Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 6 maggio 2020

Federico il Saggio e la riforma della Sassonia

La Chiesa luterana celebra oggi la memoria di Federico il Saggio, sostenitore della Riforma in Sassonia.
Nato a Torgau, succedette al padre come Principe-elettore nel 1486; nel 1502, fondò l'Università di Wittenberg dove insegnarono Martin Lutero e Filippo Melantone.
Federico cercò di proporre le tesi di Lutero dopo la Dieta di Worms del 1521, e successivamente assicurò l'esenzione dall'Editto di Worms per la Sassonia. Egli protesse infatti Martin Lutero dal papa, ospitandolo nel suo castello di Wartburg dopo le decisioni della Dieta di Worms di mettere le tesi luterane al bando dall'Impero.
Federico sentì parlare probabilmente di Lutero per la prima volta nel 1512 quando Johann von Staupitz, il Vicario Generale degli Agostiniani, gli chiese aiuto per permettere all'allora anonimo frate sassone di compiere i propri studi a Wittenberg. Lutero aveva ottenuto il dottorato in Teologia ed era assai perito del testo sacro. Divenne perciò docente di Teologia al posto di Staupitz.
Lutero divenne ben presto uno degli insegnanti più celebrati, come si deduce dalla sua lettera indirizzata a Staupitz dell'8 aprile 1518. A seguito della bolla papale Exsurge Domine del 1520, Lutero venne tacciato di eresia per le proprie tesi e bruciò la bolla come pubblico affronto. Senza ricredersi, Federico appoggiò la sua causa per l'amore della giustizia, in quanto riteneva in cuor suo che Lutero fosse solo vittima di pregiudizi ed incomprensioni da parte della Santa Sede.
Nonostante Lutero fosse stato dichiarato nemico pubblico tanto dall'autorità religiosa quanto da quella civile, Federico fece in modo che non venisse loro consegnato; inoltre patrocinò la sua traduzione in lingua volgare della Bibbia.
Federico morì nel 1525 a Lochau, presso Annaburg, senza aver preso moglie e venne sepolto nella Schlosskirche a Wittenberg, con una tomba progettata da Peter Vischer il Giovane.

Federico il Saggio (1486-1525)

martedì 5 maggio 2020

Fermati 1 minuto. La santificazione è per fede

(...) affinché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, il perdono dei peccati e la loro parte di eredità tra i santificati. At 26,18

Quando abbiamo completato la nostra consacrazione a Dio, abbiamo quasi finito con ciò che l'uomo può fare per ottenere la benedizione dell'intera santificazione. Quasi ma non del tutto. Quando la consacrazione è completa tutto dipende da Dio e per fede  riceviamo il dono promesso.
In un certo senso la fede è l'unica condizione per ottenere lo Spirito Santo. Il desiderio e la consacrazione sono necessari ma costituiscono le fondamenta per la nostra fede; possono essere presenti anche quando manca la fede.
A volte occorre pregare, supplicare e ricercare per giorni, settimane, mesi, anni per giungere alla fede. Altre volte è un processo istantaneo e che si realizza senza sforzo.
Apriamo i nostri cuori allo Spirito Santo e confidiamo nella promessa della santificazione della nostra anima.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

lunedì 4 maggio 2020

Fermati 1 minuto. Consacrazione e santificazione

Quindi invocate voi il nome del vostro dio, e io invocherò il nome del SIGNORE; il dio che risponderà mediante il fuoco, lui è Dio». Tutto il popolo rispose dicendo: «Ben detto!» 1 Re 18,24

Elia costruì un altare sul Monte Carmelo, uccise il suo toro e lo pose sull'altare, dopodiché verso l'acqua sull'altare e sul toro sacrificato.
I sacerdoti di Baal fecero lo stesso, ad eccezione del versare l'acqua. Eppure passarono l'intera giornata mostrando grande devozione, innalzando preghiere e persino incidendosi le carni.
Elia invocò semplicemente il Signore e un fuoco discese dal cielo a consumare l'offerta, l'altare e l'acqua.
Cosa fece, dunque Elia, in più rispetto ai sacerdoti di Baal?  Entrambi consacrano l'offerta ma Elia ebbe fede nella santificazione.
Dio vuole santificare l'uomo. Il presupposto è consacrarci a lui, ma serve un ulteriore salto nella fede per ottenere la santificazione.

eremiti metropolitani | FERMENTI CATTOLICI VIVI

I martiri inglesi dell'epoca della Riforma (XIV-XVII sec.)

La Chiesa d'Inghilterra fu insanguinata tra il XIV e il XVII secolo da una lunga serie di conflitti intestini. Sia le lotte di natura ecclesiale, sia quelle motivate dall'inestricabile connubio tra potere politico e religione, furono una grave contraddizione all'insegnamento di Gesù su come si debba esercitare l'autorità nelle comunità cristiane.
La violenza esplose soprattutto nel corso del XVI secolo: la fazione ecclesiale che di volta in volta deteneva il potere non risparmiò a chiunque la pensasse diversamente ogni sorta di angheria e persecuzione. Con il sangue pagarono Thomas More, John Fisher, Thomas Cranmer, Edmund Campion e moltissimi altri che non conobbero l'onore degli altari, ma che furono vittime della convinzione che l'intera verità fosse appannaggio di un solo gruppo sociale o ecclesiale.
Per questa ragione, nel mutato clima tra le chiese e per non dimenticare a quali contraddizioni all'Evangelo può portare il connubio tra l'intolleranza verso il diverso e la confusione fra autorità religiosa e potere politico, gli anglicani ricordano oggi tutti i martiri, di ogni confessione cristiana, che in tale periodo subirono il martirio in odio a quella fede che ciascuno riteneva nella propria coscienza pienamente conforme agli insegnamenti di Cristo.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Why are so many Catholics embarrassed by the English martyrs ...

domenica 3 maggio 2020

La vostra tristezza si muterà in gioia

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Dio Onnipotente, che mostri a coloro che sono nell’errore la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia; concedi a tutti coloro che sono ammessi alla sequela di Cristo, di evitare quelle cose contrarie alla loro professione, e di seguire tutte le cose a lui gradite. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 2,11-17; Gv 16,16-23

Commento

La fede nella risurrezione, che è al centro della vita di ogni cristiano, ci dona la certezza che la verità e la giustizia, in Cristo, hanno vinto il mondo. E questa fede, lungi dal rappresentare un sogno consolatorio, ci porta a diventare noi stessi, in Cristo, protagonisti della vittoria sulla menzogna, sull’ingiustizia, sulla morte e sul peccato. 

Dio, però, non ci tratta come pedine su uno scacchiere. Egli ci mostra la luce, ma non ci obbliga a riceverla. La natura umana è immersa nelle tenebre e il Signore visita e illumina le nostre tenebre. C’è una scintilla divina in ciascuno di noi; e siamo liberi di alimentarla e trasmetterla, di trasformarla in un focolare o in un incendio che divampa; così come possiamo stoltamente soffocarla, metterla sotto il moggio (Mt 5,14-15). Un giorno ci verrà chiesto conto del dono che abbiamo ricevuto e dell’uso che ne abbiamo fatto.

Il Risorto, nel suo discorso di commiato, parla di un breve momento in cui i suoi discepoli non lo vedranno più, e allora piangeranno e si lamenteranno, mentre il mondo si rallegrerà; ma poi lo ritroveranno e la loro tristezza si muterà in gioia.

Il vero cristiano sente di non appartenere completamente a questo mondo, ha nostalgia di Dio, cerca la comunione con lui. Le gioie del mondo per lui non sono abbastanza e con il salmista esclama “l’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e comparirò davanti a Dio?” (Sal 42,2). 

La nostra fede ci rende Dio presente, ma la Verità si fa strada in maniera sofferta tra le tenebre, come se dovesse venire alla luce tra i dolori del parto (Gv 16,21). Questo è stato vero per la vicenda terrena di Gesù, dalla sua predicazione, accolta con entusiasmo - ma anche oggetto di aspre contestazioni - alla condanna della croce, fino alla vittoria della risurrezione, che ha prevalso sulla morte e sul peccato.

Anche la storia della Chiesa, così come la nostra personale vicenda di fede, ripercorrono queste tappe obbligate: la gioiosa rivelazione del Verbo incarnato, di una presenza divina che abita la creazione e che ha posto nel cuore dell’uomo la sua dimora; il faticoso ritorno dell’uomo dal suo esilio alla comunione con il Creatore, e da qui il richiamo di Pietro a comportarci come pellegrini, astenendoci dai "desideri della carne".

Ma cosa sono i desideri della carne? Lungi dall'esprimere una visione sessuofobica, la parola "carne", (gr. sarx) rappresenta la componente mortale della nostra natura umana. L'astensione dai suoi desideri significa la capacità di non renderci schiavi delle cose finite, caduche, transitorie. Se ci ripieghiamo su di esse, ricercando lì la salvezza, ciò che troveremo sarà soltanto tenebra.

Se tratteremo le cose buone che sono nel mondo per quello che sono, come mezzi e non come il fine, potremo attraversarle indenni, guidati dalla luce divina e trasfigurando esse stesse in luce. Allora la nostra tristezza si muterà in gioia.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 1 maggio 2020

Fermati 1 minuto. Consacrati per la pace

Chi è disposto a fare oggi qualche offerta al SIGNORE? Cronache 29,5

La consacrazione di sé a Dio prevede un'unica, semplice ma assoluta, condizione: dobbiamo dirgli di sì a tutto.
Questo è il segreto. Il nostro orgoglio, la nostra volontà, il nostro egoismo, devono morire. Ma quando ci sottomettiamo alla morte, affinché Cristo possa vivere in noi, allora giunge la vittoria: la pace di Dio che sorpassa ogni comprensione (Fil 4,7) riempie i nostri cuori, aperti alla sua volontà.

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