 maggio 373 Atanasio rendeva a Dio «la sua grande e apostolica anima», come la definì Basilio.

Tracce di lettura

Come chi vuol vedere Dio, che è invisibile per natura e non può essere affatto visibile, lo comprende e lo conosce a partire dalle sue opere, così chi non vede Cristo con l'intelletto, lo conosca a partire dalle opere del suo corpo ed esamini se sono umane o di Dio. Se sono umane, le derida pure; se invece si riconosce che non sono umane ma di Dio, non rida di ciò che non dev'essere deriso, ma consideri piuttosto con ammirazione che mediante una realtà così semplice sono stati rivelati a noi i misteri divini, che mediante la morte è giunta per tutti l'immortalità e mediante l'incarnazione del Verbo si è conosciuta la provvidenza universale e il Verbo stesso di Dio, che ne è il capo e l'artefice. Infatti, egli divenne uomo affinché noi fossimo deificati; egli si rivelò mediante il corpo affinché noi potessimo avere un'idea del Padre invisibile; egli sopportò la violenza degli uomini affinché noi ereditassimo l'incorruttibilità.
(Atanasio, Sull'incarnazione del Verbo 54)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Obbedienti per amore

Lettura

Giovanni 15,9-11

9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Commento

Pur sapendo che la sua passione è prossima, Gesù non  ha dubbi sull'amore del Padre per lui e assicura ai discepoli il proprio amore, esortandoli a rimanere in esso.

Gesù non si riferisce a uno stato puramente emotivo, ma innanzitutto all'obbedienza: "Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore" (v. 10). 

Il modello della nostra obbedienza deve essere l'obbedienza di Gesù al Padre; come questa è alla base della gioia di Gesù, i credenti che obbediscono ai suoi comandamenti sperimentano la stessa gioia.

L'amore, non la paura, è dunque il fondamento dell'obbedienza al vangelo. Quell'amore che il cuore dell'uomo desidera ricevere e donare in abbondanza e che trova nella comunione con Cristo la qualità e la quantità dell'amore con cui il Padre e il Figlio si amano. Rinunciare a questo amore significa disertare la gioia. Trovarlo e coltivarlo colma la nostra più profonda aspirazione.

Preghiera

Guidaci, Signore, alla pienezza della gioia, lungo le vie dei tuoi comandamenti, sospinti dall'amore che tu stesso ci doni. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 1 maggio 2024

Dizionario della Musica Anglicana. Carol Edith Barnett

Carol Edith Barnett è una compositrice contemporanea statunitense, nata il 6 dicembre 1949 a Buffalo, New York. È conosciuta per il suo eclettico e prolifico lavoro nel campo della musica contemporanea, che spazia dalla musica corale e vocale alla musica strumentale e sinfonica.

Barnett ha iniziato i suoi studi musicali fin da giovane, mostrando un talento precoce per la composizione. Ha conseguito il Bachelor of Music in Composizione presso l'Università di Rochester nel 1971, sotto la guida di Warren Benson e Joseph Schwantner. Successivamente ha ottenuto il Master of Music e il Dottorato in Composizione presso l'Università del Minnesota.

La sua carriera da compositrice è stata caratterizzata da numerosi riconoscimenti e premi. Le sue opere sono state eseguite da rinomate orchestre e ensemble in tutto il mondo.

Lo stile musicale di Barnett è noto per la sua fusione di elementi tradizionali e contemporanei, combinando armonie complesse, ritmi innovativi e una sensibilità melodica accattivante. La sua produzione comprende una vasta gamma di generi e forme, tra cui opere corali, pezzi orchestrali, musica da camera e composizioni vocali soliste.

Oltre alla sua attività di compositrice, Barnett ha anche svolto ruoli accademici presso istituzioni musicali di prestigio.

Le composizioni di musica sacra di Carol Edith Barnett spaziano in una varietà di stili e temi, riflettendo la sua profonda fede. Tra le principali:

  • "The World Beloved: A Bluegrass Mass" (2007) - Una messa in stile bluegrass che combina elementi della liturgia tradizionale con la musica popolare americana.
  • "Stabat Mater" (2004) - Una composizione per coro misto e orchestra basata sul testo del "Stabat Mater Dolorosa", un inno mariano che riflette sulla sofferenza della madre di Gesù durante la crocifissione.
  • "The Nine Orders of Angels" (1994) - Un'opera corale che esplora la gerarchia angelica secondo la tradizione cristiana, ispirata alle nove gerarchie angeliche descritte nel pensiero teologico medioevale.
  • "A Voice Cries Out" (1992) - Una composizione corale basata sul testo biblico del libro di Isaia, che riflette sulla promessa della venuta del Messia e invita alla speranza e alla preparazione spirituale.
  • "Rejoice in the Lamb" (1984) - Una composizione corale basata sul poema di Christopher Smart, che esalta la gloria di Dio attraverso la lode delle sue creature, inclusi gli animali e la natura.
  • "Hymn of the Universe" (1977) - Una composizione vocale e strumentale che celebra l'unione spirituale dell'uomo con la natura e l'universo, ispirata alle poesie di Teilhard de Chardin.



Fermati 1 minuto. Il buon agricoltore

Lettura

Giovanni 15,1-8

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Commento

L'immagine di Dio come agricoltore (questo il senso della parola greca georgos qui tradotta con "vignaiolo") è frequente nell'Antico Testamento, a significare il suo prendersi cura del suo popolo (Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 15,2; 17,5-10; 19,10; Os 10,1). In alcuni passaggi dei libri storici e profetici Dio, di fronte all'infedeltà di Israele, minaccia di "sradicare" la sua vite e gettarla lontano a seccare, ma sempre promette di tenersi un piccolo resto.

Vi è un gioco di parole in questo testo giovanneo, tra i termini greci traducibili rispettivamente con "togliere" (airo) e "purificare" (kathairo), tagliare e mondare. Quando Dio interviene, richiamando il suo popolo e il singolo credente all'umiltà e all'obbedienza, non si tratta di una cieca azione dettata dall'ira: egli pota le sue piante perché se ne prende cura amorevolmente e ne segue la crescita e lo sviluppo da vicino. 

Tra il momento in cui Dio semina e quello in cui raccoglie c'è dunque l'azione della sua provvidenza cosicché non solo raccoglie ciò che egli stesso ha seminato (contrariamente a quanto affermato dal servo inetto della parabola dei talenti; Mt 25,24), ma anche ciò che ha pazientemente coltivato.

Il nostro compito è dunque semplicemente quello di abbandonarci alla sua azione amorevole; di qui l'insistenza di Gesù a rimanere in lui come il tralcio nella vite (v. 5): il verbo "rimanere" (meno) viene ripetuto dieci volte in sette versetti.

Dimorare in Cristo significa essere radicati e fondati nell'amore, come esorta l'apostolo Paolo rivolgendosi agli Efesini (Ef 3,17), vivere l'abbandono fiducioso a questo amore e lasciarsi pervadere dalla sua linfa, farlo germogliare in noi, finché il "buon agricoltore" non deciderà di coglierne i frutti maturi.

Preghiera

Signore, un tralcio piantato a terra non porta alcun frutto; concedici di restare radicati e fondati in te per compiere le buone opere che tu stesso ci hai chiamato a fare e giungere alla maturità dell'amore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona